Antonio Faraò, il cuore eclettico della musica al GaiaJazz

Antonio Faraò – Foto Marco Glaviano

Mi trovo per lavoro a Chianale, in Val Varaita, sopra Cuneo, a pochi chilometri dalla Francia. Un borgo a 1800 metri d’altezza, lì vicino il confine, appena 22 abitanti, la metà giovani che hanno scelto di costruirsi la vita qui, mettendo a frutto studi, competenze, aspirazioni. Parlano l’occitano, lingua romanza diffusa tra Francia Piemonte, Liguria e, in un’enclave, anche in Calabria. Danzano nelle tante feste estive, al passo dei suoni tradizionali, l’organetto diatonale e la ghironda, un cordofono d’origini antichissime…

Dall’altra parte della pianura Padana, nel borgo medievale di Portobuffolè (Treviso), si sta tenendo un festival arrivato al suo decimo anno di vita, il GaiaJazz Musica & Impresa, nato grazie a Dotmob, associazione culturale fondata con l’obiettivo di diffondere la conoscenza delle imprese e delle professionalità che valorizzano il territorio. Il jazz c’entra più di quanto possiamo pensare: caparbietà, cultura, studio, creatività lo rendono sintesi di come dovrebbe essere l’impresa nel nostro Paese.

Sotto lo stesso cielo, dal Piemonte al Veneto, c’è sempre la musica. Veicolo per tenere vive tradizioni o per connettere e segnare nuove strada. Sono tracce, indizi di un progredire verso obiettivi, che poi riguardano tutti, penso alla sostenibilità ambientale, a un certo modo tollerante e costruttivo di relazionarsi, a una cultura diffusa. Un mondo che rispetta le diversità, anzi si nutre di queste, che promuove connessioni umane fatte di linguaggi diversi, che considera l’arte un mezzo di riflessione su tutto quello che ci sta accadendo.

Chi lavora su questi binari è un geniale pianista romano, Antonio Faraò, jazzista di fama mondiale. Da tre anni è il direttore artistico del GaiaJazz. Il suo percorso artistico rispetta tutto quello che vi sto raccontando: la musica non ha confini, non si etichetta, perché la creatività non si imbriglia… La musica non viaggia per sotterfugi, si dichiara apertamente: in fin dei conti è questo lo spirito del jazz, libertà di movimento nel rispetto dell’altro, dialogo soavemente dolce o intimamente aspro, in ogni caso, linguaggio il più aperto possibile.

Il 2 luglio Antonio chiuderà il festival con un suo concerto nella Tenuta Polvaro ad Annone Veneto presentando il progetto Eklektik, che poi è anche il titolo di un suo disco uscito nel 2017, dove la contaminazione di generi e l’annullamento di limiti, in questo caso letti come generi musicali, sono temi dominanti. Con lui, in quintetto, Simona Bencini alla voce, Enrico Solazzo alle tastiere ed elettronica, Aldo Mella al basso e Lele Melotti alla batteria.

Il suo disco ha visto, invece, numerose e “forti” collaborazioni: Snoop Dog, Marcus Miller, Manu Katché, Krayzie Bone, Didier Lockwood, Walter Ricci, Brareli Lagrène, Lenny White, Luigi Di Nunzio, Claudia Campagnol, Mike Clark… Dodici brani nei quali tutto si tiene tra jazz, lounge, funk, brazilian, rap, soul e sonorità anni Settanta. Più che uno strizzare l’occhio a nuove possibili platee d’ascolto, il progetto di Antonio Faraò è un aprirsi al mondo, un atto di fede verso la musica vista come parabola del mondo, un percorso dove il jazz fa da collante, una sorta di filtro magico che assorbe note e restituisce armonia.

Eklektik è stato un disco “inclusivo”…
«Si tratta di un progetto pensato a lungo, per una decina d’anni, e che poi, stimolato dalla casa discografica Warner Music, ha visto la luce cinque anni fa. È un lavoro vario, più “elettrico” rispetto ai miei precedenti, dove ho lasciato più spazio alla musica. Un disco meditato: ho impiegato un paio d’anni nella post-produzione… Lo sai che sono stato contestato per questo album?».

Non stento a crederci…
«Me lo aspettavo, per questo il primo brano, Eklektik Intro, è uno spoken recitato dall’attore Robert Davi, con il quale vengono esplicitate le intenzioni del disco».

Ci sarà un Eklektic 2?
«Sì, l’ho abbozzato…».

Restando su questi concetti, mi piace quello di musica messa in relazione con imprese e lavoro.
«Gaia quest’anno celebra i suoi primi dieci anni di vita, io sono direttore artistico da tre edizioni. È una rassegna incentrata per lo più su musicisti nazionali, su giovani talenti (come Raffaele Fiengo, sassofonista presente in quartetto), che mantiene una programmazione varia e – fondamentale – uno spessore artistico».

Antonio Faraò – Foto Roberto Cifarelli

Che musica ti piace ascoltare?
«Classica, jazz, brasiliana, praticamente di tutto, anche una Mazurka di Casadei, l’importante è che sia fatta bene e sia autentica. Adoro Tom Jobim, Chico Buarque e Ivan Lins, che ha messo i testi su due miei brani. E poi c’è Frank Zappa, un grande musicista, uno sempre avanti. Lo è ancora adesso a quasi trent’anni dalla morte. Scommetto che tra 100 anni sarà ancora avanti!».

Il panorama attuale della musica, soprattutto mainstream, non è confortante…
«Purtroppo ci sono logiche diverse dall’autenticità. Per quanto mi riguarda esistono dei… “clan” che fanno conoscere volutamente la parte mediocre della musica. Siamo immersi in un “provincialismo” che limita molto, ed è un sistema che funziona così da anni. Sembra che esistano solo pochi musicisti, che poi sono quelli che riescono a relazionarsi politicamente, frequentando i palazzi e i ministri di turno, ed è un peccato, perché di materia prima ne abbiamo molta e valida, musicisti che ci invidiano nel mondo».

Possibili soluzioni?
«Ognuno per il suo dovrebbe andare contro questo sistema, prendersi la possibilità di divulgare la propria arte. Perché non è giusto che giovani talenti vengano sfruttati e poi snobbati. E questo avviene anche nel jazz, tutto ruota attorno ai soldi. GaiaJazz si propone, nei fatti, di invertire questo sistema». 

Mi sembra difficile riuscire a cambiare…
«La questione, secondo me, va  ben oltre il linguaggio e la cultura. Banalmente, se non fai parte di un certo “rango” non suoni».

Non sei per niente ottimista!
«Il problema non è il mio ottimismo, ma l’essere realisti: devi convivere con queste realtà assurde che fanno perdere di vista il ruolo e il senso dell’essere un musicista. Ho suonato recentemente a Villa del Grumello, a Como. È stata una serata bellissima che mi ha emozionato. Questo sistema povero d’anima e di vibrazione ti fa dimenticare quanto importante sia entrare in contatto con il pubblico. Per me la musica è emozione: se riesco a emozionare chi mi sta ascoltando, lo percepisco e mi commuovo io stesso, so che ho dato qualcosa a chi mi ascolta, che poi mi ritorna».

Uno scambio continuo di energie, così dovrebbe essere…
«Però tutto è finalizzato al business, ed è una bestemmia per un musicista: la musica è un’arte che fa brillare il mondo, dovrebbe esserci più rispetto nell’emozionare e nell’emozionarsi».

Come nasce una tua composizione?
«Dipende, da una melodia, un accordo, una base ritmica. In quello che faccio sono sempre legato al mio passato, alla mia famiglia, ai genitori. Anche il canto di un uccellino può essere un input… ma poi, sapessi quanti brani ho buttato nel cestino!».

Da pianista e musicista, come vedi le “giovani leve”?
«La cosa che mi stupisce negli allievi è che conoscono Brad Mehldau, ma non Bill Evans. O anche Jackie McLean (uno dei più grandi sassofonisti e compositori jazz del Novecento, ndr). Noto che tecnicamente sono ben preparati, però spesso c’è poca anima, si rischia di perdere il pathos, la parte istintiva. Il jazz va respirato, dev’essere virale dentro di te. Insomma, non bisogna suonare per mostrare quanto sei bravo, ma perché ami quello che fai. È una missione…».

Monique Chao: il Subconscious Trio e le forme dell’acqua

Oggi vi racconto una bella storia. Di musica e amicizia, Tre giovani musiciste che si sono conosciute al conservatorio di Milano e che non si sono più lasciate. Una la conoscete già, ve ne ho parlato spesso, si chiama Francesca Remigi, batterista talentuosa che dopo un perfezionamento alla Berklee School of Jazz di Boston ha deciso di vivere negli States, a New York. L’altra è una ragazza bulgara, Victoria Kirilova: il suo strumento è il contrabbasso che suona meravigliosamente, vive e lavora a Vienna. Last but not least, una cantante e pianista taiwanese, Monique Chao, che ha scelto Milano come casa.

Esperienze, culture diverse, passione per la musica, soprattutto per il jazz, le hanno portate a costituire, ormai sette anni fa, ancora studentesse, il Subconscious Trio, formazione che ha dato alla luce il suo primo lavoro in uscita proprio oggi, che porta un titolo, Water Shapes, le forme dell’acqua, perfetto, oserei, autobiografico.

Il trio proprio in questi giorni è impegnato in una serie di concerti che le porterà dall’Austria in Italia, al Gezmataz Festival di Genova e al Lucca Jazz Donna Festival.

Mi ha incuriosito molto Monique. L’ho vista suonare con Francesca all’Après Coup di Milano assieme al contrabbassista Giacomo Marzi. Il suo modo di cantare, la sua voce profonda, il suo approcciarsi al pianoforte, un dialogo continuo, mi hanno incuriosito non poco. Così, come faccio ormai da tempo, l’ho contattata per farmi raccontare la sua storia.

Diplomata in canto a Taiwan, arrivata in Italia per amore, ha scoperto il jazz: s’è iscritta al conservatorio di Milano, s’è laureata in piano jazz e con lode in composizione, scrive partiture per Orchestra e per Big Band, una delle sue grandi passioni, e guarda al mondo con un sorriso contagioso.

Monique, innanzitutto perché proprio Milano, l’Italia?
«Sono arrivata per amore, un ragazzo calabrese. Devo però ringraziare il vostro Paese perché mi ha fatto innamorare anche del jazz. Rispetto a Taiwan, l’ambito jazzistico italiano è molto più sviluppato. Musicalmente veniamo formati ancora con una rigida educazione classica, su questo siamo bravissimi. Nel jazz siamo ancora “freschi”, ci sono pochissime università con un dipartimento jazz, un paio, tre al massimo».

