Il Blues visto dalle donne: star, promesse e genialità

Donne e blues. Che gran binomio! In un mondo prettamente maschile ci sono sempre più artiste che si dedicano all’esplorazione e composizione di questo genere fondamentale, ruvido, evocativo, che tocca le corde più nascoste del nostro “Istinto Musicale”, per citare il titolo di un dirimente libro di Philip Ball del 2010. Nella storia del blues, dal Novecento del secolo scorso a oggi, sempre più artiste si sono “votate” al sacro fuoco delle “blue note”. Basti ricordare la grande Sister Rosetta Tharp, definita la Godmother (Madrina) del rock’n’roll: la sua musica, dagli anni Quaranta fino alla sua morte, avvenuta nel 1973, tradotta in 17 album, ha influenzato, per loro stessa ammissione, Elvis Presley, Johnny Cash, Chuck Berry, Jerry Lee Lewis, Little Richard, anche se solo nel 2018 la Tharpe è stata insignita di un posto nella Rock and Roll Hall of Fame. Tralasciando altri grandi nomi, da Bessie Smith, The Empress (l’imperatrice) of the Blues, alla mitica Bonnie Raitt, vi voglio segnalare oggi undici blueswomen – le troverete qui sotto in rigoroso ordine alfabetico! – che mi piacciono per passione, grinta, voce, modo di suonare. Alcune sono ben note, come la losangelina Beth Hart, altre, giovanissime e talentuose, come la ventiduenne canadese Angelique Francis, altre ancora, grandi musiciste, vedi le bassiste Heather Newman e Amanda Fish.

Elles Bailey La giovane e talentuosa musicista inglese (di Bristol) s’è fatta notare in terra patria ma anche negli States con collaborazioni, nel suo ultimo lavoro Road I Call Home, con il tastierista Bobby Wood e il chitarrista dei Black Keys, Dan Auerbach. Voce da due pacchetti di sigarette al giorno, grinta in sovrabbondanza, ha una verve contagiosa. Fino ad agosto sarà in tour fra Gran Bretagna, Germania e Spagna. Ascoltatela in Little Peace of Heaven.

Annika Chambers Qui vi propongo l’ultimo dei suoi tre album pubblicati, Kiss my Sass (letteralmente “bacia la mia sfacciataggine”, gioco di parole con kiss my ass, baciami il culo). Un bel biglietto da visita per la texana di Houston, ex-militare (ha servito l’America in Kosovo e in Iraq) prima di dedicarsi alla sua vera passione, e cioè la cantante e songwriter blues. Ascoltatela qui in In the Basement.

Amanda Fish Sorella maggiore di Samantha Fish ha iniziato la sua carriera artistica dopo la scatenata Samantha ma con egual piglio e maestria. Le sorella Fish vengono da Kansas City e hanno il blues nelle vene dalla nascita. Due i dischi prodotti da Amanda, Down into The Dirt, nel 2015, e Free, nel 2018, quest’ultimo insignito lo scorso anno del Blues Music Award come miglior album emergente. Ascoltatela in Not Again.

Samantha Fish La trentunenne “sorellina” è un’abile chitarrista oltre ad avere anche una gran voce, nonostante l’aspetto da “angelo”. All’attivo ha dieci album, una lunga carriera iniziata nel 2009. Il prossimo 12 luglio suonerà al Pistoia Blues Festival, occasione per non lasciarsela scappare! Dall’ultimo suo lavoro, Kill or Be Kind (2019), qui l’omonimo brano.

Angelique Francis Sentiremo molto parlare di lei. A 22 anni, l’artista di Ottawa può essere considerata un talento naturale. Polistrumentista, suona contrabbasso, chitarra, pianoforte con la stessa verve e passione, mescolando nelle sue composizioni vari generi dal blues al rock al jazz al soul… Dal suo primo album Kissed by The Blues, ascoltatela in 24 Hours. 

Beth Hart La signora, 48 anni, non ha bisogno di presentazioni. Una gran voce, una potente carica sul palco, esplosione di note e gorgheggi, puro Semtex per le orecchie. La musicista californiana inizia proprio oggi, 17 febbraio, da Manchester un lungo tour che la porterà in Francia, Stati Uniti, Olanda, Danimarca, Austria, Germania e anche in Italia, a Gardone Riviera (annotatelo!!!) il 2 agosto al Festival del Vittoriale Tener-a-Mente. Dal suo ultimo album War in My Mind, ecco Bad Woman Blues.

Rebecca e Megan Lovell Due sorelle di Atlanta, fondatrici della band in cui militano dal 2010 con il bassista Brent Tarka Layman e il batterista Kevin McGowan. Insieme fanno i Larkin Poe, come si definiscono, una roots rock and blues band. Insomma un ritorno alla musica delle radici, a quel blues bello, ampio, solenne e potente dove c’è posto per lo slide guitar e il banjo. Ascoltateli nell’ultima loro uscita, Venom & Faith del 2018, nel brano Beach Blond Bottle Blues. Per chi volesse vederle, il 19 maggio a Milano alla Santeria – Toscana 31.

Heather Newman Rise From The Flames del 2019 e Burn Me Alive del 2017 sono i due album publicati da questa trentenne blueswoman assieme alla sua ormai rodata band, abile disegnatrice di ritmi che crea con il suo inseparabile basso elettrico. Ascoltate I’m Coming For You da Rise From The Flames.

Meghan Parnell È la frontwoman dei Bywater Call, band canadese che nel novembre dello scorso anno ha pubblicato il suo primo album. Porta il nome del gruppo, Bywater Call. Sette elementi, con una bella sezione fiati (Sax e tromba) e soprattutto la voce di Meghan, chiara, potente, molto blues con voli soul. Ascoltateli in Arizona.

