Federico Ortica: la frontiera della musica? Tra legno e acciaio

La foresta di Piegaro in Umbria

La risonanza prima del suono. Il suono prima della musica. Per chi si occupa di composizione elettroacustica la ricerca del suono prodotto grazie alle vibrazioni degli elementi più improbabili, dagli alberi all’acciao, equivale alla ricerca del sacro Graal. Ore e ore di pazienti registrazioni, studi di sensori creati appositamente, software complessi. Il tutto per riuscire a carpire un suono che potrà poi esprimersi in una melodia, quindi, provocare emozioni, riflessioni, ma anche studio e composizione. Un percorso ad anello che guarda oltre il prevedibile… 

Questa ricerca è la materia di insegnamento (e studio continuo) di Federico Ortica. Perugino, 40 anni, musicista – ha studiato percussioni e musica elettronica – ed è docente di Composizione Elettroacustica al Conservatorio Francesco Antonio Bonporti di Trento. Federico è anche un sound designer, le sue performance sono viaggi sonori e visivi che richiedono mesi di preparazione e che creano una solida connessione tra geofonia, paesaggio sonoro e suono sintetico. 

Uno dei lavori che ha fatto molto parlare di lui qui in Italia, è quello che ha presentato nel luglio 2018 nella foresta di Piegaro, in Umbria, 146 ettari di bosco di proprietà della famiglia Margaritelli, la stessa del marchio Listone Giordano, brand di pavimenti in legno di lusso (una delle eccellenze italiane). Dal 2017 alcuni alberi di questa foresta protetta sono oggetto di studio e di esperimenti scientifici per monitorare la salute dell’ecosistema e, dunque, il benessere del territorio. 

In quest’angolo sospeso, il bravo Ortica ha stupito e coinvolto i presenti in una performance notturna per certi versi straordinaria. L’artista ha ripetuto lo spettacolo anche in Trentino, a Fai della Paganella, nel settembre dello scorso anno a Orme, il festival dei Sentieri, con una rappresentazione simile, Resonantrees, dove ha fatto suonare e “muovere” visualmente dei faggi anche grazie al video mapping curato da Andrea Marchi, esperto di progettazione e video.

Federico Ortica

La materia d’insegnamento e la sua attività artistica mi affascinano molto, quindi ho deciso di chiamarlo e di farmi raccontare il suo modo di fare musica.

Di solito si suonano strumenti fatti con il legno di alberi ma non l’albero stesso…
«Uno degli aspetti del mio lavoro è fare ricerca sulla risonanza dei materiali. Risonanza vuol dire anche mettere in vibrazione un determinato oggetto e capire in che modo può entrare, appunto, in risonanza. L’albero in sé è una forma di vita apparentemente immobile. Ha un’altra funzione nella sua vita, non certo quella di produrre suoni. Così ho modificato dei piccoli trasduttori che fissati nel legno possono sia captare che trasmettere suoni…».

Cioè fai diventare l’albero un diffusore acustico?
«Praticamente sì. Tramite un trasduttore, un dischetto fissato nella corteccia, collegato a un amplificatore e al computer, come si collegherebbe normalmente una cassa acustica. Invece di far vibrare il cono della cassa, induce vibrazioni nella pianta. Questi oggetti non sono invasivi, non compromettono la salute dell’albero, ma sono sufficienti a trasmettere un suono dentro al tronco. L’albero è una cassa acustica molto particolare, il suono si diffonde dalle radici ai rami e, in base alle frequenze, esprime suoni».

L’installazione dei trasduttori – Frame video

Sono anni che si studiano questi fenomeni…
«Certo. Queste esperienze servono a far capire cosa ci dice la natura. Ci sono molti colleghi che fanno lavori incredibilmente interessanti. Uno di questi è David Monacchi che nella sua lunga ricerca ha progettato anche un luogo “Sonosfera” ospitato nei Musei Civici di Pesaro, a Palazzo Mosca, dove possono essere ascoltate queste registrazioni o lo spagnolo Francisco Lópezmusicista e uno dei massimi esperti nella captazione di suoni. Per preparare la performance nel bosco di Piegaro mi ci sono voluti mesi. Ho fatto molte registrazioni in periodi diversi e in varie ore del giorno, che poi ho lavorato e rielaborato, un mix composto da soundscape naturali e suoni di sintesi digitali».

Fammi capire: gli alberi stimolati producono dei suoni che vengono lavorati digitalmente e poi, durante la performance reintrodotti nell’albero che ha la funzione di una cassa acustica…
«In sintesi sì. La cosa interessante è che quando ascolti in sistemi composti da quattro o sei casse avverti nitidamente da dove proviene il suono perché queste sono disposte in un determinato modo. Con gli alberi, invece, non riesci a stabilire una diffusione lineare, non senti da che parte arriva il suono, è un continuo rimbalzare di onde sonore che creano una spazializzazione indefinita ma avvolgente. La cosa interessante per il pubblico è che può interagire abbracciando gli alberi, sentendo le loro vibrazioni. Èd è una bella sensazione appoggiare l’orecchio al tronco e sentire i suoni che vengono da dentro».

Federico Ortica fa suonare gli alberi di Piegaro – Frame video

Quanti trasduttori metti in un albero?
«Sono diversi, dipende dal tipo di albero e dalla grandezza del tronco, di solito una ventina per una questione di potenza, di watt: trasmettendo frequenze diverse nello stesso albero si possono anche ottenere battimenti e illusioni acustiche molto interessanti. Con suoni molto gravi senti vibrare le radici sotto i piedi».

Hai lavorato anche con altri materiali oltre agli alberi?
«Ho iniziato con lastre di acciaio armonico di un metro per un metro per uno spessore di 0,5 millimetri. Le appendo e le metto in vibrazione tramite trasduttori, mentre proietto immagini sulle lastre stesse… sono installazioni immersive».

Solen – Installazione con lastre di acciaio armonico

Di cosa ti stai occupando ora?
«Sto lavorando a un progetto che mi sta affascinando molto: riuscire a prendere il suono dentro l’albero e sentire, tramite delle casse acustiche, cosa succede all’interno di una pianta. È straordinario percepire quanta attività ci sia lì dentro! Per ora ho registrato il rumore dell’acqua che passa all’interno, ma anche i micromovimenti della pianta. In cuffia riesci ad ascoltare nitidamente anche una foglia che si muove. Sono suoni affascinanti che permettono di vedere l’albero come una forma di vita attiva, anche se apparentemente è immobile. Applicando certi tipi di microfoni, ad esempio, in giornate ventose, senti scricchiolii tremendi, sembra che debba spaccarsi tutto da un momento all’altro, e anche a volumi molto alti».

Poi registri e rielabori?
«Quando sintetizzi i suoni perdi il romanticismo dell’attimo in cui li ascolti dal vivo, in cuffia. Trascuri il lato emozionale che puoi avere in una situazione in tempo reale. La natura ha un milione di suoni in più non controllati dall’uomo, il quale, per inciso, ci sta mettendo un bell’impegno per rovinare tutto ciò. L’inquinamento acustico è diffuso, c’è una tonica di sottofondo formata purtroppo dal rumore del traffico, un bordone a cui ormai non facciamo più caso. Nella foresta di Piegaro o anche al Fai della Paganella, per esempio, è stato bello trovare una tonica di sottofondo costituita da suoni della natura».

Momento della performance nella foresta di Piegaro – Frame video

Breve divagazione sulla composizione elettronica, tua materia di insegnamento, cosa mi dici?
«Ormai comprende tanti stili e ruoli diversi. Anche nel pop c’è un uso supermassiccio. Fino a qualche anno c’era molta distinzione fra musica elettronica considerata colta e quella più pop considerata non colta. Per fortuna la rigida e inutile divisione sta scomparendo e stiamo assistendo a una contaminazione molto interessante. Tradotto nel lato musicale, significa poter spaziare in tutti questi nuovi campi – sound design, clubbing, sound art, installazioni sonore, performance, sensistica varia dei new media art. Chi progetta e compone un suono si deve confrontare con tutte queste realtà. Posso dirti che l’oceano della composizione elettronica è pieno di raffiche interessanti che arrivano da tutte le direzioni ed è difficile mantenere una traiettoria. È fondamentale sapersi orientare per ricercare il vento giusto che ci spingerà nella rotta che abbiamo in testa».

