“Tango Macondo”, una storia fantastica a suon di folklore

 

Sono stato al Teatro Carcano di Milano a vedere Tango Macondo, favola ricca di fantasia, cuore e musica di Giorgio Gallione, prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano, con le musiche (e la presenza sul palco) di Paolo Fresu (flicorno e tromba), Daniele di Bonaventura (bandoneon)  e un incredibile Pierpaolo Vacca (organetto).

Ispirato al libro di Salvatore Niffoi Il Venditore di Metafore (Giunti, 2017), più che una classica piece teatrale è una epica, fantastica, spettacolare narrazione, grazie alle scenografie di Marcello Chiarenza, alla bravura degli interpreti, personaggi che si “rubano” la parola senza interagire tra di loro, diventando narratori di un vorticoso e audace racconto che cattura, stimolando la parte fanciullesca del pubblico. Ugo Dighero, Rosanna Naddeo e Paolo Li Volsi sono i felici interpreti mentre Luca Alberti, Alice Pan, Valentina Squarzoni e Francesca Zaccaria, del DEOS, il Danse Ensemble Opera Studio di Genova, i danzatori.

Tutti sul palco, attori, musicisti, ballerini a ricreare una storia che parte da Mamoiada in Sardegna (il paese del Carnevale e dei Mamutones) e finisce in Argentina in un villaggio che Mataforu, assieme all’amore della sua vita, Anzelina Bisocciu, costruiscono e chiamano Macondo (il riferimento al paese inventato di Gabriel García Márquez in Cent’anni di Solitudine, aumenta nello spettatore i desideri di miti, terre lontane, avventure…). In questo mondo parallelo dove si alternano risate e tragedia, ci sono i tre musicisti, pilastri immobili a costituire un triangolo narrativo ed evocativo. Il flicorno e la tromba di Paolo Fresu fanno da collante all’organetto di Pierpaolo Vacca e al bandoneon di Daniele di Bonaventura.

Ora che vi ho raccontato il mio spettacolo (vivendo un’ora e mezza nel fantasy ogni singolo spettatore ne esce con una sua versione di quanto visto e sentito), faccio un breve approfondimento su una terra a me più familiare, la musica, parlando del disco che è uscito parallelamente alla piece teatrale e che porta lo stesso titolo, Tango Macondo, uscito per la Tŭk Music. L’occasione per i tre musicisti di eseguire i temi dello spettacolo, con ampi spazi per il folklore sardo, e includere anche brani ampiamente codificati del tango argentino. L’intelligenza di Fresu, artefice dell’operazione, è quella di aver inserito tre perle rare in questa collana di note, sia per la loro bellezza sia per le interpreti scelte, tutte italiane.

La prima in ordine di ascolto è Alguien Le Dice Al Tango, brano di Astor Piazzolla su testo di Jorge Luis Borges, interpretata da Malika Ayane; la seconda El Día Que Me Quieras, scritta da Carlos Gardel nel 1934 su un testo del giornalista e drammaturgo Alfredo Le Pera del 1919, cantata da Tosca (a proposito: se siete a Milano l’8 novembre, andate ad ascoltarla al Teatro Parenti, dove porterà in scena il suo ultimo album, Morabeza, con la direzione artistica di Joe Barbieri, uscito nel 2020 e per il quale ha vinto due targhe Tenco,). La terza è una incredibile versione di Volver, brano composto sempre da Gardel e sempre nel 1934 con le parole di Le Pera, eseguita da una cristallina Elisa. Da ascoltare e riascoltare. Buon weekend a tutti…

Canzoni inossidabili: Year Of The Cat

Ci sono canzoni che sfidano i tempi e sai che, prima o poi, in una sorta di timing affidato al caso, ritornano, appiccandosi alla tua vita. Ti rimangono attaccate e, quando la radio le trasmette, ti sembra che il tempo non sia passato per nulla dalla prima volta che le hai sentite. Credo che Year Of The Cat, dello scozzese Al Stewart, dall’omonimo album pubblicato nel 1976, sia una di queste. Potrei anche citarvi Baker Street di Gerry Rafferty da City City del 1978… Anche lui Scottish, anche se aveva madre Irish, cattolica, entrambi interpreti di un folk rock elaborato. Rafferty morì alcolizzato dieci anni fa.

Non so se ve la siete mai posta, ma la domanda viene spontanea, come la curiosità: che fine ha fatto Al Stewart? La maggior parte di noi lo ricorda solo per Years of The Cat, la canzone. L’album ha festeggiato i 45 anni di uscita con una riedizione del 30 aprile scorso in formato box set, dove sono contenuti anche pezzi registrati dal vivo al Paramount Theatre di Seattle nel 1976.

All’epoca avevo 15 anni e quel brano che conteneva tanti brani, che cambiava pelle passando dall’orchestra al violino di Bobby Bruce, dalla chitarra elettrica very rock di Peter White al sax smooth di Phil Kenzie in una lunga e appassionata cavalcata strumentale, mi aveva lasciato il segno. Allora mi destreggiavo tra i cantautori italian e Bob Dylan, i Pink Floyd, i Led Zeppellin, i Deep Purple e gli Inti-Illimani (l’album Inti-Illimani 2, La Nueva Canción Chilena, uscito nel 1976 che conteneva El pueblo unido jamás será vencido).

Il folk singer con la passione per la storia e i racconti fantastici aveva fatto centro. Il disco era stato prodotto da quel geniaccio di Alan Parsons e registrato negli Abbey Road Studios di Londra, dove Parsons lavorava, per la RCA Records. Il musicista ingegnere del suono, insieme ad Eric Woolfson aveva creato il gruppo The Alan Parsons Project, autori di gran brani come Eye in The Sky (1982) dall’omonimo album, altra canzone che ritorna dal secolo scorso in onda sulle radio, più attuale che mai.

Per rispondere alla domanda, Al Stewart è un signore di 76 anni che suona ancora. Nella sua carriera ha pubblicato una ventina di album in studio, oltre a un discreto numero di singoli e di live. La prima canzone, The Elf la suonò a 21 anni, nel 1966. Alla chitarra lo accompagnava il ventiduenne Jimmy Page, futura leggenda dei Led Zeppelin.

Al vive da parecchi anni a Los Angeles e da sempre ha una passione viscerale per il vino, soprattutto francese, con una cantina da fare invidia ai più blasonati collezionisti e famosi sommelier. Si esibisce ancora dal vivo, soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Ma di tutta la sua grande produzione, se chiedete il titolo di una canzone di mister Al Stewart la risposta, salvo rare eccezioni che includono Time Passages (1978), è univoca: Year Of The Cat!