Joanne Shaw Taylor Fu scoperta da Dave Stewart, ex Eurythmics, quando aveva appena 16 anni. Così narrano le cronache di Joanne, nata nelle West Midlands, inglese di passaporto ma americana d’anima. Una voce potente, ottima chitarrista, ha pubblicato in 11anni di attività sette album. L’ultimo, Reckless Heart, è uscito nel 2019. Qui in Bad Love

Musica e Moda/ Così nasce la colonna sonora per una sfilata

La prossima settimana, dal 18 al 24 febbraio, a Milano si terrà la Fashion Week. Passerelle, eventi, viavai di modelli/i, eccentricità autentica e ostentata… ma anche musica. Sfilate e note sono un binomio essenziale e perfetto, uno dei registri usati dagli stilisti per mostrare collezioni e comunicare tendenze, raccontando storie in passerella. Ricordate Grace Jones, 70 anni portati con la spavalderia di una quarantenne, sulla catwalk parigina di Tommy Hilfiger? Ha sfilato e danzato sulle note di Pull Up To The Bumper, suo successo del 1981.

Alberto Riva

Per farmi raccontare l’importanza della musica nella presentazione di una collezione di moda ho fatto una lunga chiacchierata e relativa intervista (vale la pena leggerla tutta!) con Alberto Riva, 60 anni, musicista, produttore, compositore… Alberto è il classico artista, creativo e vulcanico, milioni di aneddoti da raccontare e una sterminata conoscenza di musica. Breve curriculum vitae, tastierista di Jo Squillo, membro del Gruppo Caribe, quelli che tra il 1988 e il 1994, fecero nascere e crescere le “One Nights” milanesi dalle balere di liscio all’Ippodromo del Galoppo. Quindi, sound designer per grandi stilisti, professore di storia della musica (docenze allo IED), organizzatore di eventi…

Dritti al punto: quanto è importante la musica in una sfilata di moda?

«Per me è fondamentale. È una sfaccettatura di quello che sei come stilista, del tuo mondo, richiama i sensi, dà il ritmo di uscita in passerella, evoca sensazioni…».

Doverosa precisazione: c’è la soundtrack creata da musica di repertorio e quella composta per l’occasione. Puoi raccontarci come nasce il tutto?

«Si parte con un primo briefing con lo stilista. Quindi inizio la ricerca dei brani più adatti da sottoporre a un secondo incontro: frugo nel mio enorme archivio, nei negozietti di dischi usati, sulle piattaforme digitali. Brani vecchi, vecchissimi, moderni e modernissimi, talvolta ricevuti promozionalmente dalle case discografiche prima ancora d’essere lanciati sul mercato. Una volta scelti (in abbondanza) mi incontro con lo stilista (o con il suo team creativo) per selezionarli. Sono diversi, a seconda che l’evento si faccia a Milano, Parigi o in Germania, e che sia per la linea Uomo o Donna. Il numero varia in base a due fattori: la durata dello show e i tagli, cioè il tempo di ogni singolo brano (talvolta in relazione alle uscite degli abiti divisi per tema) all’interno della sfilata stessa. Mediamente si utilizzano dai cinque ai 15 brani».

Quindi si passa al mixaggio…

«È la fase più importante del lavoro, che permette di avere una microvisione all’interno della macrovisione, entrando all’interno di ogni singolo brano in un processo chiamato “Edit”. Posso così scegliere le parti migliori di ogni singola canzone, tagliare l’intro o la coda, raddoppiarne frammenti più o meno lunghi, togliere alcune parti, eventualmente, fare sovraincisioni, talvolta anche con strumenti musicali aggiunti. Queste ultime sono molto importanti, perché offrono la possibilità di far suonare all’unisono per un certo periodo di tempo due brani o parte di essi, anche piuttosto diversi tra loro, come quando ho scelto una canzone di Bugo, C’è Crisi, con una di Petrolini, Ma cos’è questa crisi. Altrettanto fondamentali sono i passaggi che legano i brani con atmosfere sonore diverse, che risulteranno gradevolmente armoniche dopo essere state trattate con infiniti accorgimenti tecnici, come effetti sonori, loop, echi, delay, spazializzazione del suono… A mixaggio semidefinitivo ci si incontra di nuovo con lo stilista per sottoporre il risultato, intervenendo con leggere modifiche, anche in relazione alle uscite degli abiti. Quindi si procede con il mix definitivo della colonna sonora che andrà in scena.

E arriviamo all’evento clou, la sfilata. 

«Va più o meno così: mi trovo in Regia Audio, a fianco della Regia Luci, coordinata e gestita dal Direttore delle luci con cui lavoro in sintonia. Ben lontani i tempi in cui si operava con registratori e nastri Revox, cassette, cassette Dat, minidisc e Compact disc, oggi la tecnologia utilizza chiavette usb o direttamente computer! In Regia Audio utilizzo un monitor audio di riferimento per i volumi di sala e sono attrezzato con mixer, cuffia per i mixaggi, due/tre lettori cd con chiavetta sulla quale ho montato le varie parti musicali dello show (generalmente: intro a passerella vuota, sfilata, sera, finale) e gli effetti sonori. Il tutto confluisce in amplificatori e diffusori audio, woofer e subwoofer commisurati all’ampiezza della sala. Se la regia è posizionata fuori vista, ho a disposizione un monitor video per vedere le quinte d’uscita e la passerella stessa. Il Direttore delle luci e il sottoscritto (che potrebbe essere definito Sound Designer, erroneamente DJ, ma io preferisco Menestrello!) sono dotati di intercom (cuffia con microfono che permette di ascoltare e parlare), in collegamento con il regista della sfilata, che si trova dietro le quinte, assieme allo stilista e alle modelle che usciranno. È lui che ci trasmette gli start/stop, i cambi e quant’altro (allunga questo brano, riduci un po’ la luce per quest’uscita, vai a buio, pronto per il mix con la musica del finale, aspetta…, aspetta… ora…, cambio!).