Che genere di musica ascolti?
«Tutto, perché tutto ha un perché. Se vuoi utilizzare il suono in modo originale devi ascoltare – e tanto – per capire dove sta andando il mondo. Comunque un artista che trovo molto interessante, nel mio campo di interesse è sicuramente Ryoichi Kurokawa (classe 1978, nato in Giappone ma vive e lavora a Berlino, n.d.r.). Ascoltatelo qui in al-jabr (algebra).

Musica e Solidarietà/Una canzone per Medici Senza Frontiere

La quarantena  ha avuto anche effetti positivi. Qualcuno inizierà a tirarmi pietre e parole, ma è vero: è stata una grande opportunità per guardarsi dentro e riflettere.

Un lavoro difficile da fare e che probabilmente abbiamo sempre rinviato adducendo milioni di scuse (llavoro, famiglia, stress…). Non la faccio lunga: tra i “positivi”, e non nel senso del virus, di questo lockdown possiamo annoverare sicuramente un gruppo di amici di diverse nazionalità, che si sono ritrovati (ciascuno a casa sua) per suonare e cantare un brano con uno scopo: raccogliere fondi per Medici Senza Frontiere, onlus attiva in oltre 70 Paesi nel mondo, tra Europa, Africa, Medio Oriente, Asia, Oceania e Sudamerica, per far fronte alle emergenze derivate dalla pandemia in corso.

Tutto è partito da un italo francese Max DB, chitarrista, ingegnere del suono, compositore e produttore franco- italiano, che vive a Parigi dove lavora come ingegnere del suono per le maggiori emittenti televisive francesi (TF1, M6, France Television). Nella sua quarantena ha composto un pezzo. «Ho chiesto a Johnny, mio amico fin dal liceo, di scrivere il testo», spiega lo stesso Max. Per la cronaca, Johnny Stein è un americano-danese- francese che vive a Parigi, lavora all’OCDE (The Organisation for Economic Cooperation and Development), ma è anche un bassista, cantante, scrive musica per divertimento e suona da sempre in band pop-rock.

Così è nata Come Whit Me, Stay Home Free. Ai due autori si sono affiancati altri amici e musicisti di diverse nazionalità. Racconta sempre Max: «C’è Manu, franco-portoghese, Liz americana,  Emanuela italiana, e poi ci sono Jean Luc, Pierre e Carole, francesi, i figli di  Johnny e Leo, irlandese, Luc e  Alannah… È stato un super lavoro mettere insieme tutti, ma ne è valsa la pena».

La raccolta  fondi avviene attraverso la piattaforma eppela.com (Come With Me – stay home free aiuta Medici senza frontiere). La causale di donazione non limita la raccolta all’Italia ma estende il ricavato all’emergenza covid19 in tutto il Mondo.

Quello che ci stanno insegnando i live streaming

Ieri sera, con Rufus Wainwright si è chiusa un’edizione “straordinaria” di Piano City, battezzata Piano City Milano Preludio 2020. L’evento dal vivo che in pochi anni s’è affermato come uno dei principali appuntamenti musicali del capoluogo lombardo si terrà, covid19 permettendo, in autunno.

Questi tre giorni di maggio (22/24), le date tradizionali, si sono tenute lo stesso, in live streaming. In alcuni casi, d’ottimo ascolto, in altri tremendamente metallici, tanto da risultare anonimi. C’erano grandi nomi da Remo Anzovino, a Boosta, da Rosey Chan a Chilly Gonzales (la sua lezione al pianoforte è stata davvero interessante), Silas Bassa, Ludovico Einaudi, s’è aggiunto anche Vinicio Capossela, assieme a tanti altri musicisti. 

In questi mesi di quarantena la musica ci ha fatto sempre compagnia, dalla classica al pop, passando per rock e jazz, rap e contemporanea, artisti da tutto il mondo si sono esibiti collegandosi da uno smartphone o da un computer, come tanti “busker” nelle loro case, chi davanti a un pianoforte, chi con una chitarra, chi con una base pre-registrata. Come per molte altre cose (tante, a dire il vero) la quarantena ci ha obbligato a rivedere il nostro modo di vivere, guardare, ascoltare.

In particolare, nel live streaming abbiamo ascoltato – e visto – super musicisti, rockstar, popstar in versione casalinga, come mai ci saremo aspettati di immaginarli. Si esibivano per rimanere sostanzialmente vivi e presenti, una necessità bilaterale, a dire il vero… È come se improvvisamente, dai potenti diffusori digitali si fosse passati alle prime radioline portatili, gracchianti, metalliche, prive di colore e profondità. L’uomo, come tutti gli esseri viventi di questo mondo, ha una buona capacità di adattamento.

In questo momento, come hanno ricordato in tanti, anche la musica è profondamente penalizzata. Non sto pensando ai soli artisti, alle pop star milionarie, ma a chi contribuisce a renderli tali. Ad esempio, i tecnici, fonici, light designer, coloro che lavorano dietro al palco per garantire una performance perfetta a una band, un’orchestra, un cantante. E anche ai turnisti, musicisti e coristi, che vivono di palco in palco. Queste persone, altamente professionali, oggi non hanno voce, non hanno un sindacato che li difenda né una valida prospettiva per almeno un anno. Bisognerà fare qualche cosa.

Ci sono un po’ di idee in giro tra gli addetti al settore: per esempio, l’ultima arrivata proprio oggi, 26 maggio, quella di Machete Aid on Twitch, 12 ore di diretta streaming, venerdì 5 giugno dalle 15 sul canale @MacheteTV di Twitch, per raccogliere fondi a supporto «del settore musicale italiano, messo a dura prova dall’emergenza sanitaria causata dal COVID-19», come spiegano gli organizzatori della crew hip-hop. Sempre i vulcanici ragazzi: «Durante la diretta interverranno vari artisti e personalità provenienti dal mondo della musica, dello spettacolo, dell’eSport, della cultura e delle istituzioni». Ci sono altre raccolte fondi in corso, come quella di Music Innovation Hub, ma ne parleremo a tempo debito…

A proposito di live streaming leggevo un interessante articolo di Alex Ross, critico musicale del New Yorker proprio su tutti questi argomenti. Il titolo? Concert in the Void, “Concerti nel vuoto”. Ross nota come queste esibizioni siano il più delle volta tremende, persino imbarazzanti, perché non accuratamente microfonate, con una scena difficile, le case di ciascuno, che distraggono l’ascoltatore, contribuendo a ridefinire sostanzialmente il concetto di ascolto. Però, scrive l’autore, «Documentano, con il potere obliquo che le arti possiedono, una straordinaria fase umana nella storia. La loro mera esistenza è incoraggiante e, a volte, raggiungono un potere sorprendente».

In effetti, la quarantena ha scatenato la creatività di artisti come Florent Ghys, musicista francese di 41 anni, che in questi giorni ha pubblicato in rete alcune sue composizioni basandosi su un coro molto particolare, che lui ha battezzato Cats&Friends (sì un coro di animali!), rielaborando brani di maestri come Erik Satie (Gymnopédies), o lo Stabat Mater di Pergolesi. Possono far inorridire i puristi, ma sono un uso “virtuoso” del mezzo a disposizione per comunicare, provocare, far riflettere…

Ricordate l’intervista a Fabrizio Sotti che ho pubblicato qualche giorno fa? Richiamava la “classe media della musica” e il rischio che questa, in appena un anno, possa venire cancellata definitivamente. Lui parlava del jazz. Zach Finkelstein, un tenore di Seattle, ha aperto un blog, The Middle Class Artist, dove discute, collega, provoca, cerca di tenere insieme, appunto, la classe media degli artisti, gli onesti lavoratori del palco e delle sale d’incisione per cercare una via d’uscita alla crisi.

E andiamo a concludere: i live streaming casalinghi dunque servono? Nel lockdown sono stati essenziali per moltissime persone (e lo sono tuttora). Hanno aiutato artisti e pubblico. Ma è stata una fase, e in quanto tale, questa deve essere superata. Con la fine delle varie quarantene sarà possibile continuare sulla strada del live streaming, magari fatto in modo professionale con tutti i lavoratori della musica protagonisti, dalla star al fonico, così si potrà ascoltare un’esibizione perfetta, pagandola, sì, pagandola!, come si paga un qualunque film sulle piattaforme. In attesa di ritornare ad affollare teatri, club o super concerti.

Kaso, l’intervista: un nuovo disco, “Funziona” e la voglia di raccontare

Nel variegato mondo del rap è un tipo po’ anomalo. Innanzitutto, pubblica solo quando ha qualche cosa da dire, che a suo pensare possa risultare interessante (e già questo delinea il personaggio). Secondo: non insegue la notorietà, semmai è perdutamente infatuato della musica, il funk, il soul, l’hip hop old style, generi con cui convive fin da ragazzo, pur apprezzando le nuove pieghe dell’hip hop versione 3.0. Terzo: lavora nel sociale, e, credetemi, non è un lavoro facile, bisogna avere un bell’equilibrio interiore e una gran spinta motivazionale.