È un problema culturale?
«In realtà è strano, perché noi taiwanesi siamo sempre stati affascinati dalla cultura musicale europea. Per esempio, ci sono tantissimi appassionati d’Opera lirica, viene accettata più facilmente perché si pensa sia la via più tradizionale, corretta. Il jazz, soprattutto come studio, è stato più difficile da accogliere. Negli anni Settanta e Ottanta era visto come una novità. Ora, grazie a una nuova generazione di musicisti trentenni, come me, è stato sdoganato. In Italia credo di essere l’unica jazzista taiwanese, mentre ci sono tantissimi colleghi che, dopo aver studiato in Europa sono tornati a casa, portando una ventata d’aria fresca, importando un jazz classico, tradizionale, degli anni Venti del Novecento, ma anche quello contemporaneo».

Stanno educando il Paese…
«Sì, negli ultimi sei, sette anni c’è stato un forte interesse da parte degli studenti del Conservatorio per il jazz. Gli insegnanti sono miei giovani colleghi, molto appassionati nello sviluppare un nuovo linguaggio musicale. I corsi stanno crescendo a una velocità incredibile. Una volta a settimana anch’io insegno in streaming in una scuola jazz».

Da musicista cosa vedi nel jazz?
«Una creazione, l’esposizione di un linguaggio molto personale. Per me sarebbe più facile suonare e avere seguito nel canto e nella musica classica. Con un limite: canti e suoni musica di altri, mentre nel jazz puoi presentare una tua musica. Trovo interessante che questo genere ti permetta di creare un linguaggio individuale, identificativo e creativo. È un modo per mostrami al pubblico attraverso il mio carattere, comunicare quello che sento, anziché diventare una virtuosa che cerca una anonima perfezione».

Il tuo modo di cantare è unico, risente dei tuoi studi classici e del tuo imprinting orientale, dunque frutto di una fusione più complessa, con un’escursione vocale che parte da bassi profondi ad acuti sottili…
«È vero! Posso sempre dire che non trovo qualcuno con la voce simile alla mia. In questo sono unica! Ho tanti interessi: il canto, lo studio del pianoforte, la composizione, sia per orchestra sia per big band. Quando insegno, soprattutto canto, non mi stanco mai di ripetere ai miei allievi che se qualcuno ti dice che sembri Billy Holiday o Ella Fitzgerald, non lo devi considerare un complimento, vuol dire che non sei riuscito a tirare fuori quello che hai veramente dentro. Se un giorno qualcuno, sentendo i miei album, riuscirà a distinguere il mio stile, la mia voce, vorrà dire che sono sulla strada giusta».

Corretta osservazione…
«Mi dà quasi fastidio se mi dicono che canto come qualcun altro. Non è lo spirito del Jazz. Ecco perché mi trovo bene con il Subconscious Trio: con Francesca e Victoria siamo soprattutto grandi amiche».

Dove vi siete incontrate?
«Ci siamo conosciute a Milano, al Conservatorio. Francesca e Victoria sono più giovani di me, siamo diventate amiche così, spontaneamente, abbiamo legato subito. Così mi son detta: “Caspita, io sono una pianista, Victoria una contrabbassista e Francesca una batterista. Siamo un trio perfetto!».

Siete tutte compositrici, con passioni diverse: Francesca è votata al jazz contemporaneo, Victoria è in cerca di strade sempre nuove, tu vieni da una matrice classica…
«Abbiamo iniziato a suonare fin dal 2015: eravamo alle prime armi, non sapevamo come far dialogare gli strumenti in modo efficace. Dalla nostra avevamo una solida amicizia. Poi, credo molto nel destino. Insieme siamo molto creative, anche se non ci vediamo spesso perché Francesca abita negli Stati Uniti e Victoria a Vienna, ognuna di noi continua a comporre per il trio e quando ci vediamo “fondiamo” i nostri lavori».

Il Subconscious Trio: da sinistra Victoria Kirilova, Francesca Remigi, Monique Chao – Foto Arianna Ciattini

Il jazz è per lo più un ambiente maschile. Solo da pochi anni si vedono musiciste protagoniste…
«È un’osservazione che voi giornalisti mi fate spesso. Seguita da altre, del genere: sei una musicista femminista? Prima di questa generazione tantissimi brani jazz sono stati scritti da musiciste, che spesso non apparivano. Oggi è diverso, sono contenta che ci siano compositrici, artiste, musiciste. Alla fine, però, per chi cerca musica di qualità, non importa il genere. Se tutti la pensassero così sarebbe un mondo perfetto».

…E bellissimo!
«Quando abbiamo iniziato eravamo insicure, ancora “scarse” quanto a tecnica. Ci stava che chi ci ascoltava non apprezzasse. Capita a tutti i musicisti, noi ci sentivamo molto frustrate per questo. Ma abbiamo insistito. Mi sono resa conto di essere diventata brava, abbiamo preso consapevolezza della nostra preparazione. E ho pensato che nei musicisti c’è una bravura, a prescindere dal sesso. Solo così la gente ti porta rispetto e ti ammira e ha voglia di ascoltare la tua musica, perché questa viene dal cuore. È la dignità del musicista».

A Taiwan ti sei diplomata al conservatorio in canto. Poi sei venuta a Milano e ti sei iscritta a pianoforte jazz, una bella forza di volontà!
«Sono passata dal canto e dalla musica classica allo studio del pianoforte jazz. Sono stata molto criticata per questo. Però sono andata avanti, sentivo che era la strada giusta. Solo due persone mi hanno sempre sostenuta: Francesca e Victoria. “Noi crediamo in te”, mi dicevano. Ne ho tratto un insegnamento che ora trasmetto ai miei allievi. Se ci credi sei come un seme che diventa una piantina e dopo si fortifica e si trasforma in albero. Ho creduto e voluto diventare una pianista, e ci sono riuscita. Se hai dubbi su te stesso e sulle tue capacità non andrai mai lontano».

Raccontami di Water Shapes, il vostro album fresco di giornata!
«Abbiamo iniziato a pensarlo un anno prima della pandemia. Poi ho avuto gravi lutti in famiglia, e si è sommato il primo lockdown. Così ho iniziato a comporre. L’anno scorso Francesca è arrivata dagli States. Ci siamo incontrate nonostante il lockdown, dovevamo vederci, parlare di musica, confrontarci! Con Victoria in videochat da Vienna ci siamo dette: “andiamo avanti, abbiamo tutte dei brani composti, facciamo il disco!”».

Componi da poco, quindi?
«Sì, da circa tre anni. Con tutto quello che mi era successo in famiglia, poi il lockdown ho scritto la mia composizione jazz da presentare al Conservatorio. Pino Iodice, il mio severo maestro di composizione, che considero un padre, mi ha fatto i complimenti perché ascoltandolo ha visto una luce in quel periodo di chiusura e pandemia. Se sei capace di comporre puoi portare gioia e speranza per gli altri, mi ha detto».

Quindi Water Shapes racchiude tutti i vostri sentimenti in questi anni difficili…
«Sì, è così! È un disco democratico dove ci sono le fantasie, i sogni, le pazzie, le esperienze di tre donne. È il frutto di una grande amicizia. Qui dentro ci siamo noi, la sensibilità di Francesca, il coraggio di Victoria, le mie esperienze. Poi, essendo tutte e tre lontane, mi sono presa carico del mixaggio, lavorando per mesi con un bravo ingegnere del suono di Taiwan, Jason Huang. Ammetto, sono una rompipalle, ho impiegato quasi un anno a fare un master…».

Tour?
«Ora siamo a Vienna per una serie di concerti in Austria. Poi saremo in Italia, a Genova al Gezmataz Festival e al Lucca Jazz Donna Festival. Ad agosto andrò a suonare a Taiwan, dove proporrò mie composizioni».

Cosa preferisci fra trio, orchestra e big band?
«Il trio, è più immediato. Scrivere per orchestra e dirigere, però, è bellissimo».

Ti piace la direzione d’orchestra?
«Molto, però non è facile! Davanti a te hai dei professionisti di grande qualità e questo spaventa. Ma poi quando sali sul palco hai in mano questa bacchetta magica che ti fa passare tutte le paure! Dirigere musicisti che suonano tuoi pezzi è straordinario».

Monique, i tuoi ascolti?
«Sempre musica classica, adoro Puccini, lo ascolto tutti i giorni. Poi mi piace il pop, Bruno Mars, il jazz nordeuropeo, la musica indiana, giapponese e taiwanese…Ah, anche l’hip hop!».

Riccardo Ruggeri, la libertà di cantare

Riccardo Ruggeri – Le foto nel post sono di Leo Camante

Oggi vi presento un artista che, nonostante faccia il musicista da anni e abbia un background di grandissimo rispetto, ha pubblicato a metà aprile il suo primo disco da solista, Non ci aspetta nessuno (se non miliardi di foto), per Vina Records/ADA Music Italy. Si chiama Riccardo Ruggeri, è piemontese di Biella, ha 42 anni ed è uno che sulla sua voce ha scommesso tutto. Anni di studio, una laurea al Conservatorio di Alessandria in canto jazz e improvvisazione, un master in vocologia, e poi studi ancora più approfonditi di canto funzionale, canto armonico e canto estremo, e una venerazione da ricercatore per Demetrio Stratos e il canto dei pigmei 

In una parola: sostanza. Nella musica, dove l’elettronica, i richiami dance e funk con uno sguardo al miglior pop internazionale sono il filo conduttore. E nei testi stimolanti, provocatori, a uso di una voce con cui riesce a fare praticamente di tutto. Se mettete in cuffia Un POPulista, capirete ciò di cui sto parlando!

Vi consiglio vivamente l’ascolto! E lo suggerirei soprattutto ai tanti trapper e rapper nostrani, specialmente nell’uso sapiente e centellinato dell’Auto-Tune, impiegato per esaltare la vocalità e non per nascondere le incapacità. Avrete capito che il personaggio mi intriga non poco.

Ruggeri è un artista particolare: non cerca il successo ma il pubblico. In base a questa filosofia – corretta per un musicista – persegue una politica di intrattenimento tutta sua. La situazione ideale per esprimersi è la strada, da vero busker, dove può entrare in contatto con chi lo sta ascoltando che si ferma solo perché interessato alla sua musica. La maggior soddisfazione. Ha suonato in molte parti del mondo, all’Ansan Street Arts Festival in Corea, al Nature and Art Festival di Shenzhen, in Cina, al Cirk! in Belgio, Imaginarius in Portogallo, Olla in Austria, Spoffin in Danimarca… tutti grandi festival dedicati agli artisti di strada.