Qui potete ascoltare e vedere un lavoro di Alberto Riva per NABA, l’accademia di belle arti, registrato alla Triennale di Milano lo scorso anno, curato da Romeo Gigli… Con lo stilista Alberto collabora da oltre un decennio: «Ha una grande cultura e un’infinita curiosità musicale. Lavorare con lui è sempre stimolante…».

Il tuo lavoro in sala, però, inizia prima…

«Sì, quando il pubblico entra faccio partire la cosiddetta musica “del sitting” che, pur essendo diffusa a volume non alto, riflette di solito lo spirito musicale che si ascolterà durante la sfilata. È importante perché inizia a mettere lo spettatore in uno stato d’animo ideale per fruire dello spettacolo. Può durare un’ora o più: bisogna tener conto dei temuti, quanto probabili, ritardi tra l’orario d’inizio previsto per la nostra sfilata e quella precedente, a sua volta ritardata da quella ancora precedente e così via… Bisogna permettere ai giornalisti e ai buyers più importanti di raggiungere la location e di prendere posto in sala. Quando il pubblico s’è accomodato e dietro le quinte tutto è pronto, il regista dà gli ok per l’inizio».

Il tuo compito?

«Ora è semplice: premo “Play” sul mio lettore audio e, a passerella vuota, musica, luci e marchio del Brand sono i padroni della scena. L’intercom trasmette: “Quattro, tre, due, uno, FUORI!”…Cambiano le luci, io cambio musica, sfumo la traccia numero uno, quella dell’Intro, e alzo dolcemente il cursore del lettore audio con la seconda traccia, la più corposa, quella della Sfilata vera e  propria. Ok, la prima modella è in scena, il primo cambio musica è perfetto; ora la colonna sonora si snoda tranquillamente, già mixata e preparata con i cambi di canzone e d’atmosfera. Le modelle sfilano una dopo l’altra finché si riaccende la lucina di chiamata intercom: “Audio e Luci, attenzione! La ragazza appena uscita in passerella è l’ultima, sta per entrare la “Sera”, cioè gli abiti da cerimonia. La seconda traccia se ne va e parte la terza, attribuita alla “Sera”, generalmente con musica più soft e suadente, con ulteriore cambio luci. Gli abiti da sera, quando ci sono, sono di solito molti meno rispetto alla sfilata vera e propria, così, dopo pochi minuti, arriva un’ altra allerta: “Attenzione, la ragazza con l’abito lungo rosso è l’ultima della “Sera”. Pronti al Finale!”

Qual è il momento più difficile?

«Insieme all’inizio, proprio quest’ultimo: bisogna sincronizzare l’uscita di scena dell’ultima ragazza, il semibuio e conseguente deciso cambio luci, contemporaneo all’uscita in scena di tutte le ragazze per il “Finale”, a sua volta sincronizzato con la sfumata della musica “Sera” e l’inizio dolcemente mixato di quella, generalmente chiassosa e “in gloria”, del “Finale”, con applausi, respiro di sollievo nostro e urla liberatorie e di esultanza dal backstage. Quindi riparte la musica del “sitting”, valevole anche per l’”outing”. Certo, l’errore di mixaggio, d’imperfetta sincronia tra audio, luci e regia durante i cambi è sempre in agguato, ma dopo quasi 150 sfilate, soprattutto tra Milano e Parigi, certe cose vanno in automatico…Il valore aggiunto dell’esperto…».

Questo per la musica mixata. Fino a qualche anno fa, quando le piattaforme di video sharing non erano ancora esplose, si pagava la Siae per l’evento e finiva lì. Oggi, con milioni di potenziali visualizzazioni come la mettiamo con la questione diritti di pubblicazione dei brani?

«La Maison, assolti gli obblighi Siae necessari alla messa in onda della musica durante – e limitatamente – alla sfilata, non avendo richiesto (sarebbe costato troppo e sarebbe stato necessario un anno di lavoro) e non possedendo i diritti editoriali di ogni singolo brano, non può utilizzare la colonna sonora, specialmente sul proprio sito o sul Web (dovrebbero trasmettere la sfilata… muta!). Per questo motivo, sempre più spesso, i Brand mi chiedono di comporre una soundtrack con musica originale per lo show. In qualità d’autore, dunque, proprietario del brano, cedo i diritti di utilizzo, così il cliente dispone di una colonna sonora originale, di sua proprietà. In questo caso parto da un briefing con lo stilista che mi segnala i suoi ambienti musicali di riferimento e il mood della sfilata. Quindi, per me inizia la fase compositiva, mediante l’utilizzo del pianoforte o dell’elettronica e successivamente la scelta dei vari strumenti da utilizzare. Mi chiudo poi con i miei collaboratori per due o tre giorni in Studio di registrazione, dove iniziamo a stendere la soundtrack, valutando arrangiamenti e stile in relazione al brief».

Ci sono criteri nella scelta dello studio di registrazione?

