La musica che mi fa sentire bene

È da un po’ che volevo condividere con voi una mia riflessione. Sarà l’età, sarà la tanta musica che ho ascoltato e continuo ad ascoltare, ma mi sono reso conto di essere diventato sempre più selettivo nelle mie preferenze.

Continuo, certo, a mettere in cuffia tutti i generi, soprattutto quelli che non sono nelle mie corde, per comprendere nuove forme d’espressione e trarne spunti, spesso in una banalità imperante e dai facili consumi.

Quando la melodia è ripetitiva e scontata mi sento dire: «Ma devi ascoltare i testi, sono quelli che contano». Grazie, ma preferisco leggere quei versi senza il contorno di elaborazioni digitali fatte in catena di montaggio, tutte uguali, tutte senz’anima. Alcuni testi sono davvero interessanti, e mi riferisco soprattutto all’Urban. Il mainstream non è affatto garanzia di qualità.

Guardo all’Italia: apparentemente c’è solo una cultura dominante, quella del rap-trap, diventato il nuovo Pop, una contraddizione in termini se si pensa alla matrice culturale dell’hip-hop e alla controcultura in cui si è formato. Il genere è mercificato, buono per le case discografiche e per i trapper e rapper che hanno a disposizione il loro quarto d’ora di celebrità. Non parliamo poi dei prestampati sanremesi. Le eccezioni sono rare…

Ascoltare musica che dica qualche cosa (incluso l’Urban) risulta molto difficile, bisogna andarsela a cercare. In Italia, comunque, abbiamo fior di musicisti raffinati, preparati, virtuosi, polistrumentisti, affamati di contaminazioni, senza preclusioni. Jazz, latin jazz, rock, bossa nova, classica, hip-hop, funk, pop, linguaggi spesso distanti tra loro, diventano magicamente compatibili, un melting pot riuscito.

L’antropologo brasiliano Darcy Ribeiro in un suo libro dirimente, O Povo Brasileiro (impiegò 30 anni a scriverlo), annotava come la miscigenação, la combinazione di tre popoli, il portoghese, l’africano e l’indigeno, avesse portato a quello che è diventato un solo popolo brasiliano oggi. Non solo razza, ma anche cultura e, quindi, musica. Musica del mondo, dunque, influenze che trovano in artisti come Joe Barbieri, Stefano Bollani, Paolo Fresu, Daniele di Bonaventura (ascoltate l’ultimo suo lavoro uscito il giorno di Pasqua, Canzoni da Casa, o lo splendido Reminescenze con il pianista Giovanni Guidiqui uno dei concerti dei due artistiTosca, Gegè Telesforo (che ho intervistato lo scorso anno), Luca Aquino, Gabriele Mirabassi, Mauro Ottolini, di cui vi parlerò tra alcuni giorni, esempi significativi e importanti.

Mentre scrivo mi sto ascoltando Bollani e il suo Carioca, album uscito nel 2008. Ma anche il live uscito a marzo di quest’anno, in versione classica/world music, El Chakracanta (Live in Buenos Aires) con l’Orquesta Sin Fin diretta da Exequiel Mantega. Il disco è composto da due tanghi, Don Agustín Bardi di Horacio Salgán e Libertango di Ástor Piazzolla (l’11 marzo s’è celebrato il centenario della nascita) e da due composizioni per orchestra di Bollani, il Concerto Azzurro e il Concerto Verde, registrati, sempre nella capitale argentina, in tempi diversi.

Ieri sera, invece, l’ho dedicata a Barbieri, riandando ad ascoltare quel bellissimo disco del 2015, Cosmonauta da appartamento, qui L’Arte di Meravigliarmi con il prezioso intervento crossover della spagnola La Shica (a proposito di rap…) e Tu sai Io So con la voce inconfondibile di Peppe Servillo. Rimane un capolavoro per me Maison Maravilha, album del 2009 dove c’è Malégria cantata con Omara Portuondo, la grande artista cubana del Buena Vista Social Club.

Paolo Fresu (del suo ultimo disco, P60LO FR3SU ho parlato qualche giorno fa) da anni porta in musica quella miscigenação descritta da Ribeiro. Un esempio, per nulla banale, ma che solo un vero musicista può concepire, lo ha regalato il venerdì di Pasqua, suonando dalla sua casa il Miserere insieme al Cuncordu ‘e Su Rosariu di Santulussurgiu.