Anche la cover dell’album lo rappresenta, un rinoceronte con un orecchino d’oro, i suoi occhi azzurri e la bocca aperta nell’atto del cantare. Altra particolarità di Riccardo: non sopporta i dischi mono-genere e neppure l’accademismo fine a se stesso. 

Lo raggiungo al telefono in Francia, dove sta portando in giro con una compagnia teatrale uno spettacolo. La telefonata arriva mentre stanno cercando il teatro dove dovranno esibirsi. «Gira di qua». «Ok, ora dritto, il navigatore mi dà così, ecco, ora vai a destra…». 

Riccardo, mi senti? Hai un attimo per me?
«Eccomi! Scusami siamo praticamente arrivati… dimmi pure!».

Ti chiamo per il disco, mi è piaciuto molto. So che non sopporti gli album mono-genere però ci sarà pure un filo conduttore in questi 12 brani…
«Certo, è il canto!».

Come ti è venuta la passione?
«Ai tempi del liceo avevamo dato vita a una band. Suonavo la chitarra, poi, visto che non c’era il cantante, ho iniziato a cantare. L’avevo sempre fatto, ascoltavo i vinili di mio nonno, mi piaceva la voce di Claudio Villa… poi ho conosciuto il lavoro di Demetrio Stratos. È stata una deflagrazione: pensa a quello che ha fatto, una tangente che è partita da John Cage ed è arrivata al Rock’n’Roll. È stato una meteora, purtroppo. Riascoltando i suoi lavori da solista, dentro ho ritrovato e ritrovo i suoi esperimenti vocali, utilissimi in campo didattico. A 18, 19 anni mi mettevo in sala prove cercando di ripetere i suoni che uscivano dalla sua bocca».

Hai studiato anche canto funzionale…
«Lo si ritrova in tutte le didattiche. Si tratta di percepire, sentire la propria voce attraverso tutto il corpo in modo da ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Quando si canta si mettono in movimento catene muscolari lungo tutto il nostro corpo. Non è una tecnica sciamanica ma si tratta di ricerca (la scienza ci è arrivata negli ultimi vent’anni). Praticarla mi ha smontato e ricostruito, cambiato il valore del canto, che diventa ascolto, autopercezione, condivisione. In questo modo il virtuosismo passa in secondo piano…».

Mi è piaciuto molto la cover… ma perché proprio un rinoceronte?
«Da piccolo ero affascinato dal mondo animale, avevo l’album di figurine del Wwf. Poi ho trovato la simbologia dei vari animali. Il rinoceronte rappresenta la resistenza, la pazienza e la precarietà…».

Ti riconosci in lui…
«Tendo ad avere passioni forti e intense che durano un paio di mesi, poi passo a un’altra cosa».

Vieni da Biella. Come si sta in provincia? Zerocalcare nel suo Strapapare Lungo i Bordi, l’ha presentata come una cittadina sonnolenta, triste, scatenando l’ira di tanti…
«Zerocalcare ha toccato l’orticello e le sue chiusure. Ci sono nato, ci vivo, ma ho sempre bisogno di scappare per ritrovare equilibrio e soddisfazione nella piccola provincia. E poi si sta bene: a pochi minuti da casa sono a fare il bagno nel torrente in montagna».

Non hai mai pensato di trasferirti? Che ne so, a Milano, a Torino o a Roma?
«La grande città, a livello di offerte, ha grossi vantaggi. Il fatto è che sono un estimatore del caso e del caos: come l’acqua, che va ovunque e si infiltra dappertutto. La provincia ha muri così alti che, per contro, mi spinge a cercarmi le cose…».

Bella teoria: è uno stimolo per aggirare i tanti ostacoli. Lo fai se proprio lo desideri…
«A 16 anni mi andavo a cercare tantissime cose, facevo concorsi, eravamo riusciti a suonare a Torino, Bologna e Milano!».

Veniamo ai brani: Io non sono figlio di Maria, intesa come la Madonna?
«Ma no! Io non sono Figlio di Maria, intesa come la De Filippi. Non ho mai provato il mondo dei talent, per quanto trovo sia efficace. Però non lo farei mai perché mi è sempre piaciuto il valore sociale della musica. Il dover dimostrare quanto si vale non è nelle mie corde: forse è meglio fare quello che ci fa stare bene. Il titolo e un po’ un gioco, ricordi la vecchia cantilena chi fa la spia non è figlio di Maria? Ebbene, voglio essere una spia, intesa come segnale che si accende per segnalare problemi, anomalie…».

Quindi questo disco che cos’è per te?
«Una necessità, avevo bisogno di creare quel tipo di accrocchio di generi. Tutto però si riconduce alla mia esigenza di creare qualcosa legato a una sensibilità condivisa. Come nei miei progetti, ad esempio con i Syndone, band prog rock di Torino (decisamente e meravigliosamente prog!, ascoltateli, ndr) o con Le Lavatrici Rosse (duo con il batterista Andrea Beccaro, con cui canta Giovinezza, brano contenuto nel disco, ndr)».

Una canzone diversa dall’altra quanto a stile e modo di interpretarla…
«Mi sono concesso un momento di libertà creativa, dove non avevo vincoli nello scrivere, basandomi solo sui periodi in cui li ho composti».

Cosa ti aspetti dall’album?
«Di dare una visione sincera semplice di quello che mi piace, arrivare a comunicare in modo intimo con chi mi ascolta. Un condivisione di esperienze e sensibilità. Non ho aspettative commerciali».

Avete fatto anche dei vinili?
«Per ora solo una piccola tiratura di Cd e la versione digitale, ovviamente. Il vinile è una spesa troppo elevata. Ci sarà comunque un secondo tempo, ho già venti brani pronti!».

Deciso appuntamenti live?
«Stiamo organizzandoci. L’estate è l’occasione per sperimentare… il lavoro grosso sarà in autunno, nei club».

Ti definisci, con orgoglio, un busker…
«È la forma di live che preferisco in assoluto. Il busking è post social, mi piace, mi fa impazzire suonare per strada, perché cade tutta la finzione del palco. La strada è spietata, nessuno ti aspetta. Si ferma ad ascoltarti solo chi ritiene che sei degno d’ascolto. È libertà per il musicista e per l’ascoltatore, una palestra di vita. E poi ci si muove facilmente. Prendo la mia orrenda Multipla, carico il borsone con gli strumenti e parto… è un senso di libertà totale!».

Daniele Falasca: Triade, famiglia, fisarmonica e jazz

Non so voi, ma quando sento suonare una fisarmonica o un bandoneon entro in catalessi. Assieme al contrabbasso e al violoncello sono gli strumenti che più modellano le mie emozioni. Vi dico questo perché mi è capitato tra le mani un lavoro uscito agli inizi di maggio dall’abruzzese Daniele Falasca, fisarmonicista e pianista di grande bravura, dal titolo Triade, pubblicato dall’etichetta Ars Spoletium – Publishing & Recording.

Un disco scritto di getto, come spiegato dallo stesso artista, prodotto e confezionato ancora caldo, dove troviamo jazz, tango, samba, frammenti di world music, citazioni classiche, richiami alla musica popolare della sua terra d’origine, elaborati in seducenti percorsi sonori che rimandano da un capo all’altro dell’Atlantico in un suggestivo vai e vieni di ritmi e armonie. 

Un bel disco, aperto, gioioso, che l’autore ha dedicato alla sua “piccola” famiglia.  Come spesso accade nel jazz, il titolo di un brano è l’input per immaginare visioni sonore, renderle quasi palpabili. Prendete Lety, la prima traccia, dove Daniele “racconta” la figlia Letizia. Un tema orecchiabile che parte sommesso e maestoso per poi esplodere in un carnevale carioca dove ballo, fiori, sole, caldo, tamburi esprimono tutta la carica vitale di una bimba ai suoi primi anni di vita. Triade, brano che dà il titolo all’album, descrive, invece, la vita frenetica del suo piccolo nucleo familiare composto da tre persone, un tango per immaginare e scandire la giornata tipo di casa Falasca. 

Daniele Falasca – Foto di Sergio Rapagnà

Esperienze, conoscenze reciproche. In questi otto episodi che si susseguono in una sarabanda di note, hanno dato il loro apporto Arturo Valiante al pianoforte, Marcello Manuli al basso e Glauco Di Sabatino alla batteria. C’è spazio anche per due featuring: il pianista Vincenzo Di Sabatino in Città delle Rose e Linda Valori nel riarrangiamento di uno standard, What a Wonderful World, eseguito magistralmente grazie a quella voce soul da pelle d’oca di cui Madre Natura l’ha dotata. 

In quest’ode alla felicità che è Triade, What a Wonderful World può suonare a prima vista “stonato”, estraneo. Eppure, a pensarci bene, è il timbro di gioia che Daniele ha voluto stampigliare sul suo lavoro. Il mondo è meraviglioso, soprattutto se il padre che stravede per la figlia piccola esprime con le note l’avventura di essere genitore, una piccola vita su cui si ripongono aspettative, sogni, desideri. Falasca nel 2017 aveva addirittura dedicato un intero album all’attesa e alla nascita della bimba …Aspettando Letizia.

Unico brano ammantato di un velo di tristezza, anzi, mi correggo, di nostalgia, è Chet, dedicato a Beker. Daniele non è nuovo a questi inserimenti, omaggi ad artisti che hanno contribuito alla sua formazione.

Per concludere: Triade è un disco ben riuscito dedicato agli affetti e all’amore, per la famiglia, per la fisarmonica, per la musica. Ho letto da qualche parte che Daniele quando è triste suona il pianoforte e quando è allegro sceglie la fisarmonica. Strumento popolare, accompagnamento degno di feste, tradizioni e balli. Si aprano le danze, dunque!

Consigliato: un antidoto allo stress e alla tristezza…

Marta Giulioni: il musicista, un funambolo sulla corda…

Marta Giulioni in quartetto con Nico Tangherlini al pianoforte, Gabriele Pesaresi al contrabbasso e Andrea Elisei alla batteria

Un uomo che cammina su una corda. Si bilancia con le braccia, gioco d’anche. L’equilibrio è tutto su questo cavo che non ha un inizio né tantomeno una fine. L’immagine della cover di Up On A Taightrope, primo lavoro di Marta Giulioni, giovane cantante jazz marchigiana con una voce di cui si apprezza una calda tenuta nelle note basse e una grande capacità di camminare disinvoltamente lungo il difficile filo del pentagramma, semplice e complessa nel suo insieme, rappresenta quello che è la vita.

