Enrico Intra e Paolo Rossi, improvvisazione a Milano

Enrico Intra – Foto Pino Ninfa

L’inizio della nuova stagione de L’Atelier Musicale, arrivato alla 28esima edizione, rassegna jazz che si tiene all’Auditorio Giuseppe Di Vittorio, presso la Camera del Lavoro di Milano, mi ha offerto l’occasione di fare una chiacchierata con i due artisti che si esibiranno nel concerto inaugurale di sabato primo ottobre alle 17:30, Enrico Intra e Paolo Rossi. Entrambi suoneranno in trio, il maestro Intra con Caterina Crucitti al basso elettrico e Tony Arco alla batteria, l’istrione Rossi con i suoi affiatati musicisti, Emanuele Dell’Aquila alla chitarra e Alex Orciari al contrabbasso. Un doppio trio, che si spera possa diventare un formidabile sestetto, per uno spettacolo, Ciao Enzo, dedicato a Jannacci, sintesi perfetta di musica e cabaret, amico di entrambi. Continua a leggere

Milano: Giovanni Nuti canta tra Alda Merini e Milva

Giovanni Nuti – Foto Giovanni Di Duz

Non occorre che io mi sieda sul letto
A rivedere i sogni perduti
Basta guardare gli occhi di Milva
E vedo la mia felicità
Coloro che pensano che la poesia sia disperazione
Non sanno che la poesia è una donna superba
E ha la chioma rossa
Io ho ammazzato tutti i miei amanti
Perché volevano vedermi piangere
E io ero soltanto felice

I versi di Alda Merini dedicati a Milva riassumono bene quello che è stato il sodalizio – breve ma intenso – tra la poetessa e la cantante. Due donne che hanno nobilitato Milano, dotate di una acuta intelligenza, capaci di forti disperazioni e di altrettante gioie, il cui percorso artistico è stato accompagnato da calvari personali laceranti. Due donne che hanno tratto da questi immensi dolori, l’una i ricoveri negli ospedali psichiatrici, l’altra le profonde depressioni, linfa per la parola e il canto… Continua a leggere

Marisa Monte a Milano: trionfo e resistenza poetica

Marisa Monte in concerto – Foto Leo Aversa

Un concerto di Marisa Monte è sempre un evento per chi ama il raffinato e inconfondibile suo pop tropicale, che possiamo benissimo definire Nuova Musica Popular Brasileira, perché di questo si tratta. Attenzione maniacale agli arrangiamenti, musicisti di prim’ordine, e poi quella voce che incanta e avvolge. Cuica, cavaquinho, surdo, tamborim, sono strumenti che non mancano mai nella tavolozza musicale di Marisa, anzi, servono a esaltare il legame con la sua terra d’origine attraverso un’eleganza stilistica senza pari.

Ieri sera, prima data del tour europeo che la porterà in Francia, Spagna, Portogallo, Belgio, la musicista, compositrice e producer carioca ha portato sul palco il suo spettacolo onirico che si rifà, di base, al suo ultimo lavoro uscito lo scorso anno, Portas. In occasione dell’uscita dell’album l’avevo intervistata, qui se volete andare a rileggere il post.

Unica nota dolente e poi passo ad alcune considerazioni: inizio del concerto ovattato e impastato, suono piatto, chiaramente qualcosa non andava. Per fortuna, grazie alla bravura dei musicisti e dei tecnici dopo tre brani fuori registro lo show è decollato. Un crescendo con lei mattatrice, la tiara tra i capelli che  brillava sotto i riflettori, i cambi d’abito in scena, la presentazione accurata della band.

Ecco, dunque, il sessantanovenne bassista Dadi Carvalho, uno che ha fatto la storia del rock brasiliano suonando con i Novos Baianos e i Barão Vermelho, inciso con Mick Jagger e ispirato Caetano Veloso nella composizione di O Leaozinho. E ancora, il chitarrista Davi Moraes, figlio del compositore Moraes Moreira, il batterista Pupillo ex dei Nação Zumbi,  il percussionista Pretinho da Serrinha, uno dei più gettonati autori di Samba in circolazione, quindi Chico Brown: «Sono la sua zia, ha raccontato Marisa al pubblico, l’ho visto nascere e crescere». Chico è il figlio di Carlinhos Brown, che assieme a Marisa e Arnaldo Antunes fanno il trio Tribalistas, nonché nipote del mitico Chico Buarque de Hollanda. È anche coautore di tre brani di Portas. E poi la sezione fiati, Antonio Neves (trombone), Eduardo Santanna (tromba e flicorno) e Lessa (flauto e sax), perfetti nel loro ruolo, animo soul e funk della band.

