Neil Young: quando la musica diventa una questione legale

La domanda non è di poco conto: può un artista rifiutarsi che un suo brano, seppur regolarmente pagato rispettando i diritti, venga utilizzato da qualcuno che nulla ha a che vedere per ideali, impegno politico, storia personale con l’artista medesimo? Mi riferisco alla querelle in corso tra Neil Young e Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti, da sempre fan dell’artista canadese da pochi mesi diventato anche cittadino americano, finisce i propri comizi sempre con la stessa canzone, Rockin’ in the Free World, brano di Young pubblicato nell’album Freedom (1989).

Lo fa da anni, è una sorta di suo “imprinting”, la sua “colonna sonora”. Ed è proprio questo a disturbare Young, come lui stesso ha spiegato qualche giorno fa in un post sul suo sito e a spingerlo a querelare l’uomo (ahinoi) più potente del mondo per vedere tutelato e non travisato il senso del proprio lavoro, la sua forte valenza artistica, insomma il suo pensiero, divergente eccome da quello del capo supremo.

Come la pensi Young sulle modalità di gestione dell’amministrazione Trump – dall’approccio al Covid19 ai tumulti di piazza dopo l’assassinio di Geroge Floyd da parte della polizia, alla violenta reazione delle forze dell’ordine alle manifestazioni che hanno rimesso in discussione la famosa “libertà” americana – lo sappiamo. L’artista non esita a esprimere il suo pensiero critico, soprattutto in vista del voto di novembre che lui, novello cittadino Usa, non vede l’ora di esercitare…

Più chiaro di così: Neil Young non vuole condividere attraverso un suo brano le idee reazionarie e strampalate di Trump. Sono curioso di sapere come la pensiate, gradirei un’interazione su questo. Io sto dalla parte del vecchio, brontolone Neil. Che ha ragione da vendere: pagare semplicemente i diritti di riproduzione e usare un brano quanto, come e dove si voglia non può essere il solo metro di misura. Come ogni opera dell’intelletto anche una canzone va tutelata, rispettando il senso del testo e quello che l’autore, con quelle precise parole e quelle note, voleva dire e immaginare. Non è questione di destra e sinistra, di democratici o repubblicani, è piuttosto un atto di sensibilità e rispetto.

Capisco che lo spiccio e approssimativo palazzinaro miliardario diventato presidente possa non comprenderlo. La musica e l’arte in genere non dovrebbero essere strattonate e forzate da chi cerca interessi e consensi facili, facendo il piacione, magari sostenendo alla lettera – e a suo modo di vedere, plasticamente – che lui non è il Satana che tutti credono, rubando e traslando a suo vezzo sartoriale ciò che il musicista voleva rappresentare (prima strofa di Rockin’ in the Free World):

«There’s colors on the street
Red, white and blue
People shufflin’ their feet
People sleepin’ in their shoes
But there’s a warnin’ sign on the road ahead
There’s a lot of people sayin’ we’d be better off dead
Don’t feel like Satan, but I am to them
So I try to forget it, any way I can».

Fa dunque bene Young, come hanno fatto i Rolling Stones e la famiglia di Tom Petty sempre nei confronti di Trump e del suo uso di loro brani, a rimarcare il diverso modo di intendere la vita, l’impegno, la politica, a difendere i concetti che sono alla base del suo lavoro artistico. Fa bene a tutelarsi portando la faccenda davanti a un giudice. Ne va della libertà di espressione, della giusta pretesa di non ribaltare concetti e parole in modo strumentale. «This is not OK for me», ha twittato Young nel vedere la sua canzone usata nell’ennesimo “rally” alle Black Hills, luogo sacro per i Lakota Sioux: «I stand in solidarity with the Lakota Sioux & this is NOT ok with me». 

 

Breaknotes/ Due compleanni e un necrologio…

Ci sono momenti in cui ricordare, nella felicità e nella tristezza, è un obbligo. E oggi è uno di quei momenti. Un capitolo tutto rock, dedicato a tre personaggi che hanno contribuito a creare quelle leggende, quella musica, quelle perfette imperfezioni che genericamente riassumiamo nella categoria “Rock”.

Ma qui c’entra anche il blues, la sperimentazione, l’estro, il carattere e sì, anche le malattie. Ieri, 25 luglio, nel tardo pomeriggio è arrivata la notizia di un addio: Peter Green (Greenbaum il suo vero cognome), 73 anni, mitica chitarra dei Bluesbreakers di John Mayall dopo che Eric Clapton aveva lasciato la band per fondare i Cream, se n’è andato nel sonno a 73 anni. Così ha dichiarato la sua famiglia. Con Mick Fleetwood, John McVie e Jeremy Spencer nel 1967 ha dato vita ai Fleetwood Mac, per lasciarli nel 1970. Lo stesso anno ha pubblicato il suo primo album da solista, The End of the Game, una cavalcata di blues psichedelico, musica d’avanguardia, