Interviste: Beppe Dettori, Raoul Moretti e le tante “Animas”

Beppe Dettori e Raoul Moretti in concerto – Foto Claudio Muzzetto – PHOTO&PANO

Echi lontani, etno folk, progressive rock, preludi bachiani, cori millenari. Quando mi sono trovato ad ascoltare Animas, lavoro uscito nel maggio scorso dalla creatività di Beppe Dettori e Raoul Moretti ammetto di essermi sentito perso in una dimensione dove tempo e generi non esistono. Ci sono solo parole e armonie che si fondono per chi ha la pazienza e la curiosità di ascoltare. Esattamente il punto di forza di questo album. Un’isola dove convivono suoni e canti creati con il chiaro intento di raccontare. Un ricordo, una storia, una sensazione, un’emozione. Ho citato isola non a caso, visto che i due artisti vivono in Sardegna.

Beppe è nato a Stintino e Raoul, comasco di nascita, da una decina d’anni ha scelto Cagliari come suo luogo di vita. Nel mio lavoro di autostoppista musicale la Sardegna è un luogo magico, come la Sicilia. Isola sonora (ne avevo parlato con Paolo Fresu qualche settimana fa), dove il crocevia di popoli e culture ha fatto sì che anche la musica, espressione popolare, venisse contaminata. Isola legata alle tradizioni, da cui riparte alla ricerca di nuovi orizzonti musicali.

Beppe e Raoul sono due esempi cristallini di quello che ho scritto sopra. Il primo, virtuoso della voce – è stato per otto anni anche il cantante dei Tazenda – il secondo, diplomato al Conservatorio in arpa, è una delle migliori espressioni di questo strumento in Italia e non solo. Dopo la formazione classica s’è dedicato allo studio e al suono dell’arpa elettrica che usa in vari modi (poi leggerete). Suonano insieme da alcuni anni. “Ci siamo trovati”, dicono entrambi, e “ci divertiamo un sacco a far musica insieme, soprattutto dal vivo, un proficuo scambio artistico”.

In Animas ci sono collaborazioni importanti e varie. I Tenores di Bitti Remunnu ‘e Locu, i Cordas et Cannas, i Concordu e Tenores de Orosei, Paolo Fresu, Franco Mussida, Davide Van de Sfroos, Gavino Murgia, Flavio Ibba, Alberto Pinna, Daniela Pes, Lorenzo Pierobon, i FantaFolk, Andrea Pinna, Giovannino Porcheddu, Massimo Canu e Federico Canu, Massimo Cossu… Un ensemble che ha avuto piena libertà di espressione nel suonare o cantare i brani composti dal duo.

Si tratta di dieci inediti e una cover, l’ultimo brano dell’album, la rivisitazione in sardo di una canzone di Peter Gabriel, Fourteen Black Paintings – che qui è diventata Battordicchi Pinturas Nieddas – dall’album Us, non una delle più conosciute, ma sicuramente una delle più affini a Beppe e Raoul, grandi fan dell’ex-frontman dei Genesis e del suo percorso personale nel prog e nella worldmusic. Fra l’altro, Gabriel da anni è un assiduo frequentatore della Sardegna, dove ha casa vicino alla Costa Smeralda.

Come sono solito fare, per capire la nascita di un album così denso di riferimenti stilistici ed emozionali ho deciso di fare quattro chiacchiere con loro. Abbiamo parlato del disco e, poi, siamo finiti, come dei ragazzini alle loro prime scoperte musicali, a raccontarci di questo o quell’altro artista, della musica che si ascoltava e di quella che si sta ascoltando, delle abilità di certi musicisti di fare più cose contemporaneamente sul palco… Insomma, tre amici al bar davanti a una birra e con l’entusiasmo per la stessa passione.

Parto subito diretto: cosa rappresenta per voi Animas?
Beppe – «Quello che noi siamo. Dentro al disco c’è tutta la mia esperienza, ci sono vari generi musicali che mi piacciono. Raoul viene da studi classici, io dalla musica leggera. Ho studiato lirica per qualche anno e poi ho virato verso il pop. Insieme, con le nostre differenze, ci divertiamo tantissimo. Le nostre anime si divertono. Questo è un progetto studiato apposta per il palco, il live. Abbiamo deciso di metterlo anche su un supporto meccanografico con l’idea di “archiviare” questo lavoro, lasciarne traccia. Fino a qualche anno fa suonavamo in un gruppo i Dolmen Project, in quattro più una performer coreografica. Poi, come spesso accade nelle band, siamo rimasti in due. Raoul a Cagliari, io a Sassari e per suonare ci siamo trovati a metà strada, a Oristano!».

Avete fuso parecchi generi musicali, dal folk al prog…
Raoul – «I generi mi (ci) stanno stretti. Sono molti quelli che ci dicono: “Musicalmente non riusciamo a collocarvi”. Sono cresciuto con il progressive, il Rock e le radici folk dell’arpa, quindi, celtiche e sudamericane. Sono comasco di nascita e crescita ma in Sardegna ho trovato un terreno prolifico per la musica che voglio fare e collaborazioni meravigliose».

A proposito di di Sardegna, perché quest’isola vanta così tanti musicisti e di varie estrazioni?
Beppe – «Perché è un territorio adatto a liberarsi da tante costruzioni mentali. Qui c’è un’apertura totale alle connessioni e posso esprimere tutto quello che ho imparato. Con Raoul abbiamo deciso di far uscire qui la nostra creatività. Suonando in mezzo alla gente. Nel progetto live S’Incantu ‘e Sas Cordas, diventato un album (2019, ndr), ho lavorato su vari linguaggi per la vocalità. In S’incantu I e II il testo non ha significato, sono frasi inventate, parole in diverse lingue che mi interessava inserire per ottenere un determinato ambiente sonoro della voce».
Raoul – «Nel nostro lavoro, nei live c’è tanta improvvisazione anche in pezzi con strutture ben definite. Ci riserviamo dei momenti “liberi”, che poi è la filosofia che sta alla base del jazz. Per esempio, il brano di Gabriel, Battordicchi Pinturas Nieddas, non lo facciamo mai uguale dal vivo. Nel disco c’è l’intervento dei cori dei Tenores di Bitti e di Lorenzo Pierobon, sul palco il brano si svuota, c’è solo l’arpa, la chitarra e la voce di Beppe, si dà più spazio ai silenzi».

Quindi Animas è un lavoro di sottrazione?
Raoul – «Effettivamente con le collaborazioni ci è sfuggita la mano, abbiamo invitato tanti artisti, amici, lasciandoli liberi di esprimersi e l’album è ricco di tutto ciò».
Beppe – «C’è molta introspezione in Animas. Ci siamo tenuti sulle note bordone sulle quali appoggiare e giostrare armonie in quella tonalità che è madre e padre».

Beppe Dettori e Raoul Moretti – Foto Claudio Muzzetto – PHOTO&PANO

Beppe tu lavori molto anche sul canto diatonico…
«Più che diatonico, è difonico. Il canto armonico mi appassiona molto, l’ho studiato e continuo a farlo. Può sembrare di origine orientale, in realtà, da oltre 4mila anni si usa anche in Europa: i canti nuragici esistevano già duemila anni prima di Cristo. D’altronde la struttura del canto a tenore (inserito nell’Unesco tra i Patrimoni orali e immateriali, ndr) non è altro che il tentativo di connettersi alla natura attraverso le imitazioni dei tre animali importanti per la vita dell’uomo in migliaia di anni, su bassu, un suono baritonale, gutturale che rappresenta il bue, sa contra, il contralto, la quinta sotto, è il verso del muflone, mentre sa mesu oghe, la mezza voce, il belato dell’agnello.  Il pastore è la voce solista, su tenore, quella che dà il senso al motivo. Di solito è una poesia, non necessariamente scritta, può essere anche di tradizione orale. Il solista ha il potere di scegliere lo stile (da ballo, d’ascolto, di musica sacra), sempre comunque connesso con la natura. Il muggito del bue è dato da un uso delle false corde (quelle di cui si servono anche i monaci tibetani o le versioni growl del metal, ndr).

Raoul, curiosità mia, come ti sei appassionato all’arpa?
«È stato puramente casuale. In realtà agli inizi degli anni Novanta l’arpa aveva ben poca diffusione, soprattutto tra gli studenti maschi del conservatorio. Avevo cominciato, infatti, con il pianoforte. Quando si trattò di scegliere l’altro strumento di studio obbligatorio, qualcuno mi suggerì di mettere l’arpa perché pochissimi la seguivano. Grazie ai miei insegnanti mi sono appassionato al punto di farlo diventare il mio strumento di studio principale e, poco a poco, abbandonare il pianoforte. Durante il percorso accademico ho iniziato a vederlo come uno strumento dalla grandi possibilità anche fuori dai canoni orchestrali. Infatti, con i miei amici,  suonavo rock con l’arpa. È stato lì che mi sono interessato all’arpa elettrica. Ho passato notti a casa di Francesco Zitello, un grandissimo arpista, ascoltando e suonando. Negli ultimi anni il nostro strumento sta prendendo sempre più visibilità». «Usa il distorsore!», interviene Beppe. E continua: «E poi fa lo slide con un cacciavite, potrei raccontartene tante su Raoul e l’arpa…». (Raoul ride e continua): «Con l’arpa elettrica faccio assoli simili o uguali a quelli della chitarra elettrica, spesso uso anche l’archetto per suonarla…».

