Maurizio Solieri, Rock da… Resurrection

Tra le tante domande che mi pongo sulla musica, ce n’è una a cui decisamente dare una risposta è alquanto complicato: il Rock è morto? Se lo si chiede a chi lo suona da sessant’anni – vedi i Rolling Stones – ti risponderà lapidariamente con un “no” secco, senza replica, lo stesso dicasi per chi oggi lavora pensando di suonare rock che in realtà è qualcosa d’altro (sarebbe necessario aprire un capitolo su come viene fatta la catalogazione nella musica in streaming…). Se, invece, interroghi uno come me che vede il Rock come un genere temporale che ha avuto il suo apice tra gli anni Sessanta e i primi anni Ottanta, la risposta non può essere che “sì”. Quello che è venuto dopo, è figlio spurio di quel genere che rimane scolpito nella pietra come i dieci comandamenti. Come sempre, non tutto è bianco o nero, esiste una gamma di colori che ci passano in mezzo. C’è, dunque, della verità in entrambe le risposte. 

Mi è venuta in mente questa domanda ascoltando l’ultimo album di un grande chitarrista italiano, uno dei virtuosi del Rock nazionale (e non solo), Maurizio Solieri. Sì, proprio “quel” Solieri, legato indissolubilmente alla carriera artistica di Vasco Rossi, ma anche autore e protagonista della Steve Rogers Band e ora in missione per conto degli assoli con la SolieriGang.

Un mese fa, proprio con la sua band, ha pubblicato Resurrection, disco di grande impatto, galvanizzante e in un certo qual modo “puro” nella miglior accezione del termine. Un lavoro che passa in rassegna il grande Rock – e vedi che si finisce sempre là – con brani composti dallo stesso musicista, con la partecipazione di bei nomi del rock italico, da Maurizio Luppi a Lorenzo Campani. Alla batteria il figlio Eric, musicista che ha il suo ideale punto di riferimento nel segaligno Tom Aldrige, mitico batterista degli Whitesnake (e non solo).

Un omaggio al Rock, quello vero, con riferimenti espliciti alle passioni del chitarrista modenese. Per esempio, nel pezzo d’apertura Rock’n’Roll Heaven, brano nato di getto dopo la morte di Eddie Van Halen, scritto nello stile del mago di Jump, c’è spazio anche per un omaggio di poche battute ai Beatles di Twist and Shout… Nel brano Maurizio si immagina il paradiso dei rocker dove Stevie Ray Vaughan, David Bowie, Eddie Van Halen, Amy Winehouse, Janis Joplin, Jimi Hendrix, Chuck Berry e tanti altri se la spassano cantando, suonando e bevendo.

In Jimmy, scritto da Solieri nel 1996, una ballad in classico stile Dire Straits, il tocco alla Knoplfer si sente e si apprezza. In I Didn’t Know i passaggi “etnici” della chitarre richiamano i Led Zeppelin, mentre in While The Lights Go Down, c’è un assolo di Hammond da manuale, omaggio al grande Jon Lord dei Deep Purple… E mentre Resurrection è un esplosivo hard rock nella miglior tradizione, con una batteria che batte sempre appoggiata come se non ci fosse un domani, incisi melodici ricamati dalla chitarra di Maurizio, e la voce solida di Luppi, in Sei Già qui cantata da Lorenzo Campani si risentono le melodie “classiche” del periodo Vasco, quelle che Solieri ha profuso a piene mani, vedi Canzone, Dormi, Dormi, C’è chi dice no, Lo Show, Ridere di Te

Maurizio, ma il rock è morto?
«Niente affatto, è vivo e vegeto! Non certo in Italia, sui media passa poco. Il Rock e le sue declinazioni in generi vivono bene in tutto il mondo…».

Quindi anche i Måneskin sono Rock?
«Certo, fanno un Rock semplice che si rifà alle melodie di Iggy Pop e degli Stooges. Questi ragazzi non sono affatto stupidi! Hanno passato anni a studiare, a crearsi un’identità».

Cosa pensi delle dichiarazioni di Steven Wilson dei Porcupine Tree riguardo ai Måneskin?
«Steven Wilson è un nerd non un rocker. Sicuramente sul mercato c’è di meglio dei Måneskin, ma se Mick Jagger li ha voluti ad aprire un concerto dei Rolling Stones significa che hanno un peso, e sono contento per loro. Nel panorama musicale italiano attuale, lasciando da parte il Rock, ci sono personaggi che si rifanno ai grandi cantautori, per esempio a De Gregori. Musicalmente, però, non sono granché. Poi ci sono i ragazzetti tipo Tananai che piacciono alle quattordicenni e su Tik Tok hanno un gran successo…».

Ma di sostanza artistica ce n’è poca…
«I giovani fruitori dei social entrano in simbiosi con i loro beniamini e capiscono che possono diventare così anche loro. Puoi diventare una star in sei mesi».

Per questo sono meteore, spesso non sanno né cantare né suonare…
«Per emergere ci vuole talento e applicazione. Con Vasco ci abbiamo messo anni e anni. Avevamo un pubblico che ci seguiva, all’inizio qualche decina di persone, c’era la curiosità di sapere chi fossero quei strani tipi lì sul palco. Per farti una cultura musicale devi aver l’interesse, tanta voglia».

Vieni da una famiglia “musicale”?
«La mia è una famiglia tradizionale, mio padre era medico, ho frequentato il liceo classico, ho seguito all’inizio quella che per i miei doveva essere il mio lavoro, fare il medico. Sono stato l’unico che ha fatto, invece, una carriera diversa: volevo suonare, fare il musicista. C’è stato l’incontro con Vasco nella sua radio a Zocca, dove lavoravo per pagarmi l’affitto, vivere. Ricordo che mio fratello nei primi anni Cinquanta era stato mandato a studiare negli Stati Uniti e, quando tornò, portò con sé i dischi di Chuck Barry ed Elvis, bellissimi! In casa si ascoltava molto Mina, Celentano: ai tempi in Italia c’era un buon Rock».

Foto Raffaele Godi

Poi negli anni Sessanta c’è stata la British Invasion…
«Che ha raggiunto anche l’Italia. Dall’Inghilterra partivano vagonate di musicisti diretti negli Usa. Quando il mercato negli States cominciò a saturarsi, arrivarono qui in Italia. A 16 anni a Riccione ho ascoltato molte band inglesi, tutte molto brave. Spesso non sapevamo nemmeno come si chiamassero. Ho scoperto titoli di canzoni ed esecutori anni dopo. In quegli anni mi sono visto grandi concerti, Deep Purple, Jethro Tull, Jimi Hendrix a Bologna quando avevo 15 anni, i Cream».

Quindi, Resurrection è un po’ tutto questo…
«Ho voluto omaggiare vari generi del Rock e tanti artisti, Van Halen, Knopfler, Clapton, Jeff Beck, numeri uno al mondo ancora oggi, a 80 anni!»

Il brano omonimo è bello tirato!
«Lo avevo nel cassetto, scritto durante la pandemia, lo stile è quello degli Aerosmith. Quando sono finiti i lockdown e i concerti sono tornati negli stadi, ho deciso di cantare la “resurrezione” della musica».

L’Emilia Romagna è un’officina musicale, rock, pop, cantautori. La vedo come la capitale del rock italico…
«In verità il Rock è nato in Lombardia, ai tempi in Emilia Romagna c’erano molti gruppi che facevano musica popolare. A Milano, invece, c’erano Eugenio Finardi, che si ispirava a un jazz-rock stile Weather Report, Alberto Camerini, un grande! Il rock in Emilia è arrivato dopo Lucio Dalla e Vasco, dopo che nacque la Fonoprint a Bologna (1976, ndr). Non c’era, insomma, quel fermento che si vedeva a Milano, qui piacevano i Queen, Bruce Springsteen, quando in Lombardia si ascoltavano Frank Zappa, il Rhythm and Blues, il Soul… Qui eravamo ancora degli schitarratori!».

Cosa ascolti oggi?
«Di tutto, molto Rock, Blues, Jazz, crossover, da Lenny Kravitz ai Led Zeppelin agli Allman Brothers Band. Ascolto chi fa bella musica, anche giovani, l’importante è che ci sia professionismo in quello che si propone».

Porterai in giro Resurrection?
«Lo spero proprio! Per ora è uscito solo in digitale, tra qualche settimana uscirà anche in Cd e vinile».

Dopo il tuo libro autobiografico scritto a quattro mani con Massimo Poggini, Questa sera Rock’n’roll: La mia vita tra un assolo e un sogno, senti l’esigenza di scrivere altro su di te?
«C’è un libro che mi piacerebbe fare, sulle mie chitarre, amplificatori, pedali. Lo ha fatto anche Jimmy Page parlando delle sue prime chitarre, un libro molto bello che ho a casa. Vorrei raccontare la mia vita artistica attraverso i miei strumenti. Ho avuto 40 chitarre, alcune le ho vendute, quelle vintage anni Cinquanta che non tenevano più l’accordatura. Molte, che uso tuttora, risalgono agli anni Settanta».

Le tue preferite?
«Sono tante! Quando suono ora porto con me una Gibson SG Custom Bianca, la Fender Stratocaster, la Gibson Les Paul. Joe Perry, chitarrista degli Aerosmith, negli anni Settanta si portava in tour settanta chitarre, muri di Marshall, pedaliere pazzesche…».

Esterno Notte, Moro e Fabio M. Capogrosso

È uscita per Edizioni Curci la colonna sonora firmata da Fabio Massimo Capogrosso, di Esterno Notte, il lungo film di Marco Bellocchio ritornato, dopo Buongiorno, Notte del 2003, ad affrontare il tema del rapimento dell’allora presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro e la strage degli uomini della sua scorta da parte delle Brigate Rosse, Oreste LeonardiDomenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi. 

Fa bene il regista piacentino a non dimenticare uno degli episodi più bui della nostra Repubblica. All’epoca del rapimento avevo 16 anni, ricordo con ansia quei giorni: dal profondo Veneto dove allora stavo, si percepiva una nebbia strisciante che saliva progressivamente e copriva tutto. L’immagine che avevo in quegli anni dell’Italia e di tutto quello che stava accadendo era quella di una palude senza fine, vista in bianco e nero, sfuocata, ansiogena.

Quelle sensazioni mi sono tornate alla mente ascoltando la musica di Capogrosso: il suono sordo  e ossessivo dei timpani a scandire il tempo, l’ansia dei violini, il crescendo delle voci in un ricongiungimento di dolore straziante del brano Requiem per via Caetani, merita più di un ascolto. Come il Valzer delle Maschere, graffiante accompagnamento sonoro a un mondo politico per nulla trasparente.

Il perugino Fabio Massimo Capogrosso, 38 anni, è autore di musica sinfonica, cameristica e teatrale. Vista l’età, non ha vissuto quei momenti ma è riuscito a renderli molto bene: «Ho provato, attraverso soprattutto l’uso di un’orchestrazione densa e ricca di colori, a esplorare in profondità le articolate dinamiche di una vicenda così drammatica, ma che al contempo presenta anche aspetti tristemente incomprensibili e grotteschi», ha dichiarato in più interviste. S’è ispirato leggendo la sceneggiatura e guardando i girati. Quasi sei ore di film, diviso in due parti presentate nei mesi scorsi al cinema, che diventeranno una serie trasmessa il prossimo autunno dalla Rai.