Intervista: Marisa Monte e le sue “Portas” aperte sul futuro

Marisa Monte – Foto Leo Aversa

Oggi vi voglio portare ancora in Brasile. Questa volta per parlarvi di un’artista che, in molti anni di attività, è diventata di diritto una delle musiciste internazionali più ascoltate, quotate e influenti del paese sudamericano. Lei è Marisa Monte, carioca di nascita, una voce estremamente raffinata, una cultura musicale vastissima che spazia dalla musica popolare alla classica, dal jazz al samba e alla bossanova e una vita dedicata alla contaminazione, alle collaborazioni con musicisti dalle provenienze più disparate.

Il 2 luglio scorso ha pubblicato Portas, album composto da 16 tracce, un racconto, per chi la conosce, che ha del cinematografico. Sedici brani che catturano, conquistano, raccontano storie. In Portas c’è amore, romanticismo, passione, tristezza, allegria, speranza, futuro. Se dovessi fare un paragone, è come vedersi un film alla La La Land. Basta ascoltare il brano Portasquello che dà il titolo all’album, per capire quale sia la direzione del nuovo lavoro della Monte. Qual é a melhor?/ Não importa qual/ Não é tudo igual/ Mas todas dão em algum lugar/ E não tem que ser uma única/ Todas servem pra sair ou para entrar/ É melhor abrir para ventilar/ Esse corredor… Qual è la porta migliore? si chiede. La risposta arriva subito dopo: non ha importanza quale sia, non è tutto uguale. Ma tutte le porte aprono in un qualche posto. E, non necessariamente deve essere una porta sola, tutte servono per uscire e per entrare. È comunque meglio aprire per far cambiare aria a questo corridoio. Metafora dei tempi correnti…

Ho l’appuntamento su Zoom. Lei mi risponde da Rio de Janeiro, elegante come sempre, seduta su sfondo nero dietro diverse chitarre, se ne intuiscono le silhouette.

Prima dell’intervista torniamo un attimo alle collaborazioni, perché dicono molto: innanzitutto c’è quel geniaccio di Arto Lindsay, vecchia amicizia di Marisa, grandi collaborazioni, una su tutte, il secondo disco, Mais, prodotto da Arto. E poi Arnaldo Antunes, ex Titãs e compagno nell’avventura Tribalistas con Carlinhos Brown. Il fado Vagalumes è un piccolo omaggio, un gioiello incastonato nelle terre lusitane. Carlinhos non c’è in Portas, in compenso è presente il figlio, Chico, nipote di Chico Buarque de Hollanda, uno dei miti della musica brasileira (ascoltatevi Calma).

C’è anche Nando Reis, altro Titãs (vi consiglio, se ne avete voglia, di mettere sul piatto un po’ di album della rock band nata a São Paulo negli anni Ottanta), Dadi Carvalho, bassista che ha suonato nei Novos Baianos e nei Barão Vermelho (ascoltatevi la bella A Língua dos Animais, frutto della collaborazione tra Marisa, Arnaldo e Dadi) e poi Marcelo Camelo, polistrumentista e anima dei Los Hermanos, gruppo pop rock della fine anni Novanta, quindi Seu Jorge, con cui Marisa ha collaborato più volte, qui in Portas con la figlia Flor, grande voce, nell’ultimo brano, Pra Melhorar! Per continuare con Pretinho da Serrinha, compositore di samba, per un brano tutto da godere, Elegante Amanhecer dedicato alla Portela, scuola di samba carioca, di cui Marisa è sostenitrice, tra cavaquinho, cuica e surdo: Foi lindo de ver a Portela/ O sol raiando/ Elegante amanhecer/ Seu canto ecoou na passarela/ Auê auê salve o samba, salve ela…

La cover dell’album e l’intero concept visivo del disco sono opera dell’artista Marcela Cantuária. «Il progetto è diventato un dialogo audiovisivo tra due donne contemporanee che hanno prestato la oro sensibilità al servizio dell’arte», spiega la musicista. «Marcela è riuscita a rappresentare sia me sia le mie canzoni».

Marisa, un disco di 16 tracce dopo dieci anni dall’ultimo tuo lavoro, come mai tanto tempo?
«Mi sono dedicata a tantissime altre collaborazioni e progetti, come il tour con Paulinho da Viola (uno dei grandi artisti di samba brasiliani, ndr). Doveva essere un minitour in Brasile e si è trasformato in un grande successo! Poi ho lavorato a un progetto d’archivio, Cinephonia, (trent’anni di carriera con inediti audiovisivi, raccolti e catalogati, inaugurato nel marzo dello scorso anno, ndr), ho pubblicato con Carlinhos e Arnaldo il secondo disco Tribalistas… Nel frattempo ho continuato a scrivere, comporre. Non è stato un disco programmato. Quando ho deciso di trasformare quel materiale in un album, avevamo deciso di iniziare a registrare nel maggio 2020 a New York, con Arto Lindsay. Ma con la diffusione della pandemia e il lockdown è saltato tutto. Abbiamo, quindi, rinviato a novembre. Ma poi, vista l’impossibilità di trovarci fisicamente, abbiamo provato a registrare un paio di basi via Zoom tra Rio e New York. Il lavoro stava venendo bene, quindi abbiamo iniziato a lavorare insieme, ho incontrato tanti collaboratori internazionali senza muovermi da Rio! Così abbiamo lavorato a Rio de Janeiro, Los Angeles, New York, Lisbona, Madrid, Barcellona, Seattle…».

Foto Leo Aversa

Sedici canzoni sono tante in un disco…
«In realtà sarebbero 18 tracce,  mi rimangono ancora due brani che pubblicherò, il primo tra poco, e il secondo lo terrò per quando inizierò il tour, il prossimo anno».

Parlami di Portas. Il mondo è pieno di porte che si aprono e si chiudono…
«Volevo cantare un po’ di speranza, fornire uno sguardo diverso, positivo del mondo, visto che, soprattutto in questi due anni, siamo stati molto negativi, insicuri. Nonostante tutto quello che è successo con il Covid19, penso che oggi noi siamo comunque migliori di 50 anni fa. Credo che sia meglio vivere il presente, nonostante tutto quello che è accaduto, perché in questo presente abbiamo intavolato molti temi di discussione, dal guardare il mondo con più attenzione e rispetto, al lavorare per una società più aperta, rispettosa dei diritti di tutti. Il mio è stato un lavoro all’opposto del negazionismo, diciamo di “affermazionismo”. Una resistenza poetica e amorosa, una forma di protesta fatta in tutte le forme possibili. Ci vuole molto coraggio nel difendere l’amore!».