«La tipologia di Studio varia in base a diversi fattori: il budget a disposizione per la produzione della colonna sonora, il genere di musica utilizzata (dovendo, ad esempio, lavorare con parecchi musicisti non posso certo utilizzare un Home recording studio, più che sufficiente, invece, con la tecnologia d’oggi per una soundtrack di musica elettronica). Altra caratteristica importante per la scelta dipende dal fatto che lo stilista venga o meno in studio durante la produzione: esistono studi equipaggiati in maniera superba che magari si trovano in una zona troppo periferica o nel sotterraneo di un condominio non molto bello di facciata e, dunque, non sono sufficientemente di rappresentanza, per cui pur essendo tecnicamente superiori ad altri vengono scartati perché finirebbero per deprezzare il lavoro artistico. Pare assurdo, ma “il magico mondo della Moda” vive anche di queste cose!».

Curiosità: in molte sfilate si vedono i musicisti che suonano…

«In scena possono esserci pure musicisti che talvolta si esibiscono live sulla colonna sonora preregistrata, anche se il più delle volte vengono utilizzati in funzione scenografica e, per abbattere i costi del live (microfonazione, prove, ecc.), suonano in playback quello che abbiamo precedentemente registrato in studio».

Ultima domanda, giuro! Non ti è mai capitato che, ormai esperto, oltre alla musica ti venisse chiesto di montare l’organizzazione completa (luci, attori, musicisti…)?

«Sì, ultimamente, piuttosto spesso! Addirittura per la security, il catering, funamboli, telecamere, permessi comunali. Avendo fatto anche questo nella vita, mi sono organizzato. Ma questa è un’altra storia, se vuoi te la racconto un’altra volta!».

Musica da viaggio/ Alternative Country Rock, cinque album da ascoltare

Oggi, splendida giornata di sole, voliamo dall’altra parte dell’oceano, negli States, per parlare di un genere, l’Alternative Country Rock, che s’è sviluppato dalla fine degli anni Ottanta e negli anni Novanta del secolo scorso. Sicuramente avrete ascoltato alcuni dei gruppi più significativi del genere ancora attivi, per citarne alcuni, Calexico, Lambchop, Giant Sand… In sostanza, melodie folk, quelle alla Nashville per intenderci, contaminate da suoni più rock con escursioni nel mariachi, bluegrass, punk, blues… Come per tutte le cose c’è un inizio e, per l’alternative country, questo ha un nome stravagante, The Flying Burrito Brothers, band nata nel 1968 da due esuli dei Byrds (storico gruppo folk rock psichedelico dove suonò anche David Crosby), Gram Parsons e Chris Hillman. Il primo morì a 26 anni di overdose nel 1973, il secondo, è un famoso bassista di 75 anni ancora in attività. Piccola annotazione: è grazie a Gram Parsons che Keith Richards dei Rolling Stones, per un periodo inseparabili, s’è innamorato della musica country, contribuendo a dare ancora più sale al suono dei ribelli British… Il loro primo album, The Gilded Palace of Sin, fu accolto entusiasticamente dalla critica ma non vendette molto. È considerato la pietra miliare del genere che di lì a qualche anno sarebbe esploso. I Flying Burrito Brothers restano in attività fino agli anni Novanta, Parsons suonò e cantò nei primi due album, poi venne “licenziato” dalla band perché perso nei meandri della droga.

E rieccoci all’Alternative Country: ho scelto cinque gruppi e altrettanti dischi da proporvi, quelli che metto in cuffia nelle mie escursioni motociclistiche…

Calexico La band di Tucson (Arizona) nata nel 1996 è quella che più rappresenta il genere, grazie anche alla voce di Joey Burns e alla batteria di John Convertino, entrambi ex-membri dei Giant Sand. Il disco da ascoltare è Selections From Road Atlas 1998-2011, (qui Crystal Frontier), primo disco live rilasciato dal gruppo, nel 2011. Annotatevi anche Years to Burn, l’ultimo lavoro pubblicato lo scorso anno insieme a Sam Beam, in arte Iron&Wine, artista che già aveva collaborato con la band nel disco In The Rains del 2005.

Lambchop Il frontman, anima e cuore di questa band davvero unica nei suoi percorsi musicali, porta lo stesso nome di un eroe della Marvel il mutante Kurt Wagner. Il nostro Kurt, classe 1959, ha fondato i Lambchop nel 1986 a Nashville. L’album che vi propongo d’ascoltare è Nixon del 2000 che contiene la bellissima Up with People. Da assaporare anche l’ultimo lavoro, molto più elettronico e altrettanto sofisticato, This (is what I wanted to tell you).

Wilco Altra band storica che arriva da Chicago, fondata dal cantante e compositore Jeff Tweedy nel 1994. Oltre all’album simbolo del successo di critica e vendite, Yankee Hotel Foxtrot (2001), nella creativa produzione degli Wilco ce n’è un altro molto interessante: Mermaid Avenue  & Summerteeth del 1998 realizzato con Billy Bragg – qui California Stars – (contiene brani scritti da Woody Guthrie e musicati dal cantautore inglese e dalla band americana). Uscì anche un volume II e, nel 2012, la raccolta definitiva del progetto: Mermaid Avenue: The Complete Sessions. Gli Wilco hanno pubblicato un nuovo album lo scorso anno dal titolo Ode to Joy.

Giant Sand La band di Tucson fondata nel 1985 da Howe Gelb ha visto avvicendarsi nella sua lunga storia vari componenti, tra questi anche Burns e Convertino dei Calexico. Da mettere in cuffia Storm del 1988 (ascoltate qui Town Where No Town Belongs). Lo scorso anno i Giant Sand hanno pubblicato Recounting The Ballad of Thin Line Man, rivisitazione dello splendido album Ballad of Thin Line Man del 1986, altro lavoro dirimente della band.

