Michele Macchiagodena, Termoli Jazz e le derapate

Michele Macchiagodena – Foto Paolo Lafratta

In quest’estate strana e bollente, mentre i giornali sono impegnati nel narrare la sostanziosa “political crime” accaduta proprio nel Quintilis Iulius romano, mese dedicato a Giulio Cesare, con tanti possibili colpevoli e colpi di scena “splatter” degni del miglior Joe R. Lansdale, su Musicabile vi sto raccontando alcuni dei numerosi festival musicali che la stagione estiva per fortuna mette a disposizione. Scelti perché a parlare è la musica prima degli artisti, e questo, ormai avete imparato a conoscermi, mi attira particolarmente.

Inizia oggi in Molise il Termoli Jazz, un gioiellino dove si esce dalla comfort zone e ci si spinge verso mondi di sperimentazione e di studio molto concreti. A parlare, anzi, suonare, sono soprattutto giovani musicisti, come per esempio Federico Calcagno, una vecchia conoscenza di Musicabile, il cui nome è apparso più volte nei miei post, legato a una generazione di jazzisti musicalmente e culturalmente molto motivati, preparati, portatori sani di nuove emozioni (andate a riascoltarvi Archipélagos, progetto musicale creato da Francesca Remigi, di cui avevo scritto nel febbraio dello scorso anno). A Termoli si presenta con una formazione già rodata, The Dolphians, dove ripercorre l’avventura musicale di Eric Dolphy uno dei miti del jazz americano.

Festival così non nascono per caso, ci vuole una buona dose di conoscenza della materia, ma anche un’altrettanta – e forse ancor di più – sensibilità verso l’arte e la musica, che tradotto in pratica, significa passione, tanto ascolto e intraprendenza. Il factotum della manifestazione si chiama Michele Macchiagodena. Quando lo raggiungo al telefono è occupato a risolvere il problema del piano di sicurezza dell’area festival. «Michele sei un one man band», scherzo, sentendolo affannato. «Fai proprio tutto?». «Mi occupo della manifestazione dalla preparazione, alla scelta degli artisti, alle necessarie attività pratiche, come, appunto, la sicurezza» mi dice.

Raccontami del Festival: perché proprio a Termoli?
«È una cittadina di 35mila abitanti con un bel borgo antico. Piazza Duomo, dove si tengono i concerti, è un luogo magico, perfetto, la cattedrale di Santa Maria della Purificazione, del XIII secolo, è uno sfondo fantastico. Il festival è arrivato all’ottava edizione, ma la città fin dagli anni Novanta ha avuto numerosi “contatti” con la musica colta, ospitando numerosi concerti da Lee Konitz a Joe Zawinul, Joe Lovano, Charlie Haden… Allora era la stessa amministrazione comunale a organizzarli».

E poi…?
«Purtroppo queste manifestazioni sono condizionate dalla politica e dalle Amministrazioni comunali che vengono elette».

Termoli, Piazza Duomo – Foto Francesca D’Anversa

Quindi negli ultimi anni, sono salite amministrazioni più disposte alla cultura e s’è potuto lavorare meglio sulla diffusione della cultura e dell’arte…
«Sì, dal 2104 al 2018 sono stato delegato dall’allora giunta alla cultura, ed è lì che ho pensato di trasformare quegli eventi jazz in un festival compiuto».

Vedendo il programma è un festival che punta molto alle nuove forme del genere e anche alle inevitabili contaminazioni su cui il jazz vive…
«La direzione generale è quella di un jazz più tradizionale, però non ci facciamo mai mancare il nuovo. Nella scelta degli artisti mi affido molto alle mie orecchie, che non mi hanno mai tradito. Apriamo oggi con Federico Calcagno & The Dolphians per proseguire in altre “esplorazioni”, che mi piace chiamare “derapate”: con i Mack, Federico Squassabia (alle tastiere), Marco Frattini (alla batteria) e Mattia Matta Dallara (all’elettronica), con un programma che contiene oltre al jazz, altri generi, come funk, neo-soul, hip hop. E con i C’mon Tigre, interessante collettivo bolognese. Sono rimasto folgorato dalla loro proposta, hanno suoni molto mediterranei, nord africani, il loro progetto include anche il jazz filtrato con trip hop e funk. E poi, a rimetterci sulle strade del jazz ci pensano Antonio Faraò e il trio Luigi Di Nunzio, al sax alto, Giuseppe Bassi al contrabbasso e Marcello Nisi alla batteria».

Antonio Faraò – Foto Sylvie Da Costa

Oltre al jazz, hai una passione enorme per la pittura…
«Mia madre, Rita Racchi, era una pittrice e una scultrice, amava suonare e cantare; mio fratello Vanni è un bravo scultore e pittore. Vengo da una famiglia dove l’arte è sempre stata celebrata».

Con l’associazione Jack (Jazz, Arts & Comedy Kingdom) di cui sei fondatore avete dato vita anche a un museo di arte contemporanea…
«Dal 1955 Termoli celebra l’arte con un premio ad artisti contemporanei. All’inizio ha avuto dei grandi nomi che hanno collaborato, come Carlo Giulio Argan e Palma Bucarelli. Ogni artista lasciava un’opera alla città, così ci siamo trovati ad averne quasi 500, di artisti del calibro di Carla Accardi, Tano Festa, Franco Angeli, Gino Marotta, Mario Schifano… La logica politica anche in questo caso aveva preso il sopravvento e negli anni il premio s’era molto deteriorato, guardando non ai veri artisti ma a meri interessi anche familistici. Quindi s’è deciso di rifondarlo e dare una compiutezza a tutte quelle opere che erano dimenticate, creando il Mact (Museo di arte contemporanea di Termoli) nel 2019».

Sei un grande appassionato di Mark Rothko: qual è il legame tra musica e pittura?
«Sia il jazz sia l’arte contemporanea hanno una libertà di espressione che si espande fino alla massima astrazione. Però non te la inventi: massima libertà ma fondata su una solida tecnica, senza di questa non sarebbero nulla. Le tele di Rothko sono come una sola nota suonata dove dentro ci vedi e ascolti un’infinità di significati…».

Vezzoso-Collina: a Porciano con “Kind of Vasco”

Naturalmente Pianoforte, Festival nel Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna

Una domenica di bella musica nel Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, sull’Appennino Tosco-Emiliano, il penultimo appuntamento (l’ultimo sarà il 27 con Ludovico Einaudi) di una sei giorni di un Festival molto interessante per la sua costruzione musicale grazie alla direzione artistica di Enzo Gentile, organizzato dall’Associazione culturale PratoVeteri di Pratovecchio Stia. Oggi alle 5 del mattino, alla Pieve di San Pietro di Romena, Adam Kromelow ha presentato il lavoro dei Genesis Piano Project, progetto iniziato alcuni anni fa con un altro pianista, Angelo Di Loreto, purtroppo mancato due anni fa. Adam lo abbiamo incontrato al festival Ahymé di cui vi ho parlato recentemente in questo post, intervistando Giovanni Amighetti. Nel tardo pomeriggio, alle 18, a Pratovecchio, il pianista Luis Di Gennaro suona con il dj Comakema accompagnati dall’arte visiva di Afran, pittore e scultore camerunese. Alle 21 chiude Fabio Concato, che ho rivisto mesi fa a Milano al teatro Lirico, sempre un grande artista, uno che sa trasmettere cultura ed emozioni.

Questa sera, alle 20, al castello di Porciano, ci sarà anche un altro incontro musicale, molto intrigante. Un progetto che il trombettista Marco Vezzoso e il pianista Alessandro Collina, accompagnati dal percussionista Andrea Marchesini, portano avanti da qualche anno: ridare dignità alla musica italiana di qualità attraverso la forma del brano strumentale, rivisto in chiave jazz-concertistico. Una bella operazione, che ha avuto molto successo soprattutto in Oriente, dove la musica italiana ha molto seguito. «L’idea non ha niente di nuovo», mi racconta Marco Vezzoso, «Lo facevano i jazzisti americani negli anni Quaranta, rivedevano brani al tempo famosi in chiave jazz, tenendo melodia e armonia originarie».

Con questo spirito, a marzo scorso il trio ha pubblicato un disco per i 70 anni di Vasco Rossi, dal titolo Kind of Vasco, un doppio album con 14 brani firmati dal rocker di Zocca. A Porciano questa sera proporranno una selezione. Ascoltare rock senza rock, fa un certo effetto, indubbio. Però aiuta a scoprire la qualità del brano, «Quando la melodia funziona…», sostiene giustamente Marco. La musica la si può vedere in tanti modi e in tanti modi può sempre emozionare…

Il vostro scopo è raccontare la canzone italiana d’autore perché non si perda, una sorta di richiamo della memoria…
Marco Vezzoso: «È una nostra battaglia, riuscire a portare al pubblico che magari non ha mai ascoltato questa musica o lo ha fatto distrattamente. Facciamo genere strumentale dove dentro trovi jazz, ma anche classica, musica etnica».
Alessandro Collina: «Siamo partiti da un concetto semplice: la musica va conosciuta. In Italia abbiamo una lunga tradizione musicale che non è considerata nel modo giusto. Quello che vedo oggi nel mio Paese è che i progetti musicali sono sempre ripetuti, non ci si sforza di fare altro, perché c’è una garanzia di guadagno».

La musica non dovrebbe essere solo questo. Così non si educa a una sensibilità sonora, c’è il rischio reale di appiattire, schiacciare in basso il livello culturale…
Alessandro Collina: «È venuta meno un’educazione musicale seria, è comunque un atteggiamento dei tempi. Se ripenso al mio trascorso, il musicista deve essere per forza un professionista altrimenti non viene considerato. All’estero ho trovato e suonato con medici, professori straordinariamente bravi. Qui abbiamo ancora una supponenza teoretica…».

Che porta a un elitarismo, nocivo alla “democratizzazione” della musica più complessa e impegnata…
Marco Vezzoso: «In Italia la musica strumentale è praticamente sparita dai media, giornali, televisioni, radio. In Francia dove insegno (è professore di tromba jazz al conservatorio di Nizza, ndr) ci sono radio e giornali specifici sul genere. Noi ci battiamo perché sia sempre presente, perché si possa ascoltare anche nei negozi. Come musicisti abbiamo l’obbligo di diffondere la cultura e la nostra arte».
Alessandro Collina: «La scuola non si è resa conto di tutto ciò, i ragazzi devono avere gli strumenti giusti per capire la musica. Mi dispiace, perché ho tanti amici nella lirica, ma non c’è stato nessuno che abbia portato ai più la conoscenza di questo repertorio, la televisione di stato trasmette qualcosa a orari improponibili perché non si fa audience. È un discorso molto ampio, speravo che con l’avvento dei licei musicali cambiasse, sì qualcosa si è mosso, ma non si mette ancora a disposizione un percorso idoneo che spinga i ragazzi a scegliere».

Da sinistra, Marco Vezzoso, Alessandro Collina e Andrea Marchesini – Foto Umberto Germinale/Phocus Agency

Siete stati in tournée in Oriente più volte, ci sono differenze rispetto a quanto stiamo discutendo?
Alessandro Collina: «In Cina, in Indonesia, in Giappone i giovani studiano musica distinguendo quella che è della loro tradizione, quindi si applicano anche sulla classica, il jazz, il rock».
Marco Vezzoso: «Ti parlo della Francia, che conosco bene: ci sono proposte molto variegate nell’educazione musicale come ci sono in Italia. La differenza sta nel come lo si fa: lì l’insegnamento è adattato a ogni genere di età, dunque, molto molto attento. Dei giovani che frequentano il conservatorio il 10-12 percento faranno la professione di musicista, tutto gli altri diventeranno pubblico, un ottimo pubblico, consapevole, attento, curioso. Certo, anche Oltralpe c’è il pop che si prende la parte mediatica, ma vicino esiste pure il jazz, c’è spazio nei media di stato e privati, non è un ascolto relegato nelle fasce notturne!».