Frame dal brano “Portas” che apre il disco.

A proposito di negazionismo, la situazione politica in Brasile non è delle migliori. Hai voglia di parlarmene un po’, mi interessa sapere come la pensi…
«In Brasile c’è stata una sovrapposizione di crisi, la pandemia e una crisi democratica senza precedenti. Non è molto diverso dal resto del mondo occidentale, però. Lo stesso problema c’è stato in America con Trump, c’è in Europa, lo avete avuto anche in Italia. Credo, voglio credere, che questa sia un situazione che non potrà durare ancora a lungo. Passerà, perché questa crisi democratica genererà una gestione futura del progresso».

Il presidente Bolsonaro non vede di buon occhio la cultura, non tiene molto in considerazione voi artisti.
«Alla base c’è un pensiero retrogrado che non considera la cultura come un potente forza economica che genera indotti, ma piuttosto come un nemico ideologico. Purtroppo per loro, per fortuna non si torna indietro. Non ritorneremo nell’oscurità, si dovrà andare avanti, con orgoglio. Credo che tutti questi problemi che hanno i paesi democratici risiedano nel come è veicolata l’informazione, praticamente senza controllo. Le fake news continuano a essere molto disturbanti per i paesi che credono in certi valori. E non sto parlando solo del Brasile».

Tornando a Portas: hai attinto da tutto il bagaglio della musica brasiliana, dal rock di Rita Lee, alle composizione in bilico tra MPB e jazz di Milton Nascimento, al rock degli anni Ottanta, Titãs, Barõ Vermelho, al Samba, alla bossanova e persino a quel nuovo fado portoghese che negli ultimi anni ha rivoluzionato un genere quasi intoccabile…
«Vero, tutti gli artisti che hai citato e che hanno lavorato in quegli anni incidevano dal vivo in studio, tutti insieme. Questa è la grande forza della collaborazione, del creare qualcosa di unico. Purtroppo la pandemia ci ha costretto a lavorare diversamente: era un mio desiderio ma anche una vera impossibilità. Credo che incida sulla dinamica musicale anche se è stato fatto un ottimo lavoro! Ho sempre voluto collaborare con artisti di generazioni diverse perché credo che queste contaminazioni influiscano positivamente sul pubblico: mi ascoltano la nonna e la nipotina! Anche in questo lavoro ho avuto degli arrangiatori incredibili, da Arthur Verocai, musicista di grande esperienza, al giovane Antonio Neves, al mio coetaneo Marcelo Camelo».

Marisa, un’ultima domanda: cosa ti aspetti da questo nuovo album?
«In Brasile è stato accolto benissimo, oltre tutte le aspettative. Spero che possa portare in questo momento amore, poesia e anche talento».

Da “Carnage” a QAnon il passo è breve (e dannoso)

Piccoli esperimenti sociali in corso. Il 26 febbraio ho pubblicato una recensione su Carnage, gran bel disco di Nick Cave e Warren Ellis, uscito il giorno prima per la Goliath Enterprises Limited.

Ho lanciato un post sulla pagina Facebook di Musicabile intitolandolo: “Carnage, il lato oscuro della pandemia”, motivando l’interesse per la pubblicazione come “Un lavoro che mette a nudo l’uomo, l’esperienza estrema, il senso della vita. L’ultima frase del disco, in Balcony Manœ, è la sintesi di tutto: «Ciò che non ti uccide ti rende solo più pazzo». Atmosfere cupe, pressanti, alternate a momenti di leggerezza e speranza. Da ascoltare e riascoltare…”.

Mi sarei aspettato un giudizio sull’album, certo di non facile ascolto, soprattutto per chi non segue Cave. In realtà i tanti commenti che si sono aggiunti poco per volta, hanno per lo più ignorato il lavoro degli artisti australiani e scolpito nella mente di chi li ha scritti un solo pensiero: concentrarsi su chi fosse il colpevole della pandemia.

La conseguenza, una rabbia incontrollata. E poiché quest’ultima dev’essere scaricata, sono stati additati i colpevoli del virus, del lockdown, del clima di tensione che si è creato. Ovviamente al primo posto c’è “la sinistra”, fatto che mi lascia perplesso ogni volta che mi imbatto in simili dichiarazioni tombali sui social. La sinistra? Dov’è, qualcuno me lo dica, perché di sinistra nel nostro Paese da decenni vedo solo annebbiate forme protozoiche, altro che frange criminali organizzate…

Ce n’è anche per i soliti colpevoli di tutto (QAnon e il complottismo insegnano), gli immancabili George Soros, Bill Gates e Klaus Schwab, a cui si aggiunge, visto il virus, l’immunologo Anthony Fauci, tutti colpevoli della diffusione del Covid19 per non meglio e sottintese operazioni di guadagno sulla pelle dei poveri cittadini indifesi.

Abbiamo imboccato da tempo una deriva pericolosa. Informarsi, conoscere, capire, ragionare costa fatica. E sempre meno persone vi si dedicano: la conoscenza è un duro lavoro, che va coltivato passo dopo passo. E la musica, quella mainstream, rispecchia la tendenza: il più piatta e simile possibile a se stessa, di presa facile, così si fanno soldi, si costruiscono successi che durano giusto quelle tre ore e poi via un altro, sempre uguale al precedente ma da vendere come nuovo prodotto dell’inconsistenza sociale…

Frame da “Ritchie Sacramento” dei Mogwai

L’indigesto (perché reale) contenuto di Carnage (a proposito il settimanale britannico NME, New Musical Express, alcuni giorni fa lo ha eletto il miglior album pubblicato durante il lockdown, prima di Folklore di Taylor Swift – qui Exile, con Bon Iver, e di As The Love Continues dei Mogwai, uscito il 19 febbraio – qui Ritchie Sacramento), avrebbe potuto stimolare una discussione su ciò che è davvero importante e necessario in questo momento, una riflessione sui morti, un pensiero concreto su rabbia, pietà, solitudine, sui vaccini e sulla speranza di uscirne.

