Brunori Sas e la sua “Ode al Cantautore”: così è il mercato…

Può un artista zippare nel testo di una canzone di 3 minuti e 16 secondi un graffiante ritratto della musica italiana? Se si tratta di Dario Brunori (Sas) sì. Eclettico quanto basta, intelligente, provocatorio, una gran bella capacità di scrittura e altrettanta di mettere in musica i suoi pensieri, mai scontato, ha pubblicato una settimana fa un Ep, che richiama  il precedente disco Cip! uscito nel 2020. 

Il titolo è Cheap! Che in inglese significa “economico”, costato poco (visto che se l’è scritto, musicato, cantato, suonato e registrato tutto da solo a casa sua a dicembre, albero di Natale addobbato lo testimonia!), ma che sta anche per Cinque Hit Estemporanee Apparentemente Punk, acronimo divertente quanto carico di pensieri sul nostro stare al mondo, appiattiti e uniformati.

Il brano di cui vi sto parlando l’ha chiamato Ode al Cantautore ed è la perfetta fotografia del mercato discografico d’oggi. Un ragionamento che avevo fatto con molti, da Tommaso Novi a Cisco, per ricordare le interviste più recenti. Sentirselo dire così bene, vedere immagini così plastiche, stampate in 3D, merita questo post! Leggetela e ascoltatela. Anzi, leggete e ascoltate tutti e cinque i brani di questo Ep. Ne vale la pena… perché in fin dei conti siamo i figli di una balena che ha il cuore piccolo ed una bocca enorme

Suddito del Regno di Milano
Mi presento col cappello in mano
Mi inchino alla multinazional
che mi versa i danari per scrivere e cantare
Prono alla promo musicale,
mi vesto da giullare e inizia il baraccon

Visita alla radio commerciale
Col fido ufficio stampa da scudiere
In singolar tenzone con lo speaker piacione
A disquisir di ‘nduja e peperone,
Eh-eh-eh-eh-eh

Ode a Fabrizio De André
Di certo non uno come me
Che sono un surrogato, prodotto dal mercato
Che vive solamente di cliché-é-é

La giacca da impiegato e la barbetta
La montatura spessa e la panzetta
Quell’aria un po’ sinistra da vecchio socialista
E l’ironia un po’ catto-comunista,
Ah-ah-ah-ah-ah

Ode a Francesco De Gregori
A me sempre affiancato da tutti i detrattori
Perché, l’ho detto,
sono un surrogato,
voluto da un mercato

Che vive di cliché, o di cachet
O di cachet, o di cliché

Poi parte la crociata in Feltrinelli
Palermo poi Milano ed i Castelli
Fatece largo che passamo noi
Che semo li poeti, che semo i nuovi eroi

Cantiamo della vita e dell’amore
Però poi, sotto sotto, ce piace il disco d’oro
(Il disco d’oro, il disco d’oro)
Ma per avere il disco d’oro
(E per avere il disco d’oro)

Centomila copie da firmare
E centomila foto da scattare
E dal calar del sole, ci scappa una marchetta
‘O cellulare, ‘o jeans e ‘na maglietta,
Ah-ah-ah-ah-ah

Ode al buon vecchio Lucio Dalla
Nel suo profondo mare io sembro un morto a galla
Perché, l’ho detto, sono un surrogato,
voluto da un mercato

Che vive di cliché

E daje de tacco, e daje de stinco
Quant’è bono ‘sto Premio Tenco
E daje de tacco, e daje de mente
Quant’è bono ‘sto Nastro d’argento
E daje de tacco, e daje de coro
Quanto so’ boni i diritti d’autore
Perché so’ senza IVA,
nun so’ come er baccalà
Perché so’ senza IVA,
nun so’ come er baccalà, cha-cha-cha!

Interviste: Danilo di Paolonicola, la World Music e il Saltarello abruzzese…

Danilo di Paolonicola e l’Orchestra Popolare del Saltarello – Foto di Emidio Sciannella

Un disco di World Music in Italia è sempre una benedizione. Il recupero di tradizioni sonore che si sono contaminate nei secoli grazie a scambi culturali e conflittuali, imposti o mutuati, sono la base di un’ulteriore “fusione” per chi ha la voglia, l’intelligenza e le capacità di addentrarsi in un mondo musicale che può offrire infinite combinazioni.

Danilo di Paolonicola, 44 anni, abruzzese di Teramo, fisarmonicista che ha solcato i palchi di mezzo mondo, con la sua Orchestra Popolare del Saltarello ha pubblicato il 28 dicembre scorso Abruzzo, primo disco ufficiale dell’Orchestra, che va ascoltato con molta attenzione. Perché, in otto brani, molti dei quali famosissimi anche fuori regione, ha dimostrato che la musica è un’arte senza tempo e che le canzoni popolari, quelle che si ballano alle feste paesane, possono diventare musica colta.

Voci potenti, che da un abruzzese stretto improvvisamente volano nel jazz o raggiungono accenti blues, saltarelli che si fondano in metriche jazz, escursioni balcaniche alla Bregović, strumenti mediterranei come il bouzouki greco uniti a percussioni sudamericane…

Sempre con un accento originario forte, ben marcato: d’altronde resta pur sempre una musica da ballo, canzoni che uniscono, creano comunità, condividono gioie e dolori, amori e fatica (non a caso i live dell’Orchestra sono sempre accompagnati da ballerini professionisti, a testimonianza del serio lavoro storico che sta alla base dell’operazione creativa).

Essendo molto curioso, soprattutto su dischi di questo genere, ho chiamato Danilo per farmi raccontare la genesi dell’album…

Un gran bel disco, pura Italian World Music!
«(sorride, ndr) Di base, le melodie sono rimaste le stesse, il resto è stato completamente rivisitato. Il lavoro che ho fatto nella maggior parte dei brani è stato contaminarli con i suoni e i ritmi che nascono lungo il percorso della transumanza. Siamo abruzzesi, conserviamo nel DNA l’antica tradizione dei pastori che facevano la transumanza verso la Puglia lungo il tratturo Magno (244 km da L’Aquila a Foggia, il più lungo d’Italia, ndr). Facendo questo percorso la musica popolare si trasforma: dal Saltarello diventa Ballarella, poi passa alla Tammurriata, quindi alla Tarantella del Gargano fino ad arrivare alla Pizzica…».

E qui c’è stato il primo livello di “fusion”…
«Esatto, all’interno di questo disco la prima fase di arrangiamento è stato proprio l’inserimento di altri ritmi popolari sulle canzoni abruzzesi, Oltre a questo lavoro, visto che in Abruzzo abbiamo un grande repertorio di canzoni – e di balli – ho deciso di inserire un paio di canzoni completamente rivisitate. La prima, Maria Nicola, ha un ritmo reggaeton, nella seconda, Diasill, che non è una canzone ma una litania, ho inserito una base funk su un testo rap».

Ma anche in Vola Vola Vola, che apre l’album, per esempio, hai lavorato molto, soprattutto nella coralità…
«Sì, i cori sono sempre molto curati. La mia idea di musica prende spunto anche dalla musica pop, dove c’è grande attenzione per cori e arrangiamenti. Abbiamo fatto un grande lavoro sulle voci. Su Vola Vola Vola, il mood è jazz, l’esposizione del tema della strofa mantiene l’armatura jazz con  accordi complessi; sul ritornello, invece, ritorna nella versione originale che tutti conoscono. Ho cercato di renderla più raffinata e, allo stesso tempo, riconoscibile, essendo l’unico brano popolare abruzzese famoso in tutto il mondo. Una vera particolarità, perché le canzoni popolari italiane più famose all’estero sono quelle napoletane…».

Ascoltando come hai rielaborato questi brani hai una visione diversa della canzone popolare, giustamente catalogata come World Music…
«Vengo da altri generi musicali. Sono un jazzista e, oltre al jazz e al pop/rock dove sono laureato, studio da tempo la musica etnica. Penso che le cose più interessanti uscite negli ultimi dieci anni siano venute tutte dalla World Music. Unendo suoni diversi, tipici di altre culture, si creano sonorità molto interessanti e anche, forse, innovative, se me lo permetti. Più correttamente, nuove sonorità, che miscelate con suoni “attuali”, diventano un prodotto interessante».

Foto di Emidio Sciannella

Quello che fa fatto Stweart Copeland con la Taranta…
«Il lavoro di Copeland del 2003 è l’edizione della Notte della Taranta che preferisco. Un brano che non è presente nel disco, il Saltarello Teramano, l’ho arrangiato prendendo spunto proprio dalla Pizzica degli Ucci».

A proposito: come hai scelto i brani da mettere nel disco?
«Nel repertorio dell’Orchestra che proponiamo dal vivo sono di più, ovviamente. Ho voluto prendere delle canzoni che tutti più o meno conoscono e dare loro un vestito nuovo».

Parlami dell’Orchestra, i musicisti che estrazione hanno? Come hanno preso questa idea di World Music in senso lato…
«I musicisti dell’orchestra non vengono dalla musica popolare, a parte i cantanti. Abbiamo una ritmica di jazzisti, ma chiaramente ci sono strumenti popolari come la zampogna, l’organetto, la fisarmonica, che io suono, e i tamburelli. I cantanti principali vengono, appunto, dalla musica popolare, abbiamo, per esempio, un africano – è lui che rappa in Diasill – che canta anche in abruzzese, ed è bello sentire il diverso accento che dà alle parole, poi abbiamo una italo-algerina: anche lei porta il suo bagaglio culturale… Questo ensemble produce un risultato diverso da quello che il pubblico è abituato ad ascoltare.

Gli arrangiamenti dei brani sono tutti opera tua?
«Sì. Li propongo – perché non li preparo a casa, ma lavoro in sala prove con tutti – osservando le facce dei miei musicisti. Quando li vedo tutti sorridenti, vuol dire che piace e che si divertono a suonare. È importante, così facciamo un lavoro di gruppo, dove tutti sono motivati».

L’improvvisazione c’è quasi sempre nella musica popolare, vedi lo Choro brasiliano, il Changuï di Guantanamo… Vale anche per il Saltarello?
«Abbiamo parti scritte e altre lasciate alla libera interpretazione dei musicisti, perché la musica popolare ha bisogno di questo, lo richiede, come il jazz… L’improvvisazione arricchisce un brano, lo cambia sempre, rendendolo in questo modo unico e prezioso».

Di quanti elementi è composta l’Orchestra?
«Undici o dodici. Li abbiamo ridotti, inizialmente l’organico era di diciotto, ensemble molto complicato da portare in giro. In più c’è un gruppo di ballo composto da 4/6 ballerini».