Ai brani di Portas Marisa ha inserito suoi rodati cavalli di battaglia, come Maria de Verdade, scritta da Carlinhos Brown dall’album Verde, anil, amarelo, cor-de-rosa e carvão del 1994, Vilarejo, da Infinito Particular del 2006, scritto con Arnaldo Antunes e Carlinhos Brown, Ainda Bem, dall’album O Que Você Quer Saber de Verdade, la splendida Vento Sardo composta assieme a Jorge Drexler, l’altrettanto ispirata Dança da Solidão (vi consiglio l’ascolto della versione cantata con l’autore, Paulinho da Viola)… Non poteva mancare l’aggancio con i Tribalistas, fortunata super band composta da Carlinhos Brown, lei e Arnaldo Antunes, con una travolgente Já sei namorar, che ha fatto scattare in piedi la platea.

Marisa Monte in concerto -Foto Leo Aversa

Un lavoro che contiene musica ma anche un profondo significato che ritrovate nell’intervista fatta lo scorso anno: musica come cultura, musica presidio civile, resistência poética all’imperante imbarbarimento e populismo in cui il Brasile è piombato dopo l’avvento di Jair Bolsonaro alla presidenza della Repubblica. Le persone hanno bisogno di vedere e ascoltare “il bello”, etica ed estetica della musica come valore sociale.

Ed è quello che ha fatto ieri sera Marisa Monte al Teatro degli Arcimboldi: uno spettacolo dove poetica, bellezza, buona musica hanno donato due ore d’energia positiva. La riprova di quanto vi sto dicendo è stato il bis del bis: lei da sola, senza musicisti sul palco a intonare la splendida Bem Que Se Quis (la versione brasileira di E po’ che fa’  di Pino Daniele). Solo voce, forte, cristallina, a cappella insieme al suo pubblico. Mentre lasciava il palco, in platea hanno continuato a cantare fino all’ultima parola della canzone. Attimo di silenzio, mentre il sipario si chiudeva. 

Un atto forte che solo pochi artisti possono permettersi: la musica trascende il musicista, diventa condivisione universale. Il palco è lo stesso pubblico, è la musica la protagonista, non l’artista. Presidio civile, resistenza poetica…

Nota di servizio: Marisa Monte sarà in concerto a Cagliari, al Teatro Massimo il 18 giugno, e a Perugia il 9 luglio all’appuntamento di Umbria Jazz.

Ferdinando Faraò: l’Artchipel Hub? Coinvolgimento culturale

In questi mesi su Musicabile, attraverso le tante interviste che vi sto proponendo, avete letto di quanto sia difficile per un musicista “fuori dal coro” raggiungere i suoi potenziali ascoltatori. Prevale la musica mainstream, come è normale. Però, di fatto, la musica che si ascolta per lo più via radio o App è sempre quella roba lì, facile, di presa immediata, che non fa pensare, in genere molto individualista, per nulla aperta ai sentimenti degli altri.

Dalla collettivizzazione della musica, intesa come luogo di lotta, riscatto, esperimento sociale, in una cinquantina d’anni siamo arrivati alla solitudine narcisistica, tradotta in cameretta, computer e sofferenze egoreferenziali. Trasfusione di emozioni individuali, archetipi di sofferenza egocentrica diventano specchio di una società sola e ingabbiata, nonostante, grazie alla tecnologia, abbia il mondo ai suoi piedi.

Capirete bene che, dopo aver letto una mail inviatami da un bravo collega e amico che lavora nella comunicazione jazz, in sui si annunciava che a Milano verranno proposti tre laboratori musicali aperti al pubblico nei quali poter assistere a prove ma anche al processo creativo di un brano con la condivisione attiva del pubblico, mi si è accesa una candelina di speranza.

La musica è un linguaggio e in quanto tale, va coltivato. Se non lo “parli” non puoi pretendere di capirne il significato. Per poter dialogare bisogna, dunque, studiare. Parola piuttosto desueta, perché lo studio implica concentrazione e fatica.

I protagonisti di questo esperimento sociale, iniziato quattro anni fa, interrotto poi dalla pandemia che vede tre appuntamenti (il 14 marzo, l’11 aprile e il 16 maggio) sono la Artchipel Orchestra e il suo fondatore e direttore Ferdinando Faraò che danno vita al progetto Artchipel Hub.