Dunque, riassumendo, un rapper a tutti gli effetti, una lingua sciolta che in rima rende plastici i concetti, costruendo storie che si riescono a “vedere”, introspettivo e caustico, mai assoluto e sentenzioso. Basta la pianto qui. Per tutti questi motivi, ha attratto la mia attenzione anche perché, dopo aver rilasciato un brano, Sono a casa Mamma, tra meno di una settimana, il 27 maggio, uscirà il suo nuovo album, Funziona. Lui è Kaso, di nome Fabio, originario di Varese, bella fucina di rapper, “operativo” in musica e versi dalla fine degli anni Novanta, quando ha dato vita a una fortunata coppia, Kaso & Maxi B, lo svizzero-italiano Maximiliano Bonifazzi, amicizia e collaborazione che coltiva ancora oggi.

frame da “Niente da dire”

«Ho perso l’obiettivo, il rap cambiava veloce, non capivo quel che sentivo, faceva schifo…». In Niente da dire, brano uscito nel marzo dello scorso anno rappavi così, davanti al bancone di un bar di paese…
«Avendo una quarantina d’anni mi adeguo al mio pubblico (scherza, n.d.r.). Non mi ritengo un rapper con i paraocchi. Il rap è una grande casa che ospita e continua a ospitare molte voci. E sono convinto che abbia ancora una storia da scrivere. I miei riferimenti sono alla musica black, il soul, il funk… Per la mia storia e per formazione ho avuto a che fare con gente del rap “classico”, passami questo termine, ma anche con giovani come Massimo Pericolo (27 anni di Gallarate, al secolo Alessandro Vanetti, n.d.r.): è uno delle mie parti ed è bravo…».

Chi, a tuo parere, emerge in questo mondo così affollato e complicato?
«Apprezzo chi ha una storia da raccontare, ovviamente con stile, determinante per fare questo genere di musica. Io suono più Elettronico, “groovoso”, legato, come ti dicevo alla black music. La trap non parla direttamente a me. Se non si ha nulla da dire, a mio parere, meglio stare zitti».

Tu e Maxi B. Avete fatto un pezzo della storia del rap agli inizi del Duemila…
«Con Max ci conosciamo dagli anni Novanta, allora registravamo in vinile! Anche nel mio nuovo album c’è un pezzo cantato con Maxi. Insieme abbiamo costruito una comunione di due anime diverse. Io sono “conscious”, attento al messaggio, lui, invece è molto diretto, crudo. Insieme abbiamo dato colori ed emozioni anche all’interno di una stessa canzone. Ci siamo ritrovati in varii brani e anche in questo album. Siamo complementari, mi piacciono i contrasti, i cortocircuiti, i percorsi poco lineari che hanno le persone, e anch’io mi ci metto dentro, senza per forza cercare un’ostentata coerenza…».

E qui entriamo nel tuo nuovo album, Funziona.
«Esatto, il titolo e anche la cover, che vedrete, ha come concetto proprio questo, il desiderio di far voler andar bene tutto, salvo poi andare in cortocircuito. Sai, i rapper hanno sempre uno spiccato senso critico verso la società, e io anche verso me stesso. Quelle che evidenzio sono cose vere ma probabilmente sono anche una sorta di giustificazione di me stesso. È inutile continuare a fare musica tanto per farla, poi finisci che fai uscire brani che durano poco e vengono dimenticati».

Sei severo con te stesso…
«Sì, ma posso dire, eccomi qua, non mi sono fatto sentire da un po’ ma sono qui, con qualche cosa da raccontare».

La tua canzone che anticipa l’uscita del disco è una metafora…
«Sono a casa mamma è un omaggio al genere hip hop. È una grande casa che accoglie tutti. La metafora della mamma è la più calzante per descrivere cos’ha rappresentato per me: ha contribuito alla mia identità ed è diventato anche un “luogo” musicale che posso chiamare “casa”».

Fabio, tu hai anche un altro lavoro, oltre a fare il musicista…
«Mi occupo di sociale dal 2002, lavoro con vite al limite, attualmente mi occupo di minori che hanno commesso reati e rifugiati, sempre giovani, tra i 19 e i 25 anni”.

Con questo impiego non sarà difficile trovare storie da raccontare…
«Non è facile per me conciliare il sociale con la musica, per come sono fatto io c’è una sorta di rispetto e pudore nel fare riferimenti nei miei testi alle storie di queste persone. Pensa che molti di loro sono anche miei fan. Gli domandi che musica ascoltano e capita che ti dicano: Kaso! È anche divertente… Sai, lavorare con ragazzi e ragazze che hanno storie molto pesanti ti porta a due scelte, per come la vedo io: o fare il guerriero, dare un approccio politico, oppure, senza mettermi il paraocchi, approcciarmi alla musica in senso libero, avendo anche la possibilità di realizzare qualcosa di più leggero».

Hai deciso di fare questo lavoro per scelta?
«È stata una mia decisione e l’ho fatto per due motivi: la musica hip hop ha un forte valore sociale anche per chi ha scarse competenze musicali. È un genere accessibile che ha permesso anche alle persone “ignoranti” di musica di approcciarsi a una forma libera di espressione. Ribadisco il forte valore sociale della break dance o quello dei graffiti. Non esistevano scuole che ti insegnassero, era una sorta di “pedagogia circolare”, tutti imparavano da tutti, si cresceva insieme… L’altro motivo è che penso di avere un talento innato per questo mestiere, mi viene facile. Pensa che nello scrivere testi sono molto più lento…».

Torniamo a Funziona
«I progetti musicali nascono da un’esigenza e uno stimolo. In tutto questo c’è anche il mio collega “musicale” Mauro Banfi, tornato a casa, nelle mie zone, da Londra dove ha vissuto per molti anni. Lui è un bravo musicista di estrazione jazz e con lui sto collaborando da un po’, ci conoscevamo da anni e con il suo ritorno abbiamo iniziato a parlarci, a fare progetti insieme con un obiettivo: riportare nel mondo del rap il groove, abbinato con qualcosa di fresco. Abbiamo curato molto  e preparato anche l’aspetto “live”: penso che il rap dal vivo possa dare ancora molto. Quindi, quando ritorneremo a suonare dal vivo, lo farò con una band, creando uno show che possa incuriosire lo spettatore e che apprezzi il rap come una musica suonata. I rapper sono intrattenitori di loro, se in più ci metti anche i musicisti diventa qualcosa di grande. Salmo dal vivo è una potenza proprio per questo».

Ci sarà, dunque, rap con escursioni jazz?
«Sì, non solo, ma sempre riportati al groove. Nello spettacolo dal vivo avere dei musicisti sul palco fa sentire il rapper molto più libero di muoversi ed esibirsi. È una bella sfida spaziare su diversi mondi…».

Anche tu suoni…
«Sono cresciuto utilizzando il campionatore. Da ragazzino avevo iniziato a suonare la tromba. Mi piaceva, ma non al mio vicino che, per lavoro, faceva anche i turni di notte. Così mi ha fatto capire che forse era meglio che cambiassi strumento. Allora sono passato alle tastiere. Che ho suonato anche in un gruppo funky rock, gli Hoptelpry. Le tastiere le riutilizzo ancora, e le fondo con il campionatore, credimi, molto meglio per i diritti d’autore (scherza, n.d.r.)».

Una curiosità, anche in questa copertina ci sarà il colore giallo? È una sorta di marchio di fabbrica…
«Non ti anticipo nulla sulla cover, uscirà tra pochissimo, comunque sì, c’è del giallo. Questa è un’altra storia, il giallo è arrivato per caso, quando io e Maxi producevamo vinili, lo stampatore sbagliò colore e ce li fornì tutti gialli. A nessuno piaceva questo colore ma ci siamo convinti quando ci ha detto: “è stato un errore, scusate, ma vi facciamo uno sconto”. Da allora abbiamo fatto diventare il giallo una sorta di marchio identificativo. Nei concerti c’era quel colore. Con Maxi abbiamo pubblicato un album dal titolo Preso Giallo, che in slang torinese significa “prenderla male”, io ho pubblicato un disco dal titolo Oro Giallo, il mio marchio è giallo…».

