Alberto Pederneschi, la batteria e un enigmatico Microcosmo

Dopo Alessandro Deledda, vi propongo un altro viaggio personale nella musica alla ricerca di suoni ed emozioni diverse. Questa volta non c’è il pianoforte ma una batteria. Esatto, avete capito bene: un disco intero eseguito soltanto usando una batteria. L’artista in questione si chiama Alberto Pederneschi, classe 1971, abita in provincia di Pavia e insegna batteria a Milano. È uno dei batteristi più quotati della – permettetemi di chiamarla così – “controcultura musicale” milanese. Ha appena pubblicato il suo primo disco per batteria preparata intitolato Microcosmo, per l’etichetta inglese FMR Records. Ascoltarlo è un’esperienza, anche perché sono partito con l’idea tradizionale che ho dello strumento batteria, base ritmica d’accompagnamento. Ebbene, ho dovuto resettare le mie convinzioni per lasciarmi trasportare in un mondo onirico. Un viaggio che ha dell’avventuroso ma soprattutto dello spirituale, attraverso tamburi, rullante, timpani, piatti e grancassa. E ho scoperto che la batteria è uno strumento versatile, molto più di altri… Ieri pomeriggio mi sono fatto una chiacchierata con Alberto, volevo capire la genesi del disco ma anche come sia diventato uno dei pochi in Italia a perfezionare lo studio della batteria preparata.

Un intero disco dove a suonare è solo una batteria…
«Già, non è di tutti i giorni. L’ascoltatore che non ha un imprinting specifico, rimane disorientato si allontana… Però mi è sempre piaciuto rendere la batteria uno strumento in grado di essere ascoltato da solo, perché ha una estesa capacità melodica, con particolare attenzione al timbro».

Sei uno studioso, un ricercatore della batteria preparata. Che cosa si intende con questo termine?
«In Italia non è molto diffusa, a parte Roberto Dani, uno dei batteristi più importanti in Europa, lui è a livelli stellari. È uno studio continuo, sono scoperte continue. Per esempio, mettendo dei comuni posacenere da 5 euro comprati dai cinesi sul rullante e farli vibrare con un archetto ottieni dei suoni inaspettati. Come usare il nastro adesivo sui piatti per tagliare le frequenze. La batteria preparata è una sfida, un foglio bianco dove puoi disegnarci un bozzetto; un po’ come il gioco del Piccolo Chimico, solo che qui non rischi di far saltare niente!».

In giro, però, c’è molta confusione sulla batteria preparata…
«Vero, prendere un sacchetto pieno di cose e buttarle su un tamburo non è batteria preparata, e nemmeno lanciare un portafogli su un rullante. Preparare lo strumento implica sapere cosa tu vuoi ottenere, puoi suonare come un’orchestra, ma per fare ciò devi dedicarti a un lavoro meticoloso».

Dunque una batteria preparata diventa un altro strumento, anzi, tanti altri strumenti.
«Di base la batteria ha uno spettro creativo più ampio rispetto agli altri strumenti musicali. Per esempio, mettere cascate di piatti sul timpano, in modo che uno rifletta l’altro, produce dei suoni incredibili. O ancora, anche se non l’ho usata per questo disco: mettere delle corde di chitarra tese sul rullante sollevate da un tappo di sughero, sembra di suonare un banjo, ma più cupo. Se invece usi l’archetto il suono diventa simile a quello di un violoncello. Il bello della batteria preparata è che ogni giorno scopri piccole sfumature nuove, un viaggio interessante!».

Non c’è freno alla creatività e alla fantasia…
«No. Dopo anni di esperimenti e prove sono nella fase della scrematura degli oggetti da usare, c’è sempre una costante evoluzione, ed è proprio questa la cosa bella».

Oltre agli oggetti è necessario avere altri requisiti…
«Devi avere una visione di scrittura della musica e una buona capacità di improvvisazione. È piuttosto difficile: la gestione della batteria preparata in quel determinato modo richiede uno studio e una conoscenza di tutto quello che stai usando, perché scegli quel determinato oggetto piuttosto che un altro, perché decidi una certa timbrica. Devi dimenticare gli schemi della batteria classica, ma allo stesso tempo saper suonare la batteria…».

