Nick Cave e Warren Ellis: Carnage, il lato oscuro della pandemia

Il Covid non molla, si trasforma, diventa altro. Fa paura. E la reazione, dopo un anno di lockdown, morti, zone gialle, arancioni, arancione rinforzato, arancione scuro, rosso, è cercare di pensare alla normalità di cui godevamo solo un paio d’anni fa. Molte volte abbiamo tentato di ritornare alla quotidianità abbandonata, pensando che forse era quella buona. Pensiero e azione sono cani che si mordono la coda. E in questo roteare il virus razzola e occupa. Oltre alle solite congetture da social, da cui fuggo incazzato e perplesso, rimane il fatto che siamo ben lontani dal ritorno alla normalità.

Gli Stati Uniti hanno raggiunto e superato il mezzo milione di morti, il Brasile i 250mila, noi… secondo uno studio della Fondazione di Bill Gates, se non acceleriamo sulle vaccinazioni, potremmo trovarci a marzo e aprile con oltre trentamila morti. L’Unione europea lancia l’allarme, in un terzo dei Paesi membri si stanno di nuovo riempiendo le corsie degli ospedali e le terapie intensive…

La tragedia dello scorso anno che si ripete… In Italia, con Sanremo alle porte, dove tutti sorridono per cercare di rivivere patine di normalità, ieri qualcuno è venuto a ricordarci, con il suo consueto schiaffone in faccia, che la situazione è un’altra. Quel qualcuno ha un nome pesante nella musica: si chiama Nick Cave. Il 25 febbraio ha pubblicato, assieme a Warren Ellis, suo sodale, polistrumentista e membro dei Bad Seeds, la storica band di Cave, un album dal titolo significativo: Carnage, carneficina. Per inciso, dei due artisti ne avevo parlato il 19 gennaio scorso, quando ho ricordato la loro collaborazione con Marianne Faithfull (il 30 aprile uscirà She Walks in Beauty).

Scritto durante il lockdown, è un lavoro di pesante riflessione sulla solitudine arrivata con la pandemia, sul credere in qualcuno o qualcosa, su quello che siamo oggi, con la voce baritonale e praterie di sintetizzatori, piccoli interventi di chitarre elettriche secche come la solitudine, il pianoforte suonato da Nick che tesse melodie che suonano come note di speranza. In Balcony Man, ultimo degli otto brani che compongono questo mosaico baritonale, profondo, essenziale, Nick canta:

This morning is amazing and so are you
This morning is amazing and so are you
This morning is amazing and so are you
You are languid and lovely and lazy
And what doesn’t kill you just makes you crazier

L’ultima frase è epica: «Ciò che non ti uccide ti rende solo più pazzo». Una sintesi perfetta per il momento. In Hand of God, «Hand of God /Coming from the Sky», primo brano, dopo un inizio “classico”, scarica sull’ascoltatore un ritmo ossessivo, profondo. Nella splendida Old Time, dove, per inciso, alla batteria c’è un altro storico “Bad Seeds”, Thomas Wydler, Nick canta:

The trees are black and history
Has dragged us down to our knees
Into a cold time
Everyone’s dreams have died
Wherever you’ve gone, darling
I’m not that far behind

«I sogni di tutti sono morti, ovunque tu sia andata, tesoro, non sono così indietro». Sono tutti tasselli che raccontano la solitudine ma anche la speranza di ritornare un giorno a una normalità. C’è un brano che continuo ad ascoltare, ed è White Elephant, chiaro riferimento all’estrema destra americana. Parte con un’elettronica alla Peter Gabriel anni Ottanta per finire in una sorta di gospel. Qui è il primatista bianco che minaccia di uccidere tutti, si sente dio, «Una Venere di Botticelli con il pene» ma anche «Una scultura di ghiaccio che si scioglie con il sole» e annuncia che «è vicino il tempo per il regno nel cielo».

Ve lo suggerisco, è una bella scossa per questi tempi, una visione del reale lucida e cruda nella sua apparente follia. Ma questo è Cave. E per fortuna che esiste!

Tre dischi in arrivo: Pat Metheny, Valerie June e Morcheeba

Ci sono tre dischi per altrettanti artisti che sto aspettando. Sono musicisti molto diversi tra loro per generi, storie e percorsi musicali. Ve lo dico, li ho già prenotati. Il mio personale metodo di scelta non guarda a chi sia più famoso o meno (essere una star non è sinonimo di bravura eterna), ma a quello che mi dicono, all’emozione che mi danno, allo stupore che mi lasciano, a quel senso di soddisfazione che provo nell’ascolto. Criteri soggettivi, ovviamente, che voglio condividere con voi. Poi mi direte se siete dalla mia o se mi manderete a quel paese…

Parto forte: il 5 marzo sarà disponibile per la Modern Recordings, etichetta in seno alla BMG dedicata a classica, jazz ed elettronica, l’ultimo lavoro di Pat Metheny, Road To The Sun. Sono pochi i musicisti che dopo aver vinto 20 Grammy, pubblicato 40 album, suonato con decine di mostri sacri della musica riesce a tirar fuori dal suo magico cappello un lavoro per certi versi spiazzante, diverso dagli altri, mantenendo però l’imprinting “Metheny”. Come sempre, direte voi. Esatto, ribatto. Come sempre. Metheny è una garanzia. Questa volta la chitarra è protagonista con il suo suono puro. Un disco diviso in tre parti, Four Paths of Light, dove, con lui suona con Jason Vieaux, chitarrista classico (qui Four Paths of Light Pt. II), una seconda, Road To The Sun, sei tracce che danno il titolo all’album, eseguite con i LAGQ, Los Angeles Guitar Quartet, al secolo John Dearman, William Kanengiser, Scott Tennant e Matthew Greif. Ascoltate Road To The Sun Pt. II. L’ultima parte è un riarrangiamento di Für Alina, uno dei brani storici dell’ottantacinquenne compositore estone Arvo Pärt, musica per pianoforte suonata nel 1976, arrangiata da Metheny che la suona con la sua mitica chitarra a 42 corde.

Il 12 marzo, invece, cambiando del tutto genere, uscirà un disco attendevo da un po’. Si tratta di The Moon And The Stars: Prescription For Dreamers di Valerie June, via Fantasy Records. La trentanovenne cantante e compositrice polistrumentista del Tennessee dotata di una voce molto particolare, ha prodotto il disco con Jack Splash (producer anche di Kendrick Lamar, John Legend, Alicia Keys). Il risultato è un lavoro che giustifica l’attesa. Dalle canzoni che preannunciano l’album, Call Me A Fool e le prime tre Stay / Stay Meditation / You And I, traspare un progetto ambizioso (erano quattro anni che non pubblicava più nulla) quanto profondo. C’è blues, R&B, un pizzico di psichedelia e una generosa dose di folk pop.