In Abruzzo come hanno preso questa tua rivisitazione popolare?
«Vabbè è normale, c’è sempre qualcuno che storce un po’ il naso, però noi le cose ce le siamo guadagnate sul campo».

La genesi dell’Orchestra?
«È nato tutto per caso, nel 2014, in una giornata di divertimento passata in montagna. In realtà era un’idea che avevo da tempo. Per realizzarla ho chiamato alcuni ignari amici musicisti, tutti provenienti dall’ambiente jazz, giustificando una session estemporanea di musica popolare per puro divertimento. Prove dalle 11 del mattino fino all’una del pomeriggio. Sembrava tutto finito, poi, dopo il pranzo, la sorpresa: un concerto, che nessuno di loro si aspettava. L’ho fatta apposta perché ero sicuro che, vista la loro provenienza artistica, non mi avrebbero seguito nel progetto che avevo in testa. C’è ancora il video sulla nostra pagina Facebook. Da allora non ci siamo più  fermati, ci hanno chiamato ovunque per suonare. Nel 2017 siamo stati invitati al Concerto del Primo Maggio a Roma. Da quel momento siamo diventati di fatto l’Orchestra dell’Abruzzo!».

Vi siete esibiti all’estero, pandemia permettendo?
«Solo a Monaco per un evento dell’ufficio del Turismo. Abbiamo, però, ricevuto molti inviti, in Canada, Stati Uniti, Sudamerica. L’idea c’è, ci stiamo attrezzando per il prossimo anno, ma il grosso scoglio, come potrai capire, sono i costi, soprattutto i biglietti aerei. Stiamo cercando di ottenere sovvenzioni dalle istituzioni, dalla Regione Abruzzo».

Il disco è stato autoprodotto…
«Sì, l’abbiamo voluto così. L’ho arrangiato e prodotto, l’abbiamo pagato di tasca nostra, perché, per il momento, non vogliamo legarci a nessuna etichetta discografica, per avere maggiore libertà di utilizzarlo come meglio crediamo. Non è un’operazione per far soldi, ma per divulgare un’idea di musica in cui crediamo. È… cultura».

Come t’è venuta la passione per la fisarmonica?
«Ho iniziato a suonare l’organetto a sei anni, andando a lezione da Fanciullo Rapacchietta, famoso musicista d’organetto abruzzese. L’elemento fondamentale che ha caratterizzato il mio percorso musicale è stata la vittoria di molti concorsi, nazionali e internazionali… ne ho vinti tantissimi, ero considerato un bimbo prodigio. Sensazione molto bella, che mi ha portato, però, un po’ fuoristrada. L’esperienza mi ha dato una facilità di stare sul palco, il saper lavorare con altri musicisti, ma in quella fase della mia vita, anziché fare il circense super virtuoso, avevo capito che mi mancavano elementi importanti per conoscere e capire bene la musica. Così, ho smesso di esibirmi è ho iniziato a studiare musica jazz, lasciando da parte l’organetto e suonando la fisarmonica. Ho fatto anche lì concorsi, vinto premi e poi ho iniziato a lavorare per ditte di fisarmoniche tra cui la Roland: mi hanno scelto per realizzare un nuovo strumento, la FR18 diatonic, una fisarmonica diatonica che ha avuto un successo planetario. Per divulgarla ho iniziato a fare concerti in tutto il mondo, presentando lo versatilità dello strumento attraverso tutti gli stili della World Music. Ora lavoro con le fisarmoniche di Paolo Soprani… Ho continuato a studiare, mi sono laureato in composizione, il Conservatorio de L’Aquila mi ha chiamato per aprire il corso di fisarmonica diatonica. Ho insegnato anche al Santa Cecilia di Roma e al conservatorio di Catanzaro. La mia soddisfazione è che, grazie a tutto questo lavoro, sono stati istituiti corsi di musica tradizionale con vari indirizzi, canto, zampogna, organetto, chitarra battente…».

E il Saltarello?
«Ho cominciato a proporlo quando ero in Giappone per Roland. Lo suonavo nei concerti e il successo è stato unanime. Da lì, vedendo il grandissimo lavoro della Taranta, mi sono convinto a organizzare un festival simile, ma fondamentalmente diverso. Quest’anno, dopo due anni di fermo, ritorneremo con grosso evento che sarà organizzato nella Valle Subequana, una spettacolare zona interna dell’Abruzzo».

Ultima domanda: questo primo disco è solo un inizio…
«Sì, in realtà è il primo volume dedicato all’Abruzzo. Ne uscirà anche un secondo, presto. In futuro, abbiamo intenzione di lavorare allo stesso modo su altre regioni. Ho già un progetto sulle musiche del Centro Italia, che la pandemia fa frenato… Al di là dell’Orchestra ho un progetto jazz a cui tengo molto, con Nino Buonocore, e un altro disco che uscirà tra un paio di mesi, il sequel di No Gender (album pubblicato nel 2016, ndr), Volume II, dove l’aspetto virtuosistico e jazzistico rappresentano al massimo l’utilizzo dei miei strumenti. Tutte composizioni originali, ispirate alla musica balcanica, con ritmi dispari, allo swing, al bluegrass…».

Interviste: Cisco, il folk, la politica e le sue Canzoni dalla Soffitta

Stefano Cisco Bellotti – Foto IlariaDRPhoto

Me ne sto su in montagna, Veneto, massiccio del Grappa, in una casa che domina la pianura. Neve e silenzio, il fuoco che arde nel caminetto e in cuffia I Contain Multitudes di Bob Dylan da Rough and Rowdy Days. Mi sono scelto con cura la canzone perché mi accingo a scrivere un’intervista a cui tengo molto. L’artista in questione, non a caso un appassionato di Dylan, è un menestrello nostrano, che in trent’anni di attività non ha mai lasciato i binari di un certo tipo di musica, quella che negli anni Settanta veniva definita “impegnata”. Nelle sue ballate c’è sempre un perché, sia esso sociale, sia politico, sia il ricordo di un amico prezioso che il Covid s’è portato via, armoniche che riportano a un certo modo di concepire la musica, un mezzo per dialogare non solo di futilità ma anche e soprattutto di “Essere”.

Lui è Cisco, al secolo Stefano Bellotti da Carpi, 53 anni, una vita artistica spesa soprattutto nei Modena City Ramblers come frontman e una scelta, tanti anni fa, sempre per via di quei binari dove corre da sempre la sua vita, di mettere su famiglia e raccontare il mondo da una posizione più tranquilla.

L’ho chiamato perché, oltre a sentire il suo punto di vista sulla musica italiana corrente, volevo parlare con lui anche del doppio disco che ha pubblicato il 29 ottobre scorso, Canzoni dalla Soffitta. Folk, chitarre aperte e sincere, brani scritti nel suo studio-soffitta di casa dove ha passato i lockdown di questi due anni assurdi.

Ballate dove si racconta e narra storie importanti, belle, aperte dove trovano luogo naturale collaborazioni con musicisti e artisti molto interessanti, dall’ex Roxy Music Phil Manzanera con i The Solidarity Express – band composta, oltre che da Phil, da musicisti di varie provenienze ed estrazione che mandano un messaggio di integrazione, fusion sociale e musicale, lo scorso aprile ha pubblicato il suo primo album, Radio Ubuntu a Simone Cristicchi, a Franco D’Aniello, mitico flautista, uno dei “padri fondatori” dei MCR con il suo inconfondibile tin whistle.

Nel secondo disco, i Live dalla Soffitta, una selezione di brani che Cisco ha suonato in streaming – uno ogni giorno – durante il lockdown, per chi voleva ascoltarlo. Qui, c’è anche una bella versione di Ovunque Proteggi di Vinicio Capossela…

Eccoci qua Cisco, prima di parlare del tuo disco – mia indagine personale – voglio chiederti un parere sulla situazione della musica italiana, quella mainstream per intenderci…
«Che ti devo dire? Terribile. In 15 anni siamo riusciti a tirare fuori il peggio del peggio che abbiamo, incapaci di valorizzare qualcosa che c’era già, trasformando la musica in un nulla cosmico! Quello che conta è il fatturato. A dir la verità, la situazione risale a molto tempo fa, quando le case discografiche non sono state in grado reggere le nuove tecnologie. Ricordi quando è uscito Napster? Si sono messe tutte a fargli la guerra non rendendosi conto che lì dovevano lavorare, non combattere. Ora si scelgono i gruppi in base alla visualizzazioni sui social. L’ultima ondata di musicisti scelti perché avevano qualcosa da dire risale agli anni Novanta, quando Stefano Senardi, alla Polydor, aveva intuito la potenzialità di alcuni gruppi sconosciuti, ecco come sono esplosi i CSI, i Modena City Ramblers, i Negrita, gli Africa United. Oggi nel mainstream non c’è più diversità, ma omologazione».

Vale per il nuovo pop, rap e trap?
«Non solo ma penso anche – ed è un mio parere personale, forse un po’ naïf – alla nuova scena cantautore italiana, dove nessuno degli artisti prende una posizione. Ho visto un’intervista a Lodo Guenzi, de Lo Stato Sociale, si stupiva proprio di questo e lo diceva anche di se stesso e della band».

Cioè, hai successo se non rompi le palle con testi impegnati?
«Più o meno così, la scena più “impegnata” lavora nei bassifondi. Esiste, certo! Ma non trova uno spazio. Non è che mi rifiuto di ascoltare rap o trap, tanto per fare un esempio tra i tanti mi piace Willie Peyote, fa cose bellissime, ma il problema è che tutti devono rincorrere il mainstream per emergere».

Con i Modena City Ramblers facevate politica?
«Non eravamo un gruppo legato a un partito. Avevamo le nostre idee, che a volte coincidevano con certe aree politiche, ma sempre aperti a chi la pensava come noi. Il problema  è arrivato poco prima degli anni 2000, quando è iniziato un costante lavoro di delegittimazione da parte di una parte politica, di tutti quei pensieri che si potevano ricondurre alla sinistra, sostenendo che, tanto è tutto uguale, che  non esiste più né la destra né la sinistra. Ci è stato detto e ripetuto per anni sui giornali al punto che oggi, dichiararsi fascista, per alcuni è una cosa di cui fregiarsi. Sono spariti i freni inibitori e così viene sdoganato il peggio del peggio che c’è in Italia. Ma va tutto bene, tanto la vita è un circo, il tempo passa e tutto può succedere, il problema è che si stanno minando le radici della nostra storia».

Cisco in concerto – Foto IlariaDRPhoto

In tutto ciò anche la musica…
«Sì anche la musica ha subito questa omologazione. Ho letto di artisti impegnati che si sono lamentati di non essere stati scelti a Sanremo… Il Festival non c’entra niente, non è lui il problema, piuttosto il fatto che non esistano altri contenitori musicali dove possa trovare spazio un altro tipo di musica. In Italia non esiste qualcuno che abbia la forza e la voglia di costruire un canale di musica impegnata. Così, nonostante la nostra storia millenaria rimaniamo un paese provinciale dove, per esistere, come artisti siamo ridotti a sperare di andare a Sanremo…».