Come e quando hai iniziato a suonare?
«Ho incominciato piuttosto tardi, verso i 16 anni. Un mio vicino di casa, appassionato di hard rock, un giorno mi ha messo in mano due bacchette e un fustino di detersivo di quelli di cartone  e plastica che si usavano una volta. Ha iniziato a suonare un brano degli AC/DC e mi ha detto solo: segui il tempo. Era la prima volta che prendevo in mano delle bacchette, mi è venuto spontaneo e lui è rimasto stupito. Da allora è stato un vortice. Sono un autodidatta, fondamentalmente si tratta tutto di auto-istruzione. Ho frequentato numerosi seminari con musicisti che mi interessavano, ho studiato e studio ancora tanto».

Sei anche insegnante di batteria…
«Sì, alla scuola civica di Peschiera Borromeo, vicino Milano, e poi faccio lezioni private per chi è interessato ad approfondire la batteria preparata. E devo dirti che a me l’insegnamento piace moltissimo, perché cerco di trasmettere la mia passione e i miei studi».

Cosa ti piace ascoltare?
«Di tutto, musica classica, adoro Haydn e Stravinskij, musica contemporanea, me la impongo per capire i percorsi usati nelle composizioni, jazz, da Bill Frisell a John Zorn, musica etnica, africana, brasiliana. Faccio fatica ad ascoltare solo l’opera, non è nelle mie corde».

Hai registrato il disco a Milano nello studio Maxine di Rinaldo Donati, una vecchia conoscenza di Musicabile
«È stato un grosso lavoro di suoni a livello ingegneristico. Devo ringraziare Rinaldo per la cura che ci ha messo. Rinaldo ha anche prodotto il disco».

Veniamo a Microcosmo, sono attratto da come hai titolato i brani. Immagino non siano casuali!
«Innanzitutto in Microcosmo ci sono composizioni e improvvisazioni. Queste ultime le ho chiamate Instant…».

Ti interrompo! Mi ha intrigato l’Instant III che hai chiamato Torbidi Risvegli. Perché?
«Sono quei risvegli improvvisi, quelli dove tu sei pacifico in un’altra dimensione e una sveglia o un rumore secco di riporta alla tua realtà. In pratica, un trauma. Nel primo Instant, Cosmos Voices, invece, mi sono immaginato i suoni che produce lo spazio, mentre in Sfere Celesti, il primo brano del disco, ho pensato alle distanze tra i pianeti e, come metro di misura, ho usato le vibrazioni delle sfere».

In Infanzie Alterate (Freud) hai usato anche il suono di un carillon…
«Sì volevo creare un contrasto tra la melodia rassicurante di un carillon, quello che una volta le mamme usavano per metterci i gioielli, e “sfregiare” il candore della canzone con interruzioni cruente. Si creano così suoni contrastanti, conflittuali, provocatori e dissacranti finché mi arrendo e sfumo finendo il brano insieme al carillon. Fragments, invece, è il pezzo più elaborato. C’è un tema riproposto in modo sempre diverso, spezzato, rallentato, frenato. In mezzo a questi frammenti di suono c’è anche un Fra Martino Campanaro inquietante perché si sposta di un semitono alla volta. Passando a Ritual: è l’unico pezzo che ho eseguito con la batteria classica suonandolo, però, con le mani, senza bacchette».

Cosa ti aspetti da questo lavoro?
«Senza pretenziosità: chi ascolta questo breve disco riesce ad assorbire qualcosa che non vede e non sente nei normali canali di musica. In termine di diffusione, invece, poco o nulla. Ne sono consapevole. Però Rinaldo mi ha spronato, l’etichetta FMR ha accettato di pubblicarlo, perché è piaciuto molto… io sono soddisfatto così. Ho deciso di fare questo passo con estrema convinzione, perché non ho usato l’elettronica ma ho voluto presentarmi nudo e crudo, servendomi di pochi pezzi di metallo e delle pelli. È il primo tassello di un progetto che ho in testa, il secondo sarà più evoluto. Credo sia un progetto che può dare qualcosa».

A proposito di progetti, collabori con vari artisti, cosa stai preparando ora?
«Sto lavorando con la danzatrice e performer Francesca Cervellino. Avremmo dovuto debuttare a ottobre per JAZZ MI, ma il lockdown ha fatto saltare la data. Speriamo di recuperare presto. L’abbiamo chiamato Fabula Rara e siamo solo in due sul palco. La musica, creata con la batteria preparata (in parte), la batteria e il log drum, dialoga incessantemente con il movimento-danza sia nelle parti “scritte” sia in quelle improvvisate. Il tutto inizia da un canovaccio creato a stanze immaginarie. Si parte dalla genesi, passando per la conoscenza, l’illusione, il dolore, il disincanto, per culminare poi nell’epilogo che lascio avvolto nell’enigma. Si va da momenti di silenzio carichi di tensione a masse sonore turbolente ad attimi di dolcezza. Mi piace chiamarla una fiaba contemporanea».

Alessandro Deledda e la sua Linea del Vento

Alessandro Deledda – Foto Federico Miccioni

Sono qui, davanti al foglio bianco di Pages. La mia base sonora è La Linea del Vento, ultimo lavoro di Alessandro Deledda, classe 1972, perugino con origini sarde, pianista, compositore, polistrumentista. L’ho intervistato un paio di giorni fa. Ma qui mi blocco: come posso presentarvelo? Perché Alessandro è un musicista classico, ma anche un jazzista, ma anche un appassionato di musica elettronica, ma anche uno che si è formato con il cantautorato italiano e il rock, quello solido, e ancora un appassionato dell’insegnamento della musica, un produttore, un arrangiatore. Il prossimo 16 luglio nell’ambito di Bari in Jazz 2021 suonerà nel The Evolution Trio assieme al sassofonista Dimitri Grechi Espinoza. Potrei sostenere che è un artista contemporaneo, parola che non dice assolutamente nulla. Oppure… un musicista genialmente curioso. Ecco, questa mi piace già di più. Mi sembra che lo rappresenti al meglio. Ci siamo dati appuntamento su Zoom per parlare una mezz’oretta del disco. È finita dopo un paio d’ore (ma avremmo potuto continuare ancora a lungo). Il tempo è trascorso veloce, a parlar di musica e passioni. Quindi, quello che leggerete qui di seguito è il condensato della lunghissima chiacchierata (parola chiave che tornerà ancora nel corso dell’intervista) tra Alessandro e il sottoscritto.

Alessandro, parto subito forte: come intendi la musica?
«Mi piace contaminare, esplorare. Già a sei anni ero attratto dalla musica. Mi divertivo a suonare l’organo della chiesa. Quando non c’era il prete, mi impegnavo a tirare fuori i primi accordi. A otto anni ho iniziato gli studi di pianoforte. Studi classici. Volevo suonare l’organo, ma l’organista titolare era il vecchio sacrestano, quindi…».

Quando ti è venuta la passione per il jazz?
«Fino a 16 anni non lo sopportavo proprio. Trovavo assurdo non seguire la lettura degli spartiti… Poi, approfondendo Bach ho capito che lui improvvisava. Bach unì il virtuosismo italiano – adorava Vivaldi, lo studiava a fondo – l’eleganza francese e il contrappunto tedesco. Ho capito che l’improvvisazione lascia un’impronta unica e irripetibile. Poi ci sono quelli che trascrivono queste improvvisazioni e le studiano. Così, a 17 anni ho iniziato a frequentare un laboratorio di musica jazz. Avevo, vista l’età, anche un secondo fine: a quell’epoca suonare uno strumento era il modo più congruo per conquistare una ragazza!».

Giusto, chitarre, spiaggia, falò, musica…
«Proprio quello! Ho cominciato a indagare, studiare il jazz, il perché da poche note, la melodia, esce un mondo meraviglioso».

Ti sei appassionato anche all’elettronica…
«Sì, amavo la tecnologia che stava arrivando. Ho iniziato con il computer Atari 1040ST, te lo ricorderai, e un expander per ricavare suoni. La mia rivelazione è stato il concerto dei Pink Floyd a Livorno nel maggio del 1989. Mi ci portò un mio grande amico. Conservo ancora il biglietto d’ingresso, pagato 37.500 lire… Lì mi si aprì un mondo. Allora, nemmeno ventenne, volevo essere tante cose, ma mi trovavo a studiare gli autori classici, leggere ed eseguire. Non mi bastava più».

Avevi gettato le basi per il tuo lavoro attuale.
«A 23 anni mi chiamarono a gestire lo studio Fonit Cetra di Perugia. A Milano, dove c’era la casa madre, conobbi Vince Tempera e Ares Tavolazzi. Con Tavolazzi, avrei suonato negli anni successivi… splendido è stato il concerto all’abbazia di Farfa…».

