Buon 2023, che sia un anno di musica

Ci stiamo lasciando alle spalle un anno difficile, dove, al di fuori della musica, si sono concatenati molti avvenimenti che hanno (stanno) condizionando il nostro vivere. E la musica, così capace di annusare il mondo, seguirà sicuramente le traiettorie delle Mongolfiere, quelle cantate da Gianmaria Testa: cercherà quelle tracce impercettibili che solo un artista può fare nella sua lucida creatività. Continua a leggere

Oragravity, la musica di Caravaggio

Gli Oragravity, Federica Luna Vincenti e Umberto Iervolino – Foto Azzurra Primavera

La musica come pennellate, i brani come tanti piccoli preziosi particolari di un quadro. Chiaroscuri, fisicità e pensiero. Ascoltare la colonna sonora di un film disgiunta dalle immagini è un interessante percorso mentale. Soprattutto per L’Ombra di Caravaggio, ottimo lavoro di Michele Placido. Gli autori della soundtrack sono gli Oragravity, due musicisti che si sono trovati compatibili per gusti e creatività in un’avventura per nulla scontata. Sono Federica Luna Vincenti, che è anche la produttrice della pellicola nonché la moglie di Placido, e Umberto Iervolino, compositore napoletano con sede a Milano, che nella sua gioventù ha suonato anche con i mitici Napoli Centrale di James Senese. 

Musica ed elettronica. Strumenti fisici (archi) e colori virtuali, dai synth analogici agli strumenti digitali, uniti a una buona dose di spiritualità alla Sigur Ross e alle atmosfere di scuola nordeuropea, costituiscono nella versione disco, 13 brani per 35 minuti, un ascolto denso e profondo. Con una certezza, che la musica (ma anche il film) sono stati pensati, realizzati e diffusi con una logica rigorosa, dove prevale la parte artistica a quella commerciale.  Continua a leggere

Giovani e Musica: sogni, aspettative, ansie e tanta voglia di raccontare

Martina Conti

I ventenni e la musica. Cosa li spinge a vivere di note? Quali le aspirazioni artistiche e culturali in un mercato discografico – almeno in Italia – piuttosto verticalizzato su generi commerciali tutto sommato banali e artefatti? Sono domande che mi faccio da un po’. Così, grazie alle tante segnalazioni che ricevo ogni giorno, ho individuato due ragazzi che stanno muovendo i loro primi passi in questo mondo così apparentemente libero grazie ai social, ma in realtà sempre piuttosto chiuso. Si chiamano Daniele Delogu, in arte NILO, 21 anni appena compiuti, di Sassari, e Martina Conti, 22 anni, veneta della provincia di Treviso. Continua a leggere

Franco Mussida e la musica, vita e amore vibrante

Cos’è la musica? È una domanda che mi pongo spesso. Credo sia uno dei quesiti più difficili a cui dare una risposta. Un po’ come interrogarsi sul perché sia nato il mondo o quale sia il mio ruolo nel tutto, ammesso che ogni cosa si tenga, seppure apparentemente in modo più anarchico che ortodosso. Sul ruolo della musica nella mia vita potrei scrivere per ore, perché la musica è sangue che fluisce, cuore che accelera, anima che danza… emozione.

Nella mia personale ricerca su cosa sia la musica, mi sono imbattuto in Franco Mussida. Il mitico ex-chitarrista della PFM e presidente-fondatore del CPM Music Institute (il ministero dell’Istruzione l’ha riconosciuto come Istituto di Alta Formazione) ha più di una risposta alla mia domanda. Ha passato una vita a cercare ragioni fisiche, semantiche, psicologiche, “religiose” nel senso più laico del termine del suono e della musica. Che fa parte di noi come la parola, uno spazio fisico e mentale illimitato, un universo di sensazioni che si decodificano in emozioni. Continua a leggere

