Musica brasiliana: social, leoni da tastiera e nostalgia

Thiago Nassif – foto Hick Duarte

Voglio tornare su un post che ho pubblicato giusto una settimana fa. L’intervista a Thiago Nassif, uno degli artisti veramente innovativi nel panorama musicale brasiliano piuttosto decaduto negli ultimi anni – secondo me, ma non solo, visto che sono in buona compagnia, dal New York Times al nostro Internazionale che un paio di mesi fa ha scritto un’ottima recensione su di lui, parlando di musica cubista.

Sulla “caduta libera” della nuova musica brasileira possiamo discuterne per ore. La musica brasiliana nel Novecento e nei primi anni duemila aveva alzato l’asticella della qualità in modo sorprendente, il che spiega una certa resistenza da parte dei fan della bossanova  e della MPB tradizionale nell’accettare il nuovo. Ci avevano abituato bene. E qui sta il problema. Ho pubblicato sulla pagina facebook di Musicabile un post che rimandava all’intervista e al mio blog. A parte un commento molto positivo, guarda caso, di un musicista, il resto dei pochi commenti erano negativi.

Mi son preso addirittura del “somaro” per quello che avevo scritto (ammesso che il livoroso lettore si sia preso la briga di leggere l’intervista per intero). Ho riflettuto molto su quei giudizi tranchant. Per certi versi li capisco. Bossanova, tropicalismo, MPB sono inimitabili. Ed è giusto che sia così. Però la musica evolve, la ricerca di sonorità diverse, l’esplorazione sull’uso di strumenti, l’elettronica sono inevitabili, sono l’espressione di nuove creatività.

Che poi si attinga da quella musica è un obbligo morale per gli artisti brasiliani, imprescindibile. Thiago Nassif non fa samba, né bossanova, né emula Caetano, Gil, Jobim o Buarque. Fa Thiago Nassif, un artista colto che riconosce l’alto valore artistico di chi li ha preceduti e che cerca di unire quei solidi fili che costituiscono la musica brasiliana di qualità e dispiegarli in altra musica, non banale né commerciale. È ricerca rispettosa della tradizione, persino quella più ostica per noi, parlo dei canti rituali indigeni, o della preziosa musica “campagnola”, la Moda de Viola, che s’è poi sviluppata nella musica sertaneja, filone estremamente popolare nel Paese sudamericano. La ricerca – è banale dirlo – è fondamentale per innovare, imboccare nuove strade, nella musica come nella pittura, nel teatro come nella letteratura.

Non dobbiamo porci all’ascolto di nuovi artisti comparandoli a quelli che ci piacevano e nemmeno pensare che i musicisti brasiliani siano “condannati” a vita a suonare seguendo quei binari armonici che tanto ci piacciono.

La massificazione e la immensa voracità delle grandi label discografiche hanno appiattito la musica ovunque. Brani semplici, spesso uguali, che si dimenticano in un paio di mesi a voler essere generosi, aspiranti artisti intercambiabili, sonorità scontate e ripetute. Musicisti come Thiago vogliono evitare queste sabbie mobili cercando di non essere mai banali. Poi possono piacere o meno. Ma meritano comunque rispetto.

Alberto Pederneschi, la batteria e un enigmatico Microcosmo

Dopo Alessandro Deledda, vi propongo un altro viaggio personale nella musica alla ricerca di suoni ed emozioni diverse. Questa volta non c’è il pianoforte ma una batteria. Esatto, avete capito bene: un disco intero eseguito soltanto usando una batteria. L’artista in questione si chiama Alberto Pederneschi, classe 1971, abita in provincia di Pavia e insegna batteria a Milano. È uno dei batteristi più quotati della – permettetemi di chiamarla così – “controcultura musicale” milanese. Ha appena pubblicato il suo primo disco per batteria preparata intitolato Microcosmo, per l’etichetta inglese FMR Records. Ascoltarlo è un’esperienza, anche perché sono partito con l’idea tradizionale che ho dello strumento batteria, base ritmica d’accompagnamento. Ebbene, ho dovuto resettare le mie convinzioni per lasciarmi trasportare in un mondo onirico. Un viaggio che ha dell’avventuroso ma soprattutto dello spirituale, attraverso tamburi, rullante, timpani, piatti e grancassa. E ho scoperto che la batteria è uno strumento versatile, molto più di altri… Ieri pomeriggio mi sono fatto una chiacchierata con Alberto, volevo capire la genesi del disco ma anche come sia diventato uno dei pochi in Italia a perfezionare lo studio della batteria preparata.