Chiacchierare con Ferdinando è un piacere. Aperto, tranquillo, idee chiare e, soprattutto, un ottimismo contagiante. Viene da una famiglia musicale: il fratello Antonio e il cugino Massimo sono due importanti pianisti jazz. Anche i suoi due figli hanno seguito la via della musica: Naima è una cantante, voce nell’Artchipel Orchestra, mentre Lorenzo è un sassofonista e suona nella Mephisto Brass Band.

Di suo Ferdinando ha all’attivo numerosi progetti, a partire proprio dall’Artchipel Orchestra, una delle orchestre jazz più seguite del nostro Paese. Nata nel 2010, ha pubblicato quattro album Never Odd or Even (con il chitarrista Phil Miller), Artchipel Orchestra Plays Soft Machine, To Lindsay: omaggio a Lindsay Cooper e Truly Yours: musica di Phil Miller, grazie ai quali l’Artchipel ha vinto numerosi premi e si è fatta conoscere all’estero.

In tutti questi anni sono stati numerosi i grandi nomi del jazz internazionale e della musica prog sperimentale che hanno suonato con l’Archipel, dal compianto tastierista Keith Tippet che suonò con i King Crimson e con i Centipede, alla cantante Ingrid Sertso e a quel fantastico e creativo percussionista brasiliano che risponde al nome di Cyro Baptista

Ferdinando Faraò – Foto Fabio Volpi

Stasera parte l’Artchipel Hub al Garage Moulinski di via Pacinotti a Milano…
«Sì, riproponiamo l’iniziativa dopo quattro anni. Vogliamo andare oltre il normale tragitto che fa la musica per arrivare all’ascolto. Credo sia importante per il pubblico conoscere anche cosa succede a monte di un disco o un di concerto, vedere e capire come nasce un brano. L’incontro è uno stimolo reciproco, per chi fa musica e per chi ascolta».

Come si svolgeranno le tre serate?
«Eseguiremo e analizzeremo musiche di numerosi autori,Jonathan Coe, John Greaves, Misha Mengelberg, Mike Westbrook, Keith Tippett, Hugh Hopper, Mike Oldfield, Phil Miller, Lindsay Cooper, Robert Wyatt, Mike Roatledge, con gli arrangiamenti per orchestra curati da me, Beppe Barbera e Francesco Forges. Si inizierà con un breve concerto per passare alla seconda parte: la prova di un brano aperta ai musicisti presenti in sala che si sono registrati per la serata. Abbiamo avuto una decina di richieste di partecipazione, tra queste un’arpista, un trombettista, un violinista, un susafonista, più altri suonatori di fiati. Per l’orchestra è un momento importante, perché ci permette di conoscere nuovi musicisti e di ampliare l’organico».

Sono tutti giovani?
«Hanno un’età media compresa tra i 25 e i 35 anni».

E la terza parte?
«È una seduta di improvvisazione totale dove tutti possono partecipare e dove viene coinvolto anche il pubblico. Sono momenti importanti, può accadere di tutto, anche reading improvvisati di poesie. C’è il musicista professionista, l’amatore o chi, tra il pubblico, ha voglia di intervenire in una sorta di happening dove tutti contribuiscono a creare un momento musicale costruito dal nulla».

Torniamo all’orchestra e al suo ruolo. Questi approcci “informali” alla cultura musicale sono molto utili, non sarebbe il caso che il format venisse condiviso?
«Crediamo molto a questo nostro progetto. Se riuscissimo costruire un coordinamento nazionale tra le tante orchestre che esistono in Italia si creerebbe un volano incredibile. Ce ne sono tante che fanno lavori meravigliosi».

Una maggiore “incisività musicale”!
«Per sua natura l’orchestra si presenta come un collettivo inclusivo, c’è la voglia e la forza di fare qualcosa insieme, al di là dell’istrionismo personale. Nella loro diversità i musicisti si armonizzano tutti insieme».

La Artchipel Orchestra in concerto – Foto Roberto Priolo

Fare tournée, muovere tante persone non è facile…
«Ci sono alcuni problemi intrinsechi nell’organizzare un’orchestra, la logistica è il principale: riuscire a muovere da un luogo a un altro tanta gente non è facile. L’orchestra è come un elefante quando si muove».