Giovanni Amighetti e la musica secondo Ahymé

Giovanni Amighetti

Un festival dove si parla di condivisione, di cultura degli altri. Non fusioni a freddo, né tantomeno contaminazioni superficiali. Questo è Ahymé, nato nel 2019 a Parma per iniziativa dell’associazione Colori d’Africa, presieduta da Bessou Gnaly Woh e da Giovanni Amighetti, musicista e produttore parmigiano. Quest’anno la manifestazione ha guadagnato più spazi, più location d’ascolto, tra Emilia Romagna e Lombardia. Iniziata il 23 giugno scorso, chiuderà i battenti il 20 e il 21 luglio con un concerto decisamente interessante: Genesis Piano Project dell’americano Adam Kromelow. Un appuntamento da non lasciarsi scappare per chi ama il rock prog, il 20 al Parco Ducale di Parma e il 21, nell’ambito della rassegna Arena Milano Est 2022, a Lambrate, in via Riccardo Pitteri, accanto al cinema teatro Martinitt. Continua a leggere

Antonio Faraò, il cuore eclettico della musica al GaiaJazz

Antonio Faraò – Foto Marco Glaviano

Mi trovo per lavoro a Chianale, in Val Varaita, sopra Cuneo, a pochi chilometri dalla Francia. Un borgo a 1800 metri d’altezza, lì vicino il confine, appena 22 abitanti, la metà giovani che hanno scelto di costruirsi la vita qui, mettendo a frutto studi, competenze, aspirazioni. Parlano l’occitano, lingua romanza diffusa tra Francia Piemonte, Liguria e, in un’enclave, anche in Calabria. Danzano nelle tante feste estive al passo dei suoni tradizionali, l’organetto diatonale e la ghironda, un cordofono d’origini antichissime…

Dall’altra parte della pianura Padana, nel borgo medievale di Portobuffolè (Treviso), si sta tenendo un festival arrivato al suo decimo anno di vita, il GaiaJazz Musica & Impresa, nato grazie a Dotmob, associazione culturale fondata con l’obiettivo di diffondere la conoscenza delle imprese e delle professionalità che valorizzano il territorio. Il jazz c’entra più di quanto possiamo pensare: caparbietà, cultura, studio, creatività lo rendono sintesi di come dovrebbe essere l’impresa nel nostro Paese. Continua a leggere

Nino Buonocore, il jazz e la Festa della Musica

Nino Buonocore – Foto Marco Medaglia

21 giugno, Festa della Musica. Come ogni anno, da quarant’anni a questa parte (se l’inventò l’allora Ministero della Cultura Francese diretto da Jack Lang con la dicitura Faites de La Musique), è una giornata dedicate al “fare” musica, Make Music Day per gli anglosassoni, poi diventato in Francia, Spagna e Italia, Fête, Festa (la pronuncia per Faites e Fête è praticamente la stessa). In Italia la si festeggia da 28 anni. Il tema 2022, come si legge sul sito ufficiale della manifestazione, è Recovery Sound Green Music Economy: ovvero, porsi l’obiettivo della ripartenza del settore Musicale attraverso una particolare attenzione e rispetto per l’ambiente… Continua a leggere

Pop Coreano: KBLUE, un italiano a Seul

Può sembrare strano che vi parli di Kpop, il pop Coreano, genere mainstream costruito a tavolino dove la musica non è la protagonista principale, ma appena una comprimaria. Dove tutto viene deciso fin nei minimi particolari, in una sorta di rigorosa catena di montaggio che finisce per rappresentare la negazione della musica e dell’artista stesso, sacrificati a un bene maggiore: la felicità dell’ascoltatore e i conseguenti lauti introiti di un sistema oliato alla perfezione.

Il Kpop andrebbe studiato a fondo per capire come sia riuscito a sfondare nel mondo occidentale, quali siano i suoi segreti per conquistare a strascico migliaia di adolescenti e giovanissimi adulti.

Ho deciso di parlarne perché ho conosciuto un trentenne romano, Fabio Demofonti, in arte KBLUE, che s’è innamorato del genere al punto da farlo diventare il suo lavoro. Da un paio d’anni vive in Corea del Sud, s’è messo a studiare Kpop con abnegazione, ogni giorno ore e ore di concentrazione e fatica tra lezioni di canto, lingue, ballo, esercizi obbligatori in palestra, prove su prove. Diventare un “Idol” è difficile, come vincere al Superenalotto, ma chi ci riesce si aggiudica il jackpot!

