Rock, mostri sacri e il tempo che passa

La notizia l’ho letta ieri sera su Rolling Stone America: Rod Stewart, Kenney Jones e Ron Wood incideranno ancora come Faces, band che nacque nel 1969 e che vide, nel corso degli anni, anche la partecipazione di Mick Hucknall, il rosso dei Simply Red. Qualcuno ricorderà di sicuro l’album e l’omonima canzone Ooh La La del 1973. In quest’occasione Ron Wood ha annunciato anche nuove uscite con i Rolling Stones: con Jagger sta lavorando a tracce inedite per il quarantesimo dell’album Tattoo You che uscirà prossimamente in un cofanetto celebrativo.

Sempre sulla home del sito del magazine americano questa mattina si parla del concerto in streaming di Bob Dylan di domenica scorsa, Shadow Kingdom. Primo show del menestrello ottantenne via etere, fatto che ha destato non pochi dubbi se sia stato davvero stato suonato dal vivo o in playback, sui brani, molti di questi, riproposti dall’artista dopo anni che non li eseguiva più dal vivo ad esempio, What Was It You Wanted?, suonato l’ultima volta nel 1995, e anche sul perché non si sia esibito con la sua classica band e non abbia messo in scaletta alcun brano tratto da Rough and Rowdy Way, suo ultimo lavoro.

Stiamo parlando, come avrete capito, di mostri sacri, del Rock, tutta gente che ormai ha superato i settanta. Gente che continua a fare musica e a prendersi, giustamente, le copertine e le prime pagine dei giornali.

Ciò impone una riflessione, una domanda che ha del misterioso e del cabalistico, che riaffiora di tanto in tanto, quando le “vecchie glorie” ancora in arnese salgono di nuovo sul palco o si chiudono in sala d’incisione: ma il Rock resisterà ed esisterà fino a quando suoneranno i vari  Rolling Stones, Deep Purple, Queen (a tratti), Jimmy Page, Robert Plant, John Paul Jones, Ozzy Osbourne e via elencando?

È una annosa questione questa, che ritorna ciclicamente: il Rock, quel grande Rock, finirà con chi lo ha suonato? Neil Young cantava Rock and Roll can never die… non può finire, eppure… Vabbè, discorsi estivi, chiacchiere da fare sotto l’ombrellone o mentre ti arrampichi su per qualche sentiero in montagna. Io che ho avuto la fortuna di vivere quel grande rock continuo ad ascoltarlo con lo stesso gusto e passione di quando l’ho messo in cuffia la prima volta. Gli artisti di cui sopra sono diventati dei “classici”, siamo abituati ad averli con noi, come se il tempo non passasse mai. Esistono perché “immortali”.

Quel Rock è destinato ad andarsene con loro. Sotto il cappello Rock continuiamo ad aggiungere nuovi artisti e nuovi gruppi. Ma non si tratta di “quel rock”, non lo sarà mai. È un’altra musica, certo nata da quelle radici, interessante ma diversa. E per fortuna, visto che la musica evolve con gli impulsi sociali, la vita che cambia, il mondo che viviamo e quello che stiamo progettando. I vecchi leoni ruggiscono ancora. Approfittiamone!

Buoni ascolti a tutti…

Tre dischi, tre voci femminili, tre modi di passare il weekend…

Come ormai consuetudine, anche questo venerdì vi propongo tre album da ascoltare durante il weekend. Questa volta si tratta di tre nuove uscite di giugno dove le protagoniste sono tre donne. Tre artiste di notevole bravura, tra elettronica, neo soul e Musica Popular Brasileira di nuova generazione. Viaggeremo, quindi, tra New York, Melbourne e São Paulo.

1 – Fatigue – L’Rain
Partiamo da New York, Brooklyn per la precisione. L’Rain è il moniker che si è scelta Taja Cheek, trentenne cantautrice, una laurea in musica e un modo di comporre molto personale. Il nome d’arte L’Rain è un omaggio a sua madre, Lorraine, morta nel 2017 quando Taja stava lavorando al suo primo disco. L’ha anche tatuato sull’avambraccio. Fatigue riporta ancora le ferite della perdita subita, unite alle tante altre legittime domande che la Cheek si  pone sulla sua vita. È un disco ma, soprattutto, un viaggio introspettivo, come lei stessa ha spiegato al New York Times che le ha dedicato una lunga intervista una decina di giorni fa. Di lei, Jon Pareles, l’autore dell’intervista nonché capo dei critici musicali del quotidiano americano, scrive: «Cheek continua a riflettere su insicurezza, ricordo, smarrimento, rimpianto, lutto e la preoccupazione mentre cerca, in qualche modo, di insistere. In Find It canta “Mia madre mi ha detto: trova una strada dove non c’è”». Find It è un po’ la “summa” del suo modo di fare musica. Lei registra di continuo, voci, suoni, canti, scene di vita quotidiana. Lo fa in modo minuzioso, come tenere un prezioso diario sonoro. Nel brano c’è, dunque, l’intervento di un organista che suona e canta I Will not Complain durante il funerale di un amico di famiglia. Taja l’ha registrato, ci ha messo sopra un sax romantico e un crescendo di basso, mentre l’organo e la voce esplodono in cori e fraseggi. In Blame Me c’è una frase pronunciata da sua madre nascosta tra le pieghe della canzone… insomma un percorso sinuoso, apparentemente senza senso, in realtà molto ben definito, con accenni a uno stile a tratti essenziale che ricorda Moses Sumney. Da mettere sul piatto la sera e riflettere…

2 – Mood Valiant – Hiatus Kaiyote
Dici Hiatus Kaiyote leggi Nai Palm, chitarrista e leader della band di Melbourne, il cui vero nome è Naomi Saalfield, musicista dotata di una straordinaria creatività e anche di una buona dose di vita vera vissuta. La band, presente da alcuni anni sulla scena mondiale, ha pubblicato lo stesso giorno di L’Rain, il 25 giugno, Mood Valiant, disco decisamente interessante. Preparato già nel 2019 ma poi, causa pandemia e un tumore al seno (per fortuna risolto al meglio) che ha fermato la vulcanica frontwoman, è uscito solo ora. Fiati e violini nel miglior stile soul (vedere An We Go Gentle) si alternano a un tappeto di suoni a tratti stridenti della chitarra di Nai, a tratti suadenti, con una base ritmica simile a un soffice tappeto erboso. Il brano più interessante – e anche quello che mi piace di più – una sorta di flash back, è Get Sun con la partecipazione del compositore brasiliano Arthur Verocai. Soul, psichedelia, frammenti jazz, ne fanno un album che vale la pena ascoltare.