Il 14 maggio, mi prendo per tempo, sarà nei negozi Blackest Blues il nuovo album dei Morcheeba, via Kartel Music. Il duo britannico, autore di un pop molto raffinato, ha composto 10 brani, disponibile all’ascolto per ora, solo Sounds of Blue, con un video dove Sky Edwards e Ross Godfrey, il chitarrista, navigano in una barca in mezzo al mare e Sky in acqua si muove cantando avvolta nel profondo blu. L’album contiene anche due apprezzati interventi, quelli di Duke Garwood (in The Edge of The World) e Brad Barr (in Say It’s Over). Trip hop, raffinate armoniche della chitarra di Godfrey e la voce inebriante di Sky ne fanno un lavoro preciso ed emozionale, da ascoltare con cura.

Amarcord: la Musica secondo Duke Ellington…

Stamattina ascoltavo un lavoro del 2012 di Terri Lyne Carrington, Money Jungle – Provocative in Blue. La batterista, jazzista, docente al Berklee College of Music, aveva pubblicato il disco come un personale omaggio per i 50 anni dall’uscita del geniale Money Jungle registrato da Duke Ellington, Charles Mingus e Max Roach nel 1962. Al posto di Mingus e Roach, con Terri ci sono Christian McBride e Gerald Clayton

Terri rivede le composizioni originali, le reinterpreta con la consapevolezza e la bravura che la caratterizzano, aggiungendoci tre brani, Grass RootsNo Boxes (No Words) e un cameo, Rem Blues/Music: mette in musica brani tratti dall’autobiografia di Ellington, del 1973, intitolata Music Is My Mistress, interpretati da Shea Rose ed Herbie Hancock che, per l’occasione, fa la parte del Duca. L’avevo dimenticato.

Nel “Act Five” del libro (sono oltre 500 pagine) c’è un poemetto dal titolo What Is Music? In questi versi è racchiuso tutto il significato della Musica secondo Ellington. Ve lo ripropongo…

What is music to you?
What would you be without music?
Music is everything.
Nature is music (cicadas in the tropical night).
The sea is music. The wind is music.
Primitive elements are music, agreeable or discordant.
The rain drumming on the roof,
And the storm raging in the sky are music.
Every country in the world has its own music,
And the music becomes an ambassador;
The tango inArgentina and calypso in Antilles.
Music is the oldest entity.
A baby is born, and music puts him to sleep.
He can’t read, he can’t understand a picture,
But he will listen to music.
Music is marriage.
Music is death.
The scope of music is immense and infinite.
It is the “esperanto” of the world.
Music arouses courage and leads you to war.
The Romans used to have drums rolling before they attacked.
We have the bugle to sound reveille and pay homage to the brave warrior.
The Marseillaise has led many generations to victories or revolutions;
It is a chant of wild excitement, and delirium, and pride.
Music is eternal, Music is devine.
You pray to your God with music.
Music can dictate moods,
It can ennerve or subdue,
Subjugate, exhaust, astound the heart.
Music is a cedar,
An evergreen tree of fragrant, durable wood.
Music is like honor and pride,
Free from defect, damage, or decay.
Without music I may feel blind, atrophied, incomplete, inexistent.

 

Cos’è Musica per te?
Cosa saresti senza Musica?
La Musica è tutto.
La natura è Musica (le cicale nella notte tropicale).
Il mare è Musica. Il vento è Musica.
Gli elementi primitivi sono Musica, gradevoli o dissonanti.
La pioggia che tamburella  sul tetto
E la tempesta che infuria nel cielo sono Musica.
Ogni Paese del mondo ha la sua Musica,
E la Musica diventa un’ambasciatrice;
Il tango in Argentina e il calypso nelle Antille.
La Musica è l’entità più antica.
Nasce un bambino e la Musica lo fa addormentare.
Non sa leggere, non può capire un quadro,
Ma ascolterà la Musica.
Musica è matrimonio.
Musica è morte.
Lo scopo della Musica è immenso e infinito.
È l”esperanto” del mondo.
La Musica risveglia il coraggio e ti conduce alla guerra.
I Romani facevano rimbombare i tamburi prima dell’attacco.
Usiamo il corno per suonare la sveglia e omaggiare il guerriero coraggioso.
La Marsigliese ha condotto molte generazioni a vittorie o rivoluzioni;
È un canto di sfrenata eccitazione, delirio e orgoglio.
La Musica è eterna, la Musica è divina.
Preghi il tuo Dio con la Musica.
La Musica può dettare gli umori,
Può innervosire o sopraffare,
Dominare, logorare, stupire il cuore.
La Musica è un cedro,
Un albero sempreverde di legno profumato e resistente.
La Musica è come l’onore e l’orgoglio,
Senza difetto, danno o deterioramento.
Senza musica posso sentirmi cieco, atrofizzato, incompleto, inesistente.

Interviste: Francesca Remigi e il Labirinto dei Topi

Francesca Remigi – Foto The Fog House Photography

Confesso, ho una certa soggezione quando mi accingo a telefonare per quest’intervista. Francesca Remigi, bergamasca, 24 anni, figlia e nipote di musicisti, è una batterista jazz. Eccolo lì, sono subito riduttivo… Bisogna aggiungere che è anche una compositrice, e pure molto brava e complessa, dai che ci sono!, e una persona esigente, che tende alla perfezione (sarà perché nata sotto il segno della Vergine, per chi ci crede). Qui, miei cari amici, non è questione di zodiaco, bensì di carattere e amore (sconfinato) per la musica e per il ritmo.

Il 5 gennaio è uscito sulle piattaforme digitali, e due settimane dopo nei negozi fisici, Il Labirinto dei Topi, otto brani di non facile ascolto, ai quali bisogna accostarsi con mente libera e aperta, musica che non possiamo etichettare semplicemente come “jazz contemporaneo”. Detto così, è tutto e niente. Il lavoro è nato da sue composizioni e da un gruppo di musicisti che si è scelta, sempre non per caso. Un ensamble battezzato Archipélagos. Ma vedremo tutto tra poco… Al cellulare mi risponde una voce squillante, simpatica, gentile… «Scusami, oggi la linea dà problemi, non so perché, eccomi qua, pronta!».