La musica classica però non l’hai abbandonata…
«No assolutamente. La Classica è il Pin della musica. Attraverso di lei puoi accedere a tutto. Prima di un concerto mi faccio sempre una fuga o un preludio, serve a defragmentare il cervello, una sorta di reset. Solo così riesco a improvvisare meglio».

Cos’è per te l’improvvisazione?
«Come stare tra amici, seduti a una cena o a bersi qualcosa, e chiacchierare, dialogare, raccontarsi. Solo che non lo fai con le parole ma con le note».

Prima di parlare de La Linea Del Vento, raccontami dell’insegnamento, altro capitolo fondamentale della tua vita professionale.
«Insegno da trent’anni. All’inizio, visto che non mi vedevo né in banca né nelle forze dell’Ordine come mio padre, per dimostrare ai miei che il musicista era un lavoro a tutti gli effetti, insegnavo per due lire. Dopo essermi laureato (con lode al conservatorio Francesco Morlacchi di Perugia, ndr), ho insegnato nei corsi preaccademici al Conservatorio di Perugia. Nel 2009 ho fondato un’associazione, Piano, Solo, dedicata al pianista Luca Flores (uno dei più grandi jazzisti italiani, morto suicida a 39 anni nel 1995, ndr). È diventata una scuola di musica. All’inizio era soltanto per pianoforte, ora abbiamo tutti gli strumenti. Con 120 ragazzi a Umbria Jazz presenteremo una versione di So What di Miles Davis con 20 chitarre, 8 bassi, fiati, coristi, ecc. Sono di tutti i livelli di preparazione e, alcuni, hanno imparato a suonare in dad (didattica a distanza). È stato un esperimento anche per noi insegnanti. Credo che la dad abbia un vantaggio, farti entrare subito nella parte pratica. Per il resto non va bene perché manca quella comunicazione spontanea che arricchisce la lezione».

Gli allievi di Piano, Solo sono tutti giovanissimi?
«Abbiamo circa duecento iscritti che vanno dai sei ai sessant’anni e 15 insegnanti. All’interno della scuola c’è uno studio di registrazione e sale per tenere piccoli concerti. Di base prepariamo gli alunni per i licei musicali e i conservatori».

Veniamo a La Linea Del Vento. Perché questo titolo?
«La Linea Del Vento è dove va la musica. Mi sono lasciato portare come una foglia che rotola e vola fin dove il vento vuole. Credo sia questo il modo più significativo per raccontarsi. È un disco in piano solo. La sua genesi è casuale. L’anno scorso la scuola era chiusa, come tutte le altre per il Covid19. Mi chiama il fonico che collabora con noi, un ragazzo bravissimo e con una sensibilità estrema. Mi dice: “Alessandro, proviamo quei nuovi microfoni, andiamo in sala d’incisione, tu stai dentro, io fuori a registrare. Tu suona quello che vuoi”. “Ma sei matto”, gli ho risposto. “Cosa suono, siamo tutti a casa, non se ne parla proprio”. Chiuso il telefono ho riflettuto e ho pensato che poteva essere un modo di vincere quell’apatia che mi aveva preso. Abbiamo approntato il tutto, ho cominciato a suonare altre tre del pomeriggio e sono andato avanti fino alle sei e mezza. Dopo alcuni giorni il fonico mi manda un wetransfer con il file della registrazione. Lo ascolto e inizia l’autocritica, l’autolesionismo: per una sorta di timidezza che ho sempre quando si tratta di giudicare me stesso, ho deciso che non era una registrazione all’altezza. Il fonico, invece, ero entusiasta. L’ho chiamato e gli detto: “Cancella tutto non mi piace”. Lui, invece, senza farmelo sapere, l’ha spedito a Claudio Carboni della casa discografica Egea, fondata da Tonino Miscenà. Mi hanno chiamato entusiasti. “Un gran bel lavoro!” mi hanno detto. Così è nato il disco, undici racconti che parlano di me».

Alcuni brani li hai anche suonati in barca con Federico Ortica e Andrea Palombini…
«Sì, conosco Federico da molto tempo. Ho partecipato a Onde Sonore perché l’idea e i progetti che porta avanti Federico li condivido, è quella la direzione. E poi, il vento, il mare, s’intonavano perfettamente al disco, tra l’altro uscito per Egea Le Vele…».