3 – Esperança – Mallu Magalhães
Chiusura in bellezza e spensierata. Musica da ascoltare come sottofondo nelle calde notti estive, musica che riporta al momento d’oro della bossanova. Mallu Magalhães, 28 anni, di São Paulo, al suo quinto album in studio, dà vita a un piccolo universo di MPB, delicato e sofisticato, allegro e positivo, con refrain che si ricordano facilmente e che ti rimangono impressi e li fischietti senza accorgetene, come Quero Quero. Esperança è un viaggio raccontato in portoghese, spagnolo e inglese, ricordi che sono fissati nella miglior tradizione brasileira. Inizia con America Latina, tanto per ribadire da dove Mallu proviene, cantata in inglese, per poi snodarsi e sciogliersi in brani come Barcelona con l’intervento di Nelson Motta uno dei padri della bossanova, giornalista e compositore, o Regreso (in spagnolo), o Deixa Menina cantata con Preta Gil, la figlia di Gilberto Gil. Chitarre, tromba, cuica, batucada, e una voce disincantata dal timbro jazz ne fanno un disco amabile, scaccia pensieri, vacanziero. Divertitevi!

Tre dischi Blues per il primo, torrido weekend

In nemmeno un mese sono usciti tre album blues che hanno catturato la mia attenzione. Un bel modo per dire che ce li ho praticamente sempre in cuffia! Soprattutto uno, il primo, firmato da Oliver Wood: capirete il perché una volta ascoltato. Prevale il roots, la musica densa di pathos. Poi c’è un gradito ritorno, quello dei The Black Keys, fulminati sulla via del Delta. Infine un disco giocoso dove, oltre al blues nelle sue varie forme c’è anche una buona dose di Rock punteggiato da rockabilly, hard rock, surfy, firmato da Billy F. Gibbons, chitarra e voce dei mitici ZZ Top

1 – Always Smilin’ – Oliver Wood

Come successo anche per Gibbons, Woods, bloccato dal Covid con la sua band i The Wood Brothers, s’è chiuso in casa e ha tirato fuori brani che aveva riscritto o rielaborato nel tempo, dandogli forma e sostanza per un album, divertendosi a suonare con i suoi amici. Potrei definirlo un lavoro solare, grazie anche all’intervento di musicisti del calibro del tastierista Phil Madeira, delle voci di Susan Tedeschi e Freda McCrary, di John Medeski all’Hammond, del polistrumentista Phil Cook. Il titolo del disco, Always Smilin’, Wood lo ha ricavato dal primo verso della prima canzone, Kindness: I know a man and he’s always smilin’… Tra i brani che ascolto di più, oltre al lento tutto chitarre slide Came from Nothing, c’è The Battle is Over (But the War Goes On), con un’armonica a bocca che ricama sopra un basso essenziale, una chitarra sincopata, batteria e voci. Wood ha cercato di mantenere l’essenza di quello che era il brano originale, una canzone di protesta uscita nel 1973 composta dal formidabile duo Sonny Terry & Brownie McGhee. E così si snocciola una narrazione che passa dalla spensierata Face of Reason a Soul of This Town, tipico sound di New Orleans, al gospel-blues Climbing High Mountains (Tryin’ to Get Home) – c’è una versione soul-gospel strepitosa di Aretha Franklin – con una chitarra elettrica che scandisce il gospel, diciamo una versione “laica” rispetto a quella di Aretha… Proprio un bel gran disco!

2 – Delta Kream – The Black Keys

Un omaggio alla musica che amano e dalla quale provengono. Dan Auerbach e Patrick Carney, i The Black Keys, hanno deciso di rivedere pezzi storici del Blues, brani di mostri sacri del genere, come il sommo R. L. Burnside (a proposito, il 25 giugno uscirà un disco che si preannuncia molto interessante del nipote del bluesman, Cedric Burnside, I Be Trying, ci ritorneremo…), di Junior Kimbrough o di Fred “Mississippi” McDowell, trasformandole in brani con chiare tendenze rock. Il risultato è un disco da ascoltare, non certo un capolavoro, ma un onesto omaggio ai loro autori e brani preferiti, impreziosito dalla chitarra slide (onnipresente) di Kenny Brown e dal basso di Eric Deaton. Molti si sono domandati se fare un disco con brani capisaldi del Blues non fosse un po’ troppo pretenzioso, visto che, ad esempio, per Poor Boy a Long Way From Home di Burnside, ci sono versioni strepitose, una per tutte quella di Howlin’ Wolf, come ha fatto notare Rolling Stone Usa. I due – diventati per l’occasione quattro – ci sanno fare. È il loro punto di vista, la loro interpretazione, il loro omaggio. Ed è per questo che vanno presi e ascoltati. Anche perché, ripeto, il lavoro “di fino” che fa Kenny Brown merita da solo l’acquisto dell’album: basti ascoltare Going Down South: il chitarrista con bottleneck all’anulare viaggia in perfetta sintonia con la voce sottile di Dan Auerbach. Musica da strada, sotto il sole, dovunque voi siate…