Domanda inevitabile, che cosa ha lasciato questa pandemia nella musica?
«Spero che dopo quest’esperienza che ha coinvolto tutti, possa nascere all’interno del settore un senso di unità per creare qualcosa di nuovo, di più solido. Rinascere con più consapevolezza, penso anche nella gestione dei diritti d’autore. Sono una persona che non invidia i colleghi che hanno avuto grandi successi, sono felice per loro».

Cosa ti aspetti?
«Chi lo sa! Sia a livello locale sia in quelli più alti bisogna cercare di riconoscere che quello del musicista è un lavoro a tutti gli effetti, un mestiere come tanti altri. Perciò bisogna cercare di renderlo dignitoso. Ma è una rivoluzione di pensiero che deve partire dagli stessi artisti».

Tre album da… trasporto spazio temporale!

Oggi è il grande giorno: finalmente liberi! Giusto? Pensatela come volete, non sono in vena di celebrare nuove semilibertà. E, se devo essere proprio sincero, la quarantena o lockdown come vogliate chiamarlo, mi ha dato, oltre alle ansie iniziali, anche la possibilità di meditare su tutto. Avere, per esempio, la libertà di essere trasportato in mondi (musicali, culturali) sconosciuti, trasporti spazio-temporali avanti e indietro nel tempo, dal planare sui fumosi club dove si suonava il primo jazz, ad atterrare in pianeti d’avanguardia, alla ricerca di musicisti con la mente proiettata al di là del canonico pentagramma, è stato tutto un rincorrersi di storia e futuro.

La musica ha questo compito, rappresentare l’essenza dell’uomo in un determinato momento della sua evoluzione, tradurre le sue emozioni, ansie, aspettative in melodia. In queste nuove orbite stimolanti mi hanno colpito tre dischi, tre lavori diversi tra loro ma essenzialmente d’ascolto. Nessuno di questi vi catturerà subito. Ed è giusto che sia così: vanno ascoltati e riascoltati, scoperti un po’ alla volta, con attenzione per percepirne sfaccettature, costruzioni, complessità. Li conoscerete sicuramente, visto che sono artisti che circolano da tempo, ma condividere un buon ascolto equivale a gustarsi un buon bicchiere di vino tra amici. Noterete che in tutti e tre gli album c’è un’ispirazione comune, un gruppo rock dirimente degli ultimi trent’anni di musica, i Radiohead…

Il primo autore si chiama Moses Sumney, ha 29, è americano di origini ghanesi. Molti sicuramente ricorderanno la sua canzone Doomed contenuta nella fortunata serie Orange is the new black, dal suo primo album Aromanticism del 2017. Album dove il silenzio è componente essenziale della composizione, studiato nei minimi particolari. D’altronde anche il nostro Ezio Bosso non si stancava di dire che «anche i silenzi hanno un suono». Moses ha una voce che raggiunge le sonorità di Thom Yorke dei Radiohead, o gli acuti di Anonhi (Antony Hegarty, artista transgender che ricorderete nel gruppo Anthony and the Jonhnsons alla fine degli anni Novanta) o anche i falsetti di Prince. Ok, Moses ha pubblicato il 15 maggio Græ, secondo lavoro, un doppio album, nonostante sia attivo da diversi anni. Uno molto cauto, che ha aspettato a farsi conoscere per non bruciarsi subito come un fuoco fatuo. Una delle canzoni contenute nel suo ultimo lavoro, Polly, l’ha trasposta in video nel dicembre scorso. Capolavoro di semplicità e comunicazione. Il brano che suona sotto e lui che fissa in camera, una maglietta nera, un paio di chitarre appese alla parete, un piano a muro. Inizia a piangere, le lacrime scivolano sul suo volto e la canzone va. Nessun movimento se non una mano passata sul viso per asciugare il pianto. Ascoltate Gagarin o Cut Me (anche i video non sono per niente scontati…).

Il secondo è “nostrano” dei torinesi Subsonica. Il titolo, Mentale Strumentale, riassume bene il contenuto di questo lavoro realizzato sedici anni fa e mai pubblicato. Un disco fatto apposta per rompere con l’allora casa musicale (la Mescal), diventato una sorta di “riassunto” della musica dei Subsonica e delle origini del loro sound, reso finalmente disponibile dal 24 aprile scorso. Dall’attacco Decollo ()Voce Off) in stile Florian Schneider/Kraftwerk alle divagazioni sensoriali dei Pink Floyd con Syd Barret di Interstellar Overdrive, alle sonorità dei Radiohead (e ritornano ancora, ma non finisce qui!). Anche in questo caso, questo viaggio nel futuro concepito dalla band è un percorso non senza ostacoli sonori. Che vanno affrontati, ascoltati e mai aggirati. S’impone un ascolto plurimo per comprendere e abbandonarsi a questo “Intergalactic travel”. Il disco, per rimanere in tema di stretta attualità, ha anche un fine sociale: i proventi della vendita sostengono la Fondazione Caterina Farassino che si è occupata dell’emergenza coronavirus, con “Respira Torino”, raccolta fondi per gli ospedali di Torino e Asti in emergenza covid19. Ascoltate Cullati dalla Tempesta.

Ultraista album cover

Ultima band, che nel circuito amanti-Radiohead è famosissima. Sono gli Ultraísta, attiva da circa dodici anni, è costituita da Laura Bettinson, Nigel Godrich e Joey Waronker (gli ultimi due, membri della super formazione Atoms For Peace costituita da Thom Yorke con Flea, mitico bassista dei Red Hot Chili Peppers e il percussionista Mauro Refosco nel 2013). Nigel è anche lo storico produttore dei Radiohead. Tornando agli Ultraísta; il loro album, Sister, è uscito il 13 marzo, in piena pandemia qui in Italia. È un linguaggio che ha basi solide, un rock sperimentale con la voce ovattata di Laura che si muove tra le onde di sintetizzatori mosse in un lieve e continuo turbinio da Nigel e le trame ritmiche di Waronker, batterista con solide esperienze. La passione del trio per l’Afrobeats e la musica elettronica si sente, eccome, ma il cercare di andar oltre, perfezionare quest’arte in divenire è un imperativo assoluto per il gruppo, come dimostra la tosta Tin King o la bellissima Water in my Veins.

Interviste/ Fabrizio Sotti, l’italiano che ha avuto la fortuna di fare la storia della musica americana

Prima di mettermi a scrivere questa lunga intervista, un’ora di collegamento via Skype a New York, mi sono dedicato a un doveroso “ripasso”, andando a recuperare album che non ascoltavo da parecchio tempo. Nell’ordine, Money Jungle, anno d’uscita 1962, disco gigantesco, il blues in jazz inteso da Duke Ellington, al pianoforte, Charlie Mingus al contrabbasso e Max Roach alla batteria. Quindi, anno 1965, Smokin’ at the Half Note, registrazione live di un concerto del chitarrista Wes Montgomery & Winton Kelly Trio. E qui già stiamo entrando nel personaggio. Il suono della chitarra di Wes è vellutato, di una romantica, voluta opacità (ascoltate Impressions). Infine, ancora in cuffia, anno d’uscita 1968, Electric Ladyland, terzo e ultimo disco (doppio) inciso da Jimi Hendrix nella formazione The Jimi Hendrix Experience con Noel Redding al basso e Mitch Mitchell alla batteria. Ricordate – e come non ricordarle! – Voodoo Chile e Crosstown Traffic?

