Interviste: Luca Barbato e l’importanza di essere… “Smoothly”

I BF Project: a sinistra, Luca Barbato, a destra, Alberto Fichera – Foto Marcello Torresi

Vi segnalo un disco uscito a marzo per la TRP Music ma passato per lo più sotto silenzio. È il primo lavoro di due amici trentacinquenni nati alle falde dell’Etna, cresciuti insieme e diventati entrambi musicisti. Un progetto che porta le iniziali del loro nome BF. Uno è un batterista, l’altro un sassofonista e clarinettista, il primo ha svoltato sul jazz e il latin, il secondo viene dal classico e suona tutt’ora in orchestre classiche senza ignorare pop e jazz. Il primo continua a vivere nel suo paese, Pedare, il secondo s’è trasferito a Roma. Ok, tranquilli! Ora vi dico i nomi: Luca Barbato e Alberto Fichera, i BF Project.

Il loro primo disco l’hanno chiamato Smoothly e racchiude, in una sorta di ensemble, la vita musicale di Luca e Alberto. C’è fusion, Brasile, Cuba, jazz un viaggio onirico di passioni personali e ricordi. Atmosfere smooth, appunto!, ma anche visioni di feste a La Habana o brillanti samba jazz alla Sergio Mendes in una Rio rutilante di calore e suoni. Gli arrangiamenti sono tutti di una nostra vecchia conoscenza, Seby Burgio, uno dei pianisti jazz più quotati attualmente, che ha reso narrativamente unito, capitolo dopo capitolo, questo Grand Tour armonico e ritmico.

Mendes ritorna nell’uso del Fender Rhodes, formidabile piano elettrico, e dell’organo Hammond, di grandi trascorsi, suonati da Burgio ad esempio, in Ellis Island, ottimi i bassisti, c’è anche Salvo Barbato, padre di Luca, bassista di lungo corso, in tre brani Lat-in-soul, Smoothly e Summer Funky… I giri di basso ricordano la fusion anni Ottanta, ad esempio quella degli Yellow Jackets (tra l’altro, dal 2012, s’è unito alla band Felix Pastorius, figlio del sublime Jaco, che militò negli Weather Report) o dei mitici Brand X, dove suonava Percy Jones, altro santograal del basso con il suo strumento fretless dove le dita volavano con la grazia di una danza.

Non si fanno paragoni, ovvio. Ma questi sono i ricordi che Smoothly ha risvegliato in me. La qualità del lavoro è alta, l’album è stilisticamente curato, senza manierismi che avrebbero potuto renderlo più freddo. Un prodotto vero, senza scorciatoie né sensazionalismi. Che sarà presentato per la prima volta dal vivo a Catania il 13 dicembre alle 21 alla Sala Harpago – Il Gatto Blu.

Così ho deciso di chiamare Luca Barbato, la sezione ritmica dei BF Project. Niente di meglio farsi raccontare la nascita di un progetto dagli stessi autori…

Tu e Alberto siete amici da sempre…
«Sì da quando avevamo una decina d’anni. Io sono di Pedara, lui di Trecastagni, paesi confinanti della cintura Etnea. Abbiamo la stessa età, io sono di marzo, lui di aprile…».

Destinati a lavorare insieme!
«Abbiamo sempre frequentato ambienti musicali. Io sono addirittura nato in una famiglia musicale, mio padre, Salvo, è un bassista di grande esperienza. Insomma, cresciuti a pane e musica. Smoothly è il nostro primissimo progetto, l’avevamo in mente da tempo. Alberto, per lavoro, vive a Roma, mentre io, che adoro insegnare, ho aperto una scuola di musica a Pedara. Alberto è nato come musicista classico, poi con il tempo s’è spostato sul pop e sul jazz».

Parlami di Smoothly, tutta farina del vostro sacco…
«I brani del disco sono nostri, abbiamo avuto il desiderio di comunicare qualcosa di noi, della nostra musica che è un jazz contaminato, raccontarci con semplicità, senza sovraccaricare con virtuosismi».

Avete lasciato poco spazio all’improvvisazione.
«In ambito jazzistico, quando si compone si lascia spesso molta libertà ai singoli musicisti. Noi abbiamo deciso di tenere le parti di improvvisazione ma senza strafare, volevamo un racconto alla portata di tutti, cercando di essere il più ordinati possibile, tanti tasselli di un puzzle che si andava a comporre. Volevamo fosse sentito come un buon lavoro di gruppo».

Ci sono tanti generi nel disco. Fusion va bene, ma, oserei, contaminazioni consapevoli e cercate con ostinazione…
«Su questo abbiamo le idee molto chiare. La diversità di cultura, anche musicale, e di educazione può creare solo ricchezza. Viviamo standardizzando molto, anche la musica. È una conseguenza della globalizzazione, il rischio, però, è che ci appiattiamo… Poi, è un altro discorso, bisognerà vedere come verrà considerata la musica attuale a distanza di anni: quello che chiamiamo classica è un genere che in realtà è fatto di più generi che quando vennero creati e suonati avevano altro valore, e che noi, dopo secoli, abbiamo codificato in classici. Tra un secolo quello che si ascolta oggi diventerà di sicuro “un classico”. La musica si adatta ai popoli e alle culture. I musicisti fanno parte del tessuto sociale e certe sonorità ne sono la conseguenza».

Nel vostro caso è la “mediterraneità”…
«Sì, ma questa non è solo patrimonio del Sud. Mi spiego: il concetto di mediterraneità si identifica geograficamente con il Sud ma appartiene all’Italia intera. Basti pensare a Pino Daniele, patrimonio artistico non solo napoletano ma di tutto il Paese. Se dovessi fare un paragone, la mediterraneità è come la cucina italiana, varia, ma rappresenta tutto il Paese».

Ci sono brani nel disco che vi personalizzano più di altri?
«La mia anima funk e latina è evidente in Lat-in-Soul, quella di Alberto, più profonda e meditativa, in Ramble, dove suona il sax soprano».

Luca, domanda scema: perché la batteria?
«Non c’è un perché. La mia vita ha sempre avuto musica intorno. Da bambino andavo con mio papà in sala prove. Tra i tanti strumenti, quello che mi attirava di più era la batteria. Mi ricordo che mi sedevo vicino al batterista e lo guardavo ammirato. A 5 anni ero già lì che battevo tamburi, tra alti e bassi, tipici dei bimbi di quell’età. Ho iniziato a studiarla seriamente, con dedizione, a 12 anni».

Foto Marcello Torresi

E perché la musica latina? Te lo chiede uno che fin da ragazzo ne è rimasto colpito. Più genericamente, è un genere che antropologicamente arriva dal basso…
«Anche qui, non so dare una spiegazione logica. Però se ci fai caso, il jazz come la musica latina sono nati in situazioni di estrema povertà. Come se la musica fosse un lenitivo per le sofferenze. Da batterista ti rispondo che la musica latina è apparentemente semplice, in realtà esprime concetti ritmici totalmente diversi dai nostri, e quindi complicati, che però hanno la capacità di arrivarti dritti al cuore. Anche l’armonia è complessa, il tutto è incarnato in una sostanziale bellezza. Pensa alla musica brasiliana o ai ritmi cubani, melodie complesse che colpiscono subito l’ascoltatore, il jazz non riesce in questo, non è  spontaneamente accessibile, bisogna ascoltarlo tanto per capirlo. Una cosa è sicura: se quando suoni dal palco vedi la gente che inizia a battere il tempo con il piede o con le mani, stai sicuro che quella musica ha preso. Dal palco mi piace molto guardare le reazioni del pubblico».

Il jazz ha attinto a piene mani dalla musica latina, basti pensare alla bossa nova, a Tom Jobim…
«C’è un disco fantastico che ascolto spesso, ed è il Live at The Royal Festival registrato da Dizzy Gillespie con la United Nation Orchestra nel 1989. È bellissimo ci sono miti del latin jazz come Arturo Sandoval, Paquito D’Rivera, Danilo Pérez che suonano assiema Dizzy. Lì si sente persino la mediterraneità…».

Oltre a tuo padre, Salvo, e a Seby Burgio chi sono gli altri compagni di strada in Smoothly?
«Seby è la terza colonna portante del progetto. Ha arrangiato tutto il disco trattando il progetto come se fosse suo, e di questo gliene siamo grati. Poi ci sono Nicola Tariello (tromba in Cumbao, Lat-In-Soul e Summer Funky ), Salvo Finocchiaro (Fender Rhodes in Pareo, China Blues e Lat-In-Soul e assolo di synth in Summer Funky) Giacomo Patti (basso in Eyes of Joy e Ramble), Mario Guarini (basso in Pareo e in Ellis Island), Carmelo Venuto (contrabbasso in 4 U, China Blues e Cumbao) e Daniele Leucci (percussioni in Pareo, Cumbao e Summer Funky).

E la cover così “latina”?
«L’ha concepita il fumettista Mario Sciuto. Ha avuto la capacità di tradurre in colore il nostro essere, ascoltando solo qualche brano. S’è inventato una umanizzazione dei nostri strumenti, interpretando quello che siamo, dei ragazzi scherzosi e solari. Un lavoro magistrale fatto in modo inconscio».

Intervista: Rebel Bit, elettronica e voce per un canto “Nuovo”

I Rebel Bit in concerto – Foto Enzo Fornione

Mi è capitato sotto mano l’ultimo lavoro targato Rebel Bit, uscito il 5 novembre scorso, dal titolo lapidario: Come. Il gruppo in questione viene da Cuneo. Sono cinque musicisti, tutti trentenni, tutti usciti dal Conservatorio che hanno scelto la loro personale cifra stilistica: cantare a cappella. Sì, un coro, anzi, un Signor Coro! All’estero, soprattutto negli Stati Uniti, dove il genere è vivacemente sull’onda da anni, sono famosissimi, hanno avuto riconoscimenti importanti come le cinque nomination ai Contemporary A Cappella Recording Awards di Boston e altrettanti nell’A Cappella Video Awards di Los Angeles. Da noi, hanno partecipato come concorrenti a Italia’s Got Talent edizione 2021.

Come ben si evince dal nome della formazione, è un coro che si “ribella” alla tradizione e lavora con effetti e programmi tipici della musica elettronica. Il risultato è molto interessante. Dopo aver parlato con Beppe Dettori e Raoul Moretti dei cori tradizionali sardi in Animas, disco che riconsiglio!) ho voluto approfondire questo genere che certamente affascina e cattura con il “Rebel” Lorenzo Subrizi, l’arrangiatore dei brani di Come.