Una soluzione potrebbe essere una sorta di coordinamento tra le orchestre.
«Non esiste ancora. Qualche anno fa l’Associazione Jazz Network di Bologna aveva organizzato un incontro tra i vari direttori di orchestra. Ci siamo confrontati, è stato un primo passo interessante ma manca ancora un coordinamento che, per esempio, indica un censimento nazionale delle orchestre. Molte di queste sono ”regionali”, cioè organizzate e sovvenzionate da enti locali, ma ce ne sono altrettante, se non di più, indipendenti. Solo a Milano ce ne sono quattro o cinque».

Una questione dirimente…
«Certo, manca una volontà culturale, una coscienza da parte degli addetti ai lavori, non di tutti, ovviamente, dell’importanza sociale e formativa che riguarda soprattutto i giovani. Le orchestre possono avere un grande appeal per i ragazzi, perché non sono esclusive ma, al contrario, inclusive. Sono una presa di coscienza, anche politica, di sostegno economico, creano socialità…».

Il jazz è considerato esclusivo, anche se è nato dal basso come musica popolare aperta a tutti…
«Sì, è visto proprio così, perché il gusto delle masse è omogeneo. Si preferisce andare sul profitto invece di aprire a realtà fuori da logiche di mercato così strette. Il jazz in Italia annovera tantissimi musicisti, c’è dunque spazio per costruire e non essere condizionati dai criteri commerciali del momento».

Ti sei formato al mitico Capolinea, locale milanese dove si sono esibiti i più grandi nomi del jazz mondiale da Art Blackey a Chet Baker, da Miles Davis a Chick Corea. Suonarono anche Pino Daniele e il Banco del Mutuo Soccorso… Ora è un po’ più difficile trovare luoghi di “coesistenza culturale” come questi.
«Tra la fine degli annI Settanta e gli inizi degli Ottanta Milano contava 15 locali. Oggi c’è Il Blue Note che fa bene le sue cose, è la punta di diamante, locale sui generis con concerti bellissimi. Però non c’è quella socialità tra musicisti come c’era al Capolinea. Qui  mi sentivo a casa, incontravo tanti artisti, imparavo, mi confrontavo. Oggi ci sono poche opzione, il Garage Moulinski, appunto, il Bonaventura Music Club… La differenza è che trent’anni fa il pubblico era più generalista, ascoltava tanta musica diversa. I locali oggi non hanno più quella massa di persone interessate. Ma non dobbiamo piangerci addosso: ci sono pochi locali ma tanti musicisti!».

Che potrebbero invertire la situazione…
«Se si comprende che ciò che conta sono le idee e la volontà di fare qualche cosa. C’è troppo individualismo, e non va bene, ci sono tanti confini, cosa umana e inevitabile. Noi da parte nostra ce la mettiamo tutta. L’importante è capire – e qui subentra la ragione – che i confini sono permeabili. La pandemia avrebbe dovuto insegnarcelo. Il sistema attuale può funzionare, ma dopo un po’ l’atmosfera si fa asfittica. Guardo i miei figli, Naima e Lorenzo: hanno deciso di lavorare con la musica, credo molto in loro. Appartengono a quella schiera di giovani artisti che si danno un gran daffare, sono persone proattive che vivono e sopravvivono di musica».

“Tango Macondo”, una storia fantastica a suon di folklore

 

Sono stato al Teatro Carcano di Milano a vedere Tango Macondo, favola ricca di fantasia, cuore e musica di Giorgio Gallione, prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano, con le musiche (e la presenza sul palco) di Paolo Fresu (flicorno e tromba), Daniele di Bonaventura (bandoneon)  e un incredibile Pierpaolo Vacca (organetto).

Ispirato al libro di Salvatore Niffoi Il Venditore di Metafore (Giunti, 2017), più che una classica piece teatrale è una epica, fantastica, spettacolare narrazione, grazie alle scenografie di Marcello Chiarenza, alla bravura degli interpreti, personaggi che si “rubano” la parola senza interagire tra di loro, diventando narratori di un vorticoso e audace racconto che cattura, stimolando la parte fanciullesca del pubblico. Ugo Dighero, Rosanna Naddeo e Paolo Li Volsi sono i felici interpreti mentre Luca Alberti, Alice Pan, Valentina Squarzoni e Francesca Zaccaria, del DEOS, il Danse Ensemble Opera Studio di Genova, i danzatori.