3 – Hardware – Billy F Gibbons

E andiamo al gran finale per un disco uscito il 4 giugno. Billy F Gibbons, frontman, chitarra e voce dei ZZ Top, nell’anno del Covid, privo delle tournée con i suoi sodali, s’è dedicato alla composizione di un disco che rasenta il blues, ma che sviluppa tutto il rock possibile, quello a cui il chitarrista con doppio cappello è abituato a fare con gli ZZ Top. Molti si son chiesti del perché Gibbons non abbia coinvolto il resto della band, visto che è un disco tagliato per gli ZZ Top. Dopo un percorso solista che negli ultimi anni lo ha visto pubblicare altri due album, Perfectamundo (2015) con un “indirizzo” latino e The Big Bad Blues (2018) tutto girato sulle blue note, con Hardware, ha voluto continuare le sue escursioni musicali. Assieme al batterista, Matt Sorum, e al chitarrista e bassista Austin Hanks, ha deciso di giocare sporco, nella miglior accezione. Un rock ruvido, distorto, urlato con la sua voce roca. Brani ripetitivi, potreste osservare. Lo condivido. Però l’anima e la forza che Mr. Gibbons ci ha messo equivale a una ricarica veloce di un powerbank per chi si sente privo di energia. Via, dunque, con My Lucky Card, per proseguire con un’accelerata She’s On Fire. Un crescendo di bassi martellanti, tamburi accelerati e assoli ringhiosi, fino a Stackin’ Bones, quest’ultima con il contributo delle sorelle blues Rebecca e Megan Lovell dei Larkin Poe, e S-G-L-M-B-B-R (coerente!)… Energia pura, nessun volo pindarico, ma passate le 70 primavere il buon Billy, oltre a collezionare vecchie auto che customizza, si può permettere questo e altro! 

1971, l’anno in cui la musica ha cambiato tutto: da vedere!

Mi sono assaporato 1971, The year that music changed everything, la docuserie di Asif Kapadia trasmessa da Apple Tv+. Racconta, senza tesi né costruzioni, ma con filmati – molti di questi mai visti prima – e testimonianze – mai in camera – un anno determinante per la musica, uno spartiacque tra il prima e il dopo, nel quale si sono concentrati una serie di eventi tragici, dolorosi ma anche spettacolari e dove la musica ha fatto da collante, indicando ai giovani di allora nuove strade, un nuovo mondo possibile.

Ispirato a 1971, Never a Dull Moment, libro uscito nel 2016 del critico inglese David Hepworth, pubblicato in italiano da Sur (collezione BigSur con il titolo 1971, L’anno d’oro del Rock), la docuserie riporta con immagini e tanta musica quello che in sostanza Hepworth sostiene su quel fatidico 1971: «il più febbrile, creativo e lungo anno di quell’epoca».

Infatti, di cose ne sono successe, e tante. Con una premessa simbolica dal punto di vista musicale: il 1971 è stato il primo anno senza i Beatles. Infatti, il capitolo iniziale della serie – è anche il più lungo – si sofferma sull’eredità musicale dei Fab Four, sulla politica degli anni Sessanta e sul perché i Settanta siano stati così dirompenti. Dal punto di vista sociale è stato rappresentato –  e giustamente – raccontando la cronaca dei fatti successi all’università di Ken State nell’Ohio: la morte di quattro studenti e il ferimento di altri nove da parte della Guardia Nazionale, durante le proteste contro la guerra in Vietnam. Neil Young dedicò all’accaduto una canzone, Ohio (famosa l’esibizione live al Massey Hall di Toronto nel 1971, dalla quale ne uscì un disco pubblicato soltanto nel 2007).

In otto capitoli per un totale di sei ore1971 sembra più la cronaca di un decennio che di un anno solo. Negli Usa governava Richard Nixon, la guerra in Vietnam continuava a essere la spina nel fianco per il presidente e l’establishment, il “make love not war” dei figli dei fiori era tramontato, sia in musica sia nei fatti, l’America stava facendo i conti con il Black Power, una radicale presa di coscienza diventata lotta di resistenza degli afroamericani; anche le donne iniziavano a rompere quell’apparente, melenso, status quo che prevedeva il marito al lavoro e le mogli devote, tutte casa e pulizia. In questa rivoluzione c’era pure la sentenza di Charles Manson e delle sue adepte assassine per i fatti di Cielo Branco e l’esperimento della prigione di Stanford: un gruppo di psicologi, diretto dal prof. Philip Zimbardo, simulò la vita in un carcere americano in tutto e per tutto. Il test doveva durare 15 giorni, si concluse dopo appena cinque giorni perché i volontari, studenti che simulavano prigionieri e carcerieri, dettero di matto. Sempre nel ’71 l’Orgoglio Gay iniziava a prendere forme organizzate. In mezzo a tutto questo fermento sociale e politico c’era una maggioranza silenziosa che assisteva attonita alla nascita di una controcultura giovanile che demoliva, come martelli pneumatici, le consolidate fondamenta sociali sia negli States sia in Europa.

E la musica regnava sovrana: uno strumento consapevole di questa rivoluzione che Gil Scott Heron riassunse in un brano storico The Revolution Will Not Be Televised – è anche il titolo del quinto episodio della serie – e nella meno conosciuta No Knock e Sly & the Family Stone con un altrettanto esplicito There’s a Riot Goin’ On. La musica come filo conduttore, catalizzatrice del cambiamento in atto. Ed ecco John Lennon, Bob Dylan e Marvin Gaye che arrivano dagli anni Sessanta con un rinnovato impegno politico: Marvin pubblica nel ’71 What’s Going On, che poi Rolling Stone eleggerà disco rock più bello di tutti i tempi. C’è la coscienza delle ingiustizie sociali, di un mondo inquinato, di un establishment corrotto e arroccato. Vi viene in mente qualcosa? Aretha Franklin raccoglie fondi e paga la cauzione all’attivista per i diritti civili Angela Davis, Bill Whiters irromope con la sua Ain’t No Sunshine

Nella narrazione, a filmati e brani musicali di pregio si alternano spezzoni di televisione dell’epoca, importanti per inquadrare il momento storico: dal reality rivoluzionario An American Family a Soul Train, il primo spettacolo televisivo dove gli afroamericani conquistano quell’affermazione musicale tanto cercata.

C’è un capitolo dedicato anche alla droga, l’eroina che consumava Sly Stone e faceva morire Jim Morrison a Parigi, mentre in una lussuosa villa in Provenza i Rolling Stones, fuggiti dal fisco inglese e poi incappati nella mafia marsigliese per colpa della droga, cercavano di registrare un disco, Exile On Main St., che poi diventerà un caposaldo della loro produzione, in una spirale di eroina, anfetamine e alcool di immani proporzioni. Ne parla sopra le immagini il giornalista di Rolling Stone Robert Greenfield, all’epoca al seguito della corte di Keith Richards e soci.