Lorenzo, sul vostro sito vi definite “voci al servizio dell’elettronica”…
«Esatto, ma vale anche elettronica al servizio della voce. Questo siamo noi, la ragione per cui abbiamo studiato questo nuovo approccio al canto a cappella. La musica vocale in Italia è ancorata ai canti corali della tradizione, i Tenores in Sardegna, i cori degli alpini dalle nostre parti, e, fortissima, la musica corale classica. Quella vocale moderna, invece, ha sempre fatto fatica a decollare».

In effetti, mi vengono in mente solo i salernitani Neri Per Caso, ma era negli anni Novanta.
«Cantano e fanno concerti ancora oggi, però e un circuito molto settoriale. Ed è un problema, e qui ti parlo da insegnante (i Rebel sono tutti insegnanti alla Fondazione Fossano Musica, ndr): è una questione culturale. Negli States è un genere molto sentito e seguito, ci sono festival dove la maggioranza degli ascoltatori sono ragazzi. Basta pensare al fenomeno dei Pentatonix, entrati nel circuito mainstream. Oltre ai Rebel Bit, collaboro con i genovesi Cluster. Negli ultimi anni c’è un cambiamento, stanno nascendo gruppi di musica corale moderna formati da giovani».

I Rebel Bit – Foto Enzo Fornione

Parliamo un po’ di voi…
«Veniamo tutti dal conservatorio di Cuneo, siamo tra i 30 e i 35 anni. Tre di noi, io, Giulia Cavallera e Guido Giordana ci conosciamo da adolescenti. Abbiamo frequentato il liceo musicale “Ego Bianchi”, sempre a Cuneo. La dimostrazione che se la scuola ti forma, fa cultura musicale, lascia poi il segno. Siamo tutti insegnanti di musica e stiamo vedendo una sempre maggiore curiosità degli allievi nello scoprire qualcosa di diverso che non sia il solito mainstream. Credo che in Italia manchi un’educazione all’ascolto, finché si continua con il flautino alle elementari non si andrà da nessuna parte…».

E Italia’s Got Talent?
«Abbiamo partecipato quest’anno, dopo due anni fermi per le note cause, per cercare di portare in televisione il nostro lavoro».

Come siete strutturati nella “band”?
«Paolo Tarolli è il nostro baritorno e beatboxer, il batterista vocale, Guido Giordana è tenore e baritono, Giulia Cavallera soprano, io basso e baritono, mentre Andrea Trona è il nostro sound designer. Io mi occupo degli arrangiamenti, mentre Andrea lavora sui live looping, che usiamo spesso, e sugli effetti sulle voci che sembrano strumenti musicali. È uno scambio continuo, elaborazioni di suoni vocali che diventano elettronici e viceversa. Il risultato è una sonorità piuttosto unica, dalle nostre ricerche ci sono solo due, tre gruppi nel mondo che fanno ciò».

Quando avete deciso di diventare Rebel Bit?
«Siamo nati ufficialmente nel 2018 con l’idea di ricercare sonorità particolari, ma abbiamo impiegato un paio d’anni a mettere a punto il progetto. Dietro c’è tanta ricerca e studio. Ora, oltre al disco, che abbiamo iniziato a portare nei teatri, continuiamo a presentare un musical basato sul Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, che abbiamo chiamato Paper FlightS. Il nostro obiettivo è quello di far conoscere l’arte del canto corale a cappella in uno spettacolo teatrale strutturato, accompagnato da una scenografia e da supporto video».

Foto Enzo Fornione

Una curiosità, come scegliete i brani e quanti sono di vostra composizione nell’EP che avete pubblicato? Il traino di Come è Toccaterra, canzone contenuta nel disco omonimo d’esordio di Emma Nolde (2020). Tra l’altro un lavoro e una cantautrice molto interessante…
«Nella composizione dell’album siamo partiti da un’idea di ciò che volevamo esprimere, in questo caso il cambiamento, il guardare oltre. Toccaterra della Nolde è un brano che ha scelto Giulia, per dare spazio al nuovo cantautorato femminile. Vince chi molla di Niccolò Fabi l’ho scelto  io perché mi trovavo in un periodo particolare della mia vita e l’ho arrangiato in base a quello che sentivo. Walk on Water dei Thirty second to Mars è nato nel 2019 per un festival di Fossano. L’abbiamo registrato live con un coro di sessanta elementi più diverse voci importanti di cori europei. Di cover c’è anche Trusty and True di Damien Rice. I nostri due brani originali, Scatto Lento e Not a Fairytale, li abbiamo composti in un ritiro di tre giorni sulle montagne dalle nostre parti…».

Il titolo del disco, Come, si presta a diverse interpretazioni…
«Sì è una doppia lettura, come stiamo cambiando noi e “come”, in inglese, venite, seguite la nostra strada, quello che Damien Rice continua a ripetere in modo ossessivo in Trusty and True…».

Anche la cover non è stata scelta a caso…
«È la scena finale del film Truman Show, il protagonista si rende conto che la sua vita è tutta finta, lo è anche il cielo. E nel cielo trova una scala che lo conduce a una porta, l’ingresso nel mondo reale. L’omino con la valigia è Guido…».

State preparando un altro lavoro?
«Stiamo iniziando a pensare al volume II di Come. Ora stiamo seguendo un progetto didattico particolare che vedrà la luce a metà 2022. Voce ed elettronica in collaborazione con la Fondazione Fossano Musica. Se non si parte da lì, dalla cultura…».

Tre dischi per difendersi dal freddo…

Scrivo da una Milano fredda e senza sole. Per scaldarmi il cuore sono andato a cercare un po’ di dischi che mi aiutassero a vivere questa giornata uggiosa. Ne ho scelti tre, usciti tutti lo stesso giorno, il 12 novembre scorso. Ve li consiglio, perché si spazia da melodie made in “new” Brazil a brani scritti 50 anni fa e mai pubblicati fino a una sensuale e grande voce sudafricana.

1 – Leonardo Marques Presents: Ilha do Corvo Sounds, Vol. I – Artisti Vari

Un Brasile diverso quello di Leonardo Marques, 43 anni, musicista, produttore, discografico, ingegnere del suono di Belo Horizonte, Minas Gerais. Se lo avete già ascoltato,  si sente nitida l’influenza della scuola mineira, quella di cui vi ho già parlato in altri post, che trova in Milton Nascimento (mineiro di adozione), Lô Borges, Beto Guedes e molti altri musicisti un modo molto particolare, ricercato, intimista di interpretare la MPB. Leonardo è il patron della Ilha do Corvo, uno studio di registrazione famoso per la grande attenzione di Marques all’uso di strumenti e attrezzatura “vintage”, la firma sonora che caratterizza le sue produzioni. In questo primo volume ha raccolto dieci brani di artisti della regione che hannoåc inciso in quello studio molto particolare. Un collage di brani arioso, molto anni Settanta: c’è Gui Hargreaves con Pra Ela, Bernardo Bauer con Coragem, lo stesso Marques con due brani, Acordei e Ilha do Corvo, Douglas Scalioni Domingues con Saideira

2 – Antoher Side – Leo Nocentelli

Chitarra acustica e voce. Brani “vecchi” di cinquant’anni che solo una ventina di giorni fa hanno visto  la luce sotto forma di disco. Leo Nocentelli, 75 anni, di New Orleans, il  chitarrista del gruppo funk The Meters, nel 1971 in una pausa con la band, aveva deciso di darsi al “cantautorato”. Folk e funk, una chitarra e un incedere che seguiva i sui punti di rifermento, James Taylor, ma anche Crosby Still & Nash, è riuscito a confezionare brani da roots rock che, per uno di New Orleans, crocevia dove si dice siano nati blues, jazz e rock’n’roll, è pressoché pleonastico. Comunque sia, questo disco è un bel tuffo nei Settanta che riesce a rendere brillante anche una opaca giornata autunnale. Divertitevi con brani come Give Back My Loving, Thinking of a Day, You’ve Become a Habit, dove Taylor è la stella polare… Ultima gemma, una versione di Your Song di Elton John, che ricorda negli assoli di chitarra acustica il grande Jim Croce…

3 – Thetha Mama – The One Who Sings

Dietro The One Who Sings si nasconde Zolani Mahola, 40 anni, cantante, narratrice, attrice molto famosa in Sudafrica e non solo. Lei è stata per diciassette anni la frontwoman dei Freshlyground, band importante e di rottura in quella parte d’Africa. Conosciuta dai fan con vari nomi – nessuno scelto da lei, piuttosto mutuati dai personaggi che ha interpretato – ha deciso di adottare il nome con cui la ricordano ultimamente, e cioè, il semplice “Quella che Canta”. Focus su se stessa, sulla necessità di collegarsi alla famiglia, agli antenati, alla natura. Il lavoro per lei che ha cantato con Stevie Wonder, Robbie Williams, BB King, Shakira, è una ricerca su se stessa come donna e come artista. Thetha Mama è tutto ciò, l’album della rinascita. Da Wawundithembisile, brano che ha lanciato il disco, alla stessa Thetha Mama cantata con l’accompagnamento alla chitarra di Derek Gripper. Un gran bel lavoro!

Interviste: Beppe Dettori, Raoul Moretti e le tante “Animas”

Beppe Dettori e Raoul Moretti in concerto – Foto Claudio Muzzetto – PHOTO&PANO

Echi lontani, etno folk, progressive rock, preludi bachiani, cori millenari. Quando mi sono trovato ad ascoltare Animas, lavoro uscito nel maggio scorso dalla creatività di Beppe Dettori e Raoul Moretti ammetto di essermi sentito perso in una dimensione dove tempo e generi non esistono. Ci sono solo parole e armonie che si fondono per chi ha la pazienza e la curiosità di ascoltare. Esattamente il punto di forza di questo album. Un’isola dove convivono suoni e canti creati con il chiaro intento di raccontare. Un ricordo, una storia, una sensazione, un’emozione. Ho citato isola non a caso, visto che i due artisti vivono in Sardegna.

Beppe è nato a Stintino e Raoul, comasco di nascita, da una decina d’anni ha scelto Cagliari come suo luogo di vita. Nel mio lavoro di autostoppista musicale la Sardegna è un luogo magico, come la Sicilia. Isola sonora (ne avevo parlato con Paolo Fresu qualche settimana fa), dove il crocevia di popoli e culture ha fatto sì che anche la musica, espressione popolare, venisse contaminata. Isola legata alle tradizioni, da cui riparte alla ricerca di nuovi orizzonti musicali.