Ora mi direte: ma cos’è, uno scherzo? No affatto, anche perché Fabio ha una solida cultura orientale alle spalle, coltivata sin da piccolo. Sa parlare correttamente il cinese – lo ha studiato in una università in Cina – il coreano, il tagalog, la lingua filippina, oltre, ovviamente all’inglese e ad altre lingue/dialetti asiatici. Nelle Filippine è diventato una star, grazie ad alcuni fortunati singoli.

Dopo averci riflettuto a lungo, ho deciso di chiamarlo. Ci siamo dati appuntamento a un’ora accettabile per lui e per me visto il fuso orario e i suoi impegni di studio e lavoro, e ci siamo presentati… Due realtà opposte a confronto!

Fabio raccontami di te: perché ti sei appassionato al Kpop e alla Corea del Sud?
«Probabilmente in più vite precedenti devo essere stato un coreano o quanto meno, un asiatico, perché ho sempre avuto un’attrazione per tutto ciò che riguarda l’Asia e la sua cultura in generale. Dieci anni fa sono andato a studiare il cinese in Cina, all’università. Il Kpop l’ho scoperto lì: in quel periodo lavoravo in una discoteca. Una sera, il dj mette una canzone e vedo che tutti quanti iniziano a ballare allo stesso modo, all’unisono. Sorpreso, vado subito dal disk jockey a chiedere informazioni. Era una band KPop. Quel genere mi ha coinvolto e affascinato fin da subito: come poteva un brano avere la forza di far danzare una discoteca intera allo stesso modo, tutti perfettamente sincronizzati? Quel gruppo non esiste più, s’è sciolto. È un’altra caratteristica del genere: una band non dura più di 7/8 anni, salvo che non rinnovino i contratti. In quell’istante ho deciso che sarei diventato il rappresentante italiano del pop Coreano».

Quanto incidono le label sulla nascita di queste pop band? C’è un mercato mostruoso!
«Le case discografiche sono determinanti. Innanzitutto perché hanno la disponibilità di farti crescere e investono tantissimi soldi. Ti parlo in base alla mia esperienza: la formazione di cantante KPop è un grosso investimento di tempo e di denaro. Non so se hai visto i video dei cantanti coreani: altro mondo rispetto a quelli italiani. Il video è il vero biglietto da visita dell’artista, e, in quanto tale, viene curato nei minimi dettagli. Le case discografiche poi sono fondamentali nella scelta dei componenti del gruppo. Seguono un format oliato: c’è il rapper, immancabile, il ballerino, la voce solista…».

Quindi, le case discografiche fanno molto scouting…
«Sì, in molti modi. Per esempio, qui ci sono tantissimi artisti che cantano per strada. Si propongono apposta nella speranza di essere adocchiati. Poi ci sono i provini, le audizioni. Ti presenti con il tuo brano, canti, balli, in base alle tue competenze. Ogni casa discografica ne organizza in modo costante. È figo perché ci sono tantissime persone che si presentano».

Cos’è che ti colpisce del fenomeno Kpop…
«A livello musicale, respiri il futuro, perché è tutto ricercato, moderno. È l’evoluzione dei generi nati in Occidente. È un pop che ha suoni molto sofisticati e innovativi rispetto al nostro mercato europeo e mondiale. E poi sono super vibe-positive».

Dalla tua esperienza, solo un’evoluzione del pop occidentale?
«Il Kpop, letteralmente, è la versione coreana del pop. I primi gruppi degli anni Novanta, maschili e femminili, si basavano sulle Spice Girl o sui Backstreet Boys. Poi c’è stata un’evoluzione totale. Oggi le boy/girlband mondiali sono pochissime. Di quelle rimaste, praticamente solo le inglesi Little Mix sono le uniche che ballano e cantano. Mentre qui avere una coreografia in quasi tutti i video è importante. Ciò impone una formazione costante, lo vedo io stesso: ore e ore di canto, ballo, preparazione atletica, stretching. Tanta fatica viene ripagata, io stesso ho registrato un miglioramento enorme. I generale, le voci particolari, e noi ne abbiamo tante, vedi per esempio Gianna Nannini, non vengono prese in considerazione perché… non sono “cool”».