Un intero disco dove a suonare è solo una batteria…
«Già, non è di tutti i giorni. L’ascoltatore che non ha un imprinting specifico, rimane disorientato si allontana… Però mi è sempre piaciuto rendere la batteria uno strumento in grado di essere ascoltato da solo, perché ha una estesa capacità melodica, con particolare attenzione al timbro».

Sei uno studioso, un ricercatore della batteria preparata. Che cosa si intende con questo termine?
«In Italia non è molto diffusa, a parte Roberto Dani, uno dei batteristi più importanti in Europa, lui è a livelli stellari. È uno studio continuo, sono scoperte continue. Per esempio, mettendo dei comuni posacenere da 5 euro comprati dai cinesi sul rullante e farli vibrare con un archetto ottieni dei suoni inaspettati. Come usare il nastro adesivo sui piatti per tagliare le frequenze. La batteria preparata è una sfida, un foglio bianco dove puoi disegnarci un bozzetto; un po’ come il gioco del Piccolo Chimico, solo che qui non rischi di far saltare niente!».

In giro, però, c’è molta confusione sulla batteria preparata…
«Vero, prendere un sacchetto pieno di cose e buttarle su un tamburo non è batteria preparata, e nemmeno lanciare un portafogli su un rullante. Preparare lo strumento implica sapere cosa tu vuoi ottenere, puoi suonare come un’orchestra, ma per fare ciò devi dedicarti a un lavoro meticoloso».

Dunque una batteria preparata diventa un altro strumento, anzi, tanti altri strumenti.
«Di base la batteria ha uno spettro creativo più ampio rispetto agli altri strumenti musicali. Per esempio, mettere cascate di piatti sul timpano, in modo che uno rifletta l’altro, produce dei suoni incredibili. O ancora, anche se non l’ho usata per questo disco: mettere delle corde di chitarra tese sul rullante sollevate da un tappo di sughero, sembra di suonare un banjo, ma più cupo. Se invece usi l’archetto il suono diventa simile a quello di un violoncello. Il bello della batteria preparata è che ogni giorno scopri piccole sfumature nuove, un viaggio interessante!».

Non c’è freno alla creatività e alla fantasia…
«No. Dopo anni di esperimenti e prove sono nella fase della scrematura degli oggetti da usare, c’è sempre una costante evoluzione, ed è proprio questa la cosa bella».

Oltre agli oggetti è necessario avere altri requisiti…
«Devi avere una visione di scrittura della musica e una buona capacità di improvvisazione. È piuttosto difficile: la gestione della batteria preparata in quel determinato modo richiede uno studio e una conoscenza di tutto quello che stai usando, perché scegli quel determinato oggetto piuttosto che un altro, perché decidi una certa timbrica. Devi dimenticare gli schemi della batteria classica, ma allo stesso tempo saper suonare la batteria…».

Come e quando hai iniziato a suonare?
«Ho incominciato piuttosto tardi, verso i 16 anni. Un mio vicino di casa, appassionato di hard rock, un giorno mi ha messo in mano due bacchette e un fustino di detersivo di quelli di cartone  e plastica che si usavano una volta. Ha iniziato a suonare un brano degli AC/DC e mi ha detto solo: segui il tempo. Era la prima volta che prendevo in mano delle bacchette, mi è venuto spontaneo e lui è rimasto stupito. Da allora è stato un vortice. Sono un autodidatta, fondamentalmente si tratta tutto di auto-istruzione. Ho frequentato numerosi seminari con musicisti che mi interessavano, ho studiato e studio ancora tanto».

Sei anche insegnante di batteria…
«Sì, alla scuola civica di Peschiera Borromeo, vicino Milano, e poi faccio lezioni private per chi è interessato ad approfondire la batteria preparata. E devo dirti che a me l’insegnamento piace moltissimo, perché cerco di trasmettere la mia passione e i miei studi».

Cosa ti piace ascoltare?
«Di tutto, musica classica, adoro Haydn e Stravinskij, musica contemporanea, me la impongo per capire i percorsi usati nelle composizioni, jazz, da Bill Frisell a John Zorn, musica etnica, africana, brasiliana. Faccio fatica ad ascoltare solo l’opera, non è nelle mie corde».

Hai registrato il disco a Milano nello studio Maxine di Rinaldo Donati, una vecchia conoscenza di Musicabile
«È stato un grosso lavoro di suoni a livello ingegneristico. Devo ringraziare Rinaldo per la cura che ci ha messo. Rinaldo ha anche prodotto il disco».