Veniamo al tuo disco, Canzoni dalla Soffitta, un bel titolo…
«Vuol essere un riassunto di questi due ultimi anni vissuti pericolosamente. Sono istanti fissati, ma anche un lavoro che guarda al futuro».

Tra le tante canzoni, ben 24, che proponi, c’è anche una rivisitazione in italiano del mitico The Ghost of Tom Joad di Bruce Springsteen (album del 1995), che si rifà a Furore di Steinbeck, il  cantore della Grande Depressione…
«È un regalo a Luca Taddia (FEV, ndr). È un brano che dice tutto, per Springsteen è la sua Cent’anni di Solitudine, ma che racconta ancora con estrema modernità, quello che siamo noi stessi oggi. Una trasformazione che sta accadendo e che della quale nemmeno ci accorgiamo».

Mi incuriosiscono tanti brani, uno mi ha colpito in particolare, Lucho
«È dedicata al nostro amico Luis Sepúlveda, che familiari e amici hanno sempre chiamato amichevolmente Lucho. Sepúlveda è stato un grande amico dei MCR, un mio amico, ci siamo visti più volte, abbiamo suonato anche alla sua festa di compleanno quando ha compiuto cinquant’anni. È parte della nostra storia, mi sembrava giusto dedicargli una canzone, omaggiarlo…».

E poi ci sono La Finestra sul Cortile e Leonardo Nimoy…
«(Ride, ndr) La prima è un omaggio a Hitchcock. Quando eravamo in lockdown, guardavo fuori dalla finestra e vedevo un mondo intorno a me e mi è venuto naturale pensare al grande regista e al suo film, la seconda, invece, è un brano che guarda al futuro, un modo per accompagnare i figli (io ne ho cinque!) nella loro crescita, permettendo che commettano i loro errori, imparando da questi, senza preoccuparci di evitare che non cadano nei nostri. I ragazzi devono saper distinguere da soli, perché i costumi li vestono i supereroi ma anche i pagliacci…».

Mentre la seconda parte, il Live dalla soffitta?
«Un live senza pubblico presente. Mi collegavo dalla mia soffitta-studio ogni giorno durante il lockdown, un appuntamento per chi mi seguiva, un modo per dire ci sono, condividiamo. Sono brani con arrangiamenti minimali, chitarra e voce. Chitarra e voce è la prova del nove di una canzone, se regge, vuol dire che è buona».

Qui, hai voluto omaggiare altri artisti…
«In Manifesto ho voluto ricordare Erriquez (Bandabardò, ndr) mancato nel febbraio scorso, un messaggio d’amore, per lui e per la sua arte. In Ovunque Proteggi, ho celebrato uno dei miei artisti preferiti, Vinicio Capossela».

Cisco cosa stai ascoltando?
«Sto regredendo. Dopo aver cercato di restare al passo con i tempi, mi sto reinnamorando di chi mi ha fatto innamorare della musica. Dunque, Bob Dylan e il suo Rough and Rowdy Ways, un lavoro magnifico! Poi, rileggendone i testi, gli U2, Sunday Bloody Sunday fa venire i brividi ancora oggi, quella è la musica che mi piace. Ascoltavo con piacere anche i Mumford & Sons e in questi giorni Raise of the Roof, il secondo album che, a distanza di 14 anni hanno pubblicato Robert Plant e Allison Krauss…».

Cisco, come ti definiresti?
«Sono un ottimista di natura, penso di aver capito qual è il mio posto nel mondo. L’abbiamo ereditato e abbiamo l’impegno di lasciarlo al meglio. Pensa, noi stiamo vivendo 80 anni di pace, non c’è mai stato un tempo così lungo senza conflitti in Europa. E penso anche ai miei, a tutti coloro che, prima di noi, non sono vissuti senza guerre. Molta gente, questo, non lo capisce…».

Eccoci arrivati alla fine. Parlare con Cisco è come stare un sabato pomeriggio qualsiasi seduti a un tavolino con un buon rosso davanti e un saggio amico che ti fa riflettere. Ascoltare il suo folk senza età, è un ottimo esercizio per la memoria e il pensiero. Atto che in questi anni è quanto mai necessario.

Voglio finire lasciandovi il testo di Riportando tutto a casa, brano contenuto nel primo dei due dischi di Canzoni dalla Soffitta. È anche il titolo dell’album d’esordio dei Modena City Ramblers. Un testo autobiografico, che ripercorre i suoi trent’anni di musica, da quando, ragazzo di provincia impallinato con la musica folk irlandese, è salito sul palco durante un concerto “irish” dei Modena, e ha cantato con loro. Da quel palco non è mai sceso: anche se ha lasciato la band da anni è rimasto quel ragazzo che aveva il folk nella testa e le parole giuste nella penna.

Riportando tutto a casa,
in un soffio di polvere e in una maglia da pallone,
col sudore ho scritto anche il mio nome.
In silenzio ci ho messo la mia vita e la mia voce,
e non è un caso se canto in Re minore.
Ho viaggiato in furgone verso la rivoluzione,
ho fatto sosta nei bar di quartiere
come un uomo qualunque, un poeta un po’ cialtrone,
come un piccolo Hemingway senza pretese.
E ancora oggi sono qua tra Spotify e un vecchio disco,
tra una festa di paese, tra i Pogues e il liscio,
da qualche parte tra Carpi e San Francisco,
da qualche parte tra Carpi e San Francisco.
E ancora oggi sono qui tra una pinta e il Lambrusco,
fra il tanto e il poco, tra la roccia e il muschio.
Sulla strada di un sogno e il posto giusto,
sulla strada di un sogno e il posto giusto.
Ho dormito la mattina per rubare via alla sera
e ora porto i miei ricordi sulla schiena.
Ho gambe molli ogni sera prima di tornare in scena,
mangiarmi il mondo o andare a cena con la iena.
Avevo un trono di legno dentro notti illuminate,
l’ho buttato per tornare sulla strada.
Ho gli occhi rossi bagnati dal vento caldo dell’estate,
ho visto il mondo e riportato tutto a casa,
ho visto il mondo e riportato tutto a casa.
E ancora oggi sono qua tra Spotify e un vecchio disco,
tra una festa di paese, tra i Pogues e il liscio,
da qualche parte tra Carpi e San Francisco,
da qualche parte tra Carpi e San Francisco.
E ancora oggi sono qui tra una pinta e il Lambrusco,
fra il tanto e il poco, tra la roccia e il muschio.
Sulla strada di un sogno e il posto giusto,
sulla strada di un sogno e il posto giusto.

Interviste: Luca Barbato e l’importanza di essere… “Smoothly”

I BF Project: a sinistra, Luca Barbato, a destra, Alberto Fichera – Foto Marcello Torresi

Vi segnalo un disco uscito a marzo per la TRP Music ma passato per lo più sotto silenzio. È il primo lavoro di due amici trentacinquenni nati alle falde dell’Etna, cresciuti insieme e diventati entrambi musicisti. Un progetto che porta le iniziali del loro nome BF. Uno è un batterista, l’altro un sassofonista e clarinettista, il primo ha svoltato sul jazz e il latin, il secondo viene dal classico e suona tutt’ora in orchestre classiche senza ignorare pop e jazz. Il primo continua a vivere nel suo paese, Pedare, il secondo s’è trasferito a Roma. Ok, tranquilli! Ora vi dico i nomi: Luca Barbato e Alberto Fichera, i BF Project.

Il loro primo disco l’hanno chiamato Smoothly e racchiude, in una sorta di ensemble, la vita musicale di Luca e Alberto. C’è fusion, Brasile, Cuba, jazz un viaggio onirico di passioni personali e ricordi. Atmosfere smooth, appunto!, ma anche visioni di feste a La Habana o brillanti samba jazz alla Sergio Mendes in una Rio rutilante di calore e suoni. Gli arrangiamenti sono tutti di una nostra vecchia conoscenza, Seby Burgio, uno dei pianisti jazz più quotati attualmente, che ha reso narrativamente unito, capitolo dopo capitolo, questo Grand Tour armonico e ritmico.

Mendes ritorna nell’uso del Fender Rhodes, formidabile piano elettrico, e dell’organo Hammond, di grandi trascorsi, suonati da Burgio ad esempio, in Ellis Island, ottimi i bassisti, c’è anche Salvo Barbato, padre di Luca, bassista di lungo corso, in tre brani Lat-in-soul, Smoothly e Summer Funky… I giri di basso ricordano la fusion anni Ottanta, ad esempio quella degli Yellow Jackets (tra l’altro, dal 2012, s’è unito alla band Felix Pastorius, figlio del sublime Jaco, che militò negli Weather Report) o dei mitici Brand X, dove suonava Percy Jones, altro santograal del basso con il suo strumento fretless dove le dita volavano con la grazia di una danza.

Non si fanno paragoni, ovvio. Ma questi sono i ricordi che Smoothly ha risvegliato in me. La qualità del lavoro è alta, l’album è stilisticamente curato, senza manierismi che avrebbero potuto renderlo più freddo. Un prodotto vero, senza scorciatoie né sensazionalismi. Che sarà presentato per la prima volta dal vivo a Catania il 13 dicembre alle 21 alla Sala Harpago – Il Gatto Blu.

Così ho deciso di chiamare Luca Barbato, la sezione ritmica dei BF Project. Niente di meglio farsi raccontare la nascita di un progetto dagli stessi autori…

Tu e Alberto siete amici da sempre…
«Sì da quando avevamo una decina d’anni. Io sono di Pedara, lui di Trecastagni, paesi confinanti della cintura Etnea. Abbiamo la stessa età, io sono di marzo, lui di aprile…».

Destinati a lavorare insieme!
«Abbiamo sempre frequentato ambienti musicali. Io sono addirittura nato in una famiglia musicale, mio padre, Salvo, è un bassista di grande esperienza. Insomma, cresciuti a pane e musica. Smoothly è il nostro primissimo progetto, l’avevamo in mente da tempo. Alberto, per lavoro, vive a Roma, mentre io, che adoro insegnare, ho aperto una scuola di musica a Pedara. Alberto è nato come musicista classico, poi con il tempo s’è spostato sul pop e sul jazz».

Parlami di Smoothly, tutta farina del vostro sacco…
«I brani del disco sono nostri, abbiamo avuto il desiderio di comunicare qualcosa di noi, della nostra musica che è un jazz contaminato, raccontarci con semplicità, senza sovraccaricare con virtuosismi».

