Piazzolla and Friends, quattro giorni di Tango a Trani

Permettetemi un ritorno a un post fatto l’11 marzo di quest’anno. Ricordava il centenario dalla nascita di uno dei più grandi musicisti dell’America Latina, un “tanguero” che ha rivoluzionato il tango. Sto parlando di Astor Piazzolla. Vi segnalo un altro capitolo dei festeggiamenti della città di Trani verso uno dei suoi figli più famosi.

Questa settimana, dal 22 al 25 settembre, si terrà al Palazzo delle Arti Beltrani il Piazzolla&Friends, una serie di concerti ed eventi teatrali ideato dall’associazione InMovimento, con i patrocini di Regione Puglia, Teatro Pubblico Pugliese, Comune di Trani, Ambasciata argentina a Roma, Fundación Astor Piazzolla.

Questa la notizia di cronaca. In realtà, la quattro giorni tranese è, dal punto di vista artistico, di grande rilievo anche per chi non ama le struggenti melodie del tango. Perché sarà l’occasione per assistere, nella Corte Davide Santorsola, ad alcuni concerti di altissimo profilo. Mercoledì apre il bandeonista argentino Daniel Binelli (faceva parte del Sexteto Nuevo Tango di Piazzolla) e della pianista uruguaiana Polly Ferman, duo già in concerto per alcune date nel nostro Paese.

Giovedì toccherà alla violinista italo francese Sabrina Condello e al bandeonista argentino Victor Ugo Villena. Nato in Argentina nel 1979, Villena, che da anni ha scelto la Francia come sua seconda terra, è un bandeonista di lungo corso, ha lavorato anche con i Gotan Project nel loro tour dal 2003 al 2007 (ricordate il tango elettronico?). Ha pubblicato da pochi giorni, il 16 settembre scorso, un gran bel disco di tango, struggente al punto giusto, con la cantante Cristina Vilallonga intitolato Al Final (ascoltate Del Subsuelo).

Venerdì 24 settembre tocca a un altro grande artista, il violinista dall’animo rock Alessandro Quarta con il suo quintetto. Quarta un paio d’anni fa ha pubblicato un lavoro molto raffinato, Alessandro Quarta Plays Astor Piazzolla, un disco che ascolto spesso. Soprattutto Fracanapa e l’immancabile Vuelvo al Sur, una delle versioni che preferisco insieme a quella incredibile di Caetano Veloso su Fina Estampa, dove al posto del violino c’è il profondo violoncello di Jaques Morelenbaum, disco che solo un latinoamericano geniale come il baiano Veloso poteva concepire e realizzare.

Non c’è musica senza ballo. Sabato 25 settembre in scena lo spettacolo di teatro danza, prodotto dall’associazione InMovimento, Sognando Piazzolla con la musica live dei Tango Sonos (i fratelli Antonio e Nicola Ippolito), e le due coppie di tangueros Giorgia Rossello /Vito Raffanelli e Valentina Guglielmi/Miky Padovano.

Rolling Stone, le classifiche e una riflessione…

Il 15 settembre Rolling Stone USA ha pubblicato la sua colonna sonora più dirimente e attesa: le 500 canzoni più belle di tutti i tempi. Il magazine, ormai ex-bibbia del rock, ha voluto pubblicare, a quasi vent’anni di distanza dalla prima edizione, una nuova revisione.

Le classifiche a cui RS ci ha assuefatto sono una buona lettura dei tempi e di quello che significa la musica, mainstream e alternativa, dagli anni Trenta del secolo scorso a oggi. Le 500 canzoni sono la summa di tutto questo, anche perché, la prima “RS hit parade”, come ben ricordano dallo stesso magazine, era del 2004, quando Billie Eilish aveva appena tre anni. A partecipare al sondaggio per decidere i brani più belli di sempre, sono stati chiamati oltre 250 tra artisti, musicisti, produttori, discografici che ne hanno selezionati, ciascuno, 50, per un totale di 4mila brani.

Con questo ampio e democratico parterre si presume sia uscita uscita una fotografia piuttosto nitida e ben incisa della storia della musica occidentale, soprattutto americana e inglese. 

Quello che più salta all’occhio è che di brani “dirimenti” dall’inizio del Terzo Millennio ne sono stati selezionati pochi, appena una settantina, per lo più provenienti dalle correnti mainstream, un pop facile e ben codificato e un rap che s’è liberato dalle origini e naviga tra bit raramente innovativi e un conformismo testuale presentato come anticonformismo. Di contro, troviamo, monolitici, i 250 e passa brani compresi nel periodo Sessanta e Settanta e i 142 scelti negli anni Ottanta e Novanta, oltre a poche decine che arrivano tra il 1930 e il 1950.

Di artisti ce ne sono tanti – anche se, per esempio, non si vedono tracce del periodo prog inglese, King Crimson, Genesis, Yes, Traffic, gli Emerson, Lake & Palmer – alcuni ritornano più volte in classifica (vedi Aretha Franklin, Beatles, Rolling Stones, Pink Floyd, Prince, Bob Dylan, Lou Reed, Led Zeppelin, Bob Marley, Bruce Springsteen, David Bowie…) ma quello zoccolo duro di brani memorabili, immancabili, oserei, eterni, nati dalla seconda metà degli anni ’60 alla fine dei Settanta sono la riprova, se mai fosse stato necessario, di quanto le esperienze musicali, sociali, politiche di quegli anni abbiano generato una svolta epocale nelle arti, e soprattutto nella musica, a cui tutti, ancora oggi si rifanno a piene mani. Una rivoluzione che dobbiamo ancora vivere in questo nuovo millennio.