Da parte mia continuerò a proporre musicisti che hanno qualche cosa di interessante da dire attraverso le loro note e parole, ignorando prese di posizione qualunquiste, per sentito dire. La vita è già complicata così. Perdonatemi lo sfogo…

Nick Cave e Warren Ellis: Carnage, il lato oscuro della pandemia

Il Covid non molla, si trasforma, diventa altro. Fa paura. E la reazione, dopo un anno di lockdown, morti, zone gialle, arancioni, arancione rinforzato, arancione scuro, rosso, è cercare di pensare alla normalità di cui godevamo solo un paio d’anni fa. Molte volte abbiamo tentato di ritornare alla quotidianità abbandonata, pensando che forse era quella buona. Pensiero e azione sono cani che si mordono la coda. E in questo roteare il virus razzola e occupa. Oltre alle solite congetture da social, da cui fuggo incazzato e perplesso, rimane il fatto che siamo ben lontani dal ritorno alla normalità.

Gli Stati Uniti hanno raggiunto e superato il mezzo milione di morti, il Brasile i 250mila, noi… secondo uno studio della Fondazione di Bill Gates, se non acceleriamo sulle vaccinazioni, potremmo trovarci a marzo e aprile con oltre trentamila morti. L’Unione europea lancia l’allarme, in un terzo dei Paesi membri si stanno di nuovo riempiendo le corsie degli ospedali e le terapie intensive…

La tragedia dello scorso anno che si ripete… In Italia, con Sanremo alle porte, dove tutti sorridono per cercare di rivivere patine di normalità, ieri qualcuno è venuto a ricordarci, con il suo consueto schiaffone in faccia, che la situazione è un’altra. Quel qualcuno ha un nome pesante nella musica: si chiama Nick Cave. Il 25 febbraio ha pubblicato, assieme a Warren Ellis, suo sodale, polistrumentista e membro dei Bad Seeds, la storica band di Cave, un album dal titolo significativo: Carnage, carneficina. Per inciso, dei due artisti ne avevo parlato il 19 gennaio scorso, quando ho ricordato la loro collaborazione con Marianne Faithfull (il 30 aprile uscirà She Walks in Beauty).

Scritto durante il lockdown, è un lavoro di pesante riflessione sulla solitudine arrivata con la pandemia, sul credere in qualcuno o qualcosa, su quello che siamo oggi, con la voce baritonale e praterie di sintetizzatori, piccoli interventi di chitarre elettriche secche come la solitudine, il pianoforte suonato da Nick che tesse melodie che suonano come note di speranza. In Balcony Man, ultimo degli otto brani che compongono questo mosaico baritonale, profondo, essenziale, Nick canta:

This morning is amazing and so are you
This morning is amazing and so are you
This morning is amazing and so are you
You are languid and lovely and lazy
And what doesn’t kill you just makes you crazier

L’ultima frase è epica: «Ciò che non ti uccide ti rende solo più pazzo». Una sintesi perfetta per il momento. In Hand of God, «Hand of God /Coming from the Sky», primo brano, dopo un inizio “classico”, scarica sull’ascoltatore un ritmo ossessivo, profondo. Nella splendida Old Time, dove, per inciso, alla batteria c’è un altro storico “Bad Seeds”, Thomas Wydler, Nick canta:

The trees are black and history
Has dragged us down to our knees
Into a cold time
Everyone’s dreams have died
Wherever you’ve gone, darling
I’m not that far behind

«I sogni di tutti sono morti, ovunque tu sia andata, tesoro, non sono così indietro». Sono tutti tasselli che raccontano la solitudine ma anche la speranza di ritornare un giorno a una normalità. C’è un brano che continuo ad ascoltare, ed è White Elephant, chiaro riferimento all’estrema destra americana. Parte con un’elettronica alla Peter Gabriel anni Ottanta per finire in una sorta di gospel. Qui è il primatista bianco che minaccia di uccidere tutti, si sente dio, «Una Venere di Botticelli con il pene» ma anche «Una scultura di ghiaccio che si scioglie con il sole» e annuncia che «è vicino il tempo per il regno nel cielo».

Ve lo suggerisco, è una bella scossa per questi tempi, una visione del reale lucida e cruda nella sua apparente follia. Ma questo è Cave. E per fortuna che esiste!

10 febbraio 1971: Carole King fa la storia del pop

Mentre l’America piange la scomparsa di Mary Wilson, 76 anni, l’ex The Supremes (gruppo fondato insieme a Flo Ballard, che morì a 32 anni nel 1976, e a Diana Ross), oggi la musica festeggia il cinquantesimo anniversario dell’uscita di un disco dirimente nella storia del rock/pop. Sto parlando di Tapestry. L’autrice è Carole King. Il disco va nei negozi il 10 febbraio 1971: il giorno prima Carole compiva 29 anni ed era già considerata una delle artiste più influenti del panorama musicale americano, sulla scia di Joni Mitchell. Un album di successo, che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo, 10 milioni solo negli States, ed è stato in vetta alle classifiche per mesi. Insomma, il disco perfetto, che ogni artista vorrebbe scrivere e pubblicare.

Tapestry è il suo secondo album. Il giorno dell’uscita, dalle pagine di Rolling Stone, il mitico Jon Landau attaccava così il suo lungo pezzo di recensione al disco: «Il secondo album di Carole King, Tapestry, ha mantenuto la promessa del suo primo (Writer, pubblicato nel maggio del 1970, ndr) e ha confermato che lei è una delle figure più creative di tutta la musica pop. È un album di incredibile intimità personale e fattura musicale e un lavoro proteso a uno scopo artistico. È anche facile da ascoltare e altrettanto facile da godere».

Chi non ricorda I Feel The Earth Move, brano che apre l’album, con quell’attacco al piano pulito, deciso, ritmico molto R&B? Il dialogo tra piano e chitarra elettrica è da manuale. E poi, a scendere, It’s To Late, o la struggente Way Over Yonder e, subito dopo, You’ve got a Friend, uno dei brani più famosi di sempre. Carole la regalò all’amico James Taylor che la rese immortale. E ancora, Where you Lead, brano che, molti anni dopo, ha fatto da colonna sonora a una fortunata serie tv,  Gilmore Girls, in Italia Una mamma per amica, dove la stessa musicista è apparsa in qualche puntata. Continuando, anche il brano che dà il titolo all’album, Tapestry, è uno dei pezzi “storici” del pop, per chiudere con (You Make Me Feel Like) A Natural Woman, canzone che la King scrisse per Aretha Franklin e che diventò uno dei cavalli di battaglia di Lady Soul.