Inizi con Madreterra, poi passi a Ginevra… ma chi è Ginevra?
«Madreterra è una dedica alla mia terra d’origine, la Sardegna (le mie origini sono a Pattada), Ginevra, invece è una cagnolina che ho adottato. Come Charlie Was Here, brano dedicato al mio vecchio amico a quattrozampe che non c’è più. L’ultimo brano del disco, quello più “jazz”, Have You Met Mr. Pongo?, parla dell’altro cane che ho, un trovatello pure lui. Amo gli animali, infatti, una parte del ricavato delle vendite del disco andrà a un’associazione animalista. Gino e l’Olivo, invece, è il ricordo di un anziano agricoltore. Insomma, quando ho suonato in quelle tre ore e mezza, ho davvero ripercorso i miei pensieri più profondi che ho associato a melodie. È la mia linea del vento…».

Parallelamente stai seguendo altri progetti, come Aura Safari
«Aura Safari (qui Sahara) ci sta dando molte soddisfazioni. È la mia parte elettronica, di esplorazione e composizione, un progetto jazz-funk, nato da quattro amici dj con il mio coinvolgimento. Stiamo andando molto bene in Giappone, in Nord Europa, in Gran Bretagna. È un progetto a cui tengo moltissimo, sono l’unico musicista del gruppo e anche uno dei produttori».

Alessandro, per chiudere, riprendendo la prima domanda, cosa trovi nella musica?
«Per me l’importante sono le tracce che tu lasci. In questi anni ne ho lasciate parecchie, dal jazz alla musica per cartoni animati, a quella per film, ai concerti. La musica è una forma di abnegazione, richiede tanto sacrificio per entrare in quel mondo infinito. Sai, sono convinto che Chick Corea quando è morto non era ancora arrivato dove voleva arrivare, perché la musica è un percorso infinito. Infatti, per come la vedo io, il jazz puro ha già dato tutto, è come la musica classica. Bisogna guardare oltre, sperimentare, contaminare per creare nuovi mondi, come faceva Corea, appunto».

Cosa stai preparando ora?
«Sono indeciso tra un disco di piano solo con cover dei Depeche Mode, band che adoro, o uno che riprenda brani dei Metallica, altro gruppo che ho ascoltato tanto. Non sembra, ma ho un animo decisamente rock!».

Interviste: Francesca Remigi e il Labirinto dei Topi

Francesca Remigi – Foto The Fog House Photography

Confesso, ho una certa soggezione quando mi accingo a telefonare per quest’intervista. Francesca Remigi, bergamasca, 24 anni, figlia e nipote di musicisti, è una batterista jazz. Eccolo lì, sono subito riduttivo… Bisogna aggiungere che è anche una compositrice, e pure molto brava e complessa, dai che ci sono!, e una persona esigente, che tende alla perfezione (sarà perché nata sotto il segno della Vergine, per chi ci crede). Qui, miei cari amici, non è questione di zodiaco, bensì di carattere e amore (sconfinato) per la musica e per il ritmo.

Il 5 gennaio è uscito sulle piattaforme digitali, e due settimane dopo nei negozi fisici, Il Labirinto dei Topi, otto brani di non facile ascolto, ai quali bisogna accostarsi con mente libera e aperta, musica che non possiamo etichettare semplicemente come “jazz contemporaneo”. Detto così, è tutto e niente. Il lavoro è nato da sue composizioni e da un gruppo di musicisti che si è scelta, sempre non per caso. Un ensamble battezzato Archipélagos. Ma vedremo tutto tra poco… Al cellulare mi risponde una voce squillante, simpatica, gentile… «Scusami, oggi la linea dà problemi, non so perché, eccomi qua, pronta!».