Ditemi a quale brano di Animas siete più affezionati…
Beppe – «Non è semplice, però, fammi pensare… beh, credo sia Figiura’, dove ha collaborato Franco Mussida. È uno sfogo consapevole su cosa siano la vita e la morte. L’ho scritta in un periodo particolare della mia vita. Con il Covid ho perso una sorella, ho così riflettuto sulla perdita, sul vuoto che rimane, ho cercato di farmene una ragione. Un altro brano, che è collegato al precedente, è Eziopatogenesi, tecnicamente lo studio delle cause di una malattia e di come questa si manifesta, un gioco ironico per vincere la paura di ammalarsi. Come venirne a capo? Affidarsi alla medicina allopatica o ai rimedi omeopatici? Ognuno reagisce a suo modo. Abbiamo voluto esorcizzare tutti questi timori quanto mai attuali».
Raoul – «Difficile dire quale brano preferisco, ognuno ha avuto la sua genesi. Se Beppe è legato al contenuto di Figiura’ ed Eziopatogenesi, io lo sono per questi due brani a livello musicale, alla partitura. La prima nasce da un tema di un brano solista che ho improvvisato sul palco durante un concerto».

Che musica state ascoltando in questo momento?
Beppe – «Bella domanda! Posso risponderti che ho avuto modo di incontrare Ambrogio Sparagna (musicista importantissimo non solo in Italia per i suoi studi sulla musica popolare, ndr). Il suo ultimo lavoro, un cd book realizzato per i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri dal titolo Convivio – Dante e i cantori popolari, è molto interessante. Ha preso alcune terzine, quelle più conosciute della Divina Commedia, facendole cantare da voci “estreme” come quelle di Raffaello Simeoni e Anna Rita Colaianni, messa in musica dai solisti dell’Orchestra Popolare Italiana dell’Auditorium Parco della Musica di Roma (c’è anche un prezioso intervento di Francesco De Gregori, ndr). Poi c’è il messicano Israel Varela, batterista e pianista che collabora con la cantante italiana Serena Brancale, c’è tanto flamenco e tanto jazz. Poi, continuo ad ascoltare Peter Gabriel e Nusrat Fateh Ali Khan, quest’ultimo mi ricorda quanto circolare sia la musica…»”.
Raoul – «Tra i miei ascolti c’è sempre Peter Gabriel! Ora sto interessandomi a progetti provenienti dalla Scandinavia, con una virata ad autori italiani. Vabbè te lo rivelo: tutti ciò perché Beppe mi sta convincendo/costringendo a cantare!».

Crocodile Rock: musica e animali nel libro di Ezio Guaitamacchi e Antonio Bacciocchi

Ho acquistato un libro uscito qualche giorno fa per Hoepli. Si intitola Crocodile Rock e gli autori sono due conoscenze solide per chi ama la musica, Ezio Guaitamacchi, musicologo, musicista, entertainer, un decano del giornalismo musicale (come si legge nella terza di copertina) e direttore della collana musicale della stessa Hoepli, e Antonio Bacciocchi, scrittore, musicista e blogger, batterista rock con l’aplomb del mitico Charlie Watts.

Entrambi hanno in comune la passione per il rock e per gli animali, Ezio con i suoi tre cagnolini, Dylan Joni e Taylor, e Antonio con il suo pastore tedesco Grimm. I loro compagni a quattro zampe amano la musica e il rock. Anch’io ho una piccola amica, Lili, che è la mia ombra da tredici anni. Lavoro ascoltando musica, sempre. Lei, accoccolata sul cuscino ai miei piedi, ascolta, occhi aperti, tutto…tranne il rap. Che ci volete fare… frequenze disturbanti per il suo udito.

Ma torniamo al libro. Oggi alle 16 i due autori lo presenteranno a Milano alla Cascina Nascosta, parco Sempione. Chi vorrà venire – e vi consiglio di esserci – potrà portare i suoi animali di compagnia. Un bell’inizio! Il libro, che ho letto d’un fiato, è talmente ricco di aneddoti, storie, curiosità che ti attrae e non ti molla. Diviso in sei parti, con una preziosa prefazione di Laurie Anderson, spiega il rapporto tra musica e natura, l’evoluzione umana e animale attraverso il suono come comunicazione principale. Quindi, passa a storie che legano artisti ad animali, brani che hanno fatto la storia del Rock legati a cani, gatti, persino pappagalli, ma anche rocker impegnati nelle battaglie per le preservazione delle specie, e tante amenità dove, per esempio, zio Ozzy (Osbourne, ovvio!) entra di diritto… 

Ho intervistato via streaming i due autori, ci siamo fatti una gran bella chiacchierata…

Come vi è venuto in mente di creare Crocodile Rock?
Ezio – «È nato tutto un paio di anni fa nel mio studio, qui in Hoepli. Antonio era venuto per propormi alcuni titoli che, sinceramente, non erano compatibili con la mia collana. Lui, con la coda tra le gambe – per rimanere in tema – si stava avviando verso la porta dell’ufficio, quando Joni (prende in braccio una cagnolina bianca e me la presenta, ndr) e il suo fratellino Taylor gli si sono avvicinati per annusarlo (Antonio, da sempre ha avuto cani). Lui si è fermato, e ha giocato il jolly che le aveva raccomandato sua moglie Rita: “Ho raccolto un sacco di informazioni, di dati, di storie sul rapporto tra musica e animali. Ti può interessare?”. L’ho guardato e in un attimo eravamo seduti a parlarne! Il libro è, dunque, una sua idea, lui ha raccolto tutto il materiale, io mi sono limitato a fare il regista, che poi è il lavoro che faccio come direttore di collana. Però mi ha tirato dentro perché, in tempi andati, nel 1990 e 1991 ho organizzato a Milano un festival che si chiamava Musica&Natura sotto l’egida di Greenpeace, ero anche nel consiglio direttivo dell’ong. Ho fatto in modo che oltre a tutto il materiale che aveva raccolto Antonio ci fosse anche una parte sulle origini del suono. Non ce lo ricordiamo spesso, ma l’uomo ha imparato a cantare, suonare,  addirittura a parlare imitando il canto degli uccelli, l’incedere del galoppo dei cavalli… Ho cercato di selezionare le informazioni di Tony e di trasformarle in storie. A un certo punto Antonio mi ha detto una cosa molto carina: “Il libro ha preso una piega giusta anche grazie a te ed è corretto che tu sia coautore e non solo il curatore”».

Antonio – «Confermo tutto! Sono stati due anni di lavoro quasi quotidiano, il materiale era tantissimo e di svariata natura. Ne trovavo di nuovo che a sua volta mi rimandava ad altro. Era necessario un regista, che Ezio ha fatto benissimo. C’era talmente tanto materiale da pubblicare due o tre libri. E poi, essendo nato, cresciuto, e vivo tuttora, nella campagna piacentina, da sempre ho avuto animali domestici e, ultimamente anche non, visto che nel mio paesino si sono affacciati cinghiali, caprioli e anche un lupo. Essendo un musicista, appassionato di musica è stato naturale accostare le due cose. Lo spunto finale me l’ha dato mia moglie, all’inizio pensavo fosse banale, ma solo apparentemente. In realtà, oltre a quello che ha detto ora Ezio, nel libro si va ad approfondire anche quegli artisti che hanno preso spunto per le loro canzoni dai loro animali. Ci sono brani dedicati ai loro animali, spesso li hanno riportati anche in copertina, mentre altri hanno utilizzato l’animale come metafora per significare qualcosa di molto più profondo. Ad esempio, Blackbird dei Beatles: sembra dedicata a un uccello che vola, ma in realtà Paul McCartney l’aveva composta per supportare  i diritti civili degli afroamericani nel 1968».

Il titolo del libro richiama un brano famosissimo di Elton John…
Ezio – «Rimanendo su quanto stava dicendo Antonio, Crocodile Rock, è metaforico. Nel senso che è un atto d’amore di Elton al Rock delle origini. In quegli anni, nei Cinquanta, i musicisti jazz tra loro si chiamavano Alligator, c’era la famosa frase, un saluto, See you later allegator con la risposta In awhile crocodile! Il titolo del libro è evocativo, ma il sottotitolo è sufficientemente chiaro (storie aneddoti, curiosità e tutto ciò che unisce musica e animali, ndr) e senza suonare presuntuosi, credo non esista nessun libro al mondo che racconti tutte le connessioni tra musica e animali in un modo così completo. Grazie ad Antonio anch’io ho scoperto molte cose interessanti. Non sapevo che i Ragni di Marte di David Bowie in realtà sono stati ispirati a un evento accaduto in Italia negli anni Cinquanta, o che il cagnolino di Dolly Parton le ha salvato la vita, o che il gatto che è in copertina di fianco a Carol King in Tapestry, un album che ha segnato tutti noi e che fu un best seller pazzesco – per anni è stato il più venduto della storia – fosse comparso lì per caso mentre il fotografo stava scattando!».

Antonio – A proposito di ricerca: molto è stato fatto incrociando dati su internet, ma abbiamo dovuto affidarci molto alla nostra memoria, magari ricordandoci di aver letto qualcosa, relegato in un angolo di un libro o in una copertina di un disco. Insomma, un lungo lavoro deduttivo».