Siamo tutti precari, camminiamo sulla nostra corda cercando il giusto equilibrio per non cadere. Non c’è scelta, si va avanti così, a volte tranquilli, altre ricorrendo a evoluzioni che hanno del grottesco, altre ancora cadendo…

La vita dell’equilibrista è, in questo caso, quella del musicista. Questo ci vuole dire Marta. Perché da lassù il mondo ha altri punti di vista, e, se si seguono i propri sogni, si avrà la fortuna di scrutarlo, possederlo, viverlo. Il suo “manifesto” è chiuso ne Il Funambolo, ma è in tutta la costruzione del disco circondato da un’aura eterea di intangibilità, che si scopre una corda che va alto sulle ali, come canta l’artista. Il brano che segue, So What If I Fall, dominato da un piano che lavora su percorsi “collinari” rendendo bene il senso del movimento, la voce, attraverso uno scat leggero, racconta che se si ha uno scopo, un aggancio sicuro, la caduta si trasforma in volo, in opportunità. 

L’ho ascoltato più e più volte Up On A Taightrope. Al di là della indiscussa bravura tecnica di Marta e dei suoi compagni “di corda”, Nico Tangherlini al pianoforte, Gabriele Pesaresi al contrabbasso e Andrea Elisei alla batteria, c’è molto pathos in questo lavoro, molta anima. Brani con testi visionari, aperti, dove la fantasia aiuta le note, agganciando l’attenzione e le emozioni dell’ascoltatore.

L’altra sera ero all’Après Coup, un locale intimo, dove si gusta buona tavola e gustosissimo jazz, in una via nascosta del centro di Milano, per ascoltare il Monique Chao trio. La eclettica pianista taiwanese era accompagnata da un ottimo Giacomo Marzi al contrabbasso e da Francesca Remigi, giovane batterista, conoscenza nota di chi legge il mio blog. Mercoledì sera suonerà con il grande pianista panamense Danilo Pérez a San Lazzaro di Savena (Bologna): andateci se potete! 

Perché vi racconto tutto ciò? C’è un legame fisico e mentale in questa nuova generazione di musiciste e musicisti. Una freschezza e una profondità che va oltre la bravura. Non avevo fatto caso, me lo ha ricordato proprio Francesca: in The Human Web, suo ultimo lavoro di cui vi avevo parlato in questo post, nel primo brano, Metamorfosi, c’è la voce di Marta. Hanno studiato insieme al Koninklijk Conservatorium Brussel (KCB). La corda ti costringe a stare in equilibrio e ti lega indissolubilmente ad altri funamboli come te…

Marta, la passione per il canto?
«Ho iniziato studiando la chitarra classica, che poi ho abbandonato, da che io mi ricordi, mi è sempre piaciuto cantare. Da adolescente ho lasciato la musica per dedicarmi allo sport… continuando, però, a cantare. Intorno ai 20 anni, periodo in cui ero proprio persa, non avevo ben chiaro cosa fare della mia vita, ho scoperto il jazz attraverso la Libera Accademia del Jazz, spin-off dell’Accademia musicale di Ancona. Mi sono appassionata, ho iniziato a studiarlo sempre di più. Da lì in poi è stato un crescendo».

Nell’album hai degli ottimi compagni di viaggio…
«Gabriele (Pesaresi, ndr), il contrabbassista, l’ho conosciuto tramite dei seminari. In realtà, lui era l’insegnante. Negli anni abbiamo iniziato a suonare insieme. Quando mi sono decisa di dare una vita ai miei brani originali, l’ho contattato e coinvolto. Così è stato anche per Andrea (Elisei, ndr), il batterista. Con lui abbiamo altri progetti insieme, da cui è nato un altro disco uscito lo scorso anno, con il gruppo Mantis, A Postcard From Nowhere, un quartetto con il chitarrista Thomas Lasca, il contrabbassista Edoardo Petracci e la partecipazione del sassofonista Simone La Maida. Con Nico, invece, suoniamo insieme da otto anni, per me è una certezza!».

Qual è il tuo processo creativo?
«Per comporre uso il pianoforte. Inizio, di solito, cercando la melodia. Sto provando a seguire altri metodi, che ancora non so affrontare benissimo, e cioè iniziare un brano dall’armonia, oppure partendo dal testo. Nel disco ho fatto questo tentativo con I cieli del Rojava. Il testo non è mio, ma di un caro amico, che è scrittore e poeta, Giovanni Paladini. Era già stato pensato in metrica dall’autore, un ottonario. Dà molta sonorità, ma il rischio era quello di continuare su una melodia che poteva essere abbastanza ripetitiva. Così, una volta finito, ho lavorato per sottrazione, riducendo tutto all’essenziale».

Tra l’altro, ne I cieli del Rojava c’è un lavoro di contrabbasso con l’archetto veramente bello. La tua scelta di cantare in italiano e inglese dipende dalla metrica, da quello che vuoi aggiungere alla musica?
«Ho un triennio in mediazione linguistica, sono sempre stata appassionata di lingue. Questa cosa, al tempo stesso, mi ha creato per tanto tempo un blocco che, se ho risolto nella scrittura in inglese, non l’ho ancora elaborato per quella in italiano. Forse perché l’inglese è quella che sono abituata ad ascoltare. Paladini mi aveva proposto anche la traduzione in inglese dei versi, ma ho scelto di lasciarla nella lingua originale, perché, secondo me, tradotti si perdevano alcuni passaggi stilistici importanti».

Parliamo del brano Colibrì, è un bonus track, giusto? Confesso che mi piace molto, perché legato agli stilemi della musica brasiliana…
«È stato uno dei primi brani che ho scritto. In quel periodo ascoltavo tantissimo Egberto Gismonti, Maria João e Mário Laginha. Ho pensato: bello, bellissimo! Anch’io ne vorrei tanto scrivere un uno su questi metri compositivi. Avevo iniziato a comporlo in parte, poi, come mia abitudine, l’ho lasciato decantare e, quindi, ripreso. L’ho suonato da subito con arrangiamenti diversi a seconda delle formazioni con cui mi sono trovata a collaborare. È stato pubblicato anche in A Postcard From Nowhere, dove, al posto del piano, c’è una chitarra e, in aggiunta un sax, con cui ho potuto interagire. Colibrì è un brano a cui sono molto affezionata, volevo inserirlo nel disco come bonus truck, ma riarrangiato per il quartetto, amalgamarlo all’album facendolo diventare più…intimo».

Colibrì è il beija flor, un uccellino “ritratto” più volte nella musica brasiliana…
«Vero, ma in realtà il nome del brano è nato per caso. Ero in auto con un’amica musicista, glielo stavo facendo ascoltare… cercavo un titolo che non riuscivo a trovare. Le ho domandato: cosa ti ricorda? E lei, un colibrì! Così è rimasto».

Torniamo a Up On A Tightrope e al suo filo conduttore, restare in equilibrio nella vita…
«L’idea del funambolo è quella di una persona che si ritrova, come tante, a vivere in bilico. Ce la farà, non ce la farà? Cadrà, non cadrà? Lei/lui sa che mette in gioco tanto, ma alla fine continua, va avanti comunque… Poi quest’idea di etereo, di restare sospeso in aria affidandosi solo a una corda, mi è piaciuto riportarla anche nel suono. Alla base di tutto, sì, c’è il rischio, soprattutto nella professione del musicista dove…certezze mai! Però fai di tutto per proseguire su quella strada…».

L’uso dello scat è frequente nel disco, è una delle tue forme predilette?
«Mi piace da quando ho scoperto il jazz. Il primissimo strumentista compositore di cui mi sono appassionata è stato Charlie Parker. Mi dicevo: “senti che bella musica, anch’io vorrei fare quello che fa lui, ma con la voce, come si fa?”. Adoro anche il pianoforte, seguirlo con la voce è meraviglioso. Provo sempre, come studio, a improvvisare su qualsiasi cosa: poi, se non ci sta vado per sottrazione, ma comunque ho tentato!».

Suoni il pianoforte?
«So accompagnarmi, compongo al pianoforte, ma non affronterei un intero concerto musica e voce. Lascio fare ai professionisti!».

Cosa vuol essere questo disco per te?
«Up On a Tightrope è una raccolta di brani che ho scritto nel tempo. Il filo conduttore l’ho trovato dopo, amalgamando il lavoro, ed è stata una bella scoperta. Quello che voglio fare è divertirmi con la musica, mi piace scrivere, comporre mi emoziona, adoro sperimentare, cercare nuovi input, ma anche rimodellare cose già fatte. Voglio continuare a produrre, pubblicare dischi, come solista o insieme ad altri gruppi».

Concerti?
«Sto pianificando per l’estate, aspettando conferme e risposte da festival. Sono stata a Parigi per un mese a marzo per il progetto del MIDJ (nel 2019 Marta Giulioni è stata una delle vincitrici del bando AIR: Artisti in Residenza, promosso da MIDJ, Musicisti Italiani Di Jazz e sponsorizzato da SIAE, ndr). Lì ho trovato un ambiente ricchissimo, molto stimolante per i giovani jazzisti come me». 

Floriana Foti: il jazz, la Sicilia e i colori della musica

Floriana Foti – Foto di Jethro Bijleveld

Voci baciate dal sole e dalla grazia. La Sicilia, ancora una volta, mi dà la possibilità di presentare un’altra sua figlia prediletta. Si chiama Floriana Foti, è catanese, ha 37 anni e ha pubblicato poco più di un mese fa il suo primo lavoro, Seven Colors, per TRP Music.

Seven Colors sono, ovviamente, i colori dell’arcobaleno. Che nel lavoro di Floriana esplodono in tutte le loro gradazioni e combinazioni in un caleidoscopio di emozioni, passioni, amore, nostalgia, sensualità, atmosfere che riportano alla terra, al mare, a un’isola ricca di cultura e arte, crogiolo di popoli, multietnica nel cuore e nelle espressioni artistiche.

Il tutto racchiuso in nove “episodi”, tre dei quali originali, composti e arrangiati in ogni loro parte dalla stessa musicista, Seven Colors of Raimbow, If You Stayed With Me dedicato alla nonna paterna, e Spunta Lu Suli, brano di oltre 9 minuti, prolifico biglietto da visita dell’artista. Gli altri sei, scelti da autori che hanno segnato la formazione artistica della musicista catanese, riarrangiati e “amalgamati” in quello che è il mondo musicale e canoro di Floriana. 