E, dunque, non può suonare strano se  il miglior brano di tutti i tempi sia stato scritto da Otis Redding e pubblicato nel 1967 dalla grande Aretha Franklin. Sto parlando di Respect, una delle canzoni più suonate di sempre. Il secondo posto se lo sono aggiudicato i Public Enemy con Fight the Power (1989), mentre il terzo e quarto appartengono rispettivamente a Sam Cooke, uno dei principali esponenti della soul music degli esordi, con A Change Is Gonna Come (1964) e l’eterno Bob Dylan con la sua altrettanto immortale Like a Rolling Stone (1965). Al quinto ci sono i Nirvana con Smells Like Teen Spirit del 1991, e via via Marvin Gaye con What’s Going On (1971), The Beatles con Strawberry Fields Forever (1967), il rap di Missy Elliott, Get Ur Freak On (2001), i Fleetwood Mac e la loro splendida Dreams (1977), e gli Outkast con Hey Ya! (2003)…

Il resto della classifica, numeri alla mano, rispecchia la prima decina. Ne deriva che, nell’esperimento musicale (e, a questo punto, anche sociale) di RS in novant’anni di musiche selezionate, il nocciolo importante, salvo rare eccezioni, rimane chiuso in poco più di trent’anni. Quei trent’anni che hanno visto rock, punk, soul, funk, jazz, nascere e rinascere, reinventarsi, crescere, svilupparsi, contaminarsi, classicismo e sperimentazione a ciclo continuo, effervescenza di note, idee, pulsioni.

In attesa di una rumorosa, spettacolare, necessaria rivoluzione epocale – che sinceramente non vedo – vale la pena rimettersi all’ascolto di quella Musica. Per rivangare ricordi, quelli delle generazioni vicino alla mia, per imparare un po’ di background le nuove leve del Duemila.

Backbone, soundtrack e la bravura di Arooj Aftab

Nello scorso giugno è uscito in Italia Backbone, videogioco sviluppato dalla canadese EggNut. Non oso addentrarmi nel vasto mondo dei games, innanzitutto perché non ne so un accidenti, secondo perché non mi hanno mai attirato (mea culpa), nonostante ne riconosca una creatività senza limiti e una bellezza intrinseca.

Tornando a Backbone, ve ne parlo perché la colonna sonora è stata scritta da Nikita Danshin, cofounder di EggNut, e pure musicista, e da una nostra apprezzata conoscenza, Arooj Aftab, autrice di un bellissimo disco uscito il 23 aprile scorso, Vulture Prince di cui vi ho parlato qui.   

Il fatto che la Aftab abbia voluto mettere la sua firma assieme a quella di Danshin sulla colonna sonora di un videogioco lo trovo perfettamente in linea con il lavoro artistico e culturale di una musicista curiosa, colta, intrigante come è lei, di origine pakistane, laureata al Berklee College of Music di Boston, da anni a New York. Quello che ne è uscito è un lavoro di bella struttura, dove atmosfere jazz, doom e trip-hop si fondono, cupe, per arricchire un racconto/gioco noir, dedicato a chi ama le sottili trame della crime story investigativa, ambientato in una Vancouver distopica, dove i vari personaggi che popolano la sceneggiatura sono animali antropomorfizzati (l’investigatore, Howard Lotor, è un procione). Così, tra scimmie, topi, cavalli, cani, maiali si snodano la strada investigativa e, con questa, le trenta tracce musicali che incanalano ansie, colpi di scena, dialoghi e deduzioni dei personaggi. Ascoltate I Wonder oppure The Warmth of Parents’ Hands, e poi ditemi la vostra.

Non ho scoperto nulla, ovvio. Molti artisti da anni si cimentano nel rendere i videogames un prodotto d’alta qualità anche nell’aspetto musicale, basti pensare a Jeremy Soule, pluripremiato pianista e compositore, che ha lavorato in oltre 60 produzioni, tra queste, le serie di Harry Potter e di The Elder Scrolls, oppure le avvincenti avventure western, vera epopea, di Red Dead Redemption 2, dove si possono trovare Woody Jackson, altro pioniere della musica per video games, che in qualche brano, da intenditore, si rifà a Ennio Morricone, il sassofonista jazz Colin Stetson, il trombettista Michael Leonhart e la dj, produttrice, cantautrice venezuelana Arca, o la soundtrack di The Last Of Us dell’argentino Gustavo Santaolalla, vincitore di due premi Oscar (Brokeback Mountain, 2005, e Babel, 2006).

Se ne avete voglia dedicatevi all’ascolto di soundtrack per videogames, al di là dello scopo per cui sono state create. Troverete ottima musica, dove la bravura e la fantasia degli autori permettono loro di spaziare oltre i canoni di un semplice – e scontato – disco da pubblicare per il proprio pubblico. Altamente raccomandabili!

Cosa pensate dello show avatar degli ABBA?

Breve pensiero del venerdì. Avrete certamente letto del ritorno degli ABBA, la pop band svedese che prese il nome dalle iniziali dei nomi dei quattro componenti, AgnethaBennyBjörnAnni-Frid, quest’ultima conosciuta come Frida, che, in una decina d’anni di intensa attività, dal 1972 al 1982, ha sfornato talmente tanti brani da rendere le due coppie immortali e milionarie con oltre 400 milioni di copie vendute. Dall’82, dopo i divorzi si dissolse anche la band. Tutti continuarono le loro carriere artistiche, chi con più sorte, chi con meno.

Ebbene, nel 2018 gli ABBA hanno deciso di riunirsi dopo quasi quarant’anni di separazioni nella vita e sul palco, pubblicando, un disco, Voyage, che uscirà il prossimo 5 novembre. La faccio breve: fa piacere risentire i mitici svedesi, omaggiati pure, ai tempi, dai Led Zeppelin e dagli U2, anche perché quelli della mia generazione, oltre che a rock e punk, sono cresciuti, che lo volessero o meno, anche ad ABBA (era impossibile non ascoltarli nelle radio o non ballarli nelle feste).

