La casa armonica di Valerio Corzani ed Erica Scherl

La musica che cattura l’attenzione e dà emozioni è quella che vive nei piccoli particolari. Basta un accento, un semitono, un effetto. Una sensazione che ho provato fin dalle prime note ascoltando Valerio Corzani ed Erica Scherl, gli Interiors, nel loro ultimo lavoro, Overtones + Overtones Remix.

Il nome che si è dato il duo è quanto mai calzante rispetto alla loro idea di musica e, soprattutto, di questo nuovo album. Interni, che possono essere luoghi fisici o mentali. Luoghi, come li intendeva il filosofo Heidegger nei suoi studi ontotopologici, che coincidono con l’edificare e, dunque, l’abitare. Costruire e mettere a dimora la musica è un’immagine che veste perfettamente in Valerio ed Erica.

Vediamo innanzitutto la costruzione fisica di questo nuovo luogo nei luoghi battezzato Overtones: un doppio album, composto da 14 brani originali, dove il duo si avvale di collaborazioni molto azzeccate, da Luca Andriolo, aka, Swanz the Lonely Cat, autore ed esecutore del testo in More Overtones, Luigi Cinque che suona il sax digitale, il mitico Massimo Martellotta, tastierista dei Calibro 35, il batterista e percussionista Marco Zanotti della Classica Orchestra Afrobeat, le chitarre del polistrumentista Massimiliano Amadori, il clarinettista Gianfranco De Franco e l’ukulele di Camilla Serpieri. Questo il primo disco. Il secondo presenta nove remix dei brani precedenti, realizzati dal gotha dei producer italiani Filoq, Vinx Scorza, Manuel Volpe & Rhabdomantic Orchestra, DLewis e Francesco Colagrande. Ciò a significare che la musica può (e deve) rivivere in molti modi, avere più anime, più punti di vista…

La casa è, dunque, solida, ricca di domotica ma dalle robuste pareti classiche, jazz e contemporanee, dove l’elettronica e il digitale si inseriscono in modo omogeneo. La bravura del duo sta proprio nell’equilibrio tra musica analogica ed elettronica. Una dimora senza spigoli, piena di curve armoniche, come sarebbe piaciuta all’architetto Niemeyer! 

Il pezzo d’apertura di Overtones, Little Lullaby è giustamente il manifesto più evidente di quanto vi sto raccontando: il violino di Erica surfa su onde sonore, mentre il basso “dub” di Valerio scandisce il percorso con profondità assolute, accompagnati da una voce femminile, sciamanica… Il violino tesse melodie anche in More Overtones, con la voce di Luca Swanz Andriolo che ci mette la ruvidezza e il pathos del compianto Mark Lanegan… Grazie per la citazione!

Come faccio sempre, per darvi un’identità il più possibile completa degli artisti e degli album che vi presento, li ho contattati. Ne è uscita una interessante chiacchierata a tre su musica, tendenze, elettronica…

Valerio, in attesa che si colleghi Erica, gran bel disco!
«Grazie! È il quarto del nostro sodalizio (gli altri tre sono Liquid, 2013, Plugged, 2016, ed Escape from The War, 2019, ndr). Anche noi siamo contenti, perché lo sentiamo più maturo, siamo riusciti a calibrare ciò che volevamo fare, poi magari può non piacere lo stesso. La poetica che avevamo sognato sta in equilibrio, sia la parte melodica, sia quei piccoli tocchi di noise che arrivano improvvisi. Il glitch c’è spesso, siamo entrambi fan di Arto Lindsay! Ultimamente nei suoi lavori c’è molta melodia ma poi ti arriva quella sciabolata improvvisa che ti stende».

Parliamo di musica elettronica… Aspetta Valerio! Sta arrivando Erica, giusto in tempo… Dunque, Erica, sei una violinista classica ma sei anche una musicista curiosa che prende volentieri altre strade. Cosa vedete tu e Valerio in questo genere musicale?
Erica: «Sicuramente non si può dire che il violino non sia uno strumento acustico con poche possibilità sonore, però, nello sposarsi con strumenti elettronici quali il basso o altre diavolerie che usa Valerio, mi sono trovata spesso a provare la necessità di avere un mezzo che riuscisse a rendere le sfumature di cui il violino è capace senza rinunciare ad aspetti relativi al volume e alla varietà di suoni prodotti. È stato un desiderio espressivo, poter esplorare una gamma molto ampia di sonorità diverse con un mezzo che mi supportasse e consentisse esplorazioni nelle quali il violino da solo non è tanto adatto. Niente di rockettaro, come c’è in tanti violinisti elettronici, piuttosto la volontà di spingere lo strumento violino verso linguaggi extra classici».
Valerio: «È stato strano, rispetto alla mia storia, anche per me. Negli anni Novanta ero legato molto alla patchanka: quando suonavo nei Mau Mau venivamo chiamati una tribù acustica, l’elettronica la intercettavamo. In realtà, come Erica, sono sempre stato uno profondamente bulimico quanto a musica. Ho ascoltato e ascolto di tutto. Mi sono laureato con una tesi su John Cage, che con l’elettronica ante litteram ha fatto molte cose. Quando abbiamo deciso di costituire il duo, abbiamo subito concordato che l’elettronica andava approfondita meglio, sia per quanto riguardava il basso elettrico sia per l’uso di strumentazioni digitali che aprono un mondo di possibilità, grazie a una tavolozza timbrica infinita. Senza abusarne, però: se usata con attenzione dà grandi opportunità. Inoltre, volevamo impiegarla dal vivo con un approccio analogico. Sul palco suono molti strumenti, l’iPad, l’iPhone, il laptop. Lo faccio manualmente, sia utilizzando alcune app in sostituzione di strumenti che altrimenti non potremmo portarci dietro, sia con app che producono suoni».

Il vostro essere un duo, violino, basso più elettronica vi fa sentire completi o sentite la mancanza di altri elementi?
Valerio: «Hai fatto centro! Perché dal vivo, d’ora in avanti, saremo un trio! Abbiamo aggiunto Gaetano Alfonsi alla batteria che usa gli strumenti come noi, dosando l’elettronica. Soprattutto live, sentivamo l’assenza di un gioco con le dinamiche». 

Il basso chiama la batteria…
Valerio: «In effetti, abbiamo fatto le prove proprio ieri e ora godo! Erica ed io veniamo da esperienze di “live vero”. Per questo, come Interiors, non adoperiamo due vestiti diversi, uno per il disco e un altro per il live. Chi ci ascolta e viene a vederci dal vivo sente le stesse musiche dell’album. Capisco, ogni tanto succede che vai a un concerto di elettronica e vedi sul palco due che sembrano impiegati delle poste, non sai bene cosa stiano facendo, sono dietro ai computer, ogni tanto bevono un po’ di vino bianco, ti fidi… Nel nostro caso si percepisce che stiamo lavorando, suonando per davvero…».
Erica: «Abbiamo solo quattro arti per ciascuno. Se nella vita normale vanno bene, sono pochi per rendere al meglio la tessitura delle nostre composizioni. Abbiamo sentito l’esigenza di avere  un batterista per i motivi che ti diceva Valerio, ma anche perché volevamo godercela un po’ di più. Di questi tempi non è semplicissimo, più si è e meno semplice è viaggiare. Uno in più però va bene!».

Il vostro “ascoltatore tipo”?
Valerio: «Il violino è un piccolo lasciapassare per gente che non ascolterebbe quello che facciamo, ha comunque un appeal. Stiamo sempre molto attenti a collocare la nostra musica nei luoghi adatti. Abbiamo suonato nei festival del cinema sonorizzando documentari, perché la nostra musica si presta bene anche a questo, ci siamo esibiti nella Grotta del Bue Marino a Cala Gononea Chamois in Valle d’Aosta, dove c’è un bellissimo festival, il CHAMOISic Altra Musica in Alta Quota. Ma anche in gallerie d’arte, o in festival Off e non Off che hanno un perimetro d’azione stilistica piuttosto dilatato. Alla fine la gente è diversificata, il target è comunque abbastanza giovanile, anche se, quando abbiamo sonorizzato i documentari e i super8 sperimentali di Derek Jarman o, quello che stiamo preparando ora, Fata Morgana di Herzog, il pubblico è decisamente molto più anziano. Sono coinvolti, vogliono anche loro entrare nel nostro trip!».

A proposito di trip, la vostra è una musica che fa viaggiare. Quando la concepite avete un’idea del luogo dove vorreste collocarla?
Erica: «Siamo viaggiatori molto appassionati, quindi nel momento in cui componiamo è come se tutte le esperienze di viaggio che abbiamo fatto nella nostra vita – e che si spera faremo – decantassero nella musica. Non ci sono collocazioni precise, è come un altrove generico non vuole avere appartenenze particolari, anche se certe atmosfere potrebbero richiamare alla World Music. Auspichiamo che possa essere la sonorizzazione di un bosco di un laghetto di un mare».
Valerio: «Ci sono alcuni pezzi, tipo Walking Wild, che già nel titolo si portano dietro un piccolo passaporto di attitudine nomade. Non è detto che, componendola, volessimo andare in un posto preciso, abbiamo la stessa attitudine nel cercare la natura selvaggia e nel suggerirla attraverso le note. Così come nel nostro primo disco, Liquid, c’era un’attenzione speciale al mondo liquido. Con il brano Blue Darkness e il relativo video, che mostra il tuffo nel lago di un ragazzo in slowmotion, girato dal regista canadese Justin Bolduc-Turpin (con il quale abbiamo vinto un concorso per musiche che sonorizzavano video con oggetto lacustre), non era un lago preciso, poteva essere il padre di tuti i laghi!».