Tutti sul palco, attori, musicisti, ballerini a ricreare una storia che parte da Mamoiada in Sardegna (il paese del Carnevale e dei Mamutones) e finisce in Argentina in un villaggio che Mataforu, assieme all’amore della sua vita, Anzelina Bisocciu, costruiscono e chiamano Macondo (il riferimento al paese inventato di Gabriel García Márquez in Cent’anni di Solitudine, aumenta nello spettatore i desideri di miti, terre lontane, avventure…). In questo mondo parallelo dove si alternano risate e tragedia, ci sono i tre musicisti, pilastri immobili a costituire un triangolo narrativo ed evocativo. Il flicorno e la tromba di Paolo Fresu fanno da collante all’organetto di Pierpaolo Vacca e al bandoneon di Daniele di Bonaventura.

Ora che vi ho raccontato il mio spettacolo (vivendo un’ora e mezza nel fantasy ogni singolo spettatore ne esce con una sua versione di quanto visto e sentito), faccio un breve approfondimento su una terra a me più familiare, la musica, parlando del disco che è uscito parallelamente alla piece teatrale e che porta lo stesso titolo, Tango Macondo, uscito per la Tŭk Music. L’occasione per i tre musicisti di eseguire i temi dello spettacolo, con ampi spazi per il folklore sardo, e includere anche brani ampiamente codificati del tango argentino. L’intelligenza di Fresu, artefice dell’operazione, è quella di aver inserito tre perle rare in questa collana di note, sia per la loro bellezza sia per le interpreti scelte, tutte italiane.

La prima in ordine di ascolto è Alguien Le Dice Al Tango, brano di Astor Piazzolla su testo di Jorge Luis Borges, interpretata da Malika Ayane; la seconda El Día Que Me Quieras, scritta da Carlos Gardel nel 1934 su un testo del giornalista e drammaturgo Alfredo Le Pera del 1919, cantata da Tosca (a proposito: se siete a Milano l’8 novembre, andate ad ascoltarla al Teatro Parenti, dove porterà in scena il suo ultimo album, Morabeza, con la direzione artistica di Joe Barbieri, uscito nel 2020 e per il quale ha vinto due targhe Tenco,). La terza è una incredibile versione di Volver, brano composto sempre da Gardel e sempre nel 1934 con le parole di Le Pera, eseguita da una cristallina Elisa. Da ascoltare e riascoltare. Buon weekend a tutti…

Musica e natura/ Liberi come falchi? Forse, ma…

Ho un collegamento giornaliero a cui non rinuncio. Pensate pure che sia naïf o freak, però, seguire la nascita e la crescita di tre esemplari di falchi pellegrini, nati in cima al tetto del Pirellone, uno dei simboli di Milano, è stato, ed è, rigenerante in un momento particolare come quello che stiamo vivendo.

I tre piccoletti sono figli di Giò e Giulia, due magnifici esemplari di Falco “peregrinus”, chiamato così perché il colore delle piume in testa li fa assomigliare ai cappucci usati dai pellegrini in altri secoli, e battezzati così in onore di Giò Ponti, l’architetto che ha progettato il Pirellone, e della di lui moglie.

Fantasie a parte, la coppia è stata avvistata tre anni fa durante i lavori di ristrutturazione del tetto del palazzo. Qualcuno in Regione ha fatto costruire un nido e ci ha messo una webcam per seguire la vita di questa famigliola ignara di trovarsi in un Big Brother per pennuti.

Permettetemi un’altra precisazione sul rapace in questione, alla stregua dei freddi elenchi di prestazioni di una supercar: velocità massima 320 km/h, apertura alare fino a 120 cm, lunghezza fino a 58 cm, visibilità garantita, tre chilometri.

Detto ciò, vi domanderete se siete atterrati per sbaglio in un blog per aspiranti ornitologi. Il punto è che la vista da lassù, l’arrivo della madre che porta il cibo a questi tre, che ormai appaiono ogni giorno che passa sempre più dei robusti giovanotti/e pronti/e a spiccare il volo, stimola riflessioni. In questo momento anche noi ci troviamo nel nostro nido, tentiamo di riaffacciarci al mondo, cerchiamo la libertà del poterci librare di nuovo in aria, ci sentiamo pronti a spiccare il volo di nuovo… eppure restiamo ancora immobili e impauriti, soprattutto a Milano dove pare che il virus non voglia mollare (molto per colpa dei nostri comportamenti). Proprio oggi il sindaco Beppe Sala nel suo quotidiano dialogo via Instagram s’è lanciato in una dura reprimenda contro chi pensa che tutto sia passato, mettendo in pericolo la città – il riferimento è al caos dei Navigli, presi ieri pomeriggio d’assalto in stile movida da happy hour.