Fabrizio Sotti – Foto Marco Glaviano

Bene, ora sono pronto! Con l’inconfondibile dialogo di Hendrix e la sua Fender Strat vi presento Fabrizio Sotti, 45 anni, padovano di origine e newyorkese d’adozione. È un musicista e compositore, jazz di predilezione. Ma è anche un producer, ha fondato e gestito etichette discografiche, ed è un autore. È un chitarrista, uno straordinario chitarrista, che non disdegna altri generi musicali, dal rock al pop all’urban. I personaggi con cui ho iniziato questo post non sono stati scelti a caso, sono una piccola, ma sostanziosa parte della sua formazione, le ragioni per cui Fabrizio ha iniziato a suonare giovanissimo la chitarra, ad amare il jazz e a colorare la sua musica con la maestosa psichedelica bravura di Hendrix. Così sono pronto a “sbobinare” la lunga chiacchierata con questo artista che ha rotto i canoni del classico musicista: la storia della sua vita, la musica, le contaminazioni musicali, la Ferrari (capirete…) ma anche il lockdown negli States, le ansie e il mondo che verrà…

Partiamo dall’inizio: come ti è venuta la passione per la musica e per il jazz?
«È stata mia nonna paterna che suonava il pianoforte, musica classica, a iniziarmi e a  insegnarmi i fondamentali. Avevo cinque anni. A nove sono stato attratto dalla chitarra, amore a prima vista, e ho iniziato a studiarla seriamente. Crescendo mi sono appassionato ai grandi del jazz, Wes Montgomery ma anche John Coltrane, Duke Ellington, Miles Davis. E poi Jimi Hendrix. Erano gli anni Ottanta e a Padova non c’erano scuole che insegnassero seriamente il jazz, al di fuori di qualche maestro privato. Andavo da “Ricordi” a comprare i manuali di jazz della Berklee College of Music. A 14-15 anni ho iniziato a suonare (e lavorare) come professionista, facevo il turnista, con Leandro Barsotti, Angela Baraldi, Samuele Bersani. Ho avuto la fortuna di avere un trio con con Ares Tavolazzi e Mauro Beggio, bassista e batterista grandissimi, con i quali ho imparato molto. Poi il Fabrizio Sotti Mob Group jazz/fusion con Francesco Lomagistro alla batteria e Christian Lisi al basso…

Insomma, una carriera iniziata bene…
«Sì, ma presto mi son reso conto che, se volevo crescere, diventare davvero bravo, coltivare la mia passione, dovevo andarmene dall’Italia. La scena musicale italiana, a parte poche eccezioni, anzi, l’Italia in sé, non aveva grandi maestri, anche di vita…

Quindi?
«Quindi a 16 anni ho avuto il coraggio di andarmene a New York, avevo qualche contatto di musicisti… ma sono ripartito da zero per la lingua e la musica. Avevo le nozioni di base, però avevo capito che al di là delle ore di studio dello strumento, per imparare davvero dovevo suonare con bravi musicisti. Il bello del circuito jazz newyorkese è che, se sei serio e bravo, ti accolgono, sei uno di loro. Così mi sono trovato a suonare con grandi nomi, con il bassista Steve LaSpina, i batteristi Victor Jones e Al Foster, i bassisti John Patitucci, Mark Egan e Jeff Andrews, il trombettista Randy Brecker… Suonare con dei grandi musicisti è la migliore scuola. Ho 45 anni ma non si smette mai di imparare, ancora oggi studio e sono sempre alla ricerca della mia voce più profonda».

Sei poi tornato in Italia?
«Sì, nel ’95 per fare il militare. Sono finito alla base Nato di Aviano, proprio nel periodo delle guerre in Jugoslavia e degli interventi americani i cui aerei partivano da lì. Un momento della mia vita di cui non amo parlare, una brutta esperienza».

Poi sei ripartito per gli Usa…
«Sì, a settembre del ’96 sono ritornato in America e lì son rimasto. Ho avuto un’infanzia e un’adolescenza difficile, la musica mi ha salvato».

Tu non sei “solo” un chitarrista jazz, sei anche molto altro…
«Sono sempre stato uno curioso. Mi piace tutta la musica, o meglio, per citare Duke Ellington, “Ci sono due tipi di musica: la buona e… tutto il resto”. Ascolto di tutto, basta sia valido, abbia qualcosa da dire. Per questo mi sono avventurato da sempre anche fuori dal jazz, mi incuriosiva molto la parte di produzione della musica e scrivere canzoni. Al mio rientro a New York ho creato un piccolo studio e ho intrapreso centinaia di collaborazioni con musicisti urban, hip hop, R&B. Oggi sono musicista, produttore e scrittore. Sai, dell’ambiente del jazz, soprattutto europeo, non sopporto lo snobismo verso gli altri generi, che qui non esiste. Michael Brecker, grande sassofonista, aveva un’attitudine rilassata verso la musica, quando sai chi sei e cosa fai non devi temere nulla…».

Una vena polemica?
«Non tollero gli opinionisti, quelli che sanno tutto e giudicano. Io mi faccio gli affari miei. Questa è una delle ragioni per cui me ne sono andato. Negli States nessuno ti dice nulla e vale un principio: se suoni bene esisti sennò non esisti. Punto».

Per questo in Italia hai fatto poche collaborazioni?
«Ne ho fatte alcune di cui vado fiero. La prima con Zucchero, contenuta nell’album A Fiew Possibilities del 2014, Someone Else’s Tears (bonus track contenuto nell’album Chocabeck del 2010, il cui testo è stato scritto da Bono Vox, n.d.r.). La seconda, del 2017, con Clementino per il brano La cosa più bella che ho (dall’album Vulcano, n.d.r.), dove ho suonato la chitarra e curato la produzione. Lo stesso per la terza, Angeli e Demoni, canzone uscita nel febbraio dello scorso anno, con il rapper Mondo Marcio (Gian Marco Marcello, contenuta nell’album UOMO!, n.d.r.) e Mina… Hai notato la chitarra com’è predominante? Un Il testo di quest’ultima canzone fa riflettere molto, la musica ti può dare emozioni positive e riflessioni utili».

Per il discorso di cui sopra, qui sono in molti a criticare Zucchero…
«Zucchero è sempre stato innovativo, ha un suo sound ed è uno dei più grandi artisti che abbiamo in Italia»·

Gli altri chi sono?
«Chi erano: Pino Daniele, con cui coltivavo una grande amicizia, e Lucio Dalla con il quale avevo suonato quando ero un ragazzino. A questo proposito ti do un’anteprima, non l’ho detto ancora a nessun giornalista: prima che scoppiasse il problema del virus e si chiudesse tutto, con Rachel Z., pianista che ha suonato in molte tournée di Pino, e con suo marito, il batterista Omar Hakim, abbiamo deciso di preparare un omaggio a Pino. Rachel l’ho conosciuta negli anni Novanta, perché avevo preso in affitto il suo appartamento per alcuni mesi proprio mentre lei era in concerto con Pino in Italia. Poi ha sposato Omar. Quindi siamo tre amici che hanno preparato un tributo a un amico che non c’è più, un disco con sue canzone rivisitate da noi con special guests, cantanti e rapper, grossi nomi, ti basti sapere questo, non posso dirti di più. Dovevamo presentarlo anche in Italia, con una serie di concerti, ma s’è dovuto rinviare tutto al prossimo anno…».

Fabrizio Sotti – Foto Marco Glaviano

Passiamo a un altro capitolo della tua vita: hai firmato la riedizione di una chitarra mitica per un jazzista, costruita negli anni Trenta, la D’Angelico Premier Fabrizio Sotti SS…
«È una storia curiosa, John D’Angelico era un liutaio aveva aperto un negozio in Little Italy a New York nel 1932. Figlio di italiani, ha creato delle chitarre favolose diventando il punto di riferimento dei musicisti dell’epoca. Lui è morto negli anni Sessanta e via via l’azienda, passata per varie esperienze, aveva finito per chiudere. Sei, sette anni fa una cordata di investitori americani l’ha riaperta e, per riportarla alla vecchia gloria, ha chiamato alcuni chitarristi a rappresentarla (oltre a Fabrizio c’è Bob Weir, dei Grateful Dead, e Kurt Rosenwinkel, n.d.r.). Sono molto orgoglioso di essere un italo-americano di “nuova generazione”, è il traguardo di tanto lavoro fatto. Ho avuto fortuna di fare la storia della musica americana lavorando assieme a Cassandra Wilson, Dead Prez, Whitney Houston, Jennifer Lopez, Ice-T, Shaggy… Sono soddisfatto, ma sempre alla ricerca di nuovo. A 45 anni inizio a tirare le somme, anche se sono ancora a meno della metà dell’opera!».

Apriamo un altro di capitolo: la tua passione per le Ferrari…
«È uno di quei desideri che ti vengono fin da bambino. È un brand che racchiude in sé un’essenza mistica per il sogno che rappresenta. Con i miei primi soldi veri guadagnati, non avevo nemmeno comprato casa, ho acquistato una F355. Da allora ne ho avuto molte, sono stato “usato” anche come testimonial dalla casa di Maranello. Ti confesso che preferisco i modelli più “vecchi”, dove l’uomo può mettere la sua tecnica di guida, oggi vanno da sole! Andavo anche in pista. Ora non lo faccio più, sono sposato e ho una bambina, altre responsabilità…».

Velocità e musica che connessione hanno?
«La stessa sensazione: quando sono alla guida e quando suono, è un’emozione. Una grande, forte emozione».

