Novità: Gullfoss e la magia di Nadje Noordhuis

Da un album politico ed elettronico come quello di Jerusalem In The Heart a uno sognante e “acustico”. Oggi voglio sottoporvi all’ascolto un altro disco che mi è piaciuto molto. Si tratta di Gullfoss, l’ultimo lavoro di Nadje Noordhuis. Australiana, 41 anni, da molti anni a New York, suona la tromba e il flicorno. Quello che riesce a ottenere è un suono pieno, caldo, struggente e anche… estremamente rilassante.

Il disco, uscito in cd venti giorni fa, ma in vinile nel 2019 e solo a tiratura limitata, è la registrazione di un live suonato dalla Noordhuis nel 2018 al Musig im Pflegidach di Muri, in Svizzera, accompagnata dall’arpista Maeve Gilchrist che, per inciso, è stata per un periodo anche sua coinquilina a New York, il chitarrista Jesse Lewis e il bassista Ike Sturm più i tappeti sonori con i sintetizzatori, la batteria e le percussioni di James Shipp, polistrumentista che ha suonato anche con Sting.

Insieme fanno il Nadje Noordhuis Quintet, un gruppo affiatato che riesce a trasmettere sensazioni non scontate, in un lavoro ispirato alla Natura e alle sue molteplici forme d’espressione.

Nadje Noordhuis Quintet – Frame dal concerto al Musig im Pflegidach di Muri, in Svizzera

Nadje ha deciso di essere musicista e trombettista dopo aver ascoltato Doo-Bop, disco di Miles Davis uscito nel 1992, «una fusione di jazz e rap», come ha ricordato lei stessa in un’intervista di qualche tempo fa, che l’ha introdotta al mondo del grande jazzista americano. Ha suonato, quindi, nella Maria Schneider Orchestra, uno dei suoi successi personali a cui tiene di più, fa notare spesso. Essere parte dell’orchestra della Schneider è stato «un privilegio e una fortuna», sostiene la Noordhuis. Di Maria Schneider ricorderete la collaborazione con David Bowie nel lungo brano Sue (Or in a Season of Crime) pubblicato nel 2014, un anno e mezzo prima della scomparsa del mitico artista.

E veniamo al disco. Un lavoro estremamente raffinato, che fa viaggiare la mente, la stimola in modo positivo. Il classico album da mettere in cuffia, luci basse e un buon bicchiere di whisky da sorseggiare. Musica contemplativa, grazie anche alle magie all’arpa della scozzese Gilchrist e dei synt impercettibili ma pieni di Shipp.

Ascoltatevi Indian Pacific, un arpeggio continuo e fluido come onde del mare di Maeve Gilchrist e della chitarra di Jesse Lewis che fa da base a una struggente melodia che riporta all’emisfero  d’origine della Noordhuis. In Silverpoint, altro brano parecchio interessante, la musicista riesce a fondere atmosfere alla Pat Metheny con una chitarra che, nel finale, assume toni decisamente rock. Gullfoss, la composizione che dà il titolo all’album e che ricorda la famosa cascata islandese, è l’ultimo “messaggio”: attacca con il basso a cinque corde di Ike Sturm, martellante, per poi portarci in un mondo fatto di magici momenti. Un lungo viaggio di emozioni. Ascoltatelo, ne vale proprio la pena…

Javier Subatin, l’improvvisazione e un nuovo jazz all’orizzonte…

Javier Subatin – Foto Raquel Nobre G.

Sei di Buenos Aires? Dall’altro capo del collegamento Skype, Javier Subatin, argentino, 36 anni, chitarrista virtuoso, mi risponde di sì con la testa sorseggiando un mate, suggellando così la tradizione con la propria terra d’origine. Da pochi giorni si è trasferito ad Anversa, in Belgio, a due ore di strada da Amsterdam, luogo d’elezione per i giovani jazzisti in cerca di fortuna in Europa. Di lui – ed è questo il motivo dell’intervista – mi hanno attirato il suo modo di comporre, un jazz innovativo nel suo ultimo album, Mountains, uscito poco più di un mese fa, che per provocazione ho definito “un non-jazz” (leggerete la sua risposta), e il suo vivace attivismo nel coinvolgere giovani e talentuosi colleghi musicisti in progetti, fondando una community e, quindi, una casa discografica, la Habitable Records, composta solo da artisti. Javier e i suoi colleghi stanno cercando di rendere sostenibile la professione del musicista, un lavoro che permetta la crescita di ogni singolo componente. Vi consiglio di ascoltare i quattro album che ha pubblicato, Autotelic (2018), Variaciones e Trance (usciti entrambi nel 2020) e, appunto, Mountains (2021). Un percorso di maturità espressiva che lo ha portato all’ultimo disco dove l’improvvisazione regna sovrana…

La tua musica è stata cataloga nella famiglia del jazz contemporaneo. Sei d’accordo? È davvero jazz il tuo?
«Sostieni che non faccio jazz? A mio modo di vedere è relativo: il jazz oggi è quello che è. Importante è che io lo reputi tale. Il jazz si è evoluto, non è più quello di un tempo».

Javier, dammi una definizione del “tuo” jazz…
«È il risultato di molte cose. Ho studiato improvvisazione jazz e quindi composizione. Ogni volta che mi insegnavano scale nuove, un’armonia o elementi nuovi utili per improvvisare con la chitarra, componevo una musica per esercitarmi. Così nascevano musiche nuove che non facevano parte dello standard jazz. Improvvisare e comporre è strettamente collegato. Questa musica ha tutto, jazz, ma anche rock, pop, ma anche Piazzolla, il folclore argentino, una delle cose che mi piace di più utilizzare ora. Del folk non prendo riferimenti diretti, ma uso il ritmo e alcune armonie. Mi è sempre piaciuto il contrappunto e come la musica si costruisce con più “strati”. Senza rendermene conto, ha a che vedere anche con la classica!».

Vieni da una famiglia di musicisti?
«Nella mia casa c’è sempre stata musica. I miei, però, non sono musicisti. Mio padre adorava la musica, suonava il pianoforte e a mia madre piaceva ascoltare. Il fratello di mio papà è musicista. Da piccolo ho studiato piano, mi attiravano i suoni che riuscivo a fare pigiando i tasti. Mio papà adorava il jazz e la musica classica, così, nel fine settimana, c’era musica a tutto volume. Io non avevo scelta, ero un bimbo non potevo oppormi!, mi chiamava per ascoltare, focalizzando la mia attenzione sui singoli strumenti. Ricordo che a due anni, al posto delle canzonette per bimbi, volevo che mi mettessero di continuo la colonna sonora di Mission (Ennio Morricone, ndr)».

Ora abiti ad Anversa, dopo aver vissuto a Lisbona. Perché molti giovani musicisti jazz da tutto il mondo scelgono l’Europa, soprattutto il Belgio e l’Olanda per suonare?
«Mi sono trasferito da Lisbona ad Anversa qualche giorno fa. Ho deciso che per percorrere la mia strada, dedicarmi alla mia musica, dovevo venire in Europa. A Lisbona mi sono sentito a casa, avevo il mio professore di composizione e poi è una città bellissima, si vive bene, fa caldo (ride, ndr). Per il jazz Amsterdam e Bruxelles eccellono, ritengo si tratti proprio del sistema educativo adottato in quei Paesi che porta i ragazzi ad approfondire lo studio di questo genere musicale. Il conservatorio di Amsterdam è molto importante, ha una bella e solida struttura, è la porta di entrata per la scena europea».

Parliamo di Mountains: lo sto ascoltando e mi sta piacendo. Perché hai deciso di chiamare l’album così?
«Il titolo non è introspettivo come può apparire, semplicemente ho avuto un aiuto per registrare un disco e non sapevo bene cosa fare. Avevo molte composizioni già fatte, avevo una montagna di idee custodite. Così ho deciso di selezionare brani che già avevo messo via. Il titolo viene da qui, da una montagna di registrazioni ho scelto un percorso per me logico in modo da comporre il disco».

Mi incuriosiscono anche i titoli: si inizia con Mountain #1, poi si passa a un brano dal titolo Rocks per finire a Mountain #5, a sua volta seguito da Birds, quindi Mountain #3… Sto cercando una logica…
«Quando compongo di solito ho un’idea base, non c’è un concetto. Poi devo trovare un significato per questa musica nel disco. Vado per blocchi di musiche e queste devono avere una consequenzialità. Mountain #1 è stata la prima che ho composto, poi ho cercato di dare una narrativa che avesse diversi momenti, ritmi diversi, una parte più lenta, l’altra più forte, una più introspettiva…».

Questi brani li hai suonati direttamente con tutti i musicisti?
«No, li ho composti a casa, con la chitarra. Volevo scrivere con più dettagli per poi offrire ai musicisti un modo di improvvisare liberamente. Il disco si fonda sull’improvvisazione e ho lasciato che i miei compagni di viaggio si sentissero totalmente liberi nelle esecuzioni».