Ezio Guaitamacchi

Tra le tante narrazioni di questo libro, mi avete fatto ricordare di quel disco incredibile, Song Of The Humpback Whale, il canto delle megattere registrato da Roger Payne, ricercatore bioacustico, negli anni Sessanta…
Ezio – Mi fa molto piacere che tu abbia nominato Payne e il suo esperimento, perché mi permette di parlare di un musicista, Paul Winter, un sassofonista che ho avuto l’onore di conoscere quando lo feci venire in Italia per quel festival che avevo organizzato. Lo portai anche in Rai, opsite in un programma di Mino Damato, Alla ricerca dell’Arca. Con Stan Getz è stato il primo a fondere la musica brasiliana con il jazz. Dopo aver ascoltato le registrazione di Roger Payne, fondò un’etichetta chiamata Living Music, dove mise in piedi dei veri e propri duetti tra il suo sax soprano e il canto delle balene, l’ululato dei lupi, il barrito degli elefanti. Poi aggiunse una band, il Paul Winter Consort, da cui poi nacquero gli Oregon, Ralph Towner, Paul McCandless erano suoi musicisti. L’ho ascoltato anch’io il canto delle balene, attraverso un sonar in una nave di Greenpeace nelle acque bellissime della Hawaii: è struggente. Gli studi di Payne e di altri scienziati hanno dimostrato che la struttura dei canti delle megattere è clamorosamente uguale a quelle dell’uomo. Per la prima presentazione del libro alla Cascina Nascosta seduto sul divano con mia moglie stavo cercando al computer canti di balena da proporre. Il mio cagnolino Taylor ha drizzato le orecchie e s’è messo all’ascolto con interesse. Mia moglie, che è molto più esoterica di me, ha trovato in questo comportamento un linguaggio universale, io credo che sia una questione di frequenze…».

Veniamo alla prefazione di Laurie Anderson. Lei parla della sua esperienza e di quella di Lou Reed con la trovatella Lolabelle…
Ezio – «È stato un privilegio la sua testimonianza. Un altro mio cagnolino che non c’è più aveva partecipato al suo Concerto per Cani che da anni porta nei palchi di tutto il mondo. È stato incredibile. Laurie ha la capacità di provocare reazioni negli animali che sono uniche, ti trasmettono poi, a loro volta, come ascoltatore e auditore, emozioni incredibili».

Il libro, oltre a queste esperienze profonde ha anche molti aspetti divertenti…
Antonio – «Esatto, ci sono tanti aneddoti semplicemente curiosi e anche buffi. Sono un mezzo per fare propedeutica ed educazione: chi si accosta alla lettura per passare qualche ora in modo leggero o perché è appassionato di animali, trova anche elementi più “seri” come ad esempio Paul Winter e la sua musica, o dischi di cui non aveva mai sentito parlare. Sarebbe bello trascinare il lettore nel nostro mondo magico della musica in cui siamo persi da decenni».

Insomma, alla scoperta della musica attraverso gli animali e viceversa…
Ezio – «Ho scoperto, per esempio, che una delle canzoni più famose sugli animali, Nella Vecchia Fattoria, ce la ricordiamo cantata magistralmente dal Quartetto Cetra, e credo si insegni ancora oggi all’asilo, è stata cantata da Ella Fitzgerald, Frank Sinatra (il titolo originale era Old MacDonald Had A Farm, ndr) o Elvis Presley, in un rock’n’roll eccezionale».

Antonio Bacciocchi

Venendo agli animali: fanno musica, ma l’uomo si è servito di loro anche per farli diventare strumenti musicali…
Ezio – «Certo! Pensa alle api. Sono stati costruiti strumenti per imitare il loro ronzio. Ma l’uomo da sempre ha anche usato gli animali per costruirsi strumenti musicali. Considera le pelli per i tamburi, le conchiglie che vengono usate per strumenti a fiato, i crini di cavallo per gli archetti del violino. Li abbiamo chiusi in un box, perché entriamo in un altro mondo, l’organologia, che non era il tema di questo libro. L’uomo continua ad avere rapporti quotidiani con il mondo della natura colori, odori, suoni che essa stessa produce. Mi ricordo, non l’ho inserito nel libro, un’avventura nella foresta amazzonica. C’era la guida che parlava una lingua a me sconosciuta, con qualche parola spagnola e inglese. Era una “caccia alla tarantola”, così l’aveva definita. Sembravamo dentro un episodio di X-Files con quelle torce in mezzo agli alberi, nel buio più assoluto. La guida ci fece capire di spegnere le torce e rimanere in silenzio. Per fortuna avevo un registratore: nella notte nera ho ascoltato eregistrato un concerto di suoni di ogni tipo, un’emozione che non dimenticherò mai più».

Antonio – «Sempre a proposito del rapporto scienza-musica-animali, la scienza ha restituito alla musica attraverso gli animali un certo favore: anche se si tratta di molluschi, fossili, forme di vita minuscole, animali non particolarmente nobili, ma che portano il nome latino di David Bowie, Mark Knopfler, un paio di vermi sono dedicati a Guccini. Penso che per un musicista sapere che c’è una forma vivente a lui dedicata sia piuttosto appagante».

Ezio – «Credo che più che per il musicista lo sia per la musica, soprattutto Rock. Fa capire come questa forma di arte che spesso è stata considerata controcultura o, peggio, una sottocultura, anche attraverso gli esempi fatti da Antonio, a una medusa che porta il nome di Frank Zappa o una vespa quello di Beyoncé, fra trecento anni si parlerà di questi personaggi come delle grandi eccellenze della razza umana alla stregua di Beethoven o Mozart».

Interessante, anche perché gli animali sono stati usati volontariamente o meno come mezzi nelle performance di artisti. Vedi il famoso pipistrello addentato da Ozzy che lo credeva un animale di plastica, o il pollo lanciato verso il pubblico da Alice Cooper che fece una fine tragica…
Antonio – «Nel libro ricordiamo gli ZZTop che avevano organizzato una serie di concerti dove volevano rappresentare il Texas, stato da dove provenivano. Oltre a cactus e rocce si portarono dietro serpenti a sonagli, bisonti e altre specie animali. Il che fu tutto molto spettacolare ma problematico da gestire, oltre ai musicisti, che a quei tempi ci davano dentro, c’erano anche gli altri animali!»

Siete vegetariani o vegani?
Ezio – «Ammetto di no, ho grande rispetto e stima per chi lo fa. Cerco semplicemente di fare una dieta il più possibile morigerata. Non fumo più non prendo droghe non ho mai bevuto e faccio sport».

Sei perfetto Ezio!
«Quasi, quasi… Se mi togli anche lo sport sarei rovinato! Devo dire che a volte me lo chiedo, e la frase che ricorre nel libro di Paul McCartney: “Se i mattatoi avessero le pareti trasparenti nessuno mangerebbe più carne” fa riflettere. Avendo frequentato anni fa il mondo no profit rimasi molto colpito dal trattamento industriale riservato al mondo animale. Non è più il tempo delle caverne, mors tua vita mea. Allo stesso modo non mi piacciono quelli che colpevolizzano».

Antonio – «Sono stato macrobiotico e vegetariano per un periodo. Vivendo in pianura Padana se tu non assaggi i salumi vieni crocefisso. Per cui, cerco di evitare il consumo di carne, ma non sono rigoroso. Non ho mai fumato, mai preso droghe, faccio sport, infatti mi vedi così magro perché, te lo dico, lo sport fa malissimo!».

Roma, alla Casa del Jazz un weekend con Luca Ciarla e il suo Tintiland

Luca Ciarla – Ritratto di Paolo Lafratta

Tintiland. Una crasi per “la terra del Tintilia”, vitigno autoctono molisano dal quale si ricava un vino che ha il colore del rubino, ma anche i profumi e i sapori di una terra poco conosciuta. Non preoccupatevi, non sono passato al turismo enogastronomico. Ma, come spesso accade, la musica c’entra (eccome) anche qui.

Innanzitutto perché la tre giorni di Tintiland si terrà a Roma alla Casa del Jazz, ma soprattutto perché chi l’ha organizzata è la Violipiano Music (coadiuvata da Michele Macchiagodena, direttore artistico del Termoli Jazz Festival, e dall’associazione culturale Jack), impresa fondata vent’anni fa a Hong Kong da Luca Ciarla, musicista di fama, errabondo per scelta, audace nelle sue sperimentazioni musicali e tenace nel diffondere la cultura di una terra piccola ma espressiva.

Leggo il perché di Tintiland spiegato sul comunicato stampa dallo stesso Ciarla: «Siamo cittadini del mondo, soprattutto in questo periodo nel quale esserlo può significare salvarlo, il mondo. Però le radici ce le portiamo dentro, nel cuore e nella mente – e le nostre diversità generano un’enorme ricchezza, senza effetti collaterali. Tintiland nasce per promuovere una terra che sa conquistarti».

Essendo curioso di carattere e professione, l’ho contattato alla vigilia dell’inaugurazione che sarà quest’oggi.

Luca, vino rosso, Tintilia in questo caso, e musica, bell’abbinamento!
«Lo puoi combinare con tante cose buone. Parlo della mia piccola regione, la musica, il grande schermo con Molise Cinema, il Teatro del LOTO (che sta per Libero Opificio Teatrale Occidentale, a simboleggiare un crocevia di esperienze, arti, e culture, ndr) di Ferrazzano, borgo a pochi chilometri da Campobasso. Il Molise è una regione molto semplice, avrebbe bisogno di una scossa…».