 

Jason & The Scorchers Il Jason in questione è Ringenberg, frontman e autore dei brani della band nata nel 1981 e “chiusa” nel 2010. Suoni decisamente più aggressivi, contagiosi. Non a caso viene collocata anche nel filone del cowpunk… L’album scelto è Fervor – Lost and Found del 1985 (qui il brano I Can’t Help Myself): adrenalina garantita, endorfine positive rilasciate, ottimo compagno di viaggio! Jason Ringerberg continua la sua attività solista: l’ultimo lavoro, Stand Tall, è stato pubblicato dall’eclettico musicista esattamente un anno fa.

Sanremo2020/ Morgan, Bugo e l’essenza dell’imprevedibilità

Il coup de théâtre alla fine è arrivato. E lo spettacolo ha raggiunto uno dei momenti più lirici e drammatici, l’apice di tensione fisica e mentale, lo stress perfetto, prima dell’ultima parte che porterà, questa sera, alla fine dell’opera omnia.

Il 70esimo festival di Sanremo come una poderosa tragedia greca. L’uscita di scena col botto di Morgan e Bugo di questa notte, iniezione di vita vera nella finzione scenografica, è stata la ciliegina sulla torta di un festival che s’è rivelato, di fatto, uno dei migliori degli ultimi anni.

Le cronache raccontano di morsi e sputi, offese e parolacce da veri duri volate tra l’ex Bluevertigo e il cantautore/attore novarese. Sprazzi punk, incursioni da rocker, follia seminata a beneficio della folla e dell’ego dei contendenti. Roba già vista, per carità.

Dal mitico pugno stampato da Charlie Watts, batterista dei Rolling Stones, sulla faccia di Mick Jagger in una camera d’albergo, alle snervanti frecciatine e offese tra Kurt Cobain, leader dei Nirvana, e Axl Rose dei GNS (Guns N’ Roses), il mondo del rock ne ha viste di ogni. Ricordate i fratelli Gallagher? Dopo anni di litigi, Noel e Liam, nel 2009 a Parigi, prima di salire sul palco del Rock en Seine, hanno lo “scazzo” definitivo: volano chitarre e urla, Noel se ne va, il concerto salta e gli Oasis si sciolgono. E ancora, memorabile, a Las Vegas,  durante gli MTV Video Music Awards edizione 2007, il destro del gelosissimo Kid Rock, allora marito di Pamela Anderson, che colpisce Tommy Lee, ex consorte della Anderson, con cui lei ritornerà insieme…

Ma torniamo a Morgan e Bugo: nonostante il pedegree dei rispettivi artisti, la loro canzone era debole e l’esibizione, anche peggio, poco amalgamati, due particelle di sodio nella stessa bottiglia, mentre l’interpretazione di Canzone per te, fatta nella terza serata, sempre parere personale, è stato un atto poco gentile nei confronti del pubblico e dell’autore, il mitico Sergio Endrigo. E qui nulla c’entra l’artista, la sua libertà d’interpretazione e la follia del compositore… Comunque, a squalifica avvenuta e conferenza stampa annunciata dai due ex amici per oggi pomeriggio, resta un fatto: c’è sempre una prima volta, anche nella macchina perfetta e immutabile di Sanremo. Quell’imperfezione che renderà la 70esima edizione indimenticabile…

Memento/ Febbraio 1970: oltre Sanremo, tre dischi storici

Mentre sul palco dell’Ariston lo spettacolo va avanti come previsto tra il twerking di Elettra Lamborghini (la voce non si può ricordare…), l’esibizione dei Ricchi e Poveri, di diritto gli Abba del pop italiano, e il duetto Ranieri-Ferro sulle note di Perdere l’amore, vale la pena riportare le lancette del tempo indietro di 50 anni.

Il 1970 è stato un grande anno per la musica. Furono pubblicati, infatti, molti dischi che fecero la storia del rock e pop internazionale (avremo modo di parlarne in altri post). Oggi ci concentriamo su febbraio, con una divagazione –  doverosa – a fine gennaio.

Tanto per inquadrare il periodo storico, dal 26 al 28 febbraio a Sanremo al Salone delle Feste del Casinò si stava tenendo la ventesima edizione del festival. Vinsero Adriano Celentano e Claudia Mori, con Chi non lavora non fa l’amore. Al secondo posto si classificarono i Ricchi e Poveri con La prima cosa bella di Nicola di Bari, mentre al terzo, Sergio Endrigo con un altro brano che, più o meno tutti, hanno fischiettato per anni, L’Arca di Noè.

Iniziamo con la “doverosa divagazione temporale”: il 26 gennaio 1970 la Columbia Records rilascia Bridge Over Troubled Water, quinto e ultimo album del duo Simon/Garfunkel. Disco fortunato, 25 milioni di copie vendute nel mondo, 11 tracce, tre delle quali scolpite nella memoria collettiva, Bridge Over Troubled Water, The Boxer, El Condor Pasa (If I Could), oltre a Cecilia, Bye Bye Love

Veniamo a noi: il 1 febbraio James Taylor pubblica Sweet Baby James, secondo album in studio e primo con l’etichetta Warner Bros. Un disco scritto quando il ventiduenne James, in preda all’eroina e alla disperazione, si barcamenava per sfondare nel mondo della musica, inventandosi quel genere rock folk, con quel modo gentile di pizzicare la chitarra in fingerpicking e quella voce nasale che tanto piaceva alle fan, vista anche la prestanza del ragazzone, 1 metro e 90 d’altezza, lunghi capelli e sguardo perso… Oltre al brano che dà il titolo all’album, una sorta di ninnananna folk dedicata al nipote, il disco contiene anche  Fire and Rain uno dei suoi più grandi successi. L’ultimo brano dell’album, Suite for 20 G, è una canzone composta da tre abbozzi di canzoni, uniti da James per avere i 20mila dollari di bonus promessi alla chiusura dell’album.