Il 30 marzo è uscito l’ultimo lavoro di Gabriele Mirabassi, Tabacco e Caffè, di nuovo assieme dopo quasi cinque anni da Amori Sospesi, al bassista Pierluigi Balducci e al chitarrista Nando di Modugno. Ascoltate Party in Olinda, il brano che apre il disco, del compositore e chitarrista brasiliano Toninho Horta. Il disco è un viaggio nella musica tradizionale brasiliana e quello che ha rappresentato negli anni per molti artisti, soprattutto jazzisti. E mentre il clarinetto di Mirabassi ti proietta in mondi rassicuranti e sognanti, Luca Aquino fa suonare la sua tromba in rivisitazioni della musica che ha più amato attraverso quella grande casa che è il jazz. Mi diverte ascoltare le elaborazioni di Rock 4.0 brani rock, dai Radiohead, a Neil Young a Bob Dylan (album del 2014) o overDOORS (del 2015), un omaggio alla mitica band di Jim Morrison, ma anche quel giusto riconoscimento a certa musica italiana d’autore in Italian Songbook del 2019 (con l’orchestra sinfonica di Benevento e la partecipazione del pianista Danilo Rea): molto intensa la sua versione di Almeno tu nell’Universo.

Potrei andare avanti ancora e ancora. La musica ha un grande potere terapeutico, e questi artisti per me sono passione, lavoro, fantasia, sogno, emozione. Questa è la musica che mi incuriosisce, che mi manca – nel senso della saudade brasileira (ne avevo parlato sul blog giusto un anno fa) che ho bisogno di ascoltare per essere in pace con me stesso e il mondo. Contaminazione, fantasia, un esperanto in note che acquista sempre più senso in questo assurdo momento storico.

Tre album in attesa delle feste pasquali

Frame da “Sad Cowboy” delle Goat Girl

Questa settimana voglio proporvi alcuni album di recente uscita che mi sono particolarmente piaciuti. Lo faccio ora, nelle imminenti festività pasquali, così ci si può ricavare un po’ di tempo per rilassarsi e ascoltare. Sarà una Pasqua ancora in emergenza, ma dovunque voi siate o abbiate intenzione di andare – sempre che sia possibile – portare con sé nuove musiche ha un che di liberatorio. La mente non ha lockdown, se non quelli che ci autoaffliggiamo, è la nostra free zone, dove possiamo fantasticare, viaggiare, penetrare tra note e versi, riflettere. Oggi ho scelto tre titoli molto diversi tra loro, andiamo dal post punk delle Goat Girl, alla raffinatezza del nostro Paolo Fresu, al ritorno di melodie funky jazz di Dr. Lonnie Smith, mitico organista che suona uno strumento altrettanto mitico nella storia del rock e della musica anni Sessanta e Settanta, l’Hammond B3.

Goat GirlOn All Fours

Quattro donne esplosive e riflessive della South London per un disco post punk nel vero senso del termine, uscito il 29 gennaio scorso. On all Fours è una carrellata di musica allegra, brillante, non scontata, registrata per lo più ognuna da casa propria aggiungendo idee e ispirazioni continue, a cui fanno da contraltare testi di grande significato socio-politico, dove trovano posto il cambiamento climatico, il disinteresse della gente, i destini politici ed economici del mondo, raccontati attraverso esperienze della vita di ogni giorno. Ascoltate Sad Cowboy e The Crack e capirete!

Paolo FresuP60LO FR3SU

Il trombettista di Berchidda ha voluto festeggiare i suoi 60 anni (il 10 febbraio) pubblicando per la sua Tǔk Music un cofanetto con tre dischi, due inediti e una ristampa. Partiamo da quest’ultima: si tratta di Heartland, un vecchio e fortunato progetto del musicista sardo con David LinxDiederik Wissels. Il secondo in trio con il bandeonista Daniele Bonaventura e il violoncellista brasiliano Jaques Morelenbaum (ascoltate Te Recuerdo Amanda) e il terzo un tributo a David Bowie con un parterre di musicisti e cantanti di alto livello: Petra Magoni (voce), Gianluca Petrella (trombone), Francesco Diodati (chitarra), Francesco Ponticelli (contrabbasso) e Christian Meyer (batteria), qui Heroes. Uno di quei dischi che ascolti senza mai stancarti, ricco di atmosfere e ritmi che richiamano momenti struggenti nella storia della musica del Novecento (e non solo…).