Fabio, è stato un lavoro molto difficile e altrettanto interessante…
«Ho sentito il classico peso sulle spalle, ma sono sfide che un artista accetta con entusiasmo. Anche perché sono sempre stato affascinato dal cinema e, soprattutto, dai lavori di Marco Bellocchio».

Quanto ti ha occupato la composizione?
«Ho lavorato anche 15/20 ore al giorno per circa un anno. Sono quasi sei ore di film e Bellocchio è un regista che non si accontenta, indaga, ragiona, riflette, cambia».

Che metodo di lavoro vi eravate dati?
«È stato un dialogo continuo con Francesca Calvelli, grandissima montatrice e compagna di Bellocchio, e con Claudio Misantoni, l’altro montatore con cui ho lavorato. Il Tema dello Stato, per esempio, è una richiesta di Marco e Francesca: lo Stato c’è, reagisce ma i tentativi risultano anche assurdi e ridicoli…».

Ascoltando i 16 brani del disco ho avvertito molto Stravinskij…
«Finalmente qualcuno che me lo dice, grazie! Te ne sei accorto: Stravinskij è uno dei miei fari nella composizione, non solo in questa colonna sonora…».

Il Valzer delle maschere ha un che di tragico nella sua apparente spensieratezza…
«È un momento grottesco della vicenda Moro. L’ho scritto su una scena molto cruda, il giuramento dei sottosegretari del nuovo governo, immediatamente dopo il rapimento del presidente DC…».

Infatti, proprio quel giorno alle Camere doveva essere presentata la fiducia al nuovo governo Andreotti, cosa che successe lo stesso pomeriggio del rapimento… Torniamo al disco: nella release digitale ci sono 16 brani, tra cui una sofisticata versione de L’Internazionale
«Ho dovuto fare una scelta perché in realtà c’è molta più musica, in totale è più di un’ora e venti minuti».

Quando componevi seguivi un ordine?
«No, il calendario delle riprese. Francesca Calvelli ha una spiccata sensibilità musicale, quindi s’è lavorato davvero molto bene, in sintonia».

Com’è stato lavorare con Bellocchio?
«Quest’occasione mi ha dato molto. Interfacciarmi con lui è stato fantastico. Alla soglia degli 83 anni, ha un grande entusiasmo, lo stesso di un bambino che scopre il mondo. Mi ha dato molto anche dal lato musicale, quindi sono cresciuto sia come uomo sia come artista».

Come è stato accolto il tuo lavoro dai tuoi colleghi?
«Ho ricevuto molti messaggi da musicisti, pochi da compositori, in verità, che mi hanno suggerito di farne una suite, un’opportunità che valuterò».

I brani dove sono stati registrati e con quale orchestra?
«A Praga, dalla Czech National Symphony Orchestra, diretta dal maestro Marek Stilec. Hanno fatto un ottimo lavoro, grazie anche a Goffredo Gibellini, grande fonico, che ha seguito tutta la parte della produzione. Insomma, un gran bel viaggio!».

Farai altre colonne sonore?
«La mia ambizione non è quella di fare altri film ma di incontrare progetti profondi con persone che hanno una visione altrettanto profonda con cui condividere un cammino. Mi è capitato più volte di dire no. Sento di potermi esprimere, ho il mio linguaggio creato con studi, fatica, applicazione».

Ne approfitto: come vedi la musica oggi?
«Viviamo in un’epoca dove, da una parte Internet ha avuto il pregio di diffondere la musica, ma dall’altra ha contribuito a creare quello che Carlo Boccadoro nel suo omonimo saggio ha definito gli analfabeti sonori».

Non c’è solo un problema di ascolti…
«Chiunque oggi può mettersi al pianoforte e dire che è un musicista, anche se non conosce la musica… È come scalare o aggirare una montagna per evitare di far fatica. Il musicista sale, se la conquista la vetta! Prendi Arvo Pärt: la sua musica è apparentemente semplice, in realtà è di una complessità assoluta».

Fabio, dunque, cosa ascolti?
«Un po’ di tutto, attualmente Baby Shark (ride, ndr), ho una figlia piccolina! Rock, reggae, il jazz mi piace da morire!».

Floriana Foti: il jazz, la Sicilia e i colori della musica

Floriana Foti – Foto di Jethro Bijleveld

Voci baciate dal sole e dalla grazia. La Sicilia, ancora una volta, mi dà la possibilità di presentare un’altra sua figlia prediletta. Si chiama Floriana Foti, è catanese, ha 37 anni e ha pubblicato poco più di un mese fa il suo primo lavoro, Seven Colors, per TRP Music.

Seven Colors sono, ovviamente, i colori dell’arcobaleno. Che nel lavoro di Floriana esplodono in tutte le loro gradazioni e combinazioni in un caleidoscopio di emozioni, passioni, amore, nostalgia, sensualità, atmosfere che riportano alla terra, al mare, a un’isola ricca di cultura e arte, crogiolo di popoli, multietnica nel cuore e nelle espressioni artistiche.

Il tutto racchiuso in nove “episodi”, tre dei quali originali, composti e arrangiati in ogni loro parte dalla stessa musicista, Seven Colors of Raimbow, If You Stayed With Me dedicato alla nonna paterna, e Spunta Lu Suli, brano di oltre 9 minuti, prolifico biglietto da visita dell’artista. Gli altri sei, scelti da autori che hanno segnato la formazione artistica della musicista catanese, riarrangiati e “amalgamati” in quello che è il mondo musicale e canoro di Floriana. 

C’è, per esempio, una bella versione di Dolcenera di Fabrizio De Andrè, dove l’improvvisazione entra con voce e sax, regalando una tavolozza di emozioni. Lo scat è usato con sapienza e dimostra quanto Floriana domini questa tecnica. A questo proposito ascoltatevi il brano iniziale Seven Colors of the Rainbow o l’energica ’S Wonderful, standard dei fratelli Gershwin, un bonus track che chiude un lavoro senza sbavature e carico di pathos, come un’esplosione di luce, caldo, estate siciliana…

Interessanti e ben riusciti gli interventi sui testi della tradizione che acquistano una veste ethno-jazz, filologica (e qui interviene anche la laurea in Lettere e Filologia Moderna conseguita all’Università di Catania nel 2013). Marzapaneddu (delicato testo messo in musica dalla brava Matilde Politi, che dei canti popolari siculi è autorità indiscussa) ma anche Cu ti lu dissi, con lei diventano piccole opere mistiche, ricordi di un mondo che non esiste più ma che le note del jazz rendono così attuale… Ci sono pure due brani rivisitati della produzione di Rita Marcotulli, L’Amore Fugge e Scitame Sole (quest’ultimo composto dalla Marcotulli e dalla  musicista e cantante napoletana Pia De Vito), amalgamati alla perfezione in quel mondo di colori che Floriana vuole presentarci. 

Una produzione eccellente, dunque. Anche per i musicisti che l’hanno accompagnata: Tony Hoyting al pianoforte, Andrea Caruso al contrabbasso, Quique Ramírez alla batteria, Suzan Veneman alla tromba, Denis Pavlenko al sax alto, Daniele Nasi al sax tenore e Pasha Shcherbakov al trombone, «tutti giovani, talentuosi e portatori di freschezza», mi racconta la stessa musicista.

Dunque, Floriana, Seven Colors è un disco che è molte cose, ethno jazz, composizioni originali, arrangiamenti lavorati con una precisione minuziosa…
«È il mio primo progetto. Il leit motiv è stato: dare varietà al disco. Ci tenevo a trasferire tutto ciò che mi ha ispirato e che ha contribuito a formarmi».

In questo tuo percorso la musica popolare siciliana ha ampio respiro…
«Sì, credo che la musica siciliana si presti particolarmente a essere trasposta nel jazz. Piace soprattutto all’estero, dove c’è sempre una grande attenzione a queste proposte musicali. C’è molta curiosità nel cercare e conoscere la cultura di altri luoghi». 

La lingua siciliana funziona, è musicale…
«Alcuni testi sono vere e proprie poesie. Prendi Marzapaneddu, piccolo marzapane, diminutivo che in siciliano acquista il significato di bocconcino, un vezzeggiativo per parlare dell’amata/o. Il testo si trova nelle raccolte di Alberto Favara, musicista ed etnomusicologo palermitano, vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, che Matilde Politi ha musicato. Ci sono solo la sua versione e ora la mia, che io sappia. Probabilmente è stato scritto da una donna per la sua delicatezza. Fa parte di quei brani di tradizione orale, racconta di un amore e di un fazzoletto bianco che i marinai lasciavano alla donna amata come pegno affinché lei lo ricamasse e lo restituisse al loro ritorno. La forza del loro legame è tutto in due affermazioni: Tannu si scurdirà lu nostru amuri/ quannu di giugnu veni lu nataliTannu si spartirà lu nostru amuri/ quannu chi sicca l’acqua di lu mari, il nostro amore finirà quando a giugno arriverà Natale o quando si seccherà l’acqua del mare. Un amore eterno!».

Anche Cu ti lu dissi è molto intenso.
«È un’altra canzone che è stata tramandata oralmente e che Rosa Balistreri (cantautrice di Licata, riferimento della musica popolare siciliana, morta ad appena 63 anni nel 1990, ndr) l’aveva trascritta per chitarra e fisarmonica. L’ho rivisitata in chiave Valzer a 6/8, in modo da ottenere un sound più naturale…».

Ho apprezzato molto Dolcenera di De Andrè…
«Ho trasferito sul disco tutte le mie influenze, De Andrè, Rita Marcotulli, Patrizia De Vito. Dolcenera mi piace per il sound, un ritmo a 12/8, un po’ Afro. Ma anche per il tema trattato, e per questo si inserisce tra Spunta lu Suli e Scitame Sole: in questa triade c’è un’idea di rinascita, il sorgere del sole, in mezzo il momento down, al tramonto, con la tempesta (il brano di De Andrè parla dell’alluvione che colpì Genova nell’ottobre del 1970, ndr). È un momento drammatico al quale segue la nuova alba con Scitame Sole, Svegliami Sole, cantata in dialetto napoletano. Mi piacciono le sfumature linguistiche….

Eh già, oltre al Conservatorio hai anche una laurea in Lettere e Filologia…
«Sì mi sono laureata nel 2013. Ho fatto il doppio percorso. Avendo frequentato il liceo psicopedagogico è stato naturale per me iscrivermi a Lettere. L’amore per la musica, invece, c’è sempre stato».

Strade parallele e importanti…
«Utili entrambe. Mio papà è un musicista autodidatta, suona la chitarra e canta. Ha una bella voce, da giovane ha lavorato come speaker in radio. A casa portava sempre tanti vinili, ascoltava di tutto, rock, jazz band, musica italiana, e io ascoltavo con lui, ore e ore. Così è stato il mio primo approccio alla musica. In famiglia sapevano tutti che volevo cantare, non era un mistero. A 15 anni ho iniziato a farlo in vari gruppi. Ho fatto concerti e concorsi. A 23 anni ho deciso di studiare canto, tecnica vocale, armonie. Inizialmente cantavo blues, soul e jazz. Ho studiato e mi sono formata al Cesm (Centro etneo di studi musicali) di Catania, dove oggi insegno. Più mi addentravo nel canto, più mi appassionavo all’improvvisazione. È stata una sfida che io stessa mi sono posta».