Però con il vino e la tua regione hai da tempo una forte connessione. Ricordo nel lontano 2005 avevi pubblicato un disco con un trio particolare, il Luca Ciarla Wine Jazz Trio…
«Vero, tanti anni fa! L’ho costituito a Hong Kong con due straordinari musicisti, il contrabbassista canadese Sylvain Gagnon e il batterista indiano Anthony Fernandes. Con loro suonavo il pianoforte. Ho vissuto a Hong Kong per tre anni, periodo in cui ho cercato di portare la mia cultura e le mie origini anche in Asia. Hong Kong è una città particolare e straordinaria ma anche faticosa. Già allora volevo far conoscere in questo emisfero il vino e la cultura della mia regione».

Fra l’altro un bel disco… A freddo: ma qual è la tua concezione di jazz?
«Potrei definirla anomala, anche se non so se la posso chiamare così! So che gli ingredienti della musica li voglio scegliere a chilometro zero. Per me l’essere un italiano e del Sud ha una valenza. L’approccio mediterraneo nella mia musica è presente, è importante. Il violino è presente nella tradizione ebraica ma anche in quella araba. Fare musica per me è misurarmi con tutto ciò».

La passione per la musica l’hai ereditata?
«Mio bisnonno aveva un’orchestra a Bari. A sette anni vidi per la prima volta il violino e ne fui attratto, così iniziai ad andare a scuola per imparare a suonarlo. Poi è arrivato il pianoforte, anche se, più che un secondo strumento, è lo strumento per eccellenza, imprescindibile se si vuole imparare la melodica di qualsiasi strumento».

C’è da dire che il linguaggio musicale ha catturato non solo te ma anche le tue sorelle…
«Hai ragione (ride, ndr). Siamo una famiglia musicale. Mio padre strimpellava la chitarra da autodidatta, però suonava Bach, Villa Lobos, insomma se la cavava. Mia sorella Giuseppina è una bravissima arpista, vive in Florida e dal 2002 è prima arpista al Sarasota Opera, è di formazione classica ma ama il pop e il jazz. E poi c’è Alberta, che di professione è avvocato ma che ha una gran bella voce…Insomma, sono cresciuto a pane, vino e musica».

Il violino è uno strumento raro, completo e forse per questo, immobile…
«È uno strumento talmente perfetto e bello da vedersi che s’è fermato nel tempo. Non ha seguito nuove strade. Essendo sempre stato un appassionato di jazz e di musica contemporanea, ho sentito la necessità di spingerlo verso altro. Grazie alla tecnologia lo posso usare come fosse un violoncello, un basso, un raddoppio della voce…».

Luca Ciarla nel suo solOrkestra – foto di Alexander Zubko

Proprio a TintiLand porterai questa sera alle 21 un concerto molto particolare, il solOrkestra!
«Sto facendo da tempo una sperimentazione per riuscire a diventare da solo un’intera orchestra. Non lo faccio perché è un bieco tentativo di non pagare i miei colleghi (ride e scherza, ndr) ma perché cerco di creare un percorso nuovo. Grazie a un’app sul telefono che mi permette di suonare con il corpo, ricreo suoni e percorsi melodici per me interessanti. Poi uso anche strumenti “giocattolo”, come il kazoo…Ovviamente non rinnego l’imponente storia classica del violino!».

Lo stai facendo da molto?
«Ho suonato in settanta Paesi nel mondo e in almeno cinquanta ho portato questo mio nuovo modo di intendere il violino, con un gran riscontro di pubblico e critica».

Quindi, non suonerai più con altri?
«Ma no! Suonare con altri bravi musicisti è una gioia immensa. La mia, oggi, è una ricerca di espressione».

Cosa ascolti ultimamente?
«Ascolto di tutto, perché è importante. Uno che sento sempre è il brasiliano Egberto Gismonti, secondo me un grande artista, sempre alla ricerca di nuovi confini musicali».

Prima di lasciarti, torniamo a TintiLand, qual è il senso di questa kermesse?
«Presentare cose belle, cose buone e incentivare la curiosità verso una piccola regione che, credimi, ha il suo perché. Ora sto abitando a Roma, ma da Termoli, la mia città natale, vedo le isole Tremiti, il mare, è una sensazione incredibile ogni volta che arrivo lì. E poi abbiamo anche altri personaggi da scoprire, ad esempio Jacovitti, l’autore di personaggi famosissimi, da Cocco Bill a Cip l’arcipoliziotto. I suoi diari (me li ricordo eccome!, ndr) hanno venduto più di dieci milioni di copie, un personaggio controverso, in realtà libero, che tutti volevano tirare dalla loro parte».

Chiudo con una raccomandazione: questo weekend chi si trova a Roma sa cosa fare! Alla Casa del Jazz per Luca Ciarla, questa sera, ma anche domani sera per Antonio Artese con il suo Voyagesuite per quartetto jazz con dieci sue composizioni originali e, domenica, per Francesca Tandoi Quartet, feat. Daniele Cordisco, con lo spettacolo Jac in Jazz con Stefano Sabelli (attore e fondatore del Teatro del LOTO). Musica e teatro dedicati a Jacovitti…

Dal Tango, alla bossa, al jazz, il lungo viaggio dei Libertango 5tet

«L’editore, come il musicista, non è altro che un traghettatore di storie». È una frase che mi è piaciuta molto nella sua pulita metafora. L’ho letta in un’intervista a Olivia Sellerio, mi pare l’avesse pubblicata La Repubblica, cantante (il disco Zara Zabara: 12 canzoni per Montalbano è un piccolo gioiello) ed editrice con il fratello Antonio dell’omonima casa editrice palermitana.

Mi è venuta in mente ascoltando un disco uscito a settembre dal titolo Point Of No Return dei siciliani Libertango 5tet. La Sicilia come crocevia di popoli e di artisti vanta un bel parterre di musicisti, a partire da Franco Battiato che ha raccolto l’essenza di quelle contaminazioni mediterranee, alla pianista jazz Cettina Donato, da Mario Venuti ad Alborosie, da Salvatore Sciarrino a Sade Mangiaracina, da Daniela Spalletta, di cui vi ho parlato pochi giorni fa, al sassofonista Francesco Cafiso. Musicisti di varia estrazione, dal jazz alla classica, dal pop al reggae, ne ho citati solo alcuni, non me ne vogliano gli altri che ho dimenticato. E, a questi, aggiungo i Libertango 5tet, band che sta insieme dagli anni Novanta, che s’è eclissata per una quindicina d’anni e che, nel mezzo del cammin della sua vita, è ritornata con un disco davvero interessante.

I cinque componenti sono tutti bravissimi e pignoli musicisti che sanno il fatto loro, venuti su a cultura e musica, ascoltata e suonata. Francesco Calì alla fisarmonica e al pianoforte, Gino De Vita alle chitarre, Marcello Leanza ai fiati, Giovanni Arena al contrabasso e basso elettrico, Ruggero Rotolo alla batteria. 

Point Of No Return è proprio un traghettatore di storie e stili musicali. Sembra – provatelo ad ascoltare in sequenza di brani – un racconto che inizia forte in Argentina con Five or Four Tango, quello alla Astor Piazzolla (non a caso hanno deciso di chiamarsi Libertango!), per poi proseguire con il brano che dà il titolo all’album, Point Of No Return, un’ariosa, brasileira bossa jazz che tanto mi fa ricordare la scuola “mineira”, quella dei vari Milton Nascimento, Wagner Tiso, Beto Guedes, o le influenze di Egberto Gismonti, con la sua musica estremamente colta, contaminata da folk, jazz, classica… A proposito, anche la madre di Egberto, Ruth Gismonti, dotata di una gran voce, è di origini siciliane…

Un’orchestra d’archi, molto cinematografica, riprende le redini nel terzo brano, I’ll Be There, dove il pianoforte di Calì si fonde con una struggente chitarra di De Vita. Siamo ancora in America Latina, ma si inizia ad avvertire la sicilianità in temi musicali cari alle colonne sonore tipiche di un film alla Giuseppe Tornatore.

Il viaggio ha una sterzata improvvisa, allegra, popolare con una fisarmonica da festa e da danze paesane con Alysia’s Dance. Sezioni ritmiche al massimo (vero divertimento per Ruggero Rotolo che lancia stimoli continui alla serotonina) e una chitarra acustica che racconta la gioia di una serata d’allegria in riva al mare in una notte d’estate.

I Libertango 5tet in concerto – Foto Salvo Cantone

I brani si alternano, da sognanti session latin jazz ad accenti di jazz classico, oserei, liberty, con gli strumenti che si richiamano e il contrabbasso che marcia che è un piacere, camminando felpato su sax, chitarra e fisarmonica (Three Brothers).

Brano complesso, in chiave contemporanea, Mal d’Afrique, è tecnicamente perfetto da rischiare di sembrare senz’anima. Pensiero che svanisce presto nel successivo Dr. Tomas e in Life and Death, intensi e struggenti.

Fine col botto con Tango for Sigfred, dove si fa tango, secco, vellutato, sensuale, ma si usa la lingua jazz intrecciandola a una chitarra rock, quasi acida, che ricorda come la musica sia interconnessa e i generi siano solo un aspetto secondario di quel fiume di note placido o impetuoso che ha traghettato l’ascoltatore lungo un disco che vale davvero la pena mettere nella propria collezione.