Francesca, vado subito al sodo: hai studiato al Conservatorio di Milano, quindi l’ultimo anno, un Erasmus a Maastricht, poi la laurea al Koninklijk Conservatorium di Bruxelles. Ora sei nel pieno di un super master al Berklee Global Jazz Institute di Boston, diretto dal pianista Danilo Pérez, in quella mitica scuola dove insegna anche la grande batterista Terri Lyne Carrington…
«Sì sono stata scelta, è dal novembre del 2019 che ho iniziato il mio percorso per partecipare al master. Ho inviato i miei provini, sai ci sono venti borse di studio, dieci per studenti americani e dieci per il resto del mondo. Il Master costa molto, 70/80mila dollari per un anno. Sono stata ammessa con la borsa di studio, sarei dovuta partire nel settembre dello scorso anno, ma il campus di Boston nel frattempo è rimasto chiuso, causa pandemia, nel primo semestre. Da fine gennaio ha riaperto iniziando alcune lezioni in presenza. A questo punto, vista l’incertezza, ho continuato a frequentare on line. Mi stanno servendo molto, anche se non è come in presenza, ovvio. Sto imparando nozioni importanti di Music Technology, Productions, tutte capacità che, di questi tempi, sono utili a un musicista: imparare a usare programmi complessi che ti permettono di registrare ad alti livelli da solo con evidenti risparmi in un momento in cui non ci sono risorse. Comunque, se tutto va secondo i piani, dovrei partire a maggio per fare, in presenza, gli ultimi quattro mesi e poi rimanere negli Stati Uniti. È il mio sogno restare al Berklee, continuare il mio percorso di perfezionamento…».

Per ora come funziona?
«Per le composizioni intendi? Ci si passa le tracce, è un processo molto lento, estenuante, soprattutto per i batteristi che devono registrare per primi…».

FRANCESCA REMIGI – “Adriano Bellucci photographer – Una Striscia di Terra Feconda 2020”

Perché ti sei appassionata alla la batteria?
«Sono nata in mezzo alla musica. Mio padre è un chitarrista, mia madre una pianista, mio nonno suonava la tromba nell’Orchestra Sinfonica della Rai. Insomma, sono cresciuta tra classica e jazz. Ho iniziato prendendo lezioni da mio padre. Padre-figlia, professore-allieva, non sempre funziona. Una volta sono andata ad ascoltare mio padre che suonava con un’orchestra, ero piccola, e c’era anche un batterista che, ai miei occhi di bambina, si stava divertendo tantissimo a suonare. Era Stefano Bertoli, e proprio lui è stato il mio primo insegnante. Così ho lasciato la chitarra… I miei, comunque, sono felici della scelta, vedono quello che faccio, sono contenti».

Veniamo al Labirinto dei Topi. Il titolo fa riferimenti alle teorie di Zygmunt Bauman, ma non solo. Leggo i titoli dei brani: Il Labirinto dei Topi, Gomorra, Be Bear Aware (ascoltateli). Ci sono riferimenti a Noam Chomsky e a Roberto Saviano.
«Sono sempre stata attratta dalla storia, dalla filosofia dalle relazioni umane. Mentre studiavo al Conservatorio, a Milano, mi sono iscritta anche a Interpretariato Parlamentare… La musica è uno strumento per dire qualche cosa, non è solo musica fine a se stessa, va riempita di contenuti. Penso a Eric Dolphy a Charles Mingus. L’arte in generale e, dunque, anche la musica, è un mezzo di denuncia sociale. Questi argomenti mi toccano e mi interessano, mi sono avvicinata anche allo studio della psicologia e della sociologia. Tornando al Labirinto dei Topi: l’idea del titolo ma anche della composizione mi è venuta leggendo La Società sotto assedio di Bauman, una società senza certezze dove le istituzioni non rappresentano più i cittadini ma diventano una oligarchia a sé stante. Ci si trova da soli ad affrontare vita e sfide, i social poi hanno dilatato questo processo… Sto scrivendo un progetto che presenterò alla Berkley dal titolo The Human Web, dove mi concentro ad analizzare l’impatto dei social media, le condizioni economiche e fisiche, uno scontro che la pandemia ha ulteriormente accelerato. Sai sto seguendo quest’aumento vertiginoso di suicidi e tentati suicidi tra adolescenti, mi ha colpito molto. La mia idea è registrare questo nuovo progetto a Boston con musicisti residenti, a maggio».

Ritornando al disco, tutto questo lo hai inserito in una musica che segue anche canoni non propriamente occidentali. Mi riferisco alla tua passione per lo studio della musica carnatica indiana…
«Sono una persona che non si accontenta facilmente, cerco sempre nuove sfide, e una di queste è proprio la musica carnatica indiana. È per questo motivo che mi sono spostata a Bruxelles, dove ho preso lezioni da Stéphane Galland, un grande batterista che da anni la studia. È una musica molto lontana dalla nostra. Usa un unico riferimento armonico melodico per un intero brano (che viene chiamato Raga) e che può durare ore. Non esistono successioni di accordi come nella musica occidentale. A livello melodico parlo di quarti di tono, appoggiature che non sono nostre. Da batterista è super interessante, molto complessa, rigorosa…».

Rigore che ti è servito per rafforzare il significato dei brani, tornando a Bauman, Saviano…
«Il rigore ritmico e matematico che caratterizza le composizioni, vuole far riflettere sulla società “Matrix” che opprime e controlla i singoli tramite uno sfrenato consumismo e un’inarrestabile globalizzazione».

Gli Archipélagos – screenshot video

Veniamo ad Archipélagos, il tuo progetto musicale. Ti sei scelta un gruppo che avesse queste affinità e conoscenze…
«Sì. Con Federico Calcagno (suona il clarinetto) ci conosciamo da quando abbiamo iniziato il conservatorio a Milano. Poi lui si è trasferito ad Amsterdam per perfezionarsi e io a Bruxelles. Siamo rimasti sempre in contatto. Amsterdam e Bruxelles sono vicine, ci vedevamo spesso per suonare, fare concerti. Avevo poi conosciuto, nell’estate del 2019 in Canada, durante una residenza artistica presso il Banff Centre for Arts and Creativity, un trombettista australiano, Niran Dasika, che lo scorso anno si trovava in Europa e aveva accettato di partecipare al lavoro. Si registrava a Roma nel Tube Recording Studio. A causa della pandemia e i continui rinvii, è poi dovuto ripartire per l’Australia. Le tracce le ha registrate da lì e le abbiamo aggiunte poi»…

Archipélagos viene proprio da qui, dal fatto che siete musicisti di varia provenienza (non solo “regionale”) ma anche musicale… Per la cronaca, l’ensemble è stato finalista dei Maastricht Jazz Awards 2020 e vincitore dei concorsi All You Have To Do is Play 2019 Nuova Generazione Jazz 2021 (I-Jazz).
«Con me ci sono amici conosciuti a Bruxelles, come il contrabbassista olandese Ramon van Merkenstein o il pianista francese Simon Groppe. Assieme a loro avevo avviato nel 2018 un altro progetto, i Soul’s Spring, poi abbandonato perché avevo in mente un altro genere di composizioni. Poi c’è la lussemburghese Claire Parsons alla voce: giocando con l’elettronica, riesce a fare cose davvero interessanti. Siamo, insomma, tante isole che però condividono lo stesso modo di fare musica, un arcipelago, appunto».

Torniamo alla tua musica. Come la puoi definire?
«È uno stile che rientra nella “creative music”, non è solo free jazz alla Ornette Coleman per intenderci. Rientra nella musica creativa, perché collega varie influenze, musica classica contemporanea, rock progressivo, musica carnatica, jazz..».

