Bono imbarazzato? Sì, ma soprattutto “frainteso”…

La locandina di Awards Chatter, andato on line domenica scorsa, con Bono e The Edge

Ci mancava pure la polemica sulle ultime dichiarazioni di Bono. Il frontman degli U2 è stato giudicato, attaccato, se mi permettete, manipolato, anche da bravi colleghi di casa nostra per certe affermazioni estrapolate durante una bella e divertente chiacchierata fatta in un podcast piuttosto famoso negli Usa, gli Awards Chatter del The Hollywood Reporter. Bono era ospite assieme a The Edge, al secolo David Howell Evans, il chitarrista inglese della band. Un bel podcast che vi consiglio; se avete voglia di ascoltarlo andate a questo link. Da quella bella chiacchierata a tre, chissà perché sono state estrapolate – e stravolte – un paio di dichiarazioni, tanto che i titoli sui giornali di oggi risultano pressoché tutti  uguali: «Bono imbarazzato per la sua voce», «Bono non sopporta il nome della band». «Bono…».

Una delle band più importanti nella storia del Rock, dirimente e influente, che ha venduto quasi 160 milioni di dischi, sbancato i botteghini con il suo U2 360°, il tour più proficuo di sempre, circa 737 milioni di dollari di incassi (2009/2011) che ha vinto palate di Grammy e due Golden Globe che viene così sputtanata dal suo frontman? Sembra strano. Per Bono un clamoroso effetto Tafazzi? Ripensamenti dopo aver superato i sessanta? Sarà mica bipolare? 

Niente di tutto ciò, tranquilli. Il frontman ha sì ammesso di sentirsi in imbarazzo per la sua voce, ma parlando del primo disco della band, Boy. Ha confessato di essere arrossito di vergogna quando, mentre guidava, gli è capitato di ascoltare in radio una canzone di quel disco. Aggiungendo anche che gli U2, all’inizio, facevano musica per suonare nei locali e non per essere registrata, dunque, il suo modo di cantare era eccessivo, non “amalgamato” con la musica di una band, che per sua stessa ammissione, suonava già straordinariamente bene.

Quanto al nome dato al gruppo, vien da sorridere: per i due intervistati U2 era quello meno peggio a disposizione, in una lunga scelta di nomi improbabili. Quindi, frontman e chitarrista si sono lanciati in una divertente confessione-ricordo sul perché fossero nati i loro appellativi, Bono e The Edge, cercando di ricordare quelli degli altri due membri, Adam Clayton e Larry Mullen… Aneddoti che rendono ancor più leggendaria la band irlandese e accativante il podcast.

Davvero non capisco questa alzata di scudi. Qual è la notizia? Che Bono si imbarazza a riascoltare la sua voce degli esordi? È stato sincero, ammettendo pure che, allora, non aveva tutte le nozioni tecniche necessarie per affrontare una registrazione il più possibile perfetta, mancavano dei dettagli fondamentali, s’è spinto a dire. In fin dei conti alla fine dei Settanta, come molti altri gruppi in quell’incredibile decennio, erano soltanto dei ragazzi che avevano un sogno, fare musica, e molto da raccontare («quello che avevamo in testa e nel cuore», come sostiene il frontman), oltre a una grande creatività e determinazione.

Gli U2 sono una delle vittorie e degli orgogli del Rock, patrimonio “untouchable” della musica del Novecento. Suvvia, siamo seri! Se poi si vuol approfittare della Mega Wave Bono e surfare sulla cresta del gossip per sentito dire, beh questo è un altro discorso…

Brunori Sas e la sua “Ode al Cantautore”: così è il mercato…

Può un artista zippare nel testo di una canzone di 3 minuti e 16 secondi un graffiante ritratto della musica italiana? Se si tratta di Dario Brunori (Sas) sì. Eclettico quanto basta, intelligente, provocatorio, una gran bella capacità di scrittura e altrettanta di mettere in musica i suoi pensieri, mai scontato, ha pubblicato una settimana fa un Ep, che richiama  il precedente disco Cip! uscito nel 2020. 

Il titolo è Cheap! Che in inglese significa “economico”, costato poco (visto che se l’è scritto, musicato, cantato, suonato e registrato tutto da solo a casa sua a dicembre, albero di Natale addobbato lo testimonia!), ma che sta anche per Cinque Hit Estemporanee Apparentemente Punk, acronimo divertente quanto carico di pensieri sul nostro stare al mondo, appiattiti e uniformati.

Il brano di cui vi sto parlando l’ha chiamato Ode al Cantautore ed è la perfetta fotografia del mercato discografico d’oggi. Un ragionamento che avevo fatto con molti, da Tommaso Novi a Cisco, per ricordare le interviste più recenti. Sentirselo dire così bene, vedere immagini così plastiche, stampate in 3D, merita questo post! Leggetela e ascoltatela. Anzi, leggete e ascoltate tutti e cinque i brani di questo Ep. Ne vale la pena… perché in fin dei conti siamo i figli di una balena che ha il cuore piccolo ed una bocca enorme

Suddito del Regno di Milano
Mi presento col cappello in mano
Mi inchino alla multinazional
che mi versa i danari per scrivere e cantare
Prono alla promo musicale,
mi vesto da giullare e inizia il baraccon

Visita alla radio commerciale
Col fido ufficio stampa da scudiere
In singolar tenzone con lo speaker piacione
A disquisir di ‘nduja e peperone,
Eh-eh-eh-eh-eh

Ode a Fabrizio De André
Di certo non uno come me
Che sono un surrogato, prodotto dal mercato
Che vive solamente di cliché-é-é

La giacca da impiegato e la barbetta
La montatura spessa e la panzetta
Quell’aria un po’ sinistra da vecchio socialista
E l’ironia un po’ catto-comunista,
Ah-ah-ah-ah-ah

Ode a Francesco De Gregori
A me sempre affiancato da tutti i detrattori
Perché, l’ho detto,
sono un surrogato,
voluto da un mercato

Che vive di cliché, o di cachet
O di cachet, o di cliché

Poi parte la crociata in Feltrinelli
Palermo poi Milano ed i Castelli
Fatece largo che passamo noi
Che semo li poeti, che semo i nuovi eroi

Cantiamo della vita e dell’amore
Però poi, sotto sotto, ce piace il disco d’oro
(Il disco d’oro, il disco d’oro)
Ma per avere il disco d’oro
(E per avere il disco d’oro)

Centomila copie da firmare
E centomila foto da scattare
E dal calar del sole, ci scappa una marchetta
‘O cellulare, ‘o jeans e ‘na maglietta,
Ah-ah-ah-ah-ah

Ode al buon vecchio Lucio Dalla
Nel suo profondo mare io sembro un morto a galla
Perché, l’ho detto, sono un surrogato,
voluto da un mercato

Che vive di cliché

E daje de tacco, e daje de stinco
Quant’è bono ‘sto Premio Tenco
E daje de tacco, e daje de mente
Quant’è bono ‘sto Nastro d’argento
E daje de tacco, e daje de coro
Quanto so’ boni i diritti d’autore
Perché so’ senza IVA,
nun so’ come er baccalà
Perché so’ senza IVA,
nun so’ come er baccalà, cha-cha-cha!

Interviste: Danilo di Paolonicola, la World Music e il Saltarello abruzzese…

Danilo di Paolonicola e l’Orchestra Popolare del Saltarello – Foto di Emidio Sciannella

Un disco di World Music in Italia è sempre una benedizione. Il recupero di tradizioni sonore che si sono contaminate nei secoli grazie a scambi culturali e conflittuali, imposti o mutuati, sono la base di un’ulteriore “fusione” per chi ha la voglia, l’intelligenza e le capacità di addentrarsi in un mondo musicale che può offrire infinite combinazioni.

Danilo di Paolonicola, 44 anni, abruzzese di Teramo, fisarmonicista che ha solcato i palchi di mezzo mondo, con la sua Orchestra Popolare del Saltarello ha pubblicato il 28 dicembre scorso Abruzzo, primo disco ufficiale dell’Orchestra, che va ascoltato con molta attenzione. Perché, in otto brani, molti dei quali famosissimi anche fuori regione, ha dimostrato che la musica è un’arte senza tempo e che le canzoni popolari, quelle che si ballano alle feste paesane, possono diventare musica colta.

Voci potenti, che da un abruzzese stretto improvvisamente volano nel jazz o raggiungono accenti blues, saltarelli che si fondano in metriche jazz, escursioni balcaniche alla Bregović, strumenti mediterranei come il bouzouki greco uniti a percussioni sudamericane…

Sempre con un accento originario forte, ben marcato: d’altronde resta pur sempre una musica da ballo, canzoni che uniscono, creano comunità, condividono gioie e dolori, amori e fatica (non a caso i live dell’Orchestra sono sempre accompagnati da ballerini professionisti, a testimonianza del serio lavoro storico che sta alla base dell’operazione creativa).

Essendo molto curioso, soprattutto su dischi di questo genere, ho chiamato Danilo per farmi raccontare la genesi dell’album…

Un gran bel disco, pura Italian World Music!
«(sorride, ndr) Di base, le melodie sono rimaste le stesse, il resto è stato completamente rivisitato. Il lavoro che ho fatto nella maggior parte dei brani è stato contaminarli con i suoni e i ritmi che nascono lungo il percorso della transumanza. Siamo abruzzesi, conserviamo nel DNA l’antica tradizione dei pastori che facevano la transumanza verso la Puglia lungo il tratturo Magno (244 km da L’Aquila a Foggia, il più lungo d’Italia, ndr). Facendo questo percorso la musica popolare si trasforma: dal Saltarello diventa Ballarella, poi passa alla Tammurriata, quindi alla Tarantella del Gargano fino ad arrivare alla Pizzica…».

E qui c’è stato il primo livello di “fusion”…
«Esatto, all’interno di questo disco la prima fase di arrangiamento è stato proprio l’inserimento di altri ritmi popolari sulle canzoni abruzzesi, Oltre a questo lavoro, visto che in Abruzzo abbiamo un grande repertorio di canzoni – e di balli – ho deciso di inserire un paio di canzoni completamente rivisitate. La prima, Maria Nicola, ha un ritmo reggaeton, nella seconda, Diasill, che non è una canzone ma una litania, ho inserito una base funk su un testo rap».