Fabrizio veniamo al Covid19 e al lockdown: niente concerti niente produzioni, niente dischi, niente…
«È tutto sospeso. Pubblichi dischi per andare poi in giro per il mondo a fare concerti, è così che puoi guadagnare. Penso che per un anno non si suonerà più nei club per mantenere il “social distancing”. Sai, credo che non torneremo più alla normalità come eravamo abituati a viverla. Dovrò riorganizzarmi. Io, che per fortuna ho diversificato le mie attività, avendo scritto e prodotto canzoni di successo resisto ancora, ma penso a come faranno a sopravvivere i musicisti che suonano soltanto. E quello che ci sta succedendo oggi è un fallimento dell’umanità. Così perdiamo musica, libri, cultura, l’arte…».

Sarà brutale…
«Lo dico consapevole di pronunciare parole “tragiche”: tra un anno ci saranno meno della metà dei musicisti attivi oggi. Sarà un dura selezione naturale, soprattutto per il jazz. La “classe media della musica» – e nel jazz è praticamente tutta classe media – rischia di venire cancellata. Sono un positivo di natura, non mi sono mai fermato davanti niente, ma questa situazione mi fa sentire impotente».

La musica appartiene anche ai sordi

Sean Forbes, frame da “I’m Deaf”

La musica è per tutti? Mi spiego: la fruibilità di centinaia di migliaia di brani, ritmi, voci, pazzie e genialità da rockstar sono un patrimonio a cui ciascuno può attingere? Tecnicamente sì, basta avere un supporto abilitato, dallo smartphone alla banale e ormai introvabile radiolina, al mega impianto analogico o al super diffusore digitale per goderne. Fisicamente però ci sono delle limitazioni. Le persone che soffrono di disfunzioni uditive, sordità dalla nascita o per malattia, apparentemente sono tagliate fuori dal circuito melodico. Giusto? No sbagliato, completamente fuori strada. I sordi possono percepire la musica e anche farla.

Certo, in un altro modo, ma la musica si sa, oltre alla “nuda sequenzialità” delle note è emozione, anima, vita. Ognuno la declina e la percepisce in modo diverso. Tralasciando il sordo più famoso della storia della musica, Ludwig van Beethoven, ci sono molti esempi di artisti che “sentono” la musica, si esprimono con questa e ne hanno fatto il loro lavoro, a parte i vari Eric Clapton, Pete Townshend, Ozzy Osbourne, Neil Young, che hanno perso l’udito a causa della longeva quanto dura attività tra palchi e sale d’incisione colpiti da decibel assordanti.

Ma come può fruire della musica una persona che appartiene alla comunità dei sordi? I mezzi ci sono, la scienza sta facendo ottimi progressi. Da alcuni anni l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) promuove la Giornata Mondiale dell’Udito, il 3 marzo – da tenere a mente, un bambino su mille nasce sordo -, l’occasione perché anche la stampa non specializzata possa parlare dei progressi fatti, ad esempio, con gli impianti cocleari, per le sordità profonde. Un “orecchio elettronico” che richiede un percorso di riabilitazione post operatoria anche per la percezione della musica, veri e propri training musicali fatti in strutture specializzate.

Ignazio Salvatore Samannà, interprete e traduttore professionale LIS

«I sordi essendo tali, affinano gli altri sensi, imparano ad ascoltare con la vista, il tatto, alla stregua dei ciechi che si affidano a udito, tatto e olfatto. Percepiscono vibrazioni che noi, non abituati, nemmeno avvertiamo». A spiegarlo è un tiflologo, interprete e traduttore professionale LIS. Si chiama Ignazio Salvatore Samannà, Salvo per gli amici, ha 41 anni e vive a Trapani ed è socio ANIMU, Associazione Nazionale Interpreti Lingua dei Segni Italiana. LIS è l’acronimo di Lingua dei Segni Italiana. Questa ha una sua struttura e sintassi, solo che per parlarla, anzi, segnarla, usa canali visivi e gestuali. È stata una delle prime lingue nate e strutturate per i sordi e paradossalmente, l’Italia, come spiega lo stesso Salvo, «è l’unico Paese europeo che non l’ha ancora riconosciuta come tale».

Vabbè, i paradossi non sono una novità in questo Paese. Sta di fatto che, grazie agli interpreti e traduttori di questa lingua, il mondo dello spettacolo e della musica si sta aprendo sempre di più alla comunità dei sordi. L’ultimo festival di Sanremo ha avuto uno spettacolo nello spettacolo, a Roma, in uno studio Rai è stato allestito un festival LIS, il Sanremo 2020 LIS, che si sovrapponeva, grazie ai “magheggi” tecnologici oggi possibili – passatemi il termine senza darmi addosso! -, al vero festival. Così i sordi non solo hanno potuto “ascoltare” ciò che veniva detto, ma anche apprezzare le canzoni in gara. Non lo sapevo, Salvo mi ha invitato ad andarmi a vedere il dietro le quinte che vi linko qui. Fatelo anche voi perché è strano, entri in un mondo che nemmeno pensavi esistesse (tutto ciò che non ci tocca tendiamo a trascurarlo o a dichiararlo inesistente).

«Chi aveva iniziato per prima tanti anni fa a dare questo servizio è stata Mediaset a Rete 4», continua Salvo, «Esperimento poi abbandonato, perché probabilmente troppo costoso». Ma torniamo alla musica: «È stato tradotto anche il concerto del Primo Maggio e, qualche giorno prima è stato riproposto in forma interamente accessibile al pubblico italiano il concerto-evento del 2014 che segnò il debutto televisivo di Laura Pausini Stasera Laura! Ho creduto in un sogno», spiega sempre il nostro esperto. Ci sono performer che, attraverso la LIS e marcando bene il ritmo con appositi movimenti del corpo, riescono a trasmettere il significato di quella canzone. Ovviamente si specializzano: chi in musica classica, chi in rap, chi nel pop o rock. Ancora Salvo a venirci in aiuto: «Siamo in un momento di concitazione e di scoperta della Lingua dei Segni come strumento di integrazione e accessibilità». Ma non è un mestiere che s’improvvisa: «Per questo è fondamentale rivolgersi e affidarsi a veri professionisti del settore, riconosciuti da una legge, la 4 del 2013, proprio a tutela dei fruitori finali». In Inghilterra, per esempio, c’è un’organizzazione benefica fondata da un pianista cieco, Danny Lane, che si chiama Music and the Deaf, creata apposta per avviare i bimbi sordi al piacere della musica suonata e “ascoltata”.

Evelyn Glennie – frame video

Dunque, sempre Salvo mi rende edotto, i sordi percepiscono le vibrazioni. E da qui si parte: «Nei concerti forniamo al pubblico un palloncino gonfio d’aria che va tenuto tra le mani. Il suono che esce dalle casse produce vibrazioni che, in base all’intensità, si propagano sul palloncino: «Attraverso le mani si avverte il ritmo, la forza. Aggiunto all’interprete che sta sul palco che segna i testi accentuando il significato dello stesso con i movimenti del corpo, la musica nel suo insieme prende forma per la persona sorda. In più, il sordo leggendo con la vista, oltre al segnare del traduttore, rileva i giochi di luce, il modo in cui i musicisti si muovono sul palco, il pathos, la rabbia, la tristezza… così il brano si “materializza”». Ciascuno, poi, elabora la musica come l’ha assorbita in base a questi stimoli.

A proposito di ritmo, c’è una bravissima percussionista scozzese, Evelyn Glennie, profondamente sorda da quando aveva 12 anni, ha suonato con Björk, Elton John e Sting, per citarne alcuni, ha all’attivo molti album, soprattutto collaborazioni, e un mare di performance in giro per il mondo. Suona scalza, per percepire meglio le vibrazioni, il suo corpo le assorbe e lei le sente (ascoltatela in questo interessante TED di qualche annetto fa, o nella recentissima lezione sulla diversa percezione del suono di un tamburo). Un esempio della usa musica lo trovate qui.

Brazzo – frame video

Come Evelyn anche altri musicisti “deaf” usano la musica per divulgare il loro modo di sentirla e, dunque, suonarla. Il rap è uno dei generi preferiti dagli artisti sordi perché già molto fisicamente espressivo di suo. In Italia ha acquistato una certa fama Francesco Brizio, nome d’arte Brazzo, un tarantino, a Milano da una decina d’anni, figlio di sordi e sordo dalla nascita che, aiutato da una brava amica logopedista, riesce a rappare in modo estremamente fluido ed efficace. Nel 2016 si fa conoscere con Sono sordo mica scemo, l’ultima sua uscita è a Italia Got’s Talent di quest’anno con un inedito Volere è Potere, che ha mandato in sollucchero i giudici.