Hai un rapporto di simbiosi con i tuoi colleghi…
«Avevamo deciso di suonare le parti comuni e poi metterci le improvvisazioni. Per fare questo lavoro ci siamo chiusi in una casa e abbiamo vissuto e lavorato insieme. L’idea era che la musica si creasse al momento. Abbiamo tirato fuori tanto materiale. La registrazione è finita con un concerto, praticamente un altro disco, tutto di improvvisazioni, pronto per essere pubblicato. Durante le registrazioni, i singoli musicisti intervenivano con spunti e idee, come Demian Cabaud, il contrabbassista, che ha tirato fuori suoni che assomigliavano al canto degli uccelli … e così è nata Birds. D’altronde, in montagna ci sono il canto degli uccelli, il rumore del vento, il fragore delle rocce, i giochi d’ombra…».

Un mix perfetto di composizione e improvvisazione. Che differenza c’è tra Mountains e il tuo disco precedente, Variaciones (uscito nel 2020)?
«Variaciones (qui Solo#3, ndr) è stato un processo che è iniziato con il primo disco Autotelic (qui #3). Quest’ultimo è stato, fondamentalmente, un dialogo con un pianista (il lisboeta João Paulo Esteves da Silva, ndr), quasi tutto scritto, con grandi momenti di improvvisazione, ma, di fatto, jazz standard (ve lo consiglio!, ndr). Con Variaciones, c’è stata un’evoluzione, e cioè, cercare una musica più complessa, che fosse più fluida, pensata per improvvisare. È stato un punto intermedio tra Autotelic e Mountains. Molto diverso anche da Trance (qui Trance#1) ancora molto nei canoni standard, un tema A, uno B e un’improvvisazione. Mountains credo sia un lavoro più maturo, merito di ulteriori tecniche estese di studio e a un set di chitarra che mi sono costruito con effetti ottenuti grazie anche all’uso del computer. Ho registrato da solo in casa durante la pandemia, studiando in quale modo rivedere la chitarra jazz, trasformandola in un qualcosa d’altro. Dici che questo non è jazz, infatti, cerco di trovare un nuovo modo di suonarlo».

Javier Subatin al lavoro – Foto Raquel Nobre G.

Hai previsto di presentare il disco in Italia e in Europa?
«Con la pandemia è cambiato molto. Ho deciso, visto che il Covid ha aumentato la difficoltà di suonare live, di perfezionarmi nel suono e nella composizione. Ho un altro disco pronto, con Francesca Remigi (altro interessante nome del nuovo jazz d’improvvisazione di cui vi ho parlato alcuni mesi fa, ndr) e Federico Calcagno (grande clarinettista milanese di base ad Amsterdam che ha lavorato al bel disco di Francesca Il Labirinto dei Topi, ndr). Non so ancora quando porterò in concerto Mountains, non ho fatto un disco per poter suonare nei teatri ma per far conoscere la mia musica. Dal vivo, poi, potrà diventare un’altra cosa».

Nel marzo di quest’anno hai contribuito a far nascere la Habitable Records, casa discografica fondata da nove musicisti… Sei il leader se non sbaglio…
«Non è proprio così. Tutto è nato durante la pandemia quando ho fondato la Composers & Improvisers Community Project, un progetto collettivo, di cui sono direttore artistico: con il lockdown si pubblicava solo on line e sembrava che tutti si fossero messi a competere su chi faceva uscire più video, una sorta di guerra e una specie di catarsi. Ho pensato che, forse, era meglio unire più musicisti per indirizzare questo flusso massiccio di pubblicazioni in qualcosa di compiuto e maggiormente visibile. Quello che realmente è successo è che si è creato un bel gruppo di musicisti, dai video si è passati allo scambiarsi progetti, musiche. Così ho conosciuto Francesca e Federico, per esempio. Su whatsapp mi sono trovato a discutere con loro su come pubblicare un disco, trovare una casa discografica. Ed è nata l’idea di diventare “editori di noi stessi”, progetto a cui avevo già pensato. Così s’è creato un gruppo di nove persone, tra cui anche Francesca e Federico. Habitable Records non ha un capo, siamo tutti leader: far musica, produrre il più liberamente possibile, avere supporti di comunicazione e marketing. A sostegno del progetto abbiamo creato un’associazione culturale in Portogallo (che ha un nome legale ma non ancora uno ufficiale per il pubblico) con l’obiettivo di pagare un musicista perché produca musica. Nel caso di Mountains sono stato pagato perché ho avuto un aiuto, ma creare con più facilità un circuito virtuoso sarebbe il nostro obiettivo. Con Antena 2 – RTP (la radio portoghese) abbiamo stretto un accordo  per montare una serie di concerti on line con programmazioni a distanza: organizzo un duo, ognuno vive nel proprio paese, e li faccio suonare insieme. Questo, tutti i mesi. Si chiama Intersections: un musicista inizia a suonare e alla fine si fonde la performance di un altro per un totale di mezz’ora di concerto. I musicisti per questo vengono pagati. Il cachet è diretto dalla radio al musicista. Questo è il nostro spirito. È giusto che un musicista sia pagato per il proprio lavoro».

Un altro ritratto di Javier Subatin – Foto Raquel Nobre G.

Come vedi la professione del musicista in un mondo di musica mainstream dove c’è poco spazio per giovani di certo valore?
«C’è un mercato per il tipo di musica che facciamo noi. Che non sarà mai mainstream. Ci sono due scelte: la prima, è fare molti concerti (in questo momento non è molto facile), la seconda, insegnare. Mi sono sempre mantenuto insegnando musica. La produzione musicale mi dà un extra. Il mio obiettivo è quello di invertire le mie fonti di reddito!».

Fare concerti è complicato anche senza pandemia…
«Certo, perché il musicista dovrebbe fare anche l’agente. Quello che sta succedendo ora è che gli agenti guadagnano molto di più insegnando ai musicisti a diventare anche agenti. Un paradosso…».

Rolling Stone, le classifiche e una riflessione…

Il 15 settembre Rolling Stone USA ha pubblicato la sua colonna sonora più dirimente e attesa: le 500 canzoni più belle di tutti i tempi. Il magazine, ormai ex-bibbia del rock, ha voluto pubblicare, a quasi vent’anni di distanza dalla prima edizione, una nuova revisione.

Le classifiche a cui RS ci ha assuefatto sono una buona lettura dei tempi e di quello che significa la musica, mainstream e alternativa, dagli anni Trenta del secolo scorso a oggi. Le 500 canzoni sono la summa di tutto questo, anche perché, la prima “RS hit parade”, come ben ricordano dallo stesso magazine, era del 2004, quando Billie Eilish aveva appena tre anni. A partecipare al sondaggio per decidere i brani più belli di sempre, sono stati chiamati oltre 250 tra artisti, musicisti, produttori, discografici che ne hanno selezionati, ciascuno, 50, per un totale di 4mila brani.

Con questo ampio e democratico parterre si presume sia uscita uscita una fotografia piuttosto nitida e ben incisa della storia della musica occidentale, soprattutto americana e inglese. 

Quello che più salta all’occhio è che di brani “dirimenti” dall’inizio del Terzo Millennio ne sono stati selezionati pochi, appena una settantina, per lo più provenienti dalle correnti mainstream, un pop facile e ben codificato e un rap che s’è liberato dalle origini e naviga tra bit raramente innovativi e un conformismo testuale presentato come anticonformismo. Di contro, troviamo, monolitici, i 250 e passa brani compresi nel periodo Sessanta e Settanta e i 142 scelti negli anni Ottanta e Novanta, oltre a poche decine che arrivano tra il 1930 e il 1950.

Di artisti ce ne sono tanti – anche se, per esempio, non si vedono tracce del periodo prog inglese, King Crimson, Genesis, Yes, Traffic, gli Emerson, Lake & Palmer – alcuni ritornano più volte in classifica (vedi Aretha Franklin, Beatles, Rolling Stones, Pink Floyd, Prince, Bob Dylan, Lou Reed, Led Zeppelin, Bob Marley, Bruce Springsteen, David Bowie…) ma quello zoccolo duro di brani memorabili, immancabili, oserei, eterni, nati dalla seconda metà degli anni ’60 alla fine dei Settanta sono la riprova, se mai fosse stato necessario, di quanto le esperienze musicali, sociali, politiche di quegli anni abbiano generato una svolta epocale nelle arti, e soprattutto nella musica, a cui tutti, ancora oggi si rifanno a piene mani. Una rivoluzione che dobbiamo ancora vivere in questo nuovo millennio.