Ma anche in Vola Vola Vola, che apre l’album, per esempio, hai lavorato molto, soprattutto nella coralità…
«Sì, i cori sono sempre molto curati. La mia idea di musica prende spunto anche dalla musica pop, dove c’è grande attenzione per cori e arrangiamenti. Abbiamo fatto un grande lavoro sulle voci. Su Vola Vola Vola, il mood è jazz, l’esposizione del tema della strofa mantiene l’armatura jazz con  accordi complessi; sul ritornello, invece, ritorna nella versione originale che tutti conoscono. Ho cercato di renderla più raffinata e, allo stesso tempo, riconoscibile, essendo l’unico brano popolare abruzzese famoso in tutto il mondo. Una vera particolarità, perché le canzoni popolari italiane più famose all’estero sono quelle napoletane…».

Ascoltando come hai rielaborato questi brani hai una visione diversa della canzone popolare, giustamente catalogata come World Music…
«Vengo da altri generi musicali. Sono un jazzista e, oltre al jazz e al pop/rock dove sono laureato, studio da tempo la musica etnica. Penso che le cose più interessanti uscite negli ultimi dieci anni siano venute tutte dalla World Music. Unendo suoni diversi, tipici di altre culture, si creano sonorità molto interessanti e anche, forse, innovative, se me lo permetti. Più correttamente, nuove sonorità, che miscelate con suoni “attuali”, diventano un prodotto interessante».

Foto di Emidio Sciannella

Quello che fa fatto Stweart Copeland con la Taranta…
«Il lavoro di Copeland del 2003 è l’edizione della Notte della Taranta che preferisco. Un brano che non è presente nel disco, il Saltarello Teramano, l’ho arrangiato prendendo spunto proprio dalla Pizzica degli Ucci».

A proposito: come hai scelto i brani da mettere nel disco?
«Nel repertorio dell’Orchestra che proponiamo dal vivo sono di più, ovviamente. Ho voluto prendere delle canzoni che tutti più o meno conoscono e dare loro un vestito nuovo».

Parlami dell’Orchestra, i musicisti che estrazione hanno? Come hanno preso questa idea di World Music in senso lato…
«I musicisti dell’orchestra non vengono dalla musica popolare, a parte i cantanti. Abbiamo una ritmica di jazzisti, ma chiaramente ci sono strumenti popolari come la zampogna, l’organetto, la fisarmonica, che io suono, e i tamburelli. I cantanti principali vengono, appunto, dalla musica popolare, abbiamo, per esempio, un africano – è lui che rappa in Diasill – che canta anche in abruzzese, ed è bello sentire il diverso accento che dà alle parole, poi abbiamo una italo-algerina: anche lei porta il suo bagaglio culturale… Questo ensemble produce un risultato diverso da quello che il pubblico è abituato ad ascoltare.

Gli arrangiamenti dei brani sono tutti opera tua?
«Sì. Li propongo – perché non li preparo a casa, ma lavoro in sala prove con tutti – osservando le facce dei miei musicisti. Quando li vedo tutti sorridenti, vuol dire che piace e che si divertono a suonare. È importante, così facciamo un lavoro di gruppo, dove tutti sono motivati».

L’improvvisazione c’è quasi sempre nella musica popolare, vedi lo Choro brasiliano, il Changuï di Guantanamo… Vale anche per il Saltarello?
«Abbiamo parti scritte e altre lasciate alla libera interpretazione dei musicisti, perché la musica popolare ha bisogno di questo, lo richiede, come il jazz… L’improvvisazione arricchisce un brano, lo cambia sempre, rendendolo in questo modo unico e prezioso».

Di quanti elementi è composta l’Orchestra?
«Undici o dodici. Li abbiamo ridotti, inizialmente l’organico era di diciotto, ensemble molto complicato da portare in giro. In più c’è un gruppo di ballo composto da 4/6 ballerini».

In Abruzzo come hanno preso questa tua rivisitazione popolare?
«Vabbè è normale, c’è sempre qualcuno che storce un po’ il naso, però noi le cose ce le siamo guadagnate sul campo».

La genesi dell’Orchestra?
«È nato tutto per caso, nel 2014, in una giornata di divertimento passata in montagna. In realtà era un’idea che avevo da tempo. Per realizzarla ho chiamato alcuni ignari amici musicisti, tutti provenienti dall’ambiente jazz, giustificando una session estemporanea di musica popolare per puro divertimento. Prove dalle 11 del mattino fino all’una del pomeriggio. Sembrava tutto finito, poi, dopo il pranzo, la sorpresa: un concerto, che nessuno di loro si aspettava. L’ho fatta apposta perché ero sicuro che, vista la loro provenienza artistica, non mi avrebbero seguito nel progetto che avevo in testa. C’è ancora il video sulla nostra pagina Facebook. Da allora non ci siamo più  fermati, ci hanno chiamato ovunque per suonare. Nel 2017 siamo stati invitati al Concerto del Primo Maggio a Roma. Da quel momento siamo diventati di fatto l’Orchestra dell’Abruzzo!».

Vi siete esibiti all’estero, pandemia permettendo?
«Solo a Monaco per un evento dell’ufficio del Turismo. Abbiamo, però, ricevuto molti inviti, in Canada, Stati Uniti, Sudamerica. L’idea c’è, ci stiamo attrezzando per il prossimo anno, ma il grosso scoglio, come potrai capire, sono i costi, soprattutto i biglietti aerei. Stiamo cercando di ottenere sovvenzioni dalle istituzioni, dalla Regione Abruzzo».

Il disco è stato autoprodotto…
«Sì, l’abbiamo voluto così. L’ho arrangiato e prodotto, l’abbiamo pagato di tasca nostra, perché, per il momento, non vogliamo legarci a nessuna etichetta discografica, per avere maggiore libertà di utilizzarlo come meglio crediamo. Non è un’operazione per far soldi, ma per divulgare un’idea di musica in cui crediamo. È… cultura».

Come t’è venuta la passione per la fisarmonica?
«Ho iniziato a suonare l’organetto a sei anni, andando a lezione da Fanciullo Rapacchietta, famoso musicista d’organetto abruzzese. L’elemento fondamentale che ha caratterizzato il mio percorso musicale è stata la vittoria di molti concorsi, nazionali e internazionali… ne ho vinti tantissimi, ero considerato un bimbo prodigio. Sensazione molto bella, che mi ha portato, però, un po’ fuoristrada. L’esperienza mi ha dato una facilità di stare sul palco, il saper lavorare con altri musicisti, ma in quella fase della mia vita, anziché fare il circense super virtuoso, avevo capito che mi mancavano elementi importanti per conoscere e capire bene la musica. Così, ho smesso di esibirmi è ho iniziato a studiare musica jazz, lasciando da parte l’organetto e suonando la fisarmonica. Ho fatto anche lì concorsi, vinto premi e poi ho iniziato a lavorare per ditte di fisarmoniche tra cui la Roland: mi hanno scelto per realizzare un nuovo strumento, la FR18 diatonic, una fisarmonica diatonica che ha avuto un successo planetario. Per divulgarla ho iniziato a fare concerti in tutto il mondo, presentando lo versatilità dello strumento attraverso tutti gli stili della World Music. Ora lavoro con le fisarmoniche di Paolo Soprani… Ho continuato a studiare, mi sono laureato in composizione, il Conservatorio de L’Aquila mi ha chiamato per aprire il corso di fisarmonica diatonica. Ho insegnato anche al Santa Cecilia di Roma e al conservatorio di Catanzaro. La mia soddisfazione è che, grazie a tutto questo lavoro, sono stati istituiti corsi di musica tradizionale con vari indirizzi, canto, zampogna, organetto, chitarra battente…».

E il Saltarello?
«Ho cominciato a proporlo quando ero in Giappone per Roland. Lo suonavo nei concerti e il successo è stato unanime. Da lì, vedendo il grandissimo lavoro della Taranta, mi sono convinto a organizzare un festival simile, ma fondamentalmente diverso. Quest’anno, dopo due anni di fermo, ritorneremo con grosso evento che sarà organizzato nella Valle Subequana, una spettacolare zona interna dell’Abruzzo».

Ultima domanda: questo primo disco è solo un inizio…
«Sì, in realtà è il primo volume dedicato all’Abruzzo. Ne uscirà anche un secondo, presto. In futuro, abbiamo intenzione di lavorare allo stesso modo su altre regioni. Ho già un progetto sulle musiche del Centro Italia, che la pandemia fa frenato… Al di là dell’Orchestra ho un progetto jazz a cui tengo molto, con Nino Buonocore, e un altro disco che uscirà tra un paio di mesi, il sequel di No Gender (album pubblicato nel 2016, ndr), Volume II, dove l’aspetto virtuosistico e jazzistico rappresentano al massimo l’utilizzo dei miei strumenti. Tutte composizioni originali, ispirate alla musica balcanica, con ritmi dispari, allo swing, al bluegrass…».

Riflessione su musica e videoclip: una coperta di Linus o un… booster?

Musica e video godono di un rapporto privilegiato. Entrambi trasmettono segnali, emozioni, raccontano storie. Di questa relazione passionale il business della musica se n’è accorto già da molti anni e ci è andato giù determinato. Ci siamo abituati ai videoclip, non esistono praticamente brani senza una storia filmata. La mia riflessione di oggi, vuol essere una provocazione.

All’inizio erano gli stessi musicisti ad apparire cantando, suonando in playback, poi, via via, con una dicotomia sempre più evidente, il video è diventato altro, una storia a sé, raramente piccoli gioielli da cineteca, il più delle volte brevi sceneggiature sul significato del brano, altre, animazioni oniriche, altre ancora, invece, riempitivi ad… “arnese” buffo.