Il 9 febbraio esce un altro lavoro, considerato “spartiacque”. È Morrison Hotel dei Doors, quinto e penultimo album del gruppo con Jim Morrison (morirà a Parigi il 3 luglio del 1971). Il disco annuncia il ritorno della band californiana a quel garage blues degli inizi che culminerà nell’ultimo album con Jim, L.A. Woman. Roadhouse Blues, canzone che apre il disco, è un classico blues bello e potente, mentre Peace Frog, brano più politico, attacca con una chitarra acida su cui si inserisce la batteria, quindi il basso, il Vox Continental di Manzarek e infine la voce arrabbiata di Jim:

There’s blood in the streets, it’s up to my ankles
She came
Blood in the streets, it’s up to my knee
She came
Blood in the streets in the town of Chicago
She came
Blood on the rise, it’s following me
Think about the break of day…

Il 13 febbraio, invece, arriva sugli scaffali il primo album di una band inglese che farà parlare molto di sé. Il titolo porta il nome della band: Black Sabbath. Inizia l’avventura di Geezer Butler, Bill Ward, Ozzy Osbourne e di Tony Iommi, amico/nemico di Ozzy. In un’intervista di qualche giorno fa Ozzy ha dichiarato che ancora oggi Tony gli mette soggezione. Torniamo al disco: non accolto benissimo dalla critica (Rolling Stone lo troncò di brutto) ha trovato invece il favore del pubblico. Disco e band sono stati l’ispirazione per numerosi gruppi, soprattutto di doom metal. La campana e la pioggia sulla prima traccia Black Sabbath, sono diventate famose… Piccola nota: tra pochi giorni, il 21 febbraio, uscirà il nuovo disco di Ozzy, Ordinary Man. Ma questa è altra storia…

Breaking notes/ Donald Trump… “acquitted”

La notizia di questa mattina, oltre a Sanremo, alla febbre cinese, all’incidente ferroviario vicino a Lodi, costato la vita ai due macchinisti, e alla morte dell’ultracentenario Kirk Douglas, è l’assoluzione di Donald Trump. I repubblicani hanno salvato il loro collega di partito (e non poteva essere altrimenti…) dalle pesanti accuse che avevano portato la Camera dei Deputati a procedere con l’impeachment contro il 45esimo presidente degli Stati Uniti. Eccetto Mitt Romney, autorevole esponente del partito dell’Elefante, che, scindendo il proprio voto, ha dato ragione ai democratici “per l’abuso di potere”, mentre ha votato contro su “l’ostruzione al Congresso”.

Una commento in note? Considerata l’euforia, immaginatevi i senatori GOP impegnati in uno scatenato ballo con in mezzo The Donald, come nel film The Blues Brothers quando un invasato James Brown cantava e ballava The Old Landmark, inneggiando (in questo caso) al Signor… Presidente!

Let us all (All go back)
To the Old (Old landmark)
Let us all to the Old (All go back Old Landmark)
Let us stay in the service of the Lord
Jesus, ohh! (He’s my Lord, oh, my Lord)…

Musica e Sanremo: si incontreranno mai?

Tra poche ore non si parlerà d’altro, eccezione fatta per il coronavirus che continuerà a mantenere la supertop nella gerarchia delle notizie. Inizia il settantesimo festival di Sanremo (i numeri pari piacciono sempre). Nel 1951, prima edizione, c’erano appena tre interpreti – Nilla Pizzi, Achille Togliani e il Duo Fasano, che poi erano le due gemelle torinesi, Dina e Delfina – e 20 le canzoni in gara, interpretate dai quattro “big”. Vinse Grazie dei Fior, cantata dalla Pizzi, al secondo posto La Luna si veste d’argento, Pizzi e Togliani, al terzo, Serenata a nessuno, Togliani. A dimostrazione che non si premiava solo il cantante ma anche la qualità della musica e delle parole che componevano i brani.

Oggi Grazie dei Fior risulterebbe alquanto insolita e ingenua (ascoltatela per dovere “storico”!). Il festival è cresciuto, diventando un contenitore dove, in alcune edizioni, addirittura le note sono passate in secondo piano a favore di uno spettacolo tout court, vetrina per attori, imitatori, cabarettisti, ricercatori, professori, sportivi, famosi e meno famosi.

L’edizione numero 70 si preannuncia come tutte le altre, con il gradito ritorno del maestro Beppe Vessicchio, sempre più simile a Giuseppe Verdi, alla direzione dell’orchestra. Tra i big in gara un sapiente “medley” dell’italica ugola: l’eterna Rita Pavone, l’immancabile Michele Zarrillo, la giusta dose di figli dei talent, ex giudici di talent (Morgan e Piero Pelù), vincitori di passate edizioni (Gabbani e Tosca), rapper trasgressivi e “odiati” al punto giusto (Junior Cally), nuove voci, da Leo Gassmann alla giovanissima Tecla Insolia. Torna Masini, arriva Paolo Jannacci, si esibiscono, ventata d’aria fresca, I Pinguini Tattici Nucleari. 

E poi Elettra Lamborghini, Riki, Raphael Gualazzi… oltre a un parterre di ospiti su cui primeggiano Al Bano & Romina, vera incarnazione dell’essenza di Sanremo. Musica e gossip, musica e impegno, musica e vecchie glorie.