Tornando al lavoro sul Komandante: viaggia su questa strada che avete tracciato…
Marco Vezzoso: «Sì, e questa sera è la prima volta che lo presentiamo in trio. Poi lo proporremo in altre date, in Italia e in Francia fino a metà settembre».

Vasco è a conoscenza, ovviamente!
Marco Vezzoso: «È stato lui, attraverso il suo entourage, a contattarci, dopo aver sentito la versione di Sally che Alessandro ed io avevamo pubblicato in Italian Spirit nel 2020. Tutto è nato da un video che avevamo girato quando eravamo in tournée in Cina. Da lì è iniziata una stretta collaborazione che ci ha portato a scegliere 15 brani della sua carriera infinita».
Alessandro Collina: «Sally in Cina è stato un successo enorme e ci ha fatto capire quanto sia apprezzata la musica italiana nel mondo. E poi, credo che Kind of Vasco sia la giusta celebrazione di un artista incredibile le cui canzoni sono piene di spunti, doverosi da valorizzare con la musica strumentale».

Antonio Faraò, il cuore eclettico della musica al GaiaJazz

Antonio Faraò – Foto Marco Glaviano

Mi trovo per lavoro a Chianale, in Val Varaita, sopra Cuneo, a pochi chilometri dalla Francia. Un borgo a 1800 metri d’altezza, lì vicino il confine, appena 22 abitanti, la metà giovani che hanno scelto di costruirsi la vita qui, mettendo a frutto studi, competenze, aspirazioni. Parlano l’occitano, lingua romanza diffusa tra Francia Piemonte, Liguria e, in un’enclave, anche in Calabria. Danzano nelle tante feste estive al passo dei suoni tradizionali, l’organetto diatonale e la ghironda, un cordofono d’origini antichissime…

Dall’altra parte della pianura Padana, nel borgo medievale di Portobuffolè (Treviso), si sta tenendo un festival arrivato al suo decimo anno di vita, il GaiaJazz Musica & Impresa, nato grazie a Dotmob, associazione culturale fondata con l’obiettivo di diffondere la conoscenza delle imprese e delle professionalità che valorizzano il territorio. Il jazz c’entra più di quanto possiamo pensare: caparbietà, cultura, studio, creatività lo rendono sintesi di come dovrebbe essere l’impresa nel nostro Paese.

Sotto lo stesso cielo, dal Piemonte al Veneto, c’è sempre la musica. Veicolo per tenere vive tradizioni o per connettere e segnare nuove strada. Sono tracce, indizi di un progredire verso obiettivi, che poi riguardano tutti, penso alla sostenibilità ambientale, a un certo modo tollerante e costruttivo di relazionarsi, a una cultura diffusa. Un mondo che rispetta le diversità, anzi si nutre di queste, che promuove connessioni umane fatte di linguaggi diversi, che considera l’arte un mezzo di riflessione su tutto quello che ci sta accadendo.

Chi lavora su questi binari è un geniale pianista romano, Antonio Faraò, jazzista di fama mondiale. Da tre anni è il direttore artistico del GaiaJazz. Il suo percorso artistico rispetta tutto quello che vi sto raccontando: la musica non ha confini, non si etichetta, perché la creatività non si imbriglia… La musica non viaggia per sotterfugi, si dichiara apertamente: in fin dei conti è questo lo spirito del jazz, libertà di movimento nel rispetto dell’altro, dialogo soavemente dolce o intimamente aspro, in ogni caso, linguaggio il più aperto possibile.

Il 2 luglio Antonio chiuderà il festival con un suo concerto nella Tenuta Polvaro ad Annone Veneto presentando il progetto Eklektik, che poi è anche il titolo di un suo disco uscito nel 2017, dove la contaminazione di generi e l’annullamento di limiti, in questo caso letti come generi musicali, sono temi dominanti. Con lui, in quintetto, Simona Bencini alla voce, Enrico Solazzo alle tastiere ed elettronica, Aldo Mella al basso e Lele Melotti alla batteria.

Il suo disco ha visto, invece, numerose e “forti” collaborazioni: Snoop Dog, Marcus Miller, Manu Katché, Krayzie Bone, Didier Lockwood, Walter Ricci, Bareli Lagrène, Lenny White, Luigi Di Nunzio, Claudia Campagnol, Mike Clark… Dodici brani nei quali tutto si tiene tra jazz, lounge, funk, brazilian, rap, soul e sonorità anni Settanta. Più che uno strizzare l’occhio a nuove possibili platee d’ascolto, il progetto di Antonio Faraò è un aprirsi al mondo, un atto di fede verso la musica vista come parabola del mondo, un percorso dove il jazz fa da collante, una sorta di filtro magico che assorbe note e restituisce armonia.

Eklektik è stato un disco “inclusivo”…
«Si tratta di un progetto pensato a lungo, per una decina d’anni, e che poi, stimolato dalla casa discografica Warner Music, ha visto la luce cinque anni fa. È un lavoro vario, più “elettrico” rispetto ai miei precedenti, dove ho lasciato più spazio alla musica. Un disco meditato: ho impiegato un paio d’anni nella post-produzione… Lo sai che sono stato contestato per questo album?».

Non stento a crederci…
«Me lo aspettavo, per questo il primo brano, Eklektik Intro, è uno spoken recitato dall’attore Robert Davi, con il quale vengono esplicitate le intenzioni del disco».

Ci sarà un Eklektic 2?
«Sì, l’ho abbozzato…».

Restando su questi concetti, mi piace quello di musica messa in relazione con imprese e lavoro.
«Gaia quest’anno celebra i suoi primi dieci anni di vita, io sono direttore artistico da tre edizioni. È una rassegna incentrata per lo più su musicisti nazionali, su giovani talenti (come Raffaele Fiengo, sassofonista presente in quartetto), che mantiene una programmazione varia e – fondamentale – uno spessore artistico».

Antonio Faraò – Foto Roberto Cifarelli

Che musica ti piace ascoltare?
«Classica, jazz, brasiliana, praticamente di tutto, anche una Mazurka di Casadei, l’importante è che sia fatta bene e sia autentica. Adoro Tom Jobim, Chico Buarque e Ivan Lins, che ha messo i testi su due miei brani. E poi c’è Frank Zappa, un grande musicista, uno sempre avanti. Lo è ancora adesso a quasi trent’anni dalla morte. Scommetto che tra 100 anni sarà ancora avanti!».

Il panorama attuale della musica, soprattutto mainstream, non è confortante…
«Purtroppo ci sono logiche diverse dall’autenticità. Per quanto mi riguarda esistono dei… “clan” che fanno conoscere volutamente la parte mediocre della musica. Siamo immersi in un “provincialismo” che limita molto, ed è un sistema che funziona così da anni. Sembra che esistano solo pochi musicisti, che poi sono quelli che riescono a relazionarsi politicamente, frequentando i palazzi e i ministri di turno, ed è un peccato, perché di materia prima ne abbiamo molta e valida, musicisti che ci invidiano nel mondo».

Possibili soluzioni?
«Ognuno per il suo dovrebbe andare contro questo sistema, prendersi la possibilità di divulgare la propria arte. Perché non è giusto che giovani talenti vengano sfruttati e poi snobbati. E questo avviene anche nel jazz, tutto ruota attorno ai soldi. GaiaJazz si propone, nei fatti, di invertire questo sistema». 

Mi sembra difficile riuscire a cambiare…
«La questione, secondo me, va  ben oltre il linguaggio e la cultura. Banalmente, se non fai parte di un certo “rango” non suoni».

Non sei per niente ottimista!
«Il problema non è il mio ottimismo, ma l’essere realisti: devi convivere con queste realtà assurde che fanno perdere di vista il ruolo e il senso dell’essere un musicista. Ho suonato recentemente a Villa del Grumello, a Como. È stata una serata bellissima che mi ha emozionato. Questo sistema povero d’anima e di vibrazione ti fa dimenticare quanto importante sia entrare in contatto con il pubblico. Per me la musica è emozione: se riesco a emozionare chi mi sta ascoltando, lo percepisco e mi commuovo io stesso, so che ho dato qualcosa a chi mi ascolta, che poi mi ritorna».

Uno scambio continuo di energie, così dovrebbe essere…
«Però tutto è finalizzato al business, ed è una bestemmia per un musicista: la musica è un’arte che fa brillare il mondo, dovrebbe esserci più rispetto nell’emozionare e nell’emozionarsi».

Come nasce una tua composizione?
«Dipende, da una melodia, un accordo, una base ritmica. In quello che faccio sono sempre legato al mio passato, alla mia famiglia, ai genitori. Anche il canto di un uccellino può essere un input… ma poi, sapessi quanti brani ho buttato nel cestino!».

Da pianista e musicista, come vedi le “giovani leve”?
«La cosa che mi stupisce negli allievi è che conoscono Brad Mehldau, ma non Bill Evans. O anche Jackie McLean (uno dei più grandi sassofonisti e compositori jazz del Novecento, ndr). Noto che tecnicamente sono ben preparati, però spesso c’è poca anima, si rischia di perdere il pathos, la parte istintiva. Il jazz va respirato, dev’essere virale dentro di te. Insomma, non bisogna suonare per mostrare quanto sei bravo, ma perché ami quello che fai. È una missione…».

Monique Chao: il Subconscious Trio e le forme dell’acqua

Oggi vi racconto una bella storia. Di musica e amicizia, Tre giovani musiciste che si sono conosciute al conservatorio di Milano e che non si sono più lasciate. Una la conoscete già, ve ne ho parlato spesso, si chiama Francesca Remigi, batterista talentuosa che dopo un perfezionamento alla Berklee School of Jazz di Boston ha deciso di vivere negli States, a New York. L’altra è una ragazza bulgara, Victoria Kirilova: il suo strumento è il contrabbasso che suona meravigliosamente, vive e lavora a Vienna. Last but not least, una cantante e pianista taiwanese, Monique Chao, che ha scelto Milano come casa.

Esperienze, culture diverse, passione per la musica, soprattutto per il jazz, le hanno portate a costituire, ormai sette anni fa, ancora studentesse, il Subconscious Trio, formazione che ha dato alla luce il suo primo lavoro in uscita proprio oggi, che porta un titolo, Water Shapes, le forme dell’acqua, perfetto, oserei, autobiografico.

Il trio proprio in questi giorni è impegnato in una serie di concerti che le porterà dall’Austria in Italia, al Gezmataz Festival di Genova e al Lucca Jazz Donna Festival.

Mi ha incuriosito molto Monique. L’ho vista suonare con Francesca all’Après Coup di Milano assieme al contrabbassista Giacomo Marzi. Il suo modo di cantare, la sua voce profonda, il suo approcciarsi al pianoforte, un dialogo continuo, mi hanno incuriosito non poco. Così, come faccio ormai da tempo, l’ho contattata per farmi raccontare la sua storia.

Diplomata in canto a Taiwan, arrivata in Italia per amore, ha scoperto il jazz: s’è iscritta al conservatorio di Milano, s’è laureata in piano jazz e con lode in composizione, scrive partiture per Orchestra e per Big Band, una delle sue grandi passioni, e guarda al mondo con un sorriso contagioso.

Monique, innanzitutto perché proprio Milano, l’Italia?
«Sono arrivata per amore, un ragazzo calabrese. Devo però ringraziare il vostro Paese perché mi ha fatto innamorare anche del jazz. Rispetto a Taiwan, l’ambito jazzistico italiano è molto più sviluppato. Musicalmente veniamo formati ancora con una rigida educazione classica, su questo siamo bravissimi. Nel jazz siamo ancora “freschi”, ci sono pochissime università con un dipartimento jazz, un paio, tre al massimo».