Ve ne sto parlando perché, ultimamente, forse effetto della pandemia e del modo di vivere adottato in questi due anni, mi stanno arrivando sempre più richieste di recensioni di lavori ma con un accento virato non tanto sulla qualità musicale, quanto sulla bellezza o il significato del video allegato al brano. Normalmente si tratta di “singoli”, ne stanno uscendo a palate, corredati di questa o quella clip, realizzata da questo o quel videomaker…

La domanda che mi faccio ogni volta che apro la mia casella di posta è la seguente: ma se in una nuova produzione è più importante il video piuttosto che il brano che l’artista presenta, due son le cose, o il filmato è più bello, innovativo, interessante del brano, oppure l’artista ha bisogno di un booster (in questo caso la clip) per essere “ascoltato”… Comunque: perché uno che si occupa di musica deve parlare di cinema?

Non voglio apparire saccente, non è proprio il mio caso, anzi, se c’è uno che si pone mille domande prima di consigliare un disco o un ascolto quello sono io, ma registro che, ormai da troppi anni, ci sia un problema nella musica proposta.

Con fatica sto cercando di mostrarvi un livello musicale, soprattutto nel nostro Paese, alto. Musicisti che non hanno necessità di un “aiutino” visivo per fare breccia su chi ascolta. Anzi, un video sarebbe come togliere fantasia ed emozioni al brano che si sta ascoltando. La bellezza della musica sta proprio nel far sì che l’ascoltatore la interiorizzi, la faccia propria secondo le emozioni che le note in quella determinata sequenza vengono recepite da ognuno di noi. La musica è per tutti ma è anche un affare maledettamente personale.

Sono arrivato a questa conclusione: un video non si nega mai alle super rock/pop/rap/trap/star, che possono permettersi investimenti importanti. Ma un video non si nega nemmeno a chi, qualunque genere esso si dedichi, ha poca sostanza, ha un sapere musicale magari appiccicaticcio… le immagini risultano, più che una storia, un’ulteriore “alterazione di sensazioni” che servono a spingere la canzone.

La buona musica c’è, eccome se c’è! Basta saperla cercare al di là dei cotillon che vengono serviti tutti i giorni. Andare alla sostanza dell’emozione è uno dei miei obiettivi del 2022. Spero di condividere con voi questa sensazione.

Chiudo ricordandovi che nel prossimo post di venerdì vi parlerò di Worldmusic in Italia, più precisamente, in Abruzzo! A presto…

Dieci dischi degni di nota del 2021 – Seconda parte

Eccovi serviti gli altri cinque dischi degni di nota dell’anno appena trascorso. Come vedrete, troverete alcuni grandi nomi, graditi ritorni, ma anche una trombettista australiana decisamente “superior” e un pianista (italiano) che ha composto uno degli album più interessanti dei tanti ascoltati, per pianoforte, del 2021. Spero di farvi cosa gradita. Mettetevi comodi e cuffie pronte…

La Linea Del Vento – Alessandro Deledda – 30 aprile 2021

Perugino di nascita e formazione ma sardo d’origine, Alessandro Deledda ha composto e prodotto la sua Linea del Vento. Un vento che spira e porta al mare, a una barca che gonfia le vele e va dove la musica e i pensieri hanno deciso di spingersi. Alessandro l’ho intervistato nel giugno dello scorso anno dopo aver ascoltato il suo intenso viaggio nell’oceano della sua memoria. Un album scritto di getto, una sessione di un pomeriggio trascinato in sala di registrazione dal suo fonico con al scusa di provare nuovi microfoni. Il risultato, dopo ore e ore di composizione ininterrotta, è questo album che lui, in modo molto poetico ma anche pratico ha battezzato, appunto, La Linea del Vento. Di formazione classica («la classica è il Pin della musica», mi disse), nelle sue composizioni si trova jazz, rock (è da sempre un appassionato dei Metallica, dei Pink Floyd, dei Depeche Mode), musica elettronica con cui si diletta in un progetto parallelo, dunque, una fusion sistematica. Così mi ha descritto l’album: «Madreterra è una dedica alla mia terra d’origine, la Sardegna (le mie origini sono a Pattada), Ginevra, invece è una cagnolina che ho adottato. Come Charlie Was Here, brano dedicato al mio vecchio amico a quattrozampe che non c’è più. L’ultimo brano del disco, quello più “jazz”, Have You Met Mr. Pongo?, è nato pensando all’altro cane che ho, un trovatello pure lui. Amo gli animali, infatti, una parte del ricavato delle vendite del disco andrà a un’associazione animalista. Gino e l’Olivo, invece, è il ricordo di un anziano agricoltore. Insomma, quando ho suonato in quelle tre ore e mezza, ho davvero ripercorso i miei pensieri più profondi che ho associato a melodie. È la mia linea del vento…». 

Delta Kream – The Black Keys – 14 maggio 2021

Dan Auerbach e Patrick Carney, i The Black Keys, hanno deciso di ritornare al loro biberon musicale, rivedendo pezzi storici del Blues, brani di mostri sacri del genere, come il sommo R. L. Burnside (a proposito, il 25 giugno è uscito un disco roots molto interessante del nipote, Cedric Burnside, I Be Trying), di Junior Kimbrough o di Fred “Mississippi” McDowell, trasformandoli in brani con incursioni rock. Il risultato è un disco che mi è piaciuto perché è un onesto omaggio al genere che ha contribuito non poco a farli diventare famosi, impreziosito dalla chitarra slide (onnipresente) di Kenny Brown e dal basso di Eric Deaton. Molti si sono domandati se fare un disco con brani capisaldi del Blues non fosse un po’ troppo pretenzioso, visto che, ad esempio, per Poor Boy a Long Way From Home di Burnside, ci sono versioni strepitose, una per tutte quella di Howlin’ Wolf, come ha fatto giustamente notare Rolling Stone Usa. I due – diventati per l’occasione quattro – ci sanno fare. È il loro punto di vista, la loro interpretazione, il loro omaggio. Ed è per questo che vanno presi e ascoltati. Anche perché, vale ripeterlo, il lavoro “di fino” che fa Kenny Brown merita da solo l’acquisto dell’album: basti mettere in cuffia Going Down South: il chitarrista con bottleneck all’anulare viaggia in perfetta sintonia con la voce sottile di Dan Auerbach. Musica da strada, sotto il sole, dovunque voi siate…

Portas – Marisa Monte – 2 luglio 2021

Marisa Monte la seguo da sempre, è una delle voci brasiliane inconfondibili, un’artista che ha tante cose da dire e mai banali, una musicista completa che compone, arrangia, produce. Uno spirito libero perennemente impegnato. All’uscita di Portas l’ho intervistata. Io me ne stavo sotto i quaranta gradi del Salento lei nella sua “invernale” Rio de Janeiro… Se avete voglia di leggerla andate a questo link. Da quella lunga chiacchierata, mi rubo alcuni passi che ho scritto allora… Un album composto da 16 tracce, un racconto, per chi la conosce, che ha del cinematografico. Sedici brani che catturano, conquistano, raccontano storie. In Portas c’è amore, romanticismo, passione, tristezza, allegria, speranza, futuro. Se dovessi fare un paragone, è come vedersi un film alla La La Land. Basta ascoltare Portas, brano che dà il titolo all’album, per capire quale sia la direzione del nuovo lavoro della Monte. Qual é a melhor?/ Não importa qual/ Não é tudo igual/ Mas todas dão em algum lugar/ E não tem que ser uma única/ Todas servem pra sair ou para entrar/ É melhor abrir para ventilar/ Esse corredor… Qual è la porta migliore? si chiede. La risposta arriva subito dopo: non ha importanza quale sia, non è tutto uguale. Ma tutte le porte aprono in un qualche posto. E, non necessariamente deve essere una porta sola, tutte servono per uscire e per entrare. È comunque meglio aprire per far cambiare aria a questo corridoio… Metafora dei tempi correnti. Se volete entrare nel samba, pieno, soffice e sostanzioso, con la collaborazione di Pretinho da Serrinha, ascoltatevi Elegante Amanhecer, brano dedicato alla Portela, scuola di samba carioca, di cui Marisa è sostenitrice, tra cavaquinho, cuica e surdo: Foi lindo de ver a Portela/ O sol raiando/ Elegante amanhecer/ Seu canto ecoou na passarela/ Auê auê salve o samba, salve ela… Tante le collaborazioni che Marisa ha voluto nel disco, da Arto Lindsay ad Arnaldo Antunes, l’ex Titãs, con  lui e Carlinhos Brown hanno creato i Tribalistas… Per proseguire con il bassista Dadi Carvalho o il polistrumentista Marcelo Camelo dei Los Hermanos. Ah, c’è Anche il mago Arthur Verocai che ha arrangiato i brani assieme ad Antônio Neves e Camelo. Il Brasile che mi piace…

Gullfoss – Nadje Noordhuis – 21 settembre 2021

Gullfoss è l’ultimo lavoro di Nadje Noordhuis. Australiana, 41 anni, da molti anni a New York, suona la tromba e il flicorno. Quello che riesce a ottenere è un suono pieno, caldo, struggente e anche… estremamente rilassante. Il disco è uscito in cd il 21 settembre, ma in vinile è stato pubblicato a tiratura limitata nel 2019, ed è la registrazione di un live suonato dalla Noordhuis nel 2018 al Musig im Pflegidach di Muri, in Svizzera, accompagnata dall’arpista Maeve Gilchrist che, per inciso, è stata per un periodo anche sua coinquilina a New York, il chitarrista Jesse Lewis e il bassista Ike Sturm più i tappeti sonori con i sintetizzatori, la batteria e le percussioni di James Shipp, polistrumentista che ha suonato anche con Sting. Insieme fanno il Nadje Noordhuis Quintet, un gruppo affiatato che riesce a trasmettere sensazioni non scontate, in un lavoro ispirato alla Natura e alle sue molteplici forme d’espressione. A tratti ricordano gli islandesi Sigur Rós, per poi aprirsi in atmosfere alla Pat Metheny. Ascoltatevi Indian Pacific, un arpeggio continuo e fluido come le onde del mare di Maeve Gilchrist e della chitarra di Jesse Lewis che fa da base a una struggente melodia che riporta all’emisfero d’origine della Noordhuis. In Silverpoint, altro brano parecchio interessante, la musicista riesce a fondere pattern elettronici con una chitarra che, nel finale, assume toni decisamente rock. Gullfoss, la composizione che dà il titolo all’album e che richiama la famosa cascata islandese, è l’ultimo “messaggio”: attacca con il basso a cinque corde di Ike Sturm, martellante, per poi portarci in un mondo fatto di magici momenti. Un lungo viaggio di emozioni…