Francesca Remigi in concerto al Banff Centre, Canada

Il rigore compositivo lascia, però, spazio all’improvvisazione….
«Se hai ascoltato Gomorra, avrai notato che alla fine c’è come un placarsi del dialogo stretto tra strumenti, rimane il pianoforte di Simon e il canto di Claire, un segnale di speranza. In Scherzo e ne Il Labirinto dei Topi cantante e trombettista hanno totale libertà di esplorare; insomma, c’è una giusta dose di libertà. Si tratta di tanti soli che avvengono su metriche molto complesse».

Francesca, un’ultima cosa, anzi due: che musica ascoltavi da adolescente e che musica ascolti oggi?
«La musica è stata una costante nella mia vita. Fin da piccola, a cinque anni, sono stata abituata ad ascoltare Beatles, Queen, Rolling Stones. A 14, 15 anni mi sono avvicinata al jazz, ascoltavo il  progressive rock, King Crimson, Dream Theater (prog virato sul metal) e altri gruppi simili. Sono rimasta intrappolata in quell’estetica lì. Oggi, come ascolti, direi musica classica contemporanea, jazz contemporaneo e tanta musica di artisti emergenti giovani. Ultimamente ho ascoltato Octopus di Kris Davis & Craig Taborn (2018), Musica Ricercata di György Ligeti, Open Form For Society di Christian Lillinger, The African Game di George Russell». 

Addio Chick Corea, benvenuta Dominique Fils-Aimé

Oggi la notizia principale per chi si occupa di musica – e non solo – è la scomparsa a 79 anni di Chick Corea. Se n’è andato un paio di giorni fa per una rara quanto improvvisa forma di tumore, ma la famiglia ha dato la notizia solo nella notte. In questi casi si rischia sempre di cadere nel banale. Un grande musicista che dominava non solo pianoforte e tastiere, ma anche tutti i generi musicali possibili. La sua curiosità lo ha portato ad avere due doti essenziali: l’umiltà di imparare sempre dai suoi colleghi – fossero Miles Davis o Gary Burton o Pat Metheny – e dichiararlo più e più volte, e la curiosità di spingere la sua fantasia sempre più avanti in un mondo melodico che veniva composto, in un puzzle onirico, metrico e sofisticato, da jazz, samba, ritmi latini, rock, classica…

Come dimostra il suo ultimo lavoro uscito nel settembre dello scorso anno, Chick Corea Plays (qui Yesterdays), dove lui al pianoforte suona brani delle più svariate provenienze, Mozart, Antônio Jobim, Evans, Monk, Chopin, Wonder e propri, ovviamente, una scelta di esecuzioni magistrali registrate nei suoi live del 2018. Ad ascoltarlo oggi lo si potrebbe interpretare come una sorta di testamento del suo mondo musicale e della tante strade che ha imboccato. Fusion a tutti gli effetti, evoluzioni acrobatiche, che fosse seduto al mitico Fender Rhodes o a un piano a coda da concerto. Per questo è uno dei musicisti che amo mettere in cuffia: per lasciarmi guidare nei suoi percorsi sonori, sempre nuovi nonostante li ascolti centinaia di volte…

Dopo il doveroso e doloroso saluto a Chick Corea, il post di quest’oggi prevede l’uscita di un nuovo disco. La terza parte di una trilogia, opera di una musicista trentaseienne nata a Montreal ma haitiana di origini, Dominique Fils-Aimé. Una voce spettacolare e un senso della musica e dello spazio musicale pieno.

Three Little Words, uscito oggi nei negozi fisici e virtuali, conclude, come dicevo, un “viaggio” alle origini della musica afroamericana, come viene da lei intesa, ma anche una riflessione su tutto quello che c’è dietro quella musica, conflitti razziali inclusi. Dal primo album dove il blues dominava, Nameless, al secondo, Stay Tuned!, che le ha fatto vincere numerosi premi tra cui il Juno come voce jazz dell’anno e il Félix come disco jazz del 2019, in Three Little Words si dedica al Soul, ed è una rigogliosa avventura dove riesce a tessere armonie tra il Soul anni Sessanta e Settanta e l’evoluzione che lei stessa ha voluto dare al genere. Dunque, un album da ascoltare, pieno di vitalità, idee, sempre con la costante della voce solida di Dominique. Per chi non la conoscesse, invito all’ascolto dei tre dischi, nell’esatta progressione prevista dall’artista. Noterete un crescendo tra la bellissima Birds di Nameless, passando per Big Man do Cry di Stay Tuned!, a Being The Same dell’ultimo lavoro.

Dominique è la dimostrazione che la buona musica e i bravi artisti non smetteranno mai di darci grandi piaceri. Da Chick Corea a Dominique Fils-Aimé, ai tanti musicisti che ci hanno lasciato e agli altri che stanno emergendo, c’è un filo, con le dovute distinzioni, che lega note ed emozioni, una rara capacità che non appartiene a tutti e che per questo rendono loro, speciali, e la nostra vita (per lo meno la mia!) migliore e un po’ più saporita e vivace.

10 febbraio 1971: Carole King fa la storia del pop

Mentre l’America piange la scomparsa di Mary Wilson, 76 anni, l’ex The Supremes (gruppo fondato insieme a Flo Ballard, che morì a 32 anni nel 1976, e a Diana Ross), oggi la musica festeggia il cinquantesimo anniversario dell’uscita di un disco dirimente nella storia del rock/pop. Sto parlando di Tapestry. L’autrice è Carole King. Il disco va nei negozi il 10 febbraio 1971: il giorno prima Carole compiva 29 anni ed era già considerata una delle artiste più influenti del panorama musicale americano, sulla scia di Joni Mitchell. Un album di successo, che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo, 10 milioni solo negli States, ed è stato in vetta alle classifiche per mesi. Insomma, il disco perfetto, che ogni artista vorrebbe scrivere e pubblicare.

Tapestry è il suo secondo album. Il giorno dell’uscita, dalle pagine di Rolling Stone, il mitico Jon Landau attaccava così il suo lungo pezzo di recensione al disco: «Il secondo album di Carole King, Tapestry, ha mantenuto la promessa del suo primo (Writer, pubblicato nel maggio del 1970, ndr) e ha confermato che lei è una delle figure più creative di tutta la musica pop. È un album di incredibile intimità personale e fattura musicale e un lavoro proteso a uno scopo artistico. È anche facile da ascoltare e altrettanto facile da godere».