Veniamo al disco: mi ha incuriosito la zona Remix…
Valerio: «Abbiamo tanti amici, molti hanno suonato anche nella prima parte di Overtones. La nostra idea è stata chiedere, a costo di rischiare, di trasformare un nostro brano in qualcosa di nuovo, come se ci fosse uno sguardo su un tuo sguardo. Filoq, per esempio, musicista che stimiamo moltissimo, è anche il responsabile di tutta la parte elettronica dell’Istituto Italiano di Cumbia, progetto nato per volontà di Davide Toffolo (Tre Allegri Ragazzi Morti, ndr), ha reso il nostro pezzo Walking Wild un’altra cosa, completamente diversa, ci piace molto. La parte Remix è molto più variegata e, allo stesso tempo, ci troviamo le tracce del nostro lavoro».
Erica: «È stata una scommessa, come quando tu chiedi a un pittore che apprezzi che ti dipinga un ritratto: può essere che ti faccia cubista oppure molto verosimile, ma alla fine se ti piace l’artista ti piace anche il ritratto…».

Vi è piaciuto tutto del Remix, dunque!
Valerio: «Ci è piaciuto talmente tanto che due pezzi li abbiamo remixati noi. Massimo Martellotta ci aveva mandato, un po’ in extremis, una parte piuttosto lunga per Due di Due, nel disco principale. Non volevamo sprecare il suo lavoro, quindi abbiamo deciso di remixarla puntando quasi esclusivamente sulle tastiere di Massimo».

Com’è il vostro processo creativo?
Valerio: «Quasi sempre nasce da qualcosa che ho “stropicciato” con l’elettronica o con il basso; poi Erica scrive, molto spesso ci aggiunge la melodia principale. Poi lo teniamo per un po’ in brutta copia, registrandolo con l’iPhone, per averlo sempre a portata di mano. Quando ci spostiamo in studio di registrazione – lavoriamo sempre con il nostro tecnico del suono di fiducia, Roberto Passuti – scatta qualcosa di magico e fila tutto liscio, si lavora intensamente, senza intoppi. È successo così per tutti e quattro gli album. In passato ho ricordi di registrazioni di dischi che diventavano dei calvari, si sfaldavano anche band solo per alzare di due tacche il volume di una chitarra elettrica. In questo caso è quasi sempre piatto, in senso buono però!».

Come vedete la musica italiana in questo momento? Tanti bravi artisti sconosciuti e un mainstream senz’anima…
Erica: «Secondo me è una scena estremamente vitale con un sacco di musicisti pazzeschi. Purtroppo, però, lo sai che esistono se te li vai a cercare. È come se ci fosse una sorta di forbice molto larga tra quello che ascolta la maggior parte delle persone e quella che è la realtà della musica italiana, al di là dei generi molto variegati: e cioè, molta qualità e di altissimo livello. Vorrei invitare tutti a non fermarsi alla superficie delle cose, ma a scavare…».
Valerio: «Sono d’accordo con Erica, ho poco da aggiungere, la vorrei lasciare così, perché lei ci ha messo l’afflato positivo. Volendo proprio dire qualcosina in più, una piccola ombra su quello che è successo negli ultimi tempi è che rimangono sì tantissimi artisti nascosti che continuano a produrre, ma ci sono molti altri, anche quelli che arrivano dal cosiddetto mondo indie, che hanno calato le braghe. È come se si fosse abbassata l’asticella della difficoltà d’ascolto, dell’introspezione nei testi, della ricerca nei suoni. È, ovviamente, una scorciatoia che rende! Se me l’aspettavo da alcuni, perché quello è sempre stato il loro mondo, rimane il fatto che c’è un bel plotoncino di gente che ho avuto sempre al mio fianco e che ha ceduto. Ciò mi provoca un piccolo moto di saudade. Mi riaccodo al sentimento entusiastico di Erica che bisogna continuare a essere curiosi, sia noi musicisti, sia i giornalisti che si occupano di musica e soprattutto mettere dei piccoli “shining” nel pubblico, farglieli arrivare, stai sicuro che la gente si lascia attrarre…».

Erica: «Non me l’hai chiesto ma lo dico lo stesso: se dovessi dare un consiglio a musicisti che hanno voglia di fare musica, suggerisco di essere coraggiosi e curiosi, di curare sempre molto la qualità a qualsiasi genere ci si dedichi. Un lavoro ben fatto si riconosce sempre, anche in molta musica mainstream, nonostante il ben fatto non coincida con creativo. Siccome la felicità in quello che si fa è fondamentale, direi di ricercare sempre un cuore nelle cose che si producono».

Solitudine, Edonismo, Consumo secondo Francesco Sacco

Francesco Sacco – Foto Lucrezia Testa Iannilli

Ieri è uscito un EP composto da sei brani, opera di un giovane musicista italiano, Francesco Sacco. Il titolo, A – Solitudine, Edonismo, Consumo, fa intendere che è il primo passo di un progetto che troverà compimento attraverso un altro EP, un lato B che completerà un lavoro piuttosto complesso.

Un giovane musicista che ha qualcosa da dire e lo dice bene è una manna per chi è in cerca di buona musica. E uno come Francesco, profondo nei testi, pignolo nella composizione e negli arrangiamenti, che non è mai banale e riesce a stupirti, non può non meritare attenzione. Infatti, dopo averlo incontrato e averci fatto una bella chiacchierata, molto istruttiva, sono curioso di andarlo ad ascoltare live oggi, alle 18:30 al Giardino della Triennale di Milano (ingresso libero, prenotazione consigliata, qui) dove presenterà il disco con Luca Pasquino, suo amico da sempre e anima gemella musicale, alle tastiere e basso, e Pit Coccato alla chitarra elettrica.

Testi ben scritti, vi stavo spiegando. Sarà per i suoi studi classici, per la particolare sensibilità a temi che includono, nella sua accezione più ampia, il “sociale”, per una facilità nel sintetizzare i concetti in brevi quanto esaustivi claim, vedi in Kabul: Bum Bum Bum, scalare scalare scavare, sta di fatto che Francesco ha una una spiccata predisposizione linguistica e musicale nel presentare le ansie e le deviazioni della società, intesa come insieme di persone che portano avanti, sempre più frequentemente e in modo schizzato, una forma di democrazia solipsistica, che si riassume, appunto, in Solitudine, Edonismo e Consumo.

Ritornando a Kabul: è un brano che racchiude più punti di osservazione e riflessione. Leggete le prime due strofe: 

Hanno sparato a Kennedy e a Martin Luther King
E in Cina sono rimasti solo i vasi della dinastia dei Ming
Tè verdi cinesi, petrolio nei mari, amici iracheni, tappeti persiani
L’oriente è un piatto piccante al gusto di diritti umani
Ma l’importante è entrare in playlist, scalare la classifica
Così ti canto una storia d’amore che finisce male: io amo il capitale
Ma senti come pompa questa cassa a Kabul… 

Lo stesso dicasi per il brano che apre il lavoro, Ogni uomo e ogni donna è una stella: inizia con una chitarra distorta intenta in un passaggio dellAria sulla Quarta Corda di Bach (che troverà più volte accenni nel corso della canzone), una sorta di colonna sonora stilizzata che ricorda tanto Quark. In questo studio televisivo Francesco, novello Piero Angela, affronta con corrosiva lucidità il difficile rapporto giovani-lavoro. Le responsabilità per un mondo, quello del lavoro, degenerato e non più sostenibile, vengono descritte con pennellate acide, raccolte in un pantheon di divinità negative e senza speranza. Leggete attentamente il testo prima di ascoltare il brano:

Sono sicuro che se i lupi hanno un dio
È fatto a forma di lupo
Che se le papere avessero un dio
Sarebbe un pennuto
Ma i bambini lo immaginano vecchio
E i vecchi non sono capaci
Anche se siamo la specie
Che ha inventato lo specchio
Il dio degli Ingordi è uno chef
Più buono del corpo di Cristo
Ma il dio dei soldi finora
Non si era mai visto
Ma quando la zampa dell’uomo
È diventata una mano
Il dio dei piccioni ha cagato
Su piazza del Duomo
Il dio dei piccioni ha cagato
In centro a Milano
Quando scagliate le frecce
E nascondete le mani
Io prego e progetto vendette
Con il dio dei cani
Sono sicuro che se i pesci hanno un dio
Assomiglia a uno squalo
E il dio di Milano è a pescare
Con una mazzetta sull’amo
Il dio dei coglioni è al tg
Il dio dei cantanti a Sanremo
Tutti ascoltiamo e preghiamo
Soltanto gli dei in cui crediamo davvero
Più che mercanti nel tempio
Ho visto dei preti al mercato
Ho visto persone comprare
Pregare ore d’aria al mercato del tempo
Ma una volta un ateo mi ha detto
Che ogni uomo e ogni donna è una stella
E il dio dei cavalli ha allentato le briglie
E il re è caduto di sella
Quando scagliate le frecce
E nascondete le mani
Io prego e progetto vendette
Con il dio dei cani
Io prego e progetto vendette
Con il dio dei cani
Io prego e progetto vendette
Con il dio dei cani 