Dr. Lonnie SmithBreathe

Dr. Lonnie Smith, tastierista negli anni Sessanta del quartetto di Geroge Benson, è uno dei pochi al mondo a fare musica con l’Hammond B3, uno degli strumenti leggendari per ogni tastierista che si rispetti. L’Hammond ha fatto la storia del rock, pensate a John Lord dei Deep Purple, o John Paul Jones, bassista e tastierista dei Led Zeppelin, ma l’elenco è lungo! Il  nuovo album del settantottenne newyorkese uscito il 26 marzo vede anche la partecipazione di Iggy Pop in due brani, Why can’t we live together, rivisitazione dello storico pezzo di Timmy Thomas del 1972, e Sunshine Superman, pezzo di Donovan dall’album omonimo del 1966, entrambi di grande impatto.

Nuovi artisti crescono: Nanni Gaias e il virus della musica

Giovanni Gaias, 25 anni, in primo piano, e, alla chitarra, Giuseppe Spanu, 22 nella sala di registrazione a Berchidda

Avete presente quei giovani musicisti che non si fermano un secondo, vivono in un turbine onirico, una tempesta ormonale di note e arrangiamenti, famelici e onnivori, creatività a mille all’ora? Giovanni (Nanni) Gaias, 25 anni appena compiuti, un diploma a pieni voti alla Lizard Accademie Musicali di Fiesole, è proprio uno di questi.

L’ho contattato e con lui ho fatto una bella chiacchierata, una di quelle telefonate allegre e positive, perché oggi, 22 gennaio, esce per la Tǔk Music, etichetta discografica fondata da Paolo Fresu, un Ep, dal titolo T.O.T.B.  Think Outside The Box, che porta la sua firma e quella di un altro bravo e giovane chitarrista, Giuseppe Spanu, 22 anni, pure lui diplomato a pieni voti a Fiesole. Due amici da sempre, dello stesso paese, Berchiodda, in provincia di Sassari, due fratelli, come racconta lo stesso Nanni.

Paolo Fresu, nella sua costante ricerca di stimoli e suoni che fanno parte della grande casa del jazz, ha voluto inaugurare con T.O.T.B. una nuova sezione della casa discografica, la Tǔk Air, dedicata si suoni dell’elettronica, del funk e del soul. Lo stesso artista, su Facebook, annunciando l’uscita dell’album e la nuova avventura della Tǔk, ha definito quest’esperienza «una nuova follia». Una follia positiva e creativa, perché è di questo che si tratta: scommettere su giovani artisti e nuova musica, non mainstream ma di alta qualità. 

Non posso partire che da qui: la Sardegna vanta numerosi musicisti, grandi artisti. Tu e Peppe siete berchiddesi, come Paolo Fresu, non è una casualità…
«Se siamo quello siamo è perché qualcuno qui a Berchidda ha piantato un seme che sta dando i suoi frutti. Noi siamo il risultato del lavoro di Paolo Fresu, del suo modo di vivere la musica. Per noi è un esempio da seguire. E poi veniamo da un territorio che, per tradizione, è legato alla musica attraverso le bande musicali. Io ho iniziato così, da bambino, suonando a. nove anni la tromba nella banda del paese».

Poi sei passato ad altro…
«Sì, ho scoperto la batteria, il mio strumento preferito. Sono un rockettaro di formazione, ho ascoltato tanto i grandi del Rock, a partire dai Led Zeppelin. Così, passo dopo passo, sono stato catturato dalla musica. Mi piace quella non scontata, e ti confesso che ho sempre avuto una preoccupazione: fare musica di qualità. Per questo ascolto di tutto, anche la musica che non mi piace, come, ad esempio, la trap. Anzi, parto proprio da quella perché, in fondo, cercando di comprenderne i percorsi, riesco a trarre ispirazione».

Del maiale, dicevano i vecchi contadini, non si butta via niente!
«Giusto, non si scarta nulla, dipende da te, da quello che vuoi fare. Tutto può essere musica».