Chi non ricorda I Feel The Earth Move, brano che apre l’album, con quell’attacco al piano pulito, deciso, ritmico molto R&B? Il dialogo tra piano e chitarra elettrica è da manuale. E poi, a scendere, It’s To Late, o la struggente Way Over Yonder e, subito dopo, You’ve got a Friend, uno dei brani più famosi di sempre. Carole la regalò all’amico James Taylor che la rese immortale. E ancora, Where you Lead, brano che, molti anni dopo, ha fatto da colonna sonora a una fortunata serie tv,  Gilmore Girls, in Italia Una mamma per amica, dove la stessa musicista è apparsa in qualche puntata. Continuando, anche il brano che dà il titolo all’album, Tapestry, è uno dei pezzi “storici” del pop, per chiudere con (You Make Me Feel Like) A Natural Woman, canzone che la King scrisse per Aretha Franklin e che diventò uno dei cavalli di battaglia di Lady Soul.

Una creatività incredibile quella di Carole King, newyorkese, figlia di una insegnante di pianoforte e di un vigile del fuoco, merito anche del suo legame con Gerry Goffin, suo ex marito, con il quale, oltre a due figlie, fecero nascere brani indimenticabili per molti artisti. La ditta King&Goffin scrisse anche per i The Animals Don’t Bring Me Down, grande successo del 1966, per i The Herman’s Hermits, I’m Into Something Good, del 1964 (Carole aveva 22 anni), per i The Righteous Brothers, For Once In My Life, (1965), per i The Byrds, I Wasn’t Born To Follow

Oggi, in questa giornata piovosa (almeno a Milano), grigia e triste riandare indietro nel tempo e ascoltare l’intero album, è un esercizio di memoria e ricordi, di nostalgie e buona musica. Già, una gran buona musica…

Francesco Scalabrino: cos’è la vita senza musica?

Carboncino – Francesco Scalabrino

Voglio raccontarvi una storia. Ha a che fare con un musicista – un bravo cantautore – che, nella sua troppo veloce carriera, nel primo decennio del Duemila, ha vinto un premio prestigioso e ha pubblicato un solo disco, quanto mai attuale, nonostante siano passati 13 anni, Cattivi Pensieri (mettetelo pure come colonna sonora mentre leggete), per l’etichetta Toast. Una vicenda comune a molti artisti che, per i più svariati motivi, tra questi anche sane dosi di sfiga, mancati appuntamenti, sliding doors, anime troppo intime per tirar fuori le unghie, si sono sentiti obbligati a smettere di comporre ed esibirsi, tante candele che, alla lunga, hanno finito per spegnersi.

Lui si chiama Francesco Scalabrino, romano del quartiere Montesacro Talenti dove è nato e dove tutt’ora vive, va per i 47, non più un giovincello, ammette. L’ho chiamato alcune sere fa. Il suo numero l’ho avuto da un caro amico, uno dei fondatori di una delle prime radio libere di Milano negli anni Settanta (perdiamo le ore a parlare di musica…) che nella vita fa altro e, per lavoro, ha incrociato Francesco. Meno di sei gradi si separazione…

Dunque, ero rimasto alla telefonata. Dall’altro capo del filo trovo una persona perplessa, che probabilmente sta pensando perché mai questo qui (io) vuole parlare con lui ora? «Ciao Francesco, Alessandro mi ha riportato indietro negli anni, ai Cattivi Pensieri, e m’è venuta la curiosità di sapere di te. Continui a suonare? Componi? Non ti sei arreso?». Ammetto, l’ho travolto con una valanga di domande. «La mia è una storia piuttosto semplice, una come tante», mi risponde in tono pacato, con un lieve imbarazzo.

Francesco Scalabrino

E continua: «Il mio approccio alla musica è stato da autodidatta, e questo è il mio primo grande rammarico. Strimpello due strumenti, il pianoforte e la chitarra…». Non lo fa apposta, ne sono convinto, ma la timidezza ha il sopravvento, è come ribadire che forse è stato giusto così, i casi della vita… «Da piccolo in casa dei miei genitori c’era un piano che strimpellavo; quando ho visto che tra noi c’era del feeling ho iniziato a comporre. Sai, fin da bambino amavo scrivere, a otto, nove anni avevo un quadernino con le mie prime poesie, mio padre e mia madre si stupivano delle mie riflessioni». Avevi l’animo del cantautore… «Non ho letto abbastanza, e questo è l’altro rammarico della mia vita, forse una stupida specie di orgoglio… Tra l’altro, ho sempre avuto paura di rileggere e ascoltare quello che scrivevo…».

Uhmm, coincidenze: hai fatto il liceo classico, vero? Ride. «Sono sempre stato affascinato dalla filosofia e dalla letteratura greca. Il greco moderno lo sto studiando seriamente da un paio d’anni. Ho anche tradotto una mia canzone in greco moderno». Per la cronaca, il brano lo trovate sulla sua pagina Facebook. Insisto: come sei arrivato a vincere il Biella Festival, dedicato alla canzone d’autore nel 2008 con Di là dal Mare e a pubblicare un album che aveva molti spunti interessanti?

«Fino ai 20 anni ho scritto tanto, registravo tutto, allora c’erano ancora le musicassette! Mi sono deciso, ho messo su una band e abbiamo iniziato ad andare a suonare nei locali a Roma. Proponevamo la mia musica, e questo è stato il nostro grosso problema, perché i localari, come chiamiamo in gergo i gestori dei bar dove si fa musica, volevano riempire il locale e facevano il tutto esaurito solo con le cover band. Avevo conosciuto Renato Marengo (con Michael Pergolani conduceva l’Acchiappatalenti su radio Rai 1). Sono finito in radio un paio di volte, poi ho mandato la demo al Biella Festival e ho vinto. Grazie al festival ho conosciuto Giulio Tedeschi, fondatore della torinese Toast Music che mi pubblicò Cattivi Pensieri. L’album, però non fu per niente sponsorizzato, praticamente non fu mai lanciato».

Tu non hai fatto niente per il disco? «Un paio di esibizioni a Roma, alla FNAC (negozio che non esiste più da anni) e una ventina di minuti di brani in una libreria. Il problema sostanziale è stato che la musica si stava relegando a una passione, non potevo permettermi di fare come desideravo io, con una certa tranquillità… non ho mai avuto il carattere “giusto” per rompere le scatole alla gente, mi sono avvicinato a un paio di persone, che potrei definire agenti, ma senza successo. Ecco, sì, forse non sono stato poco fortunato nel trovare i tempi giusti».

Francesco Scalabrino

Così Francesco si ritrova con un disco fantasma, qualche concerto, dove propone nuovi brani. «L’ultima volta che sono salito sul palco è stato nel 2012. Era diventata difficile anche la gestione della band. Ho lasciato la precedente, quella del disco (Fabrizio Bellanca al basso, Giulio Vallarino alla chitarra, Tony Candela alla tromba, Alesandro Turetta alle percussioni), per un altro gruppo, di musicisti professionisti (Emanuele Felici alla chitarra, Christian Vilona al sax, Davide Sollazzi alla batteria, Daniele Dezi/Maurizio Perrone al basso/contrabasso), tutta gente che viveva e vive di musica. Hanno accettato di suonare con me perché a loro piaceva la mia musica, ricavandone praticamente niente. Dopo tre, quattro anni mi sono sentito responsabile di tenerli legati a un progetto che non decollava».