Fa un po’ meno piacere che il loro primo tour dopo quarant’anni, sia stato già preparato e confezionato perché sul palco saliranno i loro avatar. Detta così suona un po’ troppo semplice, ma i magnifici quattro hanno davvero cantato i loro brani, indossando tute fantascientifiche che trasmettevano i movimenti a potenti computer che li elaboravano, in modo da dare vita agli avatar, facendo uscire Agnetha, Benny, Björn e Frida nel loro pieno splendore giovanile, con espressioni, sorrisi, balli.

In questa laboriosissima operazione sono state impiegate oltre duecento persone e tre settimane di lavoro intenso. A Londra è in piena costruzione la ABBA Arena, dove il 27 maggio 2022, aprirà il virtuale (e costosissimo) show, luogo pensato proprio per questo tipo di concerto. Prevendite già on line per accaparrarsi i biglietti. Tra il pubblico ci saranno anche i quattro, a godersi lo spettacolo di loro che cantano. “Un po’ strano”, hanno dichiarato. Come dar loro torto…

Gli ABBA Avatar in concerto – frame promo

Tutto molto interessante, il Covid ci ha insegnato a diventare avatar di noi stessi, ma qui non si sta parlando di un concerto (anche se la musica verrà eseguita dal vivo), piuttosto di uno spettacolo, grande, maestoso, stupefacente. La musica, da come è stato presentato l’evento, permettetemi, è solo marginale. Quello che interessa è il grande spettacolo, la celebrazione di una band che ha fatto la storia del pop e della disco, la novità, il non plus ultra della tecnologia umana.

L’inizio di un nuovo modo di ascoltare i live? Mi auguro di no, visto che la voglia di veder cantare e suonare un artista o una band è il motore principale che spinge ad andare ai concerti. Ora che la tecnologia lo permette, abbiamo superato una frontiera, il virtuale calato nel reale. Che so, andremo a vedere nelle tante arene del pianeta, in contemporanea mondiale, uno show degli avatar dei Pink Floyd? O rivedremo Charlie Watts che suonerà ancora con i Rolling Stones nella prossima tournée? L’ologramma di Tupac Shakur al Coachella nel 2012 era una barzelletta al confronto.

Nell’era del “totally virtual” c’era da aspettarselo che si arrivasse a questo. Se avete la voglia di leggervi il post che ho pubblicato un paio di giorni fa, dove presentavo il Changüí di Guantánamo, lo stridor di meccanismi che s’inceppano tra una musica live “presente” e una “filtrata” è fragoroso. Due mondi totalmente diversi e anche due realtà distanti anni luce. Se vogliamo, i due estremi. Sarò vecchio, desueto, vicino all’amplifon, ma scelgo di gran lunga il primo, con il massimo rispetto (e riserbo) per il secondo.

  

Changüí: storia degli autostoppisti musicali. Parola di Gianluca Tramontana

Il 30 luglio scorso è uscito un box set, tre compact disc più un libro di 124 pagine, dedicato alla musica Changüí, dal titolo, Changüí – The Sound of Guantánamo. Molti si staranno chiedendo che tipo di musica sia. Riassumendo in poche parole, una musica folk, nata nell’Oriente di Cuba, nel distretto di Guantánamo, nella seconda metà dell’Ottocento. Musica contadina, musica delle piantagioni, qualche etnomusicologo sostiene sia l’antesignano del son cubano, quello dei Buena Vista Social Club, per intenderci, di cui vi ho parlato qui. Una rarità, se si considera che, dopo oltre un secolo, è una musica che si suona ancora – e in modo effervescente – nei centri rurali del distretto. Per chi ha conosciuto Cuba, la sua storia, i suoi abitanti, e se ne è innamorato, il Changüí è un capitolo che vale la pena leggere e ascoltare. È nato a Baracoa, la Ciudad Primada, qui sbarcò Cristoforo Colombo e con lui, la forza bruta della colonizzazione spagnola, che almeno ha lasciato una bella cittadina coloniale, dall’aria decadente, di grande attrazione, e un popolo formato a forza tra indios, europei e africani, portati in schiavitù sull’isola. Culture che si sono fuse, ritmi e suoni che hanno cambiato per sempre il cuore musicale degli abitanti.

Storie già viste in altri luoghi dell’America Latina, a partire dal Brasile. Permettetemi una breve digressione: sono stato a Cuba nei primi anni Novanta (allora lavoravo in un giornale che era una sorta di bibbia del viaggiatore, Weekend Viaggi, finito poi miseramente). Era il cosiddetto Periodo Especial, la grande crisi che colse l’isola dopo la dissoluzione dell’Impero Sovietico. Tutti stavano male, nessuno aveva più nulla e ciascuno si arrangiava come poteva. Con il mitico Marco Casiraghi, fotografo di grande abilità ed esperienza, andammo a Baracoa. Un posto meraviglioso, e poi a Guantánamo, dove fummo portati nella base dell’esercito cubano che aveva il compito di controllare la base americana. Qui, davanti a un plastico che riproduceva l’”angolo Usa” ci spiegarono con dovizie di particolari cosa stessero facendo gli yankee in quel momento. C’era persino un mirador, un belvedere, con tanto di binocolo e bar, dove sorseggiando una birra si potevano osservare “da vicino” portaerei, corazzate, sommergibili all’ancora nella base. Altri tempi. In quei giorni frequentammo quasi tutte le sere la Casa de La Trova, un locale aperto a tutti i musicisti, dove chi voleva entrava, saliva su un palchetto malconcio e suonava. La gente, ascoltava, cantava, ballava. Serate indimenticabili. La più bella e organizzata era la Trova di Santiago de Cuba. Però Baracoa aveva un che di assolutamente magico che mi porterò per sempre nel cuore.

