Riflessione su musica e videoclip: una coperta di Linus o un… booster?

Musica e video godono di un rapporto privilegiato. Entrambi trasmettono segnali, emozioni, raccontano storie. Di questa relazione passionale il business della musica se n’è accorto già da molti anni e ci è andato giù determinato. Ci siamo abituati ai videoclip, non esistono praticamente brani senza una storia filmata. La mia riflessione di oggi, vuol essere una provocazione.

All’inizio erano gli stessi musicisti ad apparire cantando, suonando in playback, poi, via via, con una dicotomia sempre più evidente, il video è diventato altro, una storia a sé, raramente piccoli gioielli da cineteca, il più delle volte brevi sceneggiature sul significato del brano, altre, animazioni oniriche, altre ancora, invece, riempitivi ad… “arnese” buffo.

Ve ne sto parlando perché, ultimamente, forse effetto della pandemia e del modo di vivere adottato in questi due anni, mi stanno arrivando sempre più richieste di recensioni di lavori ma con un accento virato non tanto sulla qualità musicale, quanto sulla bellezza o il significato del video allegato al brano. Normalmente si tratta di “singoli”, ne stanno uscendo a palate, corredati di questa o quella clip, realizzata da questo o quel videomaker…

La domanda che mi faccio ogni volta che apro la mia casella di posta è la seguente: ma se in una nuova produzione è più importante il video piuttosto che il brano che l’artista presenta, due son le cose, o il filmato è più bello, innovativo, interessante del brano, oppure l’artista ha bisogno di un booster (in questo caso la clip) per essere “ascoltato”… Comunque: perché uno che si occupa di musica deve parlare di cinema?

Non voglio apparire saccente, non è proprio il mio caso, anzi, se c’è uno che si pone mille domande prima di consigliare un disco o un ascolto quello sono io, ma registro che, ormai da troppi anni, ci sia un problema nella musica proposta.

Con fatica sto cercando di mostrarvi un livello musicale, soprattutto nel nostro Paese, alto. Musicisti che non hanno necessità di un “aiutino” visivo per fare breccia su chi ascolta. Anzi, un video sarebbe come togliere fantasia ed emozioni al brano che si sta ascoltando. La bellezza della musica sta proprio nel far sì che l’ascoltatore la interiorizzi, la faccia propria secondo le emozioni che le note in quella determinata sequenza vengono recepite da ognuno di noi. La musica è per tutti ma è anche un affare maledettamente personale.

Sono arrivato a questa conclusione: un video non si nega mai alle super rock/pop/rap/trap/star, che possono permettersi investimenti importanti. Ma un video non si nega nemmeno a chi, qualunque genere esso si dedichi, ha poca sostanza, ha un sapere musicale magari appiccicaticcio… le immagini risultano, più che una storia, un’ulteriore “alterazione di sensazioni” che servono a spingere la canzone.

La buona musica c’è, eccome se c’è! Basta saperla cercare al di là dei cotillon che vengono serviti tutti i giorni. Andare alla sostanza dell’emozione è uno dei miei obiettivi del 2022. Spero di condividere con voi questa sensazione.

Chiudo ricordandovi che nel prossimo post di venerdì vi parlerò di Worldmusic in Italia, più precisamente, in Abruzzo! A presto…

popOFF: Zecchino d’Oro e jazz. Intervista a Cristina Zavalloni

Quarantaquattro gatti
In fila per sei col resto di due
Si unirono compatti
In fila per sei col resto di due…

Sfido chiunque a non averla cantata almeno una volta nella vita. Quarantaquattro Gatti del modenese Pippo Casarini (anno domini 1968) è una della dodici canzoni scelte tra i grandi successi dello Zecchino d’Oro, pubblicate in un album dal titolo popOFF, in versione jazz, da Paolo Fesu, Cristina Zavalloni, Cristiano Arcelli, Dino Rubino, Marco Bardoscia e il Quartetto Alborada per la Tŭk Music (etichetta dello stesso Fresu), nel catalogo “Kids”.

Un’idea brillante e unica, le canzoni per bimbi trasformate in musica dotta per un pubblico adulto, ma anche un modo per far conoscere ai più piccoli la bellezza della fantasia, della composizione e dell’improvvisazione, ovvero di ciò che la musica ha di più caro e sacro.

Non un’operazione furba, mettiamolo subito in chiaro, piuttosto una delle tante genialità del musicista sardo che, proprio per questo, si conferma uno degli artisti più creativi degli ultimi anni. Sarà che condivido con Fresu lo stesso anno di nascita, il 1961, a dirla tutta lui è qualche mese più anziano di me! – sarà che lo Zecchino d’Oro è stato uno dei momenti formativi della nostra fanciullezza, sarà che porto rispetto e ascolto tutta la musica e che adoro il jazz, sta di fatto che riascoltare brani che avevo chiuso nel baule dei ricordi nella soffitta della mia mente, riproposti con un’esplosione dinamica e fantastica da jazzisti internazionali di prima fila mi ha galvanizzato, stimolando la curiosità di ascoltare questo lavoro per capire come Lettera a Pinocchio o il Valzer del Moscerino o Popoff, potessero ritornare con una partitura fedele nella struttura ma con la libertà di reinterpretazioni e improvvisazioni.

Non a caso, all’interno del Cd è riportata una frase di Claudio Abbado: «Non si deve insegnare la musica ai bambini per farli diventare grandi musicisti, ma perché imparino ad ascoltare e, di conseguenza, ad essere ascoltati». La certezza, dunque, di avere in mano un lavoro che non ha alcuna pretesa, se non quello di omaggiare la musica nel suo insieme, dare il giusto valore anche a una canzone scritta per fanciulli dai quattro anni in su. Sulla stessa onda, la cover e le illustrazioni dei testi delle canzoni, frutto dell’opera di Lorenzo Mattotti.

Scrive Fresu: «Quando ho pensato a un progetto musicale che fosse il racconto di Bologna, il mio pensiero è andato immediatamente alle canzoni dello Zecchino d’Oro. Perché le ho ascoltate da bambino e perché rappresentano la città che mi ha accolto e che mi ha offerto l’opportunità di occuparmi di infanzia contribuendo a sviluppare e rafforzare l’importante messaggio della musica nella scuola e nella società».

Anche la voce per interpretare questi brani è stata scelta con cura. Ancora il musicista sardo: «popOFF doveva necessariamente trovare un canto che fosse adulto ma che, nel medesimo tempo, conoscesse la lievità e la maternità. Ancora una volta la mente è andata all’unica artista capace di incarnare questo doppio ruolo…».