Live from Blackalachia – Moses Sumney – 10 dicembre 2021

Che dire di Moses Sumney? È uno dei miei artisti preferiti, un innovatore, un visionario, uno che usa e fonde l’elettronica, la sperimentazione sonora (con quella voce che si ritrova!), il rock, il jazz… in altri tempi sarebbe stato definito un situazionista. Infatti, in questo live “solitario” senza pubblico, registrato nel 2020 in piena pandemia sui monti Appalachi nel North Carolina assieme ad altri musicisti compagni di viaggio, vicino alla città dove vive, Moses ha costruito un ambiente ideale per dare vita a un film (da lui diretto) e a un concerto che racchiude brani dagli album Aromanticism e Grae, per fondere Space, Nation Race, Place come canta lui stesso. Un nuovo ambiente, Blackalachia, dove poter “abitare” le arti, la natura e la tecnologia, ricostruito nella testa dell’artista e dato in visione via We Transfer al mondo per trasmettere il verbo. Il disco, che riporta le 14 tracce del live, è una summa dell’arte di Sumney, musicista, regista, creativo, mago che canta sospeso al tramonto, mentre il sole si nasconde dietro i monti e lui dondola nel vuoto interpretando Plastic, uno dei suoi brani più intensi. Tra i quattordici proposti, c’è anche Polly, l’ultima canzone del disco, a cui sono particolarmente affezionato e che trovo bellissima, fatta quasi a scomposizione di bossanova, il riassunto dell’arte scarna ma allo stesso tempo densa di Moses… Album da ascoltare e da meditare!

Dieci dischi degni di nota del 2021 – Prima parte

Il 2021 s’è chiuso da pochi giorni. Un anno in musica che, dal mio piccolo osservatorio, ha rivelato molti lavori di buona qualità. In tutti i generi, dal rock al jazz all’alternativa, classificazione usata per dire tutto e niente. Mi sono esercitato in una mia personale classifica dei dieci album che che mi sono piaciuti di più. L’ho stilata in base ai miei gusti, alle mie aspettative, alle mie sensazioni ed emozioni. Di dischi ne ho ascoltati centinaia, molti mi hanno annoiato a morte ma altri mi hanno catturato. Questi dieci sono quelli che ascolto con rinnovato piacere quando lavoro, leggo, mi rilasso. Praticamente tutti li ho già pubblicati nel corso dell’anno, con un paio di artisti ho chiacchierato anche a lungo… Ve li propongo tutti e dieci in rigoroso ordine di pubblicazione, divisi in due post…Qui i primi cinque.

Per Aspera Ad Astra – Daniela Spalletta – 5 febbraio 2021

Daniela Spalletta, siciliana, 39 anni, è una delle voci più interessanti e complete del panorama jazzistico italiano e internazionale. Ha all’attivo tre album solisti D Birth (2015 – Alfa Music), Sikania (2017 – Jazzy Records) e Per Aspera Ad Astra (TRP Music) uscito a febbraio. Troppo poco conosciuta dal grande pubblico, e questo è una grande sfortuna per chi non l’ha mai ascoltata, visto che, con la voce che si ritrova, la Spalletta potrebbe cantare di tutto. Usa la voce come strumento, ma è una musicista che compone e arrangia e la riprova è proprio quest’ultimo lavoro, frutto della sua creatività e studio. C’è jazz, certo!, ma c’è anche world music, c’è classica e un brano che mi ha stregato, un ricordo di musica barocca rivisitata in Rosa, dove tecnica e passione si fondono “angelicamente”. Un lavoro dalla costruzione complessa, grazie anche ai musicisti che la accompagnano, persone che si conoscono da anni e che da anni suonano insieme. Dagli Urban Fabula (Seby Burgio al pianoforte, Alberto Fidone – che ha suonato nell’album ma ha anche curato la direzione della TRP Studio Orchestra, l’orchestra d’archi, e ha prodotto il progetto con la Spalletta – al contrabbasso e Peppe Tringali alla batteria) al chitarrista sloveno Jani Moder, formatosi in quella straordinaria fucina che è il Berklee College of Music di Boston, a Riccardo Samperi, ingegnere del suono, che Daniela ha definito «il quinto uomo del quartetto». Approvato a pieni voti!

Carnage – Nick Cave & Warren Ellis – 25 febbraio 2021

Nick Cave & Warren Ellis. Con questi due artisti non poteva che uscire un lavoro di altissimo livello. Carnage, carneficina, è un disco che impatta, fa male, ti rigira senza troppa gentilezza. Scritto durante il lockdown, è un lavoro di pesante riflessione sulla solitudine arrivata con la pandemia, sul credere in qualcuno o qualcosa, su quello che siamo oggi, con l’inconfondibile voce baritonale di Nick e praterie di sintetizzatori made in Warren, piccoli interventi di chitarre elettriche secche come la solitudine, il pianoforte suonato da Nick che tesse melodie, in realtà, note di speranza. In Balcony Man, ultimo degli otto brani che compongono questo mosaico baritonale, profondo, essenziale, Nick canta: This morning is amazing and so are you/This morning is amazing and so are you/ This morning is amazing and so are you/ You are languid and lovely and lazy/ And what doesn’t kill you just makes you crazier. Quest’ultima frase è epica: «Ciò che non ti uccide ti rende solo più pazzo», una sintesi perfetta per due anni di pandemia. In Hand of God, «Hand of God /Coming from the Sky», primo brano, dopo un inizio “classico”, scarica sull’ascoltatore un ritmo ossessivo, profondo. Nella splendida Old Time, dove, per inciso, alla batteria c’è un altro storico “Bad Seeds”, Thomas Wydler, Nick canta: «I sogni di tutti sono morti, ovunque tu sia andata, tesoro, non sono così indietro». Tasselli che raccontano la solitudine ma anche la speranza di ritornare un giorno a una normalità. Pregno ed epico White Elephant, un chiaro riferimento all’estrema destra americana. Parte con un’elettronica alla Peter Gabriel anni Ottanta per finire in una sorta di gospel. Qui è il primatista bianco che minaccia di uccidere tutti, si sente dio, «Una Venere di Botticelli con il pene», ma anche «Una scultura di ghiaccio che si scioglie con il sole»…

Smiling With No Teeth – Genesis Owusu – 5 marzo 2021

Smiling With No Teeth è il primo album di questo ventitreenne nato in Ghana e cresciuto a Canberra (Australia), dove i suoi genitori lo portarono all’età di due anni. La famiglia è ritornata in Ghana, lui divide la sua vita tra i due Paesi. Il fratello maggiore è un rapper noto in Australia, Citizen Kay. Premessa necessaria: Genesis adora i manga giapponesi, i videogiochi e in genere le arti visive. E ancor di più ama alla follia le musiche dei videogiochi, oltre al funk, al punk, al rap e al pop. Queste sue passioni si riversano tutte nel disco che riassume un caos di generi dove Owusu si muove a suo agio, alimentandolo a dovere. Si sente la stessa fluidità di Prince nel fare musica… A partire dal primo brano, On The Move che introduce The Other Black Dog, è un crescendo di melodie e generi che stimolano e incuriosiscono. Ti invogliano ad andare avanti per questa strada apparentemente sconnessa – vedi Waitin’ on Ya – e divorare il disco fino all’ultimo brano, By By.

We Are – Jon Batiste – 19 marzo 2021

Jon Batiste, è un artista di New Orleans, famoso negli States per essere il direttore musicale del The Late Show condotto da Stephen Colbert. Il suo lavoro, We Are, è un album che trasmette energia allo stato puro, emozione, disperazione, commozione, pur conservando un grande rigore musicale nel mix stilistico. Un album “impegnato”, sull’onda del Black Lives Matter. C’è soul, pop, hip-hop, rap, R&B, con un pizzico di maestria jazz, ingredienti di un’insalata condita alla perfezione. Ascoltate We Are, il brano che apre il disco, cantata assieme alla St. Augustine High School Marching 100 e il Gospel Soul Children’s Choir di New Orleans, dove la parola “freedom” è una costante. Freedom è anche il titolo di un altro brano… In un crescendo la creativa sequenza di Batiste si sussegue a ritmo serrato, passando per Tell The Truth, un’intemerata alla Otis Redding e agli anni Sessanta, all’incontenibile I Need You, e così per tutti e 13 i brani, belli spessi.

Vulture Prince – Arroj Aftab – 23 aprile 2021

La voce di Arroj Aftab ti inchioda, la sua musica, contaminata da jazz, ritmi afrocubani, dal samba e, ovviamente dalle melodie tradizionali del suo Paese d’origine, il Pakistan, è la dimostrazione di come le culture si possano fondere armoniosamente e far nascere qualcosa di nuovo e importante. Dopo Bird Under Water, primo disco uscito nel 2014 – ascoltate la ninnananna Lullaby – Sirene Islands, del 2018, quattro brani per 48 minuti e 15 secondi di ascolto, pura elettronica, musica meditativa – qui Ovid’s Metamorphoses – ecco Vulture Prince, un disco che doveva essere la naturale continuazione del precedente Sirene Islands, con un ritorno, però, all’uso di strumenti quali la chitarra, l’arpa, i violini, nella quasi totale assenza di percussioni, un forte richiamo alla musica urdu, un neo-sufi con influenze jazz, folk, persino reggae. Il tutto suona non come una semplice contaminazione di generi, ma con uno studio attento e rispettoso della musica da cui Arooj ha attinto. Doveva essere anche un disco più “sostenuto”, come lei stessa ha avuto modo di spiegare in un’intervista a NPR, emittente radiofonica americana, con iniezioni di Afrobeat, poi, una tragedia familiare, la morte di Maher, il fratello più giovane a cui era molto unita, l’ha portata a fare scelte più rispettose del lutto che si era imposta. Ne è nato un lavoro di grandi emozioni. Da Diya Hay, brano per lei significativo, perché è l’ultima canzone che ha cantato al fratello, registrato con la brasiliana Badi Assan, alla sua personale versione del Mohabbat, un ghazal, poema tradizionale (famosissimo), che parla d’amore, ma anche di dolore per la perdita della persona amata, fino a Last Night, il testo è un poema di Rumi, il grande poeta persiano vissuto nel Duecento, che lei ha messo in musica (reggae) nel 2010 e che ha deciso di incidere in questo disco.