Altro rapper, ma oltreoceano è Sean Forbes, nato 38 anni fa a Detroit, la città di Eminem, e sordo da quando aveva un anno d’età. Proprio grazie a Eminem riesce a pubblicare I’m Deaf (Sono Sordo), l’Ep di debutto nel 2010. L’ultimo lavoro l’ha pubblicato a febbraio di quest’anno e si intitola Little Victories (Piccole Vittorie). Sean oltre a essere un artista è anche in un attivista per la causa dei non udenti.

Vale la pena citare un’altra artista, americana di Cincinnati, Mandy Harvey, 32 anni, diventata sorda per una malattia a 18 anni. Mandy ha sempre studiato musica, fin da piccola. Adora cantare jazz ma non disdegna il pop, ha frequentato il conservatorio e, quando le hanno detto che forse non sarebbe più riuscita a cantare né suonare, ha raddoppiato la sua volontà e passione per la musica. Ascoltatela in un brano dei Radiohead (già presentato) ma contenuto nell’ultimo album rilasciato lo scorso anno dal titolo Nice To Meet You: la dolcissima Creep. A voi il giudizio!

Breaknotes/ Bob Dylan: nuovo brano e un album in arrivo

Da vecchio marpione, va a rilascio contingentato. Ed ecco che arriva il terzo brano di Dylan al tempo del coronavirus. Si intitola False Prohet, un bel blues piantato di sei minuti secchi, dove il menestrello gioca ancora con la sua vita, saluta “amiche”, tira in ballo Luther King, e sostiene, a pericolo d’equivoci, che lui non è un falso profeta, ma una persona normale. Un blues vecchia maniera, salubre e rigenerante, soprattutto per chi aspettava il suo ritorno da anni da quel Tempest, album pubblicato nel 2012.

Dopo Murder Most Foul, un autentico successo, al numero uno nella classifica Billboard, e I Contain Multitudes, ecco il terzo pezzo, False Prophet e, soprattutto, l’annuncio via Instagram dello stesso artista dell’arrivo del nuovo disco, il 19 giugno. Il titolo? Rough and Rowdy Ways, che tradotto più o meno significa “modi da duro e da bullo”. Buone premesse…

Musica e natura/ Liberi come falchi? Forse, ma…

Ho un collegamento giornaliero a cui non rinuncio. Pensate pure che sia naïf o freak, però, seguire la nascita e la crescita di tre esemplari di falchi pellegrini, nati in cima al tetto del Pirellone, uno dei simboli di Milano, è stato, ed è, rigenerante in un momento particolare come quello che stiamo vivendo.

I tre piccoletti sono figli di Giò e Giulia, due magnifici esemplari di Falco “peregrinus”, chiamato così perché il colore delle piume in testa li fa assomigliare ai cappucci usati dai pellegrini in altri secoli, e battezzati così in onore di Giò Ponti, l’architetto che ha progettato il Pirellone, e della di lui moglie.

Fantasie a parte, la coppia è stata avvistata tre anni fa durante i lavori di ristrutturazione del tetto del palazzo. Qualcuno in Regione ha fatto costruire un nido e ci ha messo una webcam per seguire la vita di questa famigliola ignara di trovarsi in un Big Brother per pennuti.

Permettetemi un’altra precisazione sul rapace in questione, alla stregua dei freddi elenchi di prestazioni di una supercar: velocità massima 320 km/h, apertura alare fino a 120 cm, lunghezza fino a 58 cm, visibilità garantita, tre chilometri.

Detto ciò, vi domanderete se siete atterrati per sbaglio in un blog per aspiranti ornitologi. Il punto è che la vista da lassù, l’arrivo della madre che porta il cibo a questi tre, che ormai appaiono ogni giorno che passa sempre più dei robusti giovanotti/e pronti/e a spiccare il volo, stimola riflessioni. In questo momento anche noi ci troviamo nel nostro nido, tentiamo di riaffacciarci al mondo, cerchiamo la libertà del poterci librare di nuovo in aria, ci sentiamo pronti a spiccare il volo di nuovo… eppure restiamo ancora immobili e impauriti, soprattutto a Milano dove pare che il virus non voglia mollare (molto per colpa dei nostri comportamenti). Proprio oggi il sindaco Beppe Sala nel suo quotidiano dialogo via Instagram s’è lanciato in una dura reprimenda contro chi pensa che tutto sia passato, mettendo in pericolo la città – il riferimento è al caos dei Navigli, presi ieri pomeriggio d’assalto in stile movida da happy hour.

Ritorno ai tre amici alati e a una canzone che mi viene naturalmente in testa, Three Little Birds, di Bob Marley & The Wailers dall’album Exodus (1977), disco dirimente nella storia del reggae e dell’artista. Sarà il levare del ritmo, il carisma del leggendario interprete, il sole che oggi lotta tra le nuvole per uscire, ma c’è quel senso di speranza e allegria che ti pervade quando Bob intona:

 

Rise up this mornin’,
Smiled with the risin’ sun,
Three little birds
Pitch by my doorstep
Singin’ sweet songs Of melodies pure and true,
Sayin’, (“this is my message to you-ou-ou:”)
Singin’: “don’t worry ‘bout a thing,
‘Cause every little thing gonna be all right.”
Singin’: “don’t worry (don’t worry) ‘bout a thing,
‘Cause every little thing gonna be all right!”…

Il reggae aiuta lo spirito, ti ben dispone e se poi ci sono tre “little birds” che ti rassicurano cinguettando che andrà tutto bene nelle tue piccole cose della vita, every little thing gonna be allright, accogli il messaggio di ottimismo e decidi di farlo tuo, osservando i tre falchetti, ormai adottati via web, che sembrano sempre più dei polli con il becco ricurvo.

Ma quando, inevitabilmente, ripiomba la preoccupazione e nemmeno Bob riesce a colorala, allora vale la pena di seguire il consiglio di Emilíana Torrini, l’artista italo-islandese che, nella sua Birds (dall’album Me and Armini del 2008), avvolgente folk psichedelico, canta la speranza:

Lend me yours wings
And teach me how to fly
Show me when it rains
The place you go to hide

(Prestami le tue ali, insegnami a volare, mostrami, quando piove, il luogo in cui ti rifugi…). 

La metafora della mia/nostra possibile (forse, un giorno) libertà continua, anzi, trova una delle sue maggiori espressioni in Neil Young, con la sua Birds contenuta nel bellissimo album After The Gold Rush (1970): piano e voce per parlare di oggi e domani. Today e Tomorrow si altalenano nel brano,  precipitandoti, oserei, sul filo della depressione, facendoti però riflettere su quello che siamo diventati, uomini e donne  confusi, Feathers fall around you piume che che perdiamo e ci impediscono di “volare”.

La presa di coscienza “Younghiana” si riflette nelle parole di Sia, cantautrice  pop australiana, nel suo Bird Set Free (da This Is Acting del 2016): I Struggle to fly now, oh/ But there’s a scream inside that we all try to hide (Sto cercando di volare ora, ma c’è un grido dentro che tutti cerchiamo di nascondere), per poi riuscire a liberarsi dell’ansia con un urlo: I shout it out like a Bird set free (Grido forte come un uccello liberato).

In questi giorni, molti artisti si sono cimentati e si stanno dedicando a registrazioni o dirette streaming, per mantenere un diretto contatto con il pubblico ma anche per ingannare la quarantena. Dall’altra parte dell’oceano lo stanno facendo più che mai, essendo “lucchettati” a casa. Come John Legend, o Chris Martin: il frontman dei Coldplay  è diventato, sempre su Instagram, una sorta di juke box, suonando i brani che i fan gli chiedevano di cantare.

Una delle esibizioni “in quarantine” che ho più apprezzato è stata quella di Sheryl Crow, di un paio di giorni fa: al piano ha interpretato Beware The Darkness, uno dei brani più sentiti di George Harrison dall’album (da riascoltare!) All Things Must Pass, fatto uscire nel novembre del 1970, pochi mesi dopo lo scioglimento dei Beatles. Vi lascio il testo, così potete cantarlo con Sheryl. Un atto di libertà in attesa della libertà!