Cristina Zavalloni – Foto Marcella Fierro

Lei è Cristina Zavalloni, classe 1973, figlia di Paolo Zavalloni (aka Zavallone), l’uomo, il musicista, che per anni è stato l’anima dello Zecchino d’Oro, da direttore artistico dell’Antoniano (1989-2003). L’ho contattata perché mi raccontasse il suo approccio e la sua esperienza in un lavoro che l’ha coinvolta non solo professionalmente ma anche – e soprattutto – emozionalmente. A proposito: questa sera, lunedì 25 ottobre, Cristina Zavallone sarà in Sala Grande al Teatro Parenti di Milano assieme al pianista Andrea Rebaudengo e al mitico clarinettista Gabriele Mirabassi per un excursus in musica da John Dowland a Frescobaldi, da Gershwin ad Ellington, ai Beatles, fino ai brasiliani Pixinguinha ed Egberto Gismonti. Vivamente raccomandato, io ci sarò!

Le canzoni dello Zecchino in chiave jazz, una gran bella trovata…
«È di Paolo (Fresu, ndr), l’ha avuta lui, mannaggia, come mai non ci ho pensato io? Sto scherzando, ovviamente! Con Paolo ci conosciamo da anni, abbiamo lavorato molto insieme. L’intenzione me l’ha comunicata con un po’ di pudore, facendo leva su due fattori per me importanti, la genitorialità e la mia storia familiare. Ho accettato subito con un entusiasmo liberatorio. Perché lo Zecchino d’Oro e quei brani sono una parte importante della mia vita. Ho una figlia di sette anni che conosce a memoria le canzoni dello Zecchino e un padre che è stato uno degli artefici del festival bolognese».

Hai cantato anche tu allo Zecchino d’Oro?
«No, perché quando mio papà ha deciso di mettere radici a Bologna, città di mia mamma, dopo aver girato per il suo lavoro di musicista ovunque, sono arrivata nel capoluogo emiliano che ero quasi un’adolescente, quindi fuori target Zecchino! Anche se non ero nuova ai palchi e alle trasmissioni televisive: cantavo da quando ero piccola nei programmi di papà, per me, bambina, era un gioco (facevo TipTap su Rai 2 nei primi anni Ottanta). A Bologna mi sono ritrovata solista con le Verdi Note, il coro composto da ex bimbi del Piccolo Coro di Mariele Ventre…».

Cristina Zavalloni – Foto Barbara Rigon

La proposta di Fresu a distanza di anni è stata quanto mai indovinata!
«Paolo mi ha regalato la possibilità di chiudere un cerchio che unisce tre generazioni: mio papà, me, bambina, e mia figlia. Finalmente mi sono potuta togliere, con un codice diverso, jazzistico in questo caso, la soddisfazione di cantare lo Zecchino d’Oro!».

popOFF è un disco raffinato e tu lo hai interpretato cambiando il modo di cantare a seconda delle canzoni…
«Dici? Mi fa sempre molto sorridere questa osservazione. Non sei il primo ad avermela fatta. Me l’ha detto anche il mio compagno! Ero convinta di aver trovato un suono nella mia testa e di seguirlo per tutti i brani. Invece ho capito che il miglior modo per interpretare un brano non è tanto la ricerca quanto ciò che hai intorno, i musicisti, l’ambiente, le sensazioni. Per prepararmi, ad esempio, ho ascoltato molto Johnny Dorelli…».

Ne La Giostra del Carillon (1963) peraltro straordinaria, sembri un’artista degli anni Cinquanta. Per impostazione della voce mi ricordavi qualcuna… poi ho capito chi, Elizeth Cardoso…
«Sono innamorata di Elizeth Cardoso, l’ascolto spesso, è una delle mie artiste preferite. È vero, la sua voce squillante, il suo modo di cantare… Popoff (1967), ad esempio, ricorda tanto Prokofiev nella sua aria lirica, mentre Il Pinguino Belisario (2011) mi riporta alla mente, nel suo andare di marcia, A Banda di Chico Buarque…».

Nel disco c’è molta improvvisazione?
«Come principio generale la stesura doveva essere fedele all’originale. Questo era il punto di partenza. L’approccio di ciascun brano è stato poi deciso in tempo reale in sala d’incisione. L’atteggiamento è jazzistico: tra di noi bastano due segni e ci si intende. Ci sono gli arrangiamenti scritti e le parti lasciate all’interpretazione di ogni musicista. Il disco lo abbiamo registrato in tre giorni, nel marzo scorso. Mezza giornata ce la siamo presa per correggere alcune imperfezioni o rivedere certe parti».

Cosa vi aspettate da popOFF?
«Penso di poter parlare a nome di tutti: non ci aspettiamo niente. Non fraintendermi, non voglio peccare di superbia, ma abbiamo raggiunto un’età dove possiamo prenderci il gusto di fare quello che ci piace. In realtà il disco, uscito a fine settembre, sta avendo un enorme interesse a livello di booking, stampa, richiesta di concerti. Un’attenzione maggiore di quella che ci aspettavamo, ed è quello che conta di più».

Avete idea, dunque, di farne una serie di concerti?
«Non abbiamo l’idea, lo abbiamo già deciso! Garantiamo di farne uno spettacolo che stiamo già preparando e che porteremo al pubblico nel 2022!».

Voglio finire con una dichiarazione d’amore, presa sempre dal libretto incluso nel Cd. È di Paolo Zavalloni rivolta alla figlia. Lui è ancora in forma, con i suoi 89 anni portati con la voglia e l’entusiasmo di suonare e comporre ancora. «Ha scritto un pezzo per Natale», mi conferma Cristina. Eccola: «Cara Cris, riuscire, attraverso le note, a farsi capire dagli altri non è cosa da poco e noi, in casa, lo sappiamo bene. In questo disco ti sei vestita di semplicità e hai reso brani come Popoff, Lettera a Pinocchio o Volevo un Gatto Nero (per citarne alcuni), unici».

