Riccardo Ruggeri, la libertà di cantare

Riccardo Ruggeri – Le foto nel post sono di Leo Camante

Oggi vi presento un artista che, nonostante faccia il musicista da anni e abbia un background di grandissimo rispetto, ha pubblicato a metà aprile il suo primo disco da solista, Non ci aspetta nessuno (se non miliardi di foto), per Vina Records/ADA Music Italy. Si chiama Riccardo Ruggeri, è piemontese di Biella, ha 42 anni ed è uno che sulla sua voce ha scommesso tutto. Anni di studio, una laurea al Conservatorio di Alessandria in canto jazz e improvvisazione, un master in vocologia, e poi studi ancora più approfonditi di canto funzionale, canto armonico e canto estremo, e una venerazione da ricercatore per Demetrio Stratos e il canto dei pigmei 

In una parola: sostanza. Nella musica, dove l’elettronica, i richiami dance e funk con uno sguardo al miglior pop internazionale sono il filo conduttore. E nei testi stimolanti, provocatori, a uso di una voce con cui riesce a fare praticamente di tutto. Se mettete in cuffia Un POPulista, capirete ciò di cui sto parlando!

Vi consiglio vivamente l’ascolto! E lo suggerirei soprattutto ai tanti trapper e rapper nostrani, specialmente nell’uso sapiente e centellinato dell’Auto-Tune, impiegato per esaltare la vocalità e non per nascondere le incapacità. Avrete capito che il personaggio mi intriga non poco.

Ruggeri è un artista particolare: non cerca il successo ma il pubblico. In base a questa filosofia – corretta per un musicista – persegue una politica di intrattenimento tutta sua. La situazione ideale per esprimersi è la strada, da vero busker, dove può entrare in contatto con chi lo sta ascoltando che si ferma solo perché interessato alla sua musica. La maggior soddisfazione. Ha suonato in molte parti del mondo, all’Ansan Street Arts Festival in Corea, al Nature and Art Festival di Shenzhen, in Cina, al Cirk! in Belgio, Imaginarius in Portogallo, Olla in Austria, Spoffin in Danimarca… tutti grandi festival dedicati agli artisti di strada.

Anche la cover dell’album lo rappresenta, un rinoceronte con un orecchino d’oro, i suoi occhi azzurri e la bocca aperta nell’atto del cantare. Altra particolarità di Riccardo: non sopporta i dischi mono-genere e neppure l’accademismo fine a se stesso. 

Lo raggiungo al telefono in Francia, dove sta portando in giro con una compagnia teatrale uno spettacolo. La telefonata arriva mentre stanno cercando il teatro dove dovranno esibirsi. «Gira di qua». «Ok, ora dritto, il navigatore mi dà così, ecco, ora vai a destra…». 

Riccardo, mi senti? Hai un attimo per me?
«Eccomi! Scusami siamo praticamente arrivati… dimmi pure!».

Ti chiamo per il disco, mi è piaciuto molto. So che non sopporti gli album mono-genere però ci sarà pure un filo conduttore in questi 12 brani…
«Certo, è il canto!».

Come ti è venuta la passione?
«Ai tempi del liceo avevamo dato vita a una band. Suonavo la chitarra, poi, visto che non c’era il cantante, ho iniziato a cantare. L’avevo sempre fatto, ascoltavo i vinili di mio nonno, mi piaceva la voce di Claudio Villa… poi ho conosciuto il lavoro di Demetrio Stratos. È stata una deflagrazione: pensa a quello che ha fatto, una tangente che è partita da John Cage ed è arrivata al Rock’n’Roll. È stato una meteora, purtroppo. Riascoltando i suoi lavori da solista, dentro ho ritrovato e ritrovo i suoi esperimenti vocali, utilissimi in campo didattico. A 18, 19 anni mi mettevo in sala prove cercando di ripetere i suoni che uscivano dalla sua bocca».

Hai studiato anche canto funzionale…
«Lo si ritrova in tutte le didattiche. Si tratta di percepire, sentire la propria voce attraverso tutto il corpo in modo da ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Quando si canta si mettono in movimento catene muscolari lungo tutto il nostro corpo. Non è una tecnica sciamanica ma si tratta di ricerca (la scienza ci è arrivata negli ultimi vent’anni). Praticarla mi ha smontato e ricostruito, cambiato il valore del canto, che diventa ascolto, autopercezione, condivisione. In questo modo il virtuosismo passa in secondo piano…».