Nel frattempo Francesco si sposa, oggi ha due figli, uno di 10 e uno di sei anni. Non fa più il musicista, «Sono impiegato in banca… Ti confesso che tenere la musica come hobby mi fa più male che bene. Quando facevo i concerti era bellissimo. Sono un timido, ma una volta salito sul palco trovavo la mia dimensione, molto intensa, difficile da distinguere, un misto di felicità e struggimento…».

Da qualche tempo pubblica suoi vecchi brani su Facebook, che presenta con disegni suoi, carboncini dove gli strumenti prendono vita, mostri animati che tentano di avvolgerlo, pianoforti con propaggini e zoccoli, demoni che vengono a fare i conti… Non ha smesso di ascoltare la musica che lo ha spinto e ispirato a comporre: «Sull’ascolto sono ancora più settoriale che nella lettura. Sono cresciuto a pane e De Gregori (si sente, Francesco!, ndr). Adoro Paolo Conte, Vinicio Capossela, Gianmaria Testa, per me sono i migliori, i grandi artisti della canzone italiana d’autore». Testa era un ferroviere… «Il suo lavoro era molto più poetico del mio». Scusa Francesco, ma di musica straniera? «Mi piacciono i Muse, i Queen, Leonard Cohen, non sopporto il genere urban, si ascolta solo quello oggi…».

Quindi non suoni più, è questo che vuoi dirmi? «Stavo facendo una riflessione in questi giorni. Mi è capitato di vedere in televisione un film preCovid del 2019, cose normali che un tempo facevamo anche noi. Questa situazione ci sta rendendo il ricordo recente un passato remoto. È una sensazione di forte allontanamento; ce l’ho anche con la musica. Molte canzoni sono nate per i social e non per un palco. Le generazioni passano e la memoria svanisce».

Vorrei che questa storia avesse un lieto fine. Perché ad ascoltare Quanto manca a DomaniCabronJack, Giorni di Pioggia o, ancora, Ti incontrerò, mi viene da pensare che quando un musicista smette di sognare e creare anche le nostre vite perdono qualcosa. Che ci piaccia o meno il genere, l’artista, la melodia, tutti noi veniamo potenzialmente privati di un momento di gioia o di riflessione, un millisecondo di colonna sonora della nostra esistenza.

Prendete questo post come meglio credete, ma è un invito a riflettere, come direbbe lo stesso Francesco: «Avrei voluto nascondermi in un silenzio di musica…».

John Mayall: un box set da grande ascolto!

A 87 anni compiuti, John Mayall torna di prepotenza con un mega cofanetto deluxe dedicato al periodo più interessante e vivace della sua pluriennale carriera, 1965-1974, insieme con i suoi Bluesbreakers, storica band che ha avuto un gran ricambio di musicisti tra le sue fila e che, per questo e per l’attitudine di Mayall ad essere un eccezionale scopritore di talenti, è stata una vera e propria fucina di grandissimi artisti: Eric Clapton, il compianto Peter Green, mancato nel luglio dello scorso anno, Mick Taylor, che lasciò Mayall per suonare (cinque anni, dal 1969 al 1974) da chitarra solista con i Rolling Stones… Ma anche (per pochi mesi) il bassista Jack Bruce, poi componente e fondatore con Clapton e Ginger Baker dei Cream, il batterista Mick Fleetwood, cofondatore di un’altra mitica band i Fleetwood Mac

Ed ecco, dunque, John Mayall, The First Generation 1965-1974, un concentrato di storia del blues British e delle sue evoluzioni raccontato con un libro che presenta memorabilia e aneddoti, 35 Cd, oltre a gadget vari come poster e cartolina autografata (tutto il contenuto, pezzo per pezzo, è spiegato in questo video). Uscita prevista il 5 febbraio. Prezzo al pubblico decisamente importante, visto che il box pubblicato da Madfish è stato composto in soli 5mila esemplari: 275 sterline che tradotte, fanno circa 312 euro

Giornata della memoria: Francesco Lotoro e la musica “concentrazionaria”

Delle poche cose che mia madre ricordava, ragazzina in Friuli negli anni del secondo conflitto mondiale, a parte la fame, il nulla imposto dalla guerra, il terrore del rombo degli aerei che venivano a bombardare (trauma che l’ha convinta a non salire mai a bordo di un aereo e che si è portata sino alla morte), c’era il ricordo dei treni dei deportati diretti ai campi di concentramento, che facevano sosta nella stazione del paese dove viveva. Era un ricordo meticoloso, quasi un’imposizione per non dimenticare, così vivido da materializzarsi. L’ho immaginato tante volte, prima con la mente di un bimbo e poi con quella di un adulto, come se fossi lì anch’io. Ancora oggi che mia mamma non c’è più, rivedo quelle scene, le urla di richiamo e aiuto dei prigionieri rinchiusi nei carri bestiame, perché questo erano, le mani che si allungavano oltre le strette ferritoie poste in alto, mani affusolate, mani piccole, mani callose, mani che chiedevano cibo, acqua, o anche solo una carezza. E il paese si mobilitava con generi di conforto, quel poco che c’era nel niente assoluto.

Sono passati quasi 80 anni da quegli eventi, i sopravvissuti dei lager sono ormai pochissimi, il tempo fa il suo corso. L’orrore dell’olocausto è diventato un’ansia mentale intorpidita; il racconto serve a tenere vive le putrefazioni a cui l’uomo può arrivare, poiché ce ne dimentichiamo troppo spesso.

A questo serve la giornata della memoria. Almeno un giorno all’anno ci viene imposto di pensare che, nemmeno un secolo fa, sono state commesse atrocità senza fine, sono state cancellate milioni di vite, famiglie, amori, passioni, storie…

E arrivo al punto di oggi: sì, anche questa volta c’entra la musica. Anzi, la musica è la protagonista. Perché lo è stata nei campi di detenzione, di sterminio, di rieducazione – e non solo nazisti. C’è un musicista italiano, che certamente molti di voi conosceranno, che da oltre trent’anni sta dedicando la sua vita e la sua professione alla causa: raccogliere opere, canzoni, spartiti, brani, partiture scritte su fogli musicali, altre annotate su carta igienica o pezzi di tessuto, altre tramandate oralmente. Musica come resilienza, musica come anelito di libertà, musica come scansione delle attività giornaliere nei campi, anche quelle terribili, musica per salvare la propria mente e la vita.

Parigi. Wally Lowenthal Karveno e Francesco Lotoro con in mano l’autografo del “Concertino per pianoforte e orchestra da camera” scritto a Gurs – courtesy Fondazione Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria, Barletta

Ho trovato la “missione” di Francesco Lotoro, classe 1964, musicista di Barletta, pianista, compositore e direttore d’orchestra, docente di pianoforte presso il Conservatorio Niccolò Piccinni di Bari, un enorme atto d’amore, verso chi è stato privato della libertà, torturato e massacrato ma anche verso la musica stessa.