È un problema culturale?
«In realtà è strano, perché noi taiwanesi siamo sempre stati affascinati dalla cultura musicale europea. Per esempio, ci sono tantissimi appassionati d’Opera lirica, viene accettata più facilmente perché si pensa sia la via più tradizionale, corretta. Il jazz, soprattutto come studio, è stato più difficile da accogliere. Negli anni Settanta e Ottanta era visto come una novità. Ora, grazie a una nuova generazione di musicisti trentenni, come me, è stato sdoganato. In Italia credo di essere l’unica jazzista taiwanese, mentre ci sono tantissimi colleghi che, dopo aver studiato in Europa sono tornati a casa, portando una ventata d’aria fresca, importando un jazz classico, tradizionale, degli anni Venti del Novecento, ma anche quello contemporaneo».

Stanno educando il Paese…
«Sì, negli ultimi sei, sette anni c’è stato un forte interesse da parte degli studenti del Conservatorio per il jazz. Gli insegnanti sono miei giovani colleghi, molto appassionati nello sviluppare un nuovo linguaggio musicale. I corsi stanno crescendo a una velocità incredibile. Una volta a settimana anch’io insegno in streaming in una scuola jazz».

Da musicista cosa vedi nel jazz?
«Una creazione, l’esposizione di un linguaggio molto personale. Per me sarebbe più facile suonare e avere seguito nel canto e nella musica classica. Con un limite: canti e suoni musica di altri, mentre nel jazz puoi presentare una tua musica. Trovo interessante che questo genere ti permetta di creare un linguaggio individuale, identificativo e creativo. È un modo per mostrami al pubblico attraverso il mio carattere, comunicare quello che sento, anziché diventare una virtuosa che cerca una anonima perfezione».

Il tuo modo di cantare è unico, risente dei tuoi studi classici e del tuo imprinting orientale, dunque frutto di una fusione più complessa, con un’escursione vocale che parte da bassi profondi ad acuti sottili…
«È vero! Posso sempre dire che non trovo qualcuno con la voce simile alla mia. In questo sono unica! Ho tanti interessi: il canto, lo studio del pianoforte, la composizione, sia per orchestra sia per big band. Quando insegno, soprattutto canto, non mi stanco mai di ripetere ai miei allievi che se qualcuno ti dice che sembri Billy Holiday o Ella Fitzgerald, non lo devi considerare un complimento, vuol dire che non sei riuscito a tirare fuori quello che hai veramente dentro. Se un giorno qualcuno, sentendo i miei album, riuscirà a distinguere il mio stile, la mia voce, vorrà dire che sono sulla strada giusta».

Corretta osservazione…
«Mi dà quasi fastidio se mi dicono che canto come qualcun altro. Non è lo spirito del Jazz. Ecco perché mi trovo bene con il Subconscious Trio: con Francesca e Victoria siamo soprattutto grandi amiche».

Dove vi siete incontrate?
«Ci siamo conosciute a Milano, al Conservatorio. Francesca e Victoria sono più giovani di me, siamo diventate amiche così, spontaneamente, abbiamo legato subito. Così mi son detta: “Caspita, io sono una pianista, Victoria una contrabbassista e Francesca una batterista. Siamo un trio perfetto!».

Siete tutte compositrici, con passioni diverse: Francesca è votata al jazz contemporaneo, Victoria è in cerca di strade sempre nuove, tu vieni da una matrice classica…
«Abbiamo iniziato a suonare fin dal 2015: eravamo alle prime armi, non sapevamo come far dialogare gli strumenti in modo efficace. Dalla nostra avevamo una solida amicizia. Poi, credo molto nel destino. Insieme siamo molto creative, anche se non ci vediamo spesso perché Francesca abita negli Stati Uniti e Victoria a Vienna, ognuna di noi continua a comporre per il trio e quando ci vediamo “fondiamo” i nostri lavori».

Il Subconscious Trio: da sinistra Victoria Kirilova, Francesca Remigi, Monique Chao – Foto Arianna Ciattini

Il jazz è per lo più un ambiente maschile. Solo da pochi anni si vedono musiciste protagoniste…
«È un’osservazione che voi giornalisti mi fate spesso. Seguita da altre, del genere: sei una musicista femminista? Prima di questa generazione tantissimi brani jazz sono stati scritti da musiciste, che spesso non apparivano. Oggi è diverso, sono contenta che ci siano compositrici, artiste, musiciste. Alla fine, però, per chi cerca musica di qualità, non importa il genere. Se tutti la pensassero così sarebbe un mondo perfetto».

…E bellissimo!
«Quando abbiamo iniziato eravamo insicure, ancora “scarse” quanto a tecnica. Ci stava che chi ci ascoltava non apprezzasse. Capita a tutti i musicisti, noi ci sentivamo molto frustrate per questo. Ma abbiamo insistito. Mi sono resa conto di essere diventata brava, abbiamo preso consapevolezza della nostra preparazione. E ho pensato che nei musicisti c’è una bravura, a prescindere dal sesso. Solo così la gente ti porta rispetto e ti ammira e ha voglia di ascoltare la tua musica, perché questa viene dal cuore. È la dignità del musicista».

A Taiwan ti sei diplomata al conservatorio in canto. Poi sei venuta a Milano e ti sei iscritta a pianoforte jazz, una bella forza di volontà!
«Sono passata dal canto e dalla musica classica allo studio del pianoforte jazz. Sono stata molto criticata per questo. Però sono andata avanti, sentivo che era la strada giusta. Solo due persone mi hanno sempre sostenuta: Francesca e Victoria. “Noi crediamo in te”, mi dicevano. Ne ho tratto un insegnamento che ora trasmetto ai miei allievi. Se ci credi sei come un seme che diventa una piantina e dopo si fortifica e si trasforma in albero. Ho creduto e voluto diventare una pianista, e ci sono riuscita. Se hai dubbi su te stesso e sulle tue capacità non andrai mai lontano».

Raccontami di Water Shapes, il vostro album fresco di giornata!
«Abbiamo iniziato a pensarlo un anno prima della pandemia. Poi ho avuto gravi lutti in famiglia, e si è sommato il primo lockdown. Così ho iniziato a comporre. L’anno scorso Francesca è arrivata dagli States. Ci siamo incontrate nonostante il lockdown, dovevamo vederci, parlare di musica, confrontarci! Con Victoria in videochat da Vienna ci siamo dette: “andiamo avanti, abbiamo tutte dei brani composti, facciamo il disco!”».

Componi da poco, quindi?
«Sì, da circa tre anni. Con tutto quello che mi era successo in famiglia, poi il lockdown ho scritto la mia composizione jazz da presentare al Conservatorio. Pino Iodice, il mio severo maestro di composizione, che considero un padre, mi ha fatto i complimenti perché ascoltandolo ha visto una luce in quel periodo di chiusura e pandemia. Se sei capace di comporre puoi portare gioia e speranza per gli altri, mi ha detto».

Quindi Water Shapes racchiude tutti i vostri sentimenti in questi anni difficili…
«Sì, è così! È un disco democratico dove ci sono le fantasie, i sogni, le pazzie, le esperienze di tre donne. È il frutto di una grande amicizia. Qui dentro ci siamo noi, la sensibilità di Francesca, il coraggio di Victoria, le mie esperienze. Poi, essendo tutte e tre lontane, mi sono presa carico del mixaggio, lavorando per mesi con un bravo ingegnere del suono di Taiwan, Jason Huang. Ammetto, sono una rompipalle, ho impiegato quasi un anno a fare un master…».

Tour?
«Ora siamo a Vienna per una serie di concerti in Austria. Poi saremo in Italia, a Genova al Gezmataz Festival e al Lucca Jazz Donna Festival. Ad agosto andrò a suonare a Taiwan, dove proporrò mie composizioni».

Cosa preferisci fra trio, orchestra e big band?
«Il trio, è più immediato. Scrivere per orchestra e dirigere, però, è bellissimo».

Ti piace la direzione d’orchestra?
«Molto, però non è facile! Davanti a te hai dei professionisti di grande qualità e questo spaventa. Ma poi quando sali sul palco hai in mano questa bacchetta magica che ti fa passare tutte le paure! Dirigere musicisti che suonano tuoi pezzi è straordinario».

Monique, i tuoi ascolti?
«Sempre musica classica, adoro Puccini, lo ascolto tutti i giorni. Poi mi piace il pop, Bruno Mars, il jazz nordeuropeo, la musica indiana, giapponese e taiwanese…Ah, anche l’hip hop!».

La casa armonica di Valerio Corzani ed Erica Scherl

La musica che cattura l’attenzione e dà emozioni è quella che vive nei piccoli particolari. Basta un accento, un semitono, un effetto. Una sensazione che ho provato fin dalle prime note ascoltando Valerio Corzani ed Erica Scherl, gli Interiors, nel loro ultimo lavoro, Overtones + Overtones Remix.

Il nome che si è dato il duo è quanto mai calzante rispetto alla loro idea di musica e, soprattutto, di questo nuovo album. Interni, che possono essere luoghi fisici o mentali. Luoghi, come li intendeva il filosofo Heidegger nei suoi studi ontotopologici, che coincidono con l’edificare e, dunque, l’abitare. Costruire e mettere a dimora la musica è un’immagine che veste perfettamente in Valerio ed Erica.

Vediamo innanzitutto la costruzione fisica di questo nuovo luogo nei luoghi battezzato Overtones: un doppio album, composto da 14 brani originali, dove il duo si avvale di collaborazioni molto azzeccate, da Luca Andriolo, aka, Swanz the Lonely Cat, autore ed esecutore del testo in More Overtones, Luigi Cinque che suona il sax digitale, il mitico Massimo Martellotta, tastierista dei Calibro 35, il batterista e percussionista Marco Zanotti della Classica Orchestra Afrobeat, le chitarre del polistrumentista Massimiliano Amadori, il clarinettista Gianfranco De Franco e l’ukulele di Camilla Serpieri. Questo il primo disco. Il secondo presenta nove remix dei brani precedenti, realizzati dal gotha dei producer italiani Filoq, Vinx Scorza, Manuel Volpe & Rhabdomantic Orchestra, DLewis e Francesco Colagrande. Ciò a significare che la musica può (e deve) rivivere in molti modi, avere più anime, più punti di vista…

La casa è, dunque, solida, ricca di domotica ma dalle robuste pareti classiche, jazz e contemporanee, dove l’elettronica e il digitale si inseriscono in modo omogeneo. La bravura del duo sta proprio nell’equilibrio tra musica analogica ed elettronica. Una dimora senza spigoli, piena di curve armoniche, come sarebbe piaciuta all’architetto Niemeyer! 

Il pezzo d’apertura di Overtones, Little Lullaby è giustamente il manifesto più evidente di quanto vi sto raccontando: il violino di Erica surfa su onde sonore, mentre il basso “dub” di Valerio scandisce il percorso con profondità assolute, accompagnati da una voce femminile, sciamanica… Il violino tesse melodie anche in More Overtones, con la voce di Luca Swanz Andriolo che ci mette la ruvidezza e il pathos del compianto Mark Lanegan… Grazie per la citazione!

Come faccio sempre, per darvi un’identità il più possibile completa degli artisti e degli album che vi presento, li ho contattati. Ne è uscita una interessante chiacchierata a tre su musica, tendenze, elettronica…

Valerio, in attesa che si colleghi Erica, gran bel disco!
«Grazie! È il quarto del nostro sodalizio (gli altri tre sono Liquid, 2013, Plugged, 2016, ed Escape from The War, 2019, ndr). Anche noi siamo contenti, perché lo sentiamo più maturo, siamo riusciti a calibrare ciò che volevamo fare, poi magari può non piacere lo stesso. La poetica che avevamo sognato sta in equilibrio, sia la parte melodica, sia quei piccoli tocchi di noise che arrivano improvvisi. Il glitch c’è spesso, siamo entrambi fan di Arto Lindsay! Ultimamente nei suoi lavori c’è molta melodia ma poi ti arriva quella sciabolata improvvisa che ti stende».