Gianluca Tramontana intervistato alla BBC – Foto Jack Howson

Torniamo a questo capitolo: a scriverlo e a registrarlo in presa diretta in due anni di ricerca, dal 2017 al 2019, è stato un italiano, milanese, da oltre trent’anni a New York, Gianluca Tramontana. Classe 1966, musicista, giornalista, appassionato di roots music, sia americana sia latino-americana, Gianluca è stato collaboratore di testate musicali storiche, come Rolling Stone, e lavora tutt’ora per l’inglese Mojo. Ha un programma radiofonico molto seguito su Radio Free Brooklyn, Sitting With Gianluca, dove, tutte le settimane, tiene conversazioni legate alla musica con artisti famosi e meno famosi purché abbiano qualcosa di interessante da raccontare. L’ho contattato e, settimana scorsa, abbiamo fatto una lunga e bella chiacchierata via Skype.

Gianluca, roots music, amore a prima vista…
«Sono un appassionato, e il Changüí ne è uno straordinario esempio. È come il primo blues del Mississippi. D’altronde, Guantánamo è un po’ come il Sud degli Stati Uniti, tradizionalmente povero, una zona agricola. Anche il periodo in cui è comparso si avvicina a quello del Blues americano e, se vogliamo, dello Choro brasiliano, nella seconda metà dell’Ottocento».

Dunque, ha poco a che vedere con il son cubano che conosciamo…
«Il Changüí non è la musica cubana che siamo abituati ad ascoltare, quella che potremmo definire straight time, dove il ritmo è lineare, non sincopato. Mi ha catturato proprio perché ha swing, inizia in un modo ma non sai mai dove va a parare, prende direzioni diverse, ha cambi improvvisi di ritmo. La sua origine, per ritornare alla storia, è più o meno coincidente con le guerre indipendentiste cubane che poi hanno generato la nascita di Cuba come stato indipendente, avvenuto nel 1902. Riflette lo stato d’animo, la cultura, dei lavoratori delle piantagioni, le loro provenienze. C’è l’Africa, l’indigeno nelle maracas (il Changüí di Baracoa, per esempio, è molto più indio di quello di Guantánamo), quindi ci sono elementi francesi provenienti dalla vicina Haiti…».

Bello il paragone con Blues e Choro. Sono tutti generi che implicano improvvisazione. Come quello con la storia americana e quella brasiliana. A Cuba le guerre indipendentiste contro la Spagna, le pulsioni americane di conquista dell’isola già a quei tempi, l’avvento di José Martí, considerato il padre della Patria, morto combattendo nella Guerra Necesaria…
«La musica delle radici è quella della propria storia. Gli storici normalmente partono, nelle loro esposizioni dei fatti, dall’alto verso il basso, dalla situazione generale, dai governi e mai dalla gente. La testimonianza storica di questi agricoltori, lavoratori delle piantagioni è riposta nel Changüí. Nelle loro canzoni si trova tutta la narrazione della loro vita, delle gioie, dei dolori, dei problemi di tutti i giorni. Come esiste il terroir nel vino, esiste anche il terroir di Guantánamo, che è questa musica. La storia del distretto è raccontata nei minimi particolari, giorno dopo giorno, da questi artisti, tutte persone che, per vivere, fanno due o tre lavori. Come giornalista mi attraggono le storie non ancora scritte. Benjamin Lapidus (musicista ed etnomusicologo newyorkese, ndr) ha scritto un libro sul Changüí, Origins of Cuban Music and Dance: Changüí (2008). Non sono un etnomusicologo, non ho gli strumenti per elaborare certe teorie. Ti dico solo che il Changüí tradizionale non è molto conosciuto fuori da Guantánamo e che, per questo, conserva tutto il suo potenziale espressivo».

Come ne sei venuto a conoscenza?
«Quindici anni fa mi trovavo a Manzanillo (città sul golfo di Guacanayabo, nel distretto di Granma, ndr), inviato da NPR (National Public Radio, una delle maggiori emittenti americane, ndr). Dovevo andare in onda, c’era Fidel Castro che parlava. Qualcuno aveva una cassetta di Changüí tradizionale che faceva suonare in un registratore. Incuriosito, ho chiesto in giro che tipo di musica fosse e tutti mi risposero che il Changüí erano Elio Revé e suo figlio Elito. Invece non era quella la musica che mi aveva incuriosito, era come se avessi ascoltato Robert Johnson e mi fosse stato detto degli Allman Brothers o di Eric Clapton. Per anni ho continuato a chiedere informazioni sulla tradizione Changüí, ma nessuno mi ha potuto dire altro se non che gli esponenti del genere erano Los Van Van e Revé, tutti musicisti che fanno ottima musica, ma moderna e urbana. Questa è considerata Changüí dalla maggior parte dei cubani e dai fan della musica cubana in tutto il mondo, ma non era quella che avevo sentito, un suono “rustico”, acustico come dire, loose but tight. L’unico modo per saperne di più era andare direttamente a Guantánamo e scoprirlo da solo. La mia intenzione originale era confezionare un pezzo per NPR di cinque minuti su quella musica, ma nessuno aveva dei Cd, quindi ho dovuto registrarli mentre suonavano. Il progetto originale s’è sviluppato in un altro e sono caduto in un vortice di due mesi durante il mio primo viaggio, che poi è diventato un’odissea di registrazione di due anni e mezzo».