Avere la possibilità di riascoltare quello che è stato scritto nei campi, una musica che potremmo definire sicuramente nuova, “concentrazionaria” come è stata battezzata, è una delle concrete possibilità per non dimenticare, testimonianza diretta e reale delle atrocità commesse. Francesco Lotoro lavora per questo, perché le prossime generazioni possano “ascoltare” la cruda realtà di quello che l’essere umano è riuscito a concepire ma anche cogliere la creatività e la necessità di vedere la propria esistenza oltre i confini di un lager nazista. Musica per evadere, per volare, per fissare momenti “resistenti”. Nel 2017 il regista franco-argentino Alexandre Valenti ha dedicato a Francesco un docufilmMaestro, una coproduzione italo-francese.

Gli ho scritto se potevo intervistarlo, mi ha risposto immediatamente. Ne è nata una lunga e intensa chiacchierata…

Francesco come è iniziato tutto ciò?
«Ho cominciato nel 1988, spinto da molti elementi giovanili, passioni, curiosità. Mi mancava la visione d’insieme di ciò a cui stavo andando incontro… I primi quattro anni cercavo solo musiche composte da musicisti ebrei. Mano a mano che contattavo persone, le incontravo, mi documentavo, lavoravo con l’aiuto di tutor perché trovavo manoscritti scritti in diverse lingue, catalogavo, suonano, eseguivo le partiture, sono passati gli anni e mi sono accorto che questa ricerca si era mangiata un po’ tutto della mia vita. Non era prevedibile. Sono arrivato a migliaia di opere catalogate e non è ancora finita…CI vogliono tante risorse ancora per finire il lungo lavoro».

Come musicista che idea ti sei fatto?
«Sono un pianista e ciò mi ha aiutato a cercare un repertorio pianistico denso di linguaggi molto avanzati, che andavano persino oltre Arnold Schönberg (il compositore austriaco naturalizzato americano, considerato dirimente per aver scritto musica al di fuori dalle regole del sistema tonale, ndr).

Charles Abeles, prima pagina del Valzer Rondo Felicità op.282 – courtesy Fondazione Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria, Barletta

Negli anni hai contribuito a creare un’orchestra, l’Orchestra di Musica Concentrationaria, con la quale hai inciso un’enciclopedia in 24 volumi CD KZ Musik, contenente 407 opere scritte da prigionieri civili e militari in quel periodo…
«L’ossigeno della ricerca e la sua bellezza estetica è suonare molta di questa musica. Sai, ho sempre pensato che eseguirla sia un gesto magico, liberarla dai campi, in una sorta di redenzione».

Quando pensiamo ai campi di concentramento spesso ci facciamo dei “film” errati…
«I campi di concentramento, internamento, sterminio erano realtà metropolitane zippate, con elementi di eterogeneità. L’elemento artistico ha fatto scattare connessioni tra gruppi sociali e linguistici. Nel campo di Birkenau (Auschwitz II), per esempio, è impossibile distinguere tra musica ebraica e musica rom. La promiscuità nel gergo artistico è illuminante, fertile. Capitava anche che i musicisti prestassero i loro strumenti ad altri musicisti, come è successo nel campo di Sandbostel quando i francesi che stavano nello Stalag XB dettero più volte il violoncello a Giuseppe Selmi, grande violoncellista, compositore e didatta italiano (Selmi ha scritto in prigionia molte partiture per violoncello e il meraviglioso Concerto Spirituale per violoncello e orchestra, ndr) che stava nell’attiguo Stalag XA» (Selmi, come scrive lo stesso Francesco, «si esibì per i prigionieri italiani in un intero concerto imbracciando un violino a mo’ di violoncello…»).

Ci sono stati anche sodalizi gloriosi e proficui nei campi, come quello di Giovannino Guareschi e Arturo Coppola…
«Sono nati brani bellissimi. Prendi La favola di Natale che Guareschi scrisse nel 1944 nel campo di Sandbostel e Coppola mise in musica, è un’opera straordinaria e così poco rappresentata oggi. Coppola scrisse molti altri brani, come Treviso (la città in cui passò maggior parte della sua vita, ndr) quando seppe del bombardamento sulla città, molti mesi dopo l’avvenimento. Da ricordare anche Dai Dai Bepin, un’esortazione a Stalin che si muovesse in fretta per liberarli dalla prigionia…».

Gerusalemme. Francesco Lotoro con il pianista e compositore Alex Tamir, sopravvissuto al Ghetto di Vilnius – courtesy Fondazione Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria, Barletta

Quanto ha influito la privazione della libertà sui musicisti e sulle partiture composte?
«Il musicista in prigionia componeva per esorcizzare il campo, l’ambiente non influiva, dunque, più del necessario sui criteri architettonici della composizione. Il campo c’è, attraversa la musica, ma il musicista è ancorato alle proprie visioni, alla propria storia. Il dramma esiste, ma in chiaroscuro, il musicista in questo modo vuole annichilire il campo. Spesso, sono stati gli stessi musicisti prigionieri a costringere i loro carcerieri ad acquistare strumenti musicali, fogli per scrivere partiture, a farsi esentare dal lavoro per dedicarsi alla composizione».

La musica faceva vedere la prigionia in un altro modo…
«Hai presente l’orchestra del Titanic che non smetteva di suonare mentre il transatlantico affondava? O Pau Casals il grande violoncellista catalano, che si esibiva anche durante il regime franchista perché mai come in quei momenti la gente aveva bisogno della musica? Così era nei campi. Ogni musicista ha portato nella prigionia la propria esperienza, che è rimasta patrimonio del luogo. L’elemento campo ha modificato, evoluto, deteriorato, agito da drenante, intaccato certe corde, certe sensibilità. Gli artisti sopravvissuti alla prigionia, una volta liberi, sono diventati fondamentalmente diversi, hanno voluto cancellare completamente la detenzione. Ci sono dolori che vengono redenti in maniera diversa. Di per sé nei campi abbiamo avuto lo sviluppo, l’estremizzazione, la radicalizzazione di certi linguaggi, forme brecktiane possibili solo perché, appunto, nate all’interno del campo».

Quindi la musica è stata tante cose: un atto di liberazione, una forma di rigore mentale e pure la summa di colonne sonore della vita quotidiana nei campi…
«A Buchenwald c’era un’orchestra di 80 elementi. Auschwitz, nelle sue tre declinazioni, il campo principale (I), Birchenau (II) e Monowitz (III) contava ben sette orchestre. D’opposto, Hans Gál (musicista viennese che fuggì dall’Austria nazista rifugiandosi in Gran Bretagna dove, per ironia della sorte venne recluso dagli inglesi che arrestarono gran parte dei profughi tedeschi scampati al regime, tra questi anche numerosi ebrei, ndr) nel campo di detenzione di Douglas, sull’isola di Man compose la Huyton Suite op.92 con gli strumenti che aveva a disposizione, un flauto e due violini».