E, dunque, non può suonare strano se  il miglior brano di tutti i tempi sia stato scritto da Otis Redding e pubblicato nel 1967 dalla grande Aretha Franklin. Sto parlando di Respect, una delle canzoni più suonate di sempre. Il secondo posto se lo sono aggiudicato i Public Enemy con Fight the Power (1989), mentre il terzo e quarto appartengono rispettivamente a Sam Cooke, uno dei principali esponenti della soul music degli esordi, con A Change Is Gonna Come (1964) e l’eterno Bob Dylan con la sua altrettanto immortale Like a Rolling Stone (1965). Al quinto ci sono i Nirvana con Smells Like Teen Spirit del 1991, e via via Marvin Gaye con What’s Going On (1971), The Beatles con Strawberry Fields Forever (1967), il rap di Missy Elliott, Get Ur Freak On (2001), i Fleetwood Mac e la loro splendida Dreams (1977), e gli Outkast con Hey Ya! (2003)…

Il resto della classifica, numeri alla mano, rispecchia la prima decina. Ne deriva che, nell’esperimento musicale (e, a questo punto, anche sociale) di RS in novant’anni di musiche selezionate, il nocciolo importante, salvo rare eccezioni, rimane chiuso in poco più di trent’anni. Quei trent’anni che hanno visto rock, punk, soul, funk, jazz, nascere e rinascere, reinventarsi, crescere, svilupparsi, contaminarsi, classicismo e sperimentazione a ciclo continuo, effervescenza di note, idee, pulsioni.

In attesa di una rumorosa, spettacolare, necessaria rivoluzione epocale – che sinceramente non vedo – vale la pena rimettersi all’ascolto di quella Musica. Per rivangare ricordi, quelli delle generazioni vicino alla mia, per imparare un po’ di background le nuove leve del Duemila.

Xavier Rudd, Gal Costa e Tim Bernardes, Rodrigo y Gabriela: tre singoli da ascoltare

Frame dal video di “Stoney Creek”, brano di Xavier Rudd

Non so perché, ma non mi sono mai piaciute le uscite di dischi singoli, quelli che, in vinile, erano i 45 giri e, oggi, in digitale sono i “single”. Sto notando che che tra i “single” sempre più spesso vengono proposti due brani, magari uno la rielaborazione del precedente. Si ritorna, dunque, ai vecchi lato A e lato B. I singoli raramente restano tali. Servono a lanciare un nuovo album (e per questo ci sono i rilasci programmati, Amuse Bouche invitanti in attesa della portata principale), ad annunciare che l’artista si sta dando da fare, a tenere in ansia i fan… Nell’urban (rap-trap) sono pane quotidiano. Si consumano come tapas in una taparia di Barcelona, alcuni buoni, altri mediocri, ma comunque utili ad abbinarli a una buona cerveza helada. Ma ci sono anche uscite fatte per il solo gusto di dire qualche cosa, brevi e intensi momenti di musica. Tutto questo pippone per presentarvene tre che in questo 2021 mi sono piaciuti particolarmente. Scopriamoli insieme.

1 – Stoney Creek – Xavier Rudd
Per chi non lo conoscesse, Xavier Rudd è un artista molto particolare. Australiano, 43 anni, sempre a piedi nudi (un suo modo per restare a contatto con la terra, essere parte di un mondo a cui lui crede fermamente, fatto di semplicità, connessione con la natura, amicizie vere), polistrumentista, one man band, assistere a un suo concerto ha un che di catartico. Che si esibisca da solo con l’immancabile didgeridoo (lo strumento a fiato degli aborigeni) e la chitarra acustica o con il suo gruppo The United Nations con il quale si diletta a suonare reggae in versione australe, riesce a trasmettere sempre qualcosa di magico. Diventato famosissimo con il suo Spirit Bird, disco uscito nel 2012, che contiene Follow The Sun, uno dei suoi brani più noti – la Time Records lo ha portato a fama mondiale con il progetto Time Square, canzoni di grande valore artistico riviste con nuovi mixaggi e produzioni – dopo un anno forzato di fermo nel suo “concertare” per il mondo, ha iniziato a riflettere sulla sua musica e su quanto stava succedendo nel mondo. Spiega lui stesso (lo trovate sul suo sito): «Stavamo viaggiando verso nord, diretti al Capo e il vento soffiava troppo forte per uscire in barca… Mentre contemplavo tutto quello che mi stava succedendo e ciò che stava avvenendo nel mondo, ha cominciato a soffiare un forte vento di sud-est. Sembrava proprio un vento di cambiamento, letteralmente». Così è nata Stoney Creek, canzone accompagnata da un video, dove una donna danza su uno skateboard spinta dalle raffiche di quel vento: Baby, the wind is blowin’/ So rest your weary head here on my knee/ There’s no way we’re getting on the ocean/ So fuck everything else and let’s just be

2 – Baby – Gal Costa & Tim Bernardes
È un brano storico, contenuto nel disco-manifesto del Tropicalismo, Tropicália ou Panis et Circensis, uscito nel 1968. Baby è stato scritto da Caetano Veloso e interpretato da Gal Costa. L’origine della canzone l’ha descritta lo stesso Caetano nel suo meraviglioso libro Verdade Tropical (Companhia das Letras, 1997), uscito in Italia con il titolo Verità tropicale: musica e rivoluzione nel mio Brasile, ripubblicato da Sur nel 2019, in occasione dei 20 anni dall’uscita italiana, con integrazioni dello stesso artista. A chiedere la canzone è stata la sorella Maria Bethânia – a proposito, ascoltatevi Noturno, il suo ultimo lavoro uscito fresco, fresco il 29 luglio scorso, ne parlerò sicuramente – che poi, inspiegabilmente non lo interpretò. Il brano è diventato uno dei cavalli di battaglia del Tropicalismo, suonato e cantato da numerosi artisti. Quello che vi consiglio oggi è Baby, reinterpretato dalla stessa Gal Costa, con una voce ancora meravigliosa e squillante, fresca e vibrante nonostante i suoi 75 anni (fa parte di un progetto dell’artista carioca ribattezzato #Gal75 diventato un disco, Nenhuma Dor, uscito nel febbraio scorso) su un arrangiamento e voce comprimaria di Tim Bernardes, trentenne artista di São Paulo, fondatore del gruppo pop-psichedelico O Terno (ascoltateli!). Tim è molto apprezzato sia da Caetano sia da Maria Bethânia per il suo sound essenziale con cui riesce a creare terreni musicali di gran spessore. E Baby non fa eccezione!

3 – The Jazz Ep – Rodrigo Y Gabriela
Non è proprio un singolo, ma l’ho scelto perché, sebbene si tratti di un Ep con tre brani di tre autori diversi rielaborati con la loro consueta verve, può essere considerato un solo unico pezzo di quasi 20 minuti d’ascolto. C’è un filo conduttore nei tre brani, Lingus degli Snarky Puppy, Oblivion di Astor Piazzolla (c’è anche la partecipazione di Vicente Amigo, chitarrista di flamenco tra i più quotati) e Street Fighter Mas, del sassofonista Kamasi Washington, che la coppia di chitarristi messicani con sede a Barcellona, Rodrigo Sanchez e Gabriela Quintero, ex membri di una band metal messicana, i Tierra Acida, sono riusciti a plasmare come un’unica mini sinfonia in tre atti. Il lavoro che ne è uscito, pubblicato nel maggio scorso, è un piccolo gioiello che solo dei virtuosi possono permettersi. Se vi ascoltate i brani originali, noterete che Rodrigo y Gabriela sono riusciti ad armonizzare tre partiture molto diverse tra loro trasformandole in una sequenza coerente e avvincente. Una sorta di cavalcata ai confini tra jazz, fusion, e sonorità latine, grandi pressioni e ampi spazi di riflessioni (nella struggente  e magistrale Oblivion), dialoghi di corde, a volte duri a volte romantici, ma sempre tecnicamente perfetti. Noterete l’uso della chitarra elettrica in simbiosi con la chitarra classica. Grandi professionisti, ottima musica, venti minuti intensi da godere e condividere.

Alberto Pederneschi, la batteria e un enigmatico Microcosmo

Dopo Alessandro Deledda, vi propongo un altro viaggio personale nella musica alla ricerca di suoni ed emozioni diverse. Questa volta non c’è il pianoforte ma una batteria. Esatto, avete capito bene: un disco intero eseguito soltanto usando una batteria. L’artista in questione si chiama Alberto Pederneschi, classe 1971, abita in provincia di Pavia e insegna batteria a Milano. È uno dei batteristi più quotati della – permettetemi di chiamarla così – “controcultura musicale” milanese. Ha appena pubblicato il suo primo disco per batteria preparata intitolato Microcosmo, per l’etichetta inglese FMR Records. Ascoltarlo è un’esperienza, anche perché sono partito con l’idea tradizionale che ho dello strumento batteria, base ritmica d’accompagnamento. Ebbene, ho dovuto resettare le mie convinzioni per lasciarmi trasportare in un mondo onirico. Un viaggio che ha dell’avventuroso ma soprattutto dello spirituale, attraverso tamburi, rullante, timpani, piatti e grancassa. E ho scoperto che la batteria è uno strumento versatile, molto più di altri… Ieri pomeriggio mi sono fatto una chiacchierata con Alberto, volevo capire la genesi del disco ma anche come sia diventato uno dei pochi in Italia a perfezionare lo studio della batteria preparata.