Francesco è un musicista curioso: polistrumentista, attratto dal cantautorato delle origini ma anche dalla musica elettronica, è un performer e un sound designer. Ha “musicato” sfilate di moda, creando concept tra fashion, musica e teatro. Una bella energia creativa, onnivora, che coltiva mettendoci passione e acquisendo esperienze… 

Ne La Voce Umana, il tuo primo lavoro eri più intimista. Lo hai scritto a Venezia e hai fatto tutto da solo. In questo nuovo lavoro si avverte una certa maturità, è più estroverso, complesso, corrosivo…
«È un album più consapevole. Più di qualcuno nel giro dei musicisti mi ha detto: “Non ti preoccupare per il primo disco che pubblichi, tanto poi lo butti via…”. Buttarlo via proprio no, perché fa parte di un mio percorso, ma ad ascoltarlo e riascoltarlo senti tutte le cazzate che hai fatto. A – Solitudine, Edonismo, Consumo suona diverso perché è il primo lavoro dove ho voluto affiancare dei musicisti. Il primo è un disco citazionista, viene dai miei ascolti, dal cantautorato, dalla scuola di Tenco. Qui c’è la cassa techno, l’aria sulla Quarta Corda di Bach, il folk americano…».

È vero, ci sono molti richiami in quest’album. Non disturbano, anzi valorizzano il lavoro…
«Mi piace inserire citazioni della mia formazione musicale, il pericolo è farsi prendere la mano. In questo mi ha aiutato molto il lavoro di squadra con Luca Pasquino, che ha arrangiato i pezzi e con i producer, xx.buio e paralisi».

Quanto ai i testi, si vede che hai fatto il liceo Classico! Qual è il tuo processo creativo?
«Il disco può sembrare un concept album, però faccio fatica a usare questo termine parlando di me. Concept erano i lavori dei King Crimson… Comunque sì, l’album ha un fil rouge. Per esempio, prendi Kabul: l’ho scritta in diverse fasi. L’idea mi era venuta quando i talebani hanno ripreso il potere in Afghanistan. Seguivo tutti i ragionamenti alla Goffredo di Buglione (il nobile francese crociato che “liberò” Gerusalemme instaurando di fatto un regno e diventando un re, anche se si faceva chiamare Advocatus Sancti Sepulchri, il difensore del Santo Sepolcro, ndr), che non tenevano conto delle grosse responsabilità dell’Occidente. Avevo l’inciso ma non il riff. Mi è venuto mentre ero in tram, l’ho annotato subito sul telefono (Bum Bum Bum, scalare scalare scavare)».

Come ti è scattata la passione per la musica?
«Da piccolo mi piaceva ascoltare musica, mi divertiva. Gli inglesi non a caso usano lo stesso verbo per due azioni, to play, suonare e giocare. Sono connessi. Mio papà lavorava in De Agostini e portava a casa molti cd. Andavo pazzo per Mozart e Vivaldi, quando li ascoltavo mi pareva di stare sulle montagne russe! Così a sei anni decisi che volevo suonare il violino. I miei, credendolo un capriccio passeggero, cercarono di farmi ragionare. Sono sempre stato uno testardo, non mollai, e il compromesso fu studiare la chitarra classica. Non mi piaceva l’insegnamento, lo trovavo palloso, ma ho continuato. Da adolescente, normale periodo di ribellione, ho scoperto il rock anni Settanta, il blues, ritrovando quel fuoco che avevo da bambino con Mozart e Vivaldi».

Francesco Sacco “live” – Foto Agnese Carbone

Francesco, a freddo: andresti a Sanremo?
«Non so, forse con il pezzo giusto e la voglia di scommettere. Per come sono fatto, mi trovo lontano dal concetto di gara. Nell’arte non esiste competizione, mi sentirei molto fuoriposto. E poi, non vorrei passare per l’“intellettuale” e, dunque, sicuramente non capito…».

Come Giovanni Truppi nell’ultima edizione…
«Esatto, Truppi è un cantautore molto interessante, bravo, ma lì era decontestualizzato».

Difficile essere compresi non solo nel Festival…
«Anche discograficamente in Italia facciamo schifo. Aspettiamo che arrivino le mode dall’estero e non abbiamo la capacità di promuovere noi stessi qualcosa di nuovo».

Il materiale e le idee ci sarebbero, dal mio piccolo osservatorio…
«Il problema è anche dei grandi operatori streaming. Spotify non dà fama e nemmeno soldi. Se non fai live non guadagni. Purtroppo, questi canali sono visti da molti artisti che vogliono farsi conoscere come un obiettivo».

La legge degli algoritmi è altrettanto fatale. A proposito perché A – Solitudine, Edonismo, Consumo? A sta per lato A del disco?
«Sì ho previsto un Lato A e un Lato B, che uscirà prossimamente. Per ragioni contorte, Apple non accetta la parola “lato”, perché fa pensare a un qualcosa di fisico, mentre tutto deve essere digitale…».

Come ti è venuto il titolo?
«È nato in modo del tutto casuale. Quando scrivo tendo a non darmi limiti. Una volta finito devi fare la Track List, lavoro che a me piace moltissimo, ed è anche molto importante. La pignoleria e l’estrema attenzione a questo passaggio l’ho ereditate dall’arte e dal teatro contemporaneo, dove c’è una cura che i musicisti si sognano».

Torniamo al fil rouge del disco…
«Riordinando il materiale che avevo scritto è apparso un filo conduttore di temi. Stavo cercando il titolo da dare al lavoro, lasciando decantare, in attesa che mi venisse qualche idea. Poi mi è venuto in mente di ricollegarmi a un social che era in voga alcuni anni fa, Chatlet, sito che, con l’andar degli anni era diventato l’impero degli esibizionisti e avevo, per questo, abbandonato. Ho pensato: chissà se esiste ancora, e se sì, come sarà diventato? C’è, eccome! Ma ho trovato solo chiacchiere di una desolazione pazzesca. L’avventura di “archeologia web” mi ha lasciato una tristezza infinita, così ho annotato sul taccuino tre parole, Solitudine, Edonismo, Consumo…».

E queste riassumono al meglio il senso del tuo lavoro…
«Il periodo funesto del Covid, il processo di digitalizzazione improvviso di qualsiasi cosa, da cui ormai non si scappa, ha avuto l’effetto di isolare maggiormente le persone. Mentre ha colto preparati i ragazzi – in quanto nativi digitali hanno imparato presto a stare sui social – i quarantenni li ha presi in pieno. Solitudine, dunque, accompagnata da Edonismo: fanno parte di questo periodo. Consumo è una parola ambivalente: inteso come consunzione dell’individuo ma anche come rapporto viziato tra chi compra e la merce che acquista. Credo sia doveroso fermarsi e riflettere su tutto questo».

Concordo…
«Il Consumo è molto presente nel disco, in Fantasmino o in Je suis resté seul, il corpo è provato, consunto, avrebbe bisogno di un bel massaggio rinvigorente. Poi brani come Kabul, dove canto io amo il Capitale, o il primo, Ogni uomo e ogni donna è una stella, in cui parlo di lavoro e di giovani. Mi innervosisco quando sento ripetere la stessa frase: i giovani non hanno più voglia di lavorare. Non è così, forse i ragazzi vedendo i loro genitori condannati a un certo modo di vita, dove lavorare consuma, pensano: è proprio così che voglio vivere la mia vita? Sono condannato o è possibile costruire un mondo migliore?».

Che ritorno ti aspetti dal disco?
«È un lavoro difficile, con brani cazzuti, contemporanei. Ammetto, i testi sono complessi, ma vedo che si sta creando una scena, ascolto tanti cantautori validi e innovativi. Progetti nuovi che stanno recuperando il senso di quel bel cantautorato anni Sessanta/Settanta che aveva molti contenuti».

Un piccolo divertissement: tre cantautori vecchia guardia che reputi indispensabili per te e altrettanti delle nuove generazioni…
«Ok, parto: Leonard Cohen, Francesco Guccini e Luigi Tenco (concedimi, e tutta la sua scuola!). Di “nuovi”, Tutti Fenomeni (Giorgio Quarzo Guarascio, ndr), bello, strafottente, duro, ironico; Cosmo, il suo ultimo disco è bellissimo; Morgan, è un vero musicista. Ne avrei altri, ma poi il gioco non vale più…».