Si sperimenta tanto perché il ’71 è anche l’anno della tecnologia. Arrivano i primi strumenti elettronici, Pete Townshend degli Who ne viene attratto, li studia e li usa – vedi Baba O’Riley. Mentre Alice Cooper sperimenta un rock “visivo” con performance crude (vedi la sua impiccagione…), Marc Bolan frontman dei T.Rex getta le basi del primo Glam Rock. Un giovane David Bowie studia Cooper e si prepara a diventare il mito frequentando la Factory di Andy Wharol. E poi Lou Reed e Iggy Pop, ma anche, a Berlino, i mitici Kraftwerk

E ancora: la musica che unisce anche chi la pensa in modi opposti, vedi i primi skinheads inglesi e i giovani di origini afro che ascoltavano – e suonavano – il reggae di Bob Marley and The Wailers. Il 1971 vede anche la nascita dei cantautori che si sostituiscono nel gradimento dei giovani alle band, vedi Carol King con Tapestry, Joni Mitchell con Blue, Elton John che fa esplodere il Troubadour di Las Vegas nella sua prima tournée americana, Ike e Tina Turner che, assieme agli Staple Singers e ad altri grandi nomi dell’epoca vengono invitati a esibirsi ad Acca, in Ghana, al Soul to Soul Festival per celebrare il 14esimo anniversario della repubblica. E ancora: George Harrison che, il primo di agosto, organizza al Madison Square Garden di New York il mitico concerto benefico per il Bagladesh…

È necessario vederlo, vi assicuro. Perché, oltre all’importanza storica e anche al legame che unisce quella musica che prendeva forma e quella che verrà negli anni seguenti (non a caso l’immagine finale è quella di Billie Eilish), noterete un parallelo con la situazione attuale. Non per la musica, certo che no! Quello resta un anno irripetibile, ma per i problemi sociali e politici. Negli States gli afroamericani protestano ancora per gli abusi e le violenze, i soldati vengono ritirati dopo 20 anni dall’Afganistan (allora si chiamava Vietnam), l’orgoglio gay è più che mai necessario (guardate in Italia le discussioni e l’iter travagliato per approvare la legge sull’omotransfobia), le donne continuano a lottare per le discriminazioni e le violenze, il pianeta è mezzo moribondo per colpa nostra, la tecnologia ci fa del bene, ma a che prezzo… Paralleli nemmeno troppo nascosti. Speranze, ambizioni, frustrazioni si ripetono. Guardatelo con questi occhi e vi renderete conto dell’immobilità del tempo: sono passati 50 lunghi anni e i problemi sono praticamente gli stessi…

Federico Ortica e Andrea Palombini: così canta il Mare

Ritorno su un artista che ho intervistato lo scorso anno. Si tratta di Federico Ortica, 41 anni, docente di Composizione Elettroacustica al Conservatorio Francesco Antonio Bonporti di Trento e sound designer di fama. Lo avevo sentito nel giugno del 2020 per un suo progetto che aveva del fantastico: far suonare gli alberi, usare una foresta come cassa di risonanza, ma anche sentire e rielaborare i rumori che gli alberi fanno di continuo, la linfa che scorre, le foglie che tremano impercettibilmente al vento, i rami che scricchiolano.

Esseri vivi come il mare che Federico, insieme ad Andrea Palombini, musicista e skipper che dal 2020 porta avanti un progetto battezzato Onde Sonore il cui sottotitolo è un gioco di parole: musica da mare, hanno deciso di far cantare.

Andrea Palombini, al timone, e Federico Ortica i protagonisti di questo incredibile viaggio sonoro.

È stato lo stesso Federico a chiamarmi «Ciao Beppe, sono in barca con Andrea, siamo partiti da Palermo e arriveremo a Olbia. Dieci giorni di viaggio per captare, con sofisticati microfoni, la vita nell’acqua durante la navigazione, nei porti, di notte e di mattina presto, e sull’imbarcazione – un Jeanneau Sun Odissey 40 – per cogliere la vera essenza dell’andar per mare». Nel progetto è coinvolta anche L’Associazione Spazio Musica di Cagliari, prestigioso luogo della musica d’avanguardia (si occupa di ricerca e produzione musicale da 39 anni).

Incuriosito, conoscendo Fabrizio, gli ho detto subito: «Mi interessa, eccome!». E lì sono partito con le domande: quanti microfoni, che tipo di apparecchiatura, cosa avete sentito, che sensazioni ne avete ricavato, ma il mare e la barca suonano davvero… insomma, una sana curiosità difronte a un progetto che unisce scienza e arte.

«In acqua abbiamo quattro idrofoni che possono arrivare fino a 9 metri di profondità, microfoni direzionali per catturare ogni minima vibrazione sulla barca e un mixer». Per l’esattezza, prosegue Ortica, «siamo partiti con dieci microfoni a contatto, quattro idrofoni, quattro microfoni ambientali, due trasduttori elettroacustici, più il Mixer, un impianto audio, due camere, un modem portatile. E poi gli strumenti: chitarra elettrica, amplificatori, ukulele, tromba, cajon e percussioni…  Abbiamo messo in risonanza la barca, è diventata una barca canterina… e a oggi, abbiamo registrazioni per oltre 10 giga», racconta Federico entusiasta.

Con questo viaggio-esperimento Ortica e Palombini – con l’aiuto di Nicola Casetta al field recording e di Andrea Marchi allo streaming audio/video, quest’ultimo assai complicato in barca – vogliono dimostrare anche che il suono dell’acqua non è solo il banale (anche se bellissimo e tranquillante) frangersi delle onde sugli scogli, ma rumori che, senza quei sofisticati microfoni, in navigazione non si sentirebbero, confusi con i tanti prodotti dall’imbarcazione, dal vento, dai flutti.

Oltre all’esperimento sonoro, durante il viaggio che si concluderà domattina, 5 giugno, a Olbia, ci sono stati incontri con musicisti che hanno usato come basi questi nuovi suoni per improvvisare, creando così melodie dove l’acqua assume una parte fondamentale del tutto. Emozioni? «Tante, sentire il canto dei delfini sott’acqua mi fa fatto venire la pelle d’oca, una registrazione meravigliosa, come pure le sartie in acciaio: in navigazione si sono trasformate in un’interessante sezione ritmica». Alcune registrazioni le potete ascoltare sul sito di Onde Sonore.