Beppe e Raoul sono due esempi cristallini di quello che ho scritto sopra. Il primo, virtuoso della voce – è stato per otto anni anche il cantante dei Tazenda – il secondo, diplomato al Conservatorio in arpa, è una delle migliori espressioni di questo strumento in Italia e non solo. Dopo la formazione classica s’è dedicato allo studio e al suono dell’arpa elettrica che usa in vari modi (poi leggerete). Suonano insieme da alcuni anni. “Ci siamo trovati”, dicono entrambi, e “ci divertiamo un sacco a far musica insieme, soprattutto dal vivo, un proficuo scambio artistico”.

In Animas ci sono collaborazioni importanti e varie. I Tenores di Bitti Remunnu ‘e Locu, i Cordas et Cannas, i Concordu e Tenores de Orosei, Paolo Fresu, Franco Mussida, Davide Van de Sfroos, Gavino Murgia, Flavio Ibba, Alberto Pinna, Daniela Pes, Lorenzo Pierobon, i FantaFolk, Andrea Pinna, Giovannino Porcheddu, Massimo Canu e Federico Canu, Massimo Cossu… Un ensemble che ha avuto piena libertà di espressione nel suonare o cantare i brani composti dal duo.

Si tratta di dieci inediti e una cover, l’ultimo brano dell’album, la rivisitazione in sardo di una canzone di Peter Gabriel, Fourteen Black Paintings – che qui è diventata Battordicchi Pinturas Nieddas – dall’album Us, non una delle più conosciute, ma sicuramente una delle più affini a Beppe e Raoul, grandi fan dell’ex-frontman dei Genesis e del suo percorso personale nel prog e nella worldmusic. Fra l’altro, Gabriel da anni è un assiduo frequentatore della Sardegna, dove ha casa vicino alla Costa Smeralda.

Come sono solito fare, per capire la nascita di un album così denso di riferimenti stilistici ed emozionali ho deciso di fare quattro chiacchiere con loro. Abbiamo parlato del disco e, poi, siamo finiti, come dei ragazzini alle loro prime scoperte musicali, a raccontarci di questo o quell’altro artista, della musica che si ascoltava e di quella che si sta ascoltando, delle abilità di certi musicisti di fare più cose contemporaneamente sul palco… Insomma, tre amici al bar davanti a una birra e con l’entusiasmo per la stessa passione.

Parto subito diretto: cosa rappresenta per voi Animas?
Beppe – «Quello che noi siamo. Dentro al disco c’è tutta la mia esperienza, ci sono vari generi musicali che mi piacciono. Raoul viene da studi classici, io dalla musica leggera. Ho studiato lirica per qualche anno e poi ho virato verso il pop. Insieme, con le nostre differenze, ci divertiamo tantissimo. Le nostre anime si divertono. Questo è un progetto studiato apposta per il palco, il live. Abbiamo deciso di metterlo anche su un supporto meccanografico con l’idea di “archiviare” questo lavoro, lasciarne traccia. Fino a qualche anno fa suonavamo in un gruppo i Dolmen Project, in quattro più una performer coreografica. Poi, come spesso accade nelle band, siamo rimasti in due. Raoul a Cagliari, io a Sassari e per suonare ci siamo trovati a metà strada, a Oristano!».

Avete fuso parecchi generi musicali, dal folk al prog…
Raoul – «I generi mi (ci) stanno stretti. Sono molti quelli che ci dicono: “Musicalmente non riusciamo a collocarvi”. Sono cresciuto con il progressive, il Rock e le radici folk dell’arpa, quindi, celtiche e sudamericane. Sono comasco di nascita e crescita ma in Sardegna ho trovato un terreno prolifico per la musica che voglio fare e collaborazioni meravigliose».

A proposito di di Sardegna, perché quest’isola vanta così tanti musicisti e di varie estrazioni?
Beppe – «Perché è un territorio adatto a liberarsi da tante costruzioni mentali. Qui c’è un’apertura totale alle connessioni e posso esprimere tutto quello che ho imparato. Con Raoul abbiamo deciso di far uscire qui la nostra creatività. Suonando in mezzo alla gente. Nel progetto live S’Incantu ‘e Sas Cordas, diventato un album (2019, ndr), ho lavorato su vari linguaggi per la vocalità. In S’incantu I e II il testo non ha significato, sono frasi inventate, parole in diverse lingue che mi interessava inserire per ottenere un determinato ambiente sonoro della voce».
Raoul – «Nel nostro lavoro, nei live c’è tanta improvvisazione anche in pezzi con strutture ben definite. Ci riserviamo dei momenti “liberi”, che poi è la filosofia che sta alla base del jazz. Per esempio, il brano di Gabriel, Battordicchi Pinturas Nieddas, non lo facciamo mai uguale dal vivo. Nel disco c’è l’intervento dei cori dei Tenores di Bitti e di Lorenzo Pierobon, sul palco il brano si svuota, c’è solo l’arpa, la chitarra e la voce di Beppe, si dà più spazio ai silenzi».

Quindi Animas è un lavoro di sottrazione?
Raoul – «Effettivamente con le collaborazioni ci è sfuggita la mano, abbiamo invitato tanti artisti, amici, lasciandoli liberi di esprimersi e l’album è ricco di tutto ciò».
Beppe – «C’è molta introspezione in Animas. Ci siamo tenuti sulle note bordone sulle quali appoggiare e giostrare armonie in quella tonalità che è madre e padre».

Beppe Dettori e Raoul Moretti – Foto Claudio Muzzetto – PHOTO&PANO

Beppe tu lavori molto anche sul canto diatonico…
«Più che diatonico, è difonico. Il canto armonico mi appassiona molto, l’ho studiato e continuo a farlo. Può sembrare di origine orientale, in realtà, da oltre 4mila anni si usa anche in Europa: i canti nuragici esistevano già duemila anni prima di Cristo. D’altronde la struttura del canto a tenore (inserito nell’Unesco tra i Patrimoni orali e immateriali, ndr) non è altro che il tentativo di connettersi alla natura attraverso le imitazioni dei tre animali importanti per la vita dell’uomo in migliaia di anni, su bassu, un suono baritonale, gutturale che rappresenta il bue, sa contra, il contralto, la quinta sotto, è il verso del muflone, mentre sa mesu oghe, la mezza voce, il belato dell’agnello.  Il pastore è la voce solista, su tenore, quella che dà il senso al motivo. Di solito è una poesia, non necessariamente scritta, può essere anche di tradizione orale. Il solista ha il potere di scegliere lo stile (da ballo, d’ascolto, di musica sacra), sempre comunque connesso con la natura. Il muggito del bue è dato da un uso delle false corde (quelle di cui si servono anche i monaci tibetani o le versioni growl del metal, ndr).

Raoul, curiosità mia, come ti sei appassionato all’arpa?
«È stato puramente casuale. In realtà agli inizi degli anni Novanta l’arpa aveva ben poca diffusione, soprattutto tra gli studenti maschi del conservatorio. Avevo cominciato, infatti, con il pianoforte. Quando si trattò di scegliere l’altro strumento di studio obbligatorio, qualcuno mi suggerì di mettere l’arpa perché pochissimi la seguivano. Grazie ai miei insegnanti mi sono appassionato al punto di farlo diventare il mio strumento di studio principale e, poco a poco, abbandonare il pianoforte. Durante il percorso accademico ho iniziato a vederlo come uno strumento dalla grandi possibilità anche fuori dai canoni orchestrali. Infatti, con i miei amici,  suonavo rock con l’arpa. È stato lì che mi sono interessato all’arpa elettrica. Ho passato notti a casa di Francesco Zitello, un grandissimo arpista, ascoltando e suonando. Negli ultimi anni il nostro strumento sta prendendo sempre più visibilità». «Usa il distorsore!», interviene Beppe. E continua: «E poi fa lo slide con un cacciavite, potrei raccontartene tante su Raoul e l’arpa…». (Raoul ride e continua): «Con l’arpa elettrica faccio assoli simili o uguali a quelli della chitarra elettrica, spesso uso anche l’archetto per suonarla…».

Ditemi a quale brano di Animas siete più affezionati…
Beppe – «Non è semplice, però, fammi pensare… beh, credo sia Figiura’, dove ha collaborato Franco Mussida. È uno sfogo consapevole su cosa siano la vita e la morte. L’ho scritta in un periodo particolare della mia vita. Con il Covid ho perso una sorella, ho così riflettuto sulla perdita, sul vuoto che rimane, ho cercato di farmene una ragione. Un altro brano, che è collegato al precedente, è Eziopatogenesi, tecnicamente lo studio delle cause di una malattia e di come questa si manifesta, un gioco ironico per vincere la paura di ammalarsi. Come venirne a capo? Affidarsi alla medicina allopatica o ai rimedi omeopatici? Ognuno reagisce a suo modo. Abbiamo voluto esorcizzare tutti questi timori quanto mai attuali».
Raoul – «Difficile dire quale brano preferisco, ognuno ha avuto la sua genesi. Se Beppe è legato al contenuto di Figiura’ ed Eziopatogenesi, io lo sono per questi due brani a livello musicale, alla partitura. La prima nasce da un tema di un brano solista che ho improvvisato sul palco durante un concerto».

Che musica state ascoltando in questo momento?
Beppe – «Bella domanda! Posso risponderti che ho avuto modo di incontrare Ambrogio Sparagna (musicista importantissimo non solo in Italia per i suoi studi sulla musica popolare, ndr). Il suo ultimo lavoro, un cd book realizzato per i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri dal titolo Convivio – Dante e i cantori popolari, è molto interessante. Ha preso alcune terzine, quelle più conosciute della Divina Commedia, facendole cantare da voci “estreme” come quelle di Raffaello Simeoni e Anna Rita Colaianni, messa in musica dai solisti dell’Orchestra Popolare Italiana dell’Auditorium Parco della Musica di Roma (c’è anche un prezioso intervento di Francesco De Gregori, ndr). Poi c’è il messicano Israel Varela, batterista e pianista che collabora con la cantante italiana Serena Brancale, c’è tanto flamenco e tanto jazz. Poi, continuo ad ascoltare Peter Gabriel e Nusrat Fateh Ali Khan, quest’ultimo mi ricorda quanto circolare sia la musica…»”.
Raoul – «Tra i miei ascolti c’è sempre Peter Gabriel! Ora sto interessandomi a progetti provenienti dalla Scandinavia, con una virata ad autori italiani. Vabbè te lo rivelo: tutti ciò perché Beppe mi sta convincendo/costringendo a cantare!».