C’è, per esempio, una bella versione di Dolcenera di Fabrizio De Andrè, dove l’improvvisazione entra con voce e sax, regalando una tavolozza di emozioni. Lo scat è usato con sapienza e dimostra quanto Floriana domini questa tecnica. A questo proposito ascoltatevi il brano iniziale Seven Colors of the Rainbow o l’energica ’S Wonderful, standard dei fratelli Gershwin, un bonus track che chiude un lavoro senza sbavature e carico di pathos, come un’esplosione di luce, caldo, estate siciliana…

Interessanti e ben riusciti gli interventi sui testi della tradizione che acquistano una veste ethno-jazz, filologica (e qui interviene anche la laurea in Lettere e Filologia Moderna conseguita all’Università di Catania nel 2013). Marzapaneddu (delicato testo messo in musica dalla brava Matilde Politi, che dei canti popolari siculi è autorità indiscussa) ma anche Cu ti lu dissi, con lei diventano piccole opere mistiche, ricordi di un mondo che non esiste più ma che le note del jazz rendono così attuale… Ci sono pure due brani rivisitati della produzione di Rita Marcotulli, L’Amore Fugge e Scitame Sole (quest’ultimo composto dalla Marcotulli e dalla  musicista e cantante napoletana Pia De Vito), amalgamati alla perfezione in quel mondo di colori che Floriana vuole presentarci. 

Una produzione eccellente, dunque. Anche per i musicisti che l’hanno accompagnata: Tony Hoyting al pianoforte, Andrea Caruso al contrabbasso, Quique Ramírez alla batteria, Suzan Veneman alla tromba, Denis Pavlenko al sax alto, Daniele Nasi al sax tenore e Pasha Shcherbakov al trombone, «tutti giovani, talentuosi e portatori di freschezza», mi racconta la stessa musicista.

Dunque, Floriana, Seven Colors è un disco che è molte cose, ethno jazz, composizioni originali, arrangiamenti lavorati con una precisione minuziosa…
«È il mio primo progetto. Il leit motiv è stato: dare varietà al disco. Ci tenevo a trasferire tutto ciò che mi ha ispirato e che ha contribuito a formarmi».

In questo tuo percorso la musica popolare siciliana ha ampio respiro…
«Sì, credo che la musica siciliana si presti particolarmente a essere trasposta nel jazz. Piace soprattutto all’estero, dove c’è sempre una grande attenzione a queste proposte musicali. C’è molta curiosità nel cercare e conoscere la cultura di altri luoghi». 

La lingua siciliana funziona, è musicale…
«Alcuni testi sono vere e proprie poesie. Prendi Marzapaneddu, piccolo marzapane, diminutivo che in siciliano acquista il significato di bocconcino, un vezzeggiativo per parlare dell’amata/o. Il testo si trova nelle raccolte di Alberto Favara, musicista ed etnomusicologo palermitano, vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, che Matilde Politi ha musicato. Ci sono solo la sua versione e ora la mia, che io sappia. Probabilmente è stato scritto da una donna per la sua delicatezza. Fa parte di quei brani di tradizione orale, racconta di un amore e di un fazzoletto bianco che i marinai lasciavano alla donna amata come pegno affinché lei lo ricamasse e lo restituisse al loro ritorno. La forza del loro legame è tutto in due affermazioni: Tannu si scurdirà lu nostru amuri/ quannu di giugnu veni lu nataliTannu si spartirà lu nostru amuri/ quannu chi sicca l’acqua di lu mari, il nostro amore finirà quando a giugno arriverà Natale o quando si seccherà l’acqua del mare. Un amore eterno!».

Anche Cu ti lu dissi è molto intenso.
«È un’altra canzone che è stata tramandata oralmente e che Rosa Balistreri (cantautrice di Licata, riferimento della musica popolare siciliana, morta ad appena 63 anni nel 1990, ndr) l’aveva trascritta per chitarra e fisarmonica. L’ho rivisitata in chiave Valzer a 6/8, in modo da ottenere un sound più naturale…».

Ho apprezzato molto Dolcenera di De Andrè…
«Ho trasferito sul disco tutte le mie influenze, De Andrè, Rita Marcotulli, Patrizia De Vito. Dolcenera mi piace per il sound, un ritmo a 12/8, un po’ Afro. Ma anche per il tema trattato, e per questo si inserisce tra Spunta lu Suli e Scitame Sole: in questa triade c’è un’idea di rinascita, il sorgere del sole, in mezzo il momento down, al tramonto, con la tempesta (il brano di De Andrè parla dell’alluvione che colpì Genova nell’ottobre del 1970, ndr). È un momento drammatico al quale segue la nuova alba con Scitame Sole, Svegliami Sole, cantata in dialetto napoletano. Mi piacciono le sfumature linguistiche….

Eh già, oltre al Conservatorio hai anche una laurea in Lettere e Filologia…
«Sì mi sono laureata nel 2013. Ho fatto il doppio percorso. Avendo frequentato il liceo psicopedagogico è stato naturale per me iscrivermi a Lettere. L’amore per la musica, invece, c’è sempre stato».

Strade parallele e importanti…
«Utili entrambe. Mio papà è un musicista autodidatta, suona la chitarra e canta. Ha una bella voce, da giovane ha lavorato come speaker in radio. A casa portava sempre tanti vinili, ascoltava di tutto, rock, jazz band, musica italiana, e io ascoltavo con lui, ore e ore. Così è stato il mio primo approccio alla musica. In famiglia sapevano tutti che volevo cantare, non era un mistero. A 15 anni ho iniziato a farlo in vari gruppi. Ho fatto concerti e concorsi. A 23 anni ho deciso di studiare canto, tecnica vocale, armonie. Inizialmente cantavo blues, soul e jazz. Ho studiato e mi sono formata al Cesm (Centro etneo di studi musicali) di Catania, dove oggi insegno. Più mi addentravo nel canto, più mi appassionavo all’improvvisazione. È stata una sfida che io stessa mi sono posta».

E poi cosa è successo?
«Ho pensato di andare a studiare all’estero. Così mi sono trasferita in Olanda al Prins Clauss Conservatory di Groningen, dove mi sono laureata nel 2018. Sono stati anni proficui, stimolanti. Al conservatorio arrivavano a tenere lezioni e master class jazzisti americani molto conosciuti. Con loro c’era un rapporto diretto, si cresceva molto velocemente, una grandissima esperienza: il jazz va suonato non può rimanere solo a livello teorico. Ho dato vita al Floriana Foti Quartet e ci siamo esibiti varie volte a Groningen e dintorni. Lì ho iniziato a scrivere musica e fare i miei arrangiamenti».

Floriana Foti – Foto di Marco Foti

Domanda che faccio spesso ad artisti siciliani e sardi, dando per scontati i napoletani, altra “isola” felice: perché Sicilia e Sardegna regalano grandi artisti? C’è un legame particolare tra terra, cultura e musica? Un’altra brava cantante jazz di cui ho parlato e imparato a conoscere è la tua  conterranea Daniela Spalletta
«Daniela! È bravissima, una mia amica. È vero, abbiamo tanti talenti, prendi ad esempio Seby Burgio. Forse perché noi meridionali abbiamo l’esigenza continua di comunicare, scambiarci saperi, creare jam session, pretesto per suonare insieme. Fenomeno, questo, presente anche in Nord Europa. C’è l’esigenza di creare qualcosa al momento, siamo così, non possiamo farci nulla! E poi, sì, c’è lo stretto legame con la terra, presentare un brano della propria tradizione significa rinnovare questa unione».

Spiegami perché ’S Wonderful, bonus track del disco…
«Fare un disco è un biglietto da visita importante. Per essere onesti fino alla fine, volevo mostrare cosa avevo fatto, quello che mi piace e ’S Wonderful è uno dei miei standard preferiti. Mi sono divertita a riarrangiarlo cercando di dar vita a una versione che rispettasse Gershwin ma che avesse una sua freschezza, con cambi di tonalità, ritmici, di tempo. Una versione leggera, briosa. I tre fiati in risposta alla voce hanno fatto un ottimo lavoro. La parte finale cambia tonalità più volte… mi piace uscire dai canoni, andare un po’ fuori e rimanerci, fa parte della mia personalità».

Hai dedicato If You Stayed with Me a tua nonna, era una donna molto importante per te…
«Nonna Pippa, la mamma di mio papà, è stata la mia supporter su tutto. Avevamo un rapporto molto affiatato. I nonni sono sempre un dono, lei aveva anche una bellissima voce, dote naturale. Anche molti dei suoi undici fratelli avevano una predisposizione alla musica e all’arte in generale, chi suonava il mandolino, chi cantava, chi disegnava…».

Domanda inevitabile: cosa ti aspetti dal disco?
«Il più possibile, anche e soprattutto dall’estero. Credo sia un lavoro che in Europa possa avere successo. Ne sono convinta».

Date di tour già fissate?
«Durante la pandemia ha sofferto tutto il comparto, soprattutto i gruppi emergenti. Dobbiamo aspettare, è inevitabile che le prime date che si assegnano siano state prenotate per i grandi artisti. Ci sono tempi di attesa lunghissimi. La mia speranza è che la situazione si sblocchi quanto prima».

Nico Morelli e il suo American Trio per rivivere la pizzica in jazz

Nico Morelli – Foto Pino Mantenuto

Il motivo del post di oggi ha un nome, un cognome e anche un indirizzo. Nico Morelli, di Crispiano, paese del tarantino di 13mila abitanti, parigino d’adozione da oltre 20 anni. Residenza: via del Jazz, angolo vicolo della musica popolare. 

Sono affascinato dalle contaminazioni, come mi racontava l’altro ieri Lorenzo Pasini, perché creano sempre qualcosa di nuovo e di interessante. Nico Morelli, di professione pianista e compositore – lavori che con lui diventano sempre viaggi e incanti – è un contaminatore culturalmente attento e creativo. Il centro del suo studio, che dura da molti anni, è fondere la cultura popolare della sua terra, la Pizzica e la Tarantella, con quella del jazz di tradizione americana. 

Due mondi che hanno più punti di contatto di quanti possiamo immaginare. La prova è la musica di Nico. La ragione per cui ve ne parlo è che il pianista tarantino è in tournée in trio con due musicisti americani, il versatile contrabbassista dell’Indiana Hilliard Greene e l’altrettanto fantastico batterista canadese Karl Jannuska. Partito dalla Francia, il Nico Morelli American Trio sarà in Italia da domani e ci resterà sino al 10 maggio, per una serie di concerti fra Taranto, Torino, Andria e Biella. Ne approfitto: per chi sarà a Milano, il 22 maggio, nella cornice di Piano City, Nico suonerà al Magnete, quartiere Adriano…

Ammetto, sono curioso di ascoltare questo trio. Soprattutto di capire come Greene e Jannuska interpretano il folk pugliese rivisto dagli arrangiamenti jazz di Morelli. Il jazz che sposa la pizzica, è un bel matrimonio, se consideriamo quanto, grazie alla Festa della Taranta, il folk pugliese abbia catalizzato l’attenzione di appassionati e musicisti di tutto il mondo. 