Un intero disco dove a suonare è solo una batteria…
«Già, non è di tutti i giorni. L’ascoltatore che non ha un imprinting specifico, rimane disorientato si allontana… Però mi è sempre piaciuto rendere la batteria uno strumento in grado di essere ascoltato da solo, perché ha una estesa capacità melodica, con particolare attenzione al timbro».

Sei uno studioso, un ricercatore della batteria preparata. Che cosa si intende con questo termine?
«In Italia non è molto diffusa, a parte Roberto Dani, uno dei batteristi più importanti in Europa, lui è a livelli stellari. È uno studio continuo, sono scoperte continue. Per esempio, mettendo dei comuni posacenere da 5 euro comprati dai cinesi sul rullante e farli vibrare con un archetto ottieni dei suoni inaspettati. Come usare il nastro adesivo sui piatti per tagliare le frequenze. La batteria preparata è una sfida, un foglio bianco dove puoi disegnarci un bozzetto; un po’ come il gioco del Piccolo Chimico, solo che qui non rischi di far saltare niente!».

In giro, però, c’è molta confusione sulla batteria preparata…
«Vero, prendere un sacchetto pieno di cose e buttarle su un tamburo non è batteria preparata, e nemmeno lanciare un portafogli su un rullante. Preparare lo strumento implica sapere cosa tu vuoi ottenere, puoi suonare come un’orchestra, ma per fare ciò devi dedicarti a un lavoro meticoloso».

Dunque una batteria preparata diventa un altro strumento, anzi, tanti altri strumenti.
«Di base la batteria ha uno spettro creativo più ampio rispetto agli altri strumenti musicali. Per esempio, mettere cascate di piatti sul timpano, in modo che uno rifletta l’altro, produce dei suoni incredibili. O ancora, anche se non l’ho usata per questo disco: mettere delle corde di chitarra tese sul rullante sollevate da un tappo di sughero, sembra di suonare un banjo, ma più cupo. Se invece usi l’archetto il suono diventa simile a quello di un violoncello. Il bello della batteria preparata è che ogni giorno scopri piccole sfumature nuove, un viaggio interessante!».

Non c’è freno alla creatività e alla fantasia…
«No. Dopo anni di esperimenti e prove sono nella fase della scrematura degli oggetti da usare, c’è sempre una costante evoluzione, ed è proprio questa la cosa bella».

Oltre agli oggetti è necessario avere altri requisiti…
«Devi avere una visione di scrittura della musica e una buona capacità di improvvisazione. È piuttosto difficile: la gestione della batteria preparata in quel determinato modo richiede uno studio e una conoscenza di tutto quello che stai usando, perché scegli quel determinato oggetto piuttosto che un altro, perché decidi una certa timbrica. Devi dimenticare gli schemi della batteria classica, ma allo stesso tempo saper suonare la batteria…».

Come e quando hai iniziato a suonare?
«Ho incominciato piuttosto tardi, verso i 16 anni. Un mio vicino di casa, appassionato di hard rock, un giorno mi ha messo in mano due bacchette e un fustino di detersivo di quelli di cartone  e plastica che si usavano una volta. Ha iniziato a suonare un brano degli AC/DC e mi ha detto solo: segui il tempo. Era la prima volta che prendevo in mano delle bacchette, mi è venuto spontaneo e lui è rimasto stupito. Da allora è stato un vortice. Sono un autodidatta, fondamentalmente si tratta tutto di auto-istruzione. Ho frequentato numerosi seminari con musicisti che mi interessavano, ho studiato e studio ancora tanto».

Sei anche insegnante di batteria…
«Sì, alla scuola civica di Peschiera Borromeo, vicino Milano, e poi faccio lezioni private per chi è interessato ad approfondire la batteria preparata. E devo dirti che a me l’insegnamento piace moltissimo, perché cerco di trasmettere la mia passione e i miei studi».

Cosa ti piace ascoltare?
«Di tutto, musica classica, adoro Haydn e Stravinskij, musica contemporanea, me la impongo per capire i percorsi usati nelle composizioni, jazz, da Bill Frisell a John Zorn, musica etnica, africana, brasiliana. Faccio fatica ad ascoltare solo l’opera, non è nelle mie corde».

Hai registrato il disco a Milano nello studio Maxine di Rinaldo Donati, una vecchia conoscenza di Musicabile
«È stato un grosso lavoro di suoni a livello ingegneristico. Devo ringraziare Rinaldo per la cura che ci ha messo. Rinaldo ha anche prodotto il disco».

Veniamo a Microcosmo, sono attratto da come hai titolato i brani. Immagino non siano casuali!
«Innanzitutto in Microcosmo ci sono composizioni e improvvisazioni. Queste ultime le ho chiamate Instant…».

Ti interrompo! Mi ha intrigato l’Instant III che hai chiamato Torbidi Risvegli. Perché?
«Sono quei risvegli improvvisi, quelli dove tu sei pacifico in un’altra dimensione e una sveglia o un rumore secco di riporta alla tua realtà. In pratica, un trauma. Nel primo Instant, Cosmos Voices, invece, mi sono immaginato i suoni che produce lo spazio, mentre in Sfere Celesti, il primo brano del disco, ho pensato alle distanze tra i pianeti e, come metro di misura, ho usato le vibrazioni delle sfere».

In Infanzie Alterate (Freud) hai usato anche il suono di un carillon…
«Sì volevo creare un contrasto tra la melodia rassicurante di un carillon, quello che una volta le mamme usavano per metterci i gioielli, e “sfregiare” il candore della canzone con interruzioni cruente. Si creano così suoni contrastanti, conflittuali, provocatori e dissacranti finché mi arrendo e sfumo finendo il brano insieme al carillon. Fragments, invece, è il pezzo più elaborato. C’è un tema riproposto in modo sempre diverso, spezzato, rallentato, frenato. In mezzo a questi frammenti di suono c’è anche un Fra Martino Campanaro inquietante perché si sposta di un semitono alla volta. Passando a Ritual: è l’unico pezzo che ho eseguito con la batteria classica suonandolo, però, con le mani, senza bacchette».

Cosa ti aspetti da questo lavoro?
«Senza pretenziosità: chi ascolta questo breve disco riesce ad assorbire qualcosa che non vede e non sente nei normali canali di musica. In termine di diffusione, invece, poco o nulla. Ne sono consapevole. Però Rinaldo mi ha spronato, l’etichetta FMR ha accettato di pubblicarlo, perché è piaciuto molto… io sono soddisfatto così. Ho deciso di fare questo passo con estrema convinzione, perché non ho usato l’elettronica ma ho voluto presentarmi nudo e crudo, servendomi di pochi pezzi di metallo e delle pelli. È il primo tassello di un progetto che ho in testa, il secondo sarà più evoluto. Credo sia un progetto che può dare qualcosa».

A proposito di progetti, collabori con vari artisti, cosa stai preparando ora?
«Sto lavorando con la danzatrice e performer Francesca Cervellino. Avremmo dovuto debuttare a ottobre per JAZZ MI, ma il lockdown ha fatto saltare la data. Speriamo di recuperare presto. L’abbiamo chiamato Fabula Rara e siamo solo in due sul palco. La musica, creata con la batteria preparata (in parte), la batteria e il log drum, dialoga incessantemente con il movimento-danza sia nelle parti “scritte” sia in quelle improvvisate. Il tutto inizia da un canovaccio creato a stanze immaginarie. Si parte dalla genesi, passando per la conoscenza, l’illusione, il dolore, il disincanto, per culminare poi nell’epilogo che lascio avvolto nell’enigma. Si va da momenti di silenzio carichi di tensione a masse sonore turbolente ad attimi di dolcezza. Mi piace chiamarla una fiaba contemporanea».

Alessandro Deledda e la sua Linea del Vento

Alessandro Deledda – Foto Federico Miccioni

Sono qui, davanti al foglio bianco di Pages. La mia base sonora è La Linea del Vento, ultimo lavoro di Alessandro Deledda, classe 1972, perugino con origini sarde, pianista, compositore, polistrumentista. L’ho intervistato un paio di giorni fa. Ma qui mi blocco: come posso presentarvelo? Perché Alessandro è un musicista classico, ma anche un jazzista, ma anche un appassionato di musica elettronica, ma anche uno che si è formato con il cantautorato italiano e il rock, quello solido, e ancora un appassionato dell’insegnamento della musica, un produttore, un arrangiatore. Il prossimo 16 luglio nell’ambito di Bari in Jazz 2021 suonerà nel The Evolution Trio assieme al sassofonista Dimitri Grechi Espinoza. Potrei sostenere che è un artista contemporaneo, parola che non dice assolutamente nulla. Oppure… un musicista genialmente curioso. Ecco, questa mi piace già di più. Mi sembra che lo rappresenti al meglio. Ci siamo dati appuntamento su Zoom per parlare una mezz’oretta del disco. È finita dopo un paio d’ore (ma avremmo potuto continuare ancora a lungo). Il tempo è trascorso veloce, a parlar di musica e passioni. Quindi, quello che leggerete qui di seguito è il condensato della lunghissima chiacchierata (parola chiave che tornerà ancora nel corso dell’intervista) tra Alessandro e il sottoscritto.