Gianluca Lalli, letteratura in musica come atto sociale

Musica per il sociale. È il chiodo fisso di Gianluca Lalli, quarantacinquenne cantautore marchigiano di cui vi avevo parlato nel luglio di un anno fa, quando uscì il suo lavoro dedicato a Gianni Rodari dal titolo Le Favole al Telefono. Gianluca esce domani, 1 gennaio, con un altro disco legato all’arte delle note e della scrittura d’autore. Il titolo non ha voli pindarici ma vuole presentare l’album per quello che è, Letteratura in Musica. Certo, c’è buona musica, ci sono arrangiamenti suggestivi che vanno dalla dolcezza degli archi alla sfrontatezza di una chitarra elettrica distorta. Ogni frase musicale deve coincidere con quella letterale. Testi di grandi pensatori, autori famosi, poeti, scrittori, saggisti… Si tratta della summa di un progetto che l’artista sta portando avanti da anni: nel 2011 con l’album Il Tempo degli Assassini, nel 2014, con La Fabbrica di Uomini assieme agli Ucroniutopia (la sua folk band) e con la collaborazione di Claudio Lolli che, colpito dalla verve di Gianluca, fresco di vittoria del premio Hard Rock Café dell’anno prima al Festival del Cinema di Venezia, gli affidò un brano inedito, Il Grande Freddo, quindi con Metropolis del 2017.

La musica come mezzo per parlare di sociale ed educare i giovani alla bellezza e intensità della letteratura occidentale, da Virgilio a Maria Grazia Calandrone. Con Letteratura in Musica, Lalli ha deciso di mettere un punto fermo nella sua opera educativa. Ci siamo sentiti, come sempre per raccontarmi quello che sta facendo, i suoi progetti, le sue aspirazioni. Alla stregua di Cisco, la cui intervista avete letto un paio di giorni fa, anche Gianluca si pone nel cantautorato “impegnato”. 

Mi spiega: «Si tratta di un lavoro di trasposizione musicale di grandi opere della letteratura mondiale. Il fine precipuo è quello di avvicinare le nuove generazioni alla letteratura attraverso la musica, valorizzando la continuità ma anche la specificità delle due arti. È uno spettacolo animato da un desiderio di uguaglianza sociale da realizzare attraverso l’accesso indiscriminato alla cultura, come ebbe già a scrivere Gianni Rodari: Vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo”».

Il disco è già stato presentato in anteprima in alcuni licei, e non poteva essere altrimenti trattandosi di Lalli: «Per ora al Liceo Benedetto Croce di Palermo e all’Istituto italiano di Cultura di Montreal, in Canada. Faranno seguito altri appuntamenti in altri Istituti di Cultura italiana all’estero: sarà in Cina il prossimo aprile, attraverso l’istituto Italiano di Cultura a Shangai, presieduto dal sinologo Francesco D’Arelli».

La sua missione artistica, dunque, fare cultura perché tra i giovani non si perdano i fondamentali della letteratura e della musica, ha anche un altro fine, instillare in loro quella gioia, che poi potrebbe diventare amore, dell’avvicinarsi a grandi autori e pensatori. I libri, come le note, posso dirci tanto, soprattutto in momenti dove c’è l’alto rischio di perdere l’orientamento, incapaci di posizionarci in un mondo che troppo spesso dimentica.

Nel progetto, come racconta sempre Gianluca, «ci sono nomi importanti: da Massimo Germini chitarrista, collaboratore di lunga data di Roberto Vecchioni, a Leo Sgavetti dei Modena City Ramblers, al sassofonista napoletano Daniele Sepe». Molti altri artisti hanno accettato il “paradigma Lalli”, come Lorenzo De Angelis, il chitarrista Stefano Sanguigni, il polistrumentista Dario Romano, l’artista Caterina Pontrandolfo, la professoressa Sara Simari, docente del conservatorio di Bari e l’Associazione Arpa Viggianese, capitanata da Maria Lucia Marsicovetere. Senza dimenticare il pianista e compositore Orazio Saracino e il trio d’archi composto da Adriana Caruso, Marco Valerio Cesaretti e Matteo Mizzera.

Prosegue Gianluca: «Attraverso le canzoni del disco ho ripercorso la grande letteratura occidentale. Il filo rosso che unisce i lavori è il dialogo inesauribile tra letteratura e musica, declinato in una prospettiva sociale. Negli anni sono state musicate opere di denuncia sociale come 1984 dello scrittore britannico George Orwell, due poesie dei maggiori rappresentanti della “Scapigliatura”, Emilio Praga e Arrigo Boito, e due del poeta romagnolo Olindo Guerrini. Sono stati trasposti in musica anche Fontamara di Ignazio Silone e Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi». Non mancano poi personaggi dell’Iliade di Omero, come Tersite ed Elena ed altre opere di poeti, scrittori e saggisti come Pino Cacucci, Dino Campana, Herman Hesse, Esopo, Ernest Junger, Jack London, Foucault, Gianni Rodari… Le dieci tracce del disco racchiudono solo un po’ del lavoro di Lalli, ma sono sufficientemente esaustive per spiegarne l’intenzione.

Un’ultima annotazione per la cover dell’album, che trovo molto bella: opera della pittrice ligure Federica Orsini, raffigura Gianluca alle prese con il suo magico mondo letterario.

Conclude il cantautore: «Con questo disco ho messo un punto importante nella mia carriera, come se fosse un raccolta di pensieri ventennali con le dovute trasformazioni…».

Interviste: Cisco, il folk, la politica e le sue Canzoni dalla Soffitta

Stefano Cisco Bellotti – Foto IlariaDRPhoto

Me ne sto su in montagna, Veneto, massiccio del Grappa, in una casa che domina la pianura. Neve e silenzio, il fuoco che arde nel caminetto e in cuffia I Contain Multitudes di Bob Dylan da Rough and Rowdy Days. Mi sono scelto con cura la canzone perché mi accingo a scrivere un’intervista a cui tengo molto. L’artista in questione, non a caso un appassionato di Dylan, è un menestrello nostrano, che in trent’anni di attività non ha mai lasciato i binari di un certo tipo di musica, quella che negli anni Settanta veniva definita “impegnata”. Nelle sue ballate c’è sempre un perché, sia esso sociale, sia politico, sia il ricordo di un amico prezioso che il Covid s’è portato via, armoniche che riportano a un certo modo di concepire la musica, un mezzo per dialogare non solo di futilità ma anche e soprattutto di “Essere”.

Lui è Cisco, al secolo Stefano Bellotti da Carpi, 53 anni, una vita artistica spesa soprattutto nei Modena City Ramblers come frontman e una scelta, tanti anni fa, sempre per via di quei binari dove corre da sempre la sua vita, di mettere su famiglia e raccontare il mondo da una posizione più tranquilla.

L’ho chiamato perché, oltre a sentire il suo punto di vista sulla musica italiana corrente, volevo parlare con lui anche del doppio disco che ha pubblicato il 29 ottobre scorso, Canzoni dalla Soffitta. Folk, chitarre aperte e sincere, brani scritti nel suo studio-soffitta di casa dove ha passato i lockdown di questi due anni assurdi.

Ballate dove si racconta e narra storie importanti, belle, aperte dove trovano luogo naturale collaborazioni con musicisti e artisti molto interessanti, dall’ex Roxy Music Phil Manzanera con i The Solidarity Express – band composta, oltre che da Phil, da musicisti di varie provenienze ed estrazione che mandano un messaggio di integrazione, fusion sociale e musicale, lo scorso aprile ha pubblicato il suo primo album, Radio Ubuntu a Simone Cristicchi, a Franco D’Aniello, mitico flautista, uno dei “padri fondatori” dei MCR con il suo inconfondibile tin whistle.

Nel secondo disco, i Live dalla Soffitta, una selezione di brani che Cisco ha suonato in streaming – uno ogni giorno – durante il lockdown, per chi voleva ascoltarlo. Qui, c’è anche una bella versione di Ovunque Proteggi di Vinicio Capossela…

Eccoci qua Cisco, prima di parlare del tuo disco – mia indagine personale – voglio chiederti un parere sulla situazione della musica italiana, quella mainstream per intenderci…
«Che ti devo dire? Terribile. In 15 anni siamo riusciti a tirare fuori il peggio del peggio che abbiamo, incapaci di valorizzare qualcosa che c’era già, trasformando la musica in un nulla cosmico! Quello che conta è il fatturato. A dir la verità, la situazione risale a molto tempo fa, quando le case discografiche non sono state in grado reggere le nuove tecnologie. Ricordi quando è uscito Napster? Si sono messe tutte a fargli la guerra non rendendosi conto che lì dovevano lavorare, non combattere. Ora si scelgono i gruppi in base alla visualizzazioni sui social. L’ultima ondata di musicisti scelti perché avevano qualcosa da dire risale agli anni Novanta, quando Stefano Senardi, alla Polydor, aveva intuito la potenzialità di alcuni gruppi sconosciuti, ecco come sono esplosi i CSI, i Modena City Ramblers, i Negrita, gli Africa United. Oggi nel mainstream non c’è più diversità, ma omologazione».

Vale per il nuovo pop, rap e trap?
«Non solo ma penso anche – ed è un mio parere personale, forse un po’ naïf – alla nuova scena cantautore italiana, dove nessuno degli artisti prende una posizione. Ho visto un’intervista a Lodo Guenzi, de Lo Stato Sociale, si stupiva proprio di questo e lo diceva anche di se stesso e della band».