Dovevi fare un semplice servizio e invece…
«…Invece sono stato coinvolto in un mondo incredibile. Dal “semplice” lavoro che dovevo preparare mi sono ritrovato a viaggiare per due anni nei paesi del distretto di Guantánamo, ascoltando vari gruppi e registrando oltre 250 brani. Nel box set ne ho selezionati 51 (qui il video promo del lavoro, ndr). Come avrai potuto sentire, c’è una caratteristica fusione di culture che trovi solo in questo luogo. Ti consiglio di leggere Cuba and Its Music: From the First Drums to the Mambo di Ned Sublette, quasi settecento pagine, un libro scintillante, dove capisci come il rock’n’roll proviene da Cuba, passando prima da New Orleans con il Rhythm&Blues. È una collisione di ritmi africani, melodie spagnole che portano con sé un bagaglio di influenze arabe. Insomma questi musicisti sono degli autostoppisti musicali!».

Finora abbiamo parlato della musica, ma, come ho letto in alcune altre interviste che hai rilasciato negli Usa e in Francia, il Changúí è molto altro…
«È danza, la musica senza ballo non esiste, ma è soprattutto comunità. Non si suona per farsi ascoltare, ma per stare insieme. Tutti possono intervenire, è un sistema aperto dove ognuno può interagire. È questa la bellezza. Su una struttura di canto fissa, un verso che viene ripetuto più volte, si inizia a inventare, inventa chi interviene nel canto, che però deve essere attinente al tema, inventano i musicisti che si chiamano ai cambi di ritmo con gli strumenti».

Gianluca Tramontana registra Las Flores del Changüí – Fotografo sconosciuto

Quali sono gli strumenti musicali generalmente usati?
«Di base sono tre, il Tres, tipo di chitarra che esiste solo a Cuba, con sei corde raggruppate in tre coppie, la Marímbula (una sorta di cassa acustica con delle linguette di acciaio, un basso ante litteram, ndr) e il bongo, l’equivalente del nostro “chitarra, basso e batteria”! In più ci sono il guayo (strumento idiofono a raschiamento, ndr) e le maracas. Gli strumenti in genere sono costruiti in casa, sono “rustici”. Quando se lo possono permettere, i musicisti si comprano anche ottime chitarre. C’è un gruppo che mi è rimasto nel cuore, Las Flores del Changüí, composto da sole donne. Floridia Hernández Daudinot, la fondatrice, suonava un Tres ridotto male. Quando le ho registrate e portate a mixare, non si potevano ascoltare. Quindi, sono ritornato a Cuba, con un Tres nuovo che le ho regalato e abbiamo inciso nuovamente». Ascoltate Guarijira.

Il suono di Tres, Marímbula e bongo creano quell’atmosfera festosa…
«I tre strumenti si connettono e si chiamano tra loro, improvvisando uno sull’altro. Il Changüí è come un brano pop. C’è un verso, che poi nessuno ricorda, poi c’è un coro che va e va e va e non finisce più. Un brano può durare pochi minuti come mezz’ora o più, dipende dalla situazione in cui ci si trova. Ci sono feste che continuano un intero weekend. Alcuni brani esistono come canzoni, con musica e parole codificate, ma in genere è tutto una “chiamata e risposta”. È musica per la comunità dove tutta la comunità può collaborare. Il circolo è aperto, si canta, si balla, il Tres chiama il bongo che a sua volta chiama la Marímbula. Quando lo ascolti dal vivo cadi in questa spirale, è una sensazione indescrivibile. Nelle registrazioni ho cercato di farla percepire. Ho lasciato che i musicisti si disponessero nel modo migliore, normalmente in cerchio, e ho registrato. In alcuni brani si sentono in lontananza gli uccelli che cantano e i maiali che grufolano. Ho fatto il giornalista, non il produttore. Volevo testimoniare un’esperienza e una storia».

Gianluca Tramontana – Foto di Kate Peila

Il box set è uscito il 30 luglio: com’è stato recepito negli Stati Uniti?
«Molto bene, sono soddisfatto! Nelle classifiche del circuito NACC (North American College and Community Radio Chart, ndr), è stato al primo posto per il genere Latin otto settimane consecutive, nella top assieme a Yola e Billie Eilish… L’ascolto delle radio dei college è molto importante, perché vuol dire che i ragazzi hanno trovato nel Changüí una ragione di divertimento, musica e ballo, significa che è un genere che ha colpito il cuore! Quando fai un progetto non sai se piacerà o meno. Volevo presentare la musica per quello che è, tradizionale ma anche moderna. L’ho proposta come se fosse una collezione pop, perché è accessibile e importante visto che ti racconta una storia».

Gianluca tu hai una teoria sulla musica, giusto?
«Per me la musica senza ballo non esiste. Mi spingo a dire che non è un’arte ma un’esigenza primaria per l’uomo, come bere, mangiare, dormire. Era così mille, duemila, diecimila anni fa, e la musica e il ballo viaggiano insieme. Volendo fare una distinzione, secondo me esiste la “Musica Arte”, che si fa in privato, vene scritta, prodotta a casa propria e, magari, un disco nato quattro anni prima, vede la luce senza un’attualizzazione perché si decide di proporlo al mercato. E poi c’è la “Musica folclorica”. Non è un genere, è musica che si suona all’aperto, dove la gente può partecipare. Una musica che si crea lì e che rimane irripetibile, perché è stata eseguita in quel preciso momento. Nel box set, c’è un brano, De aqui pa’ Italia, di Mikiki and his Brothers, che racconta proprio di me. Se la sono inventata al momento e l’ho cristallizzata nella mia registrazione».