Un disco per il weekend: Daniela Spalletta e il suo “Per Aspera Ad Astra”

Daniela Spalletta – Le foto del post sono di Paolo Galletta

Per questo fine settimana vi invito ad ascoltare un disco meditativo, originale, che non dà il minimo spazio alle banalità, anche se certi fraseggi possono suonare rassicuranti. Un lavoro che mi ha catturato al primo ascolto e che ora, sento la necessità, sì proprio così – e non mi capita spesso, e ringrazio chi me l’ha segnalato – di ascoltarlo in loop. No, tranquilli! Non ho usato alcuna sostanza psicotropa, ma sono stato drogato da una voce incredibile, bella, cristallina, angelica, versatile. E me ne sono innamorato.

Il disco in questione è Per Aspera Ad Astra (TRP Music), uscito a febbraio e, faccio mea culpa, l’ho scoperto solo ora. L’artista si chiama Daniela Spalletta, 39 anni, siciliana. Di lei Gegè Telesforo, alla domanda sull’uso dello scat, di cui è uno dei re indiscussi, lo scorso anno mi raccontava: «…E poi c’è una siciliana, una musicista completa, Daniela Spalletta, che ha cantato nel mio disco, un’artista devota allo studio, completa, canta lirica e jazz contemporaneo. È bravissima. Questi sono i musicisti che mi piacciono, onnivori, versatili…».

Daniela ha all’attivo due album solisti D Birth (2015 – Alfa Music) e Sikania (2017 – Jazzy Records ) e numerose collaborazioni con artisti nazionali e internazionali. E anche altrettanti premi, tra questi, il secondo posto nel 2019 al Sarah Vaughan International Jazz Vocal Competition, dove ha cantato al New Jesey Performing Art Center di Newark (NJ) di fronte a una giuria composta da Christian McBride, Dee Dee Bridgwater, Jane Monheit, Monifa Brown e Matt Pierson.

Ma veniamo al disco: con un simile pedigree, viene da chiedersi (ed è uno dei temi che ho toccato nell’intervista dell’altro giorno con Paolo Fresu) perché artisti come Daniela non abbiano la giusta collocazione nel mondo artistico italiano e rimangano “di nicchia”. Cosa che può far sentire speciali chi li ascolta, ma la musica è comunicazione, è apertura, è gioia, vita, cultura. Gli artisti che hanno quel dono benedetto in più dovrebbero avere la possibilità di arrivare a tutti, a prescindere dal genere in cui vengono etichettati.

Già, perché etichettare Daniela Spalletta non è facile. Usa la voce come strumento, ma è una musicista che compone e arrangia e la riprova è quest’ultimo lavoro frutto della sua creatività e studio. C’è jazz, certo!, ma c’è anche world music, c’è classica e un brano che mi ha stregato, un ricordo di musica barocca rivisitata in Rosa, dove tecnica e passione si fondono “angelicamente”. Se, invece del pianoforte di Seby Burgio, ci fosse un clavicembalo vi sentireste catapultati in qualche corte settecentesca con una parrucca in testa, seduti ad ascoltare le vellutate evoluzioni canore…

Una costruzione complessa, grazie ai musicisti che accompagnano Daniela, persone che si conoscono da anni e che da anni suonano insieme. Dagli Urban Fabula (Seby Burgio al pianoforte, Alberto Fidone al contrabbasso e Peppe Tringali alla batteria) al chitarrista sloveno Jani Moder, formatosi in quella straordinaria fucina che è il Berklee College of Music di Boston, al contrabbassista Alberto Fidone che ha suonato nell’album ma ha anche curato la direzione della TRP Studio Orchestra, l’orchestra d’archi, e ha prodotto il progetto con la Spalletta e Riccardo Samperi, ingegnere del suono, che Daniela ha definito «il quinto uomo del quartetto».

Il brano di chiusura che dà il titolo all’album, Per Aspera Ad Astra, un motto latino che significa “attraverso le difficoltà, fino alle stelle”, è un esempio di quanto appena detto. Un pezzo dove gli archi hanno un ruolo determinante nell’esecuzione e nella fusione ritmica con un passaggio a contrabbasso, piano e batteria amalgamato da una voce che riempie, per poi arrivare nuovamente agli archi in un ritorno dal sapore “orientale”. Così si va nell’ascolto, dove non manca un pezzo cantato in turco, Yaşam, che significa “vita”, tratto, come spiega la stessa autrice, «da un passo della poesia Yasamaya Dair, di Nâzım Hikmet: Prendila sul serio (la vita), ma sul serio a tal punto che a settant’anni pianterai un olivo, non perché resti ai tuoi figli, ma perché non crederai alla morte e la vita peserà di più sulla bilancia».

Così, mentre Jani Moder va in modalità jazz con un tocco delicato in Coiled in a Bondage, Daniela Spalletta va di scat in Power Flow-er – ma quanto avevi ragione Gegè! – lasciando spazio a un bel disegno jazz di Seby Burgio, decisamente uno dei pianisti italiani più “in spolvero” in questo momento.

Dunque, che dire d’altro? Un gran bel viaggio questo disco. Per questo ve lo raccomando. Chiudo con una azzeccata descrizione del lavoro fatta sul suo sito dalla stessa Daniela Spalletta. Buona lettura e… buon ascolto!

Per Aspera ad Astra è un viaggio spirituale in una bolla spazio-temporale. Un peregrinare inquieto (Heal me, Coiled in a bondage). Una caduta rovinosa dalla superficie dell’esitenza verso le oscure profondità dell’anima (Samsara). Poi, la Luce dolce della Vita inesorabilmente mi conquista (The Gift), e lentamente riemergo, con la preghiera e la meditazione, riscoprendo l’energia vitale (Power Flow-er), il suo Sacro Respiro (Flamen), che mi riconcilia col mio Diamante interiore (Rosa), pronta a lasciare andare ogni angoscia (Flow): comprendo che sono pura vita e non ho bisogno di temere la morte (yaşam). Allora, una gioia irresistibile mi travolge e voglio aprire il cuore all’universo, in un canto di energia e luce (Rainbow Runners), prima di abbandonarmi di nuovo, con gratitudine, al mistero della Vita (Per Aspera ad Astra). Tutto questo “viaggio” è compiuto con lo sguardo rivolto perennemente al cielo (Up), nell’incrollabile fiducia che, anche nei momenti più difficili, esiste sempre un gancio fra il cuore e l’Amore Infinito che lo sovrasta.

Interviste: Paolo Fresu, la musica? Non ha etichette

Paolo Fresu – Foto Tommaso Le Pera

Se c’è un artista che, nonostante tutte le difficoltà dettate da due anni di pandemia, ha sempre guardato alla musica come un rimedio salvifico per l’anima e per il cuore, questo è Paolo Fresu. In quel terribile 2020 è stato uno dei pochi a continuare a proporre il suono della sua tromba, squillante o sussurrato, allegro o malinconico.

Artista prolifico, mai banale, creativo, pignolo, anche nella scelta delle copertine degli album pubblicati dalla sua Tǔk Music, label che ha fondato nel 2010 e che l’anno scorso a festeggiato i suoi primi dieci anni, con cui continua a promuovere giovani musicisti talentuosi o affermati jazzisti internazionali.

È uno che cento ne pensa e cento ne fa, tuffandosi nei continui progetti come se fosse Indiana Jones alla ricerca del suono perduto. Fresu ama la musica e fare musica. Non importa etichettarla, in fin dei conti per lui non è così essenziale. La musica ha tante facce, tante strade, tanti linguaggi, tutti hanno uno scopo e un valore.

Guardando al suo percorso artistico al numero di dischi che ha pubblicato, alle “enne” collaborazioni con jazzisti di tutto il mondo, si vede un musicista onnivoro, uno che non ha mai avuto paura di cambiare, che guarda sempre oltre, in preda a una curiosità infinita. Da Ostinato, il suo primo disco del 1985 con il Paolo Fresu Quintet, in attività dal 1984 (a proposito i cinque, oltre a Fesu Tino Tracanna al sax, Roberto Cipelli al pianoforte, Attilio Zanchi al contrabbasso ed Ettore Fioravanti alla batteria si esibiranno il 20 dicembre prossimo al Blue Note di Milano), passando per Inner Voices (1986) con il flautista Dave Liebman e sempre il Paolo Fresu Quintet, allo sperimentale e bellissimo Anaglifo (1997) con Nello Toscano e Rosanna Bentivoglio, A Mare Nostrum (2007), lavoro altrettanto interessante con Jan lundgren e Richard Galliano, ad Alma (2012) dove dialoga con un grande Jaques Morelenbaum e il cubano Omar Sosa, fino agli ultimi lavori, come la rivisitazione in chiave jazz della Norma di Vincenzo Bellini (2019) con l’Orchestra Jazz del Mediterraneo e Paolo Silvestri, In Origine: The Field of Repetance (2020) con SaffronKeira, un mito della musica elettronica, al secolo Eugenio Caria, sardo pure lui, al disco celebrativo dei suoi 60 anni, è tutto un cambiare, modificare, capire, reinterpretare.

L’ho incontrato a Milano a teatro dopo il suo Tango Macondo. Gli ho chiesto se aveva voglia di fare quattro chiacchiere con me per Musicabile. Ha acconsentito e dopo alcuni giorni ho ricevuto un appuntamento telefonico, da Monfalcone, dove si trovava per la tournée, spettacolo che, per inciso, ha appena aggiunto due date a Foggia, il 26 e 27 novembre, al Teatro Giordano. Il 4 dicembre sarà a Rovereto (Teatro Zandonai) per terminare a Roma dal 7 al 12 dicembre (Teatro Quirino).