Cioè, hai successo se non rompi le palle con testi impegnati?
«Più o meno così, la scena più “impegnata” lavora nei bassifondi. Esiste, certo! Ma non trova uno spazio. Non è che mi rifiuto di ascoltare rap o trap, tanto per fare un esempio tra i tanti mi piace Willie Peyote, fa cose bellissime, ma il problema è che tutti devono rincorrere il mainstream per emergere».

Con i Modena City Ramblers facevate politica?
«Non eravamo un gruppo legato a un partito. Avevamo le nostre idee, che a volte coincidevano con certe aree politiche, ma sempre aperti a chi la pensava come noi. Il problema  è arrivato poco prima degli anni 2000, quando è iniziato un costante lavoro di delegittimazione da parte di una parte politica, di tutti quei pensieri che si potevano ricondurre alla sinistra, sostenendo che, tanto è tutto uguale, che  non esiste più né la destra né la sinistra. Ci è stato detto e ripetuto per anni sui giornali al punto che oggi, dichiararsi fascista, per alcuni è una cosa di cui fregiarsi. Sono spariti i freni inibitori e così viene sdoganato il peggio del peggio che c’è in Italia. Ma va tutto bene, tanto la vita è un circo, il tempo passa e tutto può succedere, il problema è che si stanno minando le radici della nostra storia».

Cisco in concerto – Foto IlariaDRPhoto

In tutto ciò anche la musica…
«Sì anche la musica ha subito questa omologazione. Ho letto di artisti impegnati che si sono lamentati di non essere stati scelti a Sanremo… Il Festival non c’entra niente, non è lui il problema, piuttosto il fatto che non esistano altri contenitori musicali dove possa trovare spazio un altro tipo di musica. In Italia non esiste qualcuno che abbia la forza e la voglia di costruire un canale di musica impegnata. Così, nonostante la nostra storia millenaria rimaniamo un paese provinciale dove, per esistere, come artisti siamo ridotti a sperare di andare a Sanremo…».

Veniamo al tuo disco, Canzoni dalla Soffitta, un bel titolo…
«Vuol essere un riassunto di questi due ultimi anni vissuti pericolosamente. Sono istanti fissati, ma anche un lavoro che guarda al futuro».

Tra le tante canzoni, ben 24, che proponi, c’è anche una rivisitazione in italiano del mitico The Ghost of Tom Joad di Bruce Springsteen (album del 1995), che si rifà a Furore di Steinbeck, il  cantore della Grande Depressione…
«È un regalo a Luca Taddia (FEV, ndr). È un brano che dice tutto, per Springsteen è la sua Cent’anni di Solitudine, ma che racconta ancora con estrema modernità, quello che siamo noi stessi oggi. Una trasformazione che sta accadendo e che della quale nemmeno ci accorgiamo».

Mi incuriosiscono tanti brani, uno mi ha colpito in particolare, Lucho
«È dedicata al nostro amico Luis Sepúlveda, che familiari e amici hanno sempre chiamato amichevolmente Lucho. Sepúlveda è stato un grande amico dei MCR, un mio amico, ci siamo visti più volte, abbiamo suonato anche alla sua festa di compleanno quando ha compiuto cinquant’anni. È parte della nostra storia, mi sembrava giusto dedicargli una canzone, omaggiarlo…».

E poi ci sono La Finestra sul Cortile e Leonardo Nimoy…
«(Ride, ndr) La prima è un omaggio a Hitchcock. Quando eravamo in lockdown, guardavo fuori dalla finestra e vedevo un mondo intorno a me e mi è venuto naturale pensare al grande regista e al suo film, la seconda, invece, è un brano che guarda al futuro, un modo per accompagnare i figli (io ne ho cinque!) nella loro crescita, permettendo che commettano i loro errori, imparando da questi, senza preoccuparci di evitare che non cadano nei nostri. I ragazzi devono saper distinguere da soli, perché i costumi li vestono i supereroi ma anche i pagliacci…».

Mentre la seconda parte, il Live dalla soffitta?
«Un live senza pubblico presente. Mi collegavo dalla mia soffitta-studio ogni giorno durante il lockdown, un appuntamento per chi mi seguiva, un modo per dire ci sono, condividiamo. Sono brani con arrangiamenti minimali, chitarra e voce. Chitarra e voce è la prova del nove di una canzone, se regge, vuol dire che è buona».

Qui, hai voluto omaggiare altri artisti…
«In Manifesto ho voluto ricordare Erriquez (Bandabardò, ndr) mancato nel febbraio scorso, un messaggio d’amore, per lui e per la sua arte. In Ovunque Proteggi, ho celebrato uno dei miei artisti preferiti, Vinicio Capossela».

Cisco cosa stai ascoltando?
«Sto regredendo. Dopo aver cercato di restare al passo con i tempi, mi sto reinnamorando di chi mi ha fatto innamorare della musica. Dunque, Bob Dylan e il suo Rough and Rowdy Ways, un lavoro magnifico! Poi, rileggendone i testi, gli U2, Sunday Bloody Sunday fa venire i brividi ancora oggi, quella è la musica che mi piace. Ascoltavo con piacere anche i Mumford & Sons e in questi giorni Raise of the Roof, il secondo album che, a distanza di 14 anni hanno pubblicato Robert Plant e Allison Krauss…».

Cisco, come ti definiresti?
«Sono un ottimista di natura, penso di aver capito qual è il mio posto nel mondo. L’abbiamo ereditato e abbiamo l’impegno di lasciarlo al meglio. Pensa, noi stiamo vivendo 80 anni di pace, non c’è mai stato un tempo così lungo senza conflitti in Europa. E penso anche ai miei, a tutti coloro che, prima di noi, non sono vissuti senza guerre. Molta gente, questo, non lo capisce…».

Eccoci arrivati alla fine. Parlare con Cisco è come stare un sabato pomeriggio qualsiasi seduti a un tavolino con un buon rosso davanti e un saggio amico che ti fa riflettere. Ascoltare il suo folk senza età, è un ottimo esercizio per la memoria e il pensiero. Atto che in questi anni è quanto mai necessario.

Voglio finire lasciandovi il testo di Riportando tutto a casa, brano contenuto nel primo dei due dischi di Canzoni dalla Soffitta. È anche il titolo dell’album d’esordio dei Modena City Ramblers. Un testo autobiografico, che ripercorre i suoi trent’anni di musica, da quando, ragazzo di provincia impallinato con la musica folk irlandese, è salito sul palco durante un concerto “irish” dei Modena, e ha cantato con loro. Da quel palco non è mai sceso: anche se ha lasciato la band da anni è rimasto quel ragazzo che aveva il folk nella testa e le parole giuste nella penna.

Riportando tutto a casa,
in un soffio di polvere e in una maglia da pallone,
col sudore ho scritto anche il mio nome.
In silenzio ci ho messo la mia vita e la mia voce,
e non è un caso se canto in Re minore.
Ho viaggiato in furgone verso la rivoluzione,
ho fatto sosta nei bar di quartiere
come un uomo qualunque, un poeta un po’ cialtrone,
come un piccolo Hemingway senza pretese.
E ancora oggi sono qua tra Spotify e un vecchio disco,
tra una festa di paese, tra i Pogues e il liscio,
da qualche parte tra Carpi e San Francisco,
da qualche parte tra Carpi e San Francisco.
E ancora oggi sono qui tra una pinta e il Lambrusco,
fra il tanto e il poco, tra la roccia e il muschio.
Sulla strada di un sogno e il posto giusto,
sulla strada di un sogno e il posto giusto.
Ho dormito la mattina per rubare via alla sera
e ora porto i miei ricordi sulla schiena.
Ho gambe molli ogni sera prima di tornare in scena,
mangiarmi il mondo o andare a cena con la iena.
Avevo un trono di legno dentro notti illuminate,
l’ho buttato per tornare sulla strada.
Ho gli occhi rossi bagnati dal vento caldo dell’estate,
ho visto il mondo e riportato tutto a casa,
ho visto il mondo e riportato tutto a casa.
E ancora oggi sono qua tra Spotify e un vecchio disco,
tra una festa di paese, tra i Pogues e il liscio,
da qualche parte tra Carpi e San Francisco,
da qualche parte tra Carpi e San Francisco.
E ancora oggi sono qui tra una pinta e il Lambrusco,
fra il tanto e il poco, tra la roccia e il muschio.
Sulla strada di un sogno e il posto giusto,
sulla strada di un sogno e il posto giusto.

Interviste: Fede ‘n’ Marlen, Napoli e la Terra di Madonne

Federica Ottombrino e Marilena Vitale, in arte Fede ‘n’ Marlen – Foto Tiziana Mastropasqua

C’è un disco che sto ascoltando da una settimana con una certa frequenza. E dentro a questo album, custodito come in uno scrigno, c’è un brano, vecchio di 70 anni. Una piccola perla, rotonda e struggente, perfetta. Una canzone che in tanti hanno reinterpretato nel corso del tempo e che è diventata un simbolo della “napoletanità”: Malafemmena. Da Totò, che la compose nel 1951 dedicandola all’amore che la gelosia divorava, quello per Diana Bandini Lucchesini Rogliani, che sposò e da cui ebbe una figlia (ci sarebbe da aprire un bel capitolo su questa storia di possesso dei sensi), passando per Renato Carosone, Roberto Murolo, Massimo Ranieri, Mina, Franco Califano, Gigi D’Alessio… Però, che vi devo dire? Dovete ascoltare questa nuova veste minimal! Per niente banale.

È di un duo che viene da Napoli, due donne, due musiciste che lavorano insieme da otto anni, che hanno incontrato le loro voci e non si sono più lasciate. Si tratta di Fede ’n’ Marlen. Il loro album è Terra di Madonne, uscito il 15 dicembre scorso per Full Heads Records & AreaLive. Malafemmena è l’ultimo brano del disco, solo voci, le loro, e un contrabbasso suonato, con un arrangiamento magico, da Ferruccio Spinetti. Un dialogo dove Marlen canta in spagnolo e Fede in napoletano, per 2 minuti e 2 secondi di intensa bellezza.