Avrei potuto restare a parlare con Gianluca per ore. Con questo box set è riuscito a costruire un piccolo capolavoro in nome del valore sociale e artistico della musica, ad aprire uno spaccato su una piccola regione cubana e su una delle più belle e interessanti storie dell’isola. Come scrive nella presentazione Arturo O’Farrill, musicista, compositore e fondatore della Afro Latin Jazz Orchestra: «Gianluca Tramontana ha scoperto che l’essenza della vita può essere ridotta (o amplificata) alla semplice pratica di suonare il tres, pizzicare la marímbula, percuotere il bongo o “grattare” il guayo. Ha scoperto che nel pantheon degli eventi della vita niente – e sottolineo, niente – è più importante di afferrare la nostra vita e usare la musica del changüí per prendere in mano e plasmare i nostri cuori in modo da averne sempre il controllo, non importa quale sia il nostro quotidiano».

Nascono i Trifecta con un disco composto da… Fragments

Oggi vi propongo un disco insolito, per come è nato. Il gruppo è composto da tre musicisti, tre grandi musicisti, che hanno deciso di chiamarsi Trifecta (che tradotto suona più o meno come tripletta). Il nome della band, però non è così importante. Interessante è come si siano trovati a suonare un genere che definire “fusion” sarebbe riduttivo, e che richiede delle abilità particolari che appartengono solo a pochi. I tre signori in questioni sono, nel rigoroso ordine alfabetico, gli inglesi Nick Beggs, Craig Blundell e l’americano Adam Holzman. Rispettivamente, basso, batteria e tastiere. Fanno tutti parte della band di Steven Wilson, il leader dei mitici Porcupine Tree, band prog-sperimentale inglese attiva fino a una decina di anni fa.

Torniamo a Nick, Craig e Adam. Nel backstage o a fine prove con la band di Wilson rimanevano ancora a suonare. Definivano i loro incontri “jazz club”, suonavano e basta. Questo era l’importante, mettere a disposizione uno dell’altro le loro grandi doti; sono universalmente riconosciuti tra i più dotati musicisti prog nel loro strumento di competenza. Questi incontri, che definirei divertissement, più altri pezzi messi a punto negli studi privati dei tre sono i brani che compongono il loro primo album, chiamato Fragments (uscito lo scorso 6 agosto). Frammenti di musica, difficile, potente visionaria, dove c’è sempre posto per le finezze artistiche dei tre. Ecco, dunque, i synt di Holzman che diventano all’occasione organi pipe o pianoforti o trombe o chitarre in assoli fluidi, cambi di direzione improvvisi, sostenuti dal basso di Beggs che infioretta giri assurdi seguendo la complessa trama persuasiva di Blundell.

Nel brano di apertura, Cleane Up On Aisle Five si passa da un rock prog che ricorda i primi Genesis, agli assoli stridenti di tastiere degli ELP (Emerson, Lake & Palmer), per poi proseguire in improvvisi segmenti jazz che, che magari sfociano in un funk in perenne mutazione. Ascoltateli, potenti, mai banali, mai ripetitivi, un dialogo a tre, incredibilmente perfetto, senza sbavature, brillante e catartico. L’indiavolato inizio di Auntie fa capire che Craig Blundell vuole invitare i due colleghi ad alzare il livello di difficoltà e, dunque, di divertimento. Holzman corre sui tasti, crea fraseggi, da aulico diventa minimal.

In Have You Seen what The Neighbours Are Doing? Tocca al basso di Beggs aprire per poi lasciare mano libera all’improvvisazione di Holzman. Il brano, come ha spiegato lo stesso bassista, è stato scritto dopo aver ascoltata una canzone degli Ween, gruppo rock sperimentale americano degli anni Ottanta, intitolata So Many People In The Neighbourood. «Ci è piaciuta così tanto che abbiamo deciso di dare la nostra risposta».

Chiudo con l’unico brano cantato, da Beggs. Il titolo la dice lunga sulla nascita di Fragments: Pavolov’s Dog Killed Schrodinger’s Cat, un pezzo rock con un video che ha animato lo stesso Beggs. L’attacco è mitico: Hey Mr. Hardon Collider… Hardon Collider, umanizzato, è l’acceleratore di particelle che sta al Cern di Ginevra…

Hey Mr. Hadron Collider
Tell me what’s the big deal?
Seems the world’s going crazy
For some science appeal
But those guys in the lab coats
They better recheck their stats
Pavlov’s dog killed Schrodinger’s cat
I’ve got some time on my hands
But it doesn’t exist
Seems God threw me a curved ball
That I’ve duly missed
Well those guys in the white coats
They don’t know where it’s at
Pavlov’s dog killed Schrodinger’s cat
Wrestled to the ground by your quantum theory
I’ve listened to you talk til my eyes grew weary
I’m propping up my head while you check the data
If it’s all the same to you I’ll just call you later
Light is a wave
Light is as particle
I’ve listened to you talk til my eyes grew weary
Wrestled to the ground by your quantum theory

Charlie Watts, addio al batterista dei Rolling Stones

La notizia è arrivata poche ore fa. Tra i primi, il New York Times ha lanciato la breaking news che, ci scommetto, ha fatto sobbalzare in tanti. Eh già, se ne va, a 80 anni, il primo dei Rolling Stones nella formazione che abbiamo conosciuto negli ultimi sessant’anni, escludendo Brian Jones, ovviamente.

La notizia, come ovvio, si sta ripercuotendo nel web da giornale a giornale. Tutti concordi nel sostenere che Watts sia stato uno dei grandi batteristi della sua generazione. Sentirete dire che aveva una doppia vista musicale, quella rock e l’altra, di gran lunga preferita, del jazz, genere amato dall’artista. Certo Watts adorava il jazz e le sue costruzioni, ma suonava il rock e dietro la batteria ha contribuito a farne la storia con una band leggendaria.

E veniamo dritti al punto: la morte di Watts colpisce, e molto, perché era uno dei Rolling Stones, band che sembrava intoccabile, dei Re Mida del Rock, immortali, sempre sul palco ad accumulare pubblici oceanici, fama e fortune. Con Watts se ne va una parte sostanziosa della musica del secondo Novecento e di questo terzo millennio, a prescindere dalla bravura del musicista in questione.