Ritorno ai tre amici alati e a una canzone che mi viene naturalmente in testa, Three Little Birds, di Bob Marley & The Wailers dall’album Exodus (1977), disco dirimente nella storia del reggae e dell’artista. Sarà il levare del ritmo, il carisma del leggendario interprete, il sole che oggi lotta tra le nuvole per uscire, ma c’è quel senso di speranza e allegria che ti pervade quando Bob intona:

 

Rise up this mornin’,
Smiled with the risin’ sun,
Three little birds
Pitch by my doorstep
Singin’ sweet songs Of melodies pure and true,
Sayin’, (“this is my message to you-ou-ou:”)
Singin’: “don’t worry ‘bout a thing,
‘Cause every little thing gonna be all right.”
Singin’: “don’t worry (don’t worry) ‘bout a thing,
‘Cause every little thing gonna be all right!”…

Il reggae aiuta lo spirito, ti ben dispone e se poi ci sono tre “little birds” che ti rassicurano cinguettando che andrà tutto bene nelle tue piccole cose della vita, every little thing gonna be allright, accogli il messaggio di ottimismo e decidi di farlo tuo, osservando i tre falchetti, ormai adottati via web, che sembrano sempre più dei polli con il becco ricurvo.

Ma quando, inevitabilmente, ripiomba la preoccupazione e nemmeno Bob riesce a colorala, allora vale la pena di seguire il consiglio di Emilíana Torrini, l’artista italo-islandese che, nella sua Birds (dall’album Me and Armini del 2008), avvolgente folk psichedelico, canta la speranza:

Lend me yours wings
And teach me how to fly
Show me when it rains
The place you go to hide

(Prestami le tue ali, insegnami a volare, mostrami, quando piove, il luogo in cui ti rifugi…). 

La metafora della mia/nostra possibile (forse, un giorno) libertà continua, anzi, trova una delle sue maggiori espressioni in Neil Young, con la sua Birds contenuta nel bellissimo album After The Gold Rush (1970): piano e voce per parlare di oggi e domani. Today e Tomorrow si altalenano nel brano,  precipitandoti, oserei, sul filo della depressione, facendoti però riflettere su quello che siamo diventati, uomini e donne  confusi, Feathers fall around you piume che che perdiamo e ci impediscono di “volare”.

La presa di coscienza “Younghiana” si riflette nelle parole di Sia, cantautrice  pop australiana, nel suo Bird Set Free (da This Is Acting del 2016): I Struggle to fly now, oh/ But there’s a scream inside that we all try to hide (Sto cercando di volare ora, ma c’è un grido dentro che tutti cerchiamo di nascondere), per poi riuscire a liberarsi dell’ansia con un urlo: I shout it out like a Bird set free (Grido forte come un uccello liberato).

In questi giorni, molti artisti si sono cimentati e si stanno dedicando a registrazioni o dirette streaming, per mantenere un diretto contatto con il pubblico ma anche per ingannare la quarantena. Dall’altra parte dell’oceano lo stanno facendo più che mai, essendo “lucchettati” a casa. Come John Legend, o Chris Martin: il frontman dei Coldplay  è diventato, sempre su Instagram, una sorta di juke box, suonando i brani che i fan gli chiedevano di cantare.

Una delle esibizioni “in quarantine” che ho più apprezzato è stata quella di Sheryl Crow, di un paio di giorni fa: al piano ha interpretato Beware The Darkness, uno dei brani più sentiti di George Harrison dall’album (da riascoltare!) All Things Must Pass, fatto uscire nel novembre del 1970, pochi mesi dopo lo scioglimento dei Beatles. Vi lascio il testo, così potete cantarlo con Sheryl. Un atto di libertà in attesa della libertà!

Watch out now, take care
Beware of falling swingers
Dropping all around you
The pain that often mingles
In your fingertips
Beware of darkness
Watch out now, take care
Beware of the thoughts that linger
Winding up inside your head
The hopelessness around you
In the dead of night
Beware of sadness
It can hit you
It can hurt you
Make you sore and what is more
That is not what you are here for
Watch out now, take care
Beware of soft shoe shufflers
Dancing down the sidewalks
As each unconscious sufferer
Wanders aimlessly
Beware of Maya
Watch out now, take care
Beware of greedy leaders
They take you where you should not go
While Weeping Atlas Cedars
They just want to grow, grow and grow
Beware of darkness