Tutto filerà liscio, Amadeus farà il bravo e smemorato presentatore, Fiorello il mattatore, Tiziano Ferro il padre nobile della canzone italiana a buon diritto. Quindi, le chiacchiere dopo festival, i titoli dei giornali, la caccia all’ultimo pettegolezzo, gli italiani (e non solo) davanti al televisore… una fiction in cinque puntate perfetta, lineare, con i tempi giusti per tutto, le risate, il canto, la tristezza, la nostalgia, la bellezza, l’impegno, lo svago e qualche punta di noia assoluta (necessaria). A questo punto non resta che accomodarsi sul divano, qualche buona bottiglia da condividere e amici veri con i quali esercitare la dura arte della critica. In fin dei conti Sanremo è proprio questo…

Musica e Società/ Chico Science, il Manguebeat e… i Granchi con cervello

Il 2 febbraio di 23 anni fa moriva a Recife, capitale del Pernambuco, stato del Nord Est brasiliano, Francisco de Assis França. Aveva 30 anni. Un incidente d’auto a bordo della Fiat Punto della sorella. Appena un fatto di cronaca, uno dei tanti lutti sulle strade che i giornali registrano ogni giorno. A molti di noi Francisco non dice assolutamente nulla, un nome comune, e poi così lontano, dall’altra parte dell’Atlantico. Eppure quel ragazzo è stato uno dei musicisti più autorevoli del Brasile (Rolling Stone Brasil l’ha inserito al 12esimo posto tra i 100 artisti più influenti di sempre del Paese), diventato famoso negli States e anche in Europa, dove si è esibito in numerosi concerti (incluso il Festival Jazz de Montreux in Svizzera). Il suo nome d’arte: Chico Science. Il suo gruppo, Nação Zumbi. Il suo genere, Manguebeat. E da qui partiamo.

Chico era di Olinda, città coloniale a pochi chilometri da Recife, nota per il suo carnevale e per i ritmi vertiginosi che si ballano, ben diversi dal samba carioca e paulista, forró e frevo soprattutto. Cresciuto a Recife, di professione faceva l’impiegato comunale esperto di informatica, di passione, invece, il musicista. Il suo pane quotidiano, nella musica, erano i ritmi tradizionali, d’importazione afro, come il maracatu, mescolati a soul, funk, jazz, bossa, hip hop, hard rock… Un insieme di stili e beat esplosivi che hanno portato alla nascita di un genere tutto nuovo. Eccolo, dunque, con i Legião Hip-Hop, crew che vedeva rapper e break-dancer insieme, quindi con gli Orla Orbe e i Loustal per esperienze tra soul, ska e rap. Nel ’91 dà vita ai Lamento Negro che presto diventeranno i Nação Zumbi (dallo schiavo africano Zumbi, creatore del più famoso quilombo della storia brasiliana, una sorta di mini-stato composto da schiavi fuggitivi, nel XVII secolo). I loro testi e la loro musica, una fusion di ritmi con l’idea dell’Africa come madre ancestrale da cui tutto deriva, si mescola e ricrea nuove forme di vita ritmica, sono alla base del manifesto del Manguebeat, movimento fondato nel 1992 dallo stesso Chico Science, i Nação Zumbi e da un’altra band, sempre pernambucana, i Mundo Livre S/A, con il loro leader Fred Zero Quatro, artista post punk. Mangue in portoghese sono le mangrovie, quell’intricato ecosistema paludoso, dove (in questo caso a Recife) confluiscono i fiumi Capibaribe, Beberibe e Tejipió prima di buttarsi nell’Atlantico. Beat è il battito, il ritmo, la speranza.

II manguezal è una zona importante per i pescatori dell’area: nelle intricate zone paludose catturano i granchi, fonte di sussistenza. Chico e Fred hanno visto nel fango la vera possibilità di riscatto. I “granchi con il cervello” (Carangueijos com cerebro) sono coloro che vivono nella palude, ma che dal fango, propio perché obbligati a sopravvivere, traggono tutto quello che possono, mentre gli urubus, gli avvoltoi, sono coloro che, senza problemi, vivono una vita facile e sterile, nutrendosi delle carcasse dei primi. Il simbolo del Manguebeat è proprio un granchio con una chela rivolta verso l’alto, simile a un’antenna, pronta a recepire onde positive e vita da ogni dove.

Da qui discende tutto: il miscelare suoni e ritmi senza paura di contaminazioni ma anche il manifesto politico: aprirsi alle culture altre, assorbirne quello che c’è di interessante. Un po’ come l’antropofagismo di Oswald de Andrade, poeta e pensatore brasiliano della prima metà del Novecento, famoso per il suo manifesto che iniziava con una amletico gioco di parole “Tupy (gli Indios legittimi abitanti del Brasile) or not Tupy, that is the question…”: non aver paura delle nuove culture, anzi, divorarle e assimilarle. Più di qualcuno ha visto nel Manguebeat una similitudine anche con il Tropicalismo, la corrente nata tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta capitanata da nomi sacri della musica brasileira, Caetano Veloso, Gilberto Gil, Tom Zé, Gal Costa, Maria Bethania, però ancora più politicizzata.