Avete lasciato poco spazio all’improvvisazione.
«In ambito jazzistico, quando si compone si lascia spesso molta libertà ai singoli musicisti. Noi abbiamo deciso di tenere le parti di improvvisazione ma senza strafare, volevamo un racconto alla portata di tutti, cercando di essere il più ordinati possibile, tanti tasselli di un puzzle che si andava a comporre. Volevamo fosse sentito come un buon lavoro di gruppo».

Ci sono tanti generi nel disco. Fusion va bene, ma, oserei, contaminazioni consapevoli e cercate con ostinazione…
«Su questo abbiamo le idee molto chiare. La diversità di cultura, anche musicale, e di educazione può creare solo ricchezza. Viviamo standardizzando molto, anche la musica. È una conseguenza della globalizzazione, il rischio, però, è che ci appiattiamo… Poi, è un altro discorso, bisognerà vedere come verrà considerata la musica attuale a distanza di anni: quello che chiamiamo classica è un genere che in realtà è fatto di più generi che quando vennero creati e suonati avevano altro valore, e che noi, dopo secoli, abbiamo codificato in classici. Tra un secolo quello che si ascolta oggi diventerà di sicuro “un classico”. La musica si adatta ai popoli e alle culture. I musicisti fanno parte del tessuto sociale e certe sonorità ne sono la conseguenza».

Nel vostro caso è la “mediterraneità”…
«Sì, ma questa non è solo patrimonio del Sud. Mi spiego: il concetto di mediterraneità si identifica geograficamente con il Sud ma appartiene all’Italia intera. Basti pensare a Pino Daniele, patrimonio artistico non solo napoletano ma di tutto il Paese. Se dovessi fare un paragone, la mediterraneità è come la cucina italiana, varia, ma rappresenta tutto il Paese».

Ci sono brani nel disco che vi personalizzano più di altri?
«La mia anima funk e latina è evidente in Lat-in-Soul, quella di Alberto, più profonda e meditativa, in Ramble, dove suona il sax soprano».

Luca, domanda scema: perché la batteria?
«Non c’è un perché. La mia vita ha sempre avuto musica intorno. Da bambino andavo con mio papà in sala prove. Tra i tanti strumenti, quello che mi attirava di più era la batteria. Mi ricordo che mi sedevo vicino al batterista e lo guardavo ammirato. A 5 anni ero già lì che battevo tamburi, tra alti e bassi, tipici dei bimbi di quell’età. Ho iniziato a studiarla seriamente, con dedizione, a 12 anni».

Foto Marcello Torresi

E perché la musica latina? Te lo chiede uno che fin da ragazzo ne è rimasto colpito. Più genericamente, è un genere che antropologicamente arriva dal basso…
«Anche qui, non so dare una spiegazione logica. Però se ci fai caso, il jazz come la musica latina sono nati in situazioni di estrema povertà. Come se la musica fosse un lenitivo per le sofferenze. Da batterista ti rispondo che la musica latina è apparentemente semplice, in realtà esprime concetti ritmici totalmente diversi dai nostri, e quindi complicati, che però hanno la capacità di arrivarti dritti al cuore. Anche l’armonia è complessa, il tutto è incarnato in una sostanziale bellezza. Pensa alla musica brasiliana o ai ritmi cubani, melodie complesse che colpiscono subito l’ascoltatore, il jazz non riesce in questo, non è  spontaneamente accessibile, bisogna ascoltarlo tanto per capirlo. Una cosa è sicura: se quando suoni dal palco vedi la gente che inizia a battere il tempo con il piede o con le mani, stai sicuro che quella musica ha preso. Dal palco mi piace molto guardare le reazioni del pubblico».

Il jazz ha attinto a piene mani dalla musica latina, basti pensare alla bossa nova, a Tom Jobim…
«C’è un disco fantastico che ascolto spesso, ed è il Live at The Royal Festival registrato da Dizzy Gillespie con la United Nation Orchestra nel 1989. È bellissimo ci sono miti del latin jazz come Arturo Sandoval, Paquito D’Rivera, Danilo Pérez che suonano assiema Dizzy. Lì si sente persino la mediterraneità…».

Oltre a tuo padre, Salvo, e a Seby Burgio chi sono gli altri compagni di strada in Smoothly?
«Seby è la terza colonna portante del progetto. Ha arrangiato tutto il disco trattando il progetto come se fosse suo, e di questo gliene siamo grati. Poi ci sono Nicola Tariello (tromba in Cumbao, Lat-In-Soul e Summer Funky ), Salvo Finocchiaro (Fender Rhodes in Pareo, China Blues e Lat-In-Soul e assolo di synth in Summer Funky) Giacomo Patti (basso in Eyes of Joy e Ramble), Mario Guarini (basso in Pareo e in Ellis Island), Carmelo Venuto (contrabbasso in 4 U, China Blues e Cumbao) e Daniele Leucci (percussioni in Pareo, Cumbao e Summer Funky).

E la cover così “latina”?
«L’ha concepita il fumettista Mario Sciuto. Ha avuto la capacità di tradurre in colore il nostro essere, ascoltando solo qualche brano. S’è inventato una umanizzazione dei nostri strumenti, interpretando quello che siamo, dei ragazzi scherzosi e solari. Un lavoro magistrale fatto in modo inconscio».

Intervista: Rebel Bit, elettronica e voce per un canto “Nuovo”

I Rebel Bit in concerto – Foto Enzo Fornione

Mi è capitato sotto mano l’ultimo lavoro targato Rebel Bit, uscito il 5 novembre scorso, dal titolo lapidario: Come. Il gruppo in questione viene da Cuneo. Sono cinque musicisti, tutti trentenni, tutti usciti dal Conservatorio che hanno scelto la loro personale cifra stilistica: cantare a cappella. Sì, un coro, anzi, un Signor Coro! All’estero, soprattutto negli Stati Uniti, dove il genere è vivacemente sull’onda da anni, sono famosissimi, hanno avuto riconoscimenti importanti come le cinque nomination ai Contemporary A Cappella Recording Awards di Boston e altrettanti nell’A Cappella Video Awards di Los Angeles. Da noi, hanno partecipato come concorrenti a Italia’s Got Talent edizione 2021.

Come ben si evince dal nome della formazione, è un coro che si “ribella” alla tradizione e lavora con effetti e programmi tipici della musica elettronica. Il risultato è molto interessante. Dopo aver parlato con Beppe Dettori e Raoul Moretti dei cori tradizionali sardi in Animas, disco che riconsiglio!) ho voluto approfondire questo genere che certamente affascina e cattura con il “Rebel” Lorenzo Subrizi, l’arrangiatore dei brani di Come.

Lorenzo, sul vostro sito vi definite “voci al servizio dell’elettronica”…
«Esatto, ma vale anche elettronica al servizio della voce. Questo siamo noi, la ragione per cui abbiamo studiato questo nuovo approccio al canto a cappella. La musica vocale in Italia è ancorata ai canti corali della tradizione, i Tenores in Sardegna, i cori degli alpini dalle nostre parti, e, fortissima, la musica corale classica. Quella vocale moderna, invece, ha sempre fatto fatica a decollare».

In effetti, mi vengono in mente solo i salernitani Neri Per Caso, ma era negli anni Novanta.
«Cantano e fanno concerti ancora oggi, però e un circuito molto settoriale. Ed è un problema, e qui ti parlo da insegnante (i Rebel sono tutti insegnanti alla Fondazione Fossano Musica, ndr): è una questione culturale. Negli States è un genere molto sentito e seguito, ci sono festival dove la maggioranza degli ascoltatori sono ragazzi. Basta pensare al fenomeno dei Pentatonix, entrati nel circuito mainstream. Oltre ai Rebel Bit, collaboro con i genovesi Cluster. Negli ultimi anni c’è un cambiamento, stanno nascendo gruppi di musica corale moderna formati da giovani».

I Rebel Bit – Foto Enzo Fornione

Parliamo un po’ di voi…
«Veniamo tutti dal conservatorio di Cuneo, siamo tra i 30 e i 35 anni. Tre di noi, io, Giulia Cavallera e Guido Giordana ci conosciamo da adolescenti. Abbiamo frequentato il liceo musicale “Ego Bianchi”, sempre a Cuneo. La dimostrazione che se la scuola ti forma, fa cultura musicale, lascia poi il segno. Siamo tutti insegnanti di musica e stiamo vedendo una sempre maggiore curiosità degli allievi nello scoprire qualcosa di diverso che non sia il solito mainstream. Credo che in Italia manchi un’educazione all’ascolto, finché si continua con il flautino alle elementari non si andrà da nessuna parte…».

E Italia’s Got Talent?
«Abbiamo partecipato quest’anno, dopo due anni fermi per le note cause, per cercare di portare in televisione il nostro lavoro».

Come siete strutturati nella “band”?
«Paolo Tarolli è il nostro baritorno e beatboxer, il batterista vocale, Guido Giordana è tenore e baritono, Giulia Cavallera soprano, io basso e baritono, mentre Andrea Trona è il nostro sound designer. Io mi occupo degli arrangiamenti, mentre Andrea lavora sui live looping, che usiamo spesso, e sugli effetti sulle voci che sembrano strumenti musicali. È uno scambio continuo, elaborazioni di suoni vocali che diventano elettronici e viceversa. Il risultato è una sonorità piuttosto unica, dalle nostre ricerche ci sono solo due, tre gruppi nel mondo che fanno ciò».

Quando avete deciso di diventare Rebel Bit?
«Siamo nati ufficialmente nel 2018 con l’idea di ricercare sonorità particolari, ma abbiamo impiegato un paio d’anni a mettere a punto il progetto. Dietro c’è tanta ricerca e studio. Ora, oltre al disco, che abbiamo iniziato a portare nei teatri, continuiamo a presentare un musical basato sul Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, che abbiamo chiamato Paper FlightS. Il nostro obiettivo è quello di far conoscere l’arte del canto corale a cappella in uno spettacolo teatrale strutturato, accompagnato da una scenografia e da supporto video».

Foto Enzo Fornione

Una curiosità, come scegliete i brani e quanti sono di vostra composizione nell’EP che avete pubblicato? Il traino di Come è Toccaterra, canzone contenuta nel disco omonimo d’esordio di Emma Nolde (2020). Tra l’altro un lavoro e una cantautrice molto interessante…
«Nella composizione dell’album siamo partiti da un’idea di ciò che volevamo esprimere, in questo caso il cambiamento, il guardare oltre. Toccaterra della Nolde è un brano che ha scelto Giulia, per dare spazio al nuovo cantautorato femminile. Vince chi molla di Niccolò Fabi l’ho scelto  io perché mi trovavo in un periodo particolare della mia vita e l’ho arrangiato in base a quello che sentivo. Walk on Water dei Thirty second to Mars è nato nel 2019 per un festival di Fossano. L’abbiamo registrato live con un coro di sessanta elementi più diverse voci importanti di cori europei. Di cover c’è anche Trusty and True di Damien Rice. I nostri due brani originali, Scatto Lento e Not a Fairytale, li abbiamo composti in un ritiro di tre giorni sulle montagne dalle nostre parti…».