Veniamo a Microcosmo, sono attratto da come hai titolato i brani. Immagino non siano casuali!
«Innanzitutto in Microcosmo ci sono composizioni e improvvisazioni. Queste ultime le ho chiamate Instant…».

Ti interrompo! Mi ha intrigato l’Instant III che hai chiamato Torbidi Risvegli. Perché?
«Sono quei risvegli improvvisi, quelli dove tu sei pacifico in un’altra dimensione e una sveglia o un rumore secco di riporta alla tua realtà. In pratica, un trauma. Nel primo Instant, Cosmos Voices, invece, mi sono immaginato i suoni che produce lo spazio, mentre in Sfere Celesti, il primo brano del disco, ho pensato alle distanze tra i pianeti e, come metro di misura, ho usato le vibrazioni delle sfere».

In Infanzie Alterate (Freud) hai usato anche il suono di un carillon…
«Sì volevo creare un contrasto tra la melodia rassicurante di un carillon, quello che una volta le mamme usavano per metterci i gioielli, e “sfregiare” il candore della canzone con interruzioni cruente. Si creano così suoni contrastanti, conflittuali, provocatori e dissacranti finché mi arrendo e sfumo finendo il brano insieme al carillon. Fragments, invece, è il pezzo più elaborato. C’è un tema riproposto in modo sempre diverso, spezzato, rallentato, frenato. In mezzo a questi frammenti di suono c’è anche un Fra Martino Campanaro inquietante perché si sposta di un semitono alla volta. Passando a Ritual: è l’unico pezzo che ho eseguito con la batteria classica suonandolo, però, con le mani, senza bacchette».

Cosa ti aspetti da questo lavoro?
«Senza pretenziosità: chi ascolta questo breve disco riesce ad assorbire qualcosa che non vede e non sente nei normali canali di musica. In termine di diffusione, invece, poco o nulla. Ne sono consapevole. Però Rinaldo mi ha spronato, l’etichetta FMR ha accettato di pubblicarlo, perché è piaciuto molto… io sono soddisfatto così. Ho deciso di fare questo passo con estrema convinzione, perché non ho usato l’elettronica ma ho voluto presentarmi nudo e crudo, servendomi di pochi pezzi di metallo e delle pelli. È il primo tassello di un progetto che ho in testa, il secondo sarà più evoluto. Credo sia un progetto che può dare qualcosa».

A proposito di progetti, collabori con vari artisti, cosa stai preparando ora?
«Sto lavorando con la danzatrice e performer Francesca Cervellino. Avremmo dovuto debuttare a ottobre per JAZZ MI, ma il lockdown ha fatto saltare la data. Speriamo di recuperare presto. L’abbiamo chiamato Fabula Rara e siamo solo in due sul palco. La musica, creata con la batteria preparata (in parte), la batteria e il log drum, dialoga incessantemente con il movimento-danza sia nelle parti “scritte” sia in quelle improvvisate. Il tutto inizia da un canovaccio creato a stanze immaginarie. Si parte dalla genesi, passando per la conoscenza, l’illusione, il dolore, il disincanto, per culminare poi nell’epilogo che lascio avvolto nell’enigma. Si va da momenti di silenzio carichi di tensione a masse sonore turbolente ad attimi di dolcezza. Mi piace chiamarla una fiaba contemporanea».

Alessandro Deledda e la sua Linea del Vento

Alessandro Deledda – Foto Federico Miccioni

Sono qui, davanti al foglio bianco di Pages. La mia base sonora è La Linea del Vento, ultimo lavoro di Alessandro Deledda, classe 1972, perugino con origini sarde, pianista, compositore, polistrumentista. L’ho intervistato un paio di giorni fa. Ma qui mi blocco: come posso presentarvelo? Perché Alessandro è un musicista classico, ma anche un jazzista, ma anche un appassionato di musica elettronica, ma anche uno che si è formato con il cantautorato italiano e il rock, quello solido, e ancora un appassionato dell’insegnamento della musica, un produttore, un arrangiatore. Il prossimo 16 luglio nell’ambito di Bari in Jazz 2021 suonerà nel The Evolution Trio assieme al sassofonista Dimitri Grechi Espinoza. Potrei sostenere che è un artista contemporaneo, parola che non dice assolutamente nulla. Oppure… un musicista genialmente curioso. Ecco, questa mi piace già di più. Mi sembra che lo rappresenti al meglio. Ci siamo dati appuntamento su Zoom per parlare una mezz’oretta del disco. È finita dopo un paio d’ore (ma avremmo potuto continuare ancora a lungo). Il tempo è trascorso veloce, a parlar di musica e passioni. Quindi, quello che leggerete qui di seguito è il condensato della lunghissima chiacchierata (parola chiave che tornerà ancora nel corso dell’intervista) tra Alessandro e il sottoscritto.