Chi ha avuto la fortuna di trovarsi nei porti di attracco di Onde Sonore, ha potuto ascoltare le registrazioni montate da Federico, ma anche artisti come Alessandro Deledda, pianista che ama contaminare jazz ed elettronica e che in barca ha presentato il suo ultimo lavoro La Linea del Vento: se volete ascoltarlo andate sul suo sito. Non lo cito a caso: provate ad ascoltare, per esempio, il brano di Deledda Have You Met Mr. Pongo? e aggiungeteci, dal sito di Onde Sonore, la registrazione della “Navigazione da Cagliari a Villasimius”: troverete assonanze e una melodia che fonde jazz e mare, pianoforte e vento…

Riflessioni: Bob Corritore, Eurovision e una storica Top Five

Stamattina ho aperto il computer e, come sempre, per prima cosa ho cercato musica da ascoltare. L’ho trovata, e perfetta per il mio umore: Bob Corritore, grande armonicista e bluesman, assieme a un parterre di musicisti di tutto rispetto, ha appena pubblicato un disco, Spider in my Stew. Con lui ci sono Alabama Mike, Sugaray Rayford, Oscar Wilson, John Primer, Johnny Rawls, Lurrie Bell, Kid Ramos, Bob Margolin, Junior Watson. Ascoltate Big Mama’s Soul Food e capirete di cosa sto parlando! Perfetto per un giorno di sole, come oggi qui a Milano, i ricami di Corritore con l’armonica, sia nel blues rude e polveroso o in quello lento e paludoso del Delta, sono incredibili, meglio di un caffè nero bollente per drizzare la giornata.

Il sottofondo musicale alla scrittura non me lo sono scelto a caso. Un contraltare a quello che voglio raccontarvi oggi. È da un po’ di giorni che ci penso, e alla fine ho concluso che Eurovision 2021 e la vittoria dei Måneskin meritano un commento.

Confesso, l’ho guardato. Una delle imposizioni alla Sanremo. Consapevole che di musica, o almeno di quella che normalmente ascolto o ne parlo, lì non ce n’era proprio l’ombra (o quasi). Dei numerosi commenti letti in questi giorni, anche sui giornali europei, ho trovato un punto in comune: Eurovision è uno spettacolo di Kitsch estremo, una perversione, una bizzarria. Talmente assurdo che finisce per incollarti alla televisione, per vedere fino a dove gli organizzatori hanno osato spingersi. Insomma, come al Circo, ma sotto un rutilante tendone ultratecnologico. Un po’ Hunger Games, un po’ Giochi senza Frontiere e un po’ assurdi concorsi di bellezza americani, quelle storie alla Little Miss Sunshine, per intenderci. Un luogo dove non conta la musica in sé, ma come la proponi e la corredi: con fuochi d’artificio, effetti esasperati, balletti improbabili, costumi postapocalittici…

Tra il cantante russo che fa il suo ingresso dentro una gigantesca matrioska motorizzata, Efendi (Azerbaijan) che canta e balla Mata Hari, brano dedicato alla famosa spia olandese, i più normali – e non a caso hanno preso il podio – sono stati i Måneskin e Barbara Pravi, la francese, che ha cantato una delle classiche, tristissime chanson d’oltralpe.

E vado ai quattro ragazzi romani. Se lo sono meritato il podio? Certo che sì, anche perché a Rotterdam sono stati un ricambio d’aria fresca, energia allo stato puro, voglia di sfondare. Una doppietta per gli outsider dei palchi di Sanremo e di Eurovision, segno che la gente che vota non rimane solo abbagliata (abbindolata) dagli effetti speciali, ma alla fine sceglie la sostanza. Sono curioso di sapere che strada prenderanno ora Damiano, Victoria, Ethan e Thomas: continueranno a fare rock anche se quest’ultimo non se la passa benissimo, tenuto in piedi ancora dai mostri sacri del genere? Penso (e spero) di sì. Al netto dei contratti discografici, dei producer e di tutto ciò che sta dietro a una band con un successo montante, credo che i quattro stiano cercando il loro rock e lo stiano facendo benissimo, con pazienza, impegno e creatività. Poi animali da palco si nasce, difficilmente lo si diventa…

P.S. Chiudo con un post scriptum che non ha nulla a che vedere con Eurovision 2021. Il 26 maggio di 31 anni fa, per la prima volta nella storia, alla Top five dei singoli più ascoltati negli States ci sono solo artiste: Madonna con Vogue, le Heart con All I Want To Do Is Make Love To YouSinéad O’Connor con Nothing Compares 2 You, le Wilson Phillips con Hold OnJanet Jackson con Alright.

Alla prossima…

Bob Dylan, compie 80 anni… Crossing The Rubicon

C’era da aspettarselo: gli 80 anni di vita di Bob Dylan, o meglio, di Robert Allen Zimmerman, che cadono proprio oggi, il 24 maggio, fanno discutere e non poco.

Se vi fate un giro nella grande rete, vedrete come, dagli Stati Uniti all’Australia, dalla Gran Bretagna all’Italia, fino al Sudafrica e al Brasile giornali, siti, radio e televisioni hanno iniziato da giorni a ricordare questa data. Lo fanno in modo celebrativo, reverenziale, con i migliori successi di Bob, le cose che non sapevate di Bob, il significato religioso di Bob, le crisi esistenziali di Bob. Alcuni – pochi a dire il vero – se ne escono con un Dylan sopravvalutato, altri puntano sul significato letterario della sua notevole produzione.

Tutto lecito, ovviamente, Bob Dylan è Bob Dylan. La sua inconfondibile voce nasale ha scandito generazioni di ascolti. Può piacere o meno ma sta di fatto che tutti noi, almeno una volta nella vita, ci siamo imbattuti in una sua canzone.