Disco del Mese: Djavan Ao Vivo no Montreux Jazz Festival

E siamo già a fine marzo. In questo mese ci sono state molte buone uscite. Segnalo, per esempio, un gran bel disco blues di un duo italiano, i Caboose, e cioè Luis DeCicco alle chitarre e Carlo Corso alla batteria, che l’11 marzo hanno pubblicato Awake Go Zero, per la Bloos Records. Blues crudo, languido, polveroso, pochissimi effetti, a tratti roots, a tratti Hill country, interventi di Desert alla Bombino.

A proposito di Desert blues i Tinariwen, il 25 marzo scorso hanno pubblicato un’edizione remastered con aggiunta di brani inediti di Amassakoul, album mitico della band maliana, del 2004. Consiglio l’acquisto di entrambi gli album. Meritevoli! Scegliere il disco del mese non è stato per nulla facile.

Anche perché il 25 marzo è andato sugli scaffali virtuali e reali il lavoro di un altro artista che seguo da sempre, Xavier Rudd con Jan Juc Moon. L’australiano rispetta i suoi canoni (e questo alla lunga può diventare un limite): psichedelico quanto basta, cantautore attento alla cultura aborigena, chitarre sognanti e improvvise cavalcate wagneriane con il didgeridoo ne fanno comunque un disco di buon ascolto.

Sempre il 25 e sempre in quella parte sconfinata di mondo, Aldous Harding, nome dietro al quale si nasconde la  giovane cantautrice neozelandese Hannah Sian Top, ha pubblicato Warm Chris, folk album che culla l’ascoltatore e lo fa viaggiare tra i suoi testi ricercati e una voce cristallina che diventa pop, ad esempio in Lawn, o con acuti alla Joan Baez in Warm Chris, quest’ultimo interrotto da secchi stacchi di una chitarra elettrica acida.

Dovendo decidere sono rimasto colpito da un eccellente lavoro che è uscito l’11 marzo. Si tratta di un concerto tenutosi al Montreux Jazz Festival il 5 luglio 1997. L’artista è Djavan, brasileiro dello stato di Alagoas, Nordeste, uno che ha sempre giocato con la sua musica tra MPB, jazz, funk, pop, annoverato giustamente tra i grandi artisti brasiliani. Ebbene, quel concerto è diventato un disco, Djavan Ao Vivo no Montreux Jazz Festival, che Sony Music ha lanciato come apripista per una serie di album live di suoi artisti che si sono esibiti lì negli anni. Registrato all’origine in modo estremamente curato, è stato rimasterizzato da uno dei migliori ingegneri del suono in circolazione, Steve Fallone, negli Sterling Sound in New Jersey. I presupposti per sedersi e godersi con grande soddisfazione questo “inedito” recuperato dalla memoria ci sono tutti.

Conoscendo piuttosto bene la produzione del musicista alagoano, posso dirvi che immergersi nel live, applausi inclusi, e ascoltare i suoi grandi successi rivisti per l’occasione è una buona opportunità per chi lì non c’era. Uso di fiati da grande orchestra, grazie al trio composto da Walmir Gil alla tromba, François de Lima, trombone, e Marcelo Martins sax/flauto; samba elegante, funk leggero, assaggi di musica cubana, gran lavoro del basso a scandire quel mix sonoro di cui Djavan è sempre stato un maestro, merito del bassista Marcelo Mariano. Oltre ai musicisti già citati bisogna ricordare Glauton Campello alle tastiere, Armando Marçal alle percussioni e Carlos Bala alla batteria (per dover di cronaca, tutti i musicisti sono ancora in attività, eccetto Campello, morto nel 2018).

Nel concerto era incluso  Fato Consumado, il pezzo che rese famoso Djavan nel 1975, quando si esibì al Teatro Municipal di São Paolo nel Festival AberturaSplendida la versione di Oceano, solo voce e chitarra, ma anche quella di Malásia, brano che dà il titolo al lavoro pubblicato l’anno prima, disco definito da molti come un grande passo avanti nella sua maturità artistica. Potrei proseguire con Flor De Lis, Sina, Meu Bem Querer, Seca

Interviste: Cisco, il folk, la politica e le sue Canzoni dalla Soffitta

Stefano Cisco Bellotti – Foto IlariaDRPhoto

Me ne sto su in montagna, Veneto, massiccio del Grappa, in una casa che domina la pianura. Neve e silenzio, il fuoco che arde nel caminetto e in cuffia I Contain Multitudes di Bob Dylan da Rough and Rowdy Days. Mi sono scelto con cura la canzone perché mi accingo a scrivere un’intervista a cui tengo molto. L’artista in questione, non a caso un appassionato di Dylan, è un menestrello nostrano, che in trent’anni di attività non ha mai lasciato i binari di un certo tipo di musica, quella che negli anni Settanta veniva definita “impegnata”. Nelle sue ballate c’è sempre un perché, sia esso sociale, sia politico, sia il ricordo di un amico prezioso che il Covid s’è portato via, armoniche che riportano a un certo modo di concepire la musica, un mezzo per dialogare non solo di futilità ma anche e soprattutto di “Essere”.

Lui è Cisco, al secolo Stefano Bellotti da Carpi, 53 anni, una vita artistica spesa soprattutto nei Modena City Ramblers come frontman e una scelta, tanti anni fa, sempre per via di quei binari dove corre da sempre la sua vita, di mettere su famiglia e raccontare il mondo da una posizione più tranquilla.

L’ho chiamato perché, oltre a sentire il suo punto di vista sulla musica italiana corrente, volevo parlare con lui anche del doppio disco che ha pubblicato il 29 ottobre scorso, Canzoni dalla Soffitta. Folk, chitarre aperte e sincere, brani scritti nel suo studio-soffitta di casa dove ha passato i lockdown di questi due anni assurdi.

Ballate dove si racconta e narra storie importanti, belle, aperte dove trovano luogo naturale collaborazioni con musicisti e artisti molto interessanti, dall’ex Roxy Music Phil Manzanera con i The Solidarity Express – band composta, oltre che da Phil, da musicisti di varie provenienze ed estrazione che mandano un messaggio di integrazione, fusion sociale e musicale, lo scorso aprile ha pubblicato il suo primo album, Radio Ubuntu a Simone Cristicchi, a Franco D’Aniello, mitico flautista, uno dei “padri fondatori” dei MCR con il suo inconfondibile tin whistle.

Nel secondo disco, i Live dalla Soffitta, una selezione di brani che Cisco ha suonato in streaming – uno ogni giorno – durante il lockdown, per chi voleva ascoltarlo. Qui, c’è anche una bella versione di Ovunque Proteggi di Vinicio Capossela…

Eccoci qua Cisco, prima di parlare del tuo disco – mia indagine personale – voglio chiederti un parere sulla situazione della musica italiana, quella mainstream per intenderci…
«Che ti devo dire? Terribile. In 15 anni siamo riusciti a tirare fuori il peggio del peggio che abbiamo, incapaci di valorizzare qualcosa che c’era già, trasformando la musica in un nulla cosmico! Quello che conta è il fatturato. A dir la verità, la situazione risale a molto tempo fa, quando le case discografiche non sono state in grado reggere le nuove tecnologie. Ricordi quando è uscito Napster? Si sono messe tutte a fargli la guerra non rendendosi conto che lì dovevano lavorare, non combattere. Ora si scelgono i gruppi in base alla visualizzazioni sui social. L’ultima ondata di musicisti scelti perché avevano qualcosa da dire risale agli anni Novanta, quando Stefano Senardi, alla Polydor, aveva intuito la potenzialità di alcuni gruppi sconosciuti, ecco come sono esplosi i CSI, i Modena City Ramblers, i Negrita, gli Africa United. Oggi nel mainstream non c’è più diversità, ma omologazione».

Vale per il nuovo pop, rap e trap?
«Non solo ma penso anche – ed è un mio parere personale, forse un po’ naïf – alla nuova scena cantautore italiana, dove nessuno degli artisti prende una posizione. Ho visto un’intervista a Lodo Guenzi, de Lo Stato Sociale, si stupiva proprio di questo e lo diceva anche di se stesso e della band».

Cioè, hai successo se non rompi le palle con testi impegnati?
«Più o meno così, la scena più “impegnata” lavora nei bassifondi. Esiste, certo! Ma non trova uno spazio. Non è che mi rifiuto di ascoltare rap o trap, tanto per fare un esempio tra i tanti mi piace Willie Peyote, fa cose bellissime, ma il problema è che tutti devono rincorrere il mainstream per emergere».

Con i Modena City Ramblers facevate politica?
«Non eravamo un gruppo legato a un partito. Avevamo le nostre idee, che a volte coincidevano con certe aree politiche, ma sempre aperti a chi la pensava come noi. Il problema  è arrivato poco prima degli anni 2000, quando è iniziato un costante lavoro di delegittimazione da parte di una parte politica, di tutti quei pensieri che si potevano ricondurre alla sinistra, sostenendo che, tanto è tutto uguale, che  non esiste più né la destra né la sinistra. Ci è stato detto e ripetuto per anni sui giornali al punto che oggi, dichiararsi fascista, per alcuni è una cosa di cui fregiarsi. Sono spariti i freni inibitori e così viene sdoganato il peggio del peggio che c’è in Italia. Ma va tutto bene, tanto la vita è un circo, il tempo passa e tutto può succedere, il problema è che si stanno minando le radici della nostra storia».