Si chiude un’epoca, e l’elegante signore, preciso come un metronomo, impassibile, apparentemente un cubo di ghiaccio prestato al Rock, è più di un batterista, il simbolo di quella musica e di quegli anni dove è nato un pezzo importante della storia di tutti noi. Doveva entrare con il resto della band alle prove che avrebbero dovuto iniziare tra 15 giorni. Ma il ricovero all’ospedale, l’operazione (a ora non specificata) da cui sembrava uscito bene e l’improvviso declino, hanno cancellato di colpo l’aura di una band che ne ha passate tante in sessant’anni di musica insieme, che sembrava vivere di luce propria. Non c’era nulla di umano nei “vecchietti del rock”, sempre lì sul palco, con la stessa grinta e la stessa voglia di stupire il pubblico.

La scomparsa di Charlie Watts ci ha mostrato la fragilità degli idoli, anche se resteranno sempre immortali nei cuori di ciascuno di noi. Il Rock piange uno dei suoi signori più importanti. Niente sarà più come prima per l’immarcescibile band British. E nemmeno per noi che li ascolteremo ancora. Con la nostalgia di quell’imperturbabile batterista, precisino, impassibile, nonostante il trascorrere degli anni, apparentemente defilato ma determinante nel sound di uno dei gruppi più longevi della storia della musica ancora in attività. Vi lascio con Slave da Tattoo You, disco che compie i 40 anni proprio oggi. Sarà un caso? Il dio del Rock ci vede benissimo? Probabile. Il mio omaggio al vecchio Charlie. Rip…

Ascolti d’agosto: Flag Day, la colonna sonora…

L’hanno definito «un film da sbadigli». Flag Day, in concorso a Cannes nell’edizione dello scorso luglio, di Sean Penn, con lo stesso Penn protagonista, porta sul grande schermo le memorie  familiari della giornalista Jennifer Vogel. Non è un capolavoro, anche se Penn è uno dei miei attori preferiti. Se la pellicola ha convinto poco la critica, questa ha un “plus” che non passa inosservato: la colonna sonora. Che è notevole e profonda, nata da tre grandi artisti e dalla partecipazione della figlia di uno di loro. Nell’ordine, Eddie Vedder frontman dei Pearl Jam, l’irlandese Glen Hansard, la imperscrutabile Cat Power, al secolo Chan Marshall, e, in due brani, la voce di Olivia Vedder, figlia di Eddie (My Father’s Daughter, che apre il disco, e There’s a Girl). 

Eddie Vedder non è nuovo nella creazione di soundtrack, basti pensare ai suoi brani in Into The Wilde, film uscito in Italia nel 2008, regista sempre Penn, ascolto spesso Rise, voce, ukulele e pathos, o il docufilm di Eric Becker, Return To Mount Kennedy, in cui il leader dei Pearl Jam ha sfoderato una sequenza di brani di grande efficacia in compagnia dei Mudhoney, Yes Yeah Yeahs, R.E.M. e Lord Huron. Lo stesso dicasi per Glen Hansard: un Oscar per la miglior canzone originale nel 2008 per il brano Falling Slowly, cantato con Markéta Irglová nel film Once di John Carney, dove i due erano pure attori protagonisti. 

Anche l’inquieta Cat Power ha avuto a che fare con colonne sonore di film: anzi, in uno, Speaking for Trees: A Film by Mark Borthwick, del 2004, è stata l’unica protagonista, due ore di musica, solo lei, nel mezzo di una foresta. Alcuni dei suoi brani sono stati usati negli anni per arricchire la narrazione cinematografica di alcune pellicole, come la sua reinterpretazione di Stuck Inside of Mobile With the Memphis Blues Again nel film I’m Not There, opera biografica su Bob Dylan di Todd Haynes (2007), dove hanno suonato e cantato anche Eddie Vedder, gli Sonic Youth (con il brano che dà il titolo al film), i Calexico, i Los Lobos, Willie Nelson, Glen Hansard e Markéta Irglová, i The Black Keys e molti altri… (un altro gran bel disco!).

Un disco di ballate, dove Vedder e Hansard si sentono a casa con i loro tappeti di chitarre acustiche, e dove Cat/Chen può esprimere il suo tipico dark folk. Ci sono anche due cover d’alto livello: la prima cantata da Cat Power, I Think of Angels, brano di KK (Kristján Kristjánsson) la seconda, Drive dei R.E.M., eseguita da un ispirato Eddie Vedder. Chiude il disco Dream di Cat Power. Piano e chitarra acustica in una di quelle ballad tranquille e sognanti, che ricordano una trasposizione acustica delle atmosfere elettroniche degli islandesi Sigur Rós.

Ascolti d’agosto: Brian May e il suo Back To The Light

Brian May, 74 anni, ha pubblicato il 6 agosto un corposo box set contente la ristampa di Back To The Light, album che uscì nell’aprile del 1992, cinque mesi dopo la scomparsa dell’amico e frontman dei Queen, Freddie Mercury. Quest’anno, il 24 novembre, saranno i trent’anni dalla morte del mitico performer.

May è un grandissimo nell’arte della chitarra, un ottimo compositore, una mente geniale (è un astrofisico), ma anche una persona fragile, portatore di un romanticismo che traspare dalle sue partiture orchestrali, iniziate con le sovraincisioni di assoli fatti con la sua Red Special, chitarra costruita assieme al padre ingegnere, tuttora la sua preferita. Una replica dello strumento – dopo le molte tentate durante gli anni – la si può acquistare dal sito commerciale di May. Lui stesso ha supervisionato la fattura della nuova “Old Lady”, come la chiama, molto verosimile all’originale e a un prezzo accessibile a tutti, tiene a precisare.