Quanti gruppi ci sono attualmente in Corea?
«Non li ho mai contati, comunque tanti, e ne escono continuamente di nuovi. I BTS (quelli che lo scorso anno sono entrati di prepotenza nelle classifiche degli States, ndr) vengono dalla Hybe, casa discografica che ha avuto solo boyband, gruppi di “idol” maschili. Una decina di giorni fa la label ha pubblicato il suo primo gruppo femminile. Le principali case discografiche, vedi la SM, la YG Entertainment, quella delle Blackpink, la P Nation, fondata da PSY (ricordate il tormentone Gangnam Style?, ndr) quest’ultima tratta solo cantanti e non boyband, hanno grandi mezzi a disposizione. Tra l’altro, PSY ha pubblicato recentemente un nuovo disco, PSI 9th, l’hai ascoltato?».

No, ho ricevuto il comunicato stampa ma…
«Ha fatto un brano, That That con Suga dei BTS, fichissimo! È stato numero uno in molte classifiche mondiali. Si tratta di un’operazione sicuramente studiata, comunque ha delle canzoni super orecchiabili, vedi Celeb».

Fabio, tu suoni, componi i tuoi brani?
«Non suono, ma ballo, canto e scrivo le mie canzoni. Poi mi faccio aiutare da un Producer coreano, perché sì, ascolto molto Kpop, ma non è sufficiente, devi affidarti comunque a loro».

Insomma, il Kpop è un fenomeno…
«È uno stile, in questo momento, quello più in voga al mondo, supervirale, grazie ai BTS. Quando ho scoperto il Kpop, dieci anni fa lo suonavano già in tutta Europa, tranne che in Italia dove è apparso da un paio d’anni. Mi ricordo le Girls’ Generation, si erano sciolte nel 2017 dopo dieci anni di attività…».

Curiosità: una volta sciolte le band, i singoli idol continuano la loro professione da solisti?
«È molto difficile che qualcuno rimanga. Secondo me perché, essendoci nel Kpop degli standard per quanto riguarda la costruzione di una band, il rapper, il solista, chi balla, chi fa i cori, nessuno nota i singoli in quanto tali. Vale il gruppo. Anche in Corea c’è la versione del cantante mascherato, quello di Raiuno. Capita molto spesso che  l’artista, una volta tolto il travestimento, non venga riconosciuto. Tutti sanno che è un idol, per evitare imbarazzi viene subito annunciato il suo nome dal presentatore: questo è il tale, degli Winner…».

Conta il gruppo e non il singolo…
«Sono poche le band che hanno la fortuna di avere idoli riconoscibili, perché personaggi particolari. Una di queste sono i BTS!».

Fabio torniamo a te: quanti anni hai?
«Trentatrè. Di solito l’età standard per un artista di Kpop è 20 anni. Sono visto come un’anomalia qui. Sono straniero e sono anche una testa dura, insisto, devo riuscire a raggiungere i miei obiettivi. L’ho sempre fatto nella mia vita. Ho pensato: parlo numerose lingue asiatiche, sono esperto di Kpop, canto e scrivo in coreano perché non dovrei riuscirci? Quando ho iniziato a bussare alle porte della case discografiche, mi snobbavano. Mi vedevano attraente, ma quando leggevano la mia età si ritraevano. E io spiegavo loro: “guardate che canto, ballo, parlo le lingue asiatiche”. Ho dovuto insistere e quando alla fine sono stato preso dall’agenzia che mi sta preparando, mi hanno messo alla prova facendomi fare il colloquio in mandarino con un’interprete cinese. Alla fine hanno capito che non mentivo e mi hanno scritturato. Una soddisfazione. Ho realizzato pochi giorni fa il mio primo progetto, vediamo quando ci sarà l’uscita ufficiale…».

La tua idea è entrare in un gruppo Kpop?
«Mi intriga tantissimo. È un mio obiettivo, parallelamente alla mia carriera da solista. La mia intenzione è di unire il pop coreano a quello italiano. Mi piace sperimentare…».

In Corea come ti vedono?
«Non ho fatto ancora apparizioni in tivù».