E poi cosa è successo?
«Ho pensato di andare a studiare all’estero. Così mi sono trasferita in Olanda al Prins Clauss Conservatory di Groningen, dove mi sono laureata nel 2018. Sono stati anni proficui, stimolanti. Al conservatorio arrivavano a tenere lezioni e master class jazzisti americani molto conosciuti. Con loro c’era un rapporto diretto, si cresceva molto velocemente, una grandissima esperienza: il jazz va suonato non può rimanere solo a livello teorico. Ho dato vita al Floriana Foti Quartet e ci siamo esibiti varie volte a Groningen e dintorni. Lì ho iniziato a scrivere musica e fare i miei arrangiamenti».

Floriana Foti – Foto di Marco Foti

Domanda che faccio spesso ad artisti siciliani e sardi, dando per scontati i napoletani, altra “isola” felice: perché Sicilia e Sardegna regalano grandi artisti? C’è un legame particolare tra terra, cultura e musica? Un’altra brava cantante jazz di cui ho parlato e imparato a conoscere è la tua  conterranea Daniela Spalletta
«Daniela! È bravissima, una mia amica. È vero, abbiamo tanti talenti, prendi ad esempio Seby Burgio. Forse perché noi meridionali abbiamo l’esigenza continua di comunicare, scambiarci saperi, creare jam session, pretesto per suonare insieme. Fenomeno, questo, presente anche in Nord Europa. C’è l’esigenza di creare qualcosa al momento, siamo così, non possiamo farci nulla! E poi, sì, c’è lo stretto legame con la terra, presentare un brano della propria tradizione significa rinnovare questa unione».

Spiegami perché ’S Wonderful, bonus track del disco…
«Fare un disco è un biglietto da visita importante. Per essere onesti fino alla fine, volevo mostrare cosa avevo fatto, quello che mi piace e ’S Wonderful è uno dei miei standard preferiti. Mi sono divertita a riarrangiarlo cercando di dar vita a una versione che rispettasse Gershwin ma che avesse una sua freschezza, con cambi di tonalità, ritmici, di tempo. Una versione leggera, briosa. I tre fiati in risposta alla voce hanno fatto un ottimo lavoro. La parte finale cambia tonalità più volte… mi piace uscire dai canoni, andare un po’ fuori e rimanerci, fa parte della mia personalità».

Hai dedicato If You Stayed with Me a tua nonna, era una donna molto importante per te…
«Nonna Pippa, la mamma di mio papà, è stata la mia supporter su tutto. Avevamo un rapporto molto affiatato. I nonni sono sempre un dono, lei aveva anche una bellissima voce, dote naturale. Anche molti dei suoi undici fratelli avevano una predisposizione alla musica e all’arte in generale, chi suonava il mandolino, chi cantava, chi disegnava…».

Domanda inevitabile: cosa ti aspetti dal disco?
«Il più possibile, anche e soprattutto dall’estero. Credo sia un lavoro che in Europa possa avere successo. Ne sono convinta».

Date di tour già fissate?
«Durante la pandemia ha sofferto tutto il comparto, soprattutto i gruppi emergenti. Dobbiamo aspettare, è inevitabile che le prime date che si assegnano siano state prenotate per i grandi artisti. Ci sono tempi di attesa lunghissimi. La mia speranza è che la situazione si sblocchi quanto prima».

Treetops, nuova band, primo disco e tanta buona musica…

Inizio questa settimana con un’interessante novità. C’è acqua fresca sul pianeta della Musica! Una cascata di note pulsante e limpida. Scende a scrosci ed è un refrigerio tuffarsi. Una band nuova nuova al suo primo disco. Una band giovanissima, età media 22 anni. Una band che ha scelto di non fare musica alla solita maniera, tutti infilati in canoni estetici fabbricati per il gradimento di una platea uniformata (ripeto sempre: salvo rare eccezioni), ma facendo ricerca, ascoltando di tutto, aperta al mondo e alle melodie. 

Si chiamano Treetops, sono sette musicisti romani che frequentano ancora i conservatori e scuole di musica. Ve li presento in rigoroso ordine alfabetico: Anna Bielli (alla chitarra), Luca Libonati (alla batteria), Eric Stefan Miele (al sax soprano), Simone Ndiaye (al basso elettrico), Andrea Spiridigliozzi (alla chitarra elettrica), Marcello Tirelli (alle tastiere) e Daniel Ventura (al sax tenore).

Il loro album d’esordio è intitolato Demetra, pubblicato dalla Vagabundos Records e prodotto da Pino Pecorelli (cofondatore dell’Orchestra Piazza Vittorio). Potete ascoltarne un assaggio su Spotify. Divinità greca, secondo Esiodo, figlia di Crono e di Rea, sorella di Estia, Era, Zeus, Posidone e Ade. Una dea importante, da gotha dell’Olimpo: era la protettrice delle messi e, in senso più ampio della Natura. Ebbene, la creatività dei Treetops ha dato vita a una storia fantasy dove a raccontare sono le note: Demetra si risveglia  dopo millenni e trova un mondo cambiato, inquinato, decisamente poco vivibile. 

Il disco, composto da 11 brani per una durata di 47 minuti, concettualmente lo si può dividere in quattro parti: il risveglio della dea, lo sconforto davanti a un mondo massacrato dagli uomini, la presa di coscienza e la speranza proveniente dalla dea stessa, e cioè la Natura, di dare un’altra chance a questi abitanti sciamannati. La vicenda mitologico/sci-fi è raccontata con una intensità e una maturità molto concreta.

Finalmente, grazie ad Apollo!, è arrivato sugli scaffali digitali e presto lo sarà anche su quelli fisici, un lavoro di ampio respiro, interessante che ricorda la freschezza degli anni di sperimentazione, della fusion, della ricerca di una musica colta ma allo stesso tempo accessibile a tutti, che alza l’asticella della qualità musicale in questo Paese. Una band che molto probabilmente ha un destino oltre confine, boccone ghiotto per il Nord Europa e per gli Stati Uniti…

Prima di dare la parola ad Anna Bielli, 24 anni, la “portavoce”, come si definisce, dei Treetops (le cime degli alberi, perché solo da lassù puoi vedere com’è realmente il mondo), un’ultima annotazione musicale. Il livello dei singoli musicisti è notevole, come la capacità di creare, scrivere, arrangiare brani che non hanno nulla da invidiare, per esempio agli Snarky Puppy, uno dei miti di questi giovani artisti, capaci di praterie sonore alla Bob James, di colore alla Pino Daniele, e di costruzioni sonore alla Weather Report. 

Anna, raccontami, di voi so poco o nulla…
«Siamo tutti romani. Io e Marcello, il tastierista, frequentiamo il Saint Louis College of Music. Ci siamo conosciuti lì, suonavamo insieme in un laboratorio musicale. Abbiamo scoperto che avevamo gusti simili e abbiamo legato. nel frattempo io avevo dato vita a una  band che si è sciolta subito. Ho convinto Marcello a formare una band. Lui è un genio, davvero imbarazzante da quanto è bravo! Cercavo un gruppo che fosse affiatato, che avesse delle affinità…, che volesse suonare sull’onda degli Snarky Puppy, della fusion e del jazz. Così sono nati i Treetops».

Ho capito: sei l’anima del gruppo…
«No no. Sono solo la portavoce. Sono stata quella che ha messo insieme tutti».

Da ragazzina cosa ascoltavi, jazz?
«Ma no! Ero una rockettara… poi mi è capitato sotto mano un disco degli Snarky Puppy che mi hanno folgorata! Per “colpa” loro ho deviato verso il jazz rock…».

Quindi, tornando alla band…
«Marcello suona anche nella Piccola Orchestra di Tor Pignattara, con lui ci sono anche Luca Libonati, il batterista, e Simone Ndiaje, il bassista. Questo è il nucleo base. La mia idea iniziale non era, però, una band a formazione standard, ma una piccola orchestra con fiati, percussioni. A Roma è difficile trovare tutti ‘sti musicisti, che, per di più, volevamo della nostra età. Un musicista più “vecchio”, avrebbe potuto rompere gli schemi, diventare un catalizzatore. Mi sono messa a cercare mettendo annunci sui social. Un secondo dopo la pubblicazione ha risposto Andrea Spiridigliozzi. Sempre sui social circolavano i nomi di due giovani sassofonisti. Eric Steffan Miele lo conosceva Luca e Daniel Ventura è arrivato via social. Sette è un numero giusto per riuscire a muoverci senza troppe spese…».

Così siete partiti con le prove…
«Apri un capitolo importante: le prove sono un impegno inderogabile, come andare al lavoro o a scuola. Abbiamo iniziato a suonare nel febbraio del 2017. Il nostro giorno consacrato alle prove è la domenica, giornata libera per tutti…».

Come avete deciso il genere musicale?
«Con due fiati nella formazione era scontato che si andasse sulla fusion. All’inizio componevamo brani che erano quasi prog, davvero sconclusionati. Per il disco zero ci ha dato una mano Pino Pecorelli. Con lui abbiamo stretto un legame forte durante il lockdown. È un grande!».

Perché vi siete chiamati Treetops?
«Sono sempre stata una fissata per la Natura. Mi piacciono gli alberi, li abbraccio spesso. Li sento come noi, ci sono molti parallelismi tra uomo e albero. Come noi, sono di varie “razze”, vivono generalmente in comunità, sono convinta che possano provare dei sentimenti. Ci sono alberi più “cattivi”, come le betulle che spingono, arrivano a farsi la guerra, per farsi strada verso il sole e ci sono alberi pacifici che si organizzano in comunità per vivere. E poi, gli alberi tendono tutti verso l’alto, la luce. Mi piace pensare che anche noi umani dovremmo puntare in alto, vedere la nostra luce».

Come sei/siete diventati musicisti?
«Penso che, di base, fin da piccoli avevamo questa propensione. Siamo tutti cresciuti tra gli strumenti musicali, quindi è stato naturale continuare a studiare musica, chi al Conservatorio e chi, come me e Marcello al Saint Louis. Ascoltiamo tanto, non ci mettiamo paletti, classica, jazz, rock, elettronica, sperimentale, funk, punk, anche rap e trap».

Perché avete deciso di dedicarvi alla musica strumentale?
«Il non avere una voce è stata una scelta ben precisa. La musica strumentale permette all’ascoltatore di fantasticare, immaginare senza essere influenzato da un testo. Ciascuno decide come “sentire” quel brano. Nella musica pop e cantautorale la gente si rivede in quello che l’artista canta, in quella strumentale, invece, ci puoi vedere molte cose. È il fascino dell’immaginazione. E poi perché, a livello tecnico, suonare una chitarra o una batteria è più semplice, la voce, invece, è uno strumento chiuso dentro di te. Ora la pensiamo così. Poi vedremo, magari potremo cambiare idea».

Torniamo ai Treetops: posso chiamarti frontwoman della band?
«No, non facciamo musica solipsistica. Io mi vedo come… una guida. Siamo tutti protagonisti allo stesso modo, non c’è una “voce” che vada più alta di un altro, nessuno prevarica. È questa la nostra forza, non c’è egocentrismo. Anche sul palco abbiamo cercato di sistemarci in modo che, visivamente, risultino tutti ugualmente visibili».

Veniamo alla cover: molto bella l’immagine di Demetra che racchiude in sé tuta la purezza della Natura e gli errori dell’uomo in nome della modernità e della tecnologia…
«È stata disegnata da Marco Brancato, lo stesso giovane illustratore che ci aveva creato il logo della band. Rispecchia esattamente quello che volevamo dire. A Marco abbiamo inviato i brani e lui, dopo averli ascoltati, ha realizzato quest’immagine incredibile! Sulla storia di Demetra ci siamo fatti un trip gigantesco. Abbiamo talmente fantasticato che alla fine, grazie a Marco, Demetra è diventata reale. La dea che si sveglia dal letargo, che vede gli scempi compiuti dall’uomo e che decide di ritornare in letargo per lasciare all’uomo, ancora una volta, la speranza e il potere di cambiare le cose. Il finale è aperto…».

Quali sono le vostre aspettative sul disco?
«Lo apprezziamo molto, è un nostro figlio abbiamo impiegato ore e ore per crearlo, un duro lavoro, ci abbiamo messo l’anima. Certo che abbiamo aspettative, speriamo che possa colpire, coinvolgere. Ora puntiamo sui live, è qui che ci esprimiamo al meglio, perché ci ritagliamo un pizzico di libertà. Suoniamo dal vivo veramente, non abbiamo musica campionata. Solo così, sul palco possiamo mostrare tutti i colori della nostra tavolozza».

Lorenzo Pasini: Material Fields e Pinguini Tattici Nucleari

Lorenzo Pasini – Foto Mattia Laser

Dopo l’intenso lavoro di Raoul Moretti presentato settimana scorsa, inizio il mese di maggio con un altro disco e un altro artista. La base è sempre la stessa, la pandemia, il lockdown, il blocco forzato degli artisti, il riuscire a comunicare in musica sensazioni, paranoie, speranze, paure.

Quello di Lorenzo Pasini, 28 anni, chitarrista dei Pinguini Tattici Nucleari, al suo primo lavoro da solista, è un racconto in una lingua che l’artista adora da sempre e che parla perfettamente, il progressive rock. Contaminato da molti altri generi, a dimostrazione di quanto Pasini sia onnivoro e affamato di musica. Così è nato Materials Fields, in una pausa tra il successo e i concerti della indie-pop band bergamasca e l’improvviso silenzio causato dal Covid. Un bel colpo nello stomaco, ma anche l’occasione per fermarsi e pensare alla musica, al lavoro fatto e al futuro. 

Diversamente da Raoul, che ha tenuto un diario fedele di quei giorni, quella di Lorenzo è narrazione-reazione. Uno stato d’animo positivo dove alla paura contrappone l’amore, ai “low lights”, i punti d’ombra, una lucente dimensione spirituale. Un disco molto personale, come Le Intermittenze della Vita, ma a differenza del primo, la pandemia è l’occasione per cercare di lavorare su se stesso come essere umano e come musicista.

Il prog è una delle mie passioni da sempre. Ascoltando questo lavoro, si percepiscono nette le trame di Steven Wilson e dei Porcupine Tree, ma anche certe chitarre acide alla Robert Fripp dei King Crimson, con escursioni nell’industrial rock di Trent Reznor e dei suoi Nine Inch Nails, vedi per esempio Someone To Blame o Sane, oppure abili fraseggi metal, lievi accenni, altra passione di Lorenzo come in Dear Walls. Se ascoltate Low Lights, il brano che apre il disco, vi troverete in cuffia un classico del prog. Si inizia con una chitarra acustica per poi partire subito con un’elettrica che ricama una melodia in perfetto stile Wilson con punte di neoprog (di allora!) alla Marillion per poi raggiungere il culmine con un assolo di bella potenza. Approfondendo con attenzione l’ascolto, per sua stessa dichiarazione, arrivano echi di Jeff Buckley e frammenti profondi di James Blake.

Un bel lavoro nel suo complesso, testi non banali, dove traspaiono le emozioni di Lorenzo in quei mesi, accompagnate da melodie che contengono le sue passioni e i suoi ascolti. Di lui mi piace proprio questo suo vivere e concepire un “mondo musicale contaminato”, l’ascoltare e il rielaborare, l’aprirsi alla musica senza preconcetti.  

Lorenzo, sei partito dalla pandemia, ma non c’è solo quella in Material Fields
«Lo spirito della pandemia aleggia, anche perché l’ho scritto, composto e arrangiato nei momenti di lockdown. Ma c’è anche molto amore, una certa critica al purismo musicale, luci e ombre che portano il disco in una dimensione spirituale».

Cosa intendi per purismo musicale?
«Un invito a non vedere alcuni mostri sacri della musica come intoccabili. La contaminazione è importante. Sul purismo con i Pinguini abbiamo avuto un’esperienza che ci ha fatto riflettere. Abbiamo partecipato al disco Faber Nostrum (uscito nel 2019, ndr). Sono stati affidati a giovani musicisti alcuni brani di Fabrizio De Andrè per reinterpretarli, filtrare l’essenza del cantautore. Abbiamo avuto non poche critiche su questo disco corale, anche se la nostra proposta, Fiume Sand Creek, è piaciuta molto. C’è chi sostiene che artisti come Faber non si possano toccare. La ritengo una presa di posizione assurda, un limite che non ha senso».

Sono d’accordo, anche perché Faber Nostrum è un bel disco che mostra De Andrè com’è realmente: un artista che ha inciso profondamente nella cultura della musica italiana…
«La chiave del linguaggio musicale sta proprio qui, creare qualcosa di nuovo contaminando. Con il purismo l’Arte non va da nessuna parte… ne parlo proprio in uno dei brani del disco, Under Crystal Domes».

Material Fields è su questa strada…
«Sì. Mi sono formato ascoltando la musica dei miei genitori, dunque gli ELP (Emerson, Lake & Palmer), Frank Zappa, i Pink Floyd. A 11 anni ho scoperto il rock, l’heavy metal… sono stato un “metallaro”, orgogliosamente Metal!».

Hai abbandonato il genere?
«Il Metal ha i suoi difetti, è molto ripetitivo, ha canoni ancora rigidissimi. Per questo sta subendo un enorme tracollo. Lo ascolto ancora, ma più o meno tutte le band sono rimaste ferme ai primi anni Novanta. Per continuare a vivere dovrebbe evolversi, contaminarsi, ma capisco, è una questione di mentalità».

Beh, il Metal proviene non a caso dalla Classica, quindi è un genere chiuso: se vuoi fare Metal questi sono i canoni… Si può dire lo stesso dei suoi fan.
«Secondo me, nei centri urbani grossi, prendi Milano, dove di musica ne gira tanta e di ogni tipo si è più portati ad accogliere nuove idee, mentre in provincia (Lorenzo viene da Villa d’Ogna paesino dell’alta Val Seriana, ndr) è più facile che si mantengano intatti certi generi musicali».

Questa tua apertura e curiosità trova, dunque, una sintesi nel tuo lavoro…
«Sì, certo. Ascolto e mi piace certo mainstream e il rock progressive. Amo la musica rock ma sono un fan dei Coldplay che sono pop».

A proposito di mainstream, c’è parecchia roba scadente in giro…
«Non sarei così negativo. Penso che nel mainstream ci siano figure molto interessanti, prendi ad esempio Marracash e Tha Supreme (lui per me è un genio!), ma anche Salmo, gli Iside, bergamaschi, una proposta molto nuova, fresca ma estremamente creativa. Mi piace molto anche Blanco…».

Foto Mattia Laser

Cosa stai ascoltando in questi giorni?
«Vangelis, Tangerine Dream, Porcupine Tree, Port Noir…».

Cambio direzione: usi molto i social per il tuo lavoro?
«Quello dei social è un grosso tema. Più passa il tempo e più sono critico verso questi strumenti. Non per il fatto che esistano, ma per come vengono usati. È incredibile che non li utilizziamo nel migliore dei modi. Le vediamo tutti le sacche di disagio e disinformazione e gli effetti negativi conseguenti. Per gli artisti sono necessari, uno strumento di lavoro, anche se li uso pochissimo. Se sfruttati bene potrebbero essere una grande opportunità, non solo nella musica…».

Sono un problema anche le concentrazioni, vedi l’acquisto di Twitter da parte di Elon Musk…
«Mi auspico ci sia un riassetto, che si aprano gli occhi. Il fatto che la comunicazione passi da un numero così ristretto di canali non è per niente positivo. Le grandi concentrazioni sono un problema, ci troviamo in una situazione di “quasi” monopolio».

Come gestisci il tuo lavoro nei Pinguini e la tua carriera da solista…
«Sono due modi di lavorare diversi. Nei Pinguini c’è una coralità, siamo una band! Riccardo (Zanotti, ndr) scrive testi e musiche, gli arrangiamenti sono il frutto del lavoro di tutti, quindi è inevitabile che si debbano lasciare da parte i protagonismi. Quando lavori da solo non hai compromessi, è una bella libertà e anche una valvola di sfogo».

Ai Pinguini è piaciuto Material Fields?
«Ha avuto un’accoglienza positiva, ne sono contento!».

Hai fatto tutto da solo, testi, musiche…
«Sì l’ho scritto e arrangiato interamente. Per il pianoforte, la batteria, il basso e una partitura di sassofono ho chiesto l’aiuto di musicisti, amici, con cui avevo già suonato insieme. Come Paolo Salvi al piano, con lui abbiamo condiviso le esperienze nel progetto prog precedente, i Marsyas; Marco Paganelli alla batteria, Cristiano Marchesi al basso (è stato il primo bassista dei Pinguini Tattici Nucleari) e Marco Gotti Jr. per un assolo al sax, bravo musicista di Bergamo».

Cosa ti aspetti da Material Fields? Lo porterai in tour?
«È un disco che ha dato molto soprattutto a me stesso. Sono contento di aver avuto la possibilità e la fortuna di condividere delle idee. Sto pensando a un tour in autunno, visto che ora, con i Pinguini, riprendiamo ciò che la pandemia ha interrotto e saremo in tour tutta l’estate. Che dire: non mi pongo grossi limiti!». 

Disco del mese: Get On Board, Taj Mahal e Ry Cooder

Quando è uscito, il 22 aprile, via Nonsuch Records, con quella cover d’altri tempi non ho avuto dubbi. Dovevo ascoltarlo, anche perché i musicisti in questione sono due grandi, Ry Cooder e Taj Mahal. Entrambi polistrumentisti, curiosi, innovatori. Il primo con la sua passione per le musiche popolari è stato l’artefice, per esempio, dei Buena Vista Social Club, e per questo gliene saremo sempre grati! Il secondo con quella voce forte e roca che sconfina nel soul e nel funk, ha tracciato la sua vita artistica con brani e interpretazioni indimenticabili, da Statesboro Blues, tratto dal suo primo, omonimo album, dove, per inciso, collaborò anche Ry Cooder, a Ain’t Gwine to Whistle Dixie (Any Mo), a Six Days on the Road, She Caught the Katy and Left me, Mule to Ride (brano che troviamo anche nella colonna sonora di The Blues Brothers)…

Questi due signori, Taj 80 anni il prossimo 17 maggio, e Ry 75, compiuti il 15 marzo scorso, hanno deciso di ritornare a suonare insieme rivedendo alcuni brani di due pilastri del Piedmont Blues, Sonny Terry e Brownie McGhee. Lo hanno chiamato Get On Board. Porta lo stesso nome e la stessa cover del 10” che uscì nel 1952 a firma Terry/McGhee e racchiude, oltre a tre brani contenuti in quell’album, The Midnight Special, Pick a Bale of Cottom e I Shall Not Be Moved, altri sette, provenienti dai vari dischi dei due e da esibizioni dal vivo. Sulla cover, al posto dei primi piani di Sonny Terry alla chitarra, Brownie McGhee all’armonica a bocca e Coyal McMahan alle maracas, ci sono Ry, Taj e Joachim, il quarantatreenne figlio di Ry, alle percussioni. Anche il lettering è lo stesso…

La domanda che si devono esser fatti in tanti è: perché proprio quell’album? La risposta più semplice è perché Cooder e Mahal si sono formati con quella musica, da ragazzi, come hanno dichiarato entrambi, erano rimasti colpiti da quel disco, probabilmente è stato il “booster” che li ha spinti a diventare musicisti. Nel 1965 i due fondarono un gruppo, i Rising Sons che non ebbe vita lunga (per la cronaca, Taj finito il college s’era trasferito da New York, dove era nato, a Los Angeles, dove conobbe Cooder). 

Un disco letteralmente fatto in casa, spontaneo, bello, carico di sentimento e grinta, nel quale le imperfezioni sono cosa gradita: ascoltandoli sembra di stare in loro compagnia, in quel salotto con il caminetto alle spalle, un tavolinetto con due tazze, un divano e due scranni. Dal’altro lato della sala Joachim e le sue percussioni. Tutto molto semplice, puro, “raw”.

Partono forte con un blues tradizionale, My Baby Done Changed the Lock on the Door, con la chitarra elettrica volutamente sporca di Cooder, le voci che si alternano e si rincorrono. Anche The Midnight Special, un classico suonato da molti artisti (Harry Belafonte, The Springfields,  Big Joe Turner, Paul McCartney, nostalgica la versione dei Creedence Clearwater Revival) nel loro arrangiamento acquista una freschezza e una spontaneità possibile solo quando due vecchi amici si ritrovano per rivangare vecchi “accordi”. 

E ancora, Hooray Hooray, altro standard nel quale l’armonica di McGhee accelerava come un treno in corsa a tutto ragtime, qui, invece, acquista, con l’armonica di Mahal e il mandolino elettrico di Cooder, una atmosfera più pacata e… sensuale. Splendida Deep Sea Diver: Taj Mahal suona un pianoforte in presa diretta, una melodia che sembra uscire da un grammofono, o meglio, dalla porta di un locale dove sigari e bourbon sono la compagnia perfetta.

Il disco scivola così, in questo mare di note e divertimento. Drinkin’ Wine Spo-Dee-O-Dee,  cantata dalla voce ruvida di Taj Mahal ricorda una serata passata tra amici, la voce roca e impastata, mentre What a Beautiful City, un blues gospel (famosa la versione cantata e suonata alla chitarra da Joan Baez), con loro diventa un attimo mistico. E via via, con Pawn Shop Blues, Cornbread, Peas, Black Molasses, Packing Up Getting Ready to Go, si arriva al brano che chiude questa session di ricordi, amicizia e spontaneità, un’ispirata I Shall Not Be Moved. 

Un lavoro semplice ma imponente allo stesso tempo. Solo due grandi musicisti come Cooder e Mahal riescono a trasmettere, senza effetti, elettronica e diavolerie varie, in modo così nitido e puro l’essenza del Blues. La serenità di una chitarra, un’armonica a bocca e una sedia di legno dove battere il tempo. Basta chiudere gli occhi…

Pandemia: Raoul Moretti racconta le Intermittenze della Vita

In questo periodo stanno circolando parecchi lavori di musicisti che, sempre più esplicitamente, raccontano la pandemia e i suoi effetti, lasciando parlare le note. Nonostante la guerra di Putin abbia praticamente cancellato dalle prima pagine dei media l’andamento della pandemia, dando l’impressione che tutto volga al meglio, il Covid non è affatto sparito dalla circolazione, ce lo terremo  molto a lungo, anzi, diventerà un ospite fisso, tutto sommato tollerabile grazie alle cure, come gli altri virus che ci abitano e ci vengono a far visita. 

Rimanendo sempre al Covid, nessuno di voi si sarà perso il comportamento della Cina di questo ultimo mese. L’autoritarismo forsennato del gigante asiatico ha un che di surreale, terribile, osceno. Rinchiudere tutti per salvare non le vite, ma il benessere (si presume) di tutti. Tra qualche anno, a mente fredda, avremo molto di cui parlare.

Visto con questi occhi e con gli avvenimenti di questi giorni il lavoro certosino di Raoul Moretti, gradita conoscenza di Musicabile, è importante. Avevo intervistato Raoul assieme a Beppe Dettori alcuni mesi fa, quando uscì un gran bel disco a loro firma, Animas (ne parlai in questo post).

Il 9 marzo, esattamente il giorno del primo lockdown (lo ricordo benissimo perché quel maledetto lunedì di due anni fa mi salì una febbre da cavallo che mi durò giorni intuendo – già, intuendo perché nessun medico venne a farmi visita – di essermi ammalato di Covid… pessimi ricordi), Raoul ha pubblicato Le Intermittenze della Vita, il diario della pandemia, interpretato con la sua arpa elettronica e alcuni preziosi interventi di tre musicisti, Beppe Dettori e due artisti cinesi. Tutto torna, dunque.

La cadenza dei brani porta alla mente fatti e sensazioni che, dopo due anni, stiamo ancora tentando di seppellire sotto il tappeto della nostra memoria. Ognuno di noi ha il suo bagaglio di ricordi, ferite, ossessioni. Quelle di Raoul sono racchiuse in 37 minuti e 23 secondi. 

Un vero e proprio diario, dove traspaiono incredulità, paura, ansia, riflessioni. Colpisce il brano che apre il disco: porta un titolo semplice quanto terribile, 09 marzo 2020. Il racconto prosegue con Strade deserte, Il Runner solitario (dove Beppe Dettori usa le sue corde vocali per raccontare una “sgambata” autorizzata per decreto della Presidenza della Repubblica), Sars-Cov-2 brano registrato con Wan Xing, una musicista e collega di Hong Kong, esperta di guzheng, cordofono simile a una cetra, pizzicato con unghie metalliche – uno dei più intensi dell’album -, per proseguire con Al di là delle sabbie, Stasi Frenetica (suonato con Chan Schek Ming altro musicista cinese maestro di guqin, strumento, sempre della famiglia dei cordofoni, con un suono più acuto del precedente). 

Il racconto da qui in poi si fa più intimo. L’osservatore che guardava dalla finestra e leggeva i cambiamenti, inizia a riflettere su se stesso, su quello che stava capitando a lui, a fare i conti con la propria vita. Ecco dunque, Di ansie e paure, Di pensieri ossessivi, Di attacchi di panico, per poi affidarsi ai mantra e ricredersi, Andrà tutto…, ripiombare ancora nel buio, Notti di coprifuoco, e vedere, finalmente, Un’alba meravigliosa, speranza infranta dall’invasione russa in Ucraina e dalla risalita dei contagi cinese.

Ciliegina sulla torta di un album decisamente da ascoltare è la cover firmata da Giada Negri: una piazza del Duomo deserta, a Milano, disegnata come una quinta teatrale con Raoul che passa, tenendo la sua arpa in spalla. Nell’idea di Moretti, il disco, per ora solo in digitale, avrà un’altra destinazione, fisica, dove troveranno posto, oltre alla musica, anche la scrittura e le immagini…

Le intermittenze della vita, titolo che trovo bellissimo e che ricorda quel provocatorio romanzo distopico-filosofico di José Saramago, Le intermittenze della morte, è, dunque, un disco ben riuscito, uno di quelli che ti prende a poco a poco e che, per quella virtù della musica di trasformarsi in un linguaggio universale, riesce a diventare la colonna sonora di ciascuno di noi, un piccolo, importante pezzo della nostra vita…

Raoul hai scritto un diario denso…
«Ho costruito il disco come un romanzo, anche se il mio mezzo espressivo è l’arpa elettrica».

In questo romanzo racconti molte cose, la trama la conosciamo più o meno tutti!
«Lo spunto iniziale è stato il primo lockdown durato due mesi. In quei giorni ho approfittato per studiare, approfondire la mia preparazione, ma poi sono stato attratto inesorabilmente dalle immagini forti della pandemia che passavano ovunque. Se per noi uomini era una terribile disgrazia, per la Natura, invece, sembrava essere una rinascita, riprendeva finalmente il suo posto. In ogni caso erano documenti toccanti, che imponevano delle riflessioni. Quei vuoti fisici nelle strade, quei silenzi enormi che rivediamo ancora in questi giorni in Cina…».

Così ti sei messo a comporre…
«Fantasticavo e vivevo quei giorni pensando di scrivere la colonna sonora di un film distopico. Dopo l’illusione estiva (estate 2020), dove credevamo di aver visto già tutto, c’è stato l’altro blocco, più duro del precedente. Lì, ho realizzato che non si trattava di un film ma era tutto terribilmente reale. In quel momento è cresciuto lo sconforto, sono iniziate le reazioni psicologiche e sociali, l’Andrà tutto bene è diventato un Andrà tutto… Poi, nel febbraio del 2021 ho sperato anch’io di vedere finalmente un’Alba Meravigliosa. Il mio lavoro l’avevo finito. A un anno di distanza siamo ancora lì…».

Raoul Moretti – Foto Fabrizio Massidda

L’hai messo nel cassetto!
«Sì, anche perché con Beppe avevamo già iniziato a lavorare su Animas, album uscito a maggio del 2021. Fra l’altro, un brano che avevo scritto per Le Intermittenze della Vita, Continuum, abbiamo deciso di usarlo in Animas. Del lavoro fatto durante la pandemia volevo ragionarci con calma, pensavo di far uscire qualcosa di “fisico”, in un’altra forma, magari un libro. Poi, tra fine dicembre, gennaio e febbraio c’è stato un altro lockdown, blocco che ho sentito di più perché non è stato annunciato chiaramente ma di fatto c’era». 

Così hai deciso…
«Ho sentito la necessità di “fare delle mosse”, la prima è stata l’uscita in digitale del disco il 9 marzo di quest’anno. Non ho perso, però, la mia idea di farne qualcosa di fisico. Sto ragionando su un Lp a tiratura limitata, un libro con scritti corali, sensazioni, fatti accaduti durante la pandemia e un corredo di illustrazioni, sempre opera di Giada Negri, interpretazione visiva di quei giorni. La rielaborazione di ciò che ci è successo non è ancora iniziata, ne dovremo fare i conti. Anche perché in quell’Andrà tutto bene… il bene è stato un’illusione».

A proposito, molto bella la cover di Giada Negri!
«Mi piace dare carta bianca agli artisti per vedere cosa suscita in loro la mia musica. Giada, dalle suggestioni dell’ascolto, ha elaborato una serie di proposte tutte interessanti. Abbiamo scelto quella».

Come definiresti la tua musica ne Le intermittenze della vita?
«Un disco contemporaneo strumentale. C’è molto classico come struttura, ci sono i timbri cinesi che richiamano alla World Music e c’è l’arpa che assomiglia a una chitarra rock distorta».

Un lavoro particolare e le feauturing le hai scelte con cura…
«Volevo solo collaborazioni di corde: corde vocali, arpa mai pizzicata, suonata come una chitarra ritmica, gli strumenti tradizionali cinesi, anch’essi pregni di significato, il respiro di Beppe. È stata una seduta di autocoscienza messa in musica!».

Loris Al Raimondi: l’hip hop, Mike Stern e un disco per raccontare

Seguendo i lunghi sentieri della musica, mi sono imbattuto in un italo svizzero, Loris Al Raimondi. Quarantotto anni, vive nella parte tedesca, a Goldau, nel Canton Svitto. A fine gennaio ha pubblicato un disco interessante per molte ragioni, Passing Through Emotions. Innanzitutto per il sound, una interessante fusion tra jazz, beat hip hop, funk; e poi per il nutrito parterre di partecipazioni che ne hanno fatto un’opera sui generis. Loris viene dall’hip hop, da oltre vent’anni crea basi per artisti (svizzeri e internazionali), ed è la dimostrazione che nel linguaggio musicale, la raffinatezza, quel groove che ti entra lentamente e ti attrae, o ce l’hai o nessun conservatorio te lo insegna.

Collaborazioni illustri, grossi nomi del jazz e della musica in generale, da Mike Stern, a Nir Felder a Fabrizio Sotti (di lui ne parlai un paio d’anni fa…), tutti chitarristi di calibro; Alfredo Paixão, Gary Willis, Massimo Biolcati, bassisti, il primo brasiliano con residenza a Palermo, il secondo assieme a Scott Henderson fondò negli anni Ottanta i Tribal Tech, gruppo fusion d’avanguardia, il terzo, italo-svedese che suona in trio con Lionel Loueke e Ferenc Nemeth nei Gilfema. E ancora Kevin Field, Tom Tennedy, Ettore Carucci, Michel Cusson, Tony Grey, l’armonicista Giuseppe Milici

Passione, tenacia, intraprendenza sono le tre parole che hanno portato alla luce questo lavoro, che ricorda molto i grandi gruppi degli anni Settanta e Ottanta, quando la Fusion diventò un genere preciso, l’incontro “ufficiale” tra jazz, funk e rock. Dunque, tappeti vellutati di synth e  praterie sconfinate dove far decollare assoli di chitarra in congiunzione astrale con spericolate evoluzioni del basso, magie in movimento. Un mondo onirico che si ritrova oggi nei beat hip hop tanto cari a Raimondi. La musica come protagonista assoluta, non fredda compartecipe. E fin qui ci siamo.

Ma l’operazione di Loris non si è fermata a questo. Dalla sua casa di Goldau, seduto sulla sua poltrona di lavoro dove spende notti e notti è riuscito in una magia: coinvolgere i suoi artisti preferiti nel progetto. Un’avventurosa e meticolosa ricerca durata un paio d’anni, senza mai cedere un solo minuto. Conosciuti a un concerto da spettatore o attraverso occasioni fortunate via mail, ha inviato a tutti le basi del suo progetto chiedendo di lasciare il loro apporto esattamente dove lui aveva previsto ci fosse. Ecco il perché dei vari chitarristi, bassisti, pianisti e di un armonicista, Giuseppe Milici, messo insieme al bassista Gary Willis, due generazioni, due mondi distanti che hanno trovato una sintesi in The First Emotion 273. O come, in No One Dies Forever, brano che chiude il disco, dove Mike Stern alla chitarra, Alfredo Paixão al basso e Kevin Field al piano riescono a produrre una vera magia. Loris come un direttore d’orchestra, anzi, lui specifica, come un «allenatore di calcio!», ha messo in campo i suoi campioni giocando una finale di coppa del mondo…

È un racconto che vale la pena di leggere. Mettetevi comodi…

Un disco davvero interessante, per la qualità musicale ma anche anche per i musicisti che vi hanno partecipato. Fabrizio Sotti l’avevo intervistato un paio d’anni fa…
«Proprio Fabrizio mi ha dato una grande spinta. Mi ha fatto capire che, se hai la passione e la pazienza, arrivi dove vuoi, non importa quando!».

Lo conosci da molto?
«Come artista sì, lo ascoltavo da tempo. Per questo l’ho contattato spiegandogli il progetto. Mi ha chiesto di inviargli alcune demo. Dopo avermi studiato per bene ha aderito al progetto con entusiasmo. Con lui oggi è nata un’amicizia, ci sentiamo tutte le settimane. Abbiamo scoperto di avere passioni musicali in comune, come l’hip hop…».

Raccontami di te e del tuo amore incondizionato per la musica…
«Sono nato nel 1973. Da bambino, fino a sette anni circa, sono rimasto in Italia con i miei nonni, mi sento abruzzese (la mamma lo è), mentre papà è lucano. Poi ho raggiunto i miei genitori in Svizzera dove erano emigrati per lavoro. Ho resettato tutto quello che avevo imparato in Italia e ho iniziato a frequentare le scuole, la mia lingua madre è diventata il tedesco, anche se l’italiano lo parlo, non benisssimo, da uno che non l’ha studiato! Mi ricordo che da bambino, in Abruzzo, passavo le ore ad ascoltare musica su un mangiadischi, seduto in strada. In Svizzera, mio fratello di cinque anni più vecchio di me, anche lui appassionato di musica, aveva ricevuto una chitarra elettrica in dono da un insegnante, un rockettaro. Lui non sapeva come suonarla e nemmeno io…».

I tuoi genitori si erano resi conto del vostro amore per la musica?
«In casa c’erano delle priorità: i miei erano emigrati con il solo pensiero di lavorare, risparmiare, costruire una casa, darci un futuro, dunque non hanno capito davvero la nostra passione. Così, ci siamo arrangiati iniziando a mixare con vinili e cassette gli artisti che ascoltavamo, Matt Bianco, Shade, Bronski Beat, Depeche Mode. Da bambino e adolescente vivevo di calcio e musica. Sentivo, forte, il desiderio di creare qualcosa ma mi rendevo conto che non avevo nessuna possibilità, perché di musica non sapevo nulla. Sono andato avanti così per anni».

Poi cos’è successo?
«A fine anni Ottanta, dopo la morte di mio fratello (aveva 17 anni quando se ne andò), in Italia su Raidue una sera a D.O.C. Club, il programma presentato da Renzo Arbore, Gegè Telesforo e Monica Nannini, sono rimasto letteralmente colpito da Toots Thielemans con la sua armonica a bocca, in quartetto con Bruno Castellucci alla batteria, Michel Herr al piano Fender e Michel Hatzigeorgiou al basso. Che musica pazzesca, meravigliosa! Ho, dunque, deciso di ampliare i miei ascolti e dedicarmi alla scoperta del jazz iniziando con Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Billie Holiday, il Modern Jazz Quartet. All’inizio ho fatto fatica a capire, ma poi, quando trovi il codice per ascoltare, vai avanti. Quindi, sono passato al jazz rock: Mike Stern, mi faceva impazzire».

Quindi hai deciso di studiare musica?
«Una volta finiti i miei studi di tipografo, avrei voluto dedicarmi alla chitarra jazz, ma papà mi disse: “Loris, con la musica non si guadagna, devi lavorare, fare quello per cui hai studiato”. Così, per aiutare papà ho lasciato perdere, ma per sopperire a questo desiderio, ho cercato di fare musica arrangiandomi: poco per volta mi sono comprato il materiale necessario, qualche drum machine…  Nei primi anni Duemila sono riuscito a produrre dei release per i miei MC fino a quando non m’è venuta la crisi di mezza età e ho deciso che dovevo fare i conti con la musica e la mia vita».

Come?
«Facendo un disco!».

Dunque l’album raccoglie tutto quello che è stato il tuo percorso artistico e di vita? Paura d’invecchiare?
«No, è nato tutto con il Covid: a casa in quarantena correvo sul tapis roulant, di fronte, appeso alla parete, fissavo un quadro di Jon Van Zyle, raffigurante tre lupi in un paesaggio invernale dell’Alaska, vicino a una casa riscaldata. L’artista l’aveva chiamato Passing Through. Ho iniziato a pensare alla mia vita. Cosa mi rimane di tutto quello che ho fatto finora?, riflettevo. La musica mi ha sempre aiutato nei momenti belli e tristi, lo ha fatto anche quando è morto mio fratello… mi passavano per la testa tante emozioni che, in qualche modo volevo mettere insieme. Così è nata l’idea di racchiudere in un disco tutto quello che avevo vissuto, chiedendo l’aiuto ai musicisti che  erano una parte di me perché li ascoltavo da anni».

Come hai contattato Mike Stern?
«(ride, ndr). L’ho visto nel 2017 a Zurigo in concerto. Con lui suonava il bassista Tom Kennedy. Mike Stern era una leggenda, Tom Kennedy, invece, non l’avevo mai visto suonare dal vivo. Non sono riuscito a staccargli occhi di dosso. Pensavo: “Ma come cavolo può suonare in quel modo, fare cose così incredibili e stare sul palco con una faccia così tranquilla, serena, come se non fosse lui lì, al basso». Volevo a tutti i costi che Tom partecipasse al mio lavoro, Mike per me era irraggiungibile. Quando sono riuscito a coinvolgere Tom inviandogli il materiale, vista la confidenza, gli ho chiesto: “Tom, che chance ci sono di coinvolgere nel progetto anche Mike Stern?”. La sua risposta è stata una mail con l’indirizzo di posta elettronica di Stern. Non c’era scritto nient’altro!”».

Così non ti è rimasto che scrivere al mitico chitarrista…
«Esatto, una mail in cui mi presentavo, spiegavo il progetto e chi stava partecipando, con allegate le demo. Sono andato a dormire. All’una e mezza del mattino mi vibra il cellulare. Era un messaggio di Stern che iniziava così: Hi Loris I would love to do this! Mi spiegava che aveva bisogno di un ingegnere per fare il tutto, più altre cose tecniche. La notte successiva alle due mi suona il cellulare: era lui. Non ho avuto il coraggio di prendere la telefonata, sono andato in ansia. Mi sono dato del deficiente, gli ho inviato subito un messaggio e lui mi ha richiamato immediatamente. Voleva sapere come creavo i beat, gli interessava molto, gli ho parlato del brano No One Dies Forever, raccontandogli che era dedicato a mio fratello ma che voleva essere anche un messaggio di speranza, doveva celebrare la vita. Mi ha mandato un assolo da brividi».

Con quale criterio hai messo insieme i musicisti?
«Sono andato in base all’emozione che volevo comunicare. Li ho disposti come un allenatore di calcio. Dentro c’è anche il pianista Kevin Field, mi sono innamorato di un suo album Soundtology, del 2020 dove suonavano Nir Felder e Mike Moreno. Bellissimo, ogni brano è un capolavoro. È interessante far uscire, soprattutto i jazzisti, dal loro mondo, stanarli. È difficile per loro stare su quei beat molto hip hop. In After All There’s A Star, Mike Stern mi ha chiamato chiedendomi se la sua chitarra mi fosse piaciuta, altrimenti cambiava… Mettere Giuseppe Milici e Gary Willis insieme in The First Emotion 273 è stata una pazzia. Ma la sfida è proprio questa. E tutti i musicisti hanno capito le mie intenzioni e apprezzato il lavoro».

Componi usando vari strumenti?
«Sì ho sintetizzatori, chitarre…».