E proprio Terra di Madonne e Malafemmena mi hanno spinto a chiamare Fede ’n’ Marlen, ovvero, Federica Ottombrino e Marilena Vitale, per farmi raccontare il loro nuovo lavoro. Il titolo è quanto mai azzeccato: Napoli e i suoi capitelli votivi, Napoli e le sue credenze tra il religioso e il pagano, il ritratto di una città che per noi del Nord è un altro mondo.

Per me arrivare a Napoli è come raggiungere Bahia, lo stato brasiliano culla della musica brasileira. Crogiolo di razze, venute per bisogno o portate per forza. Un nuovo popolo che ha dato vita a ritmi e armonie esportate in tutto il mondo. Napoli è la nostra Bahia, penso, città dove non tutto sarà perfetto, ma la fantasia, il ieitinho, direbbero in Brasile, ti fa fare cose grandi. Nove brani, 28 minuti e 28 secondi in totale, con una narrazione fitta dove c’è il posto per il rapporto tra il divino e l’umano, ma anche per altri temi, vedi la solitudine, le incomprensioni, il rispettare chi non è come te. In Isole cantano: Le tempeste vanno dove ha sete/ Dove si può sopravvivere/ e niente le può più spegnere… Le storie continuano, come le melodie. Quello che colpisce è la fluidità con cui Federica e Marilena passano dallo spagnolo al francese all’italiano al napoletano. Passaggi voluti e cercati perché il significato è qualcosa di più alto di una semplice canzone. C’è, appunto, e voglio essere ripetitivo, inclusione, storia, tradizione, amore, consapevolezza.

Partiamo da Malafemmena…
Marilena: «È stato un omaggio a Totò per i 70 anni del brano. L’arrangiamento lo ha fatto Ferruccio Spinetti. Quando siamo entrati in sala di registrazione eravamo nel panico più totale. Massimo De Vita (il produttore artistico dell’album, ndr) ci ha messo a disposizione due salette di registrazione, preparate in modo da esaltare le nostre voci. Abbiamo registrato contemporaneamente. Una gran bella esperienza».
Federica: «È un brano che proponiamo spesso ai nostri live, come bis. Così ci siamo dette che lo dovevamo ai nostri ascoltatori che ci hanno seguito in otto anni di concerti. Marilena ha adattato il testo in spagnolo, Ferruccio Spinetti ha trovato un arrangiamento bellissimo e ci siamo lanciate».
Marilena: «È un regalo a noi stesse e al pubblico!».

Così è nato un piccolo gioiello! Voi usate spesso, oltre all’italiano e al napoletano, anche il francese e lo spagnolo.
Federica: «Napoli è terra di francesi e spagnoli. Questo è il motivo “storico”. Poi c’è anche una sonorità in queste lingue che ci permette di esprimerci al meglio. Il napoletano ti dà un certo ritmo. E poi le parole sono fondamentali, il suono ha un significato. Se parlo di pancia, parole viscerali, carnali, è come se parlassi a mia madre e parlo in napoletano. Se devo calibrare le parole, come se mi rivolgessi a mio padre, uso la testa e, quindi, l’italiano viene spontaneo. Non so spiegarti il perché, da sempre è così».
Marilena: «Le parole hanno una grande importanza per noi, al punto che la produzione artistica può mettere becco sulla musica ma non sul testo. L’italiano ha tante sfumature per dire la stessa cosa, il napoletano ne ha una, ed è quella. Per farti un esempio, la parola gabbia ti fa venire in mente la prigione, la gabbia dove rinchiudere grossi animali, un posto chiuso da dove non si esce. Invece, se dico caiola, questa in napoletano ha un solo significato: la gabbietta per gli uccellini (citazione da Fantasma, brano scritto da Marilena, ndr), una gabbietta con la chiave che puoi aprire quando vuoi. Il napoletano è uno strumento sonoro ma anche molto settoriale».

Come vi siete trovate? Avete delle voci complementari…
Federica: «Non siamo noi che ci siamo trovate ma le nostre voci. Queste sono diventate amiche molto prima di noi. Devi trattare bene la voce, è come un’altra persona che ti abita, la devi accudire, rispettare, amare. Otto anni fa le nostre voci si sono incontrate. Da allora abbiamo fatto tre dischi insieme».
Marilena: «Vero, è andata così, e poi abbiamo un modo simile di intendere la vita».

Foto Tiziana Mastropasqua

Come nascono le vostre canzoni?
Federica: «Scriviamo separate perché abbiamo diversi modi di lavorare. Io prima scrivo i testi poi la melodia. Marilena, invece, fa tutto contemporaneamente…».
Marilena: «Suono un giro di accordi, quando vedo che hanno un senso, inizio a cantare una melodia».
Federica: «Devo ritagliare degli spazi per me. Tre anni fa sono diventata mamma e tutto, ovviamente si è complicato. Ma va bene così. Quando è possibile mi chiudo nella mia stanza al pomeriggio con la chitarra e compongo. Scrivere è terapeutico».

Poi sottoponente una all’altra le vostre idee?
Federica: «Per farti venire l’ispirazione ti compri un libro, ti vai a vedere una mostra. Le parole le studiamo una a una, possiamo stare anche cinque mesi su una sola che non ci convince».

Federica, tu suoni anche la fisarmonica?
«Una passione nata per caso quando sono andata a vedere un concerto di Dolores Melodia (nome d’arte di Antonella Monetti, musicista e attrice, ndr). Quella donna che suonava la fisarmonica sul palco, mi ha provocato un impatto così forte di bellezza e potenza che mi ha spinto a studiare questo strumento. Ne suono uno che ha un secolo di vita, è del nonno di mia moglie. Comunque è uno strumento molto difficile…».

Marilena tu, invece, suoni la chitarra?
«Ho iniziato presto, a 13 anni. Suonavo le canzoni di Carmen Consoli. Mi piaceva come cantava, mi piace come ha affrontato la sua carriera artistica. Ha iniziato a studiare musica dopo aver pubblicato tre o quattro album, quando era già famosa. Peccato che sia sottovalutata come cantautrice».

Foto Tiziana Mastropasqua

A questo proposito: che cosa vi piace ascoltare?
Marilena: «Posso dirti che non ascolto musica così. Piuttosto mi fisso su un genere, un autore. Ho delle specie di ossessioni, magari per un anno mi dedico solo a Caetano Veloso, un altro anno ai Tinariwen, un altro ancora voglio sapere tutto sulla musica russa… Sono convinta che se fai ascolti generici assorbi poco, per capire è necessario apprendere con calma, così vai in profondità. Oltre alla Consoli, comunque, mi piace anche Cristina Donà».
Federica: «Il mio modo di ascoltare musica in questo momento è focalizzato allo studio. Dunque, ascolto per imparare, capire. Ultimamente sto sentendo molto La Rappresentante di Lista…».

Avete fatto molti live, finché era permesso…
Federica: «Non ci siamo mai volute fermare solo in Campania. La nostra musica senza il viaggio non è la stessa. Il viaggio è la terza gamba su cui poggiano Fede ’n’ Marlen. In tutti questi anni abbiamo conosciuto molte persone, sono nate tante amicizie. Abbiamo le nostre famiglie ovunque, che andiamo a trovare, dove trascorriamo del tempo insieme, ceniamo, ci divertiamo. Ora il disco lo stiamo portando in giro nella nostra regione causa Covid. Ci fermeremo in tutte le province!».

Prima di salutarvi, un’ultima domanda: che cos’è per voi la “napoletanità”?
Marilena: «Se guardiamo con attenzione, in Italia ci sono due mondi riconoscibili, quello siciliano e quello napoletano. Penso che il luogo ti abiti. La “napoletanità” come modo di vivere, di suonare servirebbe tantissimo a tutti. Ma poi, siamo disorganizzati, poco professionali e poco credibili. Napoli è una città dove “me la suono e me la canto”, quel patriottismo che ti fa essere accogliente e si finisce nei luoghi comuni, molto autoreferenziali e poco curiosi. Che so, a Napoli non esiste che esci una sera e vai a mangiare in un ristorante thailandese…si va a mangiare la pizza!».
Federica: «C’è poi la parte positiva, l’altra faccia della medaglia, abbiamo una grande tradizione, musicale, letteraria, culinaria. Siamo radicati in quello che abbiamo e poco aperti al mondo».
Marilena: «Fuori di qua ci sono dieci mondi! Napoli sta nel settimo. Quando torni qui lo noti subito: ci sentiamo a casa, ovvio, in una città con le sue verità e umanità ma con una burocrazia 0.1! E così è anche nelle produzioni…”.
Federica: «Logisticamente per noi è ottima. Poi, se decidi di vivere qui è una scelta d’amore!».

Interviste: Terzino in Fuorigioco? Parola di Tommaso Novi!

Tommaso Novi – Foto Claudia Cataldi

Ma i cantautori esistono ancora? Domanda legittima e provocatoria. Certamente non sono, e ormai da decenni, mainstream. Hanno ceduto il posto al rap e alla trap che è diventato il nuovo pop. Spesso, brani tirati via, testi rapidi che parlano di un disagio che, se all’inizio era sincero, oggi è solo un format perché, se fai quel tipo di musica, puoi diventare un altro Fedez o Sfera Ebbasta. Prima nell’ideale dei giovani c’era il calciatore, ora c’è il rapper. Soldi, soldi soldi…

L’autotune spinto risulta quasi pornografico, storpia voci che altrimenti non esisterebbero, i bit sono per lo più sempre sequenzialmente simili. Un orwelliano appiattimento al diktat comune. E i nostri cantautori? Alcuni si sono ritirati in silenzio lasciando brani fondamentali, altri, più giovani e ostinati, continuano a fare la loro musica non per il successo (ma se viene è meglio!), piuttosto per l’urgente necessità di raccontare storie che colpiscono e fanno discutere. Il modo di vedere dell’artista, in una società democratica e progressista, è importante tanto quanto un saggio di un prof. di filosofia o sociologia. Certo i modi di comunicazione sono diversi, il primo è accademico, quello dell’artista è, spesso, lucidamente visionario, un moderno veggente.