Ma nelle Filippine sei diventato un idolo, hai fatto un gran bel successo…
«Sì, nel 2015, un successo pazzesco. Ho fatto un primo tour di circa tre mesi, poi un altro di quattro mesi. Sono stato invitato in radio, ho fatto apparizioni televisive e concerti. Qui in Corea sono venuto a cercare un’etichetta discografica e a prepararmi, a studiare. Perché altrimenti non si arriva in televisione. Per loro è inconcepibile che uno che canta non sappia anche ballare. Come reputano assurdo che in Italia nelle apparizioni televisive gli artisti possano cantare live. Qui non lo si fa quasi mai, perché tutto deve essere perfetto, nessuna sbavatura. È un’altra visione della musica pop».

Raccontami la tua giornata tipo.
«Mi alzo alle sei. Faccio un’ora di meditazione. Poi studio quattro ore di coreano. Quindi pranzo e subito dopo inizio, con gli insegnati, a fare due ore di preparazione vocale e altrettante di ballo, quindi studio da solo fino a tarda sera. Fosse per loro dovrei farlo 24 ore su 24! All’inizio non riuscivo a tenere questi ritmi, è tutta questione di allenamento».

Hai fatto un video musicale…
«Sono rimasti piacevolmente sorpresi, perché noi italiani siamo molto espressivi, parliamo anche con il corpo, cosa che qui non riescono a fare, perché non fa parte della loro cultura».

Fabio, com’è la vita in Corea? Che tipo di società è?
«Ti racconto sempre in base alla mia esperienza: sono arrivato durante il Covid, quindi immaginati tutte le restrizioni, loro sono generalmente rigidi, fiscali. È pur vero che ho vissuto il Paese in un periodo stressato, al limite. Mi sono innamorato di questo posto perché qui vedi il futuro. Vengo da Roma, una città splendida che amo, però quando sono arrivato a Seul ho percepito che c’è qualcosa di più. È un luogo colorato, un modo diverso di vivere la metropoli. I colori danno positività, energia, fascino. Per quanto riguarda la mia vita personale in Corea, l’ho trovata un po’ difficile. Noi italiani siamo abituati ad abbracciare, baciare, vabbè che c’era il Covid, ma ho percepito molto la distanza, loro sono più timidi, introversi rispetto a noi».

Sono un po’ freddi ma musica e ballo li fa scatenare…
«Chi fa un mestiere come il mio ha ritmi diversi, ma la gente normale è molto tranquilla, in metropolitana ci sono cartelli ovunque che dettano regole: non mangiare, non saltare, non chiacchierare rumorosamente. E tutti normalmente si attengono. Avverti che è un posto sicuro. Di contro, ciò porta a essere meno creativi, meno individualisti… non sono abituati a esprimersi veramente».

I tuoi cosa dicono della tua scelta?
«Ah beh, loro si sono abituati. Sono andato a vivere in Cina a vent’anni, sono avvezzi alle mie particolarità».

Cos’è per te la musica?
«Energia, vibrazioni, divertimento, movimento, suono che ti entra in testa e ti emoziona. È positività».

Ascolti altri generi oltre al Kpop?
«Sì, molto “altro” pop. Di quello italiano sono sempre stato un fan di Alexia, adoro la voce di Elisa, Mahmood, le follie di Blanco, i Måneskin, Laura Pausini secondo me è un genio. Tra le star internazionali, Taylor Swift a Beyoncé che è un cavallo da battaglia, un’artista fenomenale!».

Tornando agli Idol: nelle apparizioni televisive è tutto playback, ma quando suonano in concerto?
«È praticamente tutto live, riescono a farlo perché si dividono le esibizioni, quindi ballano e cantano tenendo un intero show. Poi c’è tutta un’energia diversa, coinvolgi il pubblico…».

E la musica è ovviamente live?
«Affatto. Quella è tutta registrata!».

Clio and Maurice: la voce, il violino e la ricerca della bellezza

Non potevo iniziare meglio l’ultima settimana di marzo! Mi sono, infatti, imbattuto in due giovani artisti, Clio and Maurice, lei una gran voce soul, lui violinista versatile, entrambi di Milano. Voglio cominciare da loro, nei prossimi giorni il mio racconto musicale si sposterà fra teatro-canzone e jazz contemporaneo, con belle sorprese e graditi ritorni. Clio and Maurice mi hanno convinto per più di un motivo: sono giovani, hanno un facile talento, e, non guasta mai, hanno ben delineato il loro percorso artistico. E poi, da non sottovalutare, sono fuori dal coro.