Musica, significati e qualche riflessione sulle bandiere…

Quello che mi stupisce sempre dell’America, intesa come Stati Uniti, è che c’è sempre una fiammella accesa anche nei momenti più bui. E che da quella fiammella possono nascere luci, progetti, futuro. Mi ha colpito molto una serie di idee, opinioni, proposte, che il quotidiano The New York Times ha riassunto in Snap out of it, America! (tradotto, un lapidario Reagisci, America!). Nell’ultima “puntata”, a corollario dei tanti interventi che hanno coinvolto la modernizzazione del Paese, la Costituzione, la politica, la democrazia, l’educazione, l’economia, c’è stata una riflessione che ho trovato illuminante: rivedere in forma artistica e provocatoria la famosa bandiera a stelle e strisce.

Dargli nuovi significati, scomponendone i simboli. L’intento? Un Paese che accetta di rivedere il massimo dei suoi simboli, è un Paese senza paure. Potete andare a vedere tutto ciò sulla pagina dedicata del quotidianoPer restare al gioco del NYT, possiamo cimentarci nel paragone di alcune tra le bandiere rivisitate con altrettanti musicisti, non necessariamente americani, perché il gioco del re-immaginare nuovi vessilli vale ovunque.

La bandiera americana vista dallo studio 2X4

Alla “flag” diventata nebulosa, dello studio grafico 2×4, dove tutti i simboli e i colori sono talmente sfuocati da non percepirli più nel loro giusto posizionamento e significato, ho pensato di collegare Christian Scott aTunde Adjuah e la sua X. Adjuah (I owns the night), tratta dall’interessante Axiom (live) uscito lo scorso anno di cui vi ho già parlato qui, dove il musicista sovrappone stili e ritmi a significare l’esistenza di un’America multiculturale nella quale tutte le culture dovrebbero avere lo stesso valore e forza comunicativa.

La bandiera molto concettuale di Andrew Kuo, artista che usa il colore come arma di denuncia, fa pensare a un brano famoso di Bob Marley, Buffalo Soldier, ricordate, pubblicato come singolo e quindi nella raccolta Confrontation del 1983? Buffalo Soldier, Dreadlock Rasta/ There was a Buffalo Soldier/ In the heart of America/ Stolen from Africa, brought to America/ Fighting on arrival, fighting for survival…

Invece, quella super grafica e precisina di Natasha Jen, Michelle Ando e Veronica Höglund, di Pentagram Design, nella quale le stelle sono allineate e incastonate, una a una, nel blu, come soldatini, separate dalle strisce rosse, richiama la metrica rigorosa di un batterista prog. Per rimanere sugli ultimi dischi usciti, alla bravura dell’inglese Craig Blundell che assieme al bassista Nick Beggs e al tastierista americano Adam Holzman compongono i Trifecta, qui Auntie.

E ancora, l’intuizione di rendere la Old Glory monocroma di Na Kim, a significare che il mitico sogno americano s’è ingrigito nel tempo, rimanendo senza colore e infeltrito, mi fa venire in mente che il primo ad accorgersi della caduta dell’American Dream è stato Bruce Springsteen ben 46 anni fa, quando se ne uscì con il leggendario Born To Run.

Finisco con l’artista visuale Hank Willis Thomas: ha creato una vibrante bandiera del “vorrei” battezzata Lift Every Voice and Sing, dove la speranza di un mondo aperto e inclusivo non vuole morire, fa ricordare un disco uscito 50 anni fa, un grande disco, What’s Going On di Marvin Gaye, con l’omonimo brano: Mother, mother/ Everybody thinks we’re wrong/ Oh, but who are they to judge us/ Simply ‘cause our hair is long/ Oh, you know we’ve got to find a way/ To bring some understanding here today.

Vi invito a cercare altri artisti e a guardare questi brillanti progetti. Stuzzicare memoria e intelligenza è un gran bell’esercizio. Condivideteli con me, ne sarei felice!

Rolling Stone, le classifiche e una riflessione…

Il 15 settembre Rolling Stone USA ha pubblicato la sua colonna sonora più dirimente e attesa: le 500 canzoni più belle di tutti i tempi. Il magazine, ormai ex-bibbia del rock, ha voluto pubblicare, a quasi vent’anni di distanza dalla prima edizione, una nuova revisione.

Le classifiche a cui RS ci ha assuefatto sono una buona lettura dei tempi e di quello che significa la musica, mainstream e alternativa, dagli anni Trenta del secolo scorso a oggi. Le 500 canzoni sono la summa di tutto questo, anche perché, la prima “RS hit parade”, come ben ricordano dallo stesso magazine, era del 2004, quando Billie Eilish aveva appena tre anni. A partecipare al sondaggio per decidere i brani più belli di sempre, sono stati chiamati oltre 250 tra artisti, musicisti, produttori, discografici che ne hanno selezionati, ciascuno, 50, per un totale di 4mila brani.

Con questo ampio e democratico parterre si presume sia uscita uscita una fotografia piuttosto nitida e ben incisa della storia della musica occidentale, soprattutto americana e inglese. 

Quello che più salta all’occhio è che di brani “dirimenti” dall’inizio del Terzo Millennio ne sono stati selezionati pochi, appena una settantina, per lo più provenienti dalle correnti mainstream, un pop facile e ben codificato e un rap che s’è liberato dalle origini e naviga tra bit raramente innovativi e un conformismo testuale presentato come anticonformismo. Di contro, troviamo, monolitici, i 250 e passa brani compresi nel periodo Sessanta e Settanta e i 142 scelti negli anni Ottanta e Novanta, oltre a poche decine che arrivano tra il 1930 e il 1950.

Di artisti ce ne sono tanti – anche se, per esempio, non si vedono tracce del periodo prog inglese, King Crimson, Genesis, Yes, Traffic, gli Emerson, Lake & Palmer – alcuni ritornano più volte in classifica (vedi Aretha Franklin, Beatles, Rolling Stones, Pink Floyd, Prince, Bob Dylan, Lou Reed, Led Zeppelin, Bob Marley, Bruce Springsteen, David Bowie…) ma quello zoccolo duro di brani memorabili, immancabili, oserei, eterni, nati dalla seconda metà degli anni ’60 alla fine dei Settanta sono la riprova, se mai fosse stato necessario, di quanto le esperienze musicali, sociali, politiche di quegli anni abbiano generato una svolta epocale nelle arti, e soprattutto nella musica, a cui tutti, ancora oggi si rifanno a piene mani. Una rivoluzione che dobbiamo ancora vivere in questo nuovo millennio.