Paolo, partiamo subito con Tango Macondo, oltre allo spettacolo, anche un disco, dove ci sono tre perle, Alguien Le Dice Al Tango, cantato da Malika Ayane, El Día Que Me Quieras, da Tosca e Volver, da Elisa…
«Tango Macondo è un esperimento, sinceramente non so cosa sia, se jazz o world music o qualcosa d’altro, non mi interessa. Con Malika, Tosca ed Elisa, artiste che provengono da mondi musicali diversi abbiamo dimostrato che ci sono tanti modi per unire la musica»

In fin dei conti, Tango Macondo è un viaggio nella fantasia e nella creatività…
«Anche se il libro da cui è stato ricavato  è quello di Salvatore Niffoi, peraltro grande appassionato di musica, l’idea di un collegamento tra la Sardegna e l’America Latina mi era venuto leggendo un libro di Giovanni Maria Bellu, L’uomo che voleva chiamarsi Perón, dove si narrava che a Mamoiada vivesse un ragazzo di nome Giovanni Piras, partito per l’Argentina e che lì fosse diventato Juan Domingo Perón. Storia bellissima che provocò per un periodo la leggenda metropolitana di un sardo diventato il padrone politico del paese sudamericano. Alcuni finirono per credere davvero che Perón provenisse da Mamoiada. Ricordo che lessi il libro in un viaggio dalla Sardegna a Buenos Aires. Però il romanzo non aveva quel tipo di racconto tale da trasformarlo nella pièce teatrale che avevo in mente».

Con te sul palco ci sono Daniele Di Bonaventura, bandeonista, altro musicista che ascolto sempre con piacere, e Pierpaolo Vacca, un prodigio nell’organetto…
«Daniele è un grande bandeonista, ma non suona il tango. Il bandoneon è uno strumento che può fare di tutto: nasce in Germania, nelle chiese dove non potevano permettersi l’acquisto di un organo, come strumento sostitutivo. In Argentina con il bandoneon s’è suonato il tango. Pierpaolo è un grande esperto di musica tradizionale sarda: potrebbe suonare per ore senza mai fermarsi….».

Il rapporto tra l’Italia e l’America Latina è stretto…
«C’è un filo diretto tra il Sud Italia e il Sud America, un filo che unisce la musica brasiliana, il tango argentino e la musica italiana. La versione di Tosca di El día Que Me Queiras potrebbe essere benissimo una canzone napoletana di fine Ottocento! Non a caso anche Caetano Veloso è molto attratto dall’Italia e dalla sua cultura. Sono due mondi che si toccano di continuo, anche nell’idea melodica della musica. La migrazione è sempre a doppio senso, è normale che ciò avvenga».

Andiamo in Sardegna: sbaglio o l’isola ha molti bravi musicisti, una media altissima?
«È vero, la Sardegna ha una predisposizione per la musica, ma anche per il jazz! È un’isola musicale. Ha una storia ricca: tutti sono passati di qua per portarci via qualcosa, anche in tempi molto recenti, ma hanno pure lasciato qualche cosa. I sardi hanno imparato: abbiamo le launeddas (strumento a fiato tradizionale ad ancia semplice costituito da tre canne, ndr), il canto  a cuncordu (simile a quello a tenore, tradizionale soprattutto nelle rappresentazioni della Settimana Santa, ndr), la musica monodica, la poesia orale dei poeti improvvisatori. Questa tradizione è stata reinventata dagli anni Ottanta in poi, e qui si arriva al jazz e ai numerosi appuntamenti sull’isola, dal festival di Cagliari (Festival Internazionale Jazz in Sardegna, ndr) al Calagonone Jazz Festival al Time in Jazz di Berchidda (creato dallo stesso Fresu nel 1988, ndr). Il jazz è musica di origine popolare e non a caso ha attecchito in Sardegna, dove ci sono musicisti, poeti, scrittori… Adesso questa musica e queste forme di poesia si muovono in direzioni nuove come Nanni Gaias, Salmo, i Menhir o Pierpaolo Vacca».

Paolo fresu – Foto Michele Stallo

Time in Jazz esiste da 34 anni, è un appuntamento irrinunciabile per chi ama jazz e contaminazioni…
«È un festival creato sostanzialmente per promuovere nuovi talenti. Attorno all’idea forte del festival continuano a nascere iniziative, tutte volte a diffondere la cultura musicale. L’ultima è Sa banda sa musica sa festa (qui su Facebook, ndr), progetto partito ai primi di ottobre che culminerà a dicembre. La banda di Berchidda ha incontrato la Funky Jazz Orchestra. Con l’aiuto di Corrado Guarino che segue la banda ogni 15 giorni, e di Dario Cecchini stanno preparando un grande concerto per il 28 dicembre a Sassari».

Berchidda è diventata, grazie a te, un centro culturale dove si fa musica e non solo.
«Senza la banda di Berchidda io non sarei qui. Ho iniziato a suonare la tromba da bambino nella banda. È lì che mi sono appassionato alla musica e sono diventato un musicista».

Time in Jazz e tutta l’attività che svolgi per il jazz e la cultura sono, dunque, il ringraziamento al tuo paese e alla tua terra…
«Pur vivendo a Bologna da anni, ho un grosso legame con Berchidda. Sul terreno dove mio padre allevava le bestie e coltivava la terra ho costruito il mio buen retiro. Mio padre era un pastore, della mia infanzia ricordo le pecore e la vigna. Il podere si chiama Tucconi. La mia etichetta discografica l’ho battezzata Tǔk, il toponimo di questo luogo rivisitato. Tutto torna, sempre: la banda, la casa discografica, il festival, la ricerca di nuovi talenti… Quest’anno il tema del festival non era Dante ma le stelle, care al poeta. Pietro Casu, poeta berchiddese, tradusse la Divina Commedia in sardo, molti passi li declamavano a memoria i pastori. Erano tradizioni orali. I poeti ottocenteschi, parole per la musica, vedi i Tenores di Bitti, il sottoscritto, Nanni Gaias, tutto si deve tenere…».

A proposito di Gaias: a gennaio l’ho presentato su Musicabile come uno dei giovani più promettenti, in occasione dell’uscita per la Tǔk Music del suo Ep T.O.T.B., Think Outside The Box assieme a un altro giovane chitarrista, Giuseppe Spanu…
«Nanni è di Berchidda ed è un bravo e promettente artista, anche lui si è formato nella banda del paese. Vedi, con lui tutto torna, è il motivo per cui in questi anni ho lavorato per la musica e per formare nuovi artisti. La Tǔk Music è stata creata perché tanti giovani musicisti mi inviavano i loro master da ascoltare o chiedevano consigli su come muoversi. Così mi son detto: “Perché non creare una label dedicata soprattutto a loro?”».

PAolo Fresu – Foto @seda

La Tǔk conta circa 170 artisti, un bel numero per una casa discografica…
«Siamo una grande famiglia, sono tutti artisti che hanno un pensiero simile al mio, oltre a essere bravi musicisti. Credo che un artista non sia solo lo strumento che suona ma il pensiero che ha dietro».

Di giovani musicisti portati al talento ce ne sono tanti in Italia, ma difficilmente emergono…
«Ce ne sono anche di importantissimi che non hanno la fama che meriterebbero. Forse siamo in tanti per un palco come l’Italia. In questo mondo complesso non c’è spazio, ma a volte manca quel coraggio per programmare altro. Se si investe bene i risultati si vedono, vedi il nostro Festival di Berchidda. La gente viene a vederci a prescindere dall’artista famoso, perché ci siamo conquistati la credibilità di proporre sempre musica interessante. Viene perché di noi si fida ed è curiosa di scoprire nuovi talenti. E poi il festival non è solo musica ma anche cinema, scoperta del territorio, letteratura. Alla Tǔk pubblichiamo i dischi che ci piacciono per una direzione comune, che, giuro, non so quale sia. Ritorno sulla tua osservazione: in Italia c’è poco coraggio nel fare scelte diverse dalle solite, finendo così per avere più o meno gli stessi artisti che girano, me incluso».

Dove sta andando al musica?
«Sono positivo. La musica si muove, punto. Ci sono cose molto belle in giro. Ciò che è importante è che la musica ci sia, avere una certa curiosità per gli altri linguaggi. Coloro che sostengono che il jazz sia morto con Coltrane sono morti dentro. Il jazz per sua definizione è apertura. Il nostro compito, quello che dovremmo fare ora, è cercare di aiutare il jazz e gli altri mercati musicali. Mi sforzo di aprire un po’ la mente. Ognuno di noi artisti deve farsi strada nel mercato musicale usando anche nuove tecniche e linguaggi. Lo spettacolo teatrale Tempo di Chet, a teatri chiusi per il Covid, ha avuto sul digitale una risposta incredibile, quasi 12 milioni di visualizzazioni. Occorre dare risposte creative e concrete rispetto al mercato. Bisognerebbe che anche la politica se ne rendesse conto, ad esempio per aiutare i jazz club».

Cosa ti spinge nel tuo lavoro, di musicista e discografico?
«Una grande creatività. Attingo da tutto, mi piace ascoltare tutto, rispondo sempre a tutti. Quando un giovane ti manda un master devi rispondere, perché le persone attendono sempre una tua risposta. Sono stato educato così. Poi, vicino a me ho persone come Luca Devito, grandissimo appassionato di musica, che mi propone di tutto. A tal proposito, mi appassiona moltissimo, per esempio, Venerus. Poi ho mio figlio che, da adolescente, mi fa scoprire cose straordinarie. La mia non è bulimia, ma attenzione. Mi piace provare, sperimentare anche se poi, come in cucina, non tutte le ciambelle escono col buco! Nonostante i miei 60 anni l’idea dell’ascolto la reputo fondamentale, altrimenti si finisce col paraocchi. Come a tavola, se non assaggi un cibo non sai se sia cattivo o buono, così nella musica, se mi arriva un disco lo ascolto, se non mi va non mi faccio del male e lo lascio perdere, se mi colpisce, beh, allora, l’ascolto ne è valso davvero la pena!».