Crocodile Rock: musica e animali nel libro di Ezio Guaitamacchi e Antonio Bacciocchi

Ho acquistato un libro uscito qualche giorno fa per Hoepli. Si intitola Crocodile Rock e gli autori sono due conoscenze solide per chi ama la musica, Ezio Guaitamacchi, musicologo, musicista, entertainer, un decano del giornalismo musicale (come si legge nella terza di copertina) e direttore della collana musicale della stessa Hoepli, e Antonio Bacciocchi, scrittore, musicista e blogger, batterista rock con l’aplomb del mitico Charlie Watts.

Entrambi hanno in comune la passione per il rock e per gli animali, Ezio con i suoi tre cagnolini, Dylan Joni e Taylor, e Antonio con il suo pastore tedesco Grimm. I loro compagni a quattro zampe amano la musica e il rock. Anch’io ho una piccola amica, Lili, che è la mia ombra da tredici anni. Lavoro ascoltando musica, sempre. Lei, accoccolata sul cuscino ai miei piedi, ascolta, occhi aperti, tutto…tranne il rap. Che ci volete fare… frequenze disturbanti per il suo udito.

Ma torniamo al libro. Oggi alle 16 i due autori lo presenteranno a Milano alla Cascina Nascosta, parco Sempione. Chi vorrà venire – e vi consiglio di esserci – potrà portare i suoi animali di compagnia. Un bell’inizio! Il libro, che ho letto d’un fiato, è talmente ricco di aneddoti, storie, curiosità che ti attrae e non ti molla. Diviso in sei parti, con una preziosa prefazione di Laurie Anderson, spiega il rapporto tra musica e natura, l’evoluzione umana e animale attraverso il suono come comunicazione principale. Quindi, passa a storie che legano artisti ad animali, brani che hanno fatto la storia del Rock legati a cani, gatti, persino pappagalli, ma anche rocker impegnati nelle battaglie per le preservazione delle specie, e tante amenità dove, per esempio, zio Ozzy (Osbourne, ovvio!) entra di diritto… 

Ho intervistato via streaming i due autori, ci siamo fatti una gran bella chiacchierata…

Come vi è venuto in mente di creare Crocodile Rock?
Ezio – «È nato tutto un paio di anni fa nel mio studio, qui in Hoepli. Antonio era venuto per propormi alcuni titoli che, sinceramente, non erano compatibili con la mia collana. Lui, con la coda tra le gambe – per rimanere in tema – si stava avviando verso la porta dell’ufficio, quando Joni (prende in braccio una cagnolina bianca e me la presenta, ndr) e il suo fratellino Taylor gli si sono avvicinati per annusarlo (Antonio, da sempre ha avuto cani). Lui si è fermato, e ha giocato il jolly che le aveva raccomandato sua moglie Rita: “Ho raccolto un sacco di informazioni, di dati, di storie sul rapporto tra musica e animali. Ti può interessare?”. L’ho guardato e in un attimo eravamo seduti a parlarne! Il libro è, dunque, una sua idea, lui ha raccolto tutto il materiale, io mi sono limitato a fare il regista, che poi è il lavoro che faccio come direttore di collana. Però mi ha tirato dentro perché, in tempi andati, nel 1990 e 1991 ho organizzato a Milano un festival che si chiamava Musica&Natura sotto l’egida di Greenpeace, ero anche nel consiglio direttivo dell’ong. Ho fatto in modo che oltre a tutto il materiale che aveva raccolto Antonio ci fosse anche una parte sulle origini del suono. Non ce lo ricordiamo spesso, ma l’uomo ha imparato a cantare, suonare,  addirittura a parlare imitando il canto degli uccelli, l’incedere del galoppo dei cavalli… Ho cercato di selezionare le informazioni di Tony e di trasformarle in storie. A un certo punto Antonio mi ha detto una cosa molto carina: “Il libro ha preso una piega giusta anche grazie a te ed è corretto che tu sia coautore e non solo il curatore”».

Antonio – «Confermo tutto! Sono stati due anni di lavoro quasi quotidiano, il materiale era tantissimo e di svariata natura. Ne trovavo di nuovo che a sua volta mi rimandava ad altro. Era necessario un regista, che Ezio ha fatto benissimo. C’era talmente tanto materiale da pubblicare due o tre libri. E poi, essendo nato, cresciuto, e vivo tuttora, nella campagna piacentina, da sempre ho avuto animali domestici e, ultimamente anche non, visto che nel mio paesino si sono affacciati cinghiali, caprioli e anche un lupo. Essendo un musicista, appassionato di musica è stato naturale accostare le due cose. Lo spunto finale me l’ha dato mia moglie, all’inizio pensavo fosse banale, ma solo apparentemente. In realtà, oltre a quello che ha detto ora Ezio, nel libro si va ad approfondire anche quegli artisti che hanno preso spunto per le loro canzoni dai loro animali. Ci sono brani dedicati ai loro animali, spesso li hanno riportati anche in copertina, mentre altri hanno utilizzato l’animale come metafora per significare qualcosa di molto più profondo. Ad esempio, Blackbird dei Beatles: sembra dedicata a un uccello che vola, ma in realtà Paul McCartney l’aveva composta per supportare  i diritti civili degli afroamericani nel 1968».

Il titolo del libro richiama un brano famosissimo di Elton John…
Ezio – «Rimanendo su quanto stava dicendo Antonio, Crocodile Rock, è metaforico. Nel senso che è un atto d’amore di Elton al Rock delle origini. In quegli anni, nei Cinquanta, i musicisti jazz tra loro si chiamavano Alligator, c’era la famosa frase, un saluto, See you later allegator con la risposta In awhile crocodile! Il titolo del libro è evocativo, ma il sottotitolo è sufficientemente chiaro (storie aneddoti, curiosità e tutto ciò che unisce musica e animali, ndr) e senza suonare presuntuosi, credo non esista nessun libro al mondo che racconti tutte le connessioni tra musica e animali in un modo così completo. Grazie ad Antonio anch’io ho scoperto molte cose interessanti. Non sapevo che i Ragni di Marte di David Bowie in realtà sono stati ispirati a un evento accaduto in Italia negli anni Cinquanta, o che il cagnolino di Dolly Parton le ha salvato la vita, o che il gatto che è in copertina di fianco a Carol King in Tapestry, un album che ha segnato tutti noi e che fu un best seller pazzesco – per anni è stato il più venduto della storia – fosse comparso lì per caso mentre il fotografo stava scattando!».

Antonio – A proposito di ricerca: molto è stato fatto incrociando dati su internet, ma abbiamo dovuto affidarci molto alla nostra memoria, magari ricordandoci di aver letto qualcosa, relegato in un angolo di un libro o in una copertina di un disco. Insomma, un lungo lavoro deduttivo».

Ezio Guaitamacchi

Tra le tante narrazioni di questo libro, mi avete fatto ricordare di quel disco incredibile, Song Of The Humpback Whale, il canto delle megattere registrato da Roger Payne, ricercatore bioacustico, negli anni Sessanta…
Ezio – Mi fa molto piacere che tu abbia nominato Payne e il suo esperimento, perché mi permette di parlare di un musicista, Paul Winter, un sassofonista che ho avuto l’onore di conoscere quando lo feci venire in Italia per quel festival che avevo organizzato. Lo portai anche in Rai, opsite in un programma di Mino Damato, Alla ricerca dell’Arca. Con Stan Getz è stato il primo a fondere la musica brasiliana con il jazz. Dopo aver ascoltato le registrazione di Roger Payne, fondò un’etichetta chiamata Living Music, dove mise in piedi dei veri e propri duetti tra il suo sax soprano e il canto delle balene, l’ululato dei lupi, il barrito degli elefanti. Poi aggiunse una band, il Paul Winter Consort, da cui poi nacquero gli Oregon, Ralph Towner, Paul McCandless erano suoi musicisti. L’ho ascoltato anch’io il canto delle balene, attraverso un sonar in una nave di Greenpeace nelle acque bellissime della Hawaii: è struggente. Gli studi di Payne e di altri scienziati hanno dimostrato che la struttura dei canti delle megattere è clamorosamente uguale a quelle dell’uomo. Per la prima presentazione del libro alla Cascina Nascosta seduto sul divano con mia moglie stavo cercando al computer canti di balena da proporre. Il mio cagnolino Taylor ha drizzato le orecchie e s’è messo all’ascolto con interesse. Mia moglie, che è molto più esoterica di me, ha trovato in questo comportamento un linguaggio universale, io credo che sia una questione di frequenze…».

Veniamo alla prefazione di Laurie Anderson. Lei parla della sua esperienza e di quella di Lou Reed con la trovatella Lolabelle…
Ezio – «È stato un privilegio la sua testimonianza. Un altro mio cagnolino che non c’è più aveva partecipato al suo Concerto per Cani che da anni porta nei palchi di tutto il mondo. È stato incredibile. Laurie ha la capacità di provocare reazioni negli animali che sono uniche, ti trasmettono poi, a loro volta, come ascoltatore e auditore, emozioni incredibili».

Il libro, oltre a queste esperienze profonde ha anche molti aspetti divertenti…
Antonio – «Esatto, ci sono tanti aneddoti semplicemente curiosi e anche buffi. Sono un mezzo per fare propedeutica ed educazione: chi si accosta alla lettura per passare qualche ora in modo leggero o perché è appassionato di animali, trova anche elementi più “seri” come ad esempio Paul Winter e la sua musica, o dischi di cui non aveva mai sentito parlare. Sarebbe bello trascinare il lettore nel nostro mondo magico della musica in cui siamo persi da decenni».

Insomma, alla scoperta della musica attraverso gli animali e viceversa…
Ezio – «Ho scoperto, per esempio, che una delle canzoni più famose sugli animali, Nella Vecchia Fattoria, ce la ricordiamo cantata magistralmente dal Quartetto Cetra, e credo si insegni ancora oggi all’asilo, è stata cantata da Ella Fitzgerald, Frank Sinatra (il titolo originale era Old MacDonald Had A Farm, ndr) o Elvis Presley, in un rock’n’roll eccezionale».