E, dunque, non può suonare strano se  il miglior brano di tutti i tempi sia stato scritto da Otis Redding e pubblicato nel 1967 dalla grande Aretha Franklin. Sto parlando di Respect, una delle canzoni più suonate di sempre. Il secondo posto se lo sono aggiudicato i Public Enemy con Fight the Power (1989), mentre il terzo e quarto appartengono rispettivamente a Sam Cooke, uno dei principali esponenti della soul music degli esordi, con A Change Is Gonna Come (1964) e l’eterno Bob Dylan con la sua altrettanto immortale Like a Rolling Stone (1965). Al quinto ci sono i Nirvana con Smells Like Teen Spirit del 1991, e via via Marvin Gaye con What’s Going On (1971), The Beatles con Strawberry Fields Forever (1967), il rap di Missy Elliott, Get Ur Freak On (2001), i Fleetwood Mac e la loro splendida Dreams (1977), e gli Outkast con Hey Ya! (2003)…

Il resto della classifica, numeri alla mano, rispecchia la prima decina. Ne deriva che, nell’esperimento musicale (e, a questo punto, anche sociale) di RS in novant’anni di musiche selezionate, il nocciolo importante, salvo rare eccezioni, rimane chiuso in poco più di trent’anni. Quei trent’anni che hanno visto rock, punk, soul, funk, jazz, nascere e rinascere, reinventarsi, crescere, svilupparsi, contaminarsi, classicismo e sperimentazione a ciclo continuo, effervescenza di note, idee, pulsioni.

In attesa di una rumorosa, spettacolare, necessaria rivoluzione epocale – che sinceramente non vedo – vale la pena rimettersi all’ascolto di quella Musica. Per rivangare ricordi, quelli delle generazioni vicino alla mia, per imparare un po’ di background le nuove leve del Duemila.

Ritornano i Buena Vista Social Club!

Non so voi, ma quando uscì il disco Buena Vista Social Club, opera prima dei Buena Vista Social Club, 25 anni fa, Compay Segundo e la sua nutrita band mi mandarono in tilt. Alcuni tra i più distinti, quotati e vecchi musicisti degli anni Quaranta e Cinquanta, quelli che cantavano nelle case della Trova dell’isola caraibica, ritornavano alla ribalta grazie a quel raffinato cercatore d’oro, musicista e produttore che porta il nome di Ry Cooder, a Nick Gold, patron dell’etichetta inglese World Circuit e al maestro cubano Juan de Marco Gonzáles che diventò il direttore d’orchestra della mitica band. Era il 16 marzo del 1996. Tre anni più tardi ci pensò Wim Wenders a raccontare in un docufilm meraviglioso, la magica storia dei Buena Vista, sempre con la direzione musicale di Ry Cooder. 

Il prossimo 17 settembre uscirà un’edizione in cofanetto, via World Circuit, ribattezzata Buena Vista Social Club’s 25th Anniversary Editions (in più versioni, 2LP + 2CD Deluxe Book Pack, 2CD Casebook, 2LP Vinile Gatefold e Digitale), per ricordare la registrazione di quell’album storico che fece amare la musica cubana tradizionale a chi non l’aveva mai ascoltata, avvenuta negli studi EGREM/Areito de La Habana. Alcuni giorni fa è stato messo all’ascolto La Pluma, terzo brano inedito non contenuto nell’album originale, ma registrato sempre in quella storica sessione, che potete ascoltare qui, oltre a Saludo Compay e Vicenta. Per stare sempre sulle news “tecniche”, l’album originale è stato rimasterizzato dal settantasettenne ingegnere del suono americano Bernie Grundman, un nome assoluto nel suo campo, vincitore anche di un Grammy.

Al di là della notizia che ha risvegliato la voglia di riascoltarmi brani diventati mitici, come Chan Chan composto da Compay Segundo nel 1984 – De Alto Cedro voy para Marcané/ Llego a Cueto, voy para Mayarí – il cui incedere quasi solenne è stato la porta d’accesso al mondo magico dei Buena Vista Social Club, ne approfitto per fare alcune considerazioni. C’è una musica, il son cubano tradizionale, che grazie a questi superbi musicisti, è stato tramandato e ha trovato nuovo vigore. Vale la pena ricordare che Compay Segundo, morto a 96 anni nel 2003, Ibrahim Ferrer, frontman per una quarantina d’anni dei Los Bocucos, la cui voce tra il metallico e il falsetto è inconfondibile, andatosene il giorno del mio compleanno, il 6 agosto (del 2005) a 78 anni, Rubén González, pianista eccezionale, re del mambo e del cha cha cha e jazzista di talento, nato a Santa Clara e spentosi a 84 anni nella capitale cubana pochi mesi dopo Compay, oltre a essere stati il motore dei Buena Vista, erano musicisti veri, tutta gente di un pezzo, forgiata dal Son, che ebbe fama e successo ma che poi, poco a poco, uscì dalla scena, in silenzio, seppur continuando a comporre (Compay) o lasciando proprio la professione di una vita (Gonzáles). Anziani, hanno avuto il meritato successo internazionale. 

Frame dal video di Susan Titelman che contiene filmati tratti dalle session dell’Avana del 1996

Il resto della band s’è esibito fino al 2016, quando il 14 e il 15 maggio di quell’anno tennero gli ultimi due concerti al Teatro Carl Marx de La Habana. Tra loro c’era (e c’è ancora! Ha 90 anni) Omara Portuondo, grande interprete del Son Cubano, il settantacinquenne chitarrista Eliades Ochoa, i trombonisti Jesús Aguaje Ramos e Luis Manuel Guajiro Mirabal, Barbarito Torres suonatore di laud, il liuto cubano a 12 corde, re del della guajira.

Lo stupefacente di questi simpatici “vecchietti” è che, seppure inconsapevolmente, hanno cambiato la faccia di Cuba. Nel loro “piccolo” hanno fatto più di tanti tavoli diplomatici. Nel 2015 – mi sarebbe piaciuto sapere cosa avrebbe commentato Compay Segundo – sono stati ricevuti e hanno tenuto un concerto alla Casa Bianca davanti al presidente Obama, primi cubani a mettere piede dopo la rivolución nel simbolo del potere Occidentale. Obama quella sera si divertì, cantò con loro, rimase a bocca aperta dalla qualità dello show. 