Alessandro, parto subito forte: come intendi la musica?
«Mi piace contaminare, esplorare. Già a sei anni ero attratto dalla musica. Mi divertivo a suonare l’organo della chiesa. Quando non c’era il prete, mi impegnavo a tirare fuori i primi accordi. A otto anni ho iniziato gli studi di pianoforte. Studi classici. Volevo suonare l’organo, ma l’organista titolare era il vecchio sacrestano, quindi…».

Quando ti è venuta la passione per il jazz?
«Fino a 16 anni non lo sopportavo proprio. Trovavo assurdo non seguire la lettura degli spartiti… Poi, approfondendo Bach ho capito che lui improvvisava. Bach unì il virtuosismo italiano – adorava Vivaldi, lo studiava a fondo – l’eleganza francese e il contrappunto tedesco. Ho capito che l’improvvisazione lascia un’impronta unica e irripetibile. Poi ci sono quelli che trascrivono queste improvvisazioni e le studiano. Così, a 17 anni ho iniziato a frequentare un laboratorio di musica jazz. Avevo, vista l’età, anche un secondo fine: a quell’epoca suonare uno strumento era il modo più congruo per conquistare una ragazza!».

Giusto, chitarre, spiaggia, falò, musica…
«Proprio quello! Ho cominciato a indagare, studiare il jazz, il perché da poche note, la melodia, esce un mondo meraviglioso».

Ti sei appassionato anche all’elettronica…
«Sì, amavo la tecnologia che stava arrivando. Ho iniziato con il computer Atari 1040ST, te lo ricorderai, e un expander per ricavare suoni. La mia rivelazione è stato il concerto dei Pink Floyd a Livorno nel maggio del 1989. Mi ci portò un mio grande amico. Conservo ancora il biglietto d’ingresso, pagato 37.500 lire… Lì mi si aprì un mondo. Allora, nemmeno ventenne, volevo essere tante cose, ma mi trovavo a studiare gli autori classici, leggere ed eseguire. Non mi bastava più».

Avevi gettato le basi per il tuo lavoro attuale.
«A 23 anni mi chiamarono a gestire lo studio Fonit Cetra di Perugia. A Milano, dove c’era la casa madre, conobbi Vince Tempera e Ares Tavolazzi. Con Tavolazzi, avrei suonato negli anni successivi… splendido è stato il concerto all’abbazia di Farfa…».

La musica classica però non l’hai abbandonata…
«No assolutamente. La Classica è il Pin della musica. Attraverso di lei puoi accedere a tutto. Prima di un concerto mi faccio sempre una fuga o un preludio, serve a defragmentare il cervello, una sorta di reset. Solo così riesco a improvvisare meglio».

Cos’è per te l’improvvisazione?
«Come stare tra amici, seduti a una cena o a bersi qualcosa, e chiacchierare, dialogare, raccontarsi. Solo che non lo fai con le parole ma con le note».

Prima di parlare de La Linea Del Vento, raccontami dell’insegnamento, altro capitolo fondamentale della tua vita professionale.
«Insegno da trent’anni. All’inizio, visto che non mi vedevo né in banca né nelle forze dell’Ordine come mio padre, per dimostrare ai miei che il musicista era un lavoro a tutti gli effetti, insegnavo per due lire. Dopo essermi laureato (con lode al conservatorio Francesco Morlacchi di Perugia, ndr), ho insegnato nei corsi preaccademici al Conservatorio di Perugia. Nel 2009 ho fondato un’associazione, Piano, Solo, dedicata al pianista Luca Flores (uno dei più grandi jazzisti italiani, morto suicida a 39 anni nel 1995, ndr). È diventata una scuola di musica. All’inizio era soltanto per pianoforte, ora abbiamo tutti gli strumenti. Con 120 ragazzi a Umbria Jazz presenteremo una versione di So What di Miles Davis con 20 chitarre, 8 bassi, fiati, coristi, ecc. Sono di tutti i livelli di preparazione e, alcuni, hanno imparato a suonare in dad (didattica a distanza). È stato un esperimento anche per noi insegnanti. Credo che la dad abbia un vantaggio, farti entrare subito nella parte pratica. Per il resto non va bene perché manca quella comunicazione spontanea che arricchisce la lezione».

Gli allievi di Piano, Solo sono tutti giovanissimi?
«Abbiamo circa duecento iscritti che vanno dai sei ai sessant’anni e 15 insegnanti. All’interno della scuola c’è uno studio di registrazione e sale per tenere piccoli concerti. Di base prepariamo gli alunni per i licei musicali e i conservatori».

Veniamo a La Linea Del Vento. Perché questo titolo?
«La Linea Del Vento è dove va la musica. Mi sono lasciato portare come una foglia che rotola e vola fin dove il vento vuole. Credo sia questo il modo più significativo per raccontarsi. È un disco in piano solo. La sua genesi è casuale. L’anno scorso la scuola era chiusa, come tutte le altre per il Covid19. Mi chiama il fonico che collabora con noi, un ragazzo bravissimo e con una sensibilità estrema. Mi dice: “Alessandro, proviamo quei nuovi microfoni, andiamo in sala d’incisione, tu stai dentro, io fuori a registrare. Tu suona quello che vuoi”. “Ma sei matto”, gli ho risposto. “Cosa suono, siamo tutti a casa, non se ne parla proprio”. Chiuso il telefono ho riflettuto e ho pensato che poteva essere un modo di vincere quell’apatia che mi aveva preso. Abbiamo approntato il tutto, ho cominciato a suonare altre tre del pomeriggio e sono andato avanti fino alle sei e mezza. Dopo alcuni giorni il fonico mi manda un wetransfer con il file della registrazione. Lo ascolto e inizia l’autocritica, l’autolesionismo: per una sorta di timidezza che ho sempre quando si tratta di giudicare me stesso, ho deciso che non era una registrazione all’altezza. Il fonico, invece, ero entusiasta. L’ho chiamato e gli detto: “Cancella tutto non mi piace”. Lui, invece, senza farmelo sapere, l’ha spedito a Claudio Carboni della casa discografica Egea, fondata da Tonino Miscenà. Mi hanno chiamato entusiasti. “Un gran bel lavoro!” mi hanno detto. Così è nato il disco, undici racconti che parlano di me».

Alcuni brani li hai anche suonati in barca con Federico Ortica e Andrea Palombini…
«Sì, conosco Federico da molto tempo. Ho partecipato a Onde Sonore perché l’idea e i progetti che porta avanti Federico li condivido, è quella la direzione. E poi, il vento, il mare, s’intonavano perfettamente al disco, tra l’altro uscito per Egea Le Vele…».

Inizi con Madreterra, poi passi a Ginevra… ma chi è Ginevra?
«Madreterra è una dedica alla mia terra d’origine, la Sardegna (le mie origini sono a Pattada), Ginevra, invece è una cagnolina che ho adottato. Come Charlie Was Here, brano dedicato al mio vecchio amico a quattrozampe che non c’è più. L’ultimo brano del disco, quello più “jazz”, Have You Met Mr. Pongo?, parla dell’altro cane che ho, un trovatello pure lui. Amo gli animali, infatti, una parte del ricavato delle vendite del disco andrà a un’associazione animalista. Gino e l’Olivo, invece, è il ricordo di un anziano agricoltore. Insomma, quando ho suonato in quelle tre ore e mezza, ho davvero ripercorso i miei pensieri più profondi che ho associato a melodie. È la mia linea del vento…».

Parallelamente stai seguendo altri progetti, come Aura Safari
«Aura Safari (qui Sahara) ci sta dando molte soddisfazioni. È la mia parte elettronica, di esplorazione e composizione, un progetto jazz-funk, nato da quattro amici dj con il mio coinvolgimento. Stiamo andando molto bene in Giappone, in Nord Europa, in Gran Bretagna. È un progetto a cui tengo moltissimo, sono l’unico musicista del gruppo e anche uno dei produttori».

Alessandro, per chiudere, riprendendo la prima domanda, cosa trovi nella musica?
«Per me l’importante sono le tracce che tu lasci. In questi anni ne ho lasciate parecchie, dal jazz alla musica per cartoni animati, a quella per film, ai concerti. La musica è una forma di abnegazione, richiede tanto sacrificio per entrare in quel mondo infinito. Sai, sono convinto che Chick Corea quando è morto non era ancora arrivato dove voleva arrivare, perché la musica è un percorso infinito. Infatti, per come la vedo io, il jazz puro ha già dato tutto, è come la musica classica. Bisogna guardare oltre, sperimentare, contaminare per creare nuovi mondi, come faceva Corea, appunto».