Antonio Bacciocchi

Venendo agli animali: fanno musica, ma l’uomo si è servito di loro anche per farli diventare strumenti musicali…
Ezio – «Certo! Pensa alle api. Sono stati costruiti strumenti per imitare il loro ronzio. Ma l’uomo da sempre ha anche usato gli animali per costruirsi strumenti musicali. Considera le pelli per i tamburi, le conchiglie che vengono usate per strumenti a fiato, i crini di cavallo per gli archetti del violino. Li abbiamo chiusi in un box, perché entriamo in un altro mondo, l’organologia, che non era il tema di questo libro. L’uomo continua ad avere rapporti quotidiani con il mondo della natura colori, odori, suoni che essa stessa produce. Mi ricordo, non l’ho inserito nel libro, un’avventura nella foresta amazzonica. C’era la guida che parlava una lingua a me sconosciuta, con qualche parola spagnola e inglese. Era una “caccia alla tarantola”, così l’aveva definita. Sembravamo dentro un episodio di X-Files con quelle torce in mezzo agli alberi, nel buio più assoluto. La guida ci fece capire di spegnere le torce e rimanere in silenzio. Per fortuna avevo un registratore: nella notte nera ho ascoltato eregistrato un concerto di suoni di ogni tipo, un’emozione che non dimenticherò mai più».

Antonio – «Sempre a proposito del rapporto scienza-musica-animali, la scienza ha restituito alla musica attraverso gli animali un certo favore: anche se si tratta di molluschi, fossili, forme di vita minuscole, animali non particolarmente nobili, ma che portano il nome latino di David Bowie, Mark Knopfler, un paio di vermi sono dedicati a Guccini. Penso che per un musicista sapere che c’è una forma vivente a lui dedicata sia piuttosto appagante».

Ezio – «Credo che più che per il musicista lo sia per la musica, soprattutto Rock. Fa capire come questa forma di arte che spesso è stata considerata controcultura o, peggio, una sottocultura, anche attraverso gli esempi fatti da Antonio, a una medusa che porta il nome di Frank Zappa o una vespa quello di Beyoncé, fra trecento anni si parlerà di questi personaggi come delle grandi eccellenze della razza umana alla stregua di Beethoven o Mozart».

Interessante, anche perché gli animali sono stati usati volontariamente o meno come mezzi nelle performance di artisti. Vedi il famoso pipistrello addentato da Ozzy che lo credeva un animale di plastica, o il pollo lanciato verso il pubblico da Alice Cooper che fece una fine tragica…
Antonio – «Nel libro ricordiamo gli ZZTop che avevano organizzato una serie di concerti dove volevano rappresentare il Texas, stato da dove provenivano. Oltre a cactus e rocce si portarono dietro serpenti a sonagli, bisonti e altre specie animali. Il che fu tutto molto spettacolare ma problematico da gestire, oltre ai musicisti, che a quei tempi ci davano dentro, c’erano anche gli altri animali!»

Siete vegetariani o vegani?
Ezio – «Ammetto di no, ho grande rispetto e stima per chi lo fa. Cerco semplicemente di fare una dieta il più possibile morigerata. Non fumo più non prendo droghe non ho mai bevuto e faccio sport».

Sei perfetto Ezio!
«Quasi, quasi… Se mi togli anche lo sport sarei rovinato! Devo dire che a volte me lo chiedo, e la frase che ricorre nel libro di Paul McCartney: “Se i mattatoi avessero le pareti trasparenti nessuno mangerebbe più carne” fa riflettere. Avendo frequentato anni fa il mondo no profit rimasi molto colpito dal trattamento industriale riservato al mondo animale. Non è più il tempo delle caverne, mors tua vita mea. Allo stesso modo non mi piacciono quelli che colpevolizzano».

Antonio – «Sono stato macrobiotico e vegetariano per un periodo. Vivendo in pianura Padana se tu non assaggi i salumi vieni crocefisso. Per cui, cerco di evitare il consumo di carne, ma non sono rigoroso. Non ho mai fumato, mai preso droghe, faccio sport, infatti mi vedi così magro perché, te lo dico, lo sport fa malissimo!».

Roma, alla Casa del Jazz un weekend con Luca Ciarla e il suo Tintiland

Luca Ciarla – Ritratto di Paolo Lafratta

Tintiland. Una crasi per “la terra del Tintilia”, vitigno autoctono molisano dal quale si ricava un vino che ha il colore del rubino, ma anche i profumi e i sapori di una terra poco conosciuta. Non preoccupatevi, non sono passato al turismo enogastronomico. Ma, come spesso accade, la musica c’entra (eccome) anche qui.

Innanzitutto perché la tre giorni di Tintiland si terrà a Roma alla Casa del Jazz, ma soprattutto perché chi l’ha organizzata è la Violipiano Music (coadiuvata da Michele Macchiagodena, direttore artistico del Termoli Jazz Festival, e dall’associazione culturale Jack), impresa fondata vent’anni fa a Hong Kong da Luca Ciarla, musicista di fama, errabondo per scelta, audace nelle sue sperimentazioni musicali e tenace nel diffondere la cultura di una terra piccola ma espressiva.

Leggo il perché di Tintiland spiegato sul comunicato stampa dallo stesso Ciarla: «Siamo cittadini del mondo, soprattutto in questo periodo nel quale esserlo può significare salvarlo, il mondo. Però le radici ce le portiamo dentro, nel cuore e nella mente – e le nostre diversità generano un’enorme ricchezza, senza effetti collaterali. Tintiland nasce per promuovere una terra che sa conquistarti».

Essendo curioso di carattere e professione, l’ho contattato alla vigilia dell’inaugurazione che sarà quest’oggi.

Luca, vino rosso, Tintilia in questo caso, e musica, bell’abbinamento!
«Lo puoi combinare con tante cose buone. Parlo della mia piccola regione, la musica, il grande schermo con Molise Cinema, il Teatro del LOTO (che sta per Libero Opificio Teatrale Occidentale, a simboleggiare un crocevia di esperienze, arti, e culture, ndr) di Ferrazzano, borgo a pochi chilometri da Campobasso. Il Molise è una regione molto semplice, avrebbe bisogno di una scossa…».

Però con il vino e la tua regione hai da tempo una forte connessione. Ricordo nel lontano 2005 avevi pubblicato un disco con un trio particolare, il Luca Ciarla Wine Jazz Trio…
«Vero, tanti anni fa! L’ho costituito a Hong Kong con due straordinari musicisti, il contrabbassista canadese Sylvain Gagnon e il batterista indiano Anthony Fernandes. Con loro suonavo il pianoforte. Ho vissuto a Hong Kong per tre anni, periodo in cui ho cercato di portare la mia cultura e le mie origini anche in Asia. Hong Kong è una città particolare e straordinaria ma anche faticosa. Già allora volevo far conoscere in questo emisfero il vino e la cultura della mia regione».

Fra l’altro un bel disco… A freddo: ma qual è la tua concezione di jazz?
«Potrei definirla anomala, anche se non so se la posso chiamare così! So che gli ingredienti della musica li voglio scegliere a chilometro zero. Per me l’essere un italiano e del Sud ha una valenza. L’approccio mediterraneo nella mia musica è presente, è importante. Il violino è presente nella tradizione ebraica ma anche in quella araba. Fare musica per me è misurarmi con tutto ciò».

La passione per la musica l’hai ereditata?
«Mio bisnonno aveva un’orchestra a Bari. A sette anni vidi per la prima volta il violino e ne fui attratto, così iniziai ad andare a scuola per imparare a suonarlo. Poi è arrivato il pianoforte, anche se, più che un secondo strumento, è lo strumento per eccellenza, imprescindibile se si vuole imparare la melodica di qualsiasi strumento».

C’è da dire che il linguaggio musicale ha catturato non solo te ma anche le tue sorelle…
«Hai ragione (ride, ndr). Siamo una famiglia musicale. Mio padre strimpellava la chitarra da autodidatta, però suonava Bach, Villa Lobos, insomma se la cavava. Mia sorella Giuseppina è una bravissima arpista, vive in Florida e dal 2002 è prima arpista al Sarasota Opera, è di formazione classica ma ama il pop e il jazz. E poi c’è Alberta, che di professione è avvocato ma che ha una gran bella voce…Insomma, sono cresciuto a pane, vino e musica».

Il violino è uno strumento raro, completo e forse per questo, immobile…
«È uno strumento talmente perfetto e bello da vedersi che s’è fermato nel tempo. Non ha seguito nuove strade. Essendo sempre stato un appassionato di jazz e di musica contemporanea, ho sentito la necessità di spingerlo verso altro. Grazie alla tecnologia lo posso usare come fosse un violoncello, un basso, un raddoppio della voce…».

Luca Ciarla nel suo solOrkestra – foto di Alexander Zubko

Proprio a TintiLand porterai questa sera alle 21 un concerto molto particolare, il solOrkestra!
«Sto facendo da tempo una sperimentazione per riuscire a diventare da solo un’intera orchestra. Non lo faccio perché è un bieco tentativo di non pagare i miei colleghi (ride e scherza, ndr) ma perché cerco di creare un percorso nuovo. Grazie a un’app sul telefono che mi permette di suonare con il corpo, ricreo suoni e percorsi melodici per me interessanti. Poi uso anche strumenti “giocattolo”, come il kazoo…Ovviamente non rinnego l’imponente storia classica del violino!».

Lo stai facendo da molto?
«Ho suonato in settanta Paesi nel mondo e in almeno cinquanta ho portato questo mio nuovo modo di intendere il violino, con un gran riscontro di pubblico e critica».

Quindi, non suonerai più con altri?
«Ma no! Suonare con altri bravi musicisti è una gioia immensa. La mia, oggi, è una ricerca di espressione».

Cosa ascolti ultimamente?
«Ascolto di tutto, perché è importante. Uno che sento sempre è il brasiliano Egberto Gismonti, secondo me un grande artista, sempre alla ricerca di nuovi confini musicali».

Prima di lasciarti, torniamo a TintiLand, qual è il senso di questa kermesse?
«Presentare cose belle, cose buone e incentivare la curiosità verso una piccola regione che, credimi, ha il suo perché. Ora sto abitando a Roma, ma da Termoli, la mia città natale, vedo le isole Tremiti, il mare, è una sensazione incredibile ogni volta che arrivo lì. E poi abbiamo anche altri personaggi da scoprire, ad esempio Jacovitti, l’autore di personaggi famosissimi, da Cocco Bill a Cip l’arcipoliziotto. I suoi diari (me li ricordo eccome!, ndr) hanno venduto più di dieci milioni di copie, un personaggio controverso, in realtà libero, che tutti volevano tirare dalla loro parte».

Chiudo con una raccomandazione: questo weekend chi si trova a Roma sa cosa fare! Alla Casa del Jazz per Luca Ciarla, questa sera, ma anche domani sera per Antonio Artese con il suo Voyagesuite per quartetto jazz con dieci sue composizioni originali e, domenica, per Francesca Tandoi Quartet, feat. Daniele Cordisco, con lo spettacolo Jac in Jazz con Stefano Sabelli (attore e fondatore del Teatro del LOTO). Musica e teatro dedicati a Jacovitti…

Dal Tango, alla bossa, al jazz, il lungo viaggio dei Libertango 5tet

«L’editore, come il musicista, non è altro che un traghettatore di storie». È una frase che mi è piaciuta molto nella sua pulita metafora. L’ho letta in un’intervista a Olivia Sellerio, mi pare l’avesse pubblicata La Repubblica, cantante (il disco Zara Zabara: 12 canzoni per Montalbano è un piccolo gioiello) ed editrice con il fratello Antonio dell’omonima casa editrice palermitana.