Una creatività incredibile quella di Carole King, newyorkese, figlia di una insegnante di pianoforte e di un vigile del fuoco, merito anche del suo legame con Gerry Goffin, suo ex marito, con il quale, oltre a due figlie, fecero nascere brani indimenticabili per molti artisti. La ditta King&Goffin scrisse anche per i The Animals Don’t Bring Me Down, grande successo del 1966, per i The Herman’s Hermits, I’m Into Something Good, del 1964 (Carole aveva 22 anni), per i The Righteous Brothers, For Once In My Life, (1965), per i The Byrds, I Wasn’t Born To Follow

Oggi, in questa giornata piovosa (almeno a Milano), grigia e triste riandare indietro nel tempo e ascoltare l’intero album, è un esercizio di memoria e ricordi, di nostalgie e buona musica. Già, una gran buona musica…

Bruce Springsteen: “Letter To You”, un disco e un grande docufilm…

Frame da “Letter To You” di Thom Zimmy

Bianco e nero. Bianco di neve e luce invernale, nero dei boschi del New Jersey, le impronte lungo le strade, chiaroscuri ad accentuare il tempo che passa e a ricordare che lui, il tempo, non risparmia nessuno. Eppure in questa fatale e ammaliante bicromia che in sé ha del raffinato e del malinconico, c’è una speranza. Anzi, due, l’amicizia, quella vera, e il rock’n’roll. Facce scavate dal tempo, volti cambiati, occhiali al naso per leggere le partiture, pancette più o meno prominenti, una vena di tristezza che il sorriso e i ripetuti brindisi scacciano e rendono complici, sono il filo conduttore del film che Bruce Springsteen ha rilasciato per Apple TV venerdì scorso. Il titolo è quello dell’album, uscito lo stesso giorno, Letter To You.

Dodici brani scritti apposta per essere suonati dalla E Street Band, i musicisti che hanno accompagnato il Boss – e continueranno a farlo, è una promessa! – nei suoi concerti da 45 anni a questa parte. Un album scritto in dieci giorni da Bruce, chitarra e voce, e poi riproposto al gruppo come un canovaccio su cui costruire insieme, e registrato in appena cinque giorni.

Insieme. Perché quando lui suona con la sua band tutto si fonde, si interseca, avvolge, cresce e trova la luce. Questo il senso del docufilm in bianco e nero, un’ora e trenta minuti per assistere alla nascita del nuovo album del Boss con gli Streeter, ma anche per ricordare, tirare le somme di una vita dedicata alla musica. A 71 anni per un artista è quasi un imperativo. Guardarsi indietro, accettare la vecchiaia che avanza e il dolore per le perdite di persone care e amici – altro tema fondamentale della pellicola firmata dal suo fidato Thom Zimmy.

Ed ecco che, minuto dopo minuto, con il solo filo conduttore dei brani da costruire, esce prepotente la vita del Boss: «Mi ritrovo in una conversazione lunga 45 anni con questi uomini e queste donne», spiega all’ascoltatore. Il perché del docufilm e della necessità di narrare anni straordinari, molto oltre i suoi sogni e aspettative, è che sente ancora «un bisogno assoluto di comunicare. Lo avverto quando mi sveglio al mattino, mi accompagna durante la giornata ed è ancora lì la sera, quando vado a dormire». Una necessità che nemmeno lui si spiega: «Magari è solitudine, fame, ego, ambizione, desiderio, bisogno di far breccia, essere ascoltato, riconosciuto…», racconta all’attento pubblico.

Un altro Frame da “Letter To You”: la E Street Band con il Boss

Questo è lo Springsteen che siamo abituati a vedere, gli occhi che si illuminano quando arrivano i suoi musicisti, Steve Van Zandt, Max Weinberg, Roy Bittan, Gary Tallent, Patti Scialfa (Schialfa, strisciando la a, come pronuncia il cognome della donna che lo segue nella vita e sul palco da quasi mezzo secolo). E ancora, Nils Lofgren, Charlie Giordano, Soozie Tyrell, la violinista, quest’ultima, una fugace apparizione nel film. All’appello mancano il tastierista Danny Federici, morto a 58 anni, nel 2008, per un melanoma, e il sassofonista Clarence Clemons, Big Man, andatosene per un ictus nel 2011, a 69 anni. Li ricorda, Bruce, perché sono lì con lo spirito, e ogni brindisi è anche per loro. Fisicamente al sax oggi c’è il nipote di Clarence, Jake, entrato di diritto nella E Street da anni, alla sua prima esperienza nella fattura di un album nuovo di zecca. Senza dimenticare Jon Landau, il critico musicale e manager della rockstar, che, a vederli suonare insieme, non risparmia qualche lacrima trattenuta a stento e una evidente commozione. Colleghi, amici, amori, la famiglia allargata di Bruce.

Frame da “Letter To You”

Tra i ricordi, si spinge fino alla sua gioventù, come un vecchio saggio che ha ben chiaro il suo percorso di gioie e dolori. Anzi, l’idea dell’album viene proprio dalla morte di uno dei suoi grandi amici di scuola e adolescenza, George Theiss. Nell’estate del 2018 un tumore ai polmoni se l’è portato via. Lui, musicista, l’ex fidanzatino di Ginny, sorella di Bruce, è quello che ha introdotto il Boss in una vera band, i Castiles, attivi tra il 1965 e il 1968. Erano anni in cui si sperimentava, la musica era un campo di confronto, battaglia, scoperta e i sedici anni del Nostro contenevamo tutta la forza, la rabbia, le paranoie di un adolescente. La morte di Theiss l’ha fatto riflettere, lo ripete in ogni intervista. Lui è rimasto il solo membro ancora in vita dei Castiles. Inevitabile pensarci… Non a caso per Letter for You ha ritirato fuori dei brani vecchissimi, addirittura del ’72, scritti prima di Greetings from Asbury Park, N.J., il suo primo disco del 1973, come If I Was The Priest, con assolo finale di Van Zandt…

Frame da “Letter To You”

E così scorre, registrazione dopo registrazione, battute dopo battute, la vita del Boss e di quella di un gruppo di artisti legato da note, discussioni, amicizia, passioni… Non manca un accenno all’Italia. Dice Steve: «Apriremo il nostro tour a San Siro, San Siro! Lì ci arriva mezza Italia, ci amano…».

Si va verso l’epilogo. Il drone continua a riprendere la campagna dove vive Bruce e la casa adibita a studio di registrazione, zeppa di chitarre, l’Hammond, persino il Glokenspiel originale che suonava Federici, quasi una reliquia («Il suo fantasma ci perseguita…», dichiara).