Torniamo alla banda e alla batteria. Suoni anche molti altri strumenti musicali…
«Dopo lo studio della tromba, che mi ha fatto entrare nel mondo della musica, a 12 anni ho scoperto la batteria e mi son detto subito: questa è la mia! Ho fondato band, suonavo rock. Poi mi sono abituato a produrre e, quindi, ho dovuto imparare a suonare altri strumenti, come la chitarra, il basso, il pianoforte, le tastiere. Da ragazzi si è spugne, è facile apprendere. Grazie all’accademia ho studiato tanto e lavorato sull’armonia e ho capito che potevo fare tutto quello che volevo senza limiti. Per me gli strumenti musicali sono il mezzo per arrivare all’anima della composizione, che è la cosa più importante della musica. Sarà per questo che mi piace scrivere, comporre, arrangiare…».

Hai suonato la batteria anche con un altro bravo musicista sardo, Francesco Piu, bluesman di fama internazionale…
«Avevo 17 anni, e con lui mi sono esibito dappertutto, ho imparato a muovermi, Francesco mi ha aperto le porte del mondo…».

E sono arrivati i primi lavori…
«Eh eh eh, ti riferisci a Nannigroove Experience Vol. 1 (qui Black Vibe, ndr)… Mi ero appassionato, contavo di fare un’altra serie di dischi così, invece mi sono fermato al primo. Sono fatto così, mi piace curiosare, sperimentare nuove cose. Vado a periodi, scrivo in base a quello che vivo, il prossimo chissà, sarà rock o jazz…».

Veniamo a Think Outside The Box, un altro genere ancora, un disco bello intenso, cinque brani dove si trova la blackmusic ma anche il Chillout, e, dunque, l’Ambient, l’Ethno…
«Con Peppe abbiamo ricavato dalla sua chitarra suoni molto “synt”, ci sono rumori, canti d’uccelli, atmosfere che mi hanno preso. Abbiamo cercato Paolo (Fresu, ndr) per farglielo ascoltare ed è piaciuto. Crediamo di aver fatto un lavoro fresco, pensato al di fuori degli schemi, appunto».

Spiegami la cover, il simbolo del lavaggio della biancheria in bacinella a 30 gradi…
«È stata un’idea di Luca De Vito, il coordinatore del progetto. Può avere varie chiavi di lettura: il lavaggio a bassa temperatura è un lavaggio fresco, come il sound che abbiamo creato. Oppure che al di fuori di quell’indicazione, non ci sono certezze… In realtà mi è piaciuta perché attira, incuriosisce».

Hai prodotto anche un video sulle note di Stream Of Affects, brano del disco…
«L’ho girato e montato io, mi affascinano anche questi aspetti. L’arte, e non solo la musica, per me è una cosa onirica».

Cosa ti aspetti dalla vita?
«Di continuare a fare sempre musica. Sono la pecora nera della famiglia: i miei da generazioni hanno un’azienda che lavora il sughero. Io ho interrotto la lunga sequenza. Loro sono felici per me, sanno che ho trovato la mia strada. Sai, dopo l’accademia, dove abbiamo vissuto in 18 tutti studenti di musica, esperienza incredibile per amicizia e creatività, sono ritornato qui in Sardegna, ho montato il mio studio di registrazione e lavoro “acca24”. Passare sotto l’etichetta di Paolo è un importante motivo di crescita. Poi, quello che mi aspetto e quello che desidero è suonare live, stare sul palco, e produrre. Insegno batteria perché è un lavoro. Ma il mio sogno è stare lì fuori. La musica è il virus più bello che possa esistere, lasciarsi contagiare, trasmettere emozioni è davvero straordinario».

Alessandro Gottardo: musica e disegno? L’arte primordiale

Alessandro Gottardo (Shout) – Foto di Nicola Boccaccini

Musica e fumetto. Musica e graffiti, Musica e illustrazioni. Sembra un’attrazione fatale, arte su arte, a comporre il puzzle perfetto. Complementari – se si pensa bene, come fa notare Alessandro Gottardo, aka Shout, classe 1977, friulano di nascita e milanese d’adozione, famoso quanto talentuoso e creativo illustratore che collabora con testate prestigiose, da Time a The New Yorker – musica e disegno insieme da sempre, in quanto “arte primordiale”. Ho fatto una lunga chiacchierata con Alessandro proprio su questo tema, apparentemente semplice, in realtà molto sfaccettato.