Cosa stai preparando ora?
«Sono indeciso tra un disco di piano solo con cover dei Depeche Mode, band che adoro, o uno che riprenda brani dei Metallica, altro gruppo che ho ascoltato tanto. Non sembra, ma ho un animo decisamente rock!».

Tre dischi per il ponte/2: Toquinho e Yamandu Costa, Squid, Sons Of Kemet

Ed eccoci al secondo appuntamento. Oggi condivido con voi tre album molto diversi tra loro. In comune c’è la ricerca, sia che si tratti di MPB, Musica Popular Brasileira, o di un rock alternativo o di un jazz che ha il compito di comunicare, raggiungere il maggior numero di persone  possibile, e per fare ciò, parla e fonde linguaggi attuali, come l’hip hop e un rinato spoken word. Partiamo dunque!

1 – Bachianinha: Toquinho e Yamandu Costa (Live at Rio Montreux Jazz Festival) – Toquinho e Yamandu Costa

Due giganti della musica brasiliana e della chitarra. Due generazioni diverse, due origini diverse: Toquinho, 74 anni, è nato e cresciuto a São Paulo, Yamandu Costa, 41 anni, viene da Passo Fundo, città del Rio Grande do Sul. Il primo erede di un modo di suonare che vede in Vinicius de Moraes, con cui ha collaborato a lungo, e la bossa nova il suo naturale elemento. Il secondo viene dallo Choro, dalle bachianinhas, musiche popolari ispirate a Bach, che suo padre suonava, e da un tipo di musica “di frontiera”, gaucho, appunto, dove Brasile Argentina, Uruguay e Paraguay si fondono anche nelle note. Il live è stato registrato lo scorso anno, senza pubblico a Rio, causa pandemia. Il disco è uscito il 21 maggio. Se vi piace il suono della chitarra classica e della chitarra a sette corde, di cui Yamandu è un virtuoso, lo ascolterete tutto d’un fiato. Il repertorio scelto dai due, che per la prima volta incidono insieme, anche se si conoscono da molti anni, si basa sulla musica d’autore brasiliana. Sto parlando di Dorival Caymmi, per i musicisti del gigante sudamericano, un mito intoccabile: un brano che in realtà ne include due, rivisti il minimo possibile da Toquinho, apre l’album O Bem do Mar/ Saudade da Bahia, per proseguire con un altro classico, Asa Branca di Luiz Gonzaga sempre con Toquinho solo sul palco. Yamandu risponde con A Legrand, suo pezzo originale dedicato al musicista francese Michel Legrand. Insieme deliziano com Apelo, storico brano di Baden Powell. Bossa e choro, come nella Bachianinha n°1 di Paulinho Nogueira. Insomma, credo l’abbiate capito, se volete immergervi nel Brasile d’altri tempi questo è un disco che fa per voi. Tecnica, pathos, amore, confronto generazionale, gli ingredienti ci sono tutti. Ve lo consiglio!

2 – Bright Green Field – Squid

Cambiamo registro, totalmente. Dopo un paio di Ep e una serie di singoli, gli Squid, band di Brighton, sono usciti con il loro primo album il 7 maggio scorso. Come inquadrarli? Post punk? No, troppo semplice. Piuttosto musicisti creativi che fanno delle contaminazioni un loro punto di riferimento e forza. Se ascoltate Narrator, vi trovate il sapore dei Talking Heads, mentre in G.S.K. delle note acide di funk si fondono bene con la voce di Ollie Judge che, per inciso, trovo molto simile al primo David Byrne, mentre le chitarre diventano potenti, con inserimenti di tastiere post prog. 2010 ha un attacco morbido alla Steve Hackett dei Genesis e prosegue in maniera sempre più decisa, per arrivare a un metal bello denso. Piacciono? Li trovo interessanti, una musica che potremmo sicuramente inserire nella grande casa del Rock, finalmente diversa, un bell’esercizio di stile che fa ben sperare. Va ascoltato più volte per coglierne le diverse sfumature. Non licenziatelo al primo passaggio, fareste un grosso errore…

3 – Black To The Future – Sons Of Kemet

Dietro Sons Of Kemet si nasconde Shabaka Hutchings, un sassofonista e clarinettista londinese che si divide fra tre sue creature, i Sons Of Kemet, appunto, con cui fa un jazz/hip hop, i Comet Is Coming con i quali si diletta nel soul prog, e i Shabaka and the Ancestors, gruppo con cui suona spiritual jazz. Ci sono altri jazzisti che fanno hip hop tramite loro alter ego. Ad esempio, il trombettista americano Leron Thomas che si trasforma in Pan Amsterdam (ve ne ho parlato nell’ottobre dello scorso anno). Torniamo a Black To The Future: Hutchings vuole parlare di memoria collettiva sulla questione razziale, e lo fa attraverso una musica complessa, sempre molto spinta. Suona, ma le note qui sono politica, cerca di unire i vari filoni della diaspora africana, quello americano e quello inglese. Chiede, come nota Hubert Adjei-Kontoh, il critico che ha scritto la recensione del disco per Pitchfork, uno sforzo di tutti, un impegno comune per parlare dell’oppressione e della storia che attanaglia gli africani. La musica segue esattamente questo. I Sons Of Kemet sono in quattro, due fiati e due percussioni, eppure la musica che ascoltate sembra uscita da una superband. La tuba suonata da Theon Cross fa il lavoro del basso, Shabaka Hutchings “canta e ricama” con il sax e il clarinetto, le percussioni di Tom Skinner ed Edward Wakili-Hick pompano richiami e tempo creando un pattern d’alta combustione. In Pick Up Your Burning Cross, per esempio, agli strumenti si aggiungono le voci di Moore Mother, musicista, poetessa, attivista di Philadelphia, e di Angel Bat Dawid, jazzista americana. Come in Hustle, dove il rapper inglese Kojey Radical canta a ripetizione Born from the mud with the hustlе inside me… Si chiude con Black (più cristallino di così!) con l’intervento, in perfetto spoken word, del poeta Joshua Idehen. Un crescendo tragico, duro, un pugno nello stomaco. Qui i primi versi…

Black is tired
Black would like to make a statement
Black is tired
Black’s eyes are vacant
Black’s arms are leaden
Black’s tongue cannot taste shit
Black’s stomach cannot compress death
And black would like to state that black is not a beast of myth
To be slain in a fable
Recounted atop a round table
Surrounded by blue-collared brave men
Black has demands
Black demands baton-proof bones and bullet-resistant skin
Black thinks no person that’s trigger nervous deserves a gun
Much less a badge…

Tre dischi per il ponte/1 – Tony Allen, Moby e Charles Lloyd

Il ponte che ci porta alla festa della Repubblica, il 2 giugno, è l’occasione per ascoltare nuova musica. Ho pensato, quindi, di condividere con voi sei dischi in due post, tutti di recente o freschissima uscita, che hanno catturato la mia attenzione. Come sempre, questione di gusti. Non pretendo di imporre, ma piuttosto di condividere quello che mi piace mettere in cuffia…

1 – There Is No End – Tony Allen

Partiamo forte, con un disco pubblicato il 30 aprile scorso. Un lavoro postumo, quello di Tony Allen, morto a Parigi lo scorso anno, il 30 aprile, appunto, per un aneurisma. Il disco era quasi ultimato, lo aveva già più che imbastito. Per il padre dell’Afrobeat, assieme a Fela Kuti con il quale ha suonato per anni prima nei Koola Lobitos e quindi nei mitici Afrika 70, questo lavoro è la conferma  di come Allen ha concepito la musica e la batteria, strumento che suonava con una devozione e una conoscenza unica. Negli oltre sessant’anni di carriera Tony Allen ha messo a disposizione il suo incredibile know how ad artisti famosi e a quelli alle “prime armi”. Se credeva a un progetto, statene certi, lui c’era. Come nel supergruppo The Good The Bad and the Queen insieme a Damon Albarn (Blur e Gorillaz), Paul Simonon (Clash) e Simon Tong (Verve, Blur, Gorillaz), oppure con Flea, bassista dei Red Hot Chili Peppers, e sempre Damon Albarn, sotto il nome di Rocket Juice & The Moon (ascoltate Poison, grandi!). Ha suonato la batteria anche per Jovanotti, nell’album Oh Vita!. Con There Is No End, collabora con producer e rapper di varia estrazione: c’è Jeremiah JaeGang On Holiday (Em I go We?) – e anche Danny Brown – splendida la loro Deer in Headlights. E ancora, Mau Mau, con la keniota Nah Eeto; o Cosmosis, brano con Skepta e il poeta e scrittore nigeriano Ben Okri. Una iniezione di vita e di energia. E un grazie postumo a questo artista incredibile, nato a Lagos, in Nigeria, ma cittadino del mondo, al servizio della musica.