Del connubio ne avevo parlato già quando vi presentai l’Orchestra Popolare del Saltarello e il suo ideatore, Danilo Di Paolonicola. Lì c’era più World Music, qui è più espressamente un linguaggio jazz, la ratio comunque non cambia. Il progetto che i tre musicisti stanno portando in giro lo si può spiegare con un neologismo che l’artista tarantino ha coniato ormai da da anni, Un(folk)ettable (che poi è il titolo di due suoi album, Un(folk)ettable, del 2007 e Un(folk)ettable Two del 2016: vi invito ad ascoltare alcuni brani). E cioè, ridare freschezza e attenzione, attraverso nuovi spunti e sonorità, alle canzoni tradizionali, creando così un qualcosa di nuovo, potente, allegro. C’è festa, danza, canto, poesia in tutto questo. Una carica vitale che non può lasciare indifferenti.

Ho raggiunto telefonicamente Nico in una delle tappe francesi del suo tour…

Jazz e pizzica hanno origini “comuni”?
«Sono due generi che nascono dal popolo. Il jazz si è arricchito di musiche provenienti da tutto il mondo, in un secolo il suo sviluppo è stato enorme. La musica folk del Sud Italia è rimasta pressoché uguale, anche se poi negli anni ha subito delle mutazioni. Unirli non è una forzatura, anzi, con il jazz il folk pugliese si è sviluppato più armonicamente».

Quando hai deciso di dedicare il tuo studio e lavoro al folk-jazz?
«L’idea mi era venuta negli anni Ottanta da una domanda che mi ero posto (sono uno che se le fa per qualsiasi cosa!): che senso ha che un pugliese si appassioni al jazz? Non è più naturale cercare di seguire la mia cultura? Allora non avevo una risposta perché ero acerbissimo, disponevo ancora degli strumenti per poter realizzare la mia idea. E cioè, seguire la mia passione, che era il jazz, mantenendo salde le mie radici culturali. Nel 2006 ho cominciato a scrivere il primo album Un(folk)ettable, solo che era difficile trovare una casa discografica disposta a pubblicarti».

L’hai trovata poi…
«Sì, in Francia, dove sono molto più attenti e aperti a questi generi. Dopo quel lavoro ho capito che potevo e dovevo continuare su quella strada».

Suoni da anni con jazzisti di tutto il mondo, com’è sentita la tua musica?
«Per i jazzisti è sempre qualcosa di estremamente stimolante, son ben felici di uscire dai binari classici del genere e sempre ben disposti ad aprirsi ad altre culture. Il rapporto con la musica deve essere sempre di “scoperta”. I musicisti, soprattuto quelli d’Oltreoceano, quando ascoltano i miei lavori hanno un atteggiamento di estrema curiosità. Vogliono conoscere tutto su pizzica e tarantella, avere più informazioni possibili, che puntualmente fornisco attraverso storie che racconto sempre con piacere».

Il tuo ultimo album pubblicato, Un(folk)ettable Two, risale a sei anni fa…
«Non avverto tutta questa urgenza di produrre dischi. Perché una volta sugli scaffali fisici e virtuali, dopo 15 giorni dall’uscita sono già dimenticati da tutti».

A cosa serve allora fare un album?
«A fissare un percorso e farlo diventare un biglietto da visita del mio lavoro. Da anni ormai il disco ha perso quella funzione che aveva e che lo rendeva unico e cioè essere opera d’arte. Oggi viene prima la visibilità del musicista non la sua musica».

Parliamo del tour: come l’hai costruito?
«Suoniamo arrangiamenti di musiche del folk pugliese e mediterraneo. Ho preso melodie e ritmi di queste canzoni dando loro sonorità da trio che tengono conto delle personalità dei musicisti che mi accompagnano. A volte c’è più jazz e meno folk, altre il contrario».

Dove stai concentrando le tue ricerche folk?
«Soprattutto nel Salento, dove sono nato. Da adolescente sono cresciuto ascoltando Pino Daniele, per me un esempio, una chiave importante: scrivere canzoni su idee tradizionali aggiungendo tocchi di modernità».

Come sei diventato musicista?
«Da bimbo studiavo pianoforte un po’ controvoglia, tanto che a 11 anni l’ho abbandonato. Poi , da adolescente, sono entrato in gruppi di musica leggera. A 18 anni ho avuto la svolta e mi sono messo a studiare pianoforte al conservatorio. Ma il jazz mi piaceva troppo, quindi ho abbandonato la Classica per concentrarmi su questo genere specializzandomi in varie scuole da Siena Jazz alla Berklee School of Jazz di Boston alla Manhattan School of Jazz di New York e diplomarmi, dunque, in jazz al conservatorio di Bari. Nel 1993 ho pubblicato il mio primo disco, Behind the Window; nel ’98, per una coincidenza, il trombettista Flavio Boltro mi invitò a suonare a Parigi. Decisi di rimanere un mese per vedere com’era il mondo degli artisti nella Ville Lumière. Ne ho conosciuto molti, venivano da tutto il mondo, Argentina, Brasile, Nord Africa, paesi dell’Est e del Nord Europa. Tanti mondi diversi con cui ho collaborato, mettendo nella loro musica anche un po’ della mia storia e viceversa. Ho fatto un periodo di spola tra Italia e Francia per poi, 23 anni fa, decidere di vivere a Parigi, dove tuttora risiedo».

Il tuo amore per il jazz è stato un colpo di fulmine?
«No, un processo lento. Mi piaceva il jazz acustico, non riuscivo ad ascoltare gruppi che usavano suoni edulcorati da tastiere. Poi, come ti dicevo, grazie a Pino Daniele è arrivata la svolta, soprattutto quando invitò Wayne Shorter a suonare con lui. Il sassofonista americano mi fulminò perché non aveva un linguaggio canonico. Così comprai un suo disco e scoprii gli Weather Report, Joe Zawinul che ascoltai anche in un album dove suonava il pianoforte, eccezionale! Quindi Oscar Peterson, che all’inizio non mi piacque, avevo bisogno di sentire l’invenzione in tempo reale. Poi, come in una scala, gradino dopo gradino mi sono trovato dentro senza accorgermene. Il jazz funziona un po’ così, come quando bevi un buon whisky, scoprendone a poco a poco i sentori, i profumi, l’intensità, fino ad accorgerti che… sei diventato un alcolizzato! (Ride, ndr)».

Bello (e sano) ubriacarsi di jazz! Cosa ti ha conquistato del genere?
«Il fatto che nella musica popolare ci sia la stessa passionalità che c’è nel jazz. C’è in lui qualcosa di ancestrale come nel folk. Non è musica solo estetica, ma legata allo stomaco, alla terra».

Musica e partecipazione con “Parole al Vento”, a Settimo Milanese

Antonio Ribatti – Foto Robert Cifarelli

Sono convinto che la formazione musicale viaggi lungo un doppio binario. Non solo quella, evidente, degli artisti, ma anche, in parallelo, l’altra, degli ascoltatori. Come detto molte volte in questo blog, ribadito dalle interviste a numerosi musicisti, fra tutti il grande Claudio Fasoli, la musica è un linguaggio e, come tale, perché lo si possa capire e “parlare”, bisogna studiarlo. Avere, insomma, un minimo di infarinatura, che nelle Americhe come in altri Paesi europei esiste fin dalle scuole primarie, mentre da noi rimane per lo più sulla carta… Non fraintendetemi: la musica è un piacere, come lo studio d’altronde, ma per gli ascoltatori curiosi e non passivi la voglia di entrare in un brano, coglierne la sua natura, filtrarla ed elaborarla attraverso le proprie emozioni, è una grande soddisfazione.

Perché vi sto parlando di ciò? Questa sera, a Settimo Milanese inizia Parole al Vento (qui programma, orari, indirizzi), quattro appuntamenti scanditi tra aprile e maggio. Il suono disorganizzato è il tema di oggi, incontro e prova aperta con quell’istrione di Ferdinando Faraò, con cui avevo chiacchierato alcune settimane fa a margine di un suo intervento educativo con l’Artchipel Orchestra. 

Il 20 aprile è previsto Inseguendo quel suono – Una storia di Ennio Morricone (Alessandro De Rosa, voce narrante, Fausto Beccalossi, fisarmonica, e Claudio Farinone chitarre), mentre il 4 maggio, Batuke – Storia sociale del Samba, a cura di Nené Ribeiro, chitarra e voce, e Kal dos Santos, percussioni e voce, con il laboratorio di percussioni Toc Toc; e, infine, il 18 maggio, Mingussiana: Seven for Mingus, con Tino Tracanna e gli allievi del conservatorio Giuseppe Verdi di Milano.

Quattro incontri dove suono, cultura, condivisione, mondi diversi possono stimolare il pubblico in connessioni sonore impreviste. Ne ho parlato con Antonio Ribatti, ideatore e curatore della manifestazione. Antonio è un architetto di professione, ma anche fotografo, trombettista jazz, con l’Arte nella testa e una enorme creatività usata per coinvolgere con un unico scopo: mostrare la bellezza: di un racconto, un canto, un concerto, un dipinto, un luogo…

Tutti sappiamo quanto abbiamo bisogno di bellezza, soprattutto dopo due anni di pandemia e ora, con una sporca guerra alle porte di casa. La bellezza non è frivola, è piuttosto un’arma potente che, a differenza dei razzi ipersonici, delle bombe a grappolo e della misera cattiveria cecena, non uccide ma salva, aiuta, fa crescere gli individui. Direte che sono un pazzo, ma ci credo fermamente. Al mitra contrapponi un canto, alla ferocia la bellezza di un trio jazz, alla depressione la forza di un’orchestra…

Con il festival AHUM da oltre vent’anni cerchi di portare bellezza sostenendo che l’Arte è il frutto di una interconnessione continua tra musica, pittura, scultura, letteratura, poesia, teatro, danza, cinema, architettura
«Tento di connettere le arti, dimostrare, tramite eventi come Parole al Vento, che si può fare educazione divertendo il pubblico, coinvolgendolo, mostrando e spiegando i percorsi mentali e creativi di grandi artisti. Cerco occasioni di incontro, dove ci si può scambiare saperi. Ah-Um è arrivato alla 23esima stagione, prima era un unico appuntamento annuale ora è sempre attivo attraverso molte iniziative, tra cui questa di cui stiamo parlando. Lo stesso titolo, Parole al Vento, offre un messaggio chiaro: dare agli spettatori più informazioni, chi vuole le coglie e le fa sue».

Lavoro che sta facendo anche Ferdinando Faraò con la sua Artchipel Orchestra…
«Con Ferdinando ci conosciamo da anni, ho visto nascere l’Archipel Orchestra! Lui da sempre è impegnato nella divulgazione».