Perché, se la “banana” di Andy Wharol per la cover dei The Velvet Underground & Nico è storia, come le centinaia di comics pubblicati in tutto il mondo sulle avventure e canzoni dei Beatles, le illustrazioni che accompagnano gli album di artisti e rockstar oggi sembrano meno incisive, anzi, poco interconnesse. Insomma, operazioni piuttosto “fredde”. Non sono tutte così, ovvio, a generalizzare non si fa mai un buon servizio, ma quel famoso “matrimonio perfetto” sembra aver perso slancio e creatività… Certo è che l’uso delle illustrazioni “graffitate” sono sempre più frequenti per arricchire singoli pezzi e album urban. Anche un certo cantautorato “colto” ritorna alle illustrazioni, vedi il video illustrato da Clelia Catalano per Mammut, nuovo brano del romano Gimbo…

Musica e disegno (fumetto, graffiti…) da sempre si attraggano. Perché?
«Mia figlia, che ha 3 anni, da quando è nata disegna e balla. Come tutti: fin da bambini il disegno e la musica sono le cose che impariamo per prima e quasi in contemporanea. Mi piace pensare che la connessione tra le due arti sia, quindi, primordiale».

Le cover accese dei Gorillaz, l’uso dei graffiti nel mondo rap, le astrazioni dei Depeche Mode e, ancor prima, Beatles (protagonisti di centinaia di fumetti in tutto il mondo) e Pink Floyd: l’immagine racconta la musica, è un’anteprima di quello che si troverà nell’album, o sono solo vezzi, mode?
«C’è stata una corrente di copertinisti negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso che hanno fatto storia. Penso a Milton Glaser, Andy Wharol o Alton Kelley, ma di esempi ce ne sono davvero tanti. L’arte della cover rappresentava non solo la musica contenuta nell’album ma anche il momento storico in cui quell’album e quella musica nascevano. Non erano sicuramente vezzi, ma un matrimonio, e spesso felice. Pensiamo alla banana di Wharol appunto, o alla linguaccia di John Pashe. I Grateful Dead testimoniavano con la loro musica la scoperta dell’LSD, il suo impatto nelle loro vite. La psichedelia e tutto il movimento culturale che ne è derivato poi esplodeva nelle copertine di Kelley. Da noi c’è stato Andrea Pazienza che ha firmato molte cover, penso, ad esempio, a quelle di Roberto Vecchioni (Montecristo, Il Grande Sogno, Vorrei…) o della PFM (Passpartu). Oggi gli esempi sono più rari, credo si sia persa la volontà di produrre arte dentro e fuori il disco. La cover dei Gorillaz ha delle caratteristiche, in chiave pop, che ricordano le grandi collaborazioni del passato tra musica e arte, ma meno nobili, mi pare. Chi usa l’arte oggi nelle cover degli album lo fa principalmente come operazione di marketing. Non penso ci sia più la volontà di fare un progetto artistico a 360 gradi».

“Pace”

Tornando a musica e disegno: sono un’unione “naturale” o “forzata”?
«È naturale, sicuramente. Come dicevo in risposta alla tua prima domanda è qualcosa che abbiamo dentro, e non importa se uno ha attitudine al disegno o alla musica, se uno ha talento o meno. Il fatto di poter godere di un bel disegno o di una bella musica, nel vederlo, nell’ascoltarla o nel praticarla, a prescindere dal risultato finale, è qualcosa che appartiene a tutti fin da bambini».

Che rapporto hai con la musica? Quale ti piace?
«Mentre lavoro ascolto molta musica jazz. Musica strumentale, Bill Evans, Ornette Coleman, Miles Davies, John Coltrane e così via. Talvolta la alterno alla musica elettronica: Nils Frahm, Jonny Greenwood, Olafur Arnalds. Per il resto, quando non lavoro sono abbastanza onnivoro, anche la musica classica mi piace, Mahler in particolare. Quella che non ascolto è la musica pop contemporanea mentre ogni tanto qualche vecchio pezzo del pop anni ’70 non mi dispiace».

Hai brani o artisti “tuoi” che ti accompagnano nel tuo lavoro?
«Ho delle playlist sì, le ho composte con Spotify. Jazz, Classica, Elettronica, Funk, Bossa Nova, R&B e via dicendo… ma sicuramente la compilation Jazz è quella che ascolto di più, tutti i giorni. Un pezzo che potrei ascoltare all’infinito è Take five dei The Dave Brubeck Quartet, così come Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davies e Naima di John Coltrane».