2 – Reprise – Moby

Reprise, nel senso di riprendere in mano canzoni, hit che hanno fatto conoscere l’artista newyorkese, per offrire ulteriori e nuove suggestioni. L’album, uscito fresco di stampa oggi, 28 maggio, per la prestigiosa etichetta discografica Deutsche Grammophon, è la dimostrazione che Moby è un artista curiosi e completo. Accettare la semplicità e la vulnerabilità di strumenti acustici o classici invece dell’elettronica è stata la sua sfida, come ha dichiarato quando ha annunciato l’uscita del disco. A dire il vero, un certa forma meditativa l’avevamo vista nell’album “pandemico” Live Ambient Improvised Recordings Vol. I, sonorità in cerca di pace e tranquillità spirituale e fisica. La passione per la classica l’aveva preso nel 2018, quando fece un concerto dal vivo con il suo amico Gustavo Dudamel, direttore d’orchestra e violinista venezuelano, alla Walt Disney Concert Hall insieme alla Los Angeles Philarmonic. Ecco, dunque, Reprise, eseguito con la Budapest Art Orchestra e un nutrito numero di straordinari interpreti, tutti grandi artisti: Gregory Porter e Amythyst Kiah per cantare una strepitosa versione di Natural Blues, Mark Lanegan e Kris Kristofferson per una solida, calda e “sofferta” The Lonely Night, poi Alice Skye, Apollo Jane, Darlingside, Jim James, Luna Li, Mindy Jones, Nataly Dawn, Skylar Grey e Vikingur Ólafsson, il pianista islandese che tre mesi fa pubblicato un album molto interessante, Reflections, dove interpreta con il suo modo vellutato, quasi misterioso, brani di Rameau e Debussy, al quale Moby ha affidato God Moving Over The Face Of The Waters. Che altro dire: un viaggio “mistico”, un percorso inverso, dall’elettronica all’analogico, incredibilmente affascinante…

3 – Tone Poem – Charles Lloyd & The Marvels

A 83 anni compiuti, il sassofonista di Memphis è in uno stato di grazia estremo. L’album, uscito a marzo di quest’anno, è una delle perle di questo 2021. Anche per chi non ascolta jazz o lo frequenta poco, Tone Poem offre emozioni a non finire. Innanzitutto perché i Marvels, al terzo disco insieme a Lloyd, sono quattro grandissimi musicisti: alla chitarra, sempre più in gran spolvero, Bill Frisell, alla pedal steel guitar Greg Leisz e alle sezioni ritmiche due colonne, il bassista Reuben Rogers e il batterista Eric Harland. E poi perché la scelta dei brani è stata curata con una precisione millimetrica: da partiture classiche come le prime due tracce dell’album, Peace e Ramblin’ di Ornette Coleman, prosegue con Anthem di Leonard Cohen, ve la ricordate? The birds they sang/ At the break of day/ Start again/ I heard them say/ Don’t dwell on what has passed away/ Or what is yet to be… per poi continuare affrontando Thelonius Monk, Gabor Szabo e una versione live molto bella di Ay Amor, storico brano del cubano Bola de Nieve (il suo vero nome era Ignacio Jacinto Villa Fernández, morto a 60 anni nel 1971). Il lavoro di Frisell in questo disco è superbo, tesse merletti per il sassofono di Lloyd, ricama di fino, quasi impercettibile. Come quello della sezione ritmica, efficace e morbida, e gli interventi ricchi e gentili di Leisz. 

Nuove uscite: Arooj Aftab pubblica “Vulture Prince”

Ultimamente sto ascoltando molta musica di artisti nordafricani, indiani, pachistani. Dal tunisino Dahfer Youssef all’indiano Zakir Hussain, al turco Ozan Ata Canani. C’è qualcosa di ancestrale che li lega, una musica completamente diversa dai nostri canoni occidentali, intrigante, ipnotica, profonda, anche se Youssef e Hussain si esibiscono nei palchi di tutto il mondo con musicisti occidentali, soprattutto jazzisti, attratti da territori sconosciuti e sconfinati.

Tra questi c’è anche una musicista che ha appena pubblicato il suo terzo album, Vulture Prince (il 23 aprile). Si chiama Arooj Aftab, viene da Lahore, Pakistan, dove ha vissuto fino ai 19 anni, quindi si è trasferita con la famiglia negli Stati Uniti, dove ha frequentato il Berklee College of Music, e ora fa base a New York, Brooklyn.

La sua voce ti inchioda, la sua musica, contaminata da jazz, ritmi afrocubani, dal samba e, ovviamente dalle melodie tradizionali del suo Paese d’origine, è la dimostrazione di come le culture si possano fondere armoniosamente e far nascere qualcosa di nuovo e importante.

Dopo Bird Under Water, primo disco uscito nel 2014 – ascoltate la ninnananna Lullaby – Sirene Islands, del 2018, quattro brani per 48 minuti e 15 secondi di ascolto, pura elettronica, musica meditativa – qui Ovid’s Metamorphoses – ecco Vulture Prince.

Arroj Aftab – Frame da “Diya Hai”

Un disco che doveva essere la naturale continuazione del precedente Sirene Islands, con un ritorno, però, all’uso di strumenti quali la chitarra, l’arpa, i violini, nella quasi totale assenza di percussioni, un forte richiamo alla musica urdu, un neo-sufi con influenze jazz, folk, persino reggae. Il tutto suona non come una semplice contaminazione di generi, ma con uno studio attento e rispettoso della musica da cui Arooj ha attinto.

Doveva essere anche un disco più “sostenuto”, come lei stessa ha avuto modo di spiegare in un’intervista a NPR, emittente radiofonica americana, con iniezioni di Afrobeat, poi, una tragedia familiare, la morte di Maher, il fratello più giovane a cui era molto unita, l’ha portata a fare scelte più rispettose del lutto che si era imposta.

Ne è nato un lavoro di grandi emozioni, che vi consiglio vivamente. Da Diya Hay, brano per lei significativo, perché è l’ultima canzone che ha cantato al fratello, registrato con la brasiliana Badi Assan, alla sua personale versione del Mohabbat, un ghazal, ovvero un poema tradizionale (famosissimo), che parla d’amore, ma anche di dolore per la perdita della persona amata, fino a Last Night, il testo è un poema di Rumi, il grande poeta persiano vissuto nel Duecento, che lei ha messo in musica (reggae) nel 2010 e che ha deciso di incidere in questo disco.

Se vi ho incuriosito, vi raccomando tutti e tre i dischi pubblicati da Arroj Aftab. Non ne resterete delusi, anzi! Buon ascolto…

Interviste: Mauro Ottolini, l’Inferno, Dante e le conchiglie…

Mauro Ottolini – Foto Roberto Cifarelli

Mauro Ottolini, 49 anni appena compiuti, è uno di quei musicisti eclettici, voraci, curiosi, onnivori. Si trova a suo agio suonando jazz, sperimentando, arrangiando canzoni meno impegnate, scrivendo musiche per cartoni animati che elabora lui stesso con i fumettisti, divertendosi anche a musicare film muti. Lui, con il suo trombone a tiro, le conchiglie (gran bella storia!) e la sua fantasia.

L’ho chiamato per fare quattro chiacchiere – che sono diventate un’ora e mezza – per parlare di una delle sue ultime avventure musicali, scrivere le musiche per un film del 1911, «il primo nella storia del cinema dove sono stati usati effetti speciali, ristrutturato dalla cineteca di Bologna», ma anche l’unico film che ha trasposto in immagini l’Inferno di Dante. Titolo: L’Inferno, regia di Francesco Bertolini, Giuseppe de Liguoro e Adolfo Padovan, prodotto dalla Milano Films. Film horror, basato sulla prima cantica della Divina Commedia di Dante Alighieri, concepito sulle illustrazioni di Gustav Doré del 1861. È stato il primo lungometraggio italiano, un kolossal per quei tempi, costato l’astronomica cifra di un milione di lire (oggi sarebbero quasi 4 milioni di euro…).

Forzando la sua ferma teoria che la musica non si suona in streaming ma dal vivo, Ottolini ha presentato eccezionalmente da computer lo spettacolo che dovrebbe portare in giro per l’Italia nei prossimi mesi, sempre ammesso che la pandemia venga contenuta, che si inizi davvero a far più vaccini e che l’arrivo dell’estate renda sto maledetto Covid19 meno aggressivo di quanto effettivamente sia. Per i settecento anni dalla morte del Sommo Poeta che si perse nel mezzo del cammin della sua vita, Ottolini ha confezionato uno spettacolo ricco di riferimenti culturali e musicali assieme ai Sousaphonix, affiatato gruppo dove può permettersi di sperimentare e percorrere strade che impongono ore e ore di rigorosi studi e improvvisazioni mai lasciate al caso.