Parliamo di musica elettronica… Aspetta Valerio! Sta arrivando Erica, giusto in tempo… Dunque, Erica, sei una violinista classica ma sei anche una musicista curiosa che prende volentieri altre strade. Cosa vedete tu e Valerio in questo genere musicale?
Erica: «Sicuramente non si può dire che il violino non sia uno strumento acustico con poche possibilità sonore, però, nello sposarsi con strumenti elettronici quali il basso o altre diavolerie che usa Valerio, mi sono trovata spesso a provare la necessità di avere un mezzo che riuscisse a rendere le sfumature di cui il violino è capace senza rinunciare ad aspetti relativi al volume e alla varietà di suoni prodotti. È stato un desiderio espressivo, poter esplorare una gamma molto ampia di sonorità diverse con un mezzo che mi supportasse e consentisse esplorazioni nelle quali il violino da solo non è tanto adatto. Niente di rockettaro, come c’è in tanti violinisti elettronici, piuttosto la volontà di spingere lo strumento violino verso linguaggi extra classici».
Valerio: «È stato strano, rispetto alla mia storia, anche per me. Negli anni Novanta ero legato molto alla patchanka: quando suonavo nei Mau Mau venivamo chiamati una tribù acustica, l’elettronica la intercettavamo. In realtà, come Erica, sono sempre stato uno profondamente bulimico quanto a musica. Ho ascoltato e ascolto di tutto. Mi sono laureato con una tesi su John Cage, che con l’elettronica ante litteram ha fatto molte cose. Quando abbiamo deciso di costituire il duo, abbiamo subito concordato che l’elettronica andava approfondita meglio, sia per quanto riguardava il basso elettrico sia per l’uso di strumentazioni digitali che aprono un mondo di possibilità, grazie a una tavolozza timbrica infinita. Senza abusarne, però: se usata con attenzione dà grandi opportunità. Inoltre, volevamo impiegarla dal vivo con un approccio analogico. Sul palco suono molti strumenti, l’iPad, l’iPhone, il laptop. Lo faccio manualmente, sia utilizzando alcune app in sostituzione di strumenti che altrimenti non potremmo portarci dietro, sia con app che producono suoni».

Il vostro essere un duo, violino, basso più elettronica vi fa sentire completi o sentite la mancanza di altri elementi?
Valerio: «Hai fatto centro! Perché dal vivo, d’ora in avanti, saremo un trio! Abbiamo aggiunto Gaetano Alfonsi alla batteria che usa gli strumenti come noi, dosando l’elettronica. Soprattutto live, sentivamo l’assenza di un gioco con le dinamiche». 

Il basso chiama la batteria…
Valerio: «In effetti, abbiamo fatto le prove proprio ieri e ora godo! Erica ed io veniamo da esperienze di “live vero”. Per questo, come Interiors, non adoperiamo due vestiti diversi, uno per il disco e un altro per il live. Chi ci ascolta e viene a vederci dal vivo sente le stesse musiche dell’album. Capisco, ogni tanto succede che vai a un concerto di elettronica e vedi sul palco due che sembrano impiegati delle poste, non sai bene cosa stiano facendo, sono dietro ai computer, ogni tanto bevono un po’ di vino bianco, ti fidi… Nel nostro caso si percepisce che stiamo lavorando, suonando per davvero…».
Erica: «Abbiamo solo quattro arti per ciascuno. Se nella vita normale vanno bene, sono pochi per rendere al meglio la tessitura delle nostre composizioni. Abbiamo sentito l’esigenza di avere  un batterista per i motivi che ti diceva Valerio, ma anche perché volevamo godercela un po’ di più. Di questi tempi non è semplicissimo, più si è e meno semplice è viaggiare. Uno in più però va bene!».

Il vostro “ascoltatore tipo”?
Valerio: «Il violino è un piccolo lasciapassare per gente che non ascolterebbe quello che facciamo, ha comunque un appeal. Stiamo sempre molto attenti a collocare la nostra musica nei luoghi adatti. Abbiamo suonato nei festival del cinema sonorizzando documentari, perché la nostra musica si presta bene anche a questo, ci siamo esibiti nella Grotta del Bue Marino a Cala Gononea Chamois in Valle d’Aosta, dove c’è un bellissimo festival, il CHAMOISic Altra Musica in Alta Quota. Ma anche in gallerie d’arte, o in festival Off e non Off che hanno un perimetro d’azione stilistica piuttosto dilatato. Alla fine la gente è diversificata, il target è comunque abbastanza giovanile, anche se, quando abbiamo sonorizzato i documentari e i super8 sperimentali di Derek Jarman o, quello che stiamo preparando ora, Fata Morgana di Herzog, il pubblico è decisamente molto più anziano. Sono coinvolti, vogliono anche loro entrare nel nostro trip!».

A proposito di trip, la vostra è una musica che fa viaggiare. Quando la concepite avete un’idea del luogo dove vorreste collocarla?
Erica: «Siamo viaggiatori molto appassionati, quindi nel momento in cui componiamo è come se tutte le esperienze di viaggio che abbiamo fatto nella nostra vita – e che si spera faremo – decantassero nella musica. Non ci sono collocazioni precise, è come un altrove generico non vuole avere appartenenze particolari, anche se certe atmosfere potrebbero richiamare alla World Music. Auspichiamo che possa essere la sonorizzazione di un bosco di un laghetto di un mare».
Valerio: «Ci sono alcuni pezzi, tipo Walking Wild, che già nel titolo si portano dietro un piccolo passaporto di attitudine nomade. Non è detto che, componendola, volessimo andare in un posto preciso, abbiamo la stessa attitudine nel cercare la natura selvaggia e nel suggerirla attraverso le note. Così come nel nostro primo disco, Liquid, c’era un’attenzione speciale al mondo liquido. Con il brano Blue Darkness e il relativo video, che mostra il tuffo nel lago di un ragazzo in slowmotion, girato dal regista canadese Justin Bolduc-Turpin (con il quale abbiamo vinto un concorso per musiche che sonorizzavano video con oggetto lacustre), non era un lago preciso, poteva essere il padre di tuti i laghi!».

Veniamo al disco: mi ha incuriosito la zona Remix…
Valerio: «Abbiamo tanti amici, molti hanno suonato anche nella prima parte di Overtones. La nostra idea è stata chiedere, a costo di rischiare, di trasformare un nostro brano in qualcosa di nuovo, come se ci fosse uno sguardo su un tuo sguardo. Filoq, per esempio, musicista che stimiamo moltissimo, è anche il responsabile di tutta la parte elettronica dell’Istituto Italiano di Cumbia, progetto nato per volontà di Davide Toffolo (Tre Allegri Ragazzi Morti, ndr), ha reso il nostro pezzo Walking Wild un’altra cosa, completamente diversa, ci piace molto. La parte Remix è molto più variegata e, allo stesso tempo, ci troviamo le tracce del nostro lavoro».
Erica: «È stata una scommessa, come quando tu chiedi a un pittore che apprezzi che ti dipinga un ritratto: può essere che ti faccia cubista oppure molto verosimile, ma alla fine se ti piace l’artista ti piace anche il ritratto…».

Vi è piaciuto tutto del Remix, dunque!
Valerio: «Ci è piaciuto talmente tanto che due pezzi li abbiamo remixati noi. Massimo Martellotta ci aveva mandato, un po’ in extremis, una parte piuttosto lunga per Due di Due, nel disco principale. Non volevamo sprecare il suo lavoro, quindi abbiamo deciso di remixarla puntando quasi esclusivamente sulle tastiere di Massimo».

Com’è il vostro processo creativo?
Valerio: «Quasi sempre nasce da qualcosa che ho “stropicciato” con l’elettronica o con il basso; poi Erica scrive, molto spesso ci aggiunge la melodia principale. Poi lo teniamo per un po’ in brutta copia, registrandolo con l’iPhone, per averlo sempre a portata di mano. Quando ci spostiamo in studio di registrazione – lavoriamo sempre con il nostro tecnico del suono di fiducia, Roberto Passuti – scatta qualcosa di magico e fila tutto liscio, si lavora intensamente, senza intoppi. È successo così per tutti e quattro gli album. In passato ho ricordi di registrazioni di dischi che diventavano dei calvari, si sfaldavano anche band solo per alzare di due tacche il volume di una chitarra elettrica. In questo caso è quasi sempre piatto, in senso buono però!».

Come vedete la musica italiana in questo momento? Tanti bravi artisti sconosciuti e un mainstream senz’anima…
Erica: «Secondo me è una scena estremamente vitale con un sacco di musicisti pazzeschi. Purtroppo, però, lo sai che esistono se te li vai a cercare. È come se ci fosse una sorta di forbice molto larga tra quello che ascolta la maggior parte delle persone e quella che è la realtà della musica italiana, al di là dei generi molto variegati: e cioè, molta qualità e di altissimo livello. Vorrei invitare tutti a non fermarsi alla superficie delle cose, ma a scavare…».
Valerio: «Sono d’accordo con Erica, ho poco da aggiungere, la vorrei lasciare così, perché lei ci ha messo l’afflato positivo. Volendo proprio dire qualcosina in più, una piccola ombra su quello che è successo negli ultimi tempi è che rimangono sì tantissimi artisti nascosti che continuano a produrre, ma ci sono molti altri, anche quelli che arrivano dal cosiddetto mondo indie, che hanno calato le braghe. È come se si fosse abbassata l’asticella della difficoltà d’ascolto, dell’introspezione nei testi, della ricerca nei suoni. È, ovviamente, una scorciatoia che rende! Se me l’aspettavo da alcuni, perché quello è sempre stato il loro mondo, rimane il fatto che c’è un bel plotoncino di gente che ho avuto sempre al mio fianco e che ha ceduto. Ciò mi provoca un piccolo moto di saudade. Mi riaccodo al sentimento entusiastico di Erica che bisogna continuare a essere curiosi, sia noi musicisti, sia i giornalisti che si occupano di musica e soprattutto mettere dei piccoli “shining” nel pubblico, farglieli arrivare, stai sicuro che la gente si lascia attrarre…».

Erica: «Non me l’hai chiesto ma lo dico lo stesso: se dovessi dare un consiglio a musicisti che hanno voglia di fare musica, suggerisco di essere coraggiosi e curiosi, di curare sempre molto la qualità a qualsiasi genere ci si dedichi. Un lavoro ben fatto si riconosce sempre, anche in molta musica mainstream, nonostante il ben fatto non coincida con creativo. Siccome la felicità in quello che si fa è fondamentale, direi di ricercare sempre un cuore nelle cose che si producono».

Treetops, nuova band, primo disco e tanta buona musica…

Inizio questa settimana con un’interessante novità. C’è acqua fresca sul pianeta della Musica! Una cascata di note pulsante e limpida. Scende a scrosci ed è un refrigerio tuffarsi. Una band nuova nuova al suo primo disco. Una band giovanissima, età media 22 anni. Una band che ha scelto di non fare musica alla solita maniera, tutti infilati in canoni estetici fabbricati per il gradimento di una platea uniformata (ripeto sempre: salvo rare eccezioni), ma facendo ricerca, ascoltando di tutto, aperta al mondo e alle melodie. 

Si chiamano Treetops, sono sette musicisti romani che frequentano ancora i conservatori e scuole di musica. Ve li presento in rigoroso ordine alfabetico: Anna Bielli (alla chitarra), Luca Libonati (alla batteria), Eric Stefan Miele (al sax soprano), Simone Ndiaye (al basso elettrico), Andrea Spiridigliozzi (alla chitarra elettrica), Marcello Tirelli (alle tastiere) e Daniel Ventura (al sax tenore).

Il loro album d’esordio è intitolato Demetra, pubblicato dalla Vagabundos Records e prodotto da Pino Pecorelli (cofondatore dell’Orchestra Piazza Vittorio). Potete ascoltarne un assaggio su Spotify. Divinità greca, secondo Esiodo, figlia di Crono e di Rea, sorella di Estia, Era, Zeus, Posidone e Ade. Una dea importante, da gotha dell’Olimpo: era la protettrice delle messi e, in senso più ampio della Natura. Ebbene, la creatività dei Treetops ha dato vita a una storia fantasy dove a raccontare sono le note: Demetra si risveglia  dopo millenni e trova un mondo cambiato, inquinato, decisamente poco vivibile. 