Fine e tempo di conclusioni, a volo di drone, apparentemente amare: «L’età. L’età ti dà la visione, come la nitidezza della mezzanotte, sui binari osservando le luci del treno che sta arrivando…». Non resta più molto tempo, solo qualche notte stellata, qualche bella nevicata… È la malinconia di sapere che si è vissuto ma resta la consapevolezza che c’è ancora tanto da fare, il proprio lavoro, l’amore per la famiglia, quelle piccole attenzioni che fanno grande un uomo e che, guardandosi allo specchio lo rendono orgoglioso di come ha vissuto. È forse questo il più bel messaggio del nuovo lavoro di Springsteen.

Lo si può amare – ho tanti amici che da anni lo seguono in tutti i concerti d’Europa, discepoli fedelissimi – o contestare per il suo genere di musica. Di certo gli si deve rendere atto che è un uomo tenace, positivo, curioso, un vero rocker. Scolpito nel granito. Ve ne consiglio la visione e l’ascolto. E quelle sensazioni che riesce a trasmettere con le parole e la musica, le sue, di sicuro potrebbero diventare le vostre. Rara sintonia in un artista…

Bruce Hornsby e il suo nuovo “Non-Secure Connection”…

Vi ricordate The Way it is, fortunato brano uscito nel 1986, ripreso anche da 2Pac con il titolo di Changes? Portava la firma di un musicista istrionico, Bruce Hornsby, allora con i Range. Di strada il pianista della Virginia (ha suonato per due anni anche con i Grateful Dead, agli inizi dei Novanta) ne ha fatta, e tanta. Con una coerenza di fondo mai dimenticata: il non voler pervicacemente essere etichettato in un genere. Hornsby ha percorso – e continua a percorrere – tutte le strade della musica.

Soul, funk, rock, jazz, bluegrass, pop mainstream, tutto e il suo contrario. L’ultimo lavoro – ed è per questo che ve ne parlo – Non-secure Connection, uscito ad agosto, ritrova un Hornsby in gran vena creativa. Confesso, mi piace molto!

Rock, prog, jazz spalmato in maniera coscienziosa, pop quanto basta, sembra di ascoltare i Genesis e Peter Gabriel, soprattutto, quest’ultimo, nell’intonazione vocale metallica. Parallelamentei a un ventennale sodalizio fortunato e simbiotico con il regista Spike Lee, Bruce non ha mai smesso di pubblicare gran bei lavori, come l’ultimo.

Molta attenzione sia alla partitura sia ai testi, un lavoro altamente critico verso il mondo web – per capirlo basti ascoltare Porn Hour: “We got everything we want with a mouse click, The innovation of the Internet. We thank the hard boys and the naked girls For the coming of our beautiful cyber world” – con lo spazio alle solite sue collaborazioni di massimo livello.

Come quelle con Vernon Reid, chitarrista dei Living Colour e la cantautrice e poetessa Jamila Woods (Bright Star Cast) e con il violinista (polistrumentista) Rob Moose (The Rat King). C’è persino Leon Russell, artista di culto, mancato nel 2016, in una registrazione che Bruce aveva fatto insieme un quarto di secolo fa (Anything Can Happen) e una solida My Resolve, suonata con James Mercer (The Shins, Broken Bells).

D’effetto anche Cleopatra Drones, canzone che apre il disco e ben dispone all’ascolto. Se volete approfondire l’artista, ascoltatevi un altro paio di album, Hot House del 1995: molto jazz e funk con collaborazioni eccellenti come Béla Fleck, il virtuoso del banjo, Pat MethenyJimmy Haslip, bassista e fondatore degli Yellowjackets, e il doppio Spirit Trail, uscito nel 1998. Ah dimenticavo, un altro album bellissimo: Absolute Zero, del 2019, che il New York Times ha definito “ccmplesso e per nulla alla moda, dunque, ottimo”! Anche qui collaborazioni di sostanza, con il batterista jazz Jack DeJhonette nel brano che dà il titolo all’album, per proseguire con Justin Vernon (Bon Iver) – uno dei suoi “giovani colleghi” preferiti – in Cast OffBuon Bruce, dunque!

America, l’intervista: musica, live, pandemia e ottimismo

Gerry Beckley e Dewey Bunnell – Foto di Henry Diltz

Quando si dice America – intesa come band – più o meno a tutti gli appassionati di quel sound West Coast che ha fatto fortuna negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, viene in mente una canzone, A Horse With No Name: On the first part of the journey, I was looking at all the life, There were plants and birds and rocks and things… Ricordate? Le voci che riecheggiavano quella di Neil Young, le chitarre acustiche leggere e sognanti, il raccontare quell’America “freedom style” con quella punta di sana nostalgia per chi ascoltava… Gerry Beckley, Dewey Bunnel e Dan Peek, i tre adolescenti che si sono incontrati nel college a Londra perché i loro padri lavoravano per l’USAF, l’areonautica militare americana, diventati amici inseparabili, hanno marcato il territorio della musica internazionale con brani diventati dei “classici”: Ventura Highway, Sister Golden Hair, You Can do Magic, All My Life, I Need You, tanto per citarne alcuni.

Dan nel 1977, ha deciso di cambiar strada, pur rimanendo amico di Gerry e Dewey, poi un infarto se l’è portato via a 60 anni, nel 2011. Gerry e Dewey hanno continuato il loro lavoro artistico, entrando nel club delle band Over Fifties in attività, con un enorme lavoro live. Tour continui, concerti su concerti, soprattutto in Europa e in Italia dove hanno un buon numero di appassionati fan. Il Covid19 ha bloccato anche gli America. Di spettacoli dal vivo se ne parlerà nell’estate 2021. Gerry e Dewey sono stati tra i primi a mandare il loro contributo video a supporto dell’associazione Dietro le Quinte, di cui ho ampiamente parlato in vari post precedenti. Così li ho chiamati, per sapere come stanno gestendo lo stop forzato…

Gli America in concerto – Foto di Christie Goodwin

Ciao Dewey, ciao Gerry, come state vivendo questo strano periodo? Dove vi trovate?
Gerry: «Ciao Beppe, bello sentirti! In questo momento mi trovo a Sidney con mia moglie Sally e i suoi bimbi. I miei due ragazzi sono rimasti a Los Angeles. Lei era partita prima per l’Australia, a metà aprile, dopo cinque settimane di lockdown a Los Angeles».
Dewey: «Stiamo cercando, come la maggior parte delle persone nel mondo, di limitare la nostra potenziale esposizione al virus. La band e tutta la crew si trovano nelle loro rispettive case, vivendo questa situazione giorno per giorno.