Uno stupore che ancora oggi, dopo averli visti decine di volte nel film di Wenders, e ascoltati centinaia di volte (sono nella mia lista dei preferiti) mi ritrovo a provare ancora e ancora…

Ci sono note che ti entrano nel cuore e non se ne vogliono proprio andare. Note semplici, note che sanno di nostalgia e amore, note che creano un qualcosa di magico ed eterno. Lo comprerò il Buena Vista Social Club’s 25th Anniversary Editions, perché è un omaggio ulteriore alla grandezza di musicisti semplici, persone che sono cresciute e hanno incarnato il potere della musica tradizionale, credendoci e avendo avuto la fortuna (ma si sarà trattato solo di fortuna?) di ritrovarsi nel momento giusto insieme. A celebrare la bellezza di Cuba e della sua arte. 

Rock, mostri sacri e il tempo che passa

La notizia l’ho letta ieri sera su Rolling Stone America: Rod Stewart, Kenney Jones e Ron Wood incideranno ancora come Faces, band che nacque nel 1969 e che vide, nel corso degli anni, anche la partecipazione di Mick Hucknall, il rosso dei Simply Red. Qualcuno ricorderà di sicuro l’album e l’omonima canzone Ooh La La del 1973. In quest’occasione Ron Wood ha annunciato anche nuove uscite con i Rolling Stones: con Jagger sta lavorando a tracce inedite per il quarantesimo dell’album Tattoo You che uscirà prossimamente in un cofanetto celebrativo.

Sempre sulla home del sito del magazine americano questa mattina si parla del concerto in streaming di Bob Dylan di domenica scorsa, Shadow Kingdom. Primo show del menestrello ottantenne via etere, fatto che ha destato non pochi dubbi se sia stato davvero stato suonato dal vivo o in playback, sui brani, molti di questi, riproposti dall’artista dopo anni che non li eseguiva più dal vivo ad esempio, What Was It You Wanted?, suonato l’ultima volta nel 1995, e anche sul perché non si sia esibito con la sua classica band e non abbia messo in scaletta alcun brano tratto da Rough and Rowdy Way, suo ultimo lavoro.

Stiamo parlando, come avrete capito, di mostri sacri, del Rock, tutta gente che ormai ha superato i settanta. Gente che continua a fare musica e a prendersi, giustamente, le copertine e le prime pagine dei giornali.

Ciò impone una riflessione, una domanda che ha del misterioso e del cabalistico, che riaffiora di tanto in tanto, quando le “vecchie glorie” ancora in arnese salgono di nuovo sul palco o si chiudono in sala d’incisione: ma il Rock resisterà ed esisterà fino a quando suoneranno i vari  Rolling Stones, Deep Purple, Queen (a tratti), Jimmy Page, Robert Plant, John Paul Jones, Ozzy Osbourne e via elencando?

È una annosa questione questa, che ritorna ciclicamente: il Rock, quel grande Rock, finirà con chi lo ha suonato? Neil Young cantava Rock and Roll can never die… non può finire, eppure… Vabbè, discorsi estivi, chiacchiere da fare sotto l’ombrellone o mentre ti arrampichi su per qualche sentiero in montagna. Io che ho avuto la fortuna di vivere quel grande rock continuo ad ascoltarlo con lo stesso gusto e passione di quando l’ho messo in cuffia la prima volta. Gli artisti di cui sopra sono diventati dei “classici”, siamo abituati ad averli con noi, come se il tempo non passasse mai. Esistono perché “immortali”.

Quel Rock è destinato ad andarsene con loro. Sotto il cappello Rock continuiamo ad aggiungere nuovi artisti e nuovi gruppi. Ma non si tratta di “quel rock”, non lo sarà mai. È un’altra musica, certo nata da quelle radici, interessante ma diversa. E per fortuna, visto che la musica evolve con gli impulsi sociali, la vita che cambia, il mondo che viviamo e quello che stiamo progettando. I vecchi leoni ruggiscono ancora. Approfittiamone!

Buoni ascolti a tutti…

Metal, la lingua universale del dissenso

Fernanda Lira delle Crypta – frame da Dark Night Of The Soul

Heavy metal, se preferite, solo metal. Di questo genere s’è detto tanto, le origini, andando a scorrazzare in rete, sono le più varie, a chi credere e a chi darne la paternità non è così facile. Come i sottogeneri che ha prodotto, black, folk, death, prog, punk… cui far rigorosamente seguire la parola “metal”. Nonostante il passare degli anni e l’incanutimento di band storiche, il genere non accenna a tramontare, anzi, è sempre vivo e prospero, soprattutto in termini economici.

Prendiamo i Metallica, storica band borderline tra metal e rock classico: quest’anno Hetfield & Soci festeggiano i 40 anni e lo faranno, lo hanno annunciato con un tweet due giorni fa, con due concerti speciali, due date solo per la “Metallica Family”,i loro fan iscritti ai vari fanclub del mondo (guardate qui sotto).

Chi mi ha suggerito di parlarne è un amico che vi ho già presentato qualche tempo fa, Andrea Baroni, avvocato di professione, metallaro per estrema vocazione, collezionista di dischi per famelica voracità musicale. Ho sfruttato biecamente le sue conoscenze per parlarvene. Dunque, iniziamo. Per comodità, potremmo racchiudere il metal nella grande casa del Rock, ma in realtà il genere fa vita a sé. In questo luccicare di chitarre distorte, assoli raffinati, batteria che pompa a cassa doppia, voci gutturali, borchie e cuoio, abiti da macho, rimangono celebri le mise di Rob Halford, frontman dei Judas Priest, che dopo aver dichiarato la propria omosessualità, raccontò di essersi ispirato per i suoi capi ai circoli sadomaso di Soho, che frequentava assieme a Freddy Mercury. Il metal è stato raccontato anche nel bellissimo Sound of Metal, film del 2019 dell’americano Darius Marder al suo debutto cinematografico: quest’anno s’è portato a casa due statuette (miglior sonoro e miglior montaggio).

Quello che il punk è stato negli anni Settanta e Ottanta in termini politici e sociali più che musicali lo è il metal, soprattutto in questi ultimi anni. Nato dai disagi giovanili, il «sottoproletariato bianco di Birmingham e Detroit», come suggerisce Andrea, «Unanimemente, e in larga parte non a torto, considerato rozzo, retrivo, sessista e bianco, identificato con la destra più becera e da questa indubbiamente amato, ha finito, nel 2021, per diventare il genere che forse più di ogni altro unisce masse di fan di ogni colore, senza barriere culturali, soprattutto nelle zone in cui la repressione politica e sociale accende il desiderio di dissenso». Il metal è diventato il rifugio e la ragione di protesta per molti nel mondo. Si fa metal ovunque, in Iran, Israele, Marocco, Tunisia, Mongolia, Russia, Cina, Taiwan, Hong Kong, Africa, America Latina, America del Nord ed Europa, ça va sans dire, e via viaggiando. C’è un Arabic Metal, riconosciuto ormai come sotto-genere (vedere i tunisini Myrath, band prog metal, qui Believer). Ogni band ha i suoi motivi per protestare e rappresentare il proprio malessere sociale.