Da amante della musica brasiliana, ho subito notato la serata del 4 maggio, Batuke – Storia sociale del Samba
«Il Samba è genericamente visto come un’attrazione folklorica, il Carnevale, le ballerine e via dicendo. In realtà è molto radicato nella cultura del Brasile. Lo spiegheranno con parole e musica due bravi artisti, Nené, divulgatore e musicista, e Kal, percussionista che ha fondato varie scuole di musica a Milano, vedi Mitoka Samba. Loro sono i pilastri della cultura brasiliana in Italia. Prima della guerra in Ucraina il nostro obiettivo era, usciti dalla stasi del Covid, fare considerazioni forti sull’uso del corpo. Dopo il distanziamento obbligatorio e il conseguente cambiamento di comportamenti anche impercettibili che questo ha comportato, ci sembra interessante raccontarlo attraverso la metafora del Samba».

Kal dos Santos, a sinistra, e Nené Ribeiro, a destra, protagonisti di “Batuke: Storia Sociale del Samba”

Ogni incontro ha un tema che simbolicamente o realmente parla di condivisione…
«Stasera ci sarà Ferdinando che racconterà come nasce un progetto musicale condiviso e come si organizza un “corpo musicale”, i ruoli di ciascuno, le competenze… Anche la serata su Morricone, Inseguendo quel suono, avrà un coralità, sarà uno spettacolo a tre voci con lo scrittore e compositore Alessandro De Rosa, il chitarrista divulgatore Claudio Farinone e il fisarmonicista Fausto Beccalossi. Sulla base dell’autobiografia del maestro, ci saranno gli interventi dei musicisti…».

L’ultima serata sarà dedicata a Charles Mingus, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita…
«Sì, Mingussiana: Seven for Mingus vuole essere un omaggio al genio del musicista, che, fra l’altro, è il mio artista preferito. Qui la coralità, le connessioni saranno totali, visto che il sassofonista Tino Tracanna interpreterà alcune delle più belle composizioni del contrabbassista americano. Lo farà con un settetto di allievi del conservatorio Verdi di Milano. Verrà rispettato l’impianto dei brani, ma nelle improvvisazioni ognuno sarà libero di creare con il proprio strumento. Un omaggio alla libertà espressiva di Mingus!».

A parte gli appassionati, Parole al Vento, dovrebbe essere l’occasione soprattutto per i giovani di aprire la mente alla musica…
«I conservatori sono pieni di ragazzi che vogliono imparare a suonare jazz, ma ai concerti vengono sempre in pochi. Prendi il pop del momento. Ci sono artisti – pochi in verità – che hanno una qualche conoscenza musicale; nei loro brani “citano” altri generi, magari inconsapevolmente. Il resto è dominato da una povertà tematica, manca evidentemente la formazione, non c’è un racconto, piuttosto ci sono immagini fotografiche, da social. Certo, anche un’istantanea può essere raccontata, ma spesso senza andare a fondo, tutto rimane in superficie. C’è poca capacità di leggere la realtà. Questi nostri incontri sono un modo di concentrarsi, almeno per un’ora, su un tema».

Oltre a Parole al Vento ci saranno altri appuntamenti?
«Dal 21 al 24 giugno (il programma è in fase elaborazione) nelle piazze del quartiere Isola di Milano si terranno quattro giornate dedicate a quattro generi musicali diversi, Samba, Swing, Tango e Jazz. Presto saprò essere più preciso!».

Francesca Remigi ritorna con “The Human Web”…

«Sto scrivendo un progetto che presenterò alla Berklee dal titolo The Human Web, dove mi concentro ad analizzare l’impatto dei social media, le condizioni economiche e fisiche, uno scontro che la pandemia ha ulteriormente accelerato. Sai sto seguendo quest’aumento vertiginoso di suicidi e tentati suicidi tra adolescenti, mi ha colpito molto. La mia idea è registrare questo nuovo progetto a Boston con musicisti residenti, a maggio». Questo mi raccontava un anno fa Francesca Remigi in un’intervista uscita su Musicabile. 

The Human Web, la “tesi” al Berklee College of Musica, nel Berklee Global Jazz Institute (BGJI) sotto al direzione di Danilo Pérez, è stato il suo lungo e approfondito lavoro, sfociato in un disco uscito il 23 marzo scorso. Un concept album, composto interamente da Francesca, che include una parte visiva,  un balletto con tre danzatrici (Clotilde Cappelletti, Mayke van Veldhuizen, Hannah van den Berg), una dettagliata esposizione scritta e la parte musicale. 

Lo ammetto, sono un fan di Francesca Remigi. Perché a 25 anni dimostra una maturità artistica notevole. The Human Web è un lavoro di pregio, creativo, comunicativo, con un’anima e delle emozioni rappresentate da brani dove hanno suonato vecchi amici, vedi Federico Calcagno, clarinettista, al conservatorio con lei a Milano, e numerosi colleghi della Berklee. 

Metamorfosi, il primo brano, rappresenta una fase lunga e delicata della vita della giovane artista, una malattia che l’ha segnata e da cui ne è uscita. Il riuscire a scriverne ora, a parlarne e suonarne, indica una maturità non da poco. Ci siamo sentiti alcuni giorni fa, io a Milano lei a Boston. La ritrovo in video, sorridente, felice, piena di progetti…

Quindi è andato tutto per il meglio a Boston…
«Sì, ho finito il mio master (aveva ottenuto una borsa di studio, ndr) e ora sto lavorando nell’amministrazione della Berklee per garantirmi uno stipendio, pagarmi casa, e continuare a fare esperienza con molti musicisti, artisti famosissimi nel mondo del jazz. Pochi giorni fa ho suonato in un trio con la pianista Ellen Rowe e la contrabbassista Marion Hayden. In questo periodo sto suonando molto jazz tradizionale. A gennaio sono stata a Panama per alcuni concerti, in Georgia ho registrato un disco. Sono tornata in Europa recentemente suonando in trio a Piacenza. A fine aprile sarò in Cile e a maggio ritornerò per un’altra tornata di concerti in Europa…».

È un bell’effetto suonare con tanti musicisti di grande esperienza…
«Qui esiste un’idea forte di mentorship, gli artisti affermati, grossi nomi nel mondo del jazz, ti insegnano, vogliono che tu suoni con loro, in questo modo avviene una trasmissione del sapere. Così loro si sono formati e ora fanno crescere nuovi musicisti. Ho suonato insieme a John Patitucci (grandissimo bassista newyorkese, ndr), con il pianista Danilo Pérez, con Joe Lovano (sassofonista) e tanti altri… è fantastico! Stasera aprirò un concerto di Terri Lyne Carrington (batterista e storica docente alla Berklee: è stato il secondo post di Musicabile due anni fa, quando lei pubblicò con i Social Science un bellissimo album, Waiting Game, ndr)».

Terri Lyne Carrington! È fantastica… attivista e musicista, che onore!
«Frequento il Berklee Institute of Jazz and Gender Justice, una sezione del college fondata dalla stessa Carrington, di cui è anche direttrice artistica, istituto che ha lo scopo di promuovere un’idea di jazz basato sulla qualità della musica a prescindere dal genere di chi la propone».

Veniamo a The Human Web, un gran bel lavoro…
«È il progetto di ricerca della mia laurea. Contiene, oltre alla musica, letteratura e danza contemporanea (un cortometraggio di 20 minuti dove tre ballerine danzano sulla mia composizione)».

Gli argomenti trattati sono in parte personali e in parte sociali…
«Comporre e raccontare questo disco per me è stata una grande conquista. L’ho potuto fare perché sono io, ora, nel mio presente e nel mio passato. Ho sofferto di disturbi alimentari, anoressia e bulimia. Una malattia molto diffusa, un’emergenza sociale: vengono promosse figure di riferimento che colpiscono gli adolescenti, l’essere magra, l’assomigliare a modelli di bellezza pericolosamente irraggiungibili. Questo mio percorso lo racconto in Metamorfosi, una suite in cinque movimenti che rappresentano l’escalation della malattia, un viaggio attraverso i diversi stati emotivi che caratterizzano i disturbi alimentari, come la depressione, l’ansia, il disturbo ossessivo compulsivo, le allucinazioni. È un cambiamento fisico ma anche psicologico. Diventi schiavo, pensi solo al cibo. La musica traduce tutto ciò: non c’è una costante armonica, semmai è tutto discordante». 

Poi ci sono i social, le tendenze suicide degli adolescenti durante la pandemia, il potere dell’algoritmo che decide per ciascuno di noi…
«Sì, richiamano tutti il concetto di gabbia, come lo è il disturbo alimentare. Il brano che dà il titolo all’album, The Human Web, ispirato dai concetti di William McNeill (autore del libro The Human Web: A Bird’s-eye View of World History, ndr), vuole dare, invece, una visione più positiva di Internet e dei Social Media, che possono essere impiegati come strumento capace di connettere persone, diffondere valori di condivisione, supporto, comunità».

Presenterai il disco nei tuoi concerti in Europa?
«Con i musicisti del progetto Archipélagos abbiamo già proposto in alcuni festival brani di The Human Web, come Follia. Li sto riadattando alla nostra formazione, visto che in questo disco hanno collaborato, oltre a me, 23 persone!».

Ultima annotazione: la cover del disco è bellissima!
«È nata per caso: una musicista che ha suonato il sax in The Human Web, l’argentina Camila Nebbia ha una sorella Caro, bravissima (e famosa) graphic designer che, per inciso, le disegna tutte le cover dei suoi dischi. Ho spiegato a Carola il concept, raccontandole che mi piace molto l’espressionismo tedesco, adoro Egon Schiele, i suoi ritratti dove si focalizza sui cambiamenti fisici dei soggetti. Carola mi ha proposto le ballerine i cui corpi, deformati dai movimenti, sono bellissimi, perfetti!».

Ora cosa ti aspetta?
«Se tutto va come deve, dopo l’estate tornerò negli Stati Uniti, questa volta a New York. Lì mi dovrebbe aspettare un lavoro al The Jazz Gallery, una internship dove dovrei curare concerti live in streaming, svolgendo anche compiti amministrativi, e avere la possibilità di suonare, conoscere grandi artisti del jazz e rapportarmi con altri giovani musicisti professionisti. La scena newyorkese è una bella sfida…».