Alessandro, parto subito forte: come intendi la musica?
«Mi piace contaminare, esplorare. Già a sei anni ero attratto dalla musica. Mi divertivo a suonare l’organo della chiesa. Quando non c’era il prete, mi impegnavo a tirare fuori i primi accordi. A otto anni ho iniziato gli studi di pianoforte. Studi classici. Volevo suonare l’organo, ma l’organista titolare era il vecchio sacrestano, quindi…».

Quando ti è venuta la passione per il jazz?
«Fino a 16 anni non lo sopportavo proprio. Trovavo assurdo non seguire la lettura degli spartiti… Poi, approfondendo Bach ho capito che lui improvvisava. Bach unì il virtuosismo italiano – adorava Vivaldi, lo studiava a fondo – l’eleganza francese e il contrappunto tedesco. Ho capito che l’improvvisazione lascia un’impronta unica e irripetibile. Poi ci sono quelli che trascrivono queste improvvisazioni e le studiano. Così, a 17 anni ho iniziato a frequentare un laboratorio di musica jazz. Avevo, vista l’età, anche un secondo fine: a quell’epoca suonare uno strumento era il modo più congruo per conquistare una ragazza!».

Giusto, chitarre, spiaggia, falò, musica…
«Proprio quello! Ho cominciato a indagare, studiare il jazz, il perché da poche note, la melodia, esce un mondo meraviglioso».

Ti sei appassionato anche all’elettronica…
«Sì, amavo la tecnologia che stava arrivando. Ho iniziato con il computer Atari 1040ST, te lo ricorderai, e un expander per ricavare suoni. La mia rivelazione è stato il concerto dei Pink Floyd a Livorno nel maggio del 1989. Mi ci portò un mio grande amico. Conservo ancora il biglietto d’ingresso, pagato 37.500 lire… Lì mi si aprì un mondo. Allora, nemmeno ventenne, volevo essere tante cose, ma mi trovavo a studiare gli autori classici, leggere ed eseguire. Non mi bastava più».

Avevi gettato le basi per il tuo lavoro attuale.
«A 23 anni mi chiamarono a gestire lo studio Fonit Cetra di Perugia. A Milano, dove c’era la casa madre, conobbi Vince Tempera e Ares Tavolazzi. Con Tavolazzi, avrei suonato negli anni successivi… splendido è stato il concerto all’abbazia di Farfa…».

La musica classica però non l’hai abbandonata…
«No assolutamente. La Classica è il Pin della musica. Attraverso di lei puoi accedere a tutto. Prima di un concerto mi faccio sempre una fuga o un preludio, serve a defragmentare il cervello, una sorta di reset. Solo così riesco a improvvisare meglio».

Cos’è per te l’improvvisazione?
«Come stare tra amici, seduti a una cena o a bersi qualcosa, e chiacchierare, dialogare, raccontarsi. Solo che non lo fai con le parole ma con le note».

Prima di parlare de La Linea Del Vento, raccontami dell’insegnamento, altro capitolo fondamentale della tua vita professionale.
«Insegno da trent’anni. All’inizio, visto che non mi vedevo né in banca né nelle forze dell’Ordine come mio padre, per dimostrare ai miei che il musicista era un lavoro a tutti gli effetti, insegnavo per due lire. Dopo essermi laureato (con lode al conservatorio Francesco Morlacchi di Perugia, ndr), ho insegnato nei corsi preaccademici al Conservatorio di Perugia. Nel 2009 ho fondato un’associazione, Piano, Solo, dedicata al pianista Luca Flores (uno dei più grandi jazzisti italiani, morto suicida a 39 anni nel 1995, ndr). È diventata una scuola di musica. All’inizio era soltanto per pianoforte, ora abbiamo tutti gli strumenti. Con 120 ragazzi a Umbria Jazz presenteremo una versione di So What di Miles Davis con 20 chitarre, 8 bassi, fiati, coristi, ecc. Sono di tutti i livelli di preparazione e, alcuni, hanno imparato a suonare in dad (didattica a distanza). È stato un esperimento anche per noi insegnanti. Credo che la dad abbia un vantaggio, farti entrare subito nella parte pratica. Per il resto non va bene perché manca quella comunicazione spontanea che arricchisce la lezione».

Gli allievi di Piano, Solo sono tutti giovanissimi?
«Abbiamo circa duecento iscritti che vanno dai sei ai sessant’anni e 15 insegnanti. All’interno della scuola c’è uno studio di registrazione e sale per tenere piccoli concerti. Di base prepariamo gli alunni per i licei musicali e i conservatori».