Mi è venuta in mente ascoltando un disco uscito a settembre dal titolo Point Of No Return dei siciliani Libertango 5tet. La Sicilia come crocevia di popoli e di artisti vanta un bel parterre di musicisti, a partire da Franco Battiato che ha raccolto l’essenza di quelle contaminazioni mediterranee, alla pianista jazz Cettina Donato, da Mario Venuti ad Alborosie, da Salvatore Sciarrino a Sade Mangiaracina, da Daniela Spalletta, di cui vi ho parlato pochi giorni fa, al sassofonista Francesco Cafiso. Musicisti di varia estrazione, dal jazz alla classica, dal pop al reggae, ne ho citati solo alcuni, non me ne vogliano gli altri che ho dimenticato. E, a questi, aggiungo i Libertango 5tet, band che sta insieme dagli anni Novanta, che s’è eclissata per una quindicina d’anni e che, nel mezzo del cammin della sua vita, è ritornata con un disco davvero interessante.

I cinque componenti sono tutti bravissimi e pignoli musicisti che sanno il fatto loro, venuti su a cultura e musica, ascoltata e suonata. Francesco Calì alla fisarmonica e al pianoforte, Gino De Vita alle chitarre, Marcello Leanza ai fiati, Giovanni Arena al contrabasso e basso elettrico, Ruggero Rotolo alla batteria. 

Point Of No Return è proprio un traghettatore di storie e stili musicali. Sembra – provatelo ad ascoltare in sequenza di brani – un racconto che inizia forte in Argentina con Five or Four Tango, quello alla Astor Piazzolla (non a caso hanno deciso di chiamarsi Libertango!), per poi proseguire con il brano che dà il titolo all’album, Point Of No Return, un’ariosa, brasileira bossa jazz che tanto mi fa ricordare la scuola “mineira”, quella dei vari Milton Nascimento, Wagner Tiso, Beto Guedes, o le influenze di Egberto Gismonti, con la sua musica estremamente colta, contaminata da folk, jazz, classica… A proposito, anche la madre di Egberto, Ruth Gismonti, dotata di una gran voce, è di origini siciliane…

Un’orchestra d’archi, molto cinematografica, riprende le redini nel terzo brano, I’ll Be There, dove il pianoforte di Calì si fonde con una struggente chitarra di De Vita. Siamo ancora in America Latina, ma si inizia ad avvertire la sicilianità in temi musicali cari alle colonne sonore tipiche di un film alla Giuseppe Tornatore.

Il viaggio ha una sterzata improvvisa, allegra, popolare con una fisarmonica da festa e da danze paesane con Alysia’s Dance. Sezioni ritmiche al massimo (vero divertimento per Ruggero Rotolo che lancia stimoli continui alla serotonina) e una chitarra acustica che racconta la gioia di una serata d’allegria in riva al mare in una notte d’estate.

I Libertango 5tet in concerto – Foto Salvo Cantone

I brani si alternano, da sognanti session latin jazz ad accenti di jazz classico, oserei, liberty, con gli strumenti che si richiamano e il contrabbasso che marcia che è un piacere, camminando felpato su sax, chitarra e fisarmonica (Three Brothers).

Brano complesso, in chiave contemporanea, Mal d’Afrique, è tecnicamente perfetto da rischiare di sembrare senz’anima. Pensiero che svanisce presto nel successivo Dr. Tomas e in Life and Death, intensi e struggenti.

Fine col botto con Tango for Sigfred, dove si fa tango, secco, vellutato, sensuale, ma si usa la lingua jazz intrecciandola a una chitarra rock, quasi acida, che ricorda come la musica sia interconnessa e i generi siano solo un aspetto secondario di quel fiume di note placido o impetuoso che ha traghettato l’ascoltatore lungo un disco che vale davvero la pena mettere nella propria collezione.

Un disco per il weekend: Daniela Spalletta e il suo “Per Aspera Ad Astra”

Daniela Spalletta – Le foto del post sono di Paolo Galletta

Per questo fine settimana vi invito ad ascoltare un disco meditativo, originale, che non dà il minimo spazio alle banalità, anche se certi fraseggi possono suonare rassicuranti. Un lavoro che mi ha catturato al primo ascolto e che ora, sento la necessità, sì proprio così – e non mi capita spesso, e ringrazio chi me l’ha segnalato – di ascoltarlo in loop. No, tranquilli! Non ho usato alcuna sostanza psicotropa, ma sono stato drogato da una voce incredibile, bella, cristallina, angelica, versatile. E me ne sono innamorato.

Il disco in questione è Per Aspera Ad Astra (TRP Music), uscito a febbraio e, faccio mea culpa, l’ho scoperto solo ora. L’artista si chiama Daniela Spalletta, 39 anni, siciliana. Di lei Gegè Telesforo, alla domanda sull’uso dello scat, di cui è uno dei re indiscussi, lo scorso anno mi raccontava: «…E poi c’è una siciliana, una musicista completa, Daniela Spalletta, che ha cantato nel mio disco, un’artista devota allo studio, completa, canta lirica e jazz contemporaneo. È bravissima. Questi sono i musicisti che mi piacciono, onnivori, versatili…».

Daniela ha all’attivo due album solisti D Birth (2015 – Alfa Music) e Sikania (2017 – Jazzy Records ) e numerose collaborazioni con artisti nazionali e internazionali. E anche altrettanti premi, tra questi, il secondo posto nel 2019 al Sarah Vaughan International Jazz Vocal Competition, dove ha cantato al New Jesey Performing Art Center di Newark (NJ) di fronte a una giuria composta da Christian McBride, Dee Dee Bridgwater, Jane Monheit, Monifa Brown e Matt Pierson.

Ma veniamo al disco: con un simile pedigree, viene da chiedersi (ed è uno dei temi che ho toccato nell’intervista dell’altro giorno con Paolo Fresu) perché artisti come Daniela non abbiano la giusta collocazione nel mondo artistico italiano e rimangano “di nicchia”. Cosa che può far sentire speciali chi li ascolta, ma la musica è comunicazione, è apertura, è gioia, vita, cultura. Gli artisti che hanno quel dono benedetto in più dovrebbero avere la possibilità di arrivare a tutti, a prescindere dal genere in cui vengono etichettati.

Già, perché etichettare Daniela Spalletta non è facile. Usa la voce come strumento, ma è una musicista che compone e arrangia e la riprova è quest’ultimo lavoro frutto della sua creatività e studio. C’è jazz, certo!, ma c’è anche world music, c’è classica e un brano che mi ha stregato, un ricordo di musica barocca rivisitata in Rosa, dove tecnica e passione si fondono “angelicamente”. Se, invece del pianoforte di Seby Burgio, ci fosse un clavicembalo vi sentireste catapultati in qualche corte settecentesca con una parrucca in testa, seduti ad ascoltare le vellutate evoluzioni canore…

Una costruzione complessa, grazie ai musicisti che accompagnano Daniela, persone che si conoscono da anni e che da anni suonano insieme. Dagli Urban Fabula (Seby Burgio al pianoforte, Alberto Fidone al contrabbasso e Peppe Tringali alla batteria) al chitarrista sloveno Jani Moder, formatosi in quella straordinaria fucina che è il Berklee College of Music di Boston, al contrabbassista Alberto Fidone che ha suonato nell’album ma ha anche curato la direzione della TRP Studio Orchestra, l’orchestra d’archi, e ha prodotto il progetto con la Spalletta e Riccardo Samperi, ingegnere del suono, che Daniela ha definito «il quinto uomo del quartetto».

Il brano di chiusura che dà il titolo all’album, Per Aspera Ad Astra, un motto latino che significa “attraverso le difficoltà, fino alle stelle”, è un esempio di quanto appena detto. Un pezzo dove gli archi hanno un ruolo determinante nell’esecuzione e nella fusione ritmica con un passaggio a contrabbasso, piano e batteria amalgamato da una voce che riempie, per poi arrivare nuovamente agli archi in un ritorno dal sapore “orientale”. Così si va nell’ascolto, dove non manca un pezzo cantato in turco, Yaşam, che significa “vita”, tratto, come spiega la stessa autrice, «da un passo della poesia Yasamaya Dair, di Nâzım Hikmet: Prendila sul serio (la vita), ma sul serio a tal punto che a settant’anni pianterai un olivo, non perché resti ai tuoi figli, ma perché non crederai alla morte e la vita peserà di più sulla bilancia».

Così, mentre Jani Moder va in modalità jazz con un tocco delicato in Coiled in a Bondage, Daniela Spalletta va di scat in Power Flow-er – ma quanto avevi ragione Gegè! – lasciando spazio a un bel disegno jazz di Seby Burgio, decisamente uno dei pianisti italiani più “in spolvero” in questo momento.

Dunque, che dire d’altro? Un gran bel viaggio questo disco. Per questo ve lo raccomando. Chiudo con una azzeccata descrizione del lavoro fatta sul suo sito dalla stessa Daniela Spalletta. Buona lettura e… buon ascolto!

Per Aspera ad Astra è un viaggio spirituale in una bolla spazio-temporale. Un peregrinare inquieto (Heal me, Coiled in a bondage). Una caduta rovinosa dalla superficie dell’esitenza verso le oscure profondità dell’anima (Samsara). Poi, la Luce dolce della Vita inesorabilmente mi conquista (The Gift), e lentamente riemergo, con la preghiera e la meditazione, riscoprendo l’energia vitale (Power Flow-er), il suo Sacro Respiro (Flamen), che mi riconcilia col mio Diamante interiore (Rosa), pronta a lasciare andare ogni angoscia (Flow): comprendo che sono pura vita e non ho bisogno di temere la morte (yaşam). Allora, una gioia irresistibile mi travolge e voglio aprire il cuore all’universo, in un canto di energia e luce (Rainbow Runners), prima di abbandonarmi di nuovo, con gratitudine, al mistero della Vita (Per Aspera ad Astra). Tutto questo “viaggio” è compiuto con lo sguardo rivolto perennemente al cielo (Up), nell’incrollabile fiducia che, anche nei momenti più difficili, esiste sempre un gancio fra il cuore e l’Amore Infinito che lo sovrasta.

Interviste: Paolo Fresu, la musica? Non ha etichette

Paolo Fresu – Foto Tommaso Le Pera

Se c’è un artista che, nonostante tutte le difficoltà dettate da due anni di pandemia, ha sempre guardato alla musica come un rimedio salvifico per l’anima e per il cuore, questo è Paolo Fresu. In quel terribile 2020 è stato uno dei pochi a continuare a proporre il suono della sua tromba, squillante o sussurrato, allegro o malinconico.

Artista prolifico, mai banale, creativo, pignolo, anche nella scelta delle copertine degli album pubblicati dalla sua Tǔk Music, label che ha fondato nel 2010 e che l’anno scorso a festeggiato i suoi primi dieci anni, con cui continua a promuovere giovani musicisti talentuosi o affermati jazzisti internazionali.

È uno che cento ne pensa e cento ne fa, tuffandosi nei continui progetti come se fosse Indiana Jones alla ricerca del suono perduto. Fresu ama la musica e fare musica. Non importa etichettarla, in fin dei conti per lui non è così essenziale. La musica ha tante facce, tante strade, tanti linguaggi, tutti hanno uno scopo e un valore.

Guardando al suo percorso artistico al numero di dischi che ha pubblicato, alle “enne” collaborazioni con jazzisti di tutto il mondo, si vede un musicista onnivoro, uno che non ha mai avuto paura di cambiare, che guarda sempre oltre, in preda a una curiosità infinita. Da Ostinato, il suo primo disco del 1985 con il Paolo Fresu Quintet, in attività dal 1984 (a proposito i cinque, oltre a Fesu Tino Tracanna al sax, Roberto Cipelli al pianoforte, Attilio Zanchi al contrabbasso ed Ettore Fioravanti alla batteria si esibiranno il 20 dicembre prossimo al Blue Note di Milano), passando per Inner Voices (1986) con il flautista Dave Liebman e sempre il Paolo Fresu Quintet, allo sperimentale e bellissimo Anaglifo (1997) con Nello Toscano e Rosanna Bentivoglio, A Mare Nostrum (2007), lavoro altrettanto interessante con Jan lundgren e Richard Galliano, ad Alma (2012) dove dialoga con un grande Jaques Morelenbaum e il cubano Omar Sosa, fino agli ultimi lavori, come la rivisitazione in chiave jazz della Norma di Vincenzo Bellini (2019) con l’Orchestra Jazz del Mediterraneo e Paolo Silvestri, In Origine: The Field of Repetance (2020) con SaffronKeira, un mito della musica elettronica, al secolo Eugenio Caria, sardo pure lui, al disco celebrativo dei suoi 60 anni, è tutto un cambiare, modificare, capire, reinterpretare.

L’ho incontrato a Milano a teatro dopo il suo Tango Macondo. Gli ho chiesto se aveva voglia di fare quattro chiacchiere con me per Musicabile. Ha acconsentito e dopo alcuni giorni ho ricevuto un appuntamento telefonico, da Monfalcone, dove si trovava per la tournée, spettacolo che, per inciso, ha appena aggiunto due date a Foggia, il 26 e 27 novembre, al Teatro Giordano. Il 4 dicembre sarà a Rovereto (Teatro Zandonai) per terminare a Roma dal 7 al 12 dicembre (Teatro Quirino).

Paolo, partiamo subito con Tango Macondo, oltre allo spettacolo, anche un disco, dove ci sono tre perle, Alguien Le Dice Al Tango, cantato da Malika Ayane, El Día Que Me Quieras, da Tosca e Volver, da Elisa…
«Tango Macondo è un esperimento, sinceramente non so cosa sia, se jazz o world music o qualcosa d’altro, non mi interessa. Con Malika, Tosca ed Elisa, artiste che provengono da mondi musicali diversi abbiamo dimostrato che ci sono tanti modi per unire la musica»

In fin dei conti, Tango Macondo è un viaggio nella fantasia e nella creatività…
«Anche se il libro da cui è stato ricavato  è quello di Salvatore Niffoi, peraltro grande appassionato di musica, l’idea di un collegamento tra la Sardegna e l’America Latina mi era venuto leggendo un libro di Giovanni Maria Bellu, L’uomo che voleva chiamarsi Perón, dove si narrava che a Mamoiada vivesse un ragazzo di nome Giovanni Piras, partito per l’Argentina e che lì fosse diventato Juan Domingo Perón. Storia bellissima che provocò per un periodo la leggenda metropolitana di un sardo diventato il padrone politico del paese sudamericano. Alcuni finirono per credere davvero che Perón provenisse da Mamoiada. Ricordo che lessi il libro in un viaggio dalla Sardegna a Buenos Aires. Però il romanzo non aveva quel tipo di racconto tale da trasformarlo nella pièce teatrale che avevo in mente».

Con te sul palco ci sono Daniele Di Bonaventura, bandeonista, altro musicista che ascolto sempre con piacere, e Pierpaolo Vacca, un prodigio nell’organetto…
«Daniele è un grande bandeonista, ma non suona il tango. Il bandoneon è uno strumento che può fare di tutto: nasce in Germania, nelle chiese dove non potevano permettersi l’acquisto di un organo, come strumento sostitutivo. In Argentina con il bandoneon s’è suonato il tango. Pierpaolo è un grande esperto di musica tradizionale sarda: potrebbe suonare per ore senza mai fermarsi….».

Il rapporto tra l’Italia e l’America Latina è stretto…
«C’è un filo diretto tra il Sud Italia e il Sud America, un filo che unisce la musica brasiliana, il tango argentino e la musica italiana. La versione di Tosca di El día Que Me Queiras potrebbe essere benissimo una canzone napoletana di fine Ottocento! Non a caso anche Caetano Veloso è molto attratto dall’Italia e dalla sua cultura. Sono due mondi che si toccano di continuo, anche nell’idea melodica della musica. La migrazione è sempre a doppio senso, è normale che ciò avvenga».

Andiamo in Sardegna: sbaglio o l’isola ha molti bravi musicisti, una media altissima?
«È vero, la Sardegna ha una predisposizione per la musica, ma anche per il jazz! È un’isola musicale. Ha una storia ricca: tutti sono passati di qua per portarci via qualcosa, anche in tempi molto recenti, ma hanno pure lasciato qualche cosa. I sardi hanno imparato: abbiamo le launeddas (strumento a fiato tradizionale ad ancia semplice costituito da tre canne, ndr), il canto  a cuncordu (simile a quello a tenore, tradizionale soprattutto nelle rappresentazioni della Settimana Santa, ndr), la musica monodica, la poesia orale dei poeti improvvisatori. Questa tradizione è stata reinventata dagli anni Ottanta in poi, e qui si arriva al jazz e ai numerosi appuntamenti sull’isola, dal festival di Cagliari (Festival Internazionale Jazz in Sardegna, ndr) al Calagonone Jazz Festival al Time in Jazz di Berchidda (creato dallo stesso Fresu nel 1988, ndr). Il jazz è musica di origine popolare e non a caso ha attecchito in Sardegna, dove ci sono musicisti, poeti, scrittori… Adesso questa musica e queste forme di poesia si muovono in direzioni nuove come Nanni Gaias, Salmo, i Menhir o Pierpaolo Vacca».

Paolo fresu – Foto Michele Stallo

Time in Jazz esiste da 34 anni, è un appuntamento irrinunciabile per chi ama jazz e contaminazioni…
«È un festival creato sostanzialmente per promuovere nuovi talenti. Attorno all’idea forte del festival continuano a nascere iniziative, tutte volte a diffondere la cultura musicale. L’ultima è Sa banda sa musica sa festa (qui su Facebook, ndr), progetto partito ai primi di ottobre che culminerà a dicembre. La banda di Berchidda ha incontrato la Funky Jazz Orchestra. Con l’aiuto di Corrado Guarino che segue la banda ogni 15 giorni, e di Dario Cecchini stanno preparando un grande concerto per il 28 dicembre a Sassari».

Berchidda è diventata, grazie a te, un centro culturale dove si fa musica e non solo.
«Senza la banda di Berchidda io non sarei qui. Ho iniziato a suonare la tromba da bambino nella banda. È lì che mi sono appassionato alla musica e sono diventato un musicista».

Time in Jazz e tutta l’attività che svolgi per il jazz e la cultura sono, dunque, il ringraziamento al tuo paese e alla tua terra…
«Pur vivendo a Bologna da anni, ho un grosso legame con Berchidda. Sul terreno dove mio padre allevava le bestie e coltivava la terra ho costruito il mio buen retiro. Mio padre era un pastore, della mia infanzia ricordo le pecore e la vigna. Il podere si chiama Tucconi. La mia etichetta discografica l’ho battezzata Tǔk, il toponimo di questo luogo rivisitato. Tutto torna, sempre: la banda, la casa discografica, il festival, la ricerca di nuovi talenti… Quest’anno il tema del festival non era Dante ma le stelle, care al poeta. Pietro Casu, poeta berchiddese, tradusse la Divina Commedia in sardo, molti passi li declamavano a memoria i pastori. Erano tradizioni orali. I poeti ottocenteschi, parole per la musica, vedi i Tenores di Bitti, il sottoscritto, Nanni Gaias, tutto si deve tenere…».

A proposito di Gaias: a gennaio l’ho presentato su Musicabile come uno dei giovani più promettenti, in occasione dell’uscita per la Tǔk Music del suo Ep T.O.T.B., Think Outside The Box assieme a un altro giovane chitarrista, Giuseppe Spanu…
«Nanni è di Berchidda ed è un bravo e promettente artista, anche lui si è formato nella banda del paese. Vedi, con lui tutto torna, è il motivo per cui in questi anni ho lavorato per la musica e per formare nuovi artisti. La Tǔk Music è stata creata perché tanti giovani musicisti mi inviavano i loro master da ascoltare o chiedevano consigli su come muoversi. Così mi son detto: “Perché non creare una label dedicata soprattutto a loro?”».

PAolo Fresu – Foto @seda

La Tǔk conta circa 170 artisti, un bel numero per una casa discografica…
«Siamo una grande famiglia, sono tutti artisti che hanno un pensiero simile al mio, oltre a essere bravi musicisti. Credo che un artista non sia solo lo strumento che suona ma il pensiero che ha dietro».