“Il Mestiere di Scrivere”

Hai disegnato molte cover di dischi? Ricordo la girella di liquirizia dei Santa Margaret…
«Sì, esatto, ho collaborato con Stefano Verderi e Angelica Schiatti. Stefano aveva in mente proprio quello di cui parlavamo prima, voleva un progetto a 360 gradi, musica e arte a braccetto a rappresentare una cosa unica. È stata una collaborazione bella anche dal punto di vista umano. Poi ho collaborato con Paolo Fresu a un paio di cover, LP e CD. In quei due casi erano riadattamenti di miei lavori d’archivio. Non erano stati fatti originalmente per Paolo, ma sicuramente, dato il mio amore per il jazz, è stata una collaborazione che mi è piaciuta molto. Per di più ero fan di Fresu ben prima di lavorarci insieme. È stato bello ritrovarsi in quelle due occasioni. Poi ho realizzato alcuni poster di festival musicali. Se in futuro capiteranno altri LP da illustrare ne sarò felice, ma penso che ora le dinamiche di marketing vogliano in copertina la cosa che ha più potenzialità di far vendere il disco che, nove volte su dieci, è la faccia del musicista».

A proposito di Paolo Fresu: ti ha coinvolto in un progetto che sta preparando per il decennale della Tǔk Music, la sua casa discografica…
«Ho contribuito alla preparazione di un docufilm prodotto da Ferdinando Vicentini Orgnani e Roberto Minini Merot, che Fresu presenterà al JazzMI a novembre. Nelle intenzioni di Paolo si tratta di un racconto corale fatto dalle tante voci che hanno collaborato negli anni con la sua etichetta, musicisti, illustratori, artisti visivi, grafici, videomaker, uffici coordinatori, agenti, uffici stampa. Insomma, proprio tutti, un puzzle fatto di musica, arte e green…».  

La copertina di Time – “Space”

Cosa rappresenta per te l’illustrazione? La tua è una narrazione apparentemente semplice, in realtà, piuttosto complessa… spinge il lettore a “impegnarsi” su più piani di lettura…
«Tempo fa su Post.it scrissi nel mio blog (che però ora ho chiuso) da dove veniva la mia passione per la narrazione. Soprattutto da adolescente, questa mi ha salvato. Mi riferisco a quella letteraria. Ero un tipico adolescente insicuro, afflitto dall’acne giovanile che la viveva molto peggio di quanto non fosse in realtà. Mi rifugiai nei libri. Pensai: “non può essere tutto solo forma. Non posso essere condizionato dal mio aspetto”. Il primo libro che affrontai con questo stato d’animo fu Il ritratto di Dorian Grey di Oscar Wilde, non penso vi sia un romanzo migliore di quello per un 15enne che affronta una crisi adolescenziale legata al proprio aspetto fisico. Poi ho letto tutto Kundera, da Immortalità in poi, quindi Goethe, Schnitzler e molti, molti altri. Al punto che, a 20 anni, mi iscrissi anche a dei corsi serali di scrittura creativa alla Scuola Holden di Torino. Facevo avanti e indietro da Milano due volte la settimana, tornavo che era quasi mezzanotte. Ricordo il freddo delle giornate di febbraio, la fame perché saltavo i pasti, e la stanchezza dell’andare avanti e indietro, ma fu un periodo meraviglioso. Capii che scrivere era un lavoro complesso per la quale non avevo abbastanza talento, ma realizzai che avrei potuto comunque raccontare storie tramite i miei disegni, dove di talento ne avevo a sufficienza. Fu così che diventai illustratore. Per rispondere alla tua domanda, per me l’illustrazione rappresenta il mezzo per raccontare una storia con un unica immagine».

Perché hai scelto di chiamarti “Shout”?
«Era il titolo di una mia illustrazione per un nuovo portfolio di immagini realizzato nel 2005. Non c’è un motivo, suonava bene, volevo dare una svolta al mio linguaggio illustrativo e ho scelto di presentarlo con uno pseudonimo di modo che non si confondesse con ciò che avevo fatto sino ad allora e che firmavo con il mio nome vero».