Il titolo del disco, Come, si presta a diverse interpretazioni…
«Sì è una doppia lettura, come stiamo cambiando noi e “come”, in inglese, venite, seguite la nostra strada, quello che Damien Rice continua a ripetere in modo ossessivo in Trusty and True…».

Anche la cover non è stata scelta a caso…
«È la scena finale del film Truman Show, il protagonista si rende conto che la sua vita è tutta finta, lo è anche il cielo. E nel cielo trova una scala che lo conduce a una porta, l’ingresso nel mondo reale. L’omino con la valigia è Guido…».

State preparando un altro lavoro?
«Stiamo iniziando a pensare al volume II di Come. Ora stiamo seguendo un progetto didattico particolare che vedrà la luce a metà 2022. Voce ed elettronica in collaborazione con la Fondazione Fossano Musica. Se non si parte da lì, dalla cultura…».

Tre dischi per difendersi dal freddo…

Scrivo da una Milano fredda e senza sole. Per scaldarmi il cuore sono andato a cercare un po’ di dischi che mi aiutassero a vivere questa giornata uggiosa. Ne ho scelti tre, usciti tutti lo stesso giorno, il 12 novembre scorso. Ve li consiglio, perché si spazia da melodie made in “new” Brazil a brani scritti 50 anni fa e mai pubblicati fino a una sensuale e grande voce sudafricana.

1 – Leonardo Marques Presents: Ilha do Corvo Sounds, Vol. I – Artisti Vari

Un Brasile diverso quello di Leonardo Marques, 43 anni, musicista, produttore, discografico, ingegnere del suono di Belo Horizonte, Minas Gerais. Se lo avete già ascoltato,  si sente nitida l’influenza della scuola mineira, quella di cui vi ho già parlato in altri post, che trova in Milton Nascimento (mineiro di adozione), Lô Borges, Beto Guedes e molti altri musicisti un modo molto particolare, ricercato, intimista di interpretare la MPB. Leonardo è il patron della Ilha do Corvo, uno studio di registrazione famoso per la grande attenzione di Marques all’uso di strumenti e attrezzatura “vintage”, la firma sonora che caratterizza le sue produzioni. In questo primo volume ha raccolto dieci brani di artisti della regione che hannoåc inciso in quello studio molto particolare. Un collage di brani arioso, molto anni Settanta: c’è Gui Hargreaves con Pra Ela, Bernardo Bauer con Coragem, lo stesso Marques con due brani, Acordei e Ilha do Corvo, Douglas Scalioni Domingues con Saideira

2 – Antoher Side – Leo Nocentelli

Chitarra acustica e voce. Brani “vecchi” di cinquant’anni che solo una ventina di giorni fa hanno visto  la luce sotto forma di disco. Leo Nocentelli, 75 anni, di New Orleans, il  chitarrista del gruppo funk The Meters, nel 1971 in una pausa con la band, aveva deciso di darsi al “cantautorato”. Folk e funk, una chitarra e un incedere che seguiva i sui punti di rifermento, James Taylor, ma anche Crosby Still & Nash, è riuscito a confezionare brani da roots rock che, per uno di New Orleans, crocevia dove si dice siano nati blues, jazz e rock’n’roll, è pressoché pleonastico. Comunque sia, questo disco è un bel tuffo nei Settanta che riesce a rendere brillante anche una opaca giornata autunnale. Divertitevi con brani come Give Back My Loving, Thinking of a Day, You’ve Become a Habit, dove Taylor è la stella polare… Ultima gemma, una versione di Your Song di Elton John, che ricorda negli assoli di chitarra acustica il grande Jim Croce…

3 – Thetha Mama – The One Who Sings

Dietro The One Who Sings si nasconde Zolani Mahola, 40 anni, cantante, narratrice, attrice molto famosa in Sudafrica e non solo. Lei è stata per diciassette anni la frontwoman dei Freshlyground, band importante e di rottura in quella parte d’Africa. Conosciuta dai fan con vari nomi – nessuno scelto da lei, piuttosto mutuati dai personaggi che ha interpretato – ha deciso di adottare il nome con cui la ricordano ultimamente, e cioè, il semplice “Quella che Canta”. Focus su se stessa, sulla necessità di collegarsi alla famiglia, agli antenati, alla natura. Il lavoro per lei che ha cantato con Stevie Wonder, Robbie Williams, BB King, Shakira, è una ricerca su se stessa come donna e come artista. Thetha Mama è tutto ciò, l’album della rinascita. Da Wawundithembisile, brano che ha lanciato il disco, alla stessa Thetha Mama cantata con l’accompagnamento alla chitarra di Derek Gripper. Un gran bel lavoro!

Interviste: Beppe Dettori, Raoul Moretti e le tante “Animas”

Beppe Dettori e Raoul Moretti in concerto – Foto Claudio Muzzetto – PHOTO&PANO

Echi lontani, etno folk, progressive rock, preludi bachiani, cori millenari. Quando mi sono trovato ad ascoltare Animas, lavoro uscito nel maggio scorso dalla creatività di Beppe Dettori e Raoul Moretti ammetto di essermi sentito perso in una dimensione dove tempo e generi non esistono. Ci sono solo parole e armonie che si fondono per chi ha la pazienza e la curiosità di ascoltare. Esattamente il punto di forza di questo album. Un’isola dove convivono suoni e canti creati con il chiaro intento di raccontare. Un ricordo, una storia, una sensazione, un’emozione. Ho citato isola non a caso, visto che i due artisti vivono in Sardegna.

Beppe è nato a Stintino e Raoul, comasco di nascita, da una decina d’anni ha scelto Cagliari come suo luogo di vita. Nel mio lavoro di autostoppista musicale la Sardegna è un luogo magico, come la Sicilia. Isola sonora (ne avevo parlato con Paolo Fresu qualche settimana fa), dove il crocevia di popoli e culture ha fatto sì che anche la musica, espressione popolare, venisse contaminata. Isola legata alle tradizioni, da cui riparte alla ricerca di nuovi orizzonti musicali.

Beppe e Raoul sono due esempi cristallini di quello che ho scritto sopra. Il primo, virtuoso della voce – è stato per otto anni anche il cantante dei Tazenda – il secondo, diplomato al Conservatorio in arpa, è una delle migliori espressioni di questo strumento in Italia e non solo. Dopo la formazione classica s’è dedicato allo studio e al suono dell’arpa elettrica che usa in vari modi (poi leggerete). Suonano insieme da alcuni anni. “Ci siamo trovati”, dicono entrambi, e “ci divertiamo un sacco a far musica insieme, soprattutto dal vivo, un proficuo scambio artistico”.

In Animas ci sono collaborazioni importanti e varie. I Tenores di Bitti Remunnu ‘e Locu, i Cordas et Cannas, i Concordu e Tenores de Orosei, Paolo Fresu, Franco Mussida, Davide Van de Sfroos, Gavino Murgia, Flavio Ibba, Alberto Pinna, Daniela Pes, Lorenzo Pierobon, i FantaFolk, Andrea Pinna, Giovannino Porcheddu, Massimo Canu e Federico Canu, Massimo Cossu… Un ensemble che ha avuto piena libertà di espressione nel suonare o cantare i brani composti dal duo.

Si tratta di dieci inediti e una cover, l’ultimo brano dell’album, la rivisitazione in sardo di una canzone di Peter Gabriel, Fourteen Black Paintings – che qui è diventata Battordicchi Pinturas Nieddas – dall’album Us, non una delle più conosciute, ma sicuramente una delle più affini a Beppe e Raoul, grandi fan dell’ex-frontman dei Genesis e del suo percorso personale nel prog e nella worldmusic. Fra l’altro, Gabriel da anni è un assiduo frequentatore della Sardegna, dove ha casa vicino alla Costa Smeralda.

Come sono solito fare, per capire la nascita di un album così denso di riferimenti stilistici ed emozionali ho deciso di fare quattro chiacchiere con loro. Abbiamo parlato del disco e, poi, siamo finiti, come dei ragazzini alle loro prime scoperte musicali, a raccontarci di questo o quell’altro artista, della musica che si ascoltava e di quella che si sta ascoltando, delle abilità di certi musicisti di fare più cose contemporaneamente sul palco… Insomma, tre amici al bar davanti a una birra e con l’entusiasmo per la stessa passione.

Parto subito diretto: cosa rappresenta per voi Animas?
Beppe – «Quello che noi siamo. Dentro al disco c’è tutta la mia esperienza, ci sono vari generi musicali che mi piacciono. Raoul viene da studi classici, io dalla musica leggera. Ho studiato lirica per qualche anno e poi ho virato verso il pop. Insieme, con le nostre differenze, ci divertiamo tantissimo. Le nostre anime si divertono. Questo è un progetto studiato apposta per il palco, il live. Abbiamo deciso di metterlo anche su un supporto meccanografico con l’idea di “archiviare” questo lavoro, lasciarne traccia. Fino a qualche anno fa suonavamo in un gruppo i Dolmen Project, in quattro più una performer coreografica. Poi, come spesso accade nelle band, siamo rimasti in due. Raoul a Cagliari, io a Sassari e per suonare ci siamo trovati a metà strada, a Oristano!».

Avete fuso parecchi generi musicali, dal folk al prog…
Raoul – «I generi mi (ci) stanno stretti. Sono molti quelli che ci dicono: “Musicalmente non riusciamo a collocarvi”. Sono cresciuto con il progressive, il Rock e le radici folk dell’arpa, quindi, celtiche e sudamericane. Sono comasco di nascita e crescita ma in Sardegna ho trovato un terreno prolifico per la musica che voglio fare e collaborazioni meravigliose».