Interviste: Dan Costa, la pace e la musica di Randy Brecker

Dan Costa – Foto Alon Levin

Non so quanti di voi conoscano Dan Costa. Per chi non lo ha mai sentito suonare, sarà una bella scoperta. Non solo perché è un pianista di gran talento, e già questo basterebbe a segnalarne l’ascolto. Ma soprattutto perché ha quel modo curioso e romantico di approcciarsi alla musica, quella sana ingenuità di chi riesce a tradurre in note le sensazioni e gli attimi.

Poi, ha un atout in più, permettetelo, molto soggettivo. È un appassionato di musica brasiliana, l’ha studiata a fondo, e il suo modo di comporre e ricercare quelle giuste pause e quelle armonie sapide che hanno fatto la fortuna della musica brasileira da Heitor Villa-Lobos in poi, è una delle sue cifre compositive. Nel suo Suite Três Rios, album pubblicato nel 2016, c’è il Brasile di Tom Jobim, lo Choro di Villa-Lobos ma anche quello di Jacob do Bandolim, di Pixinguinha, Noel Rosa e, in tempi più recenti del Trio Madeira Brasil e di quel geniaccio intemperante di Yamandu Costa. Con lui hanno suonato – tenendo conto anche del successivo lavoro del 2018, SkynessJaques Morelembaum, Teco Cardoso, Roberto Menescal (uno dei padri della bossanova), Romero Lubambo, Nelson Faria. Per lui ha cantato Leila Pinheiro, rarissima eccezione, visto che le sue composizioni sono quasi esclusivamente strumentali.

Conosciamo, dunque, un poi meglio Dan, prima di leggere la bella chiacchierata che ho fatto con lui un sabato mattina di qualche settimana fa. Trentadue anni, mamma sorrentina, papà portuense (portoghese di Porto), nato a Londra, vissuto nella Francia Meridionale, dove ha iniziato seriamente lo studio del pianoforte all’Académie de Musique Rainier III nel principato monegasco, quindi di nuovo in Gran Bretagna, per frequentare il Liverpool Institute for Performing Arts di Paul McCartney. Poi a Porto, nell’Escola Superior de Música e Artes do Espectáculo. Da qui, oltreoceano in Brasile, all’Unicamp di Campinas per un anno di perfezionamento sulla musica brasiliana. E, ancora, negli States, a Boston, per un corso di perfezionamento in music business al Berklee College of Music… Senza mettere in conto le frequenze ai tanti workshop e corsi tenuti da musicisti del calibro di Gary Burton, Kevin Hays, Scott Colley, Kurt Rosenwinkel, Jorge Rossy, Chick Corea e César Camargo Mariano.

Dan ha arricchito – musicalmente e culturalmente – questo suo lungo peregrinare per il mondo. Ha vissuto in otto Paesi diversi, ne parla correttamente tutte le lingue, si sente apolide nel significato più pregnante del termine, ovvero cittadino del mondo.

Lo si potrebbe definire, senza dubbi, un artista no limits, mai sazio di conoscere, imparare, sperimentare. Inevitabile che la sua musica rifletta tutta questa innata curiosità.

Lo scorso 9 marzo, in piena guerra russo-ucraina, ha pubblicato un brano inedito, Iremia, che in greco significa pace interiore, composto nel 2018, ben lontano dalla pandemia e dalle brutali impennate russe, su un’isola greca, dove in quel periodo si trovava ad abitare. Una melodia che riporta visivamente le sensazioni di un istante. Immaginate lo spettacolo di un tramonto: seduti, in religioso silenzio, davanti a voi un mare che si colora di luci e riflessi, l’eterno, misterioso passaggio dalla luce al crepuscolo, che ci emoziona ogni giorno. Con Dan c’è il mitico Randy Bracker, che, con la sua tromba ricama, sottolinea, esalta riflessivi paesaggi sonori. Un’alchimia perfetta tra i due artisti, anche perché la registrazione è avvenuta a distanza, Dan in Italia, lui negli States…

Dan, partiamo da Iremia
«Significa “pace interiore”. È un messaggio universale. Il brano coglie l’ambiente magico in cui ero inserito quando vivevo in Grecia. Dovevo lanciarlo un paio di mesi fa, ma, dovuto a dei contrattempi l’ho pubblicato a marzo, proprio in questo momento difficile per il mondo. Sarà stata una coincidenza? Chi lo sa…».

Non è stato, dunque, un caso nemmeno la collaborazione con Brecker…
«Abbiamo delle conoscenze in comune, come Ricardo Silveira e Teco Cardoso, con i quali avevo registrato altri brani in Suite Três Rios e Skyness. Ho inviato a Randy il mio brano via mail e gli ho chiesto se gli sarebbe piaciuto partecipare. Mi ha risposto in un modo entusiasta nel giro di pochi minuti. Così abbiamo registrato, lui in America io in Europa. È stato tutto molto spontaneo, e non mi aspettavo una risposta così rapida e lusinghiera».

Ne approfitto: mi piace molto il tuo album Suite Três Rios
«Grazie! È un lavoro concepito come una suite, la sua forma musicale è classica. Rispecchia il mio background, arricchito poi da studi jazz e di musica brasiliana. L’ultimo brano dell’album, l’ho chiamato apposta Aria, per riaffermare i canoni della suite, già suggeriti dai ritmi brasiliani che lo precedono…».

La tua origine di italo-portoghese cresciuto in un paese anglofono ha decisamente influito sul tuo modo di fare musica. L’antropologo Darcy Ribeiro la chiamerebbe miscigenação
«Madre italiana, padre portoghese, culture diverse ma in fondo anche simili… l’encontro das águas nell’Amazzonia mi ricorda un po’ queste mie origini. Il rio Preto e il rio Solimões scorrono paralleli senza confondere le loro acque… Mi sento così, conservo distinte le mie culture di partenza, credo che la fusione sia nell’insieme, dove ogni caratteristica rimane senza danneggiare l’altra».

Nei tuoi dischi c’è molto Brasile…
«Come in quelli di tanti altri artisti, si sente chiaramente che esiste una… brazilian conncection! Vedi George Benson o lo stesso Randy Brecker con Randy in Brasil: nel 2009 ha vinto un Grammy come miglior album di jazz contemporaneo».

Perché secondo te la musica brasiliana ha un così forte richiamo soprattutto per i musicisti jazz?
«Ad attrarre è la sua ricchezza, nonché il suo calore: l’unione di ritmi africani – soprattutto di Angola – e melodie europee provenienti dalla musica popolare portoghese e dall’opera italiana. La musica brasiliana, infatti, ha le sue origini nella Modinha e nel Lundum, a differenza del jazz americano, nato sempre da ritmi afro, mescolati però con la musica popolare proveniente dalle isole britanniche. Sono due ambienti diversi che permettono fusioni interessanti. Nella musica brasiliana c’è poi anche l’influenza india nella strumentazione, ugualmente importante».

La musica brasileira ha una struttura armonica piuttosto complessa…
«Certamente, ma dipende dal compositore. Sono stati maestri come Camargo Guarnieri, Villa-Lobos e Jobim, o più tardi, Hermeto Pascoal, a offrire al jazz i colori impressionistici dei francesi Ravel o Debussy o le progressioni che ricordano lo splendore del jazz americano».

Quando hai iniziato a suonare il piano?
«Avevo cinque, sei anni. I miei genitori volevano che studiassi pianoforte. A me non interessava molto, preferivo giocare a calcio. La svolta l’ho avuta verso i dieci, undici anni, quando ho ascoltato le canzoni di Gianni Morandi. Mi piaceva la sua grinta e il modo in cui le interpretava. Negli anni Ottanta/Novanta faceva un bel pop, italiano con influenze anglosassoni, molto positivo, solare. Volevo capire come “funzionavano” le sue canzoni, così mi mettevo al piano e cercavo di decifrarle. Mi identificavo in quella musica. Nella musica pop l’armonia è importante. Una delle prime canzoni che ho suonato al pianoforte è stata un altro classico, Imagine di John Lennon. Poi siccome mi piaceva leggere spartiti classici a prima vista iniziavo ad improvvisare quando la melodia si ripeteva. Così mi sono avvicinato al jazz, tramite In a sentimental Mood di Duke Ellington e O Barquinho di Roberto Menescal».

Dan Costa – Foto Artesuono

Cosa ascoltavi e cosa ascolti ora?
«Mi interessavano anche le mie origini partenopee. Ricordo che mio nonno, il papà di mia mamma, suonava e cantava i classici napoletani, ‘O surdato ‘nnammuratoTorna a Surriento, Funiculì Funiculà… La mia nonna materna, invece, cantava le canzoni di Amália Rodrigues, Casa Portuguesa, Cheira a Lisboa... Più tardi ho scoperto la musica di Carlos de Carmo. Anche questo ha contribuito alla mia formazione. Ascoltavo anche Elton John, i Simply Red, Sting, i Police. Mi piacevano per la loro musica ma anche per i loro testi, così come i grandi cantanti brasiliani come Emílio Santiago. Oggi come oggi ascolto molta musica strumentale, soprattutto musica classica, come ad esempio J.S. Bach, suonato da Murray Perahia (pianista americano considerato uno dei maggiori interpreti di tutti i tempi del musicista tedesco, ndr) e jazz moderno. Mi piacciono le big bands».

Finora hai abitato in otto Paesi diversi. Dove ti senti a casa?
«L’aver vissuto in molti luoghi mi ha aperto alle culture di ciascuno. Dove mi sento a casa? Dall’Inghilterra all’India, c’è sempre qualcosa ovunque io vada che mi fa sentire un po’ a casa. Se proprio mi costringi a scegliere… beh, il Brasile per motivi culturali. Quando frequentavo il master a São Paulo, quasi tutti i miei colleghi avevano discendenza italiana o portoghese, c’era quel qualcosa che ci accomunava che ci faceva sentire parte di una comunità. Anche in Grecia, dove ho vissuto alcuni anni, mi sono sentito a casa. Forse saranno le origini della mia famiglia materna che di cognome fa Greco…».

Ritorno alla tua Suite Tra Rios: l’unico brano cantato l’hai affidato a Leila Pinheiro…
«Infattioè stata la prima ospite che ho contattato. Mi piaceva molto il modo in cui interpretava la bossanova, dandogli l’eleganza timbrica che il genere meritava. Tra l’altro è una delle artisti che ascoltavo durante la mia adolescenza. Il brano che lei avrebbe poi interpretato era ancora strumentale quando le ho scritto, così mi sono messo a lavorare su un testo nel quale volevo trasmettere il messaggio dell’album, essenzialmente strumentale – fiumi naturali e culturali che sboccano in un mare senza fine…».

A cosa stai lavorando ora?
«Nella mia attività artistica sto collaborando con Roberto Menescal alla composizione di un brano. Siamo molto presi, ci sentiamo spesso per scambiarci idee, proposte… Una bella collaborazione».