Ma nella musica concentrazioanria c’era anche altro…
«È una musica sessista, divisa per genere. Orchestre maschili e orchestre femminili. Solo nel campo di Theresienstadt c’era un’orchestra mista. È stata poi usata per il più sublime e il più perverso degli scopi. Si suonava quando arrivavano i treni con i nuovi prigionieri e i nazisti facevano una selezione veloce delle persone: vecchi, malati, bambini venivano soppressi, gli altri in salute andavano ai lavori forzati. L’orchestra suonava quando il gruppo di deportati partiva e arrivava dal lavoro coatto. Suonava la domenica nei villaggi dei militari per rallegrare le passeggiate pomeridiane dei nazisti con le loro famiglie, ma suonava anche per i deportati…».

Berto Boccosi, prima pagina del quaderno di Saida (abbozzo dell’opera La Lettera Scarlatta) – courtesy Fondazione Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria, Barletta

La musica era dunque sempre concessa?
«Nei campi di detenzione dove c’erano ebrei si poteva scrivere musica, in quelli dove c’erano i prigionieri politici, no. In questo caso gli artisti memorizzavano ciò che componevano, o scrivevano le partiture sulla carta igienica o sui teli di juta, addirittura sulla terra, quando andavano a lavorare nei campi di patate. Ognuno dei detenuti imparava a memoria quattro battute e poi la sera venivano trascritte su mezzi di fortuna. Ma non dobbiamo pensare a gesti di magnanimità da parte dei carcerieri. Il polacco Artur Gold, per esempio, famosissimo musicista, una delle star del tempo, venne arrestato e deportato a Treblinka. Fu ricevuto dal comandante del campo con tutti gli onori, gli venne concessa un’orchestra con cui allietò i militari, poi venne messo a morte. La negazione di ogni logica. Al musicista non poteva che rimanere la sua musica, poteva contare solo su quella».

Venendo a oggi, dopo trent’anni di lavoro, qualcuno ti ha chiamato lo Sherlock Holmes della musica, che valore ha questo enorme patrimonio che stai raccogliendo?
«Sono convinto che questa sia una musica di portata universale. Per completare il quadro ci vorranno ancora 15, 20 anni. Siamo ben oltre gli ottomila brani raccolti e catalogati e ogni settimana arrivano partiture, segnalazioni, note all’ILMC, l’Istituto di Letteratura Musicale Concentrationaria. Con il lockdown ho smesso di viaggiare ma presto spero di ritornare a intervistare, raccogliere, ascoltare. Dovrei andare in Francia dove c’è una testimone che mi aspetta, appena il virus lo permetterà volerò a Parigi. Questa musica è come se fosse stata chiusa in una capsula del tempo. Ti ricordi il film con Nicolas Cage Segnali dal Futuro? Ecco, la musica concentrazionaria è chiusa lì dentro, non si è mai interfacciata con la musica a lei contemporanea, è tanto simile quanto differente. Credo che abbia molto da darci. Però, ne usufruiranno con quotidianità le generazioni future, tra venti o trent’anni».

E la capsula del tempo dovrebbe trovare posto a Barletta in un’ex distilleria, giusto? Sono anni che se ne parla…
«Nel 2016 partecipammo a un bando per la riqualificazione delle periferie, indetto dal governo Renzi. Barletta si candidò e sposò in pieno il progetto di una cittadella della musica concetrazionaria. Considero questo genere di musica in un periodo che va dal 1933 al 1953 includendo anche i gulag sovietici, praticamente fino alla morte di Stalin. Il nostro progetto arrivò dodicesimo. I primi 24 avrebbero avuto una sovvenzione statale. Che però è stata insufficiente. Quindi abbiamo atteso ancora e, se tutto andrà per il meglio, dovremmo inaugurarla nel 2024. Sarà un campus con biblioteca, museo, libreria, teatro, ristorante, due laboratori, un polo di studio della musica ebraica… allora sì, potremo finire la ricerca, ci vogliono altri fondi, è un lavoro enorme, ma che dobbiamo portare a termine».

Finisce qui la nostra lunga intervista. Non mi resta che darvi appuntamento a questa sera: in occasione del 76° anniversario della liberazione del Campo di sterminio di Auschwitz, vi consiglio il concerto registrato e trasmesso in streaming alle 19:30 sulla pagina Facebook della Città Metropolitana di Bari: una selezione di brani di musica concentrazionaria intitolata La B rovesciata – Il Testamento dell’universo concentrazionario, eseguito dall’Orchestra Sinfonica di Bari diretta da Francesco Lotoro. Le voci: Anna Maria Stella Pansini (soprano), Nico Sette (tenore), Angelo De Leonardis (baritono e voce narrante), Paolo Candido (voce maschile).

Campagna AIAM: voce agli abbonati abbandonati

Le persone hanno bisogno della musica, soprattutto di quella dal vivo, vederla, sentirla, annusarla, toccarla. La sua privazione è una della conseguenze più brutali di questa pandemia, non certo meno importante del lavoro, che, anzi, lo ingloba, insomma, è parte di tutto ciò che rende una vita, normale. L’uomo, in quanto tale, ha bisogno di sostentamento fisico ma anche di quello spirituale e mentale. Ha voglia di bellezza e di sogni, di stimolare la propria mente, di librarsi nei cieli della fantasia.

Dopo le centinaia di appelli di musicisti, tecnici, addetti al settore, l’AIAM, Associazione Italiana Attività Musicali, ente che raggruppa 115 associazioni in tutta Italia con oltre mille abbonati, ha deciso di cambiare strategia: far parlare gli spettatori, l’“Abbonato Abbandonato” (è il nome della campagna) privati della musica live.

Da oggi 25 gennaio – e per 115 giorni, quanti sono i soci raggruppati sotto l’AIAM – attraverso i suoi canali social, l’associazione pubblicherà e invierà a tutti i media italiani, nazionali e locali, un video-appello di un Abbonato Abbandonato. «115 donne e uomini  (uno per ogni associazione musicale, ndr) racconteranno perché la musica è necessaria anche nei momenti di crisi», ha spiegato Francescantonio Pollici, presidente di AIAM.

Sempre Pollici, per evidenziare la necessità di una ripartenza sicura, ha ribadito nelle sue interviste come durante il periodo tra un lockdown e l’altro in Italia si siano tenuti 2782 concerti e spettacoli con 350mila spettatori presenti e un solo caso di Covid19 registrato. E questo perché sono stati rispettati rigidissimi protocolli di sicurezza.

Ben vengano questi appelli, che sono lontani dallo stupido negazionismo. Rimettere in moto un comparto che langue ed è allo stremo vuol dire fa respirare anche le menti di tutti noi: abbiamo bisogno di felicità, vogliamo ascoltare la bellezza… Mi auguro serva a qualcosa…