A proposito di di Sardegna, perché quest’isola vanta così tanti musicisti e di varie estrazioni?
Beppe – «Perché è un territorio adatto a liberarsi da tante costruzioni mentali. Qui c’è un’apertura totale alle connessioni e posso esprimere tutto quello che ho imparato. Con Raoul abbiamo deciso di far uscire qui la nostra creatività. Suonando in mezzo alla gente. Nel progetto live S’Incantu ‘e Sas Cordas, diventato un album (2019, ndr), ho lavorato su vari linguaggi per la vocalità. In S’incantu I e II il testo non ha significato, sono frasi inventate, parole in diverse lingue che mi interessava inserire per ottenere un determinato ambiente sonoro della voce».
Raoul – «Nel nostro lavoro, nei live c’è tanta improvvisazione anche in pezzi con strutture ben definite. Ci riserviamo dei momenti “liberi”, che poi è la filosofia che sta alla base del jazz. Per esempio, il brano di Gabriel, Battordicchi Pinturas Nieddas, non lo facciamo mai uguale dal vivo. Nel disco c’è l’intervento dei cori dei Tenores di Bitti e di Lorenzo Pierobon, sul palco il brano si svuota, c’è solo l’arpa, la chitarra e la voce di Beppe, si dà più spazio ai silenzi».

Quindi Animas è un lavoro di sottrazione?
Raoul – «Effettivamente con le collaborazioni ci è sfuggita la mano, abbiamo invitato tanti artisti, amici, lasciandoli liberi di esprimersi e l’album è ricco di tutto ciò».
Beppe – «C’è molta introspezione in Animas. Ci siamo tenuti sulle note bordone sulle quali appoggiare e giostrare armonie in quella tonalità che è madre e padre».

Beppe Dettori e Raoul Moretti – Foto Claudio Muzzetto – PHOTO&PANO

Beppe tu lavori molto anche sul canto diatonico…
«Più che diatonico, è difonico. Il canto armonico mi appassiona molto, l’ho studiato e continuo a farlo. Può sembrare di origine orientale, in realtà, da oltre 4mila anni si usa anche in Europa: i canti nuragici esistevano già duemila anni prima di Cristo. D’altronde la struttura del canto a tenore (inserito nell’Unesco tra i Patrimoni orali e immateriali, ndr) non è altro che il tentativo di connettersi alla natura attraverso le imitazioni dei tre animali importanti per la vita dell’uomo in migliaia di anni, su bassu, un suono baritonale, gutturale che rappresenta il bue, sa contra, il contralto, la quinta sotto, è il verso del muflone, mentre sa mesu oghe, la mezza voce, il belato dell’agnello.  Il pastore è la voce solista, su tenore, quella che dà il senso al motivo. Di solito è una poesia, non necessariamente scritta, può essere anche di tradizione orale. Il solista ha il potere di scegliere lo stile (da ballo, d’ascolto, di musica sacra), sempre comunque connesso con la natura. Il muggito del bue è dato da un uso delle false corde (quelle di cui si servono anche i monaci tibetani o le versioni growl del metal, ndr).

Raoul, curiosità mia, come ti sei appassionato all’arpa?
«È stato puramente casuale. In realtà agli inizi degli anni Novanta l’arpa aveva ben poca diffusione, soprattutto tra gli studenti maschi del conservatorio. Avevo cominciato, infatti, con il pianoforte. Quando si trattò di scegliere l’altro strumento di studio obbligatorio, qualcuno mi suggerì di mettere l’arpa perché pochissimi la seguivano. Grazie ai miei insegnanti mi sono appassionato al punto di farlo diventare il mio strumento di studio principale e, poco a poco, abbandonare il pianoforte. Durante il percorso accademico ho iniziato a vederlo come uno strumento dalla grandi possibilità anche fuori dai canoni orchestrali. Infatti, con i miei amici,  suonavo rock con l’arpa. È stato lì che mi sono interessato all’arpa elettrica. Ho passato notti a casa di Francesco Zitello, un grandissimo arpista, ascoltando e suonando. Negli ultimi anni il nostro strumento sta prendendo sempre più visibilità». «Usa il distorsore!», interviene Beppe. E continua: «E poi fa lo slide con un cacciavite, potrei raccontartene tante su Raoul e l’arpa…». (Raoul ride e continua): «Con l’arpa elettrica faccio assoli simili o uguali a quelli della chitarra elettrica, spesso uso anche l’archetto per suonarla…».

Ditemi a quale brano di Animas siete più affezionati…
Beppe – «Non è semplice, però, fammi pensare… beh, credo sia Figiura’, dove ha collaborato Franco Mussida. È uno sfogo consapevole su cosa siano la vita e la morte. L’ho scritta in un periodo particolare della mia vita. Con il Covid ho perso una sorella, ho così riflettuto sulla perdita, sul vuoto che rimane, ho cercato di farmene una ragione. Un altro brano, che è collegato al precedente, è Eziopatogenesi, tecnicamente lo studio delle cause di una malattia e di come questa si manifesta, un gioco ironico per vincere la paura di ammalarsi. Come venirne a capo? Affidarsi alla medicina allopatica o ai rimedi omeopatici? Ognuno reagisce a suo modo. Abbiamo voluto esorcizzare tutti questi timori quanto mai attuali».
Raoul – «Difficile dire quale brano preferisco, ognuno ha avuto la sua genesi. Se Beppe è legato al contenuto di Figiura’ ed Eziopatogenesi, io lo sono per questi due brani a livello musicale, alla partitura. La prima nasce da un tema di un brano solista che ho improvvisato sul palco durante un concerto».

Che musica state ascoltando in questo momento?
Beppe – «Bella domanda! Posso risponderti che ho avuto modo di incontrare Ambrogio Sparagna (musicista importantissimo non solo in Italia per i suoi studi sulla musica popolare, ndr). Il suo ultimo lavoro, un cd book realizzato per i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri dal titolo Convivio – Dante e i cantori popolari, è molto interessante. Ha preso alcune terzine, quelle più conosciute della Divina Commedia, facendole cantare da voci “estreme” come quelle di Raffaello Simeoni e Anna Rita Colaianni, messa in musica dai solisti dell’Orchestra Popolare Italiana dell’Auditorium Parco della Musica di Roma (c’è anche un prezioso intervento di Francesco De Gregori, ndr). Poi c’è il messicano Israel Varela, batterista e pianista che collabora con la cantante italiana Serena Brancale, c’è tanto flamenco e tanto jazz. Poi, continuo ad ascoltare Peter Gabriel e Nusrat Fateh Ali Khan, quest’ultimo mi ricorda quanto circolare sia la musica…»”.
Raoul – «Tra i miei ascolti c’è sempre Peter Gabriel! Ora sto interessandomi a progetti provenienti dalla Scandinavia, con una virata ad autori italiani. Vabbè te lo rivelo: tutti ciò perché Beppe mi sta convincendo/costringendo a cantare!».

Crocodile Rock: musica e animali nel libro di Ezio Guaitamacchi e Antonio Bacciocchi

Ho acquistato un libro uscito qualche giorno fa per Hoepli. Si intitola Crocodile Rock e gli autori sono due conoscenze solide per chi ama la musica, Ezio Guaitamacchi, musicologo, musicista, entertainer, un decano del giornalismo musicale (come si legge nella terza di copertina) e direttore della collana musicale della stessa Hoepli, e Antonio Bacciocchi, scrittore, musicista e blogger, batterista rock con l’aplomb del mitico Charlie Watts.

Entrambi hanno in comune la passione per il rock e per gli animali, Ezio con i suoi tre cagnolini, Dylan Joni e Taylor, e Antonio con il suo pastore tedesco Grimm. I loro compagni a quattro zampe amano la musica e il rock. Anch’io ho una piccola amica, Lili, che è la mia ombra da tredici anni. Lavoro ascoltando musica, sempre. Lei, accoccolata sul cuscino ai miei piedi, ascolta, occhi aperti, tutto…tranne il rap. Che ci volete fare… frequenze disturbanti per il suo udito.

Ma torniamo al libro. Oggi alle 16 i due autori lo presenteranno a Milano alla Cascina Nascosta, parco Sempione. Chi vorrà venire – e vi consiglio di esserci – potrà portare i suoi animali di compagnia. Un bell’inizio! Il libro, che ho letto d’un fiato, è talmente ricco di aneddoti, storie, curiosità che ti attrae e non ti molla. Diviso in sei parti, con una preziosa prefazione di Laurie Anderson, spiega il rapporto tra musica e natura, l’evoluzione umana e animale attraverso il suono come comunicazione principale. Quindi, passa a storie che legano artisti ad animali, brani che hanno fatto la storia del Rock legati a cani, gatti, persino pappagalli, ma anche rocker impegnati nelle battaglie per le preservazione delle specie, e tante amenità dove, per esempio, zio Ozzy (Osbourne, ovvio!) entra di diritto… 

Ho intervistato via streaming i due autori, ci siamo fatti una gran bella chiacchierata…

Come vi è venuto in mente di creare Crocodile Rock?
Ezio – «È nato tutto un paio di anni fa nel mio studio, qui in Hoepli. Antonio era venuto per propormi alcuni titoli che, sinceramente, non erano compatibili con la mia collana. Lui, con la coda tra le gambe – per rimanere in tema – si stava avviando verso la porta dell’ufficio, quando Joni (prende in braccio una cagnolina bianca e me la presenta, ndr) e il suo fratellino Taylor gli si sono avvicinati per annusarlo (Antonio, da sempre ha avuto cani). Lui si è fermato, e ha giocato il jolly che le aveva raccomandato sua moglie Rita: “Ho raccolto un sacco di informazioni, di dati, di storie sul rapporto tra musica e animali. Ti può interessare?”. L’ho guardato e in un attimo eravamo seduti a parlarne! Il libro è, dunque, una sua idea, lui ha raccolto tutto il materiale, io mi sono limitato a fare il regista, che poi è il lavoro che faccio come direttore di collana. Però mi ha tirato dentro perché, in tempi andati, nel 1990 e 1991 ho organizzato a Milano un festival che si chiamava Musica&Natura sotto l’egida di Greenpeace, ero anche nel consiglio direttivo dell’ong. Ho fatto in modo che oltre a tutto il materiale che aveva raccolto Antonio ci fosse anche una parte sulle origini del suono. Non ce lo ricordiamo spesso, ma l’uomo ha imparato a cantare, suonare,  addirittura a parlare imitando il canto degli uccelli, l’incedere del galoppo dei cavalli… Ho cercato di selezionare le informazioni di Tony e di trasformarle in storie. A un certo punto Antonio mi ha detto una cosa molto carina: “Il libro ha preso una piega giusta anche grazie a te ed è corretto che tu sia coautore e non solo il curatore”».