È la mia piccola battaglia quotidiana che combatto attraverso Musicabile: proporre alla vostra attenzione musicisti che hanno qualcosa da raccontare. Mi illudo, così, di contribuire a versare almeno una goccia in quel mare di cultura e bellezza che, inesorabile come l’esigenza idrica sul Pianeta, va via via prosciugandosi. La speranza che qualche discografico “illuminato” possa ritornare a indossare scarpe comode e andar per palchi o passaparola a cercar talenti come si faceva oltre mezzo secolo fa, prima che il meccanismo s’inceppasse con l’avvento dello streaming e del digitale (più facile scritturare qualcuno in base ai like sui canali social), non mi abbandona. 

Rientro dalla mia divagazione: Clio and Maurice, all’anagrafe Clio Colombo, 26 anni, e Martin Nicastro, 29, sono entrambi animati dall’esigenza di raccontare qualcosa di nuovo, che valga la pena d’essere ascoltato. Coppia d’arte da quattro anni e di vita da otto, stanno affinando un progetto-sfida: sfruttare la potenzialità della voce e del violino, per ottenere una fusione carismatica grazie anche all’uso sapiente dell’elettronica.

Nella loro musica si avvertono tutte le escursioni/espressioni soul di Clio – in alcuni brani ricorda il pathos di Annie Lennox o l’estro di Björk -, mentre Martin, con la continua ricerca di nuove sonorità da dare al violino, strumento che, nelle sue mani, diventa “altro”, se proprio deve ricordare qualcuno, fa pensare ad Andrew Bird o a certe atmosfere alla Brian Eno. Un duo che si sposta leggero, con un solo strumento e una loop station, oggi è un valore aggiunto… All’attivo hanno vari singoli e un EP, Fragile, uscito nel 2020. Stanno tentando ì di far uscire il loro primo album – appena troveranno una casa discografica disposta a credere in loro.

Li ho incontrati in un bar dalle parti di Loreto per conoscerli meglio, davanti a un buon caffè.

Clio, Martin, raccontatemi, com’è nato il vostro sodalizio musicale?
Clio: «Ci siamo conosciuti per caso, da amici comuni, otto anni fa. A me è sempre piaciuto cantare, ma non lo consideravo un possibile lavoro. Mi divertivo a interpretare cover. Dopo quattro anni di vita insieme è nata spontanea l’esigenza di unirci anche nella musica».
Martin: «Ci siamo seduti attorno a un tavolo e abbiamo riflettuto seriamente su come costruire qualcosa di originale con ciò che avevamo a disposizione, lei la voce, io il violino. Che è uno strumento “nomade” per definizione…».

Martin, oltre al Conservatorio, hai suonato in una band diventata piuttosto famosa, i Pashmak: ricordo un vostro album che mi era piaciuto particolarmente, Let The Water Flow
«Era un bel gruppo, abbiamo fatto molti concerti insieme, ma la gestione costava molto, eravamo soddisfatti se nei nostri tour finivamo non perdendo soldi… Io suonavo il pianoforte e il violino».

In duo è più agile, almeno nella gestione dei live…
Martin: «Sicuramente è stata una scelta di carattere pratico ma c’era soprattutto la volontà di fare qualcosa di diverso».
Clio: «Per me è stato l’attimo “buono” per sbloccarmi e iniziare a scrivere. Siamo partiti usando molto i loop. Cercavamo di comporre brani più strutturati, qualcosa che si potesse combinare con un loop. Oggi li usiamo molto meno. Siamo orientati su cose più radicali, violino e voce senza troppi effetti, più melodici…».
Martin: «Uso un pedale multieffetto, con cui faccio i loop, mentre con un octaver creo la linea del basso».

Il violino lo suoni molto poco nel modo tradizionale…
Martin: «Non direi. Cerco suoni polifonici, che ottengo sia pizzicando le corde, sia usando l’archetto, ma anche suonando accordi».