Watch out now, take care
Beware of falling swingers
Dropping all around you
The pain that often mingles
In your fingertips
Beware of darkness
Watch out now, take care
Beware of the thoughts that linger
Winding up inside your head
The hopelessness around you
In the dead of night
Beware of sadness
It can hit you
It can hurt you
Make you sore and what is more
That is not what you are here for
Watch out now, take care
Beware of soft shoe shufflers
Dancing down the sidewalks
As each unconscious sufferer
Wanders aimlessly
Beware of Maya
Watch out now, take care
Beware of greedy leaders
They take you where you should not go
While Weeping Atlas Cedars
They just want to grow, grow and grow
Beware of darkness

Musica e idoli 2/ La parola allo psicologo

Ok, l’ho trovato. Non che sia stato facile, l’Italia, dati ricavati dal Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi, ne conta 102.890, di questi, 54mila e rotti sono anche psicoterapeuti, un numero altissimo e ancora in espansione, a quanto pare. Ma trovarne uno giovane, 27 anni, che sia anche un musicista (suona la chitarra elettrica), che abbia scritto un libro, La Psicologia del Rock, Crescere con la Musica in Adolescenza (Alpes Italia, 2017), insomma che avesse il profilo ideale per spiegarmi le dinamiche dell’idolatria musicale, è stata stata una pura botta di fortuna.

Lui si chiama Andrea Montesano, è lucano di Potenza, lavora nella capitale, ed è uno psicoterapeuta con una grande passione per la musica che non esita a usare nelle sedute con i suoi pazienti usando la Songtherapy – metodo messo a punto da un suo collega, Romeo Lippi, con il quale collabora tutt’ora – siano questi adolescenti in piena crisi esistenziale/ormonale o adulti in cerca di nuove spinte motivazionali. Per accreditare questa nuova forma di terapia cita Luciano Ligabue: “Canzoni che sanno chi sei molto meglio di te” (da In Pieno Rock’n’Roll).

In questi giorni di ricerca, ho trovato anche un bellissimo articolo su Pitchfork, dal titolo Why Do We Even Listen to New Music? L’autore, Jermey D. Larson, si domanda perché siamo spinti ad ascoltare ancora nuova musica visto che restiamo ancorati alle nostre vecchie glorie. Una volta che ci si affeziona a un genere, un artista, si resta legati per l’eternità, altro che marito e moglie! Eppure la voglia, anzi, il terrore di non ritrovarsi più in un mondo (musicale) profondamente cambiato, a un certo punto della vita viene.

Così si prova a guadagnare il tempo perduto, tra lavoro, matrimonio, figli, mutui e via discorrendo. È una questione di cervello, sostiene Larson. Il nuovo, anche nella musica, ci spaventa, o meglio, spaventa il “nostro computer”, abituato ad ascoltare suoni, melodie, riconoscere voci che ci fanno stare bene. Rifugiarsi nel noto invece di avventurarsi nell’ignoto è uno dei temi cari alla psicologia, ma non solo. Come ben scrive Jonah Lehrer, 38 anni, saggista americano nel suo libro Proust era un neuroscienziato (Codice Edizioni, 2017), “Siamo stati costruiti per aborrire l’incertezza delle novità”.

Ok, questa è una possibile strada per spiegare il perché di certi nostri comportamenti che hanno a che fare, inevitabilmente, con emozioni, amigdala e dopamine. E tutto questo è “roba” da psicologi…
«È una questione piuttosto complessa. Prendo ad esempio me stesso: ho studiato chitarra elettrica, mi sono appassionato alla musica tra la metà degli anni Ottanta e quella degli anni Novanta, Pearl Jam, Jon Bon Jovi, Litfiba, Guns n’ Roses, Bruce Springsteen. Ho i miei autori “stabili”, gli U2, immortali, e i Coldplay, mi piace la contaminazione elettronica. È più o meno la musica della mia adolescenza…».

Quindi, parte tutto da lì, da quel periodo dove non sai chi sei, da dove vieni e dove vuoi andare…
«Sì dal nostro Io Adolescente e dall’adolescente reale. Vado spesso a concerti perché mi piace studiare le dinamiche del pubblico. Nell’adulto concerto significa non solo l’esibizione in sé, ovvio, ma anche tutto ciò che sta attorno all’evento: il rito, l’attesa, la condivisione, l’essere lì tutti insieme per un unico motivo, fa emergere quella parte di adolescente viva, ricca che richiama alla tua giovinezza, alla parte più ingenua dell’adulto. È una forte tensione emotiva, soprattutto se tendiamo a inquadrare un adulto che lo è solo di fatto, per età. Mi domando: un trentenne è un adulto? Oggi persone tra i 35 e i 40 stanno ancora a casa dei genitori, sono scostanti nelle relazioni…».

Sono in un’adolescenza prolungata…
«Sì, e il mio lavoro consiste di far capire le ragioni di tali comportamenti. Lo faccio attraverso una canzone, può essere un approccio, e funziona. Ognuno, nei ricordi ha una canzone, sia allegra sia triste, che lo lega a un determinato periodo della propria vita. Parlare del brano porta spesso ad agganciarti a ricordi e quindi a rielaborare, capire il motivo del disagio. Con gli adolescenti è più facile».

Perché, per metterla in poetico come hai fatto tu: “Non esiste differenza tra la morte di una rosa e l’adolescenza”, citazione da Betty dei Baustelle…
«I problemi degli adolescenti sono legati al crescere, alla scoperta del sesso, all’appartenenza e alla differenziazione».

Ti riporto sugli artisti che diventano idoli, leggende, immortali
«Rispondo con un aneddoto. Ero all’ultimo anno di università e sono andato con alcuni amici a vedere il concerto di Laura Pausini. Mi interessava capire come mai, a prescindere dalla bravura dell’artista, lei riuscisse a raccogliere così tanta gente e in tutto il mondo. Volevo vedere con i miei occhi come riusciva a creare un così forte “appeal”. Arriva il momento in cui canta Simili. Dietro a questo brano, a livello scenico tutto era studiato al dettaglio. Sul finale della canzone luci, fulmini, crescendo. Lei a quel punto allunga le mani verso il pubblico come a stringerle in una presa universale. E il pubblico immediatamente risponde, ripetendo verso di lei il gesto. La distanza fisica tra palco e platea, tra sacro e profano, veniva improvvisamente a mancare. Tutte quelle mani erano unite alle sue. Il rito s’era compiuto: il palco come un altare dove si celebra una cerimonia sacra, i fan, come i fedeli, in venerazione..».

Un credo cieco, definitivo, una fede…
«Esatto. Per spiegare torniamo ancora all’adolescenza, dove avvengono una serie di cose: innanzitutto, ci si ritrova dentro e si vive quel determinato periodo storico. E ascoltare, soprattutto la musica, significa appartenenza ma anche differenziazione, dalla famiglia o da un gruppo di amici. Quindi, ne discende che, per essere diverso in casa, mi creo un mio mondo, e in questo processo mi posso appropriare di un artista ascoltato dai miei genitori o prenderne le distanze, come a dire: ero legato a te ma adesso scelgo di abbracciare un genere diverso dal tuo».

In questi anni va il rap e la trap, negli anni Settanta c’era il rock e il punk, il funk…
«È questione di momento storico, come dicevo, e di linguaggio. Oggi gli adolescenti si riconoscono per lo più in quel genere musicale. Questione identitaria ma anche timore di essere esclusi dal gruppo…».

E arriviamo al dilemma: da adulti quindi…
«…Manteniamo l’imprinting musicale che abbiamo avuto da adolescenti. La musica è ancorata ai ricordi. Per questo trovare un senso che mi leghi a un autore o un brano da adulti è più difficile. Potrei legarmi, che ne so, a Lady Gaga perché è un’artista che ha fatto un percorso molto difficile, dalla sosia di Madonna è diventata una star planetaria con una sua identità, raffinata. Posso apprezzare tutto ciò ma difficilmente renderla un mio idolo. Sarebbe complicato gettare il proprio idolo e prenderne un altro! L’ideale, soprattutto se si è genitori di figli adolescenti, è cercare di aprire un canale di dialogo, trovare il senso di quello che si ascolta, aprire uno spazio di condivisione su un determinato artista, parlarne».

La musica è emozione e l’emozione ha a che fare con il cervello…
«Quando ascolto musica attivo delle funzioni cerebrali e vado a stimolare l’amigdala il nucleo che gestisce le nostre emozioni. Una volta stimolata, per esempio da una melodia piacevole, produce dopamina, responsabile di quel senso di piacere che si avverte. È un rilascio fisiologico e vale per tutto, dalla fame al sesso».

Ultima domanda: ma esistono persone “insensibili” alla musica?
«Sì, e questa insensibilità ha un nome, anedonia musicale. L’8 per cento della popolazione vive la musica in maniera indifferente. Non è una colpa e nemmeno una malattia. Semplicemente è Ia non risposta a uno stimolo, l’amigdala non rilascia dopamina».