Il disco, composto da 11 brani per una durata di 47 minuti, concettualmente lo si può dividere in quattro parti: il risveglio della dea, lo sconforto davanti a un mondo massacrato dagli uomini, la presa di coscienza e la speranza proveniente dalla dea stessa, e cioè la Natura, di dare un’altra chance a questi abitanti sciamannati. La vicenda mitologico/sci-fi è raccontata con una intensità e una maturità molto concreta.

Finalmente, grazie ad Apollo!, è arrivato sugli scaffali digitali e presto lo sarà anche su quelli fisici, un lavoro di ampio respiro, interessante che ricorda la freschezza degli anni di sperimentazione, della fusion, della ricerca di una musica colta ma allo stesso tempo accessibile a tutti, che alza l’asticella della qualità musicale in questo Paese. Una band che molto probabilmente ha un destino oltre confine, boccone ghiotto per il Nord Europa e per gli Stati Uniti…

Prima di dare la parola ad Anna Bielli, 24 anni, la “portavoce”, come si definisce, dei Treetops (le cime degli alberi, perché solo da lassù puoi vedere com’è realmente il mondo), un’ultima annotazione musicale. Il livello dei singoli musicisti è notevole, come la capacità di creare, scrivere, arrangiare brani che non hanno nulla da invidiare, per esempio agli Snarky Puppy, uno dei miti di questi giovani artisti, capaci di praterie sonore alla Bob James, di colore alla Pino Daniele, e di costruzioni sonore alla Weather Report. 

Anna, raccontami, di voi so poco o nulla…
«Siamo tutti romani. Io e Marcello, il tastierista, frequentiamo il Saint Louis College of Music. Ci siamo conosciuti lì, suonavamo insieme in un laboratorio musicale. Abbiamo scoperto che avevamo gusti simili e abbiamo legato. nel frattempo io avevo dato vita a una  band che si è sciolta subito. Ho convinto Marcello a formare una band. Lui è un genio, davvero imbarazzante da quanto è bravo! Cercavo un gruppo che fosse affiatato, che avesse delle affinità…, che volesse suonare sull’onda degli Snarky Puppy, della fusion e del jazz. Così sono nati i Treetops».

Ho capito: sei l’anima del gruppo…
«No no. Sono solo la portavoce. Sono stata quella che ha messo insieme tutti».

Da ragazzina cosa ascoltavi, jazz?
«Ma no! Ero una rockettara… poi mi è capitato sotto mano un disco degli Snarky Puppy che mi hanno folgorata! Per “colpa” loro ho deviato verso il jazz rock…».

Quindi, tornando alla band…
«Marcello suona anche nella Piccola Orchestra di Tor Pignattara, con lui ci sono anche Luca Libonati, il batterista, e Simone Ndiaje, il bassista. Questo è il nucleo base. La mia idea iniziale non era, però, una band a formazione standard, ma una piccola orchestra con fiati, percussioni. A Roma è difficile trovare tutti ‘sti musicisti, che, per di più, volevamo della nostra età. Un musicista più “vecchio”, avrebbe potuto rompere gli schemi, diventare un catalizzatore. Mi sono messa a cercare mettendo annunci sui social. Un secondo dopo la pubblicazione ha risposto Andrea Spiridigliozzi. Sempre sui social circolavano i nomi di due giovani sassofonisti. Eric Steffan Miele lo conosceva Luca e Daniel Ventura è arrivato via social. Sette è un numero giusto per riuscire a muoverci senza troppe spese…».

Così siete partiti con le prove…
«Apri un capitolo importante: le prove sono un impegno inderogabile, come andare al lavoro o a scuola. Abbiamo iniziato a suonare nel febbraio del 2017. Il nostro giorno consacrato alle prove è la domenica, giornata libera per tutti…».

Come avete deciso il genere musicale?
«Con due fiati nella formazione era scontato che si andasse sulla fusion. All’inizio componevamo brani che erano quasi prog, davvero sconclusionati. Per il disco zero ci ha dato una mano Pino Pecorelli. Con lui abbiamo stretto un legame forte durante il lockdown. È un grande!».

Perché vi siete chiamati Treetops?
«Sono sempre stata una fissata per la Natura. Mi piacciono gli alberi, li abbraccio spesso. Li sento come noi, ci sono molti parallelismi tra uomo e albero. Come noi, sono di varie “razze”, vivono generalmente in comunità, sono convinta che possano provare dei sentimenti. Ci sono alberi più “cattivi”, come le betulle che spingono, arrivano a farsi la guerra, per farsi strada verso il sole e ci sono alberi pacifici che si organizzano in comunità per vivere. E poi, gli alberi tendono tutti verso l’alto, la luce. Mi piace pensare che anche noi umani dovremmo puntare in alto, vedere la nostra luce».

Come sei/siete diventati musicisti?
«Penso che, di base, fin da piccoli avevamo questa propensione. Siamo tutti cresciuti tra gli strumenti musicali, quindi è stato naturale continuare a studiare musica, chi al Conservatorio e chi, come me e Marcello al Saint Louis. Ascoltiamo tanto, non ci mettiamo paletti, classica, jazz, rock, elettronica, sperimentale, funk, punk, anche rap e trap».

Perché avete deciso di dedicarvi alla musica strumentale?
«Il non avere una voce è stata una scelta ben precisa. La musica strumentale permette all’ascoltatore di fantasticare, immaginare senza essere influenzato da un testo. Ciascuno decide come “sentire” quel brano. Nella musica pop e cantautorale la gente si rivede in quello che l’artista canta, in quella strumentale, invece, ci puoi vedere molte cose. È il fascino dell’immaginazione. E poi perché, a livello tecnico, suonare una chitarra o una batteria è più semplice, la voce, invece, è uno strumento chiuso dentro di te. Ora la pensiamo così. Poi vedremo, magari potremo cambiare idea».

Torniamo ai Treetops: posso chiamarti frontwoman della band?
«No, non facciamo musica solipsistica. Io mi vedo come… una guida. Siamo tutti protagonisti allo stesso modo, non c’è una “voce” che vada più alta di un altro, nessuno prevarica. È questa la nostra forza, non c’è egocentrismo. Anche sul palco abbiamo cercato di sistemarci in modo che, visivamente, risultino tutti ugualmente visibili».

Veniamo alla cover: molto bella l’immagine di Demetra che racchiude in sé tuta la purezza della Natura e gli errori dell’uomo in nome della modernità e della tecnologia…
«È stata disegnata da Marco Brancato, lo stesso giovane illustratore che ci aveva creato il logo della band. Rispecchia esattamente quello che volevamo dire. A Marco abbiamo inviato i brani e lui, dopo averli ascoltati, ha realizzato quest’immagine incredibile! Sulla storia di Demetra ci siamo fatti un trip gigantesco. Abbiamo talmente fantasticato che alla fine, grazie a Marco, Demetra è diventata reale. La dea che si sveglia dal letargo, che vede gli scempi compiuti dall’uomo e che decide di ritornare in letargo per lasciare all’uomo, ancora una volta, la speranza e il potere di cambiare le cose. Il finale è aperto…».

Quali sono le vostre aspettative sul disco?
«Lo apprezziamo molto, è un nostro figlio abbiamo impiegato ore e ore per crearlo, un duro lavoro, ci abbiamo messo l’anima. Certo che abbiamo aspettative, speriamo che possa colpire, coinvolgere. Ora puntiamo sui live, è qui che ci esprimiamo al meglio, perché ci ritagliamo un pizzico di libertà. Suoniamo dal vivo veramente, non abbiamo musica campionata. Solo così, sul palco possiamo mostrare tutti i colori della nostra tavolozza».

Nico Morelli e il suo American Trio per rivivere la pizzica in jazz

Nico Morelli – Foto Pino Mantenuto

Il motivo del post di oggi ha un nome, un cognome e anche un indirizzo. Nico Morelli, di Crispiano, paese del tarantino di 13mila abitanti, parigino d’adozione da oltre 20 anni. Residenza: via del Jazz, angolo vicolo della musica popolare. 

Sono affascinato dalle contaminazioni, come mi racontava l’altro ieri Lorenzo Pasini, perché creano sempre qualcosa di nuovo e di interessante. Nico Morelli, di professione pianista e compositore – lavori che con lui diventano sempre viaggi e incanti – è un contaminatore culturalmente attento e creativo. Il centro del suo studio, che dura da molti anni, è fondere la cultura popolare della sua terra, la Pizzica e la Tarantella, con quella del jazz di tradizione americana. 

Due mondi che hanno più punti di contatto di quanti possiamo immaginare. La prova è la musica di Nico. La ragione per cui ve ne parlo è che il pianista tarantino è in tournée in trio con due musicisti americani, il versatile contrabbassista dell’Indiana Hilliard Greene e l’altrettanto fantastico batterista canadese Karl Jannuska. Partito dalla Francia, il Nico Morelli American Trio sarà in Italia da domani e ci resterà sino al 10 maggio, per una serie di concerti fra Taranto, Torino, Andria e Biella. Ne approfitto: per chi sarà a Milano, il 22 maggio, nella cornice di Piano City, Nico suonerà al Magnete, quartiere Adriano…

Ammetto, sono curioso di ascoltare questo trio. Soprattutto di capire come Greene e Jannuska interpretano il folk pugliese rivisto dagli arrangiamenti jazz di Morelli. Il jazz che sposa la pizzica, è un bel matrimonio, se consideriamo quanto, grazie alla Festa della Taranta, il folk pugliese abbia catalizzato l’attenzione di appassionati e musicisti di tutto il mondo. 

Del connubio ne avevo parlato già quando vi presentai l’Orchestra Popolare del Saltarello e il suo ideatore, Danilo Di Paolonicola. Lì c’era più World Music, qui è più espressamente un linguaggio jazz, la ratio comunque non cambia. Il progetto che i tre musicisti stanno portando in giro lo si può spiegare con un neologismo che l’artista tarantino ha coniato ormai da da anni, Un(folk)ettable (che poi è il titolo di due suoi album, Un(folk)ettable, del 2007 e Un(folk)ettable Two del 2016: vi invito ad ascoltare alcuni brani). E cioè, ridare freschezza e attenzione, attraverso nuovi spunti e sonorità, alle canzoni tradizionali, creando così un qualcosa di nuovo, potente, allegro. C’è festa, danza, canto, poesia in tutto questo. Una carica vitale che non può lasciare indifferenti.

Ho raggiunto telefonicamente Nico in una delle tappe francesi del suo tour…

Jazz e pizzica hanno origini “comuni”?
«Sono due generi che nascono dal popolo. Il jazz si è arricchito di musiche provenienti da tutto il mondo, in un secolo il suo sviluppo è stato enorme. La musica folk del Sud Italia è rimasta pressoché uguale, anche se poi negli anni ha subito delle mutazioni. Unirli non è una forzatura, anzi, con il jazz il folk pugliese si è sviluppato più armonicamente».

Quando hai deciso di dedicare il tuo studio e lavoro al folk-jazz?
«L’idea mi era venuta negli anni Ottanta da una domanda che mi ero posto (sono uno che se le fa per qualsiasi cosa!): che senso ha che un pugliese si appassioni al jazz? Non è più naturale cercare di seguire la mia cultura? Allora non avevo una risposta perché ero acerbissimo, disponevo ancora degli strumenti per poter realizzare la mia idea. E cioè, seguire la mia passione, che era il jazz, mantenendo salde le mie radici culturali. Nel 2006 ho cominciato a scrivere il primo album Un(folk)ettable, solo che era difficile trovare una casa discografica disposta a pubblicarti».

L’hai trovata poi…
«Sì, in Francia, dove sono molto più attenti e aperti a questi generi. Dopo quel lavoro ho capito che potevo e dovevo continuare su quella strada».