Francesca, vado subito al sodo: hai studiato al Conservatorio di Milano, quindi l’ultimo anno, un Erasmus a Maastricht, poi la laurea al Koninklijk Conservatorium di Bruxelles. Ora sei nel pieno di un super master al Berklee Global Jazz Institute di Boston, diretto dal pianista Danilo Pérez, in quella mitica scuola dove insegna anche la grande batterista Terri Lyne Carrington…
«Sì sono stata scelta, è dal novembre del 2019 che ho iniziato il mio percorso per partecipare al master. Ho inviato i miei provini, sai ci sono venti borse di studio, dieci per studenti americani e dieci per il resto del mondo. Il Master costa molto, 70/80mila dollari per un anno. Sono stata ammessa con la borsa di studio, sarei dovuta partire nel settembre dello scorso anno, ma il campus di Boston nel frattempo è rimasto chiuso, causa pandemia, nel primo semestre. Da fine gennaio ha riaperto iniziando alcune lezioni in presenza. A questo punto, vista l’incertezza, ho continuato a frequentare on line. Mi stanno servendo molto, anche se non è come in presenza, ovvio. Sto imparando nozioni importanti di Music Technology, Productions, tutte capacità che, di questi tempi, sono utili a un musicista: imparare a usare programmi complessi che ti permettono di registrare ad alti livelli da solo con evidenti risparmi in un momento in cui non ci sono risorse. Comunque, se tutto va secondo i piani, dovrei partire a maggio per fare, in presenza, gli ultimi quattro mesi e poi rimanere negli Stati Uniti. È il mio sogno restare al Berklee, continuare il mio percorso di perfezionamento…».

Per ora come funziona?
«Per le composizioni intendi? Ci si passa le tracce, è un processo molto lento, estenuante, soprattutto per i batteristi che devono registrare per primi…».

FRANCESCA REMIGI – “Adriano Bellucci photographer – Una Striscia di Terra Feconda 2020”

Perché ti sei appassionata alla la batteria?
«Sono nata in mezzo alla musica. Mio padre è un chitarrista, mia madre una pianista, mio nonno suonava la tromba nell’Orchestra Sinfonica della Rai. Insomma, sono cresciuta tra classica e jazz. Ho iniziato prendendo lezioni da mio padre. Padre-figlia, professore-allieva, non sempre funziona. Una volta sono andata ad ascoltare mio padre che suonava con un’orchestra, ero piccola, e c’era anche un batterista che, ai miei occhi di bambina, si stava divertendo tantissimo a suonare. Era Stefano Bertoli, e proprio lui è stato il mio primo insegnante. Così ho lasciato la chitarra… I miei, comunque, sono felici della scelta, vedono quello che faccio, sono contenti».

Veniamo al Labirinto dei Topi. Il titolo fa riferimenti alle teorie di Zygmunt Bauman, ma non solo. Leggo i titoli dei brani: Il Labirinto dei Topi, Gomorra, Be Bear Aware (ascoltateli). Ci sono riferimenti a Noam Chomsky e a Roberto Saviano.
«Sono sempre stata attratta dalla storia, dalla filosofia dalle relazioni umane. Mentre studiavo al Conservatorio, a Milano, mi sono iscritta anche a Interpretariato Parlamentare… La musica è uno strumento per dire qualche cosa, non è solo musica fine a se stessa, va riempita di contenuti. Penso a Eric Dolphy a Charles Mingus. L’arte in generale e, dunque, anche la musica, è un mezzo di denuncia sociale. Questi argomenti mi toccano e mi interessano, mi sono avvicinata anche allo studio della psicologia e della sociologia. Tornando al Labirinto dei Topi: l’idea del titolo ma anche della composizione mi è venuta leggendo La Società sotto assedio di Bauman, una società senza certezze dove le istituzioni non rappresentano più i cittadini ma diventano una oligarchia a sé stante. Ci si trova da soli ad affrontare vita e sfide, i social poi hanno dilatato questo processo… Sto scrivendo un progetto che presenterò alla Berkley dal titolo The Human Web, dove mi concentro ad analizzare l’impatto dei social media, le condizioni economiche e fisiche, uno scontro che la pandemia ha ulteriormente accelerato. Sai sto seguendo quest’aumento vertiginoso di suicidi e tentati suicidi tra adolescenti, mi ha colpito molto. La mia idea è registrare questo nuovo progetto a Boston con musicisti residenti, a maggio».

Ritornando al disco, tutto questo lo hai inserito in una musica che segue anche canoni non propriamente occidentali. Mi riferisco alla tua passione per lo studio della musica carnatica indiana…
«Sono una persona che non si accontenta facilmente, cerco sempre nuove sfide, e una di queste è proprio la musica carnatica indiana. È per questo motivo che mi sono spostata a Bruxelles, dove ho preso lezioni da Stéphane Galland, un grande batterista che da anni la studia. È una musica molto lontana dalla nostra. Usa un unico riferimento armonico melodico per un intero brano (che viene chiamato Raga) e che può durare ore. Non esistono successioni di accordi come nella musica occidentale. A livello melodico parlo di quarti di tono, appoggiature che non sono nostre. Da batterista è super interessante, molto complessa, rigorosa…».