Quindi hai imparato a suonare?
«Non so suonare, non so leggere la musica, mi arrangio, parto dagli accordi, imbastisco la melodia, faccio le progressioni, creo gli arrangiamenti. Ma solo perché li ho tutti in testa non perché abbia studiato.  Quello che so fare è creare musica. Mi succede, forse, per la passione che ho coltivato fin da bambino. Così, prendo la chitarra o la tastiera e penso a cosa voglio comunicare. Poi butto delle base line, sintetizzatori o plug in, e compongo. In questo caso ho inviato il tutto agli artisti dicendo: tu intervieni qui, tu fai questo assolo, cercando di trasmettere quelle determinate sensazioni. Così è successo con Fabrizio Sotti, ma anche con Nir Felder, e con tutti gli altri».

Nessuno ti ha mandato a quel paese! Vuol dire che il progetto era interessante. Una curiosità, Felder lo conoscevi già?
«No, a Zurigo avevo invece conosciuto Massimo Biolcati durante il concerto dei Gilfema, il trio di Loueke, e siamo diventati amici. Con la famiglia sono andato a trovarlo a New York e lui mi ha invitato la sera ad ascoltare un suo concerto: suonava con Nir Felder. A Nir allora feci solo i complimenti… Poi ci siamo scritti, ha giudicato positivamente il mio progetto, ma essendo sempre occupatissimo, è stato difficile, i tempi si sono dilatati, comunque ha voluto esserci. Quella sera al concerto incontrai anche Matthew Garrison (il bassista americano che suonò con Pino Daniele, ndr). Mi avvicinai, gli feci i miei complimenti in inglese e lui mi rispose in italiano con un accento romanesco, ma perché me parli in inglese, Parliamo italiano, dai! Poi scoprì, dal braccialetto che portavo, che ero come lui un tifoso della Roma… finimmo la serata a bere chiacchierare di calcio, musica, Pino Daniele…».

Torniamo a Passing Through Emotions: l’hai mixato tutto tu?
«Sì è stata un’altra grande sfida. In alcuni brani mi ha aiutato Alfredo Paixão. Alfredo è una persona pazzesca, è talmente diretto… Mi ero appassionato a un suo album, Iris. Parlando del disco gli dissi che era un gran bel lavoro, almeno per me, anche se non ero al suo livello musicale. Mi rispose: “se hai capito quello che volevo trasmettere, allora siamo allo stesso livello!”».

Tutto fatto da casa tua?
«Sì, incredibile vero?»

Quanto tempo hai impiegato?
«Quasi due anni, perché non vivo di musica. Ho passato tante notti insonni, a lavorare».

Cosa ti aspetti dall’album?
«Premetto: voglio fare musica fino all’ultimo giorno della mia vita. Ho un’opportunità di farla anche attraverso BeatClub, sito che gestisce la produzione di beat in tutto il mondo. Sono entrato da poco come member, bella opportunità. Sto lavorando da un anno con Fabrizio Sotti per produzioni hip hop negli States. Questo disco è il mio manifesto, come intendo la musica, il mio biglietto da visita».

La tua famiglia cosa dice?
«I miei genitori hanno cominciato a capire che non era uno scherzo, quando hanno visto che mi chiamavano per interviste, interventi, ecc. Mia moglie mi ha sempre sostenuto, stiamo insieme da ragazzini, sono contenti».

E al lavoro?
«Sono nel mondo della grafica, hanno capito che è una faccenda seria per me, così il mio capo mi permette di prendere qualche giornata libera in più per dedicarmi alla musica».

Rumatera: “Made in Veneto”, punk rock… in dialetto

I Rumatera – foto Davide Carrer

Quando ho ascoltato il disco l’effetto è stato spiazzante. Non capivo se i quattro forsennati che, con chitarre, basso, batteria e voci pompavano un classico punk californiano brillante e un po’ cazzone, mi stessero prendendo in giro o insistessero molto, ma veramente tanto, a voler essere liquidati come un banale prodotto goliardico da serate alcoliche e rutto libero.

Mi sbagliavo! Made in Veneto, settimo lavoro della band formatasi nel 2007 nella provincia veneziana, è esattamente l’opposto. Tanta ironia, passione, goliardia, per sfatare il mito di un Veneto ricco – l’operoso Nordest! – chiuso, poco accogliente, credulone. Le chitarra distorte che disegnano incrollabili riff, la batteria che carica a cento all’ora raccontano altro: la voglia dissacrante di cancellare i luoghi comuni per offrire una narrazione diversa. In queste brillanti demolizioni c’è posto anche per Fossimo nati a Napolibrano dedicato al capoluogo campano e alla sua grande cultura musicale, visto ovviamente, con gli occhi dei Rumatera – a proposito, il nome della band è quello, in dialetto, del carassio, pesce d’acqua dolce, immangiabile, che fruga nel fango in perenne ricerca di cibo… 

La parte musicale è ben costruita, un punk rock anni Novanta, alla Blink-182, Rancid, Green Day, per capirci. Sentire punk della costa Ovest degli States applicato al dialetto veneto fa ancora più effetto, ne amplifica quell’anima sarcastica e demolitrice che il genere si porta dietro. 

I testi sono espliciti, senza filtri, come d’altronde gli argomenti trattati: Daniele Russo (Bullo), Giorgio Gozzo (Gosso), Luca Perin (Sciukka) e Giovanni Gatto (Rocky Giò) quasi fossero degli esperti etologi, scavano, o meglio, “i ruma”, nella loro esegetica “venetitudine” per dar vita a personaggi che poi esistono davvero: quello che, in piena crisi di mezza età, si fa incidere tatuaggi che costano mezo million (il veneto conta ancora in lire), per poi pentirsi (Tatuajo), quell’altro che soffre di perenne priapismo fisico e mentale (Cuco Duro), i commenti nella piazza del paese al passaggio di una bella ragazza (Cueatte). Insomma, ritratti, macchiette che non è difficile incontrare al bar davanti a uno spriss. Oltre le fulminanti bordate ci sono le riflessioni: sull’amicizia Semo ancora qua, sull’amore e la nostalgia, Camponogara e il brano d’apertura, che porta il titolo dell’album, Made in Veneto, una sorta di prefazione a quello che si ascolterà… Made in Veneto/ che par sempre sarà casa mia/ anca quando so distante/ Nisun capisse niente/ E pena verzo boca i sente che mi so da qua…

Ho chiamato Daniele Russo, il Bullo, frontman della band, per una chiacchierata sul disco e la band. Assieme a Giovanni Gatto ha suonato nei Catarrhal Noise, per dirla in dialetto veneto, grupo heavy metal demensiale del Vèneto nasesto a Noałe, in provincia de Venessia, intel setenbre 1994. Ultima annotazione: è un appassionato della musica di Davide Van De Sfroos.

I Rumatera son tornati riaffermando la loro provenienza: come il Prosecco, non siete solo Doc, ma addirittura Docg!
«Made in Veneto è un punk hardcore melodico scritto da Giorgio Gozzo, Gosso (il bassista della band). È il nostro modo di dire cosa significhi il Veneto per noi. Spesso siamo visti come gente che pensa solo ai soldi, all’azienda di famiglia, non parliamo in dialetto per non farci capire ma perché siamo così, attaccati ai luoghi dove siamo nati e cresciuti…».

Passo subito a Fossimo nati a Napoli: cosa significa?
«Sembra una presa in giro, ma non lo è. Anzi, è l’esatto contrario. Siamo partiti da questo pensiero comune: se fossimo nati in America, ora saremmo dei musicisti milionari? E se fossimo nati a Napoli, sarebbe stato lo stesso? In quella città si sente che c’è qualcosa di diverso. Se fossimo nati a Napoli… probabilmente avremmo avuto più successo. Perché la canzone napoletana è affermata nel mondo, è riconosciuta e riconoscibile, un marchio. Noi veneti ci dobbiamo accontentare. E poi, per inciso, di cognome faccio Russo, mio nonno era campano!».

Chi canta con accento napoletano?
«Enzo Savastano, ha voluto cimentarsi in una parodia del cantante neomelodico napoletano…».

Vivete di musica?
«Giorgio e io lavoriamo nel settore; ho una casa di edizioni musicali, Giovanni si occupa di informatica, Luca è un videomaker».

Curiosità: chi sono i tosi de campagna?
«Era il titolo di un format che ci eravamo inventati su una televisione locale (noi pagavamo gli spazi) nello stesso studio allestito per registrare una trasmissione di liscio, tutto tende e paillettes… I tosi de campagna è il nostro modo di essere, di vivere. Un modo semplice, come cantiamo in Made in Veneto, dove ti ritrovi con gli amici, senti che c’è un forte legame fra te e il luogo in cui sei nato e cresciuto».

Amicizia, semplicità, divertimento sano, non essere schiavi di mode e social. Siete di un’altra epoca…
«Abbiamo l’impressione che ci sia una parte della cultura veneta che non sia rappresentata. Prevale l’idea del Veneto legato alla politica, agli affari, all’economia e poco, a una visione più… artistica, la parola giusta è più… napoletana. Eppure la nostra è una regione bellissima a livello estetico, di paesaggio. Offre tante opportunità, non solo economiche, di socializzazione. La gente del Veneto è molto inclusiva…».

L’idea, invece, è quella di una regione poco ospitale, che non vuole immigrazione straniera… insomma capisaldi di certi partiti politici che hanno fatto fortuna da queste parti…
«Sì brontolano contro gli immigrati ma poi ci vanno d’accordo, diventano amici, si ritrovano al bar».

Quindi, tornando al concetto di tosi de campagna
«Noi lo sentiamo davvero. Abbiamo avuto la fortuna di nascere e crescere in paesini di campagna. Certo anche qui è arrivato un certo “poserismo”, chiamiamolo globalizzazione per comodità di linguaggio, ovvero l’assunzione di modelli culturali che non ci appartenevano. Ciò ha portato a far sentire i giovani inadeguati nel loro modo di vivere, a vedere come giusti quei modelli e, di conseguenza, a sentirsi… sbagliati. I tosi de campagna, invece, sono quelli “resistenti”; quando vedono un “poserista” gli dicono: Ma dove votu ‘ndar? (tradotto: ma dove vai così conciato?)».

La band in concerto – Foto Davide Carrer

E il vostro modo di fare musica…
«Abbiamo attinto da certa musica americana, l’abbiamo reinterpretata parlando delle nostre storie. Anche in questo ci riconosciamo come tosi de campagna. Raccontare le nostre differenze è una sorta di resistenza artistica, che poi è quello che fanno a Napoli. Su questo sono inarrivabili».

Tornando ai modelli, cosa pensi della musica prevalente, penso alla trap, al rap italiano degli ultimi anni…
«Trap e rap sono tendenze diffuse, dobbiamo farne i conti. Possiamo discutere se siano un’evoluzione o un’involuzione, una cosa è sicura: sono il segno dei tempi. Ci sono più artisti singoli che band tradizionalmente intese. Però questi ragazzi si organizzano ugualmente in gruppo, uno canta, l’altro prepara le basi, l’altro fa le foto, un altro ancora i video. Sono una crew, una compagnia, appunto. Questo lavoro di gruppo per me è l’aspetto positivo, il riuscire a relazionarsi con altra gente».