I tunisini Myrath – Frame da “Believer”

Il genere musicale conta anche il primo parlamentare metallaro della storia. Mi riferisco al taiwanese Freddy Lim, frontman dei Chthonic, band che ha raggiunto la notorietà mondiale con un album del 2008, Seediq Bale. Apro una parentesi su Freddy Lim: dopo aver fondato un partito, il NPP (New Power Party), nel 2016 ha trionfato alle elezioni entrando in parlamento e restandoci per un altro mandato, iniziato nel 2020. Una spina nel fianco per il Kuomintang party, gruppo politico che vorrebbe la riannessione dell’isola alla Cina.

Freddy rappresenta quell’essenza democratica e progressista che anima i giovani taiwanesi come i movimenti di protesta di Hong Kong e del Tibet, che non a caso appoggia con forza.  I Chthonic usano la musica, innestando nel metal tanto folk e alcuni strumenti tradizionali, anche se Freddy ha imparato un più che discreto Growl – la tecnica di canto gutturale, usata soprattutto nel black e death – per parlare dei diritti LGBT, della libertà di espressione e informazione, del movimentismo. Ascoltate Banished Into Death, brano dal disco Seediq Bale.

L’onorevole Freddy Lim dei taiwanesi Chthonic

Lo stesso fanno i mongoli The Hu, strumenti tradizionali che si fondono in un metal duro e visionario. Mettetevi in cuffia The Great Chinggis Khaan, storia e tradizione rilette in chiave metallara. Vale la pena ascoltarli anche in versione acustica per rendersi conto del genere di musica che fanno quando suonano “metal free”, Shireg Shireg.

The Hu – Frame da The Great Chinggis Khaan

Altro discorso per gli iraniani Out of Nowhere (per inciso, Out of Nowhere è anche un famoso brano scritto nel 1931 da Johnny Green e suonato da numerosi musicisti, Bing Crosby, Charlie Parker, Artie Shaw, Chet Baker…) che il 23 febbraio scorso hanno rilasciato Blind Crow. Uno stile molto “occidentale” per la band metalcore persiana. La musica occidentale è bandita dal governo iraniano, la loro attività diventa una pericolosa sfida all’ennesimo regime, un modo possibile e duro di manifestare il proprio dissenso politico e sociale. C’è dell’etico nel metal al di là delle apparenze, del gotico spinto, delle lingue di fuori e degli sguardi truci, di Satana descritto e dipinto sulle cover visionarie dei dischi, e delle tombe sollevate…

Concludo con una breve riflessione sul genere musicale. Ascoltando i fraseggi, i riff delle chitarre, la possenza della sessione ritmica, le basi orchestra delle tastiere, viene da pensare più che a una provenienza Blues, tipica del Rock, a un’origine classica della musica. L’uso delle scale è, in genere, il pentatonico molto usato nelle composizioni classiche, l’imponenza del suono è sinfonica, essere un musicista metal non è come essere un musicista rock o punk. Il metal si avvicina molto al prog-rock, è musica raffinata, ha passaggi difficili, esecuzioni da “primi della classe”, a prescindere dalle urla e dalla carica di potenza che per molti ascoltatori può risultare repulsiva. Nel black e death metal si tende a enfatizzare atmosfere cupe, gli accordi in minore sono d’obbligo. Non c’è spazio per la gioia ma solo per un mondo terribile popolato da demoni e mostri che rappresentano le nostre dissonanze terrene.

Tornando all’eccellenza dei musicisti, ascoltatevi, se vi capita, qualche brano suonato dal chitarrista Yngwie Malmsteen e capirete (il 23 luglio uscirà Parabellum, il suo ultimo lavoro, qui (Si vis pacem) parabellum – la storica frase di Vegezio, “se vuoi la pace, preparati alla guerra”). Ma anche quelli dei tedeschi Helloween, sui palchi da una vita, che il 18 giugno hanno pubblicato un nuovo omonimo disco. Si domanda Andrea: «I gruppi mongoli, cinesi arabi e africani sono solo emuli di un genere che rimane sempre uguale a se stesso? Per me no. Ci sono band che sembrano cloni di AC/DC e Metallica ma anche molti che producono qualcosa di nuovo, unendo le loro tradizioni musicali (quasi sempre molto ricche) con il metal. D’altronde, se esistono i Greta Van Fleet che imitano i Led Zeppelin perché nel Botswana gli Overthrust non possono prendere a riferimento i Deicide?».

Giusta osservazione. Anche la tecnica growl non è da tutti. Il suono gutturale che vede nello svedese Mikael Åkerfeldt degli Opeth o Johan Hegg degli storici Amon Amarth gli esponenti più famosi, ha catturato anche voci femminili come quella di Fernanda Lira delle brasiliane Crypta, band tutta al femminile nata nel 2019 (qui Dark Night Of The Soul da Echoes Of The Soul, album uscito l’11 giugno scorso).

Concludo: vi invito a farvi un giro “metallaro” questo weekend. Potreste scoprire  cose molto, molto interessanti. E rifornirvi di scariche extra di adrenalina!

Musica brasiliana: social, leoni da tastiera e nostalgia

Thiago Nassif – foto Hick Duarte

Voglio tornare su un post che ho pubblicato giusto una settimana fa. L’intervista a Thiago Nassif, uno degli artisti veramente innovativi nel panorama musicale brasiliano piuttosto decaduto negli ultimi anni – secondo me, ma non solo, visto che sono in buona compagnia, dal New York Times al nostro Internazionale che un paio di mesi fa ha scritto un’ottima recensione su di lui, parlando di musica cubista.

Sulla “caduta libera” della nuova musica brasileira possiamo discuterne per ore. La musica brasiliana nel Novecento e nei primi anni duemila aveva alzato l’asticella della qualità in modo sorprendente, il che spiega una certa resistenza da parte dei fan della bossanova  e della MPB tradizionale nell’accettare il nuovo. Ci avevano abituato bene. E qui sta il problema. Ho pubblicato sulla pagina facebook di Musicabile un post che rimandava all’intervista e al mio blog. A parte un commento molto positivo, guarda caso, di un musicista, il resto dei pochi commenti erano negativi.