Cisco in concerto – Foto IlariaDRPhoto

In tutto ciò anche la musica…
«Sì anche la musica ha subito questa omologazione. Ho letto di artisti impegnati che si sono lamentati di non essere stati scelti a Sanremo… Il Festival non c’entra niente, non è lui il problema, piuttosto il fatto che non esistano altri contenitori musicali dove possa trovare spazio un altro tipo di musica. In Italia non esiste qualcuno che abbia la forza e la voglia di costruire un canale di musica impegnata. Così, nonostante la nostra storia millenaria rimaniamo un paese provinciale dove, per esistere, come artisti siamo ridotti a sperare di andare a Sanremo…».

Veniamo al tuo disco, Canzoni dalla Soffitta, un bel titolo…
«Vuol essere un riassunto di questi due ultimi anni vissuti pericolosamente. Sono istanti fissati, ma anche un lavoro che guarda al futuro».

Tra le tante canzoni, ben 24, che proponi, c’è anche una rivisitazione in italiano del mitico The Ghost of Tom Joad di Bruce Springsteen (album del 1995), che si rifà a Furore di Steinbeck, il  cantore della Grande Depressione…
«È un regalo a Luca Taddia (FEV, ndr). È un brano che dice tutto, per Springsteen è la sua Cent’anni di Solitudine, ma che racconta ancora con estrema modernità, quello che siamo noi stessi oggi. Una trasformazione che sta accadendo e che della quale nemmeno ci accorgiamo».

Mi incuriosiscono tanti brani, uno mi ha colpito in particolare, Lucho
«È dedicata al nostro amico Luis Sepúlveda, che familiari e amici hanno sempre chiamato amichevolmente Lucho. Sepúlveda è stato un grande amico dei MCR, un mio amico, ci siamo visti più volte, abbiamo suonato anche alla sua festa di compleanno quando ha compiuto cinquant’anni. È parte della nostra storia, mi sembrava giusto dedicargli una canzone, omaggiarlo…».

E poi ci sono La Finestra sul Cortile e Leonardo Nimoy…
«(Ride, ndr) La prima è un omaggio a Hitchcock. Quando eravamo in lockdown, guardavo fuori dalla finestra e vedevo un mondo intorno a me e mi è venuto naturale pensare al grande regista e al suo film, la seconda, invece, è un brano che guarda al futuro, un modo per accompagnare i figli (io ne ho cinque!) nella loro crescita, permettendo che commettano i loro errori, imparando da questi, senza preoccuparci di evitare che non cadano nei nostri. I ragazzi devono saper distinguere da soli, perché i costumi li vestono i supereroi ma anche i pagliacci…».

Mentre la seconda parte, il Live dalla soffitta?
«Un live senza pubblico presente. Mi collegavo dalla mia soffitta-studio ogni giorno durante il lockdown, un appuntamento per chi mi seguiva, un modo per dire ci sono, condividiamo. Sono brani con arrangiamenti minimali, chitarra e voce. Chitarra e voce è la prova del nove di una canzone, se regge, vuol dire che è buona».

Qui, hai voluto omaggiare altri artisti…
«In Manifesto ho voluto ricordare Erriquez (Bandabardò, ndr) mancato nel febbraio scorso, un messaggio d’amore, per lui e per la sua arte. In Ovunque Proteggi, ho celebrato uno dei miei artisti preferiti, Vinicio Capossela».

Cisco cosa stai ascoltando?
«Sto regredendo. Dopo aver cercato di restare al passo con i tempi, mi sto reinnamorando di chi mi ha fatto innamorare della musica. Dunque, Bob Dylan e il suo Rough and Rowdy Ways, un lavoro magnifico! Poi, rileggendone i testi, gli U2, Sunday Bloody Sunday fa venire i brividi ancora oggi, quella è la musica che mi piace. Ascoltavo con piacere anche i Mumford & Sons e in questi giorni Raise of the Roof, il secondo album che, a distanza di 14 anni hanno pubblicato Robert Plant e Allison Krauss…».

Cisco, come ti definiresti?
«Sono un ottimista di natura, penso di aver capito qual è il mio posto nel mondo. L’abbiamo ereditato e abbiamo l’impegno di lasciarlo al meglio. Pensa, noi stiamo vivendo 80 anni di pace, non c’è mai stato un tempo così lungo senza conflitti in Europa. E penso anche ai miei, a tutti coloro che, prima di noi, non sono vissuti senza guerre. Molta gente, questo, non lo capisce…».

Eccoci arrivati alla fine. Parlare con Cisco è come stare un sabato pomeriggio qualsiasi seduti a un tavolino con un buon rosso davanti e un saggio amico che ti fa riflettere. Ascoltare il suo folk senza età, è un ottimo esercizio per la memoria e il pensiero. Atto che in questi anni è quanto mai necessario.

Voglio finire lasciandovi il testo di Riportando tutto a casa, brano contenuto nel primo dei due dischi di Canzoni dalla Soffitta. È anche il titolo dell’album d’esordio dei Modena City Ramblers. Un testo autobiografico, che ripercorre i suoi trent’anni di musica, da quando, ragazzo di provincia impallinato con la musica folk irlandese, è salito sul palco durante un concerto “irish” dei Modena, e ha cantato con loro. Da quel palco non è mai sceso: anche se ha lasciato la band da anni è rimasto quel ragazzo che aveva il folk nella testa e le parole giuste nella penna.

Riportando tutto a casa,
in un soffio di polvere e in una maglia da pallone,
col sudore ho scritto anche il mio nome.
In silenzio ci ho messo la mia vita e la mia voce,
e non è un caso se canto in Re minore.
Ho viaggiato in furgone verso la rivoluzione,
ho fatto sosta nei bar di quartiere
come un uomo qualunque, un poeta un po’ cialtrone,
come un piccolo Hemingway senza pretese.
E ancora oggi sono qua tra Spotify e un vecchio disco,
tra una festa di paese, tra i Pogues e il liscio,
da qualche parte tra Carpi e San Francisco,
da qualche parte tra Carpi e San Francisco.
E ancora oggi sono qui tra una pinta e il Lambrusco,
fra il tanto e il poco, tra la roccia e il muschio.
Sulla strada di un sogno e il posto giusto,
sulla strada di un sogno e il posto giusto.
Ho dormito la mattina per rubare via alla sera
e ora porto i miei ricordi sulla schiena.
Ho gambe molli ogni sera prima di tornare in scena,
mangiarmi il mondo o andare a cena con la iena.
Avevo un trono di legno dentro notti illuminate,
l’ho buttato per tornare sulla strada.
Ho gli occhi rossi bagnati dal vento caldo dell’estate,
ho visto il mondo e riportato tutto a casa,
ho visto il mondo e riportato tutto a casa.
E ancora oggi sono qua tra Spotify e un vecchio disco,
tra una festa di paese, tra i Pogues e il liscio,
da qualche parte tra Carpi e San Francisco,
da qualche parte tra Carpi e San Francisco.
E ancora oggi sono qui tra una pinta e il Lambrusco,
fra il tanto e il poco, tra la roccia e il muschio.
Sulla strada di un sogno e il posto giusto,
sulla strada di un sogno e il posto giusto.

Interviste: Luca Barbato e l’importanza di essere… “Smoothly”

I BF Project: a sinistra, Luca Barbato, a destra, Alberto Fichera – Foto Marcello Torresi

Vi segnalo un disco uscito a marzo per la TRP Music ma passato per lo più sotto silenzio. È il primo lavoro di due amici trentacinquenni nati alle falde dell’Etna, cresciuti insieme e diventati entrambi musicisti. Un progetto che porta le iniziali del loro nome BF. Uno è un batterista, l’altro un sassofonista e clarinettista, il primo ha svoltato sul jazz e il latin, il secondo viene dal classico e suona tutt’ora in orchestre classiche senza ignorare pop e jazz. Il primo continua a vivere nel suo paese, Pedare, il secondo s’è trasferito a Roma. Ok, tranquilli! Ora vi dico i nomi: Luca Barbato e Alberto Fichera, i BF Project.

Il loro primo disco l’hanno chiamato Smoothly e racchiude, in una sorta di ensemble, la vita musicale di Luca e Alberto. C’è fusion, Brasile, Cuba, jazz un viaggio onirico di passioni personali e ricordi. Atmosfere smooth, appunto!, ma anche visioni di feste a La Habana o brillanti samba jazz alla Sergio Mendes in una Rio rutilante di calore e suoni. Gli arrangiamenti sono tutti di una nostra vecchia conoscenza, Seby Burgio, uno dei pianisti jazz più quotati attualmente, che ha reso narrativamente unito, capitolo dopo capitolo, questo Grand Tour armonico e ritmico.

Mendes ritorna nell’uso del Fender Rhodes, formidabile piano elettrico, e dell’organo Hammond, di grandi trascorsi, suonati da Burgio ad esempio, in Ellis Island, ottimi i bassisti, c’è anche Salvo Barbato, padre di Luca, bassista di lungo corso, in tre brani Lat-in-soul, Smoothly e Summer Funky… I giri di basso ricordano la fusion anni Ottanta, ad esempio quella degli Yellow Jackets (tra l’altro, dal 2012, s’è unito alla band Felix Pastorius, figlio del sublime Jaco, che militò negli Weather Report) o dei mitici Brand X, dove suonava Percy Jones, altro santograal del basso con il suo strumento fretless dove le dita volavano con la grazia di una danza.

Non si fanno paragoni, ovvio. Ma questi sono i ricordi che Smoothly ha risvegliato in me. La qualità del lavoro è alta, l’album è stilisticamente curato, senza manierismi che avrebbero potuto renderlo più freddo. Un prodotto vero, senza scorciatoie né sensazionalismi. Che sarà presentato per la prima volta dal vivo a Catania il 13 dicembre alle 21 alla Sala Harpago – Il Gatto Blu.

Così ho deciso di chiamare Luca Barbato, la sezione ritmica dei BF Project. Niente di meglio farsi raccontare la nascita di un progetto dagli stessi autori…

Tu e Alberto siete amici da sempre…
«Sì da quando avevamo una decina d’anni. Io sono di Pedara, lui di Trecastagni, paesi confinanti della cintura Etnea. Abbiamo la stessa età, io sono di marzo, lui di aprile…».

Destinati a lavorare insieme!
«Abbiamo sempre frequentato ambienti musicali. Io sono addirittura nato in una famiglia musicale, mio padre, Salvo, è un bassista di grande esperienza. Insomma, cresciuti a pane e musica. Smoothly è il nostro primissimo progetto, l’avevamo in mente da tempo. Alberto, per lavoro, vive a Roma, mentre io, che adoro insegnare, ho aperto una scuola di musica a Pedara. Alberto è nato come musicista classico, poi con il tempo s’è spostato sul pop e sul jazz».

Parlami di Smoothly, tutta farina del vostro sacco…
«I brani del disco sono nostri, abbiamo avuto il desiderio di comunicare qualcosa di noi, della nostra musica che è un jazz contaminato, raccontarci con semplicità, senza sovraccaricare con virtuosismi».

Avete lasciato poco spazio all’improvvisazione.
«In ambito jazzistico, quando si compone si lascia spesso molta libertà ai singoli musicisti. Noi abbiamo deciso di tenere le parti di improvvisazione ma senza strafare, volevamo un racconto alla portata di tutti, cercando di essere il più ordinati possibile, tanti tasselli di un puzzle che si andava a comporre. Volevamo fosse sentito come un buon lavoro di gruppo».

Ci sono tanti generi nel disco. Fusion va bene, ma, oserei, contaminazioni consapevoli e cercate con ostinazione…
«Su questo abbiamo le idee molto chiare. La diversità di cultura, anche musicale, e di educazione può creare solo ricchezza. Viviamo standardizzando molto, anche la musica. È una conseguenza della globalizzazione, il rischio, però, è che ci appiattiamo… Poi, è un altro discorso, bisognerà vedere come verrà considerata la musica attuale a distanza di anni: quello che chiamiamo classica è un genere che in realtà è fatto di più generi che quando vennero creati e suonati avevano altro valore, e che noi, dopo secoli, abbiamo codificato in classici. Tra un secolo quello che si ascolta oggi diventerà di sicuro “un classico”. La musica si adatta ai popoli e alle culture. I musicisti fanno parte del tessuto sociale e certe sonorità ne sono la conseguenza».

Nel vostro caso è la “mediterraneità”…
«Sì, ma questa non è solo patrimonio del Sud. Mi spiego: il concetto di mediterraneità si identifica geograficamente con il Sud ma appartiene all’Italia intera. Basti pensare a Pino Daniele, patrimonio artistico non solo napoletano ma di tutto il Paese. Se dovessi fare un paragone, la mediterraneità è come la cucina italiana, varia, ma rappresenta tutto il Paese».

Ci sono brani nel disco che vi personalizzano più di altri?
«La mia anima funk e latina è evidente in Lat-in-Soul, quella di Alberto, più profonda e meditativa, in Ramble, dove suona il sax soprano».

Luca, domanda scema: perché la batteria?
«Non c’è un perché. La mia vita ha sempre avuto musica intorno. Da bambino andavo con mio papà in sala prove. Tra i tanti strumenti, quello che mi attirava di più era la batteria. Mi ricordo che mi sedevo vicino al batterista e lo guardavo ammirato. A 5 anni ero già lì che battevo tamburi, tra alti e bassi, tipici dei bimbi di quell’età. Ho iniziato a studiarla seriamente, con dedizione, a 12 anni».

Foto Marcello Torresi

E perché la musica latina? Te lo chiede uno che fin da ragazzo ne è rimasto colpito. Più genericamente, è un genere che antropologicamente arriva dal basso…
«Anche qui, non so dare una spiegazione logica. Però se ci fai caso, il jazz come la musica latina sono nati in situazioni di estrema povertà. Come se la musica fosse un lenitivo per le sofferenze. Da batterista ti rispondo che la musica latina è apparentemente semplice, in realtà esprime concetti ritmici totalmente diversi dai nostri, e quindi complicati, che però hanno la capacità di arrivarti dritti al cuore. Anche l’armonia è complessa, il tutto è incarnato in una sostanziale bellezza. Pensa alla musica brasiliana o ai ritmi cubani, melodie complesse che colpiscono subito l’ascoltatore, il jazz non riesce in questo, non è  spontaneamente accessibile, bisogna ascoltarlo tanto per capirlo. Una cosa è sicura: se quando suoni dal palco vedi la gente che inizia a battere il tempo con il piede o con le mani, stai sicuro che quella musica ha preso. Dal palco mi piace molto guardare le reazioni del pubblico».

Il jazz ha attinto a piene mani dalla musica latina, basti pensare alla bossa nova, a Tom Jobim…
«C’è un disco fantastico che ascolto spesso, ed è il Live at The Royal Festival registrato da Dizzy Gillespie con la United Nation Orchestra nel 1989. È bellissimo ci sono miti del latin jazz come Arturo Sandoval, Paquito D’Rivera, Danilo Pérez che suonano assiema Dizzy. Lì si sente persino la mediterraneità…».

Oltre a tuo padre, Salvo, e a Seby Burgio chi sono gli altri compagni di strada in Smoothly?
«Seby è la terza colonna portante del progetto. Ha arrangiato tutto il disco trattando il progetto come se fosse suo, e di questo gliene siamo grati. Poi ci sono Nicola Tariello (tromba in Cumbao, Lat-In-Soul e Summer Funky ), Salvo Finocchiaro (Fender Rhodes in Pareo, China Blues e Lat-In-Soul e assolo di synth in Summer Funky) Giacomo Patti (basso in Eyes of Joy e Ramble), Mario Guarini (basso in Pareo e in Ellis Island), Carmelo Venuto (contrabbasso in 4 U, China Blues e Cumbao) e Daniele Leucci (percussioni in Pareo, Cumbao e Summer Funky).

E la cover così “latina”?
«L’ha concepita il fumettista Mario Sciuto. Ha avuto la capacità di tradurre in colore il nostro essere, ascoltando solo qualche brano. S’è inventato una umanizzazione dei nostri strumenti, interpretando quello che siamo, dei ragazzi scherzosi e solari. Un lavoro magistrale fatto in modo inconscio».

Tosca, che emozionante viaggio nella musica!

Assistere a un concerto di Tosca è una garanzia, sai che vai a colpo sicuro. Hai bisogno di bellezza, emozioni, sogni? Ebbene, seduto in una delle poltroncine di un teatro, ovunque ti trovi, da Milano a Rio de Janeiro, sai che avrai tutto ciò in dono. Tosca, con i suoi 24 anni di carriera, è un’artista completa come pochi in Italia. Studio, interesse, passione, ne fanno un libro di bravura e arte da cui attingere a piene mani.

Ieri sera ero al Teatro Parenti di Milano, sold out, pazientemente in fila per mostrare il Green Pass e il mio biglietto. Con me, Sonia, la mia insostituibile compagna di vita che, essendo brasiliana e amante della MPB, non vedeva l’ora di ascoltarla, conoscendo la predilezione della mitica Tiziana Tosca Donati ad attingere versi e note da quel Brasile che ha ispirato artisti di tutto il mondo.

E così è stato. Un gran bel viaggio nella musica, dove c’è stato spazio per i brani contenuti nel disco Morabeza uscito il 14 febbraio 2020, più altri sempre scelti con cura in una sorta di colpi di scena, dove allegria, tristezza, riflessioni danno ritmo allo spettacolo diretto da Massimo Venturiello con l’accattivante scenografia di Alessandro Chiti, sotto la direzione artistica di Joe Barbieri, uno dei miei artisti italiani preferiti.

Il viaggio di Tosca ha i suoi compagni, musicisti di prim’ordine – e non potrebbe essere altrimenti – che oltre a suonare divinamente bene, cantano, duettano, in un percorso dove l’orizzonte è sempre la buona musica. C’è la triestina Giovanna Famulari al violoncello, pianoforte e voce, vero portento, il chitarrista romano Massimo De Lorenzi che ha dato vita a samba e bossa nova magici, la pugliese Elisabetta Pasquale al contrabbasso, cavaquinho e voce, il calabrese Luca Scorziello eclettico, esplosivo e “soffice” alla batteria e Fabia Salvucci alle percussioni e voce, ex allieva di Tosca, nel corso di alta formazione professionale di canto dell’Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini. Intervento anche di Pietro Cantarelli, docente di Arrangiamento alle Officine, che con Tosca ha eseguito Ho amato tutto, brano da lui composto e arrangiato.

Così tra atmosfere tunisine e nordafricane, batucadas brasileiras e chitarre portoghesi, con escursioni in Francia, nel folklore rumeno e nella musica gitana, lo spettatore è partito per un viaggio onirico, di grandi emozioni, condotto da Tosca – e da quella voce ricca di sensazioni – che, nel corso dello spettacolo, cede ai sui colleghi di palco assoli da brividi.

Dai canti festosi zaghroutah delle donne mediorientali, al nuovo fado portoghese di Luísa Sobral (artista che in Morabeza disco canta con Tosca Un Giorno in Più), fino a una splendida versione di Alfonsina y el Mar, brano conosciutissimo in Argentina, scritto da Ariel Ramirez e Felix Luna, reso famoso da Mercedes Sosa nel 1969, eseguito solo con voce, battito di mani e un tavolino attorno al quale erano seduti tutti i musicisti, usato come percussione, il viaggio continua nelle atmosfere care a Joe Barbieri. Ho apprezzato molto Cosmonauta d’appartamento – brano del compositore napoletano che dà il titolo all’album omonimo del 2015, nel disco suonato con un mito del bandolim, Hamilton de Hollanda – un samba-choro che invitava al ballo…

Un paio d’ore di bella musica come non si ascoltava da tempo. Da vedere assolutamente!

Tra poche ore il Morabeza a Teatro si esibirà a Pavia al Teatro Fraschini, per spostarsi poi a Fasano (BR) il 13, a Bari il 14 e il 15, a Strasburgo il 25, a Sassari il 29 e a Messina il 3 dicembre. Info sul sito internet di Tosca.

Cosa pensate dello show avatar degli ABBA?

Breve pensiero del venerdì. Avrete certamente letto del ritorno degli ABBA, la pop band svedese che prese il nome dalle iniziali dei nomi dei quattro componenti, AgnethaBennyBjörnAnni-Frid, quest’ultima conosciuta come Frida, che, in una decina d’anni di intensa attività, dal 1972 al 1982, ha sfornato talmente tanti brani da rendere le due coppie immortali e milionarie con oltre 400 milioni di copie vendute. Dall’82, dopo i divorzi si dissolse anche la band. Tutti continuarono le loro carriere artistiche, chi con più sorte, chi con meno.

Ebbene, nel 2018 gli ABBA hanno deciso di riunirsi dopo quasi quarant’anni di separazioni nella vita e sul palco, pubblicando, un disco, Voyage, che uscirà il prossimo 5 novembre. La faccio breve: fa piacere risentire i mitici svedesi, omaggiati pure, ai tempi, dai Led Zeppelin e dagli U2, anche perché quelli della mia generazione, oltre che a rock e punk, sono cresciuti, che lo volessero o meno, anche ad ABBA (era impossibile non ascoltarli nelle radio o non ballarli nelle feste).

Fa un po’ meno piacere che il loro primo tour dopo quarant’anni, sia stato già preparato e confezionato perché sul palco saliranno i loro avatar. Detta così suona un po’ troppo semplice, ma i magnifici quattro hanno davvero cantato i loro brani, indossando tute fantascientifiche che trasmettevano i movimenti a potenti computer che li elaboravano, in modo da dare vita agli avatar, facendo uscire Agnetha, Benny, Björn e Frida nel loro pieno splendore giovanile, con espressioni, sorrisi, balli.

In questa laboriosissima operazione sono state impiegate oltre duecento persone e tre settimane di lavoro intenso. A Londra è in piena costruzione la ABBA Arena, dove il 27 maggio 2022, aprirà il virtuale (e costosissimo) show, luogo pensato proprio per questo tipo di concerto. Prevendite già on line per accaparrarsi i biglietti. Tra il pubblico ci saranno anche i quattro, a godersi lo spettacolo di loro che cantano. “Un po’ strano”, hanno dichiarato. Come dar loro torto…

Gli ABBA Avatar in concerto – frame promo

Tutto molto interessante, il Covid ci ha insegnato a diventare avatar di noi stessi, ma qui non si sta parlando di un concerto (anche se la musica verrà eseguita dal vivo), piuttosto di uno spettacolo, grande, maestoso, stupefacente. La musica, da come è stato presentato l’evento, permettetemi, è solo marginale. Quello che interessa è il grande spettacolo, la celebrazione di una band che ha fatto la storia del pop e della disco, la novità, il non plus ultra della tecnologia umana.

L’inizio di un nuovo modo di ascoltare i live? Mi auguro di no, visto che la voglia di veder cantare e suonare un artista o una band è il motore principale che spinge ad andare ai concerti. Ora che la tecnologia lo permette, abbiamo superato una frontiera, il virtuale calato nel reale. Che so, andremo a vedere nelle tante arene del pianeta, in contemporanea mondiale, uno show degli avatar dei Pink Floyd? O rivedremo Charlie Watts che suonerà ancora con i Rolling Stones nella prossima tournée? L’ologramma di Tupac Shakur al Coachella nel 2012 era una barzelletta al confronto.

Nell’era del “totally virtual” c’era da aspettarselo che si arrivasse a questo. Se avete la voglia di leggervi il post che ho pubblicato un paio di giorni fa, dove presentavo il Changüí di Guantánamo, lo stridor di meccanismi che s’inceppano tra una musica live “presente” e una “filtrata” è fragoroso. Due mondi totalmente diversi e anche due realtà distanti anni luce. Se vogliamo, i due estremi. Sarò vecchio, desueto, vicino all’amplifon, ma scelgo di gran lunga il primo, con il massimo rispetto (e riserbo) per il secondo.

  

Tre dischi per il ponte/2: Toquinho e Yamandu Costa, Squid, Sons Of Kemet

Ed eccoci al secondo appuntamento. Oggi condivido con voi tre album molto diversi tra loro. In comune c’è la ricerca, sia che si tratti di MPB, Musica Popular Brasileira, o di un rock alternativo o di un jazz che ha il compito di comunicare, raggiungere il maggior numero di persone  possibile, e per fare ciò, parla e fonde linguaggi attuali, come l’hip hop e un rinato spoken word. Partiamo dunque!

1 – Bachianinha: Toquinho e Yamandu Costa (Live at Rio Montreux Jazz Festival) – Toquinho e Yamandu Costa

Due giganti della musica brasiliana e della chitarra. Due generazioni diverse, due origini diverse: Toquinho, 74 anni, è nato e cresciuto a São Paulo, Yamandu Costa, 41 anni, viene da Passo Fundo, città del Rio Grande do Sul. Il primo erede di un modo di suonare che vede in Vinicius de Moraes, con cui ha collaborato a lungo, e la bossa nova il suo naturale elemento. Il secondo viene dallo Choro, dalle bachianinhas, musiche popolari ispirate a Bach, che suo padre suonava, e da un tipo di musica “di frontiera”, gaucho, appunto, dove Brasile Argentina, Uruguay e Paraguay si fondono anche nelle note. Il live è stato registrato lo scorso anno, senza pubblico a Rio, causa pandemia. Il disco è uscito il 21 maggio. Se vi piace il suono della chitarra classica e della chitarra a sette corde, di cui Yamandu è un virtuoso, lo ascolterete tutto d’un fiato. Il repertorio scelto dai due, che per la prima volta incidono insieme, anche se si conoscono da molti anni, si basa sulla musica d’autore brasiliana. Sto parlando di Dorival Caymmi, per i musicisti del gigante sudamericano, un mito intoccabile: un brano che in realtà ne include due, rivisti il minimo possibile da Toquinho, apre l’album O Bem do Mar/ Saudade da Bahia, per proseguire con un altro classico, Asa Branca di Luiz Gonzaga sempre con Toquinho solo sul palco. Yamandu risponde con A Legrand, suo pezzo originale dedicato al musicista francese Michel Legrand. Insieme deliziano com Apelo, storico brano di Baden Powell. Bossa e choro, come nella Bachianinha n°1 di Paulinho Nogueira. Insomma, credo l’abbiate capito, se volete immergervi nel Brasile d’altri tempi questo è un disco che fa per voi. Tecnica, pathos, amore, confronto generazionale, gli ingredienti ci sono tutti. Ve lo consiglio!