“Prima”

Ancora sul tuo lavoro: perché secondo te l’illustrazione nella stampa non è tenuta così in considerazione in Italia, mentre è un valore aggiunto nei Paesi anglosassoni? Vedi The New Yorker, NYT, Monocle
«Bella domanda. Faccio questo mestiere da 20 anni, produco circa 200 illustrazioni all’anno ma non con l’Italia… A dire il vero alcuni miei colleghi lavorano molto con il nostro Paese, io invece ho fatto una scelta esterofila già nel lontano 2003, dopo le prime esperienze con alcuni periodici italiani e dopo dei lavori mal pagati e mal capiti. Una volta trovata l’America, non mi sono più voltato indietro e non ho fatto nulla per promuovere il mio lavoro da noi. Per cui, magari, è anche colpa mia. In ogni caso ho una teoria: l’illustrazione, a differenza del fumetto  o delle vignette, è l’arte commerciale che si avvicina di più all’arte tradizionale, e proprio per questo motivo, come succede quando con il digitale tenti di replicare un volto umano realistico, più ti ci avvicini alla verosimiglianza più ti disturba. Nel nostro paese chi osserva un’illustrazione fa fatica a incasellarla e questo la rende dimenticabile. O è Arte o è nulla. Per cui penso sia un’arte non capita. Io, per esempio, non vivo il mio lavoro come un’arte ma come un mestiere. Forse basterebbe non prenderla troppo sul serio, accettarla per quello che è, non è fumetto, non è vignetta, non è Arte, è illustrazione. È arte commerciale che richiede molta creatività».

“Tourette”

Dunque, cos’è per te l’arte? In alcune interviste hai detto che non ami definirti un artista. Perché? Mi riallaccio alla musica: secondo te è sempre e comunque arte?
«Sai, ritengo che dal momento in cui realizzi un lavoro a pagamento, su commissione, l’onestà intellettuale alla base del lavoro che stai eseguendo è già stata viziata. Meglio, quindi, mettere da parte l’idea di fare arte e, semplicemente, fare il bravo professionista, che è cosa comunque degnissima a mio avviso. Ammiro chi fa il proprio lavoro bene, qualunque esso sia. Alcuni mi hanno replicato: “E gli artisti rinascimentali, allora? Lavoravano su commissione!”… Ho risposto: “Vuoi davvero paragonare un artista rinascimentale che lavorava su temi religiosi di straordinaria importanza con un’illustrazione sull’articolo scritto da “tal dei tali” sul New Yorker?”. All’epoca gli artisti dipingevano tutti le stesse cose, i temi erano i medesimi, solo che ognuno li interpretava a suo modo. Nella religione troviamo i temi più alti per un artista, e cioè,  la vita e, soprattutto, la morte. Io ho illustrato articoli sul diritto all’eutanasia ma non direi che è la stessa cosa. Venendo alla musica: non è sempre arte, così come non lo è sempre un dipinto. Una volta ho sentito Philippe Daverio dire che l’arte è tecnica più poesia, se manca l’uno o l’atra cosa allora non è arte. Idea assolutamente condivisibile, che poi è un concetto dell’arte che deriva dagli antichi greci. Per me l’arte, più in generale, è il nostro punto di vista, una nostra opinione, scevra da qualsiasi condizionamento esterno (penso al denaro, alla fama o all’approvazione), espresso tramite una forma d’arte che possa essere condivisa con gli altri. A mio avviso, non ha importanza se l’opinione espressa sia particolarmente originale o illuminata, l’importante è che sia un’opinione sincera. Alla base ci deve essere l’onestà intellettuale di voler dire qualcosa che sia autenticamente importante per noi. Poi, è chiaro che non tutto può essere salvato dalle generazioni che verranno. C’è arte che sopravvive e arte che verrà dimenticata. Molta viene dimenticata, poca sopravvive. Ma chi produce Arte non se ne deve preoccupare».

Festa della Musica, con un po’ d’amaro in bocca

Oggi, primo giorno d’estate, dovremmo essere tutti felici, giù per le strade a celebrare la Festa della Musica. Da quando è nata in Francia, nel 1982, legata al solstizio d’estate, sotto l’egida di Jack Lang, allora Ministro della Cultura, nel corso degli anni s’è diffusa in tutto il mondo. Nell’intento degli organizzatori c’è l’idea di sempre: portare la musica, qualunque essa sia, gratuitamente per le strade, per regalare e condividere le gioie del pentagramma.