Suoni da anni con jazzisti di tutto il mondo, com’è sentita la tua musica?
«Per i jazzisti è sempre qualcosa di estremamente stimolante, son ben felici di uscire dai binari classici del genere e sempre ben disposti ad aprirsi ad altre culture. Il rapporto con la musica deve essere sempre di “scoperta”. I musicisti, soprattuto quelli d’Oltreoceano, quando ascoltano i miei lavori hanno un atteggiamento di estrema curiosità. Vogliono conoscere tutto su pizzica e tarantella, avere più informazioni possibili, che puntualmente fornisco attraverso storie che racconto sempre con piacere».

Il tuo ultimo album pubblicato, Un(folk)ettable Two, risale a sei anni fa…
«Non avverto tutta questa urgenza di produrre dischi. Perché una volta sugli scaffali fisici e virtuali, dopo 15 giorni dall’uscita sono già dimenticati da tutti».

A cosa serve allora fare un album?
«A fissare un percorso e farlo diventare un biglietto da visita del mio lavoro. Da anni ormai il disco ha perso quella funzione che aveva e che lo rendeva unico e cioè essere opera d’arte. Oggi viene prima la visibilità del musicista non la sua musica».

Parliamo del tour: come l’hai costruito?
«Suoniamo arrangiamenti di musiche del folk pugliese e mediterraneo. Ho preso melodie e ritmi di queste canzoni dando loro sonorità da trio che tengono conto delle personalità dei musicisti che mi accompagnano. A volte c’è più jazz e meno folk, altre il contrario».

Dove stai concentrando le tue ricerche folk?
«Soprattutto nel Salento, dove sono nato. Da adolescente sono cresciuto ascoltando Pino Daniele, per me un esempio, una chiave importante: scrivere canzoni su idee tradizionali aggiungendo tocchi di modernità».

Come sei diventato musicista?
«Da bimbo studiavo pianoforte un po’ controvoglia, tanto che a 11 anni l’ho abbandonato. Poi , da adolescente, sono entrato in gruppi di musica leggera. A 18 anni ho avuto la svolta e mi sono messo a studiare pianoforte al conservatorio. Ma il jazz mi piaceva troppo, quindi ho abbandonato la Classica per concentrarmi su questo genere specializzandomi in varie scuole da Siena Jazz alla Berklee School of Jazz di Boston alla Manhattan School of Jazz di New York e diplomarmi, dunque, in jazz al conservatorio di Bari. Nel 1993 ho pubblicato il mio primo disco, Behind the Window; nel ’98, per una coincidenza, il trombettista Flavio Boltro mi invitò a suonare a Parigi. Decisi di rimanere un mese per vedere com’era il mondo degli artisti nella Ville Lumière. Ne ho conosciuto molti, venivano da tutto il mondo, Argentina, Brasile, Nord Africa, paesi dell’Est e del Nord Europa. Tanti mondi diversi con cui ho collaborato, mettendo nella loro musica anche un po’ della mia storia e viceversa. Ho fatto un periodo di spola tra Italia e Francia per poi, 23 anni fa, decidere di vivere a Parigi, dove tuttora risiedo».

Il tuo amore per il jazz è stato un colpo di fulmine?
«No, un processo lento. Mi piaceva il jazz acustico, non riuscivo ad ascoltare gruppi che usavano suoni edulcorati da tastiere. Poi, come ti dicevo, grazie a Pino Daniele è arrivata la svolta, soprattutto quando invitò Wayne Shorter a suonare con lui. Il sassofonista americano mi fulminò perché non aveva un linguaggio canonico. Così comprai un suo disco e scoprii gli Weather Report, Joe Zawinul che ascoltai anche in un album dove suonava il pianoforte, eccezionale! Quindi Oscar Peterson, che all’inizio non mi piacque, avevo bisogno di sentire l’invenzione in tempo reale. Poi, come in una scala, gradino dopo gradino mi sono trovato dentro senza accorgermene. Il jazz funziona un po’ così, come quando bevi un buon whisky, scoprendone a poco a poco i sentori, i profumi, l’intensità, fino ad accorgerti che… sei diventato un alcolizzato! (Ride, ndr)».

Bello (e sano) ubriacarsi di jazz! Cosa ti ha conquistato del genere?
«Il fatto che nella musica popolare ci sia la stessa passionalità che c’è nel jazz. C’è in lui qualcosa di ancestrale come nel folk. Non è musica solo estetica, ma legata allo stomaco, alla terra».

Lorenzo Pasini: Material Fields e Pinguini Tattici Nucleari

Lorenzo Pasini – Foto Mattia Laser

Dopo l’intenso lavoro di Raoul Moretti presentato settimana scorsa, inizio il mese di maggio con un altro disco e un altro artista. La base è sempre la stessa, la pandemia, il lockdown, il blocco forzato degli artisti, il riuscire a comunicare in musica sensazioni, paranoie, speranze, paure.

Quello di Lorenzo Pasini, 28 anni, chitarrista dei Pinguini Tattici Nucleari, al suo primo lavoro da solista, è un racconto in una lingua che l’artista adora da sempre e che parla perfettamente, il progressive rock. Contaminato da molti altri generi, a dimostrazione di quanto Pasini sia onnivoro e affamato di musica. Così è nato Materials Fields, in una pausa tra il successo e i concerti della indie-pop band bergamasca e l’improvviso silenzio causato dal Covid. Un bel colpo nello stomaco, ma anche l’occasione per fermarsi e pensare alla musica, al lavoro fatto e al futuro. 

Diversamente da Raoul, che ha tenuto un diario fedele di quei giorni, quella di Lorenzo è narrazione-reazione. Uno stato d’animo positivo dove alla paura contrappone l’amore, ai “low lights”, i punti d’ombra, una lucente dimensione spirituale. Un disco molto personale, come Le Intermittenze della Vita, ma a differenza del primo, la pandemia è l’occasione per cercare di lavorare su se stesso come essere umano e come musicista.

Il prog è una delle mie passioni da sempre. Ascoltando questo lavoro, si percepiscono nette le trame di Steven Wilson e dei Porcupine Tree, ma anche certe chitarre acide alla Robert Fripp dei King Crimson, con escursioni nell’industrial rock di Trent Reznor e dei suoi Nine Inch Nails, vedi per esempio Someone To Blame o Sane, oppure abili fraseggi metal, lievi accenni, altra passione di Lorenzo come in Dear Walls. Se ascoltate Low Lights, il brano che apre il disco, vi troverete in cuffia un classico del prog. Si inizia con una chitarra acustica per poi partire subito con un’elettrica che ricama una melodia in perfetto stile Wilson con punte di neoprog (di allora!) alla Marillion per poi raggiungere il culmine con un assolo di bella potenza. Approfondendo con attenzione l’ascolto, per sua stessa dichiarazione, arrivano echi di Jeff Buckley e frammenti profondi di James Blake.

Un bel lavoro nel suo complesso, testi non banali, dove traspaiono le emozioni di Lorenzo in quei mesi, accompagnate da melodie che contengono le sue passioni e i suoi ascolti. Di lui mi piace proprio questo suo vivere e concepire un “mondo musicale contaminato”, l’ascoltare e il rielaborare, l’aprirsi alla musica senza preconcetti.  

Lorenzo, sei partito dalla pandemia, ma non c’è solo quella in Material Fields
«Lo spirito della pandemia aleggia, anche perché l’ho scritto, composto e arrangiato nei momenti di lockdown. Ma c’è anche molto amore, una certa critica al purismo musicale, luci e ombre che portano il disco in una dimensione spirituale».

Cosa intendi per purismo musicale?
«Un invito a non vedere alcuni mostri sacri della musica come intoccabili. La contaminazione è importante. Sul purismo con i Pinguini abbiamo avuto un’esperienza che ci ha fatto riflettere. Abbiamo partecipato al disco Faber Nostrum (uscito nel 2019, ndr). Sono stati affidati a giovani musicisti alcuni brani di Fabrizio De Andrè per reinterpretarli, filtrare l’essenza del cantautore. Abbiamo avuto non poche critiche su questo disco corale, anche se la nostra proposta, Fiume Sand Creek, è piaciuta molto. C’è chi sostiene che artisti come Faber non si possano toccare. La ritengo una presa di posizione assurda, un limite che non ha senso».

Sono d’accordo, anche perché Faber Nostrum è un bel disco che mostra De Andrè com’è realmente: un artista che ha inciso profondamente nella cultura della musica italiana…
«La chiave del linguaggio musicale sta proprio qui, creare qualcosa di nuovo contaminando. Con il purismo l’Arte non va da nessuna parte… ne parlo proprio in uno dei brani del disco, Under Crystal Domes».

Material Fields è su questa strada…
«Sì. Mi sono formato ascoltando la musica dei miei genitori, dunque gli ELP (Emerson, Lake & Palmer), Frank Zappa, i Pink Floyd. A 11 anni ho scoperto il rock, l’heavy metal… sono stato un “metallaro”, orgogliosamente Metal!».

Hai abbandonato il genere?
«Il Metal ha i suoi difetti, è molto ripetitivo, ha canoni ancora rigidissimi. Per questo sta subendo un enorme tracollo. Lo ascolto ancora, ma più o meno tutte le band sono rimaste ferme ai primi anni Novanta. Per continuare a vivere dovrebbe evolversi, contaminarsi, ma capisco, è una questione di mentalità».

Beh, il Metal proviene non a caso dalla Classica, quindi è un genere chiuso: se vuoi fare Metal questi sono i canoni… Si può dire lo stesso dei suoi fan.
«Secondo me, nei centri urbani grossi, prendi Milano, dove di musica ne gira tanta e di ogni tipo si è più portati ad accogliere nuove idee, mentre in provincia (Lorenzo viene da Villa d’Ogna paesino dell’alta Val Seriana, ndr) è più facile che si mantengano intatti certi generi musicali».

Questa tua apertura e curiosità trova, dunque, una sintesi nel tuo lavoro…
«Sì, certo. Ascolto e mi piace certo mainstream e il rock progressive. Amo la musica rock ma sono un fan dei Coldplay che sono pop».

A proposito di mainstream, c’è parecchia roba scadente in giro…
«Non sarei così negativo. Penso che nel mainstream ci siano figure molto interessanti, prendi ad esempio Marracash e Tha Supreme (lui per me è un genio!), ma anche Salmo, gli Iside, bergamaschi, una proposta molto nuova, fresca ma estremamente creativa. Mi piace molto anche Blanco…».

Foto Mattia Laser

Cosa stai ascoltando in questi giorni?
«Vangelis, Tangerine Dream, Porcupine Tree, Port Noir…».

Cambio direzione: usi molto i social per il tuo lavoro?
«Quello dei social è un grosso tema. Più passa il tempo e più sono critico verso questi strumenti. Non per il fatto che esistano, ma per come vengono usati. È incredibile che non li utilizziamo nel migliore dei modi. Le vediamo tutti le sacche di disagio e disinformazione e gli effetti negativi conseguenti. Per gli artisti sono necessari, uno strumento di lavoro, anche se li uso pochissimo. Se sfruttati bene potrebbero essere una grande opportunità, non solo nella musica…».

Sono un problema anche le concentrazioni, vedi l’acquisto di Twitter da parte di Elon Musk…
«Mi auspico ci sia un riassetto, che si aprano gli occhi. Il fatto che la comunicazione passi da un numero così ristretto di canali non è per niente positivo. Le grandi concentrazioni sono un problema, ci troviamo in una situazione di “quasi” monopolio».

Come gestisci il tuo lavoro nei Pinguini e la tua carriera da solista…
«Sono due modi di lavorare diversi. Nei Pinguini c’è una coralità, siamo una band! Riccardo (Zanotti, ndr) scrive testi e musiche, gli arrangiamenti sono il frutto del lavoro di tutti, quindi è inevitabile che si debbano lasciare da parte i protagonismi. Quando lavori da solo non hai compromessi, è una bella libertà e anche una valvola di sfogo».