2 – Bright Green Field – Squid

Cambiamo registro, totalmente. Dopo un paio di Ep e una serie di singoli, gli Squid, band di Brighton, sono usciti con il loro primo album il 7 maggio scorso. Come inquadrarli? Post punk? No, troppo semplice. Piuttosto musicisti creativi che fanno delle contaminazioni un loro punto di riferimento e forza. Se ascoltate Narrator, vi trovate il sapore dei Talking Heads, mentre in G.S.K. delle note acide di funk si fondono bene con la voce di Ollie Judge che, per inciso, trovo molto simile al primo David Byrne, mentre le chitarre diventano potenti, con inserimenti di tastiere post prog. 2010 ha un attacco morbido alla Steve Hackett dei Genesis e prosegue in maniera sempre più decisa, per arrivare a un metal bello denso. Piacciono? Li trovo interessanti, una musica che potremmo sicuramente inserire nella grande casa del Rock, finalmente diversa, un bell’esercizio di stile che fa ben sperare. Va ascoltato più volte per coglierne le diverse sfumature. Non licenziatelo al primo passaggio, fareste un grosso errore…

3 – Black To The Future – Sons Of Kemet

Dietro Sons Of Kemet si nasconde Shabaka Hutchings, un sassofonista e clarinettista londinese che si divide fra tre sue creature, i Sons Of Kemet, appunto, con cui fa un jazz/hip hop, i Comet Is Coming con i quali si diletta nel soul prog, e i Shabaka and the Ancestors, gruppo con cui suona spiritual jazz. Ci sono altri jazzisti che fanno hip hop tramite loro alter ego. Ad esempio, il trombettista americano Leron Thomas che si trasforma in Pan Amsterdam (ve ne ho parlato nell’ottobre dello scorso anno). Torniamo a Black To The Future: Hutchings vuole parlare di memoria collettiva sulla questione razziale, e lo fa attraverso una musica complessa, sempre molto spinta. Suona, ma le note qui sono politica, cerca di unire i vari filoni della diaspora africana, quello americano e quello inglese. Chiede, come nota Hubert Adjei-Kontoh, il critico che ha scritto la recensione del disco per Pitchfork, uno sforzo di tutti, un impegno comune per parlare dell’oppressione e della storia che attanaglia gli africani. La musica segue esattamente questo. I Sons Of Kemet sono in quattro, due fiati e due percussioni, eppure la musica che ascoltate sembra uscita da una superband. La tuba suonata da Theon Cross fa il lavoro del basso, Shabaka Hutchings “canta e ricama” con il sax e il clarinetto, le percussioni di Tom Skinner ed Edward Wakili-Hick pompano richiami e tempo creando un pattern d’alta combustione. In Pick Up Your Burning Cross, per esempio, agli strumenti si aggiungono le voci di Moore Mother, musicista, poetessa, attivista di Philadelphia, e di Angel Bat Dawid, jazzista americana. Come in Hustle, dove il rapper inglese Kojey Radical canta a ripetizione Born from the mud with the hustlе inside me… Si chiude con Black (più cristallino di così!) con l’intervento, in perfetto spoken word, del poeta Joshua Idehen. Un crescendo tragico, duro, un pugno nello stomaco. Qui i primi versi…

Black is tired
Black would like to make a statement
Black is tired
Black’s eyes are vacant
Black’s arms are leaden
Black’s tongue cannot taste shit
Black’s stomach cannot compress death
And black would like to state that black is not a beast of myth
To be slain in a fable
Recounted atop a round table
Surrounded by blue-collared brave men
Black has demands
Black demands baton-proof bones and bullet-resistant skin
Black thinks no person that’s trigger nervous deserves a gun
Much less a badge…

Fleetwood Mac and Friends: è on line “Albatross”

Il prossimo 30 aprile uscirà un disco “imponente” per chi ama il rock anni Sessanta e Settanta. La storia in musica dei primi Fleetwood Mac con il sommo Peter Green: Mick Fleetwood and Friends Celebrate The Music Of Peter Green And The Early Fleetwood Mac (Live from The London Palladium).

Il disco è la registrazione di un concerto che si è tenuto il 25 febbraio 2020, pochi giorni prima che il Covid si impossessasse del mondo, con un sold out di biglietti e un parterre di musicisti sul palco da far venire la pelle d’oca: Neil Finn, Noel Gallagher, Billy Gibbons, David Gilmour, Kirk Hammett, John Maya, Christine McVie, Jermey Spencer, Zack Starkey, Pete Townshend, Steven Tayler, Bill Wyman, oltre a Mick Fleetwood, Dave Bronze, Jonny Lang, Andy Fairweather Low, Ricky Peterson e Rick Vito.

Ieri è stato rilasciato il terzo brano (e video) del concerto, dopo The Green Manalishi (With The Two Prong Crown) cantata e suonata da Billy Gibbons dei ZZ Top e Kirk Hammett, chitarrista dei Metallica (pubblicata in anteprima nel dicembre del 2020) e Rattlesnake Shake, cantata da un ispirato Steven Tayler, rilasciata il 25 febbraio di quest’anno. Si tratta di un pezzo strumentale del 1968 che, se non riassume, di certo identifica, la band britannica e Green: Albatross, suonato da David Gilmour sulla lap steel guitar, con un effetto ancora più meditabondo e carico d’emozione, postpsichedelico. Peter Green non c’era sul palco quel 25 febbraio. Il 26 luglio morirà nel sonno a 73 anni. Un motivo in più per rendere omaggio a un grande del rock e del blues.

Il 24 aprile, via nugs, verrà trasmesso l’intero concerto in streaming, mentre il 30 sarà disponibile sulle piattaforme digitali e nei negozi il disco live.

Briatore, il Billionaire pieno e i mancati concerti dal vivo

Il tema caldo di queste giornate, quello che sta tenendo banco su media e social, è il contagio di Flavio Briatore, negazionista Covid della prima ora. Nel suo Billionaire, che qualcuno, con raffinata ironia, ha ribattezzato Focolaire, c’è stato un contagio genere Codogno, uno dei suoi dipendenti è addirittura intubato e grave, a Sassari. Lui, dal San Raffaele dove è ricoverato, ieri ha invece postato una foto sorridente su Instagram, post rimosso quasi subito (quando la si fa fuori dal vaso…).

Parlo di Briatore perché è “la notizia”, ma l’imprenditore sbruffone, una miniera inesauribile per la comicità di Crozza, mi dà la possibilità di sollevare un tema sul quale sto riflettendo da giorni: perché le discoteche hanno potuto accogliere a braccia aperte orde di giovani stressati dal lockdown in un liberatorio atto di sfida al virus, mentre i concerti dal vivo, con tutte le doverose restrizioni imposte, sono stati nella pratica vietati? Ci sono, sì, coraggiosi tentativi grazie a musicisti impegnati come Paolo Fresu, Stefano Bollani e pochi altri.

Dei tecnici senza lavoro ne ho parlato più volte in questo blog, come dei musicisti costretti a ripensare il loro modo di presentare la loro arte al pubblico. Sono riflessioni al sapore di Covid – anch’io non sono esente da questa sorta di rincoglionimento progressivo, uno stordimento che non fa ragionare con chiarezza e semplicità.

Tutto si complica, tutto si contorce, siamo tante marionette che si agitano perché mosse da altri che a loro volta sono pupazzi in mano ad altri e via dicendo, come in un infinito gioco di specchi. Tornando alla domanda che possiamo riassumere in: perché Briatore sì e Bruce Springsteen no?, ammetto che il quesito non possa avere una risposta. Nella caotica organizzazione che ci stiamo dando a causa del nostro “virus vivendi” ci metto dentro anche i 12 milioni di euro dati dal ministro della cultura Dario Franceschini agli organizzatori di concerti per i live annullati, tramite un decreto firmato l’11 agosto scorso, somma trovata attraverso il fondo emergenze imprese e istituzioni culturali introdotto con il Decreto Rilancio.

Vien da dire, piove sul bagnato. Si presume che gli organizzatori di concerti qualche soldo per vivere se lo siano messo sotto il materasso, ma – e credetemi non faccio populismo, mentre ascolto a tutto volume la sempre grande Highway to Hell degli AC/DC – come la mettiamo con tutti gli operatori degli spettacoli live che se ne stanno forzatamente a casa da mesi, se va bene in cassa integrazione, ma i più, essendo partite iva, senza paracaduti sostanziosi? Come possono uscirne?

Capite perché parlo di azioni “sclerate”… Non so se vi facciate le mie stesse domande, è che mi sembra tutto molto appiccicaticcio, caotico, ognuno dice e fa quello che vuole. E se in questo bailamme ci si mettono i musicisti negazionisti il caos diventa perfetto. Ed eccovi serviti: il 21 agosto sul suo sito ufficiale Van Morrison ha pubblicato un caloroso invito ai suoi colleghi: alzare la testa e tornare a suonare dal vivo senza ascoltare la scienza, anzi, la pseudo-scienza (Come forward, stand up, fight the pseudo-science and speak up, “Fatevi avanti, fatevi sentire combattete la pseudo-scienza, parlate”)…

In tutto ciò, e finisco, ci metto anche il tanto atteso ritorno alla scuola, quello che, l’infettivologo Matteo Bassetti, da me intervistato per un magazine, ha definito necessario e inevitabile “altrimenti sarebbe il fallimento totale di un Paese”. Con Briatore, la questione scuola è l’altro capitolo che tiene banco da giorni. Capitolo fondamentale per il progresso di una società. Studio, cultura, arte. Evitiamo danni che verranno pagati a caro prezzo da tutti…