Componete, vi scambiate idee per nuovi progetti?
Dewey: «In occasione del cinquantesimo anniversario della band abbiamo realizzato vari progetti  (come l’uscita di 50th Anniversary: The Collection, album celebrativo uscito nel luglio 2019, n.d.r.) e molti altri sono in fase di sviluppo. Abbiamo trascorso molti mesi con il nostro archivista, Jeff Larson, a rivedere scatole di nastri, cassette, dischi rigidi, video, film Super 8… Il cofanetto più grande si chiama Half Century e include molte canzoni e immagini inedite. Di recente abbiamo pubblicato la nostra biografia autorizzata America-The Band scritta da Jude Warne (con prefazione di Billy Bob Thornton, n.d.r.).
Gerry: “Mi sono finalmente allestito il tanto agognato studio di registrazione a casa, a Sidney. Un normale banco e un Mac da 16 pollici, collegati e funzionanti… E il risultato è che sto realizzando, dopo anni, delle registrazioni davvero nuove… tutto ciò è molto divertente!».

Credo che il lockdown, sia stato anche un’opportunità: ripensare la propria vita, riconsiderare le priorità, un momento di meditazione…
Dewey: «Sono d’accordo. Nella mia vita non mi è mai capitato tutto quello che sto vivendo ora, che è, in egual misura, liberatorio e frustrante. Siamo stati costretti a rallentare e a lasciare passare i giorni con una nuova velocità».
Gerry: «Hai ragione Beppe… ci è stata data la possibilità di trovare quello che davvero conta nelle nostre vite. Tutti in questo settore hanno perso il lavoro “dal vivo”, ma so anche che non possiamo farci niente per ora. Dispiace dirlo, ma è così…».

America – Foto di Christie Goodwin

Già, non si fanno più concerti, la “cultura attiva” come l’abbiamo conosciuta stenta a ripartire. Si tornerà alla vecchia maniera o ci sarà un’evoluzione nel modi di divulgare la cultura e soprattutto la musica?
Gerry: «Penso che la maggior parte di noi voglia tornare il più presto possibile a quello che era la  normalità; ma che cosa significhi ciò e quando ci si arriverà sono grosse domande che non hanno risposte certe. Noi dovremmo fare un lungo tour in Europa nell’estate del 2021… lo speriamo e preghiamo per questo!».
Dewey: «È difficile prevedere come la nostra cultura verrà cambiata dalla pandemia. Penso che le persone mature, come noi, dovranno impegnarsi a cambiare molto più delle generazioni più giovani, per il solo fatto che noi abbiamo più esperienza di vita da confrontare. Comunque, sono convinto che ci adatteremo e apporteremo tutte le modifiche necessarie per stare fisicamente bene. Resteranno per molto tempo le preoccupazioni sugli assembramenti, il ritrovarsi in molti in uno stesso luogo. Avremo, certo, sempre accesso alla musica e all’arte, in una forma o nell’altra perché viviamo in un’era di comunicazione di massa».

Che tipo di musica state ascoltando ultimamente?
Dewey: «A esser sinceri, non ne sto ascoltando molta in questo periodo. Passo la maggior parte delle mie giornate all’aperto, in mezzo alla natura. Quando cerco musica di solito è per guardare una performance dal vivo su YouTube di un vecchio artista o una band che mi piace… chiamala pure reminiscenza!».
Gerry: «Ne sto ascoltando un sacco, la mia musica preferita. Come Wilco, uno che va a mille, non si scollega mai! E poi… ripasso le colonne sonore di Ennio Morricone, scomparso recentemente. Lui ha molto influenzato le mie composizioni. Le sue musiche per Bugsy, The Mission, Nuovo Cinema Paradiso restano le mie favorite».

Ho visto le vostre dichiarazioni spontanee in favore delle maestranze dello spettacolo attualmente senza lavoro (per ascoltarle cliccate sulle foto qui sotto). Un tour è un grande spettacolo, state insieme per giorni, diventate tutti una grande famiglia…
Dewey/Gerry: «È vero, ci manca l’aspetto “fisico” del tour, lo stare insieme con i nostri amici, il viaggiare in posti nuovi e in quelli già conosciuti, suonare la nostra musica…».

L’anno scorso avete raggiunto un anniversario importante, mezzo secolo di America. Una vita di lavoro, musica e amicizia…
Dewey: «Sono invecchiato nel business della musica. Abbiamo iniziato l’avventura America da adolescenti e per me è stato straordinario aver raggiunto i 50 anni di registrazioni e tournée in tutto il mondo. Significa molto: abbiamo stretto molte amicizie, collaborato con altrettanti musicisti e tecnici in questi decenni. Non vedo l’ora di riprendere da dove avevamo interrotto il 12 marzo 2020!».
Gerry: «Cinquant’anni sono qualche cosa che vale chiaramente la pena celebrare. Dewey e io siamo stati molto fortunati in questo nostro lungo “viaggio” e, ovviamente, entusiasti al pensiero che l’Italia abbia giocato un ruolo così importante della nostro storia».

Qual è il vostro album favorito degli America?
Gerry: «Ne ho due: Homecoming, il nostro secondo lavoro, credo sia molto forte e coerente, perché riassume le nostre migliori caratteristiche. Adoro anche Here&Now disco prodotto per noi dal compianto Adam Schlesinger (dei Fountains of Wyne, mancato lo scorso primo aprile a 52 anni per colpa del Covid19, n.d.r.) e il grande, grande James Iha (chitarrista dei The Smashing Pumpkins, n.d.r.): penso che abbia rappresentato uno dei nostri migliori lavori degli ultimi anni».
Dewey: «Continuo a pensare e ne sono sempre più convinto che sia stato il nostro primo album, America. Un altro disco che davvero mi piace molto è Human Nature (14esimo in studio della band, uscito nel 1998, n.d.r.)».

America – Foto di Christie Goodwin

Avete voglia di parlarmi un po’ di Dan Peek, della sua scelta di lasciare la band all’apice del successo in cerca di altri valori?
Dewey: «Dan è stato uno dei membri fondatori della band. Eravamo tre grandi amici che hanno condiviso le esperienze della vita insieme fin dall’adolescenza. Ed era un musicista di talento, intelligente che sapeva anche essere divertente. Credo che il grande successo della band abbia schiacciato Dan. Ci siamo tutti dovuti adeguare alle fatiche dei tour, alla necessità di scrivere nuove canzoni, fare nuovi album. E, allo stesso tempo, stavamo anche sviluppando le nostre vite personali, sposandoci oppure creando relazioni “off the road”. Nel 1977 Dan ha deciso che non voleva più tenere quel ritmo. Così ha iniziato un nuovo viaggio che includeva il seguire le sue credenze religiose…».
Gerry: «Onoriamo l’immenso contributo che Dan Peek ha dato ogni singola notte (quando suonavamo insieme nei concerti). Io e Dew abbiamo bei ricordi di Dan, lui era un uomo davvero divertente».