Ma veniamo al disco. Riascoltare la splendida Too Much Love Will Kill You, probabilmente la composizione più famosa di May, è sempre un bell’impatto. Il brano fu inserito nel 15esimo album dei Queen, uscito quattro anni dopo la morte di Mercury, il 7 novembre del 1995 dal titolo Made in Heaven. La voce di Freddie venne presa da una vecchia demo del 1988. Per inciso, quello fu un album fortunato. La versione di May è più “catartica”, intima. La ristampa ne contiene un’altra, solo strumentale, guitar version

Resurrection è potente (la incise con Cozy Powell alla batteria nel 1992) multistrati di assoli, chitarra imperiosa, un rock spettacolare e galoppante che non ti stanchi di ascoltare. Non annoia nemmeno Nothin’ but Blue, brano scritto la notte prima della morte di Mercury insieme al batterista Cozy Powell, con cui Brian ha avuto un legame di amicizia e proficuo lavoro fino alla sua scomparsa, avvenuta nel 1998 a causa di un incidente stradale. O ancora Driven by You, brano che viene eseguito in quattro diverse versioni, inclusa quella che May elaborò per la pubblicità della Ford. Godibile Rollin’ Over, brano del 1968 degli Small Faces, che suona come un divertissement, in chiusura del primo disco.

SI tratta di un album doppio, dove nella prima parte c’è Back To The Light original, mentre, nella seconda, varie revisioni dei brani presenti, dal titolo Out Of The Light, oltre a una serie di composizioni suonate dal vivo in concerti tenuti da May nel 1993. Ad esempio Tie Your Mother Down, eseguito con Slash al Live on the Tonight Show with Jay Leno, il 5 aprile, o We Will Rock You presentata nel Live at the Brixton Academy, del 15 giugno.

Un album da avere nella propria raccolta. Per gli amanti del genere a disposizione un box set (come scrivevo all’inizio) contente un LP in vinile bianco (sofisticatezza!), due Cd, un libro di 32 pagine, una stampa artistica da 12″…

Ascolti d’agosto: Maria Bethânia e il suo “Noturno”

Il 30 luglio scorso è uscito un album che racconta la storia di una certa musica brasiliana, quella che ha percorso il Novecento e si è spinta nel nuovo Millennio, autorale, sociale, impegnata. Già questo attirava la mia curiosità, non si finisce mai di imparare e ascoltare! Il fatto che lo abbia realizzato una delle voci più belle e potenti del paese sudamericano, quella di Maria Bethânia, 75 anni, sorella di Caetano Veloso, bahiana doc, ha rotto tutti gli indugi.

Maria Bethânia la ascolto ormai da quasi quarant’anni. Mi ha sempre attratto quella voce bella, cristallina e potente, a tratti baritonali. Una voce unica nel suo timbro, riconoscibile tra mille. Il disco lo ha chiamato Noturno, con evidenti richiami alla situazione buia di questi quasi due anni di Covid, la pausa forzata, il mancato contatto con il pubblico. Canzoni scelte e registrate con tutte le solite difficoltà che ormai ben conosciamo. Tristeza, per dirla alla brasiliana, ma anche Saudade, atmosfera, l’uso sapiente del pianoforte o della chitarra classica e a sette corde, come unico accompagnamento prevalente a quella voce che ti ipnotizza.

La canzone che apre Noturno, Bar da Noite, composta da Bidu Reis e Haroldo Barbosa nel 1953, la canta accompagnata al piano da Zé Manoel, quarantenne artista pernambucano: Garçom, apague esta luz/ Que eu quero ficar sozinha/ Garçom, me deixe comigo/ Que a mágoa que eu tenho é minha. Zé accompagna Bethânia anche in Flor Encarnada, brano di Adriana Calcanhotto.

Maria Bethânia – Frame video

Della cantautrice di Porto Alegre, Bethânia ha preso anche un altro brano, Dois de Junho, scritto dalla Calcanhotto d’impulso dopo il grave fatto di cronaca accaduto a Recife durante la pandemia: un bimbo di cinque anni, Miguel, che la madre, collaboratrice domestica, aveva portato con sé al lavoro, cade dal nono piano di un palazzo. La padrona di casa aveva costretto la madre a portare fuori il cane, assicurando che avrebbe guardato lei il bambino… No país negro e racista/ No coração da América Latina/ Na cidade do Recife/ Terça feira 2 de junho de dois mil e vinte/ Vinte e nove graus Celsius, Céu claro…Più che una canzone, è una cronaca narrata con una voce incredibilmente ferma che diventa lamento straziante…

Pathos ma anche piacere di cantare un brano scritto dal nipote Zeca Veloso, figlio di Caetano, O Sopro do Fole, dall’impronta tipicamente pernambucana, con la fisarmonica suonata da Toninho Ferragutti. Bethânia ha preso anche un brano molto intenso del paraibano Chico César, scrittore, compositore, giornalista, Luminosidade. Non manca un samba scritto da Xandé de Pilares, Cria de Comunidade, cantato con lo stesso sambista carioca. Si chiude con una poesia. Solo voce, niente musica, Uma Pequena Luz (Poema. Fragmentos), dal poema del lisboeta Jorge Sena.

Insomma, Noturno è un concentrato di buona musica e cultura. Un racconto fatto di poesia, dramma, ricordi della propria terra natia, Bahia, con omaggio anche agli altri artisti e autori nordestini. Noterete la cover dell’album, parca a dir poco. Essenziale, come ha fatto notare la stessa Maria Bethânia, consapevole del momento: bianca con il titolo del disco e la sua firma. Basta questo per un’artista che ha disegnato la canzone d’autore brasiliana.