Siete degli animali da palco, i vostri concerti sono esperienze di coinvolgimento, avete un seguito fedele come le band degli anni Settanta…
«Suonare con gli strumenti sul palco per noi è come chiacchierare tra amici, è una magia, una cosa fisica, corpi che si muovono a ritmo, intesa che riusciamo a trasmettere a chi ci ascolta. Abbiamo fan in tutto il Triveneto, ma anche in Lombardia e in Piemonte».

Avete citato anche un must della disco Simbaweda di Lady Brian…
«Brian è un vocalist di culto transgenerazionale. Assieme a Igor S. è stato per anni dj resident a Jesolo e in altre grosse discoteche del Veneto ma non solo. Pensa, da giovane, metallaro fino all’osso che odiava le discoteche, sono finito a suonare con lui, siamo diventati amici, suoniamo insieme».

I Rumatera sono andati a finire persino a Los Angeles…
«È stato nel 2015, quando Rocky Giò ha deciso di uscire dalla band. Rimasti senza un chitarrista abbiamo pensato a come trovarne uno, ma a modo nostro…».

Capovolgendo l’ovvietà!
«Sì, Abbiamo deciso di andare a Los Angeles, creare un talent e cercare un chitarrista americano che avesse le qualità per suonare con noi. Siamo rimasti in California tre mesi».

Quali erano i requisiti richiesti, se non sono indiscreto?
«Prove di “italianità” basate su stereotipi: saper fare la pasta, sedurre una persona di sesso opposto, una prova in lingua italiana orale e scritta e preparare uno spritz come si deve. L’abbiamo messo a punto con un titolo, The Italian Dream, abbiamo trovato un regista, il mitico Jako, Andrea Giacomini, il nostro manager s’è attivato dall’Italia e ha contattato la Campari e così abbiamo ottenuto lo sponsor. È stato davvero divertente»…

Ma il concorso ha avuto un vincitore?
«Certo! Una davvero tosta, Jen Razavi, musicista di origini iraniane, chitarrista delle The Bombpops, band californiana di punk rock. È stata con noi in tour dalle nostre parti per cinque mesi. Una gran bella esperienza, siamo diventati molto amici. A Los Angeles ci siamo tornati un altro paio di volte, poi la pandemia ha chiuso tutto».

Dario Sansone: Napoli, i Foja, i miracoli e le tante rivoluzioni

Esce oggi per l’etichetta indipendente Full Heads Miracoli e Rivoluzioni, ultimo lavoro dei Foja. La band rock folk partenopea capitanata da Dario Sansone ha all’attivo tre album e una peculiarietà: canta in napoletano. Il 1 aprile, su al Nord, nel profondo Veneto da cui provengo, un’altra rockband, anch’essa da anni in azione, i Rumatera, ha pubblicato Made in Veneto, album ironico e istrionico con la medesima caratteristica: cantato rigorosamente in veneto.

Entrambi i lavori sono pieni di energia, ricchi di contenuti, affascinanti. Dei Rumatera parlerò venerdì prossimo, ora è il tempo dei Foja e del loro album che, a partire dal titolo, Miracoli e Rivoluzioni, racchiude tutta la napoletanità più autentica. 

Nel capoluogo campano ci sono molte realtà musicali interessanti, il binomio Napoli-Musica è vivo e profondo, oserei, “tradizionale”. Non sto pensando ai grandi interpreti della musica napoletana, ma a un rinnovato parterre di artisti che ha attinto da questa lunga storia, innovando. D’altronde, ai tempi, anche Renato Carosone, ora nell’Olimpo della napoletanità in musica, è stato un artista “contaminante”. Per non parlare di Pino Daniele! Nuove strade musicali, stesso spirito. Su Musicabile nei mesi scorsi vi avevo presentato Fede ’n’ Marlen, due brave e interessanti artiste con il loro Terre di Madonne, e i Little Pony, band capitanata da un eclettico americano di Minneapolis, musicista e pittore, che ha trovato la sua ragione d’espressività in Italia e in Napoli, usciti recentemente con il disco Vodoo We Do.

Miracoli e Rivoluzioni è un lavoro che si pone a pieno titolo su questa scia: usare paradigmi sonori differenti senza intaccare quella musicalità che ha fatto grande Napoli. Un disco dove i Foja si fanno molte domande sulla vita, il concetto di libertà, l’immigrazione, le guerre, l’amore. Alcuni esempi? Il valore di comunità che è stato travisato sui social (A cosa stai pensando?: Ma tu magni ‘o si magnato? Sí ‘nu giudice ‘o sí giudicato? Sí ‘o veleno o sí l’avvelenato? Manna ‘nu signale o sí signalato…); la fiducia nell’umanità, nonostante tutto (Nunn’è ancora fernuta: A furia ‘e rirere d’e guaje d’a gente/ c’allantunamme sempe/ e tu nun daje ‘na mano a chi vene ‘a luntano/ ‘sta guerra è pure ‘a toja/ ‘a terra è comme ‘a musica nunn’è ‘e nisciuno/ ma tu te futte ‘e paura/ e nun truove ‘na ragione/ ca te fa sta’ buono…). C’è posto per ballate struggenti come Santa Lucia e per un brano famoso, composto dall’argentino Alejandro Romero, che lega inesorabilmente Buenos Aires a Napoli, dedicato al famoso goal di mano che Maradona infilò all’Inghilterra ai Mondiali in Messico, e che i Foja hanno tradotto, con la partecipazione dello stesso Romero, in A mano ’e D10S

Un album a cuore aperto, dunque, che vede, proprio per questo, belle collaborazioni: Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti, Clementino, Enzo Gragnaniello, il pianista Lorenzo Hengeller, il già citato Alejandro Romero. 

Se dovessi sintetizzare Miracoli e Rivoluzioni in una sola parola, userei Appocundria. Che poi è un pezzo splendido di Pino Daniele da Nero a Metà (1980), dove il mitico artista ne spiegava il significato: “Appocundria me scuppij ogni minuto ‘mpietto/Pecché passanno forte e sconcecato ‘o lietto/ Appocundria ‘e chi è sazio e dice ca è diuno/ Appocundria ‘e nisciuno”. 

Appocundria è come la luso/brasiliana Saudade (ne avevo parlato due anni fa in pieno lockdown). Termine che racchiude tristezza, speranza, nostalgia, desiderio struggente. Che poi è stato – e continua a essere – inevitabilmente tradotto in musica. Tra Napoli e Salvador da Bahia, credetemi, c’è un legame fortissimo. Entrambe le città sono musicalmente magiche e portate naturalmente alla musica. È l’Appocundria/Saudade che le rende gemelle nella creatività e nella poetica. 

Ne ho parlato con Dario Sansone, frontman dei Foja. È l’autore dei testi (eccetto L’Urdema Canzone, di Alessio Lollo), cantautore nell’animo, divide ed esprime la sua creatività tra musica e disegno, i suoi sogni di bambino…

Miracoli e Rivoluzioni, bel titolo…
«Sono le due anime dell’album che rispecchiano l’essere di Napoli, città di grandi fedi e altrettante rivoluzioni sociali. Il disco si interroga sull’amore, inteso come miracolo, perché indipendente dalla nostra volontà, e su tutti quegli atti legati all’introspezione umana e sociale dovuti alle nostre decisioni».

Quando avete iniziato a scriverlo?
«Prima della pandemia e rivisto praticamente… fino a oggi! È stato come attraversare un mare profondo con tutto quello che è successo».

Nel disco c’è, molto forte, il concetto di comunità, convivenza, pace, rispetto…
«Sono canzoni che non danno risposte, piuttosto si pongono tante domande. Che hanno a che fare con l’umanità, una riflessione su dove stiamo andando, su cosa sta succedendo, partita prima del Covid e della guerra in Ucraina. Ci troviamo su una strada molto complicata. Oggi è necessario parlare molto più di pace che di guerra. Siamo in mezzo a una lotta che non vede la fine: no vax, sì vax, no Russia sì Ucraina. Dobbiamo imparare a osservare e stare calmi, perché l’odio va più veloce dell’amore».

A proposito di convivenza e contaminazioni: ci sono belle “featuring” nell’album…
«Sì, e ne siamo contenti. C’è un intervento prezioso di Michele Signore, della Nuova Compagnia di Canto Popolare, con la sua Lira Pontiaca in Nunn’è ancora fernuta; il pianoforte di Lorenzo Hengeller in Stella, la partecipazione di Davide Toffolo in A cosa stai pensando, quella di Clementino che ha voluto rappare su Santa Lucia, il grande Enzo Gragnaniello in ‘Nmiezzo a niente, una canzone “denudata”, quasi brasiliana. Sono orgoglioso: lui è Napoli fino all’osso e ha cantato le parole scritte da me!».

E poi c’è anche Alejandro Romero…
«Quando gli abbiamo chiesto l’autorizzazione di cantare il suo brano, non solo ha acconsentito, ha voluto esserci anche lui…».

Dario, sei sempre stato a contatto con la musica…
«Mio nonno ha sempre cantato, mio papà suona la chitarra in una cover band di Santana, musicisti operai… Ieri eravamo insieme dal liutaio, lui con la sua Stratocaster, io con la mia Martin. Ci confrontiamo musicalmente, non pensavo di arrivare, un giorno, a fare tutto ciò. A casa non pensavano che questa mia passione diventasse realtà. Mio padre m’ha trovato a fare concerti in piazza San Carlo completamente piena di gente… In famiglia siamo molto sereni, mia madre è la più severa, è lei che giudica le mie canzoni, èfatta così, rigida anche con se stessa».

E il disegno, l’arte visuale?
«È l’altra mia grande passione assieme alla musica. Sono fortunato perché di entrambe ne ho fatto un lavoro».

A Napoli come vi vedono?
«Più che altro non ci vedono proprio e da un bel po’ di tempo! C’è ancora una confusione burocratica che non permette di sbloccare i concerti. Siamo una band di palco, per questo molto seguita, perché i nostri concerti sono comunione, festa, contatto».

Quando avete iniziato come eravate considerati?
«Come degli alieni! Fare rock-folk cantato in napoletano non è stato capito subito. Per noi era naturale e sincero esprimerci nella nostra lingua. Ora s’è capito che non era ardito ma coerente. D’altronde, Renato Carosone è stato il primo a miscelare musica americana e napoletanità. Penso anche al grande Pino Daniele, a James Senese, sono stati il modo di comunicare di una generazione».

Napoli è particolarmente attiva in ambito musicale…
«È una città artisticamente vivissima. Credo che si leghi alla precarietà in cui siamo abituati a vivere da sempre. La nostra creatività, nella musica, nell’arte, nella cucina è conseguenza di questo nostro vivere. E sai qual è la ragione? ‘O Vesuvio! Il simbolo fisico di Napoli. Può esplodere da un momento all’altro, può distruggerci. Questo vivere sempre sul filo, questa schizofrenia fatta anche di miracoli e rivoluzioni dipende dal vulcano, credimi!».

A proposito, la cover è molto bella!
«È un disegno di Alessandro Rak, disegnatore e regista. Collaboriamo insieme da anni, siamo molto amici. Nel film d’animazione di Alessandro, Yaya e Lennie – The Walking Liberty, che uscirà il prossimo novembre nelle sale, ho scritto la colonna sonora, c’è anche un brano che abbiamo inserito in Miracoli e Rivoluzioni, Pe’ te sta’ cchiu’ vicino, che nel film è cantato da Ilaria Graziano».