Interviste: Cabruja, la calda voce della malinconia

Mi è capitato tra le mani il primo disco di un artista che di professione fa il professore di scienze. È venezuelano, ma vive a Genova dal 2004, da quando è arrivato, con una fresca laurea in biologia ottenuta alla Universidad Simón Bolívar di Caracas, per frequentare un dottorato in microbiologia molecolare. Si chiama Eduardo Losada Cabruja ed è nato nella capitale venezuelana il 30 novembre del 1979. Testa rasata, un barbone scuro che, apparentemente, può incutere un certo timore, è in realtà un uomo aperto, solare, sorridente, loquace. Così l’ho inquadrato. Lui, invece, si vede chiuso, riflessivo, malinconico, tutto l’opposto di come si presenta. Lo incontro via Zoom. Veste una t-shirt con una scritta luccicante che dichiara un po’ il suo essere: Anxiety! «La metto sempre quando i miei studenti hanno verifica, è diventato un gioco!», scherza.

Eduardo ha pubblicato il suo primo album dal titolo Cabruja, il suo cognome, che però si presta a varie accezioni. Spiega Eduardo: «In Venezuela il secondo cognome è quello della madre, ed è il più importante. Mio padre è mancato 20 anni fa e con mia madre ho un legame fortissimo. Noi Cabruja siamo collegati all’arte, mia sorella è un’artista plastica, mio zio uno scrittore. E poi bruja in spagnolo significa strega, cosa che mi attira molto…».

Sono nove pezzi, di cui due, composti da lui (Lisboa Tbilisi, seconda traccia, e La Corazonada, quinta traccia, entrambi assieme a Giancarlo Di Maria) e il resto cover di artisti, Tori Amos in testa, che ha raccolto tutti in un Pantheon dei santi musicisti protettori che includono i Portishead, Björk, i Lamb più un paio di piccoli diamanti, come Alfonsina y el Mar, canzone arcinota in Argentina (ne ho parlato l’altro giorno scrivendo del concerto di Tosca al Parenti di Milano) e un brano del venezuelano Simón Díaz, Mi Querencia, del 1974, parte della musica tradizionale del joropo llanero del Venezuela, eseguito con il quatro (la chitarra a quattro corde), l’arpa llanera, la bandola llanera (altro tipo di chitarra sempre a quattro corde) e le maracas, che Cabruja interpreta in forma molto più orchestrale quasi cinematografica, per poi esplodere, nel pasaje, in un’allegria che fa da contrappunto al fraseggio successivo di nuovo cupo e drammatico.

Tornado al nostro artista e alla sua doppia anima, forse una spiegazione c’è: è diventato adolescente negli anni Novanta, con tutto quel che ne consegue. Racconta: «Dopo gli Ottanta che sono stati tutta New Wave, dark, di una felicità halloweeniana, i Novanta hanno rappresentato una zona più grigia, cupa, l’esistenzialismo, il grunge, la malinconia, che ho evidentemente introiettato».

Se ne ve scrivo, è perché ho visto ben più di qualcosa in lui. Una gran buona voce, piena e coinvolgente, e una passione nell’eseguire cover anche famosissime, mai scontata, ma alquanto raffinata, vedi l’interpretazione di Father Lucifer di Tori Amos o quella di Gloomy Sunday, un cameo cantato dai crooner di ogni provenienza ed eseguito da altrettanti musicisti, soprattutto jazzisti, da oltre 80 anni. Il brano dell’ungherese Rezső Seress del 1933 è arricchito da un prezioso cameo di Paolo Fresu.

Eduardo, innanzitutto, perché sei finito a Genova?
«Una volta laureato, volevo continuare a studiare fuori dal Venezuela. Mi sono sempre sentito un “esterofilo”, uno che ha voluto sempre andare “oltre”. Sono arrivato a Genova per fare il dottorato ed è lì che ho capito che la ricerca non faceva per me. Per farla bisogna avere testa e molta disciplina, qualità che non ho…».

Comunque, sei rimasto sempre nel campo delle scienze
«Insegno scienze in lingua spagnola in un liceo linguistico di Genova. Da molti anni faccio il divulgatore scientifico al Festival della Scienza, dieci giorni di incontri, scambi, approfondimenti, dove si incontra molta gente interessante».

E la passione per il canto e la musica?
«L’ho avuta da sempre, fin da piccolo, praticamente mi esprimevo cantando, ma non sapevo di aver la possibilità di farlo in un modo più strutturato. A Genova mi sono inserito in un coro. In una delle edizioni del Festival della Scienza, ho conosciuto due scienziati-divulgatori che sapevano suonare. Parlando insieme, abbiamo deciso di creare un “gruppetto” per esibirci nei giorni dell’evento. Ormai lo facciamo da anni, ed è molto divertente. Siamo una cover band con un repertorio bello vasto, che spazia David Bowie agli Smiths, da Harry Belafonte a Compay Segundo».

Come sei finito in una sala di registrazione?
«Due anni fa ho conosciuto Raul Girotti (musicista, producer e anima dell’Over Studio Recording di Cento, Ferrara, ndr). Mi aveva proposto l’uscita di un Ep di cover, che poi, grazie anche al lockdown, periodo in cui ho composto i due brani inediti contenuti nel disco, è diventato un vero e proprio album…».

Su Gloomy Sunday c’è anche un intervento di Paolo Fresu…
«Fresu era all’Over Studio per l’incisione di un disco. Con Raul avevamo già completato alcune demo dei brani. Raul li ha fatti ascoltare a Fresu e lui ha accettato di ricamare, proprio su Gloomy Sunday, una sua improvvisazione. Mi ha colpito molto il valore che un artista già molto famoso a affermato ha manifestato a un emergente, uno sconosciuto, un signor nessuno».

Ritorno ancora sul tema malinconia, perché hai scelto brani particolarmente tristi? In due, Gloomy Sunday e Alfonsina y el Mar, il tema è il suicidio…
«Non sono una persona con tendenze suicide! Ho avuto amici che ci hanno provato, altri che ci sono riusciti… Credo, però, che il suicidio sia un atto profondamente coraggioso, e anche un diritto. Non chiediamo di vivere, l’unica cosa che possiamo permetterci è smettere di vivere. Ho grande rispetto per le persone che scelgono di non vivere più, e sto parlando del diritto al fine vita…».

Ma tu, apparentemente, sei una persona solare!
«Non ho mai sopportato essere definito solare, anche se, in realtà, sono uno che interagisce, molto, parla, conosce persone, ha quella esotica e latina gioia che viene naturale. Sono nato in America Latina! Però in me c’è una malinconia strutturata. Mia nonna diceva sempre “La procesión va por dentro”, e aveva ragione. E anche la mia dimensione musicale è così. Mi piacciono di Radiohead, Björk, Tori Amos (la adoro, e quando viene in Europa scappo a vederla). Tori è stata importante nella mia adolescenza. Ammetto che quando parlo di lei divento un po’ bimbominkia, anche se tra pochi giorni compio 42 anni!».

La Corazonada, uno dei brani composti da te e da Giancarlo Di Maria parla di Caracas, la tua città…
«Sono sei anni che non vado più in Venezuela. Ho tutti i parenti lì, c’è mia mamma. Non ho amici, quelli che avevo se ne sono andati, come me, chi in Germania, chi in Cile, Colombia, Messico, Stati Uniti. Il brano parla di Caracas, è un testo molto angosciante che racconta l’ansia di vivere nel caos e nella paura di sapere che, in un giorno qualsiasi, la madre si può svegliare e non vedere più suo figlio o viceversa. Vivo una specie di lutto per la mia città. Sì, noi che abitiamo fuori dal Venezuela e dalla sua capitale non sentiamo saudade ma siamo perennemente in lutto. È duro ricordarsi la mia adolescenza a Caracas, una città gioiosa, e vedere che è diventata una città morta».

Tosca, che emozionante viaggio nella musica!

Assistere a un concerto di Tosca è una garanzia, sai che vai a colpo sicuro. Hai bisogno di bellezza, emozioni, sogni? Ebbene, seduto in una delle poltroncine di un teatro, ovunque ti trovi, da Milano a Rio de Janeiro, sai che avrai tutto ciò in dono. Tosca, con i suoi 24 anni di carriera, è un’artista completa come pochi in Italia. Studio, interesse, passione, ne fanno un libro di bravura e arte da cui attingere a piene mani.

Ieri sera ero al Teatro Parenti di Milano, sold out, pazientemente in fila per mostrare il Green Pass e il mio biglietto. Con me, Sonia, la mia insostituibile compagna di vita che, essendo brasiliana e amante della MPB, non vedeva l’ora di ascoltarla, conoscendo la predilezione della mitica Tiziana Tosca Donati ad attingere versi e note da quel Brasile che ha ispirato artisti di tutto il mondo.