Veniamo a La Linea Del Vento. Perché questo titolo?
«La Linea Del Vento è dove va la musica. Mi sono lasciato portare come una foglia che rotola e vola fin dove il vento vuole. Credo sia questo il modo più significativo per raccontarsi. È un disco in piano solo. La sua genesi è casuale. L’anno scorso la scuola era chiusa, come tutte le altre per il Covid19. Mi chiama il fonico che collabora con noi, un ragazzo bravissimo e con una sensibilità estrema. Mi dice: “Alessandro, proviamo quei nuovi microfoni, andiamo in sala d’incisione, tu stai dentro, io fuori a registrare. Tu suona quello che vuoi”. “Ma sei matto”, gli ho risposto. “Cosa suono, siamo tutti a casa, non se ne parla proprio”. Chiuso il telefono ho riflettuto e ho pensato che poteva essere un modo di vincere quell’apatia che mi aveva preso. Abbiamo approntato il tutto, ho cominciato a suonare altre tre del pomeriggio e sono andato avanti fino alle sei e mezza. Dopo alcuni giorni il fonico mi manda un wetransfer con il file della registrazione. Lo ascolto e inizia l’autocritica, l’autolesionismo: per una sorta di timidezza che ho sempre quando si tratta di giudicare me stesso, ho deciso che non era una registrazione all’altezza. Il fonico, invece, ero entusiasta. L’ho chiamato e gli detto: “Cancella tutto non mi piace”. Lui, invece, senza farmelo sapere, l’ha spedito a Claudio Carboni della casa discografica Egea, fondata da Tonino Miscenà. Mi hanno chiamato entusiasti. “Un gran bel lavoro!” mi hanno detto. Così è nato il disco, undici racconti che parlano di me».

Alcuni brani li hai anche suonati in barca con Federico Ortica e Andrea Palombini…
«Sì, conosco Federico da molto tempo. Ho partecipato a Onde Sonore perché l’idea e i progetti che porta avanti Federico li condivido, è quella la direzione. E poi, il vento, il mare, s’intonavano perfettamente al disco, tra l’altro uscito per Egea Le Vele…».

Inizi con Madreterra, poi passi a Ginevra… ma chi è Ginevra?
«Madreterra è una dedica alla mia terra d’origine, la Sardegna (le mie origini sono a Pattada), Ginevra, invece è una cagnolina che ho adottato. Come Charlie Was Here, brano dedicato al mio vecchio amico a quattrozampe che non c’è più. L’ultimo brano del disco, quello più “jazz”, Have You Met Mr. Pongo?, parla dell’altro cane che ho, un trovatello pure lui. Amo gli animali, infatti, una parte del ricavato delle vendite del disco andrà a un’associazione animalista. Gino e l’Olivo, invece, è il ricordo di un anziano agricoltore. Insomma, quando ho suonato in quelle tre ore e mezza, ho davvero ripercorso i miei pensieri più profondi che ho associato a melodie. È la mia linea del vento…».

Parallelamente stai seguendo altri progetti, come Aura Safari
«Aura Safari (qui Sahara) ci sta dando molte soddisfazioni. È la mia parte elettronica, di esplorazione e composizione, un progetto jazz-funk, nato da quattro amici dj con il mio coinvolgimento. Stiamo andando molto bene in Giappone, in Nord Europa, in Gran Bretagna. È un progetto a cui tengo moltissimo, sono l’unico musicista del gruppo e anche uno dei produttori».

Alessandro, per chiudere, riprendendo la prima domanda, cosa trovi nella musica?
«Per me l’importante sono le tracce che tu lasci. In questi anni ne ho lasciate parecchie, dal jazz alla musica per cartoni animati, a quella per film, ai concerti. La musica è una forma di abnegazione, richiede tanto sacrificio per entrare in quel mondo infinito. Sai, sono convinto che Chick Corea quando è morto non era ancora arrivato dove voleva arrivare, perché la musica è un percorso infinito. Infatti, per come la vedo io, il jazz puro ha già dato tutto, è come la musica classica. Bisogna guardare oltre, sperimentare, contaminare per creare nuovi mondi, come faceva Corea, appunto».

Cosa stai preparando ora?
«Sono indeciso tra un disco di piano solo con cover dei Depeche Mode, band che adoro, o uno che riprenda brani dei Metallica, altro gruppo che ho ascoltato tanto. Non sembra, ma ho un animo decisamente rock!».