Mi è piaciuto molto la cover… ma perché proprio un rinoceronte?
«Da piccolo ero affascinato dal mondo animale, avevo l’album di figurine del Wwf. Poi ho trovato la simbologia dei vari animali. Il rinoceronte rappresenta la resistenza, la pazienza e la precarietà…».

Ti riconosci in lui…
«Tendo ad avere passioni forti e intense che durano un paio di mesi, poi passo a un’altra cosa».

Vieni da Biella. Come si sta in provincia? Zerocalcare nel suo Strapapare Lungo i Bordi, l’ha presentata come una cittadina sonnolenta, triste, scatenando l’ira di tanti…
«Zerocalcare ha toccato l’orticello e le sue chiusure. Ci sono nato, ci vivo, ma ho sempre bisogno di scappare per ritrovare equilibrio e soddisfazione nella piccola provincia. E poi si sta bene: a pochi minuti da casa sono a fare il bagno nel torrente in montagna».

Non hai mai pensato di trasferirti? Che ne so, a Milano, a Torino o a Roma?
«La grande città, a livello di offerte, ha grossi vantaggi. Il fatto è che sono un estimatore del caso e del caos: come l’acqua, che va ovunque e si infiltra dappertutto. La provincia ha muri così alti che, per contro, mi spinge a cercarmi le cose…».

Bella teoria: è uno stimolo per aggirare i tanti ostacoli. Lo fai se proprio lo desideri…
«A 16 anni mi andavo a cercare tantissime cose, facevo concorsi, eravamo riusciti a suonare a Torino, Bologna e Milano!».

Veniamo ai brani: Io non sono figlio di Maria, intesa come la Madonna?
«Ma no! Io non sono Figlio di Maria, intesa come la De Filippi. Non ho mai provato il mondo dei talent, per quanto trovo sia efficace. Però non lo farei mai perché mi è sempre piaciuto il valore sociale della musica. Il dover dimostrare quanto si vale non è nelle mie corde: forse è meglio fare quello che ci fa stare bene. Il titolo e un po’ un gioco, ricordi la vecchia cantilena chi fa la spia non è figlio di Maria? Ebbene, voglio essere una spia, intesa come segnale che si accende per segnalare problemi, anomalie…».

Quindi questo disco che cos’è per te?
«Una necessità, avevo bisogno di creare quel tipo di accrocchio di generi. Tutto però si riconduce alla mia esigenza di creare qualcosa legato a una sensibilità condivisa. Come nei miei progetti, ad esempio con i Syndone, band prog rock di Torino (decisamente e meravigliosamente prog!, ascoltateli, ndr) o con Le Lavatrici Rosse (duo con il batterista Andrea Beccaro, con cui canta Giovinezza, brano contenuto nel disco, ndr)».

Una canzone diversa dall’altra quanto a stile e modo di interpretarla…
«Mi sono concesso un momento di libertà creativa, dove non avevo vincoli nello scrivere, basandomi solo sui periodi in cui li ho composti».

Cosa ti aspetti dall’album?
«Di dare una visione sincera semplice di quello che mi piace, arrivare a comunicare in modo intimo con chi mi ascolta. Un condivisione di esperienze e sensibilità. Non ho aspettative commerciali».

Avete fatto anche dei vinili?
«Per ora solo una piccola tiratura di Cd e la versione digitale, ovviamente. Il vinile è una spesa troppo elevata. Ci sarà comunque un secondo tempo, ho già venti brani pronti!».

Deciso appuntamenti live?
«Stiamo organizzandoci. L’estate è l’occasione per sperimentare… il lavoro grosso sarà in autunno, nei club».

Ti definisci, con orgoglio, un busker…
«È la forma di live che preferisco in assoluto. Il busking è post social, mi piace, mi fa impazzire suonare per strada, perché cade tutta la finzione del palco. La strada è spietata, nessuno ti aspetta. Si ferma ad ascoltarti solo chi ritiene che sei degno d’ascolto. È libertà per il musicista e per l’ascoltatore, una palestra di vita. E poi ci si muove facilmente. Prendo la mia orrenda Multipla, carico il borsone con gli strumenti e parto… è un senso di libertà totale!».

Interviste: Ilaria Pilar Patassini e la “persona armonica”

Ilaria Pilar Patassini – Foto Paolo Soriani

È da un po’ che mi frulla in testa il significato di “persona armonica”. Affermazione – pertinente – letta su un delicato addio, scritto e pubblicato su Facebook, a David Sassoli, ex Presidente del Parlamento europeo, mancato lo scorso 11 gennaio. L’autrice del post è un’artista brava, colta, bella, una di quelle persone che non sono mai soddisfatte di conoscere, capire, farsi domande. 