«Non ce la faccio più. Non è possibile, parlano di riaprire gli stadi al pubblico… e la musica? Un comparto distrutto, tutti fermi, ho deciso di fare eccezionalmente questo spettacolo in streaming sperando di poter smuovere qualcosa, per dire che non mi arrendo». Lo lascio sfogare: ha perfettamente ragione, è un tema, questo, che su “Musicabile” sto portando avanti da un anno.

Mauro, perché hai scelto proprio questo film?
«Perché mi ha incuriosito e affascinato. Avevo già musicato altri film muti, ad esempio quelli di Buster Keaton, ma questo, considerato quando è stato girato, era un film all’avanguardia, faceva paura. Sono stati usati effetti speciali efficaci – considera che siamo nei primi anni del Novecento – anche se oggi fanno sorridere. È stato forse un film prematuro per l’epoca, comunque innovativo, per prospettive ed effetti. Non esiste un altro lungometraggio che parli della Divina Commedia. Se osservi, nell’incontro di Dante con il conte Ugolino, gli attori stanno recitando il Poeta, ciò vuol dire che ha richiesto una lunga e minuziosa preparazione».

Da quale concetto sei partito per scrivere la musica?
«Un film così non poteva non avere un’idea forte, lo sentivo come un’opera rock. Nota che gli attori sono tutti uomini, anche le donne sono uomini travestiti, allora non era possibile mostrare nudi femminili…».

Mauro Ottolini – Foto Roberto Cifarelli

L’inizio è puro Dixieland, da marching band, a te molto cara…
«Ho pensato alla morte e per me non c’è musica più adatta di questa. Il brano si intitola Un giorno di questi: non ci si aspetta mai di andare incontro alla morte. Magari uno crede di finire in Paradiso, invece gli spetta altro… Quindi, il trapasso deve essere accompagnato da una musica gioiosa. Almeno così la vedo io…».

In tutto sono oltre 50 minuti di musica ininterrotta, difficile da eseguire con variazioni di temi, tempi, beat…
«È così, è uno spettacolo che ci impegna molto perché tu spettatore non avverti il cambio di ritmo e temi sullo scandire delle scene del film. La colonna sonora è composta da una trentina di brani che vengono eseguiti in continuità. Tutto è sincronizzato, per esempio, le musiche sugli interventi parlati di Alessandro Anderloni. Ancora: quando Dante e Virgilio si avvicinano all’ingresso dell’Inferno la musica diventa fiabesca, quindi entrano e questa sfuma in piena sincronia, molto difficile da eseguire. La considero una sonorizzazione nel rispetto del film».

I Sousaphonix: Mauro Ottolini: conduction, trombone, flauto, conchiglia, ciaramella… Alessandro Anderloni: voce narrante i versi di Dante. Vincenzo Vasi: voce, theremin, giocattoli, elettronica… Paolo Malacarne: tromba. Guido Bombardieri: sax, clarinetto. Corrado Terzi: sax baritono, Sax tenore. Enrico Terragnoli: chitarra, banjo, podofono. Danilo Gallo: basso. Gaetano Alfonsi: batteria, elettronica. Paolo Lovat: Fonico – Foto Roberto Cifarelli

Nel progetto “Inferno” oltre ai brani composti da te, ce ne sono anche di altri artisti…
«Sì, ho scelto di rivedere dei brani di autori che in qualche modo avevano a che fare con il tema. Ci sono i Radiohead con Exit Music (dal mitico Ok Computer, ndr), tre piccoli brani che Beethoven scrisse per un quartetto di tromboni, per il suo funerale, nel caso non ci fosse a disposizione un organo. I tromboni suonano in un range molto simile a un armonium. Pezzo che è stato suonato anche all’incontrario, musica satanica (!) nel girone degli eretici. Poi c’è Charles Mingus con Duet Solo Dancers dall’album The Black Saint and the Sinner Lady (del 1963, ndr), uno dei più bei dischi di Mingus, contrabbassista, pianista e arrangiatore. Brano impossibile da trascrivere uguale, difficilissimo. C’è anche Skip James, il bluesman (uno di quelli che, si diceva, facesse la musica del diavolo, ndr): mi sono immaginato l’isola dove c’è la città di Dite come il delta del Mississippi, uno scenario suggestivo, e anche Jimi Hendrix con una reinterpretazione della sua If 6 was 9».

Mauro Ottolini – Foto Roberto Cifarelli

Mauro cambiamo discorso, parliamo un po’ di te. Come ti è venuta la passione per la musica?
«Ho iniziato a suonare per caso. Mio papà mi regalò una fisarmonica, poco più di un giocattolo, che aveva vinto. Avevo sette anni. Mi disse “Così mi suonerai la musica che mi piace la sera dopo il lavoro”. Ascoltavo i dischi dei miei, i valzer, Fausto Papetti e cercavo di riprodurli; ci riuscivo perché avevo orecchio. Chi lo capì fu un musicista che venne ad abitare vicino casa nostra. Era il sassofonista nell’orchestra di Mario Pezzotta. Mi sentì suonare e mi spinse a intraprendere gli studi musicali. Ho iniziato con il trombone a tiro, lo trovavo uno strumento bellissimo, poi la scuola, il conservatorio, i 12 anni nell’Orchestra dell’Arena di Verona… da dove me ne sono andato perché volevo suonare jazz, comporre».

Hai una particolare predisposizione per le orchestre…
«Da piccolo ascoltavo Glenn Miller e la sua orchestra, mi affascinavano soprattutto i fiati. Negli anni ho capito che dovevo riunire musicisti che avessero attitudini comuni, non tutti sanno fare tutto! Così sono nati i Sousaphonix, l’Orchestra Ottovolante, gli 8Funk Project…».

Frame da “The Working Man Blues”

Sei anche un appassionato di cartoni animati.
«Sono un hobbista dei cartoni animati! Ne ho fatti cinque con i Sousaphonix. Per i cartoon ho fatto il procedimento inverso rispetto a Inferno: prima ho scritto la musica poi con i cartonisti mi sono divertito a scrivere la sceneggiatura. Ho rivisitato un vecchio brano del 1923 di Joe “King” Oliver, Working Man Blues, scritto pensando all’Homstead Strike, sciopero dei lavoratori dell’acciaieria Edgar Thomson di Braddock in Pennsylvania nel 1892…Narra di come vivere il lavoro in fabbrica, in maniera più amorevole, familiare».

Non solo cartoon, tu sei famoso anche per suonare le conchiglie…
«Probabilmente la conchiglia è stato il primo strumento a fiato suonato dall’uomo, 17mila anni fa. Sono anni che le suono, ne ho tantissime a casa, prese nelle varie parti del mondo dove sono stato a suonare, dalla Cina al Brasile».

Come si suona una conchiglia?
«È come suonare la tromba. Per suonarla vale la regola di Fibonacci. Mettendo la mano nell’incavo della conchiglia la nota si abbassa da 2,2 a 3 toni. La profondità del suono dipende dalla grandezza della conchiglia, ne ho anche di un metro di lunghezza. Le conchiglie venivano usate pure dai monaci tibetani per comunicare con i defunti. Ne ho una di questo tipo. Aspetta che ti faccio sentire (smette di parlare e inizia a suonare la conchiglia, arricchendo subito l’intervista di un’aura mistica, ndr). Il problema è portarle con me. Uso solo conchiglie rotte, le compro, le aggiusto e le adatto, ma in dogana mi fermano quasi sempre, così spiego loro che le uso per suonare. Mi guardano strano, spesso mi sono messo a suonarle lì in aeroporto per dimostrare che dicevo la verità!».

Hai fatto un disco solo per conchiglie…
«Sì, nel 2019. L’ho chiamato Sea Shell, Musica per Conchiglie. È un’operazione “ecologica”, i suoni vengono dalle conchiglie, ho registrato rumori del mare, del vento, della natura. Anche la cover del disco è fatta nel rispetto dell’ambiente… Tra i brani c’è La Madonna delle Conchiglie di Vinicio Capossela dall’album Marinai Profeti e Balene del 2001. Vinicio s’è entusiasmato per questa versione!».

Sei un onnivoro della musica, cosa ascolti? Che genere ti piace?
«Ascolto di tutto. Mi piace il rap, Eminem è un grande. Persino nella trap c’è qualcosa di interessante: è una musica No Emotion, perfetta da sottofondo! Comunque la musica che ascolto di più in questo momento è la Classica. Quando arrangiavo Exit Music dei Radiohead ho notato che c’erano dei riferimenti a Tom Jobim. Se poi vai indietro negli anni scopri che Jobim aveva attinto da Chopin.

Evidentemente qualche cellula tematica è arrivata all’orecchio di Thom Yorke, che è un bravo musicista. Nella musica bisogna saper copiare diceva Stravinskij. Il fatto è che abbiamo ascoltato talmente tanto che si rischia di rovinarla. Per questo sto andando a ritroso, per cercare quella più vecchia e, quindi, più pura. Credo che bisogna avere il coraggio di fare quello che si sente dentro. Nella bella musica c’è sempre qualcosa di grande e di nuovo».