Chico con il suo gruppo ha fatto in tempo a pubblicare due album, Da Lama Ao Caos (1995) – vale la pena che ascoltiate A Cidade, brano programmatico del Manguebeat; il refrain è un atto politico:

A cidade não pára
A cidade só cresce
O de cima sobe
E o de baixo desce

 

“la città non si ferma, la città soltanto cresce, quello che sta in cima sale e quello che sta in basso scende…” – e Afrociberdelia (1996), album che lo ha fatto conoscere nel mondo. Nelle 23 tracce dell’album, tra chitarre distorte, fiati funk, e percussioni martellanti, c’è anche la personale versione dei CSNZ di un brano scritto in pieno clima “Tropicalia”, nel 1974, portato al successo da GIlberto Gil, Maracatu Atômico, che potete ascoltare qui

E se Lenine, noto e influente musicista pernambucano, ha definito Chico “il nostro Bob Marley”, vuol dire che il ragazzo scomparso prematuramente ha lasciato un solco ben inciso. Da ripercorrere, ascoltare, ancora fresco, attuale, carico di energia da assorbire e restituire, noi antropofagi di note ed emozioni…

Breaking notes/ L’Inghilterra dice addio all’Unione Europea…

Il giorno del divorzio è arrivato. Da oggi, 31 gennaio, l’Inghilterra non farà più parte dell’Unione europea. La snervante attesa, dopo anni di tira e molla, Primi Ministri “bruciati” e una deputata laburista, Joe Cox, uccisa a colpi di pistola e coltello durante la campagna elettorale il 16 giugno 2016 (ricordata l’altro giorno dal presidente del parlamento europeo David Sassoli, durante l’approvazione dell’accordo di recesso del Regno Unito), s’è trasformata in realtà. La votazione nelle sale di Strasburgo è finita in musica, quella intonata dai deputati europei, Auld Lang Syne, conosciuta in Italia come il Valzer delle Candele, canzone scozzese con cui si saluta  tradizionalmente l’anno appena trascorso, o anche chi se ne va. 

In occasione della Brexit, mi ronzava in testa, invece, un refrain di vecchia data, quello di Dancing with the Moonlit Knight, dei Genesis dallo strepitoso album Selling England By The Pound (che si può tradurre con un Svendendo l’Inghilterra un tanto al chilo).

Uscito nel 1973, è considerato uno dei migliori, se non il più elegante, colto e raffinato, “manifesto” del Progressive Rock made in England. Neologismi praticamente impossibili da tradurre frutto della mente creativa di Peter Gabriel, melodie complesse, in sovrapposizione, tortuose, spettacolari, post psichedeliche, opera di Gabriel, Steve Hackett, Mike Rutherford, Tony Banks (tutti classe 1950) e Phil Collins (1951). Riascoltatelo, ne vale la pena…

Qui le prime tre strofe:

«Can you tell me where my country lies?»
said the Unifaun to his true love’s eyes.
«It lies with me!», cried the Queen of Maybe
– for her merchandise, he traded in his prize.

«Paper late!» cried a voice in the crowd.
«Old man dies!».
The note he left was signed ‘Old Father Thames’
– it seems he’s drowned;
Selling England by the pound.

Citizens of Hope & Glory,
Time goes by – it’s “the time of your life”
Easy now, sit you down.
Chewing through your Wimpey dreams,
they eat without a sound;
digesting england by the pound…

 

«Mi puoi dire dove si trova il mio paese?»
Chiese l’Unifaun (gioco di parole tra Uniform e Faun, ndr) al suo amore.
«È con me!» gridò la “Regina del Forse” (altro riferimento a una figura mitica della cultura inglese, la Regina di Maggio, che indica la primavera, ndr)
– per le sua merce ha scambiato il suo premio.

«Ultime notizie», urlò una voce tra la folla.
«Il Vecchio Uomo muore!».
Il promemoria che ha lasciato era firmato “Vecchio Padre Tamigi”
pare sia annegato;
Svendendo l’Inghilterra un tanto al chilo.

Cittadini di Speranza e Gloria (sono i sudditi inglesi, ndr)
Il tempo passa – ed è il “periodo delle vostre vite”
Tranquilli, sedetevi.
Masticando completamente il vostro sogno Wimpey (era una catena di fast food inglese, al tempo, simbolo di massificazione, ndr)
Mangiano senza far rumore;
Mentre l’Inghilterra viene digerita un tanto al chilo…

MEMENTO/ I Beatles cantano sul tetto, i Kiss salgono sul palco

L’ultima esibizione all’aperto dei Beatles risale a 51 anni fa, sul tetto della Apple Records, la loro casa discografica. Quel mattino freddo e umido, il classico grigio-Londra, i Fab Four con il tastierista Billy Preston, si esibiscono davanti a una quindicina di persone, tra cui due impettiti e imbarazzati poliziotti saliti sul “rooftop” con l’intento di staccare gli amplificatori a causa del volume alto ed evitare ingorghi per la gente che si stava raggruppando sempre più numerosa al 3 di Savile Row. L’esibizione, in realtà, non fu un concerto (vennero suonati 4 pezzi, alcuni registrati più volte, Get Back, Don’t Let Me Down, I’ve Got A Feeling, The One After 909 e Dig A Pony) da inserire nel film Let It Be. L’anno successivo, il 10 aprile del 1970, la band si scioglierà definitivamente. Alla fine delle registrazioni John Lennon, che per ripararsi dal freddo indossava una pelliccia di Yoko Ono (le maniche gli arrivavano a metà avambraccio), ringrazia i presenti con la mitica frase: «I’d like to say ‘Thank you’ on behalf of the group and ourselves and I hope we passed the audition» (grazie a nome del gruppo e di noi tessi, speriamo di aver passato l’audizione).

Lo stesso giorno, ma quattro anni più tardi (1973), quattro giovani rocker in attesa di fama (Gene Simmons, Paul Stanley, Ace Frehley e Peter Criss) salgono sul palco del Popcorn Pub, locale nel Queens a New York (che poi diventerà il Coventry) con i volti dipinti ispirati al teatro giapponese Kabuki, e gli aderenti abiti in pelle. Nasce così la leggenda dei Kiss, band che riceverà in carriera 30 dischi d’oro, 14 di platino e 3 di multiplatino per gli oltre 130 milioni di dischi venduti nel mondo.