In Italia avete tanti fan. Cosa vi piace del nostro Paese? Avete spesso dichiarato che vi piace venire a suonare qui…
Dewey: «Fin dalla prima volta che abbiamo girato l’Italia in tour abbiamo concordato che è un Paese bellissimo. Le magnifiche città e i borghi storici adagiati su terreni e coste meravigliose lo rendono geograficamente attraente. Poi le persone, le tradizioni, la cucina danno una buona energia a tutti noi. Ci divertiamo sempre durante i nostri viaggi in Italia e non vediamo l’ora di tornare di nuovo nel 2021…».
Gerry: «L’Italia è e rimarrà sempre una delle nostre tappe favorite durante i nostri viaggi e tour. Anche se adoriamo il cibo e la storia, la gemma più preziosa sono le persone, gli italiani: hanno così tanto amore per la vita!».

La situazione negli Stati Uniti, con l’esplosione della pandemia, le rivolte, un razzismo dilagante, non è delle migliori. Cosa sta succedendo?
Gerry: «Siamo tutti rattristati per la dura situazione in tutto il mondo, in modo particolare per i nostri amici e familiari negli States. Anche se io e mia moglie la stiamo vivendo dalla nostra casa di Sidney ogni giorni ci informiamo sull’andamento e i numeri della pandemia. È una tragedia in evoluzione. Ci troviamo tutti nel mezzo della storia oggi, che lo vogliamo o meno…».
Dewey: «Gli Stati Uniti stanno certamente attraversando un grande momento di transizione. La pandemia e lo stop della vita economica e sociale hanno focalizzato l’attenzione delle persone su problemi già esistenti nella nostra società, che ora richiedono dei cambiamenti. Penso che il nostro Paese sia ancora molto giovane rispetto a un luogo come l’Italia. Abbiamo molte questioni sociali ancora aperte, come il razzismo e il diritto all’uguaglianza. Fino a quando non saranno risolte, le tensioni non cesseranno».

Weekend in musica/ Tre nuovi album per una domenica “casalinga”

“È un mondo difficile, che vita intensa, felicità a momenti e futuro incerto”, recitava il mitico Tonino Carotone in Me Cago En El Amor nel lontano 1999. Dopo 21 anni il mondo è sempre più “dificile”, la “vida intensa”, quarantena a momenti e, soprattutto, futuro “incierto”. Dunque, non ci resta che la musica. Per il fine settimana condivido con voi tre album freschi di uscita, diversi tra loro, ma giusti per vivere un weekend più… leggero.

Partiamo con James Taylor. A 50 anni di distanza dal suo secondo lavoro, Sweet baby James, pubblicato il 1 febbraio del 1970, proprio ieri è uscito American Standard, suo 19esimo album in studio, 14 brani per 45 minuti di ascolto, canzoni vecchissime, diventate dei classici negli States e nel resto del mondo. Brani interpretati da grandi musicisti ed eccelse voci che il settantunenne James ha rivisitato in modo minimal, affascinante, gentile, vellutato come solo lui riesce a fare. Ascoltatelo tutto, magari mentre fate colazione, o, ancora meglio, appena svegli, quando oziate la domenica mattina nel vostro “candido lettino” (ricordi alla Francesco Guccini). Un percorso musicale d’antan reso attuale con la coerenza sintattica del magico folksinger. Ne cito tre: It’s Only a Paper Moon, brano pubblicato nel 1933 da Harold Arlen, riproposto dai grandi nomi della musica Usa, da Nat King Cole a Ella Fitzgerald, ma anche da Paul McCartney (ascoltatela qui nella versione dell’ex Beatles) e dallo stesso Taylor, alcuni anni fa. Oggi, essenziale, meno jazzata ma con il giusto ritmo. Anche Teach Me Tonight, composta nel 1953 da Gene de Paul, canzone interpretata da moltissimi artisti tra cui Al Jarreau, Liza Minelli, Stevie Wonder, Amy Winehouse (qui la sua splendida versione), trova una nuova vita negli arpeggi di Taylor. Infine, My Blue Heaven di Walter Donaldson del 1924, vero “inno” proposto da Doris Day, Jerry Lee Lewis e persino dagli Smashing Pumpkins (ascoltateli qui). Fischiettando le melodie Tayloriane potete alzarvi e dedicarvi al pranzo domenicale aumentando il ritmo…

Ed eccoci al secondo disco. Una sorta di bomba sonora, veloce, punk al punto giusto anche nella durata del lavoro, dieci brani in appena 27 minuti. Il nuovo lavoro dei Green Days, Father Of All Motherfucker – nessun riferimento al presidente Trump, assicura il frontman Billie Joe  Armstrong – uscito il 7 febbraio, è un piccolo concentrato di energia allo stato puro, un tornado che passa veloce ma che poi, alla fine, senti che ti manca e vorresti rituffarti nel vortice ancora e ancora. Carburante extra strong per orecchie e buonumore, anche se non è uno dei migliori lavori della band di Berkeley. Billie Joe, Tré Cool e Mike Dirnt sfoderano tutto il loro impegno di ottimi “manovali” del ritmo. Divertitevi con il brano che dà il titolo al disco

Quando la domenica volgerà a sera, seduti sul vostro divano, dedicate 20 minuti per assaporare le quattro canzoni di Bestiario d’Amore, EP pubblicato da quel geniaccio di Vinicio Capossela il 14 febbraio. Più che un disco, è una mini opera fantastica, un’infilata di suggestioni musicali e fonetiche che ti portano a viaggiare in mondi immaginari, scene flash che ognuno si può montare cavalcando la propria creatività e fantasia. Vinicio nelle vesti di un trovatore medievale si muove leggiadro in queste narrazioni compresse. Il titolo e i testi sono ispirati al duecentesco Bestiario d’amore del poeta francese Richard de Fornival. Animali veri e fantastici per raccontare suggestioni d’amore… «Bestiario d’amore, l’amore è un bestiario che imbestia le ore», canta il musicista d’origini irpine nato ad Hannover 54 anni fa. Ascolate  – e guardate le illustrazioni di Elisa Seitzinger – qui Bestiario d’Amore