Antonio – «Confermo tutto! Sono stati due anni di lavoro quasi quotidiano, il materiale era tantissimo e di svariata natura. Ne trovavo di nuovo che a sua volta mi rimandava ad altro. Era necessario un regista, che Ezio ha fatto benissimo. C’era talmente tanto materiale da pubblicare due o tre libri. E poi, essendo nato, cresciuto, e vivo tuttora, nella campagna piacentina, da sempre ho avuto animali domestici e, ultimamente anche non, visto che nel mio paesino si sono affacciati cinghiali, caprioli e anche un lupo. Essendo un musicista, appassionato di musica è stato naturale accostare le due cose. Lo spunto finale me l’ha dato mia moglie, all’inizio pensavo fosse banale, ma solo apparentemente. In realtà, oltre a quello che ha detto ora Ezio, nel libro si va ad approfondire anche quegli artisti che hanno preso spunto per le loro canzoni dai loro animali. Ci sono brani dedicati ai loro animali, spesso li hanno riportati anche in copertina, mentre altri hanno utilizzato l’animale come metafora per significare qualcosa di molto più profondo. Ad esempio, Blackbird dei Beatles: sembra dedicata a un uccello che vola, ma in realtà Paul McCartney l’aveva composta per supportare  i diritti civili degli afroamericani nel 1968».

Il titolo del libro richiama un brano famosissimo di Elton John…
Ezio – «Rimanendo su quanto stava dicendo Antonio, Crocodile Rock, è metaforico. Nel senso che è un atto d’amore di Elton al Rock delle origini. In quegli anni, nei Cinquanta, i musicisti jazz tra loro si chiamavano Alligator, c’era la famosa frase, un saluto, See you later allegator con la risposta In awhile crocodile! Il titolo del libro è evocativo, ma il sottotitolo è sufficientemente chiaro (storie aneddoti, curiosità e tutto ciò che unisce musica e animali, ndr) e senza suonare presuntuosi, credo non esista nessun libro al mondo che racconti tutte le connessioni tra musica e animali in un modo così completo. Grazie ad Antonio anch’io ho scoperto molte cose interessanti. Non sapevo che i Ragni di Marte di David Bowie in realtà sono stati ispirati a un evento accaduto in Italia negli anni Cinquanta, o che il cagnolino di Dolly Parton le ha salvato la vita, o che il gatto che è in copertina di fianco a Carol King in Tapestry, un album che ha segnato tutti noi e che fu un best seller pazzesco – per anni è stato il più venduto della storia – fosse comparso lì per caso mentre il fotografo stava scattando!».

Antonio – A proposito di ricerca: molto è stato fatto incrociando dati su internet, ma abbiamo dovuto affidarci molto alla nostra memoria, magari ricordandoci di aver letto qualcosa, relegato in un angolo di un libro o in una copertina di un disco. Insomma, un lungo lavoro deduttivo».

Ezio Guaitamacchi

Tra le tante narrazioni di questo libro, mi avete fatto ricordare di quel disco incredibile, Song Of The Humpback Whale, il canto delle megattere registrato da Roger Payne, ricercatore bioacustico, negli anni Sessanta…
Ezio – Mi fa molto piacere che tu abbia nominato Payne e il suo esperimento, perché mi permette di parlare di un musicista, Paul Winter, un sassofonista che ho avuto l’onore di conoscere quando lo feci venire in Italia per quel festival che avevo organizzato. Lo portai anche in Rai, opsite in un programma di Mino Damato, Alla ricerca dell’Arca. Con Stan Getz è stato il primo a fondere la musica brasiliana con il jazz. Dopo aver ascoltato le registrazione di Roger Payne, fondò un’etichetta chiamata Living Music, dove mise in piedi dei veri e propri duetti tra il suo sax soprano e il canto delle balene, l’ululato dei lupi, il barrito degli elefanti. Poi aggiunse una band, il Paul Winter Consort, da cui poi nacquero gli Oregon, Ralph Towner, Paul McCandless erano suoi musicisti. L’ho ascoltato anch’io il canto delle balene, attraverso un sonar in una nave di Greenpeace nelle acque bellissime della Hawaii: è struggente. Gli studi di Payne e di altri scienziati hanno dimostrato che la struttura dei canti delle megattere è clamorosamente uguale a quelle dell’uomo. Per la prima presentazione del libro alla Cascina Nascosta seduto sul divano con mia moglie stavo cercando al computer canti di balena da proporre. Il mio cagnolino Taylor ha drizzato le orecchie e s’è messo all’ascolto con interesse. Mia moglie, che è molto più esoterica di me, ha trovato in questo comportamento un linguaggio universale, io credo che sia una questione di frequenze…».

Veniamo alla prefazione di Laurie Anderson. Lei parla della sua esperienza e di quella di Lou Reed con la trovatella Lolabelle…
Ezio – «È stato un privilegio la sua testimonianza. Un altro mio cagnolino che non c’è più aveva partecipato al suo Concerto per Cani che da anni porta nei palchi di tutto il mondo. È stato incredibile. Laurie ha la capacità di provocare reazioni negli animali che sono uniche, ti trasmettono poi, a loro volta, come ascoltatore e auditore, emozioni incredibili».

Il libro, oltre a queste esperienze profonde ha anche molti aspetti divertenti…
Antonio – «Esatto, ci sono tanti aneddoti semplicemente curiosi e anche buffi. Sono un mezzo per fare propedeutica ed educazione: chi si accosta alla lettura per passare qualche ora in modo leggero o perché è appassionato di animali, trova anche elementi più “seri” come ad esempio Paul Winter e la sua musica, o dischi di cui non aveva mai sentito parlare. Sarebbe bello trascinare il lettore nel nostro mondo magico della musica in cui siamo persi da decenni».

Insomma, alla scoperta della musica attraverso gli animali e viceversa…
Ezio – «Ho scoperto, per esempio, che una delle canzoni più famose sugli animali, Nella Vecchia Fattoria, ce la ricordiamo cantata magistralmente dal Quartetto Cetra, e credo si insegni ancora oggi all’asilo, è stata cantata da Ella Fitzgerald, Frank Sinatra (il titolo originale era Old MacDonald Had A Farm, ndr) o Elvis Presley, in un rock’n’roll eccezionale».

Antonio Bacciocchi

Venendo agli animali: fanno musica, ma l’uomo si è servito di loro anche per farli diventare strumenti musicali…
Ezio – «Certo! Pensa alle api. Sono stati costruiti strumenti per imitare il loro ronzio. Ma l’uomo da sempre ha anche usato gli animali per costruirsi strumenti musicali. Considera le pelli per i tamburi, le conchiglie che vengono usate per strumenti a fiato, i crini di cavallo per gli archetti del violino. Li abbiamo chiusi in un box, perché entriamo in un altro mondo, l’organologia, che non era il tema di questo libro. L’uomo continua ad avere rapporti quotidiani con il mondo della natura colori, odori, suoni che essa stessa produce. Mi ricordo, non l’ho inserito nel libro, un’avventura nella foresta amazzonica. C’era la guida che parlava una lingua a me sconosciuta, con qualche parola spagnola e inglese. Era una “caccia alla tarantola”, così l’aveva definita. Sembravamo dentro un episodio di X-Files con quelle torce in mezzo agli alberi, nel buio più assoluto. La guida ci fece capire di spegnere le torce e rimanere in silenzio. Per fortuna avevo un registratore: nella notte nera ho ascoltato eregistrato un concerto di suoni di ogni tipo, un’emozione che non dimenticherò mai più».

Antonio – «Sempre a proposito del rapporto scienza-musica-animali, la scienza ha restituito alla musica attraverso gli animali un certo favore: anche se si tratta di molluschi, fossili, forme di vita minuscole, animali non particolarmente nobili, ma che portano il nome latino di David Bowie, Mark Knopfler, un paio di vermi sono dedicati a Guccini. Penso che per un musicista sapere che c’è una forma vivente a lui dedicata sia piuttosto appagante».

Ezio – «Credo che più che per il musicista lo sia per la musica, soprattutto Rock. Fa capire come questa forma di arte che spesso è stata considerata controcultura o, peggio, una sottocultura, anche attraverso gli esempi fatti da Antonio, a una medusa che porta il nome di Frank Zappa o una vespa quello di Beyoncé, fra trecento anni si parlerà di questi personaggi come delle grandi eccellenze della razza umana alla stregua di Beethoven o Mozart».

Interessante, anche perché gli animali sono stati usati volontariamente o meno come mezzi nelle performance di artisti. Vedi il famoso pipistrello addentato da Ozzy che lo credeva un animale di plastica, o il pollo lanciato verso il pubblico da Alice Cooper che fece una fine tragica…
Antonio – «Nel libro ricordiamo gli ZZTop che avevano organizzato una serie di concerti dove volevano rappresentare il Texas, stato da dove provenivano. Oltre a cactus e rocce si portarono dietro serpenti a sonagli, bisonti e altre specie animali. Il che fu tutto molto spettacolare ma problematico da gestire, oltre ai musicisti, che a quei tempi ci davano dentro, c’erano anche gli altri animali!»

Siete vegetariani o vegani?
Ezio – «Ammetto di no, ho grande rispetto e stima per chi lo fa. Cerco semplicemente di fare una dieta il più possibile morigerata. Non fumo più non prendo droghe non ho mai bevuto e faccio sport».

Sei perfetto Ezio!
«Quasi, quasi… Se mi togli anche lo sport sarei rovinato! Devo dire che a volte me lo chiedo, e la frase che ricorre nel libro di Paul McCartney: “Se i mattatoi avessero le pareti trasparenti nessuno mangerebbe più carne” fa riflettere. Avendo frequentato anni fa il mondo no profit rimasi molto colpito dal trattamento industriale riservato al mondo animale. Non è più il tempo delle caverne, mors tua vita mea. Allo stesso modo non mi piacciono quelli che colpevolizzano».

Antonio – «Sono stato macrobiotico e vegetariano per un periodo. Vivendo in pianura Padana se tu non assaggi i salumi vieni crocefisso. Per cui, cerco di evitare il consumo di carne, ma non sono rigoroso. Non ho mai fumato, mai preso droghe, faccio sport, infatti mi vedi così magro perché, te lo dico, lo sport fa malissimo!».

Interviste: Cabruja, la calda voce della malinconia

Mi è capitato tra le mani il primo disco di un artista che di professione fa il professore di scienze. È venezuelano, ma vive a Genova dal 2004, da quando è arrivato, con una fresca laurea in biologia ottenuta alla Universidad Simón Bolívar di Caracas, per frequentare un dottorato in microbiologia molecolare. Si chiama Eduardo Losada Cabruja ed è nato nella capitale venezuelana il 30 novembre del 1979. Testa rasata, un barbone scuro che, apparentemente, può incutere un certo timore, è in realtà un uomo aperto, solare, sorridente, loquace. Così l’ho inquadrato. Lui, invece, si vede chiuso, riflessivo, malinconico, tutto l’opposto di come si presenta. Lo incontro via Zoom. Veste una t-shirt con una scritta luccicante che dichiara un po’ il suo essere: Anxiety! «La metto sempre quando i miei studenti hanno verifica, è diventato un gioco!», scherza.