Ai Pinguini è piaciuto Material Fields?
«Ha avuto un’accoglienza positiva, ne sono contento!».

Hai fatto tutto da solo, testi, musiche…
«Sì l’ho scritto e arrangiato interamente. Per il pianoforte, la batteria, il basso e una partitura di sassofono ho chiesto l’aiuto di musicisti, amici, con cui avevo già suonato insieme. Come Paolo Salvi al piano, con lui abbiamo condiviso le esperienze nel progetto prog precedente, i Marsyas; Marco Paganelli alla batteria, Cristiano Marchesi al basso (è stato il primo bassista dei Pinguini Tattici Nucleari) e Marco Gotti Jr. per un assolo al sax, bravo musicista di Bergamo».

Cosa ti aspetti da Material Fields? Lo porterai in tour?
«È un disco che ha dato molto soprattutto a me stesso. Sono contento di aver avuto la possibilità e la fortuna di condividere delle idee. Sto pensando a un tour in autunno, visto che ora, con i Pinguini, riprendiamo ciò che la pandemia ha interrotto e saremo in tour tutta l’estate. Che dire: non mi pongo grossi limiti!». 

Pandemia: Raoul Moretti racconta le Intermittenze della Vita

In questo periodo stanno circolando parecchi lavori di musicisti che, sempre più esplicitamente, raccontano la pandemia e i suoi effetti, lasciando parlare le note. Nonostante la guerra di Putin abbia praticamente cancellato dalle prima pagine dei media l’andamento della pandemia, dando l’impressione che tutto volga al meglio, il Covid non è affatto sparito dalla circolazione, ce lo terremo  molto a lungo, anzi, diventerà un ospite fisso, tutto sommato tollerabile grazie alle cure, come gli altri virus che ci abitano e ci vengono a far visita. 

Rimanendo sempre al Covid, nessuno di voi si sarà perso il comportamento della Cina di questo ultimo mese. L’autoritarismo forsennato del gigante asiatico ha un che di surreale, terribile, osceno. Rinchiudere tutti per salvare non le vite, ma il benessere (si presume) di tutti. Tra qualche anno, a mente fredda, avremo molto di cui parlare.

Visto con questi occhi e con gli avvenimenti di questi giorni il lavoro certosino di Raoul Moretti, gradita conoscenza di Musicabile, è importante. Avevo intervistato Raoul assieme a Beppe Dettori alcuni mesi fa, quando uscì un gran bel disco a loro firma, Animas (ne parlai in questo post).

Il 9 marzo, esattamente il giorno del primo lockdown (lo ricordo benissimo perché quel maledetto lunedì di due anni fa mi salì una febbre da cavallo che mi durò giorni intuendo – già, intuendo perché nessun medico venne a farmi visita – di essermi ammalato di Covid… pessimi ricordi), Raoul ha pubblicato Le Intermittenze della Vita, il diario della pandemia, interpretato con la sua arpa elettronica e alcuni preziosi interventi di tre musicisti, Beppe Dettori e due artisti cinesi. Tutto torna, dunque.

La cadenza dei brani porta alla mente fatti e sensazioni che, dopo due anni, stiamo ancora tentando di seppellire sotto il tappeto della nostra memoria. Ognuno di noi ha il suo bagaglio di ricordi, ferite, ossessioni. Quelle di Raoul sono racchiuse in 37 minuti e 23 secondi. 

Un vero e proprio diario, dove traspaiono incredulità, paura, ansia, riflessioni. Colpisce il brano che apre il disco: porta un titolo semplice quanto terribile, 09 marzo 2020. Il racconto prosegue con Strade deserte, Il Runner solitario (dove Beppe Dettori usa le sue corde vocali per raccontare una “sgambata” autorizzata per decreto della Presidenza della Repubblica), Sars-Cov-2 brano registrato con Wan Xing, una musicista e collega di Hong Kong, esperta di guzheng, cordofono simile a una cetra, pizzicato con unghie metalliche – uno dei più intensi dell’album -, per proseguire con Al di là delle sabbie, Stasi Frenetica (suonato con Chan Schek Ming altro musicista cinese maestro di guqin, strumento, sempre della famiglia dei cordofoni, con un suono più acuto del precedente). 

Il racconto da qui in poi si fa più intimo. L’osservatore che guardava dalla finestra e leggeva i cambiamenti, inizia a riflettere su se stesso, su quello che stava capitando a lui, a fare i conti con la propria vita. Ecco dunque, Di ansie e paure, Di pensieri ossessivi, Di attacchi di panico, per poi affidarsi ai mantra e ricredersi, Andrà tutto…, ripiombare ancora nel buio, Notti di coprifuoco, e vedere, finalmente, Un’alba meravigliosa, speranza infranta dall’invasione russa in Ucraina e dalla risalita dei contagi cinese.

Ciliegina sulla torta di un album decisamente da ascoltare è la cover firmata da Giada Negri: una piazza del Duomo deserta, a Milano, disegnata come una quinta teatrale con Raoul che passa, tenendo la sua arpa in spalla. Nell’idea di Moretti, il disco, per ora solo in digitale, avrà un’altra destinazione, fisica, dove troveranno posto, oltre alla musica, anche la scrittura e le immagini…

Le intermittenze della vita, titolo che trovo bellissimo e che ricorda quel provocatorio romanzo distopico-filosofico di José Saramago, Le intermittenze della morte, è, dunque, un disco ben riuscito, uno di quelli che ti prende a poco a poco e che, per quella virtù della musica di trasformarsi in un linguaggio universale, riesce a diventare la colonna sonora di ciascuno di noi, un piccolo, importante pezzo della nostra vita…

Raoul hai scritto un diario denso…
«Ho costruito il disco come un romanzo, anche se il mio mezzo espressivo è l’arpa elettrica».

In questo romanzo racconti molte cose, la trama la conosciamo più o meno tutti!
«Lo spunto iniziale è stato il primo lockdown durato due mesi. In quei giorni ho approfittato per studiare, approfondire la mia preparazione, ma poi sono stato attratto inesorabilmente dalle immagini forti della pandemia che passavano ovunque. Se per noi uomini era una terribile disgrazia, per la Natura, invece, sembrava essere una rinascita, riprendeva finalmente il suo posto. In ogni caso erano documenti toccanti, che imponevano delle riflessioni. Quei vuoti fisici nelle strade, quei silenzi enormi che rivediamo ancora in questi giorni in Cina…».

Così ti sei messo a comporre…
«Fantasticavo e vivevo quei giorni pensando di scrivere la colonna sonora di un film distopico. Dopo l’illusione estiva (estate 2020), dove credevamo di aver visto già tutto, c’è stato l’altro blocco, più duro del precedente. Lì, ho realizzato che non si trattava di un film ma era tutto terribilmente reale. In quel momento è cresciuto lo sconforto, sono iniziate le reazioni psicologiche e sociali, l’Andrà tutto bene è diventato un Andrà tutto… Poi, nel febbraio del 2021 ho sperato anch’io di vedere finalmente un’Alba Meravigliosa. Il mio lavoro l’avevo finito. A un anno di distanza siamo ancora lì…».

Raoul Moretti – Foto Fabrizio Massidda

L’hai messo nel cassetto!
«Sì, anche perché con Beppe avevamo già iniziato a lavorare su Animas, album uscito a maggio del 2021. Fra l’altro, un brano che avevo scritto per Le Intermittenze della Vita, Continuum, abbiamo deciso di usarlo in Animas. Del lavoro fatto durante la pandemia volevo ragionarci con calma, pensavo di far uscire qualcosa di “fisico”, in un’altra forma, magari un libro. Poi, tra fine dicembre, gennaio e febbraio c’è stato un altro lockdown, blocco che ho sentito di più perché non è stato annunciato chiaramente ma di fatto c’era». 

Così hai deciso…
«Ho sentito la necessità di “fare delle mosse”, la prima è stata l’uscita in digitale del disco il 9 marzo di quest’anno. Non ho perso, però, la mia idea di farne qualcosa di fisico. Sto ragionando su un Lp a tiratura limitata, un libro con scritti corali, sensazioni, fatti accaduti durante la pandemia e un corredo di illustrazioni, sempre opera di Giada Negri, interpretazione visiva di quei giorni. La rielaborazione di ciò che ci è successo non è ancora iniziata, ne dovremo fare i conti. Anche perché in quell’Andrà tutto bene… il bene è stato un’illusione».

A proposito, molto bella la cover di Giada Negri!
«Mi piace dare carta bianca agli artisti per vedere cosa suscita in loro la mia musica. Giada, dalle suggestioni dell’ascolto, ha elaborato una serie di proposte tutte interessanti. Abbiamo scelto quella».

Come definiresti la tua musica ne Le intermittenze della vita?
«Un disco contemporaneo strumentale. C’è molto classico come struttura, ci sono i timbri cinesi che richiamano alla World Music e c’è l’arpa che assomiglia a una chitarra rock distorta».

Un lavoro particolare e le feauturing le hai scelte con cura…
«Volevo solo collaborazioni di corde: corde vocali, arpa mai pizzicata, suonata come una chitarra ritmica, gli strumenti tradizionali cinesi, anch’essi pregni di significato, il respiro di Beppe. È stata una seduta di autocoscienza messa in musica!».

Loris Al Raimondi: l’hip hop, Mike Stern e un disco per raccontare

Seguendo i lunghi sentieri della musica, mi sono imbattuto in un italo svizzero, Loris Al Raimondi. Quarantotto anni, vive nella parte tedesca, a Goldau, nel Canton Svitto. A fine gennaio ha pubblicato un disco interessante per molte ragioni, Passing Through Emotions. Innanzitutto per il sound, una interessante fusion tra jazz, beat hip hop, funk; e poi per il nutrito parterre di partecipazioni che ne hanno fatto un’opera sui generis. Loris viene dall’hip hop, da oltre vent’anni crea basi per artisti (svizzeri e internazionali), ed è la dimostrazione che nel linguaggio musicale, la raffinatezza, quel groove che ti entra lentamente e ti attrae, o ce l’hai o nessun conservatorio te lo insegna.

Collaborazioni illustri, grossi nomi del jazz e della musica in generale, da Mike Stern, a Nir Felder a Fabrizio Sotti (di lui ne parlai un paio d’anni fa…), tutti chitarristi di calibro; Alfredo Paixão, Gary Willis, Massimo Biolcati, bassisti, il primo brasiliano con residenza a Palermo, il secondo assieme a Scott Henderson fondò negli anni Ottanta i Tribal Tech, gruppo fusion d’avanguardia, il terzo, italo-svedese che suona in trio con Lionel Loueke e Ferenc Nemeth nei Gilfema. E ancora Kevin Field, Tom Tennedy, Ettore Carucci, Michel Cusson, Tony Grey, l’armonicista Giuseppe Milici

Passione, tenacia, intraprendenza sono le tre parole che hanno portato alla luce questo lavoro, che ricorda molto i grandi gruppi degli anni Settanta e Ottanta, quando la Fusion diventò un genere preciso, l’incontro “ufficiale” tra jazz, funk e rock. Dunque, tappeti vellutati di synth e  praterie sconfinate dove far decollare assoli di chitarra in congiunzione astrale con spericolate evoluzioni del basso, magie in movimento. Un mondo onirico che si ritrova oggi nei beat hip hop tanto cari a Raimondi. La musica come protagonista assoluta, non fredda compartecipe. E fin qui ci siamo.