Di giovani musicisti portati al talento ce ne sono tanti in Italia, ma difficilmente emergono…
«Ce ne sono anche di importantissimi che non hanno la fama che meriterebbero. Forse siamo in tanti per un palco come l’Italia. In questo mondo complesso non c’è spazio, ma a volte manca quel coraggio per programmare altro. Se si investe bene i risultati si vedono, vedi il nostro Festival di Berchidda. La gente viene a vederci a prescindere dall’artista famoso, perché ci siamo conquistati la credibilità di proporre sempre musica interessante. Viene perché di noi si fida ed è curiosa di scoprire nuovi talenti. E poi il festival non è solo musica ma anche cinema, scoperta del territorio, letteratura. Alla Tǔk pubblichiamo i dischi che ci piacciono per una direzione comune, che, giuro, non so quale sia. Ritorno sulla tua osservazione: in Italia c’è poco coraggio nel fare scelte diverse dalle solite, finendo così per avere più o meno gli stessi artisti che girano, me incluso».

Dove sta andando al musica?
«Sono positivo. La musica si muove, punto. Ci sono cose molto belle in giro. Ciò che è importante è che la musica ci sia, avere una certa curiosità per gli altri linguaggi. Coloro che sostengono che il jazz sia morto con Coltrane sono morti dentro. Il jazz per sua definizione è apertura. Il nostro compito, quello che dovremmo fare ora, è cercare di aiutare il jazz e gli altri mercati musicali. Mi sforzo di aprire un po’ la mente. Ognuno di noi artisti deve farsi strada nel mercato musicale usando anche nuove tecniche e linguaggi. Lo spettacolo teatrale Tempo di Chet, a teatri chiusi per il Covid, ha avuto sul digitale una risposta incredibile, quasi 12 milioni di visualizzazioni. Occorre dare risposte creative e concrete rispetto al mercato. Bisognerebbe che anche la politica se ne rendesse conto, ad esempio per aiutare i jazz club».

Cosa ti spinge nel tuo lavoro, di musicista e discografico?
«Una grande creatività. Attingo da tutto, mi piace ascoltare tutto, rispondo sempre a tutti. Quando un giovane ti manda un master devi rispondere, perché le persone attendono sempre una tua risposta. Sono stato educato così. Poi, vicino a me ho persone come Luca Devito, grandissimo appassionato di musica, che mi propone di tutto. A tal proposito, mi appassiona moltissimo, per esempio, Venerus. Poi ho mio figlio che, da adolescente, mi fa scoprire cose straordinarie. La mia non è bulimia, ma attenzione. Mi piace provare, sperimentare anche se poi, come in cucina, non tutte le ciambelle escono col buco! Nonostante i miei 60 anni l’idea dell’ascolto la reputo fondamentale, altrimenti si finisce col paraocchi. Come a tavola, se non assaggi un cibo non sai se sia cattivo o buono, così nella musica, se mi arriva un disco lo ascolto, se non mi va non mi faccio del male e lo lascio perdere, se mi colpisce, beh, allora, l’ascolto ne è valso davvero la pena!».

Interviste: Cabruja, la calda voce della malinconia

Mi è capitato tra le mani il primo disco di un artista che di professione fa il professore di scienze. È venezuelano, ma vive a Genova dal 2004, da quando è arrivato, con una fresca laurea in biologia ottenuta alla Universidad Simón Bolívar di Caracas, per frequentare un dottorato in microbiologia molecolare. Si chiama Eduardo Losada Cabruja ed è nato nella capitale venezuelana il 30 novembre del 1979. Testa rasata, un barbone scuro che, apparentemente, può incutere un certo timore, è in realtà un uomo aperto, solare, sorridente, loquace. Così l’ho inquadrato. Lui, invece, si vede chiuso, riflessivo, malinconico, tutto l’opposto di come si presenta. Lo incontro via Zoom. Veste una t-shirt con una scritta luccicante che dichiara un po’ il suo essere: Anxiety! «La metto sempre quando i miei studenti hanno verifica, è diventato un gioco!», scherza.

Eduardo ha pubblicato il suo primo album dal titolo Cabruja, il suo cognome, che però si presta a varie accezioni. Spiega Eduardo: «In Venezuela il secondo cognome è quello della madre, ed è il più importante. Mio padre è mancato 20 anni fa e con mia madre ho un legame fortissimo. Noi Cabruja siamo collegati all’arte, mia sorella è un’artista plastica, mio zio uno scrittore. E poi bruja in spagnolo significa strega, cosa che mi attira molto…».

Sono nove pezzi, di cui due, composti da lui (Lisboa Tbilisi, seconda traccia, e La Corazonada, quinta traccia, entrambi assieme a Giancarlo Di Maria) e il resto cover di artisti, Tori Amos in testa, che ha raccolto tutti in un Pantheon dei santi musicisti protettori che includono i Portishead, Björk, i Lamb più un paio di piccoli diamanti, come Alfonsina y el Mar, canzone arcinota in Argentina (ne ho parlato l’altro giorno scrivendo del concerto di Tosca al Parenti di Milano) e un brano del venezuelano Simón Díaz, Mi Querencia, del 1974, parte della musica tradizionale del joropo llanero del Venezuela, eseguito con il quatro (la chitarra a quattro corde), l’arpa llanera, la bandola llanera (altro tipo di chitarra sempre a quattro corde) e le maracas, che Cabruja interpreta in forma molto più orchestrale quasi cinematografica, per poi esplodere, nel pasaje, in un’allegria che fa da contrappunto al fraseggio successivo di nuovo cupo e drammatico.

Tornado al nostro artista e alla sua doppia anima, forse una spiegazione c’è: è diventato adolescente negli anni Novanta, con tutto quel che ne consegue. Racconta: «Dopo gli Ottanta che sono stati tutta New Wave, dark, di una felicità halloweeniana, i Novanta hanno rappresentato una zona più grigia, cupa, l’esistenzialismo, il grunge, la malinconia, che ho evidentemente introiettato».

Se ne ve scrivo, è perché ho visto ben più di qualcosa in lui. Una gran buona voce, piena e coinvolgente, e una passione nell’eseguire cover anche famosissime, mai scontata, ma alquanto raffinata, vedi l’interpretazione di Father Lucifer di Tori Amos o quella di Gloomy Sunday, un cameo cantato dai crooner di ogni provenienza ed eseguito da altrettanti musicisti, soprattutto jazzisti, da oltre 80 anni. Il brano dell’ungherese Rezső Seress del 1933 è arricchito da un prezioso cameo di Paolo Fresu.

Eduardo, innanzitutto, perché sei finito a Genova?
«Una volta laureato, volevo continuare a studiare fuori dal Venezuela. Mi sono sempre sentito un “esterofilo”, uno che ha voluto sempre andare “oltre”. Sono arrivato a Genova per fare il dottorato ed è lì che ho capito che la ricerca non faceva per me. Per farla bisogna avere testa e molta disciplina, qualità che non ho…».

Comunque, sei rimasto sempre nel campo delle scienze
«Insegno scienze in lingua spagnola in un liceo linguistico di Genova. Da molti anni faccio il divulgatore scientifico al Festival della Scienza, dieci giorni di incontri, scambi, approfondimenti, dove si incontra molta gente interessante».

E la passione per il canto e la musica?
«L’ho avuta da sempre, fin da piccolo, praticamente mi esprimevo cantando, ma non sapevo di aver la possibilità di farlo in un modo più strutturato. A Genova mi sono inserito in un coro. In una delle edizioni del Festival della Scienza, ho conosciuto due scienziati-divulgatori che sapevano suonare. Parlando insieme, abbiamo deciso di creare un “gruppetto” per esibirci nei giorni dell’evento. Ormai lo facciamo da anni, ed è molto divertente. Siamo una cover band con un repertorio bello vasto, che spazia David Bowie agli Smiths, da Harry Belafonte a Compay Segundo».

Come sei finito in una sala di registrazione?
«Due anni fa ho conosciuto Raul Girotti (musicista, producer e anima dell’Over Studio Recording di Cento, Ferrara, ndr). Mi aveva proposto l’uscita di un Ep di cover, che poi, grazie anche al lockdown, periodo in cui ho composto i due brani inediti contenuti nel disco, è diventato un vero e proprio album…».

Su Gloomy Sunday c’è anche un intervento di Paolo Fresu…
«Fresu era all’Over Studio per l’incisione di un disco. Con Raul avevamo già completato alcune demo dei brani. Raul li ha fatti ascoltare a Fresu e lui ha accettato di ricamare, proprio su Gloomy Sunday, una sua improvvisazione. Mi ha colpito molto il valore che un artista già molto famoso a affermato ha manifestato a un emergente, uno sconosciuto, un signor nessuno».

Ritorno ancora sul tema malinconia, perché hai scelto brani particolarmente tristi? In due, Gloomy Sunday e Alfonsina y el Mar, il tema è il suicidio…
«Non sono una persona con tendenze suicide! Ho avuto amici che ci hanno provato, altri che ci sono riusciti… Credo, però, che il suicidio sia un atto profondamente coraggioso, e anche un diritto. Non chiediamo di vivere, l’unica cosa che possiamo permetterci è smettere di vivere. Ho grande rispetto per le persone che scelgono di non vivere più, e sto parlando del diritto al fine vita…».

Ma tu, apparentemente, sei una persona solare!
«Non ho mai sopportato essere definito solare, anche se, in realtà, sono uno che interagisce, molto, parla, conosce persone, ha quella esotica e latina gioia che viene naturale. Sono nato in America Latina! Però in me c’è una malinconia strutturata. Mia nonna diceva sempre “La procesión va por dentro”, e aveva ragione. E anche la mia dimensione musicale è così. Mi piacciono di Radiohead, Björk, Tori Amos (la adoro, e quando viene in Europa scappo a vederla). Tori è stata importante nella mia adolescenza. Ammetto che quando parlo di lei divento un po’ bimbominkia, anche se tra pochi giorni compio 42 anni!».

La Corazonada, uno dei brani composti da te e da Giancarlo Di Maria parla di Caracas, la tua città…
«Sono sei anni che non vado più in Venezuela. Ho tutti i parenti lì, c’è mia mamma. Non ho amici, quelli che avevo se ne sono andati, come me, chi in Germania, chi in Cile, Colombia, Messico, Stati Uniti. Il brano parla di Caracas, è un testo molto angosciante che racconta l’ansia di vivere nel caos e nella paura di sapere che, in un giorno qualsiasi, la madre si può svegliare e non vedere più suo figlio o viceversa. Vivo una specie di lutto per la mia città. Sì, noi che abitiamo fuori dal Venezuela e dalla sua capitale non sentiamo saudade ma siamo perennemente in lutto. È duro ricordarsi la mia adolescenza a Caracas, una città gioiosa, e vedere che è diventata una città morta».