Eduardo ha pubblicato il suo primo album dal titolo Cabruja, il suo cognome, che però si presta a varie accezioni. Spiega Eduardo: «In Venezuela il secondo cognome è quello della madre, ed è il più importante. Mio padre è mancato 20 anni fa e con mia madre ho un legame fortissimo. Noi Cabruja siamo collegati all’arte, mia sorella è un’artista plastica, mio zio uno scrittore. E poi bruja in spagnolo significa strega, cosa che mi attira molto…».

Sono nove pezzi, di cui due, composti da lui (Lisboa Tbilisi, seconda traccia, e La Corazonada, quinta traccia, entrambi assieme a Giancarlo Di Maria) e il resto cover di artisti, Tori Amos in testa, che ha raccolto tutti in un Pantheon dei santi musicisti protettori che includono i Portishead, Björk, i Lamb più un paio di piccoli diamanti, come Alfonsina y el Mar, canzone arcinota in Argentina (ne ho parlato l’altro giorno scrivendo del concerto di Tosca al Parenti di Milano) e un brano del venezuelano Simón Díaz, Mi Querencia, del 1974, parte della musica tradizionale del joropo llanero del Venezuela, eseguito con il quatro (la chitarra a quattro corde), l’arpa llanera, la bandola llanera (altro tipo di chitarra sempre a quattro corde) e le maracas, che Cabruja interpreta in forma molto più orchestrale quasi cinematografica, per poi esplodere, nel pasaje, in un’allegria che fa da contrappunto al fraseggio successivo di nuovo cupo e drammatico.

Tornado al nostro artista e alla sua doppia anima, forse una spiegazione c’è: è diventato adolescente negli anni Novanta, con tutto quel che ne consegue. Racconta: «Dopo gli Ottanta che sono stati tutta New Wave, dark, di una felicità halloweeniana, i Novanta hanno rappresentato una zona più grigia, cupa, l’esistenzialismo, il grunge, la malinconia, che ho evidentemente introiettato».

Se ne ve scrivo, è perché ho visto ben più di qualcosa in lui. Una gran buona voce, piena e coinvolgente, e una passione nell’eseguire cover anche famosissime, mai scontata, ma alquanto raffinata, vedi l’interpretazione di Father Lucifer di Tori Amos o quella di Gloomy Sunday, un cameo cantato dai crooner di ogni provenienza ed eseguito da altrettanti musicisti, soprattutto jazzisti, da oltre 80 anni. Il brano dell’ungherese Rezső Seress del 1933 è arricchito da un prezioso cameo di Paolo Fresu.

Eduardo, innanzitutto, perché sei finito a Genova?
«Una volta laureato, volevo continuare a studiare fuori dal Venezuela. Mi sono sempre sentito un “esterofilo”, uno che ha voluto sempre andare “oltre”. Sono arrivato a Genova per fare il dottorato ed è lì che ho capito che la ricerca non faceva per me. Per farla bisogna avere testa e molta disciplina, qualità che non ho…».

Comunque, sei rimasto sempre nel campo delle scienze
«Insegno scienze in lingua spagnola in un liceo linguistico di Genova. Da molti anni faccio il divulgatore scientifico al Festival della Scienza, dieci giorni di incontri, scambi, approfondimenti, dove si incontra molta gente interessante».

E la passione per il canto e la musica?
«L’ho avuta da sempre, fin da piccolo, praticamente mi esprimevo cantando, ma non sapevo di aver la possibilità di farlo in un modo più strutturato. A Genova mi sono inserito in un coro. In una delle edizioni del Festival della Scienza, ho conosciuto due scienziati-divulgatori che sapevano suonare. Parlando insieme, abbiamo deciso di creare un “gruppetto” per esibirci nei giorni dell’evento. Ormai lo facciamo da anni, ed è molto divertente. Siamo una cover band con un repertorio bello vasto, che spazia David Bowie agli Smiths, da Harry Belafonte a Compay Segundo».

Come sei finito in una sala di registrazione?
«Due anni fa ho conosciuto Raul Girotti (musicista, producer e anima dell’Over Studio Recording di Cento, Ferrara, ndr). Mi aveva proposto l’uscita di un Ep di cover, che poi, grazie anche al lockdown, periodo in cui ho composto i due brani inediti contenuti nel disco, è diventato un vero e proprio album…».

Su Gloomy Sunday c’è anche un intervento di Paolo Fresu…
«Fresu era all’Over Studio per l’incisione di un disco. Con Raul avevamo già completato alcune demo dei brani. Raul li ha fatti ascoltare a Fresu e lui ha accettato di ricamare, proprio su Gloomy Sunday, una sua improvvisazione. Mi ha colpito molto il valore che un artista già molto famoso a affermato ha manifestato a un emergente, uno sconosciuto, un signor nessuno».

Ritorno ancora sul tema malinconia, perché hai scelto brani particolarmente tristi? In due, Gloomy Sunday e Alfonsina y el Mar, il tema è il suicidio…
«Non sono una persona con tendenze suicide! Ho avuto amici che ci hanno provato, altri che ci sono riusciti… Credo, però, che il suicidio sia un atto profondamente coraggioso, e anche un diritto. Non chiediamo di vivere, l’unica cosa che possiamo permetterci è smettere di vivere. Ho grande rispetto per le persone che scelgono di non vivere più, e sto parlando del diritto al fine vita…».

Ma tu, apparentemente, sei una persona solare!
«Non ho mai sopportato essere definito solare, anche se, in realtà, sono uno che interagisce, molto, parla, conosce persone, ha quella esotica e latina gioia che viene naturale. Sono nato in America Latina! Però in me c’è una malinconia strutturata. Mia nonna diceva sempre “La procesión va por dentro”, e aveva ragione. E anche la mia dimensione musicale è così. Mi piacciono di Radiohead, Björk, Tori Amos (la adoro, e quando viene in Europa scappo a vederla). Tori è stata importante nella mia adolescenza. Ammetto che quando parlo di lei divento un po’ bimbominkia, anche se tra pochi giorni compio 42 anni!».

La Corazonada, uno dei brani composti da te e da Giancarlo Di Maria parla di Caracas, la tua città…
«Sono sei anni che non vado più in Venezuela. Ho tutti i parenti lì, c’è mia mamma. Non ho amici, quelli che avevo se ne sono andati, come me, chi in Germania, chi in Cile, Colombia, Messico, Stati Uniti. Il brano parla di Caracas, è un testo molto angosciante che racconta l’ansia di vivere nel caos e nella paura di sapere che, in un giorno qualsiasi, la madre si può svegliare e non vedere più suo figlio o viceversa. Vivo una specie di lutto per la mia città. Sì, noi che abitiamo fuori dal Venezuela e dalla sua capitale non sentiamo saudade ma siamo perennemente in lutto. È duro ricordarsi la mia adolescenza a Caracas, una città gioiosa, e vedere che è diventata una città morta».

Tosca, che emozionante viaggio nella musica!

Assistere a un concerto di Tosca è una garanzia, sai che vai a colpo sicuro. Hai bisogno di bellezza, emozioni, sogni? Ebbene, seduto in una delle poltroncine di un teatro, ovunque ti trovi, da Milano a Rio de Janeiro, sai che avrai tutto ciò in dono. Tosca, con i suoi 24 anni di carriera, è un’artista completa come pochi in Italia. Studio, interesse, passione, ne fanno un libro di bravura e arte da cui attingere a piene mani.

Ieri sera ero al Teatro Parenti di Milano, sold out, pazientemente in fila per mostrare il Green Pass e il mio biglietto. Con me, Sonia, la mia insostituibile compagna di vita che, essendo brasiliana e amante della MPB, non vedeva l’ora di ascoltarla, conoscendo la predilezione della mitica Tiziana Tosca Donati ad attingere versi e note da quel Brasile che ha ispirato artisti di tutto il mondo.

E così è stato. Un gran bel viaggio nella musica, dove c’è stato spazio per i brani contenuti nel disco Morabeza uscito il 14 febbraio 2020, più altri sempre scelti con cura in una sorta di colpi di scena, dove allegria, tristezza, riflessioni danno ritmo allo spettacolo diretto da Massimo Venturiello con l’accattivante scenografia di Alessandro Chiti, sotto la direzione artistica di Joe Barbieri, uno dei miei artisti italiani preferiti.

Il viaggio di Tosca ha i suoi compagni, musicisti di prim’ordine – e non potrebbe essere altrimenti – che oltre a suonare divinamente bene, cantano, duettano, in un percorso dove l’orizzonte è sempre la buona musica. C’è la triestina Giovanna Famulari al violoncello, pianoforte e voce, vero portento, il chitarrista romano Massimo De Lorenzi che ha dato vita a samba e bossa nova magici, la pugliese Elisabetta Pasquale al contrabbasso, cavaquinho e voce, il calabrese Luca Scorziello eclettico, esplosivo e “soffice” alla batteria e Fabia Salvucci alle percussioni e voce, ex allieva di Tosca, nel corso di alta formazione professionale di canto dell’Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini. Intervento anche di Pietro Cantarelli, docente di Arrangiamento alle Officine, che con Tosca ha eseguito Ho amato tutto, brano da lui composto e arrangiato.

Così tra atmosfere tunisine e nordafricane, batucadas brasileiras e chitarre portoghesi, con escursioni in Francia, nel folklore rumeno e nella musica gitana, lo spettatore è partito per un viaggio onirico, di grandi emozioni, condotto da Tosca – e da quella voce ricca di sensazioni – che, nel corso dello spettacolo, cede ai sui colleghi di palco assoli da brividi.

Dai canti festosi zaghroutah delle donne mediorientali, al nuovo fado portoghese di Luísa Sobral (artista che in Morabeza disco canta con Tosca Un Giorno in Più), fino a una splendida versione di Alfonsina y el Mar, brano conosciutissimo in Argentina, scritto da Ariel Ramirez e Felix Luna, reso famoso da Mercedes Sosa nel 1969, eseguito solo con voce, battito di mani e un tavolino attorno al quale erano seduti tutti i musicisti, usato come percussione, il viaggio continua nelle atmosfere care a Joe Barbieri. Ho apprezzato molto Cosmonauta d’appartamento – brano del compositore napoletano che dà il titolo all’album omonimo del 2015, nel disco suonato con un mito del bandolim, Hamilton de Hollanda – un samba-choro che invitava al ballo…

Un paio d’ore di bella musica come non si ascoltava da tempo. Da vedere assolutamente!

Tra poche ore il Morabeza a Teatro si esibirà a Pavia al Teatro Fraschini, per spostarsi poi a Fasano (BR) il 13, a Bari il 14 e il 15, a Strasburgo il 25, a Sassari il 29 e a Messina il 3 dicembre. Info sul sito internet di Tosca.