Si chiama Ilaria Pilar Patassini, figlia degli anni Settanta, una della generazione di mezzo, con tutti i dubbi, gli interrogativi e la voglia di essere parte attiva della vita. Il concetto di “persona armonica” mi ha colpito per la sua verità, perché in sé, quelle due semplici parole, raccolgono un universo di sfaccettature, tante stelle preordinate alla grandezza, alla bellezza e al senso di infinito. “Armonico” per una musicista come Ilaria è un vero e proprio stile dell’essere. 

Nel settembre del 2019 ha pubblicato Luna in Ariete, album interessante, costruito sul numero tre e sui suoi multipli (ascoltate Nessun tempo si perde!). «Un lavoro di tre anni», mi racconta. «Nel frattempo sono rimasta incinta: non ti esplode solo la pancia, ma tutto quanto!». Così l’ha concepito seguendo la sua gravidanza. Qui Il suono che fa l’Universo, merita! Nove canzoni, che scandiscono, mese dopo mese, l’esperienza dell’attesa. Il disco dura 39 minuti e 39 secondi… All’album, registrato tutto in presa diretta, avrebbero dovuto seguire non solo i live ma anche altri sei videoclip, oltre ai tre realizzati, ma la pandemia, anche in questo caso, ha fatto il suo lavoro. Se tutto andrà bene potrete trovare comunque molte di queste canzoni in un calendario di live auspicati per la prossima stagione estiva e poi ancora in quella invernale. A dicembre dello scorso anno ha pubblicato anche un piccolo tesoro in musica, Ilaria y el Mar, un EP di sei brani, tutti cantati dal vivo, dove si riconnette con la musica dell’emisfero Sud, tango, milonga y pasión, con chitarra, violoncello, viola, violino e con Daniele Di Bonaventura al bandoneon. Ascoltate Los Pájaros Perdidos, coinvolgente brano di Astor Piazzolla…

Mentre scrivo, al solito, mi accompagna la musica. Mi serve per concentrarmi ma anche per nutrirmi. La musica dilata il tempo, lo modifica nella percezione. Ora ho in cuffia l’ultimo lavoro di Ethan Inverson, l’ex pianista e cofondatore dei The Bad Plus, trio jazz americano del Midwest. Alcuni giorni fa Ethan ha pubblicato il suo ultimo lavoro, Every Note Is True in collaborazione con il contrabbassista Larry Grenadier e quel sommo batterista che è Jack DeJohnette

Il titolo dell’album e il progredire dei brani mi ricordano la lunga chiacchierata che ho fatto settimana scorsa con Ilaria. Più di due ore a parlar di musica ma soprattutto di armonia, su cui si fonda la musica (ne discutevano “ennemila” anni fa i filosofi greci da Aristosseno di Taranto a Platone, ai pitagorici) ma sulla quale si dovrebbe anche basare l’esistenza di ognuno di noi… Ci sono parole che per Ilaria sono pietre angolari e che ricorrono spesso durante l’intervista. Biodiversità culturale da contrapporre alla monocoltura, prevenzione (leggi educazione) per diventare persone migliori, dimensione politica anche nella musica, pluralismo contro individualismo, comprensione dell’arte attraverso la sedimentazione della stessa, complessità contro semplicità, compromesso politico, nel senso originale del termine latino, e cioè l’onore di una promessa condivisa… 

Ilaria, partiamo proprio da David Sassoli, persona armonica…
«Sassoli mi ha sempre colpito, perché nella sua vita si è schierato senza mai essere divisivo. Aveva scelto da che parte stare, rispettando sempre l’altro».

È un problema di cultura, che viene da lontano. Oggi, probabilmente, stiamo raccogliendo i cocci di un mondo diverso, dove dominano improvvisazione e individualismo, non armonia ma note singole…
«È un discorso lungo, anche perché se parliamo di musica in senso stretto, oggi si continuano ad ascoltare cose bellissime e lodevoli, ma di fatto, andando indietro negli ultimi trent’anni, l’avvento di una cultura più superficiale, diffusa e cavalcata dalle televisioni commerciali, quell’edonismo innestato nei rapporti economici, quel senso di libertà letto in “faccio quello che mi pare”, ha creato uno sdoganamento dei rapporti sociali, facendo cadere tutti i protocolli sociali e culturali – io, invece, adoro i protocolli! – facendo sì che in Italia si creasse soltanto un’estesa monocoltura. Il terreno s’è inaridito. C’è bisogno di biodiversità in tutto, in natura, nei rapporti sociali e anche nella musica. X Factor non è il male, il problema è che manca tutto il resto».

È un’osservazione che mi hanno fatto molti altri artisti. Ci vorrebbe una coscienza maggiore di chi tiene le redini del Paese, soprattutto dopo due anni di pandemia e restrizioni…
«Ricordi quando Giuseppe Conte in una conferenza stampa, parlando del rilancio e degli aiuti ai lavoratori, se ne uscì con quella frase infelice definendoci “I nostri artisti che ci fanno tanto divertire”? Se chi ci rappresenta è lo specchio di ciò che siamo, la dice lunga su quello che noi stessi pensiamo del ruolo dell’Arte in questo Paese. In tempi diversi, anche una canzone come Fin che la barca va, di Orietta Berti, era un contraltare a qualcosa d’altro che esisteva…».

José Saramago nel suo Ensaio Sobre a Lucidez, 2004 – famosa l’epigrafe: Uivemos, disse o cão (Ululiamo, disse il cane) – poneva domande di non poco conto sulla natura egoista, passiva e indifferente dell’uomo. Come del resto Zygmunt Bauman nella sua società liquida, uniformata, consumista…
«La musica non è esente da questi cambiamenti. Su Spotify puoi ascoltare tutto il possibile, hai il mondo a disposizione. In realtà finisce che non ti fermi su niente e prevalgono gli ascolti uniformati».

Gli algoritmi ti mostrano quello che tu hai cercato, quindi finisci in un loop senza fine…
«Gli artisti che stanno pagando il prezzo più caro siamo noi, quelli della generazione di mezzo, nati nella seconda metà degli anni Settanta. Perché abbiamo la conoscenza di come si faceva musica prima dell’algoritmo ma non abbiamo ancora raggiunto le solide basi di chi ora ha una carriera affermata. Tornando a oggi: il consumo dell’arte è utile quando lo faccio sedimentare, ascolto, vedo, ammiro più volte una canzone, un dipinto, una scultura… Se si è privi di questo processo di elaborazione si va incontro a una precarietà – anche sentimentale – dove non sai mai come comportanti, non sai chi sei, che cosa vuoi…».

E ritorniamo all’armonia, che manca…
«È necessario tendere all’armonia delle parti, avere, cioè, una visione d’insieme di sé e della realtà. Ciò implica una certa complessità – è importante la complessità – mentre oggi la via maestra e più rapida alla soluzione di ogni problema sembra essere la semplificazione estrema, perché la nostra capacità di concentrazione è sempre più frammentata, ci stanchiamo presto di elaborare. Il punto è che il pensiero è “faticoso” per sua natura, così come la democrazia o i rapporti personali, costruire è faticoso perché lo è spesso il comprendere, ma se gettiamo la spugna, se non restiamo “allenati” alla comprensione ci si atrofizzeranno sinapsi e muscoli pensanti, vale a dire un disastro! Ricordo che da bambina mi piaceva ascoltare Madonna – con somma disperazione dei miei – e mi rendo conto che oggi anche una canzone come Live to Tell  (dall’album True Blue, 1986, ndr) non passerebbe mai in radio: troppo articolato, troppo lunga, troppo complessa, figuriamoci che fine farebbe una cosa come The Wall…».

Tra i nuovi, quali artisti ti piacciono dell’urban mainstream?
«Mahmood e Madame sono due artisti senza ombra di dubbio, sono riusciti a fare tesoro del cambiamento digitale senza perdere contatto e consapevolezza delle radici o dell’importanza della preparazione tecnica, hanno buoni testi, eppure anche loro cadono in quello che oggi è il vero tema: nelle loro parole non esiste il plurale. La musica è costruita in dimensioni private, creata e racchiusa nella propria cameretta. Non si può imputare loro una colpa, abbiamo grosse responsabilità nei loro confronti ma di fatto esiste una grande povertà di argomenti e ogni cosa tende a un privato condiviso, solipsistico. Pensa che apprensione ora, che si sta parlando sempre più di Metaverso, un altro te, atrofizzato, privo di olfatto e di tatto. Non è possibile staccarsi dai sensi biologici. Fa paura pensare a un futuro vissuto da avatar».

Insegni canto a Officina Pasolini, un buon osservatorio sui giovani…
«Attraverso il mio laboratorio ho un contatto diretto con dei ragazzi giovani, a volte giovanissimi, ci sono talenti bellissimi. Poi penso a mio figlio, è molto piccolo, come sarà il mondo quando crescerà? Di sicuro mi rifiuterò di consultare il registro elettronico a scuola. Bisogna responsabilizzare i ragazzi. Devono sapere che se non vanno a lezione o per qualsiasi loro azione, ci sono conseguenze. Non si può farli vivere prevedendo tutte le loro esperienze, buone o cattive. Da una persona deresponsabilizzata cosa puoi pretendere?».