E così è stato. Un gran bel viaggio nella musica, dove c’è stato spazio per i brani contenuti nel disco Morabeza uscito il 14 febbraio 2020, più altri sempre scelti con cura in una sorta di colpi di scena, dove allegria, tristezza, riflessioni danno ritmo allo spettacolo diretto da Massimo Venturiello con l’accattivante scenografia di Alessandro Chiti, sotto la direzione artistica di Joe Barbieri, uno dei miei artisti italiani preferiti.

Il viaggio di Tosca ha i suoi compagni, musicisti di prim’ordine – e non potrebbe essere altrimenti – che oltre a suonare divinamente bene, cantano, duettano, in un percorso dove l’orizzonte è sempre la buona musica. C’è la triestina Giovanna Famulari al violoncello, pianoforte e voce, vero portento, il chitarrista romano Massimo De Lorenzi che ha dato vita a samba e bossa nova magici, la pugliese Elisabetta Pasquale al contrabbasso, cavaquinho e voce, il calabrese Luca Scorziello eclettico, esplosivo e “soffice” alla batteria e Fabia Salvucci alle percussioni e voce, ex allieva di Tosca, nel corso di alta formazione professionale di canto dell’Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini. Intervento anche di Pietro Cantarelli, docente di Arrangiamento alle Officine, che con Tosca ha eseguito Ho amato tutto, brano da lui composto e arrangiato.

Così tra atmosfere tunisine e nordafricane, batucadas brasileiras e chitarre portoghesi, con escursioni in Francia, nel folklore rumeno e nella musica gitana, lo spettatore è partito per un viaggio onirico, di grandi emozioni, condotto da Tosca – e da quella voce ricca di sensazioni – che, nel corso dello spettacolo, cede ai sui colleghi di palco assoli da brividi.

Dai canti festosi zaghroutah delle donne mediorientali, al nuovo fado portoghese di Luísa Sobral (artista che in Morabeza disco canta con Tosca Un Giorno in Più), fino a una splendida versione di Alfonsina y el Mar, brano conosciutissimo in Argentina, scritto da Ariel Ramirez e Felix Luna, reso famoso da Mercedes Sosa nel 1969, eseguito solo con voce, battito di mani e un tavolino attorno al quale erano seduti tutti i musicisti, usato come percussione, il viaggio continua nelle atmosfere care a Joe Barbieri. Ho apprezzato molto Cosmonauta d’appartamento – brano del compositore napoletano che dà il titolo all’album omonimo del 2015, nel disco suonato con un mito del bandolim, Hamilton de Hollanda – un samba-choro che invitava al ballo…

Un paio d’ore di bella musica come non si ascoltava da tempo. Da vedere assolutamente!

Tra poche ore il Morabeza a Teatro si esibirà a Pavia al Teatro Fraschini, per spostarsi poi a Fasano (BR) il 13, a Bari il 14 e il 15, a Strasburgo il 25, a Sassari il 29 e a Messina il 3 dicembre. Info sul sito internet di Tosca.

“Tango Macondo”, una storia fantastica a suon di folklore

 

Sono stato al Teatro Carcano di Milano a vedere Tango Macondo, favola ricca di fantasia, cuore e musica di Giorgio Gallione, prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano, con le musiche (e la presenza sul palco) di Paolo Fresu (flicorno e tromba), Daniele di Bonaventura (bandoneon)  e un incredibile Pierpaolo Vacca (organetto).

Ispirato al libro di Salvatore Niffoi Il Venditore di Metafore (Giunti, 2017), più che una classica piece teatrale è una epica, fantastica, spettacolare narrazione, grazie alle scenografie di Marcello Chiarenza, alla bravura degli interpreti, personaggi che si “rubano” la parola senza interagire tra di loro, diventando narratori di un vorticoso e audace racconto che cattura, stimolando la parte fanciullesca del pubblico. Ugo Dighero, Rosanna Naddeo e Paolo Li Volsi sono i felici interpreti mentre Luca Alberti, Alice Pan, Valentina Squarzoni e Francesca Zaccaria, del DEOS, il Danse Ensemble Opera Studio di Genova, i danzatori.

Tutti sul palco, attori, musicisti, ballerini a ricreare una storia che parte da Mamoiada in Sardegna (il paese del Carnevale e dei Mamutones) e finisce in Argentina in un villaggio che Mataforu, assieme all’amore della sua vita, Anzelina Bisocciu, costruiscono e chiamano Macondo (il riferimento al paese inventato di Gabriel García Márquez in Cent’anni di Solitudine, aumenta nello spettatore i desideri di miti, terre lontane, avventure…). In questo mondo parallelo dove si alternano risate e tragedia, ci sono i tre musicisti, pilastri immobili a costituire un triangolo narrativo ed evocativo. Il flicorno e la tromba di Paolo Fresu fanno da collante all’organetto di Pierpaolo Vacca e al bandoneon di Daniele di Bonaventura.

Ora che vi ho raccontato il mio spettacolo (vivendo un’ora e mezza nel fantasy ogni singolo spettatore ne esce con una sua versione di quanto visto e sentito), faccio un breve approfondimento su una terra a me più familiare, la musica, parlando del disco che è uscito parallelamente alla piece teatrale e che porta lo stesso titolo, Tango Macondo, uscito per la Tŭk Music. L’occasione per i tre musicisti di eseguire i temi dello spettacolo, con ampi spazi per il folklore sardo, e includere anche brani ampiamente codificati del tango argentino. L’intelligenza di Fresu, artefice dell’operazione, è quella di aver inserito tre perle rare in questa collana di note, sia per la loro bellezza sia per le interpreti scelte, tutte italiane.

La prima in ordine di ascolto è Alguien Le Dice Al Tango, brano di Astor Piazzolla su testo di Jorge Luis Borges, interpretata da Malika Ayane; la seconda El Día Que Me Quieras, scritta da Carlos Gardel nel 1934 su un testo del giornalista e drammaturgo Alfredo Le Pera del 1919, cantata da Tosca (a proposito: se siete a Milano l’8 novembre, andate ad ascoltarla al Teatro Parenti, dove porterà in scena il suo ultimo album, Morabeza, con la direzione artistica di Joe Barbieri, uscito nel 2020 e per il quale ha vinto due targhe Tenco,). La terza è una incredibile versione di Volver, brano composto sempre da Gardel e sempre nel 1934 con le parole di Le Pera, eseguita da una cristallina Elisa. Da ascoltare e riascoltare. Buon weekend a tutti…

Xenia Rubinos, Una Rosa e il “no gender” della musica

Non so se l’avete sentita nominare o ne avete già ascoltato qualcosa. La musicista in questione, polistrumentista, si chiama Xenia Rubinos ha 36 anni ed è nata nel Connecticut da madre portoricana e padre cubano. Studi alla Berklee School of Music di Boston, una formazione jazz ma anche una passione per la musica elettronica, definire il genere della Rubinos è praticamente impossibile. In questo “no gender”, anzi, “full gender” album, si sentono accenni punk, jazz, folklore latino – rumba in testa – beat hip hop, una sequenza e sovrapposizione che disorienta l’ascoltatore, perso tra mille sentieri di note, ma che poi finisce per ritrovarsi in un ambiente sonoro che ha del familiare, attira, ha un senso compiuto.

Una Rosa è il terzo lavoro di Xenia, i primi due sono Magic Trips del 2013 e Black Terry Cat del 2016. Ci sono voluti cinque anni per pubblicare il nuovo lavoro uscito a metà ottobre per Anti. In questo lungo periodo, dove di mezzo si è messo pure il Covid, Xenia s’è fermata, come da lei stessa dichiarato (il The New York Times le ha dedicato un lungo articolo firmato dalla critica musicale Isabelia Herrera), sentendosi disorientata dopo la serie di concerti per promuovere Black Terry Cat e varie vicissitudini personali, che l’avevano mentalmente prosciugata. Aveva bisogno di pace e riflessione. È persino andata da un curandero che le ha diagnosticato una “perdita di spirito”…

Un lavoro che ha della drammaticità intrinseca, che tratta temi importanti, per lei la musica e il messaggio devono coesistere, altrimenti la sequenza di note perde valore. Un brano, Ay Hombre, inizia con un auto-tune sostenuto (non sopporto l’auto-tune, lo trovo un insulto alla voce, però in questo caso, dopo il primo urto di nervi, la Rubinos ha sconvolto lo spartito, piazzando un synt, con un uso quasi “scolastico”, per introdurre, con una voce densa, il dondolare latino, in contrasto con l’essenzialità elettronica del brano.

Anche Una Rosa, la canzone che dà il titolo all’album, un danzón portoricano di José Enrique Pedreira di settant’anni fa, è stato rivisto come un momento struggente di pathos, con un tappeto di synt e un basso che gira cupo e solenne. Era un motivo che aveva sentito uscire da una lampada che apparteneva alla bisnonna, fatta di fiori di fibre ottiche che si illuminavano con il suono di un carillon, la stessa della cover dell’album. Alla giornalista del New York Times, ha raccontato che ci ha messo un paio d’anni per capire chi fosse l’autore del brano, alla fine lo ha trovato, ma ha deciso di eseguire quello che lei aveva filtrato nei ricordi di bambina. Una nenia che diventa quasi aulica…

Ascoltatelo  questo disco! Il primo brano Ice Princess, dura 56 secondi ed è un ingresso al mondo di Xenia. Il testo è breve: There she is, There she is. No, wait! There she is, There. Tre interventi musicali di pochi secondi e il resto è silenzio assoluto. Quando la pausa diventa musica.