Dal secondo semestre del 2016, nello stesso anno in cui l’artista è stato insignito del Nobel per la Letteratura, l’Università di Tulsa in Oklahoma ha avviato un corso di laurea in lingua inglese con lezioni mirate su Bob Dylan, sui testi delle sue canzoni. L’università ha ereditato anche un grande archivio sul musicista che diventerà, il prossimo anno, un museo. Il 21 aprile scorso è apparso in libreria The World of Bob Dylan, curato da Sean Latham, il professore che dirige il corso a Tulsa, e pubblicato dall’università di Cambridge: si tratta di una raccolta di 28 saggi di docenti della più diversa estrazione, esperti di filologia, musica, arte, storia, libro che è andato bruciato in due settimane.

Ciò che nessuno può obiettare, osservando i tanti periodi dylaniani e predylaniani, è che l’artista e l’uomo si sono sempre messi in gioco. I cambiamenti, le trasformazioni nella vita di Dylan sono stati tanti, da quelli spirituali a quelli musicali. Di fatto, che piaccia o meno, il menestrello del Minnesota ha perfezionato un genere di musica “Americana” che ha fatto scuola e indirizzato centinaia di musicisti o aspiranti tali.

Molti suoi brani sono stati reinterpretati, moltiplicandone la fama e il successo, altrettanti artisti, a partire dai Beatles (Macca ha dichiarato che fosse stato proprio Bob ha i iniziare i Fab Four all’uso di marijuana) a Bono degli U2, a Bruce Springsteen, lo considerano un faro. Dylan assieme a George Harrison, Tom Petty, Jeff Lynne, Roy Orbison, negli anni Ottanta ha dato vita a uno dei primi supergruppi, i The Traveling Wilburys, dove ognuno dei componenti aveva lasciato il proprio ego e nome per assumerne un altro. Lui era diventato Lucky Wilbury.

Ottant’anni sono un grande traguardo, fa notare Mark Bannerman dell’australiana ABC News. E come dargli torto. Un musicista che ha venduto oltre 120milioni di dischi, che ha una parallela  e fortunata vita di pittore e scultore, che ha ceduto i diritti delle sue canzoni, 600 brani, alla casa discografica Universal per 300 milioni di dollari, cosa può volere di più? E qui sta la forza dell’uomo. Con gli 80 non si chiude una fase della vita ma se ne apre un’altra. Chissà cosa tirerà fuori ancora, ma statene certi, che lo farà.

Delle più vite in cui si è reincarnato Robert Zimmerman, quella di Bob Dylan è la più longeva. Zimmerman lo ha alimentato e lo alimenta ancora. Dylan è un personaggio che s’è creato agli inizi dei Sessanta, Zimmerman è diventato legalmente Dylan, ed è quello che gli ha dato più soddisfazioni. Sa benissimo – e anche noi ne siamo consapevoli – però, che Bob Dylan a un certo punto finirà quando se ne andrà Robert Zimmerman (con tutti i debiti scongiuri e un augurio di lunga vita!).

Considerazioni che inevitabilmente si legano all’ultimo disco che l’artista ha pubblicato lo scorso anno, Rough and Roudy Ways, con quella lunghissima e ipnotica – 16 minuti e 44 secondi – Murder Most Foul, rilettura della storia americana attraverso l’assassinio di John F. Kennedy, o con False Prophet: «I ain’t no false prophet/No, I’m nobody’s bride/Can’t remember, when I was born/And I forgot when I died…», o Crossing The Rubicon: «I cannot redeem the time/The time so idly spent/How much longer can it last?/How long can it go on?/I embrace my love, put down my hair/And I crossed the Rubicon…».

Considerazioni sulla vita, su ciò che si è – e non si è – diventati. Prendere o lasciare. Robert Allen Zimmerman/Bob Dylan è così. Ed è per questo che lo ascoltiamo ancora…

La storia di José Mauro, l’artista che ha vissuto due volte

Oggi vi voglio raccontare una storia. Che ha a che fare con la musica popolare brasiliana, quella del suo massimo splendore creativo, negli anni Sessanta/Settanta, la dittatura e una misteriosa scomparsa.

Il personaggio della nostra vicenda si chiama José Mauro, è nato a Rio de Janeiro. Ha pubblicato, ventenne, due dischi (Obnoxious e A Viagem das Horas, il primo nel 1970, il secondo nel 1976) registrati in un’unica sessione nel 1970, negli studi di Roberto Quartin, produttore e arrangiatore che lavorò anche con Frank Sinatra e che, con la sua label omonima, fece conoscere al mondo grandi nomi della musica brasiliana, da Baden Powell e Deodato al Quarteto em Cy, da Moacir Santos a Nara Leão. Quartin è morto nel 2004, ad appena 62 anni, per un infarto.

Torniamo al 1970: esce Obnoxious, undici tracce scritte assieme ad Ana Maria Bahiana, giovane appassionata di musica e giornalismo (che poi diventerà il suo lavoro, vive da anni a Los Angeles), con le orchestrazioni straordinarie di Lindolfo Gaya e personaggi della scena musicale carioca di tutto rispetto, come il sassofonista Paulo Moura (uno dei protagonisti del film Brasileirinho di Mika Kaurismäki, del 2005, dedicato allo Choro carioca) e il batterista Wilson das Neves.

Il disco, uscito nel pieno vigore dell’AI-5, l’Ato Institucional numero 5, il momento peggiore della dittatura brasiliana, portava quel titolo che poteva avere molti significati e legami con la situazione del Brasile di allora. Sia in portoghese, obnoxio, sia in inglese, obnoxious, significa insopportabile, detestabile. L’album non ebbe un gran successo nell’immediato. Eppure era un gran bel lavoro, da vera avanguardia, composto da un giovane di talento, musica molto curata e complessa, con testi altrettanto intensi di Ana Maria Bahiana e, dunque, in teoria, passibili delle reazioni feroci e violente di una dittatura ossessionata e priva di cultura.

La voce baritonale, rassicurante, di Mauro veniva ricamata dai controcanti angelici di Ana Maria, con continui riferimenti a un mondo spirituale che si muoveva tra sincretismo e cattolicesimo. La ragione del suo mancato successo, probabilmente, sta nel fatto che il disco non fu promosso a sufficienza e tantomeno distribuito. Insomma, un gioiello chiuso nel cassetto.