Ma l’operazione di Loris non si è fermata a questo. Dalla sua casa di Goldau, seduto sulla sua poltrona di lavoro dove spende notti e notti è riuscito in una magia: coinvolgere i suoi artisti preferiti nel progetto. Un’avventurosa e meticolosa ricerca durata un paio d’anni, senza mai cedere un solo minuto. Conosciuti a un concerto da spettatore o attraverso occasioni fortunate via mail, ha inviato a tutti le basi del suo progetto chiedendo di lasciare il loro apporto esattamente dove lui aveva previsto ci fosse. Ecco il perché dei vari chitarristi, bassisti, pianisti e di un armonicista, Giuseppe Milici, messo insieme al bassista Gary Willis, due generazioni, due mondi distanti che hanno trovato una sintesi in The First Emotion 273. O come, in No One Dies Forever, brano che chiude il disco, dove Mike Stern alla chitarra, Alfredo Paixão al basso e Kevin Field al piano riescono a produrre una vera magia. Loris come un direttore d’orchestra, anzi, lui specifica, come un «allenatore di calcio!», ha messo in campo i suoi campioni giocando una finale di coppa del mondo…

È un racconto che vale la pena di leggere. Mettetevi comodi…

Un disco davvero interessante, per la qualità musicale ma anche anche per i musicisti che vi hanno partecipato. Fabrizio Sotti l’avevo intervistato un paio d’anni fa…
«Proprio Fabrizio mi ha dato una grande spinta. Mi ha fatto capire che, se hai la passione e la pazienza, arrivi dove vuoi, non importa quando!».

Lo conosci da molto?
«Come artista sì, lo ascoltavo da tempo. Per questo l’ho contattato spiegandogli il progetto. Mi ha chiesto di inviargli alcune demo. Dopo avermi studiato per bene ha aderito al progetto con entusiasmo. Con lui oggi è nata un’amicizia, ci sentiamo tutte le settimane. Abbiamo scoperto di avere passioni musicali in comune, come l’hip hop…».

Raccontami di te e del tuo amore incondizionato per la musica…
«Sono nato nel 1973. Da bambino, fino a sette anni circa, sono rimasto in Italia con i miei nonni, mi sento abruzzese (la mamma lo è), mentre papà è lucano. Poi ho raggiunto i miei genitori in Svizzera dove erano emigrati per lavoro. Ho resettato tutto quello che avevo imparato in Italia e ho iniziato a frequentare le scuole, la mia lingua madre è diventata il tedesco, anche se l’italiano lo parlo, non benisssimo, da uno che non l’ha studiato! Mi ricordo che da bambino, in Abruzzo, passavo le ore ad ascoltare musica su un mangiadischi, seduto in strada. In Svizzera, mio fratello di cinque anni più vecchio di me, anche lui appassionato di musica, aveva ricevuto una chitarra elettrica in dono da un insegnante, un rockettaro. Lui non sapeva come suonarla e nemmeno io…».

I tuoi genitori si erano resi conto del vostro amore per la musica?
«In casa c’erano delle priorità: i miei erano emigrati con il solo pensiero di lavorare, risparmiare, costruire una casa, darci un futuro, dunque non hanno capito davvero la nostra passione. Così, ci siamo arrangiati iniziando a mixare con vinili e cassette gli artisti che ascoltavamo, Matt Bianco, Shade, Bronski Beat, Depeche Mode. Da bambino e adolescente vivevo di calcio e musica. Sentivo, forte, il desiderio di creare qualcosa ma mi rendevo conto che non avevo nessuna possibilità, perché di musica non sapevo nulla. Sono andato avanti così per anni».

Poi cos’è successo?
«A fine anni Ottanta, dopo la morte di mio fratello (aveva 17 anni quando se ne andò), in Italia su Raidue una sera a D.O.C. Club, il programma presentato da Renzo Arbore, Gegè Telesforo e Monica Nannini, sono rimasto letteralmente colpito da Toots Thielemans con la sua armonica a bocca, in quartetto con Bruno Castellucci alla batteria, Michel Herr al piano Fender e Michel Hatzigeorgiou al basso. Che musica pazzesca, meravigliosa! Ho, dunque, deciso di ampliare i miei ascolti e dedicarmi alla scoperta del jazz iniziando con Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Billie Holiday, il Modern Jazz Quartet. All’inizio ho fatto fatica a capire, ma poi, quando trovi il codice per ascoltare, vai avanti. Quindi, sono passato al jazz rock: Mike Stern, mi faceva impazzire».

Quindi hai deciso di studiare musica?
«Una volta finiti i miei studi di tipografo, avrei voluto dedicarmi alla chitarra jazz, ma papà mi disse: “Loris, con la musica non si guadagna, devi lavorare, fare quello per cui hai studiato”. Così, per aiutare papà ho lasciato perdere, ma per sopperire a questo desiderio, ho cercato di fare musica arrangiandomi: poco per volta mi sono comprato il materiale necessario, qualche drum machine…  Nei primi anni Duemila sono riuscito a produrre dei release per i miei MC fino a quando non m’è venuta la crisi di mezza età e ho deciso che dovevo fare i conti con la musica e la mia vita».

Come?
«Facendo un disco!».

Dunque l’album raccoglie tutto quello che è stato il tuo percorso artistico e di vita? Paura d’invecchiare?
«No, è nato tutto con il Covid: a casa in quarantena correvo sul tapis roulant, di fronte, appeso alla parete, fissavo un quadro di Jon Van Zyle, raffigurante tre lupi in un paesaggio invernale dell’Alaska, vicino a una casa riscaldata. L’artista l’aveva chiamato Passing Through. Ho iniziato a pensare alla mia vita. Cosa mi rimane di tutto quello che ho fatto finora?, riflettevo. La musica mi ha sempre aiutato nei momenti belli e tristi, lo ha fatto anche quando è morto mio fratello… mi passavano per la testa tante emozioni che, in qualche modo volevo mettere insieme. Così è nata l’idea di racchiudere in un disco tutto quello che avevo vissuto, chiedendo l’aiuto ai musicisti che  erano una parte di me perché li ascoltavo da anni».

Come hai contattato Mike Stern?
«(ride, ndr). L’ho visto nel 2017 a Zurigo in concerto. Con lui suonava il bassista Tom Kennedy. Mike Stern era una leggenda, Tom Kennedy, invece, non l’avevo mai visto suonare dal vivo. Non sono riuscito a staccargli occhi di dosso. Pensavo: “Ma come cavolo può suonare in quel modo, fare cose così incredibili e stare sul palco con una faccia così tranquilla, serena, come se non fosse lui lì, al basso». Volevo a tutti i costi che Tom partecipasse al mio lavoro, Mike per me era irraggiungibile. Quando sono riuscito a coinvolgere Tom inviandogli il materiale, vista la confidenza, gli ho chiesto: “Tom, che chance ci sono di coinvolgere nel progetto anche Mike Stern?”. La sua risposta è stata una mail con l’indirizzo di posta elettronica di Stern. Non c’era scritto nient’altro!”».

Così non ti è rimasto che scrivere al mitico chitarrista…
«Esatto, una mail in cui mi presentavo, spiegavo il progetto e chi stava partecipando, con allegate le demo. Sono andato a dormire. All’una e mezza del mattino mi vibra il cellulare. Era un messaggio di Stern che iniziava così: Hi Loris I would love to do this! Mi spiegava che aveva bisogno di un ingegnere per fare il tutto, più altre cose tecniche. La notte successiva alle due mi suona il cellulare: era lui. Non ho avuto il coraggio di prendere la telefonata, sono andato in ansia. Mi sono dato del deficiente, gli ho inviato subito un messaggio e lui mi ha richiamato immediatamente. Voleva sapere come creavo i beat, gli interessava molto, gli ho parlato del brano No One Dies Forever, raccontandogli che era dedicato a mio fratello ma che voleva essere anche un messaggio di speranza, doveva celebrare la vita. Mi ha mandato un assolo da brividi».

Con quale criterio hai messo insieme i musicisti?
«Sono andato in base all’emozione che volevo comunicare. Li ho disposti come un allenatore di calcio. Dentro c’è anche il pianista Kevin Field, mi sono innamorato di un suo album Soundtology, del 2020 dove suonavano Nir Felder e Mike Moreno. Bellissimo, ogni brano è un capolavoro. È interessante far uscire, soprattutto i jazzisti, dal loro mondo, stanarli. È difficile per loro stare su quei beat molto hip hop. In After All There’s A Star, Mike Stern mi ha chiamato chiedendomi se la sua chitarra mi fosse piaciuta, altrimenti cambiava… Mettere Giuseppe Milici e Gary Willis insieme in The First Emotion 273 è stata una pazzia. Ma la sfida è proprio questa. E tutti i musicisti hanno capito le mie intenzioni e apprezzato il lavoro».

Componi usando vari strumenti?
«Sì ho sintetizzatori, chitarre…».

Quindi hai imparato a suonare?
«Non so suonare, non so leggere la musica, mi arrangio, parto dagli accordi, imbastisco la melodia, faccio le progressioni, creo gli arrangiamenti. Ma solo perché li ho tutti in testa non perché abbia studiato.  Quello che so fare è creare musica. Mi succede, forse, per la passione che ho coltivato fin da bambino. Così, prendo la chitarra o la tastiera e penso a cosa voglio comunicare. Poi butto delle base line, sintetizzatori o plug in, e compongo. In questo caso ho inviato il tutto agli artisti dicendo: tu intervieni qui, tu fai questo assolo, cercando di trasmettere quelle determinate sensazioni. Così è successo con Fabrizio Sotti, ma anche con Nir Felder, e con tutti gli altri».

Nessuno ti ha mandato a quel paese! Vuol dire che il progetto era interessante. Una curiosità, Felder lo conoscevi già?
«No, a Zurigo avevo invece conosciuto Massimo Biolcati durante il concerto dei Gilfema, il trio di Loueke, e siamo diventati amici. Con la famiglia sono andato a trovarlo a New York e lui mi ha invitato la sera ad ascoltare un suo concerto: suonava con Nir Felder. A Nir allora feci solo i complimenti… Poi ci siamo scritti, ha giudicato positivamente il mio progetto, ma essendo sempre occupatissimo, è stato difficile, i tempi si sono dilatati, comunque ha voluto esserci. Quella sera al concerto incontrai anche Matthew Garrison (il bassista americano che suonò con Pino Daniele, ndr). Mi avvicinai, gli feci i miei complimenti in inglese e lui mi rispose in italiano con un accento romanesco, ma perché me parli in inglese, Parliamo italiano, dai! Poi scoprì, dal braccialetto che portavo, che ero come lui un tifoso della Roma… finimmo la serata a bere chiacchierare di calcio, musica, Pino Daniele…».

Torniamo a Passing Through Emotions: l’hai mixato tutto tu?
«Sì è stata un’altra grande sfida. In alcuni brani mi ha aiutato Alfredo Paixão. Alfredo è una persona pazzesca, è talmente diretto… Mi ero appassionato a un suo album, Iris. Parlando del disco gli dissi che era un gran bel lavoro, almeno per me, anche se non ero al suo livello musicale. Mi rispose: “se hai capito quello che volevo trasmettere, allora siamo allo stesso livello!”».

Tutto fatto da casa tua?
«Sì, incredibile vero?»

Quanto tempo hai impiegato?
«Quasi due anni, perché non vivo di musica. Ho passato tante notti insonni, a lavorare».

Cosa ti aspetti dall’album?
«Premetto: voglio fare musica fino all’ultimo giorno della mia vita. Ho un’opportunità di farla anche attraverso BeatClub, sito che gestisce la produzione di beat in tutto il mondo. Sono entrato da poco come member, bella opportunità. Sto lavorando da un anno con Fabrizio Sotti per produzioni hip hop negli States. Questo disco è il mio manifesto, come intendo la musica, il mio biglietto da visita».

La tua famiglia cosa dice?
«I miei genitori hanno cominciato a capire che non era uno scherzo, quando hanno visto che mi chiamavano per interviste, interventi, ecc. Mia moglie mi ha sempre sostenuto, stiamo insieme da ragazzini, sono contenti».

E al lavoro?
«Sono nel mondo della grafica, hanno capito che è una faccenda seria per me, così il mio capo mi permette di prendere qualche giornata libera in più per dedicarmi alla musica».