Rigore che ti è servito per rafforzare il significato dei brani, tornando a Bauman, Saviano…
«Il rigore ritmico e matematico che caratterizza le composizioni, vuole far riflettere sulla società “Matrix” che opprime e controlla i singoli tramite uno sfrenato consumismo e un’inarrestabile globalizzazione».

Gli Archipélagos – screenshot video

Veniamo ad Archipélagos, il tuo progetto musicale. Ti sei scelta un gruppo che avesse queste affinità e conoscenze…
«Sì. Con Federico Calcagno (suona il clarinetto) ci conosciamo da quando abbiamo iniziato il conservatorio a Milano. Poi lui si è trasferito ad Amsterdam per perfezionarsi e io a Bruxelles. Siamo rimasti sempre in contatto. Amsterdam e Bruxelles sono vicine, ci vedevamo spesso per suonare, fare concerti. Avevo poi conosciuto, nell’estate del 2019 in Canada, durante una residenza artistica presso il Banff Centre for Arts and Creativity, un trombettista australiano, Niran Dasika, che lo scorso anno si trovava in Europa e aveva accettato di partecipare al lavoro. Si registrava a Roma nel Tube Recording Studio. A causa della pandemia e i continui rinvii, è poi dovuto ripartire per l’Australia. Le tracce le ha registrate da lì e le abbiamo aggiunte poi»…

Archipélagos viene proprio da qui, dal fatto che siete musicisti di varia provenienza (non solo “regionale”) ma anche musicale… Per la cronaca, l’ensemble è stato finalista dei Maastricht Jazz Awards 2020 e vincitore dei concorsi All You Have To Do is Play 2019 Nuova Generazione Jazz 2021 (I-Jazz).
«Con me ci sono amici conosciuti a Bruxelles, come il contrabbassista olandese Ramon van Merkenstein o il pianista francese Simon Groppe. Assieme a loro avevo avviato nel 2018 un altro progetto, i Soul’s Spring, poi abbandonato perché avevo in mente un altro genere di composizioni. Poi c’è la lussemburghese Claire Parsons alla voce: giocando con l’elettronica, riesce a fare cose davvero interessanti. Siamo, insomma, tante isole che però condividono lo stesso modo di fare musica, un arcipelago, appunto».

Torniamo alla tua musica. Come la puoi definire?
«È uno stile che rientra nella “creative music”, non è solo free jazz alla Ornette Coleman per intenderci. Rientra nella musica creativa, perché collega varie influenze, musica classica contemporanea, rock progressivo, musica carnatica, jazz..».

Francesca Remigi in concerto al Banff Centre, Canada

Il rigore compositivo lascia, però, spazio all’improvvisazione….
«Se hai ascoltato Gomorra, avrai notato che alla fine c’è come un placarsi del dialogo stretto tra strumenti, rimane il pianoforte di Simon e il canto di Claire, un segnale di speranza. In Scherzo e ne Il Labirinto dei Topi cantante e trombettista hanno totale libertà di esplorare; insomma, c’è una giusta dose di libertà. Si tratta di tanti soli che avvengono su metriche molto complesse».

Francesca, un’ultima cosa, anzi due: che musica ascoltavi da adolescente e che musica ascolti oggi?
«La musica è stata una costante nella mia vita. Fin da piccola, a cinque anni, sono stata abituata ad ascoltare Beatles, Queen, Rolling Stones. A 14, 15 anni mi sono avvicinata al jazz, ascoltavo il  progressive rock, King Crimson, Dream Theater (prog virato sul metal) e altri gruppi simili. Sono rimasta intrappolata in quell’estetica lì. Oggi, come ascolti, direi musica classica contemporanea, jazz contemporaneo e tanta musica di artisti emergenti giovani. Ultimamente ho ascoltato Octopus di Kris Davis & Craig Taborn (2018), Musica Ricercata di György Ligeti, Open Form For Society di Christian Lillinger, The African Game di George Russell».