Di Obnoxious se ne tornerà a parlare nel 2016, grazie a un’etichetta inglese, la Far Out Recordings di Joe Davis, dj e produttore patito da sempre di musica brasiliana, uno dei massimi esperti del genere nel Regno Unito, che, rilevati i titoli di Quartin, lo ripubblica. Come era successo negli anni Novanta con nomi di spicco della musica d’avanguardia brasiliana dello stesso periodo, per esempio gli Azymüth (ascoltateli, qui in Despertar) Marcos Valle (qui con Não Tem Nada Não), Banda Black Rio (eccoli con Maria Fumaça), Arthur Verocai (un grande! Qui Na Boca do Sol), Joyce (qui con Passarinho Urbano), anche Mauro con Obnoxious era entrato nel culto di collezionisti, rapper americani e dj inglesi, che usavano questo bendidìo come basi per rappare e far ballare nelle discoteche. Quelle musiche tra samba, jazz, folk, accordi difficilissimi, sonorità “tropicali” attiravano e incantavano.

E qui iniziano i problemi: bisognava pagare i diritti d’uso dei brani, ma José Mauro dov’era finito? Qualcuno era riuscito ad avere un numero di telefono, a cui non rispondeva mai nessuno. Da anni circolavano strane voci sull’artista sparito misteriosamente, anche perché, come avevano fatto molti suoi colleghi – vedi Gilberto Gil o Caetano Veloso – in quei tempi duri, José non aveva scelto l’esilio, decidendo di rimanere a Rio. Saltò fuori una storia, che prese piede: era morto in un incidente di moto. E poi un’altra: probabilmente era stato fatto sparire dagli sgherri della dittatura… Altri sostenevano che, povero, vivesse in una favela di Rio…

Nulla di tutto questo: Mauro, semplicemente disilluso dal fatto che i suoi dischi non erano stati sufficientemente spinti, s’era ritirato in silenzio, scomparendo come un eremita, dedicandosi sempre alla musica, scrivendo colonne sonore per pièce teatrali, e, soprattutto, votandosi all’insegnamento della sua amata chitarra. Che ha dovuto abbandonare negli ultimi anni perché malato di Parkinson. Quando ha saputo di tutto il clamore, l’artista, settantaduenne che vive a Vargem Pequena, quartiere nella parte occidentale di Rio, ha scritto un whatsapp smentendo le dicerie e dicendo che stava vivendo la sua vita tranquilla e tutto questo clamore lo stupiva.

Quanto alla sua scomparsa dal circuito musicale, l’artista, via mail (come scrive Bandacamp) chiarisce lapidario: «Non sono scomparso. Il mondo mi ha fatto sparire». Grazie a Joe Davis e alla sua Far Out recordings il mondo dovrà ricredersi su quel piccoletto, schivo, con il volto rotondo che abitava in una stanza vicino al Jardim Botânico: il 28 maggio, prossima settimana, verrà ripubblicato A Viagem das Horasalbum che Davis scoprì per caso nel 1986 in un negozio di dischi usati a Rio. Uscirà come avrebbe dovuto essere all’origine, con tre brani che nel ’76 non furono inclusi, Rua Dois, Moenda e Variação Sobre Um Antigo Tema.

Dopo 50 anni José Mauro e la sua musica stanno per ricevere il meritato riconoscimento. Giustizia artistica verrà fatta. La storia di questo musicista brasiliano, schivo, con un carattere non facile, geniale, assomiglia molto a un’altra vissuta a 8mila chilometri di distanza a nord di Rio, negli Stati Uniti, a Detroit. È quella di Sixto Rodriguez, cantastorie folk che incise nel 1970 e nel 1971 due begli album, Cold Fact e Coming From Reality, ma che in America non ebbe fortuna.

Nella sua vita, oltre al musicista, Rodriguez ha fatto il muratore e s’è impegnato per migliorare la vita dei lavoratori di una delle città più difficili e dure degli States. Non sapeva, Sixto, che in Australia, Nuova Zelanda ma soprattutto in Sudafrica, era un idolo, più famoso di Bob Dylan, e che i suoi testi erano considerati inni durante lotta contro l’apartheid. Per caso la figlia del musicista si imbattè in internet in un sito dedicato al padre e scoprì quanto fosse amato e venerato. Malik Bendjelloul, giornalista e regista svedese, ci fece un film, Searching For Sugar Man, che vinse l’Oscar nel 2013. La vita di Sixto cambiò più o meno all’età attuale di Mauro. Sulle note di I Wonder vi lascio e vi auguro un buon fine settimana.

Fleetwood Mac and Friends: è on line “Albatross”

Il prossimo 30 aprile uscirà un disco “imponente” per chi ama il rock anni Sessanta e Settanta. La storia in musica dei primi Fleetwood Mac con il sommo Peter Green: Mick Fleetwood and Friends Celebrate The Music Of Peter Green And The Early Fleetwood Mac (Live from The London Palladium).

Il disco è la registrazione di un concerto che si è tenuto il 25 febbraio 2020, pochi giorni prima che il Covid si impossessasse del mondo, con un sold out di biglietti e un parterre di musicisti sul palco da far venire la pelle d’oca: Neil Finn, Noel Gallagher, Billy Gibbons, David Gilmour, Kirk Hammett, John Maya, Christine McVie, Jermey Spencer, Zack Starkey, Pete Townshend, Steven Tayler, Bill Wyman, oltre a Mick Fleetwood, Dave Bronze, Jonny Lang, Andy Fairweather Low, Ricky Peterson e Rick Vito.

Ieri è stato rilasciato il terzo brano (e video) del concerto, dopo The Green Manalishi (With The Two Prong Crown) cantata e suonata da Billy Gibbons dei ZZ Top e Kirk Hammett, chitarrista dei Metallica (pubblicata in anteprima nel dicembre del 2020) e Rattlesnake Shake, cantata da un ispirato Steven Tayler, rilasciata il 25 febbraio di quest’anno. Si tratta di un pezzo strumentale del 1968 che, se non riassume, di certo identifica, la band britannica e Green: Albatross, suonato da David Gilmour sulla lap steel guitar, con un effetto ancora più meditabondo e carico d’emozione, postpsichedelico. Peter Green non c’era sul palco quel 25 febbraio. Il 26 luglio morirà nel sonno a 73 anni. Un motivo in più per rendere omaggio a un grande del rock e del blues.