Come vi siete divisi la composizione?
Clio: «Partiamo prima dall’armonia e su quella provo a improvvisare qualcosa con parole chiave che mi evochino il brano. Poi inizio a scriverci intorno. Sono i suoni che danno il senso al testo».

Perché avete scelto di esprimervi in lingua inglese?
Clio: « Mi veniva più spontaneo, è quella che mi parla di più».
Martin: «La lingua influenza la musica. La nostra è stata una scelta d’istinto, ma c’è anche la consapevolezza che per il nostro tipo di musica l’inglese sia il “suono” giusto».

Un modo per allargare i confini, andare oltre l’Italia…
Clio: «La vediamo come una scommessa: essere italiani e fare musica in inglese, come fanno da anni i tedeschi o i nordeuropei».

Siete cresciuti con la musica in casa?
Martin: «Non veniamo da famiglie musicalmente “fornite”. C’erano ascolti diversi, quelli normali, da pubblico non educato. Ho iniziato a 14 anni con musica bella, la classica… Ascoltavo anche i Queen, i Led Zeppellin. Ricordo, però, che confondevo I Radiohead con i Motörhead, pensa com’ero messo!».
Clio: «Adolescente, sono improvvisamente passata da Hilary Duff, ad ascoltare e amare Ella Fitzegerald…»”.

Oggi quali sono i vostri ascolti?
Clio: «Tanti generi diversi. Ultimamente mi dedico molto al jazz, soprattutto quello nordeuropeo, mi sono innamorata della scena jazz svedese degli anni Sessanta».

Torniamo alla vostra musica: secondo me è particolarmente interessante perché il duo permette di esprimere le qualità di entrambi e valorizzarle. Quando suonate live chi viene a vedervi? Viene capita la vostra musica?
Martin: «Dobbiamo distinguere tra Italia ed Europa. Quando suoniamo in Francia, Olanda, Germania, ma anche in Gran Bretagna, possiamo cento come undici persone ad ascoltarci, ma sono tutte molto attente, capiscono quello che stiamo proponendo. In Italia, finora, quando ci esibiamo dal vivo abbiamo la sensazione di sembrare degli alieni. Ovunque, fuori, abbiamo percepito di essere nel posto giusto e di star facendo la cosa giusta».

Clio, stai passando un anno sabbatico a Berlino. Com’è la situazione lì?
«Sicuramente diversa da qui, anche se quella scena multiculturale, aperta, vivace è molto cambiata. Sempre molto creativa, comunque. C’è maggiore accesso all’interscambio tra artisti, lo stato tedesco tutela l’arte: anche nel periodi di Covid gli artisti che si sono trovati di colpo senza soldi, sono stati aiutati. Si percepisce che l’arte è considerata fondamentale».

Qui contano molto i contenuti mainstream. Chi non rientra, ha uno spazio di manovra stretto. È una questione culturale, che prima o poi dovrà essere affrontata…
Martin: «Credo sia inevitabile che prima o poi qualcosa cambi. Quello che manca in Italia è un po’ di coraggio da parte delle etichette discografiche: dovrebbero osare di più, investire invece di andare sempre sul sicuro».

Perché Clio and Maurice?
Clio: «Volevamo un nome che fosse disorientante, di cui non si capisse l’origine geografica, senza però perdere l’idea della coppia: volevamo essere noi e allo stesso tempo altro rispetto a quello che siamo».

Come etichettereste la vostra musica? Avant Pop?
Martin: «Mi sembra un po’ troppo impegnativo. Starei piuttosto su pop sperimentale, o pop alternativo».

Continuerete a suonare in duo?
«Nel disco che abbiamo praticamente finito abbiamo scelto di collaborare in alcuni brani con alcuni musicisti, gli Any Other, Margherita Carbonell al contrabbasso e Francesco Tanzi al violoncello. Per ora sì, è la veste che ci siamo dati e ci crediamo!».