Riflettevo su tutto questo ascoltando un disco uscito una settimana fa o poco più. Si tratta di Terzino Fuorigioco, del toscano Tommaso Novi. Un lavoro dove parola e musica non sono mai per caso. Un album che riporta a echi del “primo” cantautorato. C’è l’ironia acida di Rino Gaetano, ci sono i sogni di Francesco De Gregori, i guizzi di Lucio Dalla, le visioni di Paolo Conte, conditi dalla toscanità, che non è affatto un dettaglio.

Un disco interessante, per un cantautore che, prima di tutto, è un musicista di lungo corso – assieme a Francesco Bottai (ascoltatevi Vite Semiserie, del 2017) formò un gruppo “storico”, i Gatti Mézzi, jazz, folk, swing, causticità di due pisani – pianista di formazione classica, docente di fischio, avete capito bene, fischio, creatore di un metodo che insegna anche al conservatorio… Insomma uno di quei musicisti che calzano a pennello l’idea che ha Musicabile sul valore della musica.

E… sì! L’ho intervistato, ho voluto scambiare opinioni, storie e futuro con Tommaso, una bella chiacchierata, sana, sincera, divertente… abbiamo discusso di cantautori, musica mainstream, di terzini fuorigioco(!), amori perduti e desiderati, spigole e impresari…

Tommaso, ti ho chiamato per parlare del disco, certo, ma anche per scambiare opinioni con te sul cantautorato italiano. Partiamo da qui, se ti va…
«Bella domanda! (attimi di silenzio e riflessione, ndr)… Siamo in un periodo storico di grande sovraesposizione della musica: dischi, per lo più singoli, sfornati ogni giorno. Una raffica di parole che ti assalgono…».

Talmente tanti che fanno pensare a un appiattimento…
«Le tecnologie hanno cambiato radicalmente il mercato e il gusto del pubblico. Il cantautorato… beh, vive ancora ed è profondamente diverso dal mainstream. La differenza principale è che, in questo caso, si ascolta il punto di vista narrante di un artista che il pubblico coglie come una nuova visione di un determinato contenuto. Il mainstream oggi è un esercito di voci che vuole dire qualche cosa e lo fa gridando slogan senza una narrazione. Dacché l’uomo esiste, la narrazione è un atto fondamentale, lo si faceva un tempo attorno a un fuoco, lo si fa oggi in un teatro. Questo sta svanendo, o per lo meno, è molto contenuto. Perciò mi chiedo: “Oggi c’è davvero bisogno di un cantautore, di una storia da raccontare, oppure servono solo messaggi compressi?”».

La risposta?
«Vedo un disastro. Non mi ritrovo in questo panorama di voci urlanti. Sono vecchio, ho 42 anni, vado per i 43. Però allo stesso tempo rifletto. È possibile, proprio perché sono di una generazione diversa, che faccia l’errore che faceva Salieri ascoltando Mozart? Me lo chiedo spesso. Sono anche un insegnante di pianoforte. I miei giovani allievi mi propinano i loro ascolti. Di primo impatto, inorridisco, ma so che devo fare uno forzo, perché in alcuni di questi ascolti c’è contenuto. Quest’anno, dopo molto tempo, mi sono imposto di vedere il Festival di Sanremo. C’era una ragazzetta, Madame, che diceva cose grandissime. Siamo vecchi, ma il bello riusciamo ancora a distinguerlo. Poi, ascolto Brunori, vedo che al prossimo festival c’è Giovanni Truppi e allora mi dico: “Forse c’è ancora un barlume di speranza!”».

Quello che non sopporto, sarò vetusto, un arnese desueto, ma mi fa diventare una bestia, è l’autotune. Lo trovo ovunque, è il gonnellino di paglia di uno che ha paura di stonare, non vedo nulla di artistico, accidenti…
«L’autotune mi uccide! L’altro giorno ho presentato il disco ed è venuto a trovarmi il mio amico Andrea Appino (Zen Circus, ndr). Siamo finiti a parlare proprio di tutto ciò. Noi, alla fine degli anni Novanta e Zero la gavetta la potevamo fare girando tutti i locali d’Italia e guadagnando giusto giusto per coprire le spese. Oggi critichiamo tanto i talent musicali che consideriamo una scorciatoia, in realtà sono figli di un Paese sordo e cieco con gli artisti. Il Covid non ha fatto altro che esasperare l’esistente. Oggi non puoi andare in giro a suonare nei locali perché… non ci sono più. Molti chiudono, altri non riescono ad andare avanti. Se la situazione prima della pandemia era una palude di acque fangose, ora non c’è più nemmeno l’acqua sporca. Tutto secco, arido, con gli scheletri degli artisti che emergono…».

Immagine truculenta ma efficace. La famosa gavetta ti ha portato a creare con Bottai i Gatti Mézzi…
«Gatti Mézzi è stata un’esperienza gigante, è stato… tutto: ancora oggi ho la sensazione di aver sognato quel periodo. Ho imparato a vivere il palco, una gavetta fondamentale: abbiamo fatto circa 700 date in una decina d’anni, pubblicato sei dischi…».

Perché è finita?
«La verità è che ci avevano strizzato troppo. Eravamo stanchi, avevamo detto tutto, dunque, felici di aver concluso. Però mai dire mai… da vecchi questo progetto potrà, chissà, essere ripreso!».

Foto Claudia Cataldi

Veniamo a Terzino Fuorigioco, hai impiegato un paio d’anni a scriverlo
«Ho iniziato nel lockdown, come molti altri, l’ho fatto con tutta calma. Però avere troppo tempo a disposizione non porta bene. Ci sono tante canzoni che, nel tempo, iniziano a puzzare, invecchiano. Avevo questo timore prima di pubblicare il disco, ma siamo stati attenti che ciò non succedesse. L’abbiamo curato con molta attenzione. Ringrazio i miei produttori che mi hanno messo disposizione uno studio che posso usare sempre, tutti i giorni. Stare lì dentro mi fa sentire bene, è bello sedersi al mixer e riascoltare, lavorare artigianalmente…».

Mi piace come scrivi, per esempio, in Aria, canti: «Un giorno riuscirò a bere amaro un caffè…».
«Aria è una canzone d’amore dove metto sul piatto una serie di buoni propositi, da quelli più nobili ai più banali. Bere il caffè amaro è uno di questi ultimi. Ma davvero, è un proposito che ogni tanto mi faccio, ma non so come si fa… il caffè amaro non è affatto buono!».

In Spigola, altro brano, racconti: «Non è bastata la neve a Catanzaro per ricordarmi di stare più leggero»…
«(Ride, ndr). Come fai a ricordarti quella parte! Ti spiego: all’epoca mi garbava una ragazza. Lei stava a Catanzaro e postò una foto sui social con la neve in città assieme al suo fidanzato. Mi ha fatto arrabbiare moltissimo e quell’immagine mi è rimasta impressa!».

Terzino a Fuorigioco, mi ricorda La Leva Calcistica del ’68 di Francesco De Gregori…
«Giusto! L’ho fatto consapevolmente. È un brano degregoriano. È la canzone cha dà il titolo all’album. È una canzone che parla di me. Il terzino è un gregario, io mi sento un gregario, ma poi ho dei guizzi, vorrei osare, ma finisce che mi sento fuori luogo. A 42 anni mi chiedo: “Sono davvero nella posizione giusta nel campo da calcio, lì dove dovrei essere?”. Se ci pensi, nel calcio un terzino fuorigioco o è un pazzo o un genio!».

L’ultimo brano del disco è dedicato al tuo impresario. Ma l’hai fatto davvero?
«Sì, Il Mio Impresario è proprio dedicato al mio impresario, Luca Zannotti, di Musiche Metropolitane. È un pezzo d’amore puro dedicato a quest’uomo. Perché è un elemento essenziale del mio lavoro. Oggi a un artista si richiede di essere più figure allo stesso tempo, imprenditore di se stesso, manipolatore di strumenti di marketing, essere presente sui social sennò sei considerato sparito… Tutto questo mi fa incazzare tantissimo. Dedicargli un brano è un modo per stimolarlo, che trovi per me uno spazio tra i Black Sabbath e Iva Zanicchi, come canto».

Come ha reagito Il Tuo Impresario che “vola più alto per cercare il sole”?
«S’è emozionato, molto. Ai concerti faccio sempre un teatrino, quando la canto lo chiamo sul palco e lo abbraccio. E lui si commuove ogni volta».

Cosa ti aspetti da questo disco?
«Sto imparando ad avere aspettative molto basse. Poi, sai, ogni creativo vede nella sua creatura un figlio. Ti posso dire quello che sogno: sogno di vincere un Premio Tenco, per me il primo, grande passo per fare cose importanti. E poi, sogno un vero tour, diobono!, come si facevano un tempo».

Ultima domanda: sei anche un esperto di fischio, credo uno dei pochi al mondo che sia riuscito a farne una materia di insegnamento…
«A quanto mi risulta siamo solo un indiano e io… Il fischio è una costante in tutte le case degli italiani, siamo un popolo fischiante da sempre! Nonno e papà fischiavano. Ho iniziato da piccolissimo per imitarli. Ero un bimbo molto agitato, iperattivo, avevo molti tic nervosi, quindi fischiavo sempre, era più un segno di disagio che un diletto. Fischiavo tutto il giorno, così a 20 anni mi sono trovato uno strumento musicale formato. In una serata alcolica degli amici mi chiesero di insegnare loro a fischiare. A casa ho iniziato a mettere giù degli appunti per spiegare. Quelle poche annotazioni sono diventate un libro, un manuale e, quindi, un metodo. Dopo 15 anni di progettualità e insegnamento, il conservatorio Luigi Cherubini di Firenze mi chiama per tenere lezioni, fatto che mi onora tantissimo, ho anche registrato un brano (Un fischio esagerato, ndr) con il maestro Nicola Piovani per la colonna sonora del film Una Festa Esagerata di Vincenzo Salemme. Un’esperienza che serberò per la vita, quel giorno, a Roma, sono ingrassato di venti chili!».