Mi son preso addirittura del “somaro” per quello che avevo scritto (ammesso che il livoroso lettore si sia preso la briga di leggere l’intervista per intero). Ho riflettuto molto su quei giudizi tranchant. Per certi versi li capisco. Bossanova, tropicalismo, MPB sono inimitabili. Ed è giusto che sia così. Però la musica evolve, la ricerca di sonorità diverse, l’esplorazione sull’uso di strumenti, l’elettronica sono inevitabili, sono l’espressione di nuove creatività.

Che poi si attinga da quella musica è un obbligo morale per gli artisti brasiliani, imprescindibile. Thiago Nassif non fa samba, né bossanova, né emula Caetano, Gil, Jobim o Buarque. Fa Thiago Nassif, un artista colto che riconosce l’alto valore artistico di chi li ha preceduti e che cerca di unire quei solidi fili che costituiscono la musica brasiliana di qualità e dispiegarli in altra musica, non banale né commerciale. È ricerca rispettosa della tradizione, persino quella più ostica per noi, parlo dei canti rituali indigeni, o della preziosa musica “campagnola”, la Moda de Viola, che s’è poi sviluppata nella musica sertaneja, filone estremamente popolare nel Paese sudamericano. La ricerca – è banale dirlo – è fondamentale per innovare, imboccare nuove strade, nella musica come nella pittura, nel teatro come nella letteratura.

Non dobbiamo porci all’ascolto di nuovi artisti comparandoli a quelli che ci piacevano e nemmeno pensare che i musicisti brasiliani siano “condannati” a vita a suonare seguendo quei binari armonici che tanto ci piacciono.

La massificazione e la immensa voracità delle grandi label discografiche hanno appiattito la musica ovunque. Brani semplici, spesso uguali, che si dimenticano in un paio di mesi a voler essere generosi, aspiranti artisti intercambiabili, sonorità scontate e ripetute. Musicisti come Thiago vogliono evitare queste sabbie mobili cercando di non essere mai banali. Poi possono piacere o meno. Ma meritano comunque rispetto.

I The Smiths son tornati. Grazie ai Simpsons!

Frame da “Panic on the streets of Springfield”

È da domenica scorsa che la notizia sta tenendo banco sulle riviste specializzate e sui quotidiani. Francamente esagerata. È uno scontro, verbalmente piuttosto violento, tra I Simpsons, i protagonisti di uno dei comics più fortunati della televisione disegnati da Matt Groening, e Morissey, frontman dei mitici The Smiths.

La vicenda è ormai nota a tutti: domenica 18 aprile va in onda una puntata della yellow family intitolata Panic on the streets of Springfield, dove la piccola Lisa dialoga con un amico immaginario, tal Quilloughby, leader degli Snuffs, gruppo anni Ottanta, la cui voce è stata prestata dall’attore Benedict Cumberbatch. Quando l’amico immaginario svanisce, questo si trasforma in un mostro, un mangiatore bulimico di carne che canta le peggiori teorie della destra americana contro immigrati e diversi…

Frame da “Panic on the streets of Springfield”

I riferimenti a Morissey e agli Smiths sono più che sostanziosi, nonostante la debole difesa degli autori della serie, a partire dal titolo Panic on the streets of Springfield: Panic è uno dei brani più famosi della band di Manchester, che attacca proprio con Panic on the streets of London, dall’album The World Won’t Listen del 1986. Anche il ciuffo di Quilloughby ricorda quello di Morissey come il poster di Oscar Wilde alla parete (uno degli autori preferiti e maggiormente studiati dall’artista al punto da identificarvisi in pieno). Continuando nelle similitudini, pure i titoli della canzoni sono una parodia di quegli degli Smiths, vedi Hamburger Homicide che ricorda tanto Meat is Murder, album e brano title track pubblicati nel 1985, diventato un inno per tutti i vegetariani del mondo e una condanna contro i maltrattamenti e le sofferenze degli animali da macello.

Le posizioni fortemente dissonanti degli ultimi anni dell’artista sessantunenne hanno corroso non poco la sua immagine, tanto che, senza troppe preoccupazioni, da autore che ha saputo cantare le contraddizioni di una società, quella degli anni Ottanta, in ogni sua piega e anfratto, con testi particolarmente significativi e una musica ripresa dalla future generazioni, il complicato Morissey s’è beccato l’accusa di xenofobia per certe sue prese di posizioni sulle razze e per un avvicinamento a For Britain, partito di estrema destra inglese. L’empatia dei fan nei confronti di Morissey e degli Smiths s’è trasformata per lo più in una tiepida riconoscenza. Non sono pochi gli amici che mi dicono: «Morissey era uno dei miei miti, ma ora non lo capiamo più, s’è divorato il cervello, non ha più niente da dire se non lamentarsi conto tutto e tutti»…

Frame da “Panic on the streets of Springfield”

Peter Katsis, manager di Morissey, ha definito sui social ufficiali dell’artista la puntata dei Simpson un attacco violento e razzista. Lo stesso Morissey ha rilasciato una lunga nota dove se la prende con gli sceneggiatori della serie definendoli ignoranti e dando dello stronzo a Benedict Cumberbatch per aver prestato la sua voce a un’operazione così becera…

Una querelle per pochi eletti, evidentemente. Sta di fatto, come ha fatto notare Mark Beaumont di NME, che, nel bene e nel male, quando i Simpson parlano di artisti famosi, a loro modo, s’intende!, questi ultimi ne ricavano sempre un grande vantaggio, per immagine e fama. Il titolo del pezzo è eloquente: “Qualunque cosa Morissey sostenga, il nuovo episodio dei Simpson potrebbe riabilitare l’immagine dei The Smiths”. A riprova, gli U2 per vedersi protagonisti di una puntata della fortunata e dissacrante serie della Fox hanno dovuto telefonare e supplicare, ricorda Beaumont.