Riflessioni: la lezione del violoncellista Vedran Smailović

Vi ricordate Vedran Smailović, primo violoncello dell’Orchestra Filarmonica di Sarajevo, mentre, vestito in frac, si esibiva solitario tra le macerie della sua amata città, in quell’assedio durato 1495 giorni (dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996)? Suonava l’Adagio in Sol Minore di Albinoni, in una versione lentissima, struggente e potente. La musica contro la guerra, come balsamo salvifico per le anime dei morti e degli assediati. Potete toglierci tutto, case, chiese, biblioteche, vita, ma non potete impedirci di suonare e ascoltare. Un piccolo gesto che in sé aveva una portata dirompente.

Se non siete ancora stati a Sarajevo andateci. Gli orrori di quella guerra non sono stati dimenticati. Sono racchiusi nei musei, incisi sulle case, lastricati sui marciapiedi. La foto di Smailović è esposta nel Museo Storico della città.

Oggi, in Ucraina, siamo allo stesso punto. Golia vuol prendersi Davide e lo fa con un dispiegamento di forze brutale. È la volontà di uno dei tanti “fucking Psycho” come cantavano i Muse nel disco Drones del 2015. Dopo una settimana di guerra, negoziati a rilento in casa dell’amico e sodale Lukaschenko, boss (non possono essere elevati al rango di capi di stato!) della Bielorussa, uomo che teme l’Arte, come ho avuto modo di scrivere un paio di anni fa in questo post, Putin non accenna a placare il suo desiderio di ricostruire una storia che è finita 30 anni fa. La Grande Russia, il “celodurismo” imperante, il “tispiezzoindue”, il nazionalismo esasperato, l’essere qualcuno nel mondo che conta, stretto tra Cina e Occidente, l’evitare qualsiasi dissenso, il dominare in casa e nei paesi dell’ex Unione Sovietica con pugno di ferro, la democrazia, anzi, democratura, che è pura dittatura, nemmeno abbellita con un filo di fard…

Lascio i commenti ad altri più saggi colleghi. Mi limito a una sola osservazione: tra un tiranno che tiranneggia, gente che muore sotto i razzi e i mortai, esodi di massa, il ricatto all’Occidente di un’escalation nucleare, la Cina silenziosa perché pensa solo al dio denaro, da questa parte del mondo si fanno le “vere repressioni politiche”: cacciare Valery Gergiev, il grande direttore d’orchestra, licenziato dalla Scala perché non si è espresso contro la guerra. Certo Gergiev è amico ultradecennale di Putin. Ma cosa c’entra la musica con tutto ciò? O la letteratura? Sempre a Milano, e sempre con lo stesso spirito, l’università della Bicocca aveva deciso di rinviare una lezione sullo scrittore russo Fëdor Dostoevskij di Paolo Nori, decisione pare saggiamente rientrata in corner… Cosa ha a che fare la musica con la politica?, si domanda – a ragione – la saggia Natalia Aspesi.

E ritorno a Vedran Smailović: la musica non ha padroni, non la si tiri in mezzo per colpire qualcuno. Ci pensano già i dittatori con le loro logiche di ossessivo controllo. Noi no, noi dovremmo essere diversi. Siamo liberi, di pensare, di dire o non dire, di esprimere dissenso anche in modo pesante, ma non serviamoci della musica per colpire qualcuno. Le note dell’Adagio di Albinoni risuonano ancora a monito, dopo quasi trent’anni. La musica, come la Letteratura, e l’Arte in generale, portano in sé una carica positiva, emozionano, raccontano, fanno più paura delle bombe.

Servirebbe in questo momento un altro Live Aid, un altro Bob Geldof che radunasse, indignato, artisti di tutto il mondo per far sentire il reale peso della musica, la sua potenza dirompente. Un concerto trasmesso a tutto volume ovunque, grazie agli hacker di Anonymus, anche nei costosissimi caschi delle ipertecnologiche milizie mandate a cancellare uno stato sovrano. Sarebbe un bel segnale, non vi pare?

Chiudo con un brano-preghiera sempre da Drones dei Muse, ed è la traccia che dà il titolo all’album, l’ultima. “Ascoltate” le parole:

Killed by drones
My mother, my father
My sister and my brother
My son and my daughter
Killed by drones
Our lives between your finger and your thumb
Can you feel anything?
Are you dead inside?
Now you can kill from the safety of your home with drones
Amen