Il 24 aprile, via nugs, verrà trasmesso l’intero concerto in streaming, mentre il 30 sarà disponibile sulle piattaforme digitali e nei negozi il disco live.

La musica che mi fa sentire bene

È da un po’ che volevo condividere con voi una mia riflessione. Sarà l’età, sarà la tanta musica che ho ascoltato e continuo ad ascoltare, ma mi sono reso conto di essere diventato sempre più selettivo nelle mie preferenze.

Continuo, certo, a mettere in cuffia tutti i generi, soprattutto quelli che non sono nelle mie corde, per comprendere nuove forme d’espressione e trarne spunti, spesso in una banalità imperante e dai facili consumi.

Quando la melodia è ripetitiva e scontata mi sento dire: «Ma devi ascoltare i testi, sono quelli che contano». Grazie, ma preferisco leggere quei versi senza il contorno di elaborazioni digitali fatte in catena di montaggio, tutte uguali, tutte senz’anima. Alcuni testi sono davvero interessanti, e mi riferisco soprattutto all’Urban. Il mainstream non è affatto garanzia di qualità.

Guardo all’Italia: apparentemente c’è solo una cultura dominante, quella del rap-trap, diventato il nuovo Pop, una contraddizione in termini se si pensa alla matrice culturale dell’hip-hop e alla controcultura in cui si è formato. Il genere è mercificato, buono per le case discografiche e per i trapper e rapper che hanno a disposizione il loro quarto d’ora di celebrità. Non parliamo poi dei prestampati sanremesi. Le eccezioni sono rare…

Ascoltare musica che dica qualche cosa (incluso l’Urban) risulta molto difficile, bisogna andarsela a cercare. In Italia, comunque, abbiamo fior di musicisti raffinati, preparati, virtuosi, polistrumentisti, affamati di contaminazioni, senza preclusioni. Jazz, latin jazz, rock, bossa nova, classica, hip-hop, funk, pop, linguaggi spesso distanti tra loro, diventano magicamente compatibili, un melting pot riuscito.

L’antropologo brasiliano Darcy Ribeiro in un suo libro dirimente, O Povo Brasileiro (impiegò 30 anni a scriverlo), annotava come la miscigenação, la combinazione di tre popoli, il portoghese, l’africano e l’indigeno, avesse portato a quello che è diventato un solo popolo brasiliano oggi. Non solo razza, ma anche cultura e, quindi, musica. Musica del mondo, dunque, influenze che trovano in artisti come Joe Barbieri, Stefano Bollani, Paolo Fresu, Daniele di Bonaventura (ascoltate l’ultimo suo lavoro uscito il giorno di Pasqua, Canzoni da Casa, o lo splendido Reminescenze con il pianista Giovanni Guidiqui uno dei concerti dei due artistiTosca, Gegè Telesforo (che ho intervistato lo scorso anno), Luca Aquino, Gabriele Mirabassi, Mauro Ottolini, di cui vi parlerò tra alcuni giorni, esempi significativi e importanti.

Mentre scrivo mi sto ascoltando Bollani e il suo Carioca, album uscito nel 2008. Ma anche il live uscito a marzo di quest’anno, in versione classica/world music, El Chakracanta (Live in Buenos Aires) con l’Orquesta Sin Fin diretta da Exequiel Mantega. Il disco è composto da due tanghi, Don Agustín Bardi di Horacio Salgán e Libertango di Ástor Piazzolla (l’11 marzo s’è celebrato il centenario della nascita) e da due composizioni per orchestra di Bollani, il Concerto Azzurro e il Concerto Verde, registrati, sempre nella capitale argentina, in tempi diversi.

Ieri sera, invece, l’ho dedicata a Barbieri, riandando ad ascoltare quel bellissimo disco del 2015, Cosmonauta da appartamento, qui L’Arte di Meravigliarmi con il prezioso intervento crossover della spagnola La Shica (a proposito di rap…) e Tu sai Io So con la voce inconfondibile di Peppe Servillo. Rimane un capolavoro per me Maison Maravilha, album del 2009 dove c’è Malégria cantata con Omara Portuondo, la grande artista cubana del Buena Vista Social Club.

Paolo Fresu (del suo ultimo disco, P60LO FR3SU ho parlato qualche giorno fa) da anni porta in musica quella miscigenação descritta da Ribeiro. Un esempio, per nulla banale, ma che solo un vero musicista può concepire, lo ha regalato il venerdì di Pasqua, suonando dalla sua casa il Miserere insieme al Cuncordu ‘e Su Rosariu di Santulussurgiu.

Il 30 marzo è uscito l’ultimo lavoro di Gabriele Mirabassi, Tabacco e Caffè, di nuovo assieme dopo quasi cinque anni da Amori Sospesi, al bassista Pierluigi Balducci e al chitarrista Nando di Modugno. Ascoltate Party in Olinda, il brano che apre il disco, del compositore e chitarrista brasiliano Toninho Horta. Il disco è un viaggio nella musica tradizionale brasiliana e quello che ha rappresentato negli anni per molti artisti, soprattutto jazzisti. E mentre il clarinetto di Mirabassi ti proietta in mondi rassicuranti e sognanti, Luca Aquino fa suonare la sua tromba in rivisitazioni della musica che ha più amato attraverso quella grande casa che è il jazz. Mi diverte ascoltare le elaborazioni di Rock 4.0 brani rock, dai Radiohead, a Neil Young a Bob Dylan (album del 2014) o overDOORS (del 2015), un omaggio alla mitica band di Jim Morrison, ma anche quel giusto riconoscimento a certa musica italiana d’autore in Italian Songbook del 2019 (con l’orchestra sinfonica di Benevento e la partecipazione del pianista Danilo Rea): molto intensa la sua versione di Almeno tu nell’Universo.

Potrei andare avanti ancora e ancora. La musica ha un grande potere terapeutico, e questi artisti per me sono passione, lavoro, fantasia, sogno, emozione. Questa è la musica che mi incuriosisce, che mi manca – nel senso della saudade brasileira (ne avevo parlato sul blog giusto un anno fa) che ho bisogno di ascoltare per essere in pace con me stesso e il mondo. Contaminazione, fantasia, un esperanto in note che acquista sempre più senso in questo assurdo momento storico.