Dove c’è musica, c’è vita, ci sono emozioni. E fino a qui ci siamo. E non sarò certo io a rovinare nel mio piccolo questo bell’appuntamento. Anche perché quest’anno la Fête de la Musique ha un’altra valenza, è una sorta di 25 aprile, una liberazione da un inverno/primavera d’oppressione, duro da dimenticare. Le abbiamo vissute tutte, i flash mob, gli applausi (meritati) ai medici e infermieri, le session di musica e canto dai balconi, piccoli palchi monouso, gli streaming di artisti più o meno famosi. Ora che proprio liberi non siamo, visto che l’invisibile tiranno ancora incombe anche se con molta meno furia, avere a disposizione una giornata dove divertirsi è un imperativo assoluto.

Paolo Fresu stasera dalle 20 sarà in diretta streaming dal sito della Festa della Musica e su quello della Rappresentanza Italiana della Commissione europea dal parco Valle dei Templi di Agrigento per una notte di festa e di ricordo, in onore di Ezio Bosso, dal titolo Altissima Luce – Laudario da Cortona, concerto jazz con incursioni classiche insieme con il bandeonista Daniele Bonaventura. Con loro, il contrabbassista Marco Bardoscia, il batterista Michele Rabbia e l’Orchestra da Camera di Perugia. Il mitico trombettista dice parole sante: «In un periodo in cui eravamo tutti confinati nelle nostre case per via di un nemico invisibile, la musica ci ha permesso di affacciarci alla finestra e di sentirci per un po’ liberati. Oggi più che mai la musica è di tutti. La musica dovrebbe essere nelle nostre case, nei nostri cuori, nelle nostre vite. Tutti i giorni. Tutti dovrebbero essere in grado di leggere una partitura perché la musica è condivisione, è capacità di tendere la mano verso il prossimo».

Sarà l’ultimo disco in cuffia – Rough and Rowdy Ways, di Bob Dylan uscito un paio di giorni fa – con le sue ballate blues intrise di ricordi ed emozioni, sarà che non ho ancora digerito questo 2020 bisestile (pizzico necessario di superstizione), ma io vorrei che questa giornata di gioia, canto e note si trasformasse anche in un impegno: festeggiamola pure la musica ma senza dimenticarci di chi la musica la fa e con la musica ci vive.

Mi sono preso a cuore una piccola, grande battaglia. Grazie a questa, ho conosciuto persone splendide, tutte maestranze dello spettacolo. Figure necessarie per diffondere la musica, dalla festa di paese al mega concerto nello stadio San Siro, per intenderci. Per mesi non hanno visto un euro, tutti “tengono” famiglia. Invece di aspettare passivamente gli eventi stanno lavorando per loro stessi, cercando di far conoscere l’altra faccia dello spettacolo, quella invisibile ai più, ma preziosa tanto quanto il frontman idolatrato che suona davanti a migliaia di spettatori.

Lo spettacolo deve continuare, e continuerà. Il problema sarà: come? Come si entrerà in un teatro o in un’arena al di là delle disposizioni dei decreti governativi, come verranno fatti i contratti per turnisti, star, fonici di palco, fonici di sala, addetti alle luci, mediaserver, scaff, rigger… e l’elenco è ancora lungo. Rolling Stone, edizione americana, un paio di giorni fa ha sganciato una piccola bomba: in poche parole, Live Nation, la più grossa azienda organizzatrice di eventi dal vivo in Usa, complice la pandemia e la crisi economica conseguente, vorrebbe trasferire il rischio d’impresa sugli artisti. Qualche esempio? Se un concerto viene cancellato per la scarsa vendita di biglietti, l’azienda rifonderà gli artisti, a titolo di garanzia, il ​​25% del cachet concordato (invece del 100 per cento che i promotori sono tenuti a pagare). E ancora: se un artista annulla un’esibizione in violazione dell’accordo, questi dovrà rifondere il promotore con una somma pari al doppio del suo compenso, penalità, come ha fatto notare la rivista musicale Billboard, senza precedenti nel settore della musica dal vivo. Così potremo dire addio a una bella fetta di concerti e, tornando alle maestranze dello spettacolo, assisteremo a una falciata trasversale…

Sarà il caso che tutti, dalle rockstar che protestano con l’hashtag #iolavoroconlamusica, ai tecnici che chiedono solidarietà e lavoro, agli organizzatori che cercano in tutti i modi – e come negarlo! – di fare profitto, si uniscano per pensare a un imminente futuro di rilancio della musica in tutti i suoi aspetti. Se quel giorno arriverà avremo una speranza. E anche una ricorrenza da celebrare: un evviva alla festa della musica…