Discorso trito: se sei un artista famoso, un personaggio pubblico, uno che ha cantato un certo tipo di cultura contribuendo a portare gli Smiths a essere una band senza tempo, e dunque dirimente non solo nella società inglese di quarant’anni fa ma anche nell’attuale situazione politica, devi accettare il dileggio, la satira e la critica, anche se dura. È il gioco delle parti a cui non puoi sottrarti o, peggio, minacciare ritorsioni che non farai mai, e nemmeno sfogarti con insulti isterici. Ma è anche la dimostrazione di quanto la band di Manchester sia stata, e sia tuttora, importante nel panorama della musica del Novecento. Il buono di tutta questa storia è che gli Smiths sono ritornati, più attuali che mai. E dobbiamo ringraziare i Simpson…

La musica che mi fa sentire bene

È da un po’ che volevo condividere con voi una mia riflessione. Sarà l’età, sarà la tanta musica che ho ascoltato e continuo ad ascoltare, ma mi sono reso conto di essere diventato sempre più selettivo nelle mie preferenze.

Continuo, certo, a mettere in cuffia tutti i generi, soprattutto quelli che non sono nelle mie corde, per comprendere nuove forme d’espressione e trarne spunti, spesso in una banalità imperante e dai facili consumi.

Quando la melodia è ripetitiva e scontata mi sento dire: «Ma devi ascoltare i testi, sono quelli che contano». Grazie, ma preferisco leggere quei versi senza il contorno di elaborazioni digitali fatte in catena di montaggio, tutte uguali, tutte senz’anima. Alcuni testi sono davvero interessanti, e mi riferisco soprattutto all’Urban. Il mainstream non è affatto garanzia di qualità.

Guardo all’Italia: apparentemente c’è solo una cultura dominante, quella del rap-trap, diventato il nuovo Pop, una contraddizione in termini se si pensa alla matrice culturale dell’hip-hop e alla controcultura in cui si è formato. Il genere è mercificato, buono per le case discografiche e per i trapper e rapper che hanno a disposizione il loro quarto d’ora di celebrità. Non parliamo poi dei prestampati sanremesi. Le eccezioni sono rare…

Ascoltare musica che dica qualche cosa (incluso l’Urban) risulta molto difficile, bisogna andarsela a cercare. In Italia, comunque, abbiamo fior di musicisti raffinati, preparati, virtuosi, polistrumentisti, affamati di contaminazioni, senza preclusioni. Jazz, latin jazz, rock, bossa nova, classica, hip-hop, funk, pop, linguaggi spesso distanti tra loro, diventano magicamente compatibili, un melting pot riuscito.

L’antropologo brasiliano Darcy Ribeiro in un suo libro dirimente, O Povo Brasileiro (impiegò 30 anni a scriverlo), annotava come la miscigenação, la combinazione di tre popoli, il portoghese, l’africano e l’indigeno, avesse portato a quello che è diventato un solo popolo brasiliano oggi. Non solo razza, ma anche cultura e, quindi, musica. Musica del mondo, dunque, influenze che trovano in artisti come Joe Barbieri, Stefano Bollani, Paolo Fresu, Daniele di Bonaventura (ascoltate l’ultimo suo lavoro uscito il giorno di Pasqua, Canzoni da Casa, o lo splendido Reminescenze con il pianista Giovanni Guidiqui uno dei concerti dei due artistiTosca, Gegè Telesforo (che ho intervistato lo scorso anno), Luca Aquino, Gabriele Mirabassi, Mauro Ottolini, di cui vi parlerò tra alcuni giorni, esempi significativi e importanti.

Mentre scrivo mi sto ascoltando Bollani e il suo Carioca, album uscito nel 2008. Ma anche il live uscito a marzo di quest’anno, in versione classica/world music, El Chakracanta (Live in Buenos Aires) con l’Orquesta Sin Fin diretta da Exequiel Mantega. Il disco è composto da due tanghi, Don Agustín Bardi di Horacio Salgán e Libertango di Ástor Piazzolla (l’11 marzo s’è celebrato il centenario della nascita) e da due composizioni per orchestra di Bollani, il Concerto Azzurro e il Concerto Verde, registrati, sempre nella capitale argentina, in tempi diversi.

Ieri sera, invece, l’ho dedicata a Barbieri, riandando ad ascoltare quel bellissimo disco del 2015, Cosmonauta da appartamento, qui L’Arte di Meravigliarmi con il prezioso intervento crossover della spagnola La Shica (a proposito di rap…) e Tu sai Io So con la voce inconfondibile di Peppe Servillo. Rimane un capolavoro per me Maison Maravilha, album del 2009 dove c’è Malégria cantata con Omara Portuondo, la grande artista cubana del Buena Vista Social Club.

Paolo Fresu (del suo ultimo disco, P60LO FR3SU ho parlato qualche giorno fa) da anni porta in musica quella miscigenação descritta da Ribeiro. Un esempio, per nulla banale, ma che solo un vero musicista può concepire, lo ha regalato il venerdì di Pasqua, suonando dalla sua casa il Miserere insieme al Cuncordu ‘e Su Rosariu di Santulussurgiu.

Il 30 marzo è uscito l’ultimo lavoro di Gabriele Mirabassi, Tabacco e Caffè, di nuovo assieme dopo quasi cinque anni da Amori Sospesi, al bassista Pierluigi Balducci e al chitarrista Nando di Modugno. Ascoltate Party in Olinda, il brano che apre il disco, del compositore e chitarrista brasiliano Toninho Horta. Il disco è un viaggio nella musica tradizionale brasiliana e quello che ha rappresentato negli anni per molti artisti, soprattutto jazzisti. E mentre il clarinetto di Mirabassi ti proietta in mondi rassicuranti e sognanti, Luca Aquino fa suonare la sua tromba in rivisitazioni della musica che ha più amato attraverso quella grande casa che è il jazz. Mi diverte ascoltare le elaborazioni di Rock 4.0 brani rock, dai Radiohead, a Neil Young a Bob Dylan (album del 2014) o overDOORS (del 2015), un omaggio alla mitica band di Jim Morrison, ma anche quel giusto riconoscimento a certa musica italiana d’autore in Italian Songbook del 2019 (con l’orchestra sinfonica di Benevento e la partecipazione del pianista Danilo Rea): molto intensa la sua versione di Almeno tu nell’Universo.

Potrei andare avanti ancora e ancora. La musica ha un grande potere terapeutico, e questi artisti per me sono passione, lavoro, fantasia, sogno, emozione. Questa è la musica che mi incuriosisce, che mi manca – nel senso della saudade brasileira (ne avevo parlato sul blog giusto un anno fa) che ho bisogno di ascoltare per essere in pace con me stesso e il mondo. Contaminazione, fantasia, un esperanto in note che acquista sempre più senso in questo assurdo momento storico.