Dovremmo insegnare molte cose e in maniera diversa alle nuove generazioni…
«La musica e l’arte possono e devono essere usate anche come cura e prevenzione, sono un alfabeto essenziale per la salute psicofisica nella crescita dell’essere umano. In tutte le scuole, soprattutto in quei luoghi dove i disagi sociali sono molto forti, si dovrebbe costituire un coro di voci bianche: per tornare al concetto di persona armonica, Sassoli non veniva da un quartiere periferico di Roma, tutt’altro, ma ha avuto la possibilità di fare esperienze, di elaborare le critiche, di crearsi una conoscenza supportata…».

Ilaria Pilar Patassini – Foto Paolo Soriani

Veniamo a te: tornerai a fare concerti?
«Se tutto va come deve andare, sì! Ad aprile mi metterò finalmente in viaggio. Ogni volta che succede per me è elettrizzante, ritorno ad avere 8 anni, pronta a scoprire il mondo. Entro in contatto con tanta gente, ma cantare per mille, cento, dieci o due persone mi dà la stessa gioia. Poi sì, visto il periodo, non posso pretendere che ritorni tutto come prima. Si tratterà, probabilmente, di usare un compromesso, altra parola che mi piace perché la politica si fa con i compromessi, intesi nel loro originario significato, onorare una promessa condivisa per conservare quella tensione verso l’armonia. Stiamo mettendo a punto le date. Sarò in duo con il pianista Roberto Tarenzi, un recital dove ci sarà spazio per canzoni e suoni che amo, dal jazz alla canzone d’autore ».

Dove hai iniziato a cantare?
«Ho frequentato la Scuola Popolare di Musica del Testaccio a Roma, avevo 16 anni. Mi dicevano che essendo molto versatile avrei potuto fare tutto, jazz, classica, musica barocca, brasiliana: sembrava divertente invece è stata una “croce” con cui mi sono pacificata da poco. Mi sono iscritta successivamente al Conservatorio e mi sono laureata in canto, anni dopo ho preso un altra laurea in Musica da Camera. Sono una “schizofrenica”, ho tante personalità, faccio tante cose, canto, compongo, sto preparando per la televisione svizzera uno speciale su Pierpaolo Pasolini (il prossimo 5 marzo sarà il centenario della nascita, ndr), dove canterò due canzoni con testi firmati dello stesso Pasolini e una sorta di monologo-spoken word di Giovanna Marini, sarò nei prossimi giorni su Radio1, a Stereonotte Brasil, insieme a Max de Tomassi a parlare di Elza Soares (mancata a 92 anni il 22 gennaio scorso, ndr), una donna meravigliosa, lei sì una vera persona armonica, ha vissuto cinque vite!».

Che musica ascolti?
«Tanta, ma uso lo stesso metro dei libri, se le prime note (o pagine) non mi piacciono non mi impongo l’ascolto (lettura) fino in fondo. Se mi “acchiappa” ascolto, riascolto e poi ancora e ancora… Tra gli artisti che reputo interessanti ci sono Fulminacci, Giovanni Truppi – come non volergli bene- , La Rappresentante di Lista e poi – tra i tesori ancora un pò nascosti – il siciliano Giuseppe Di Bella, la veneta Erica Boschiero. Ma riascolto anche tantissima musica, gli ultimi riascolti che ho fatto sono stati la musica meravigliosa di Henry Mancini e alcuni dischi di Cassandra Wilson. Poi capita anche che ascolti per una settimana di fila il Winterreise di Schubert. L’importante è che quella musica, quell’artista mi fornisca un punto di vista diverso sul mondo, che lo rende tale. L’artista vede quello che gli altri non vedono. Ricordo che, un milione di anni fa, un’altra era geologica, partecipai alle selezioni per Area Sanremo. Come cover portavo C’è Tempo di Ivano Fossati. Mi sentivo fuori contesto in questo circo Barnum dove regnava una grande confusione. L’unica persona con cui legai fu un ragazzo alto che camminava ciondolando, vestito in modo strano. Mi disse che aveva cucito lui stesso quello che indossava. Mi chiese quale canzone stessi portando. Gli risposi. Domandai anch’io e lui mi disse: “Tanti Auguri, modulato in varie tonalità”. Lo ascoltai da dietro le quinte e trovai la sua esibizione geniale. Rimasi sgomenta non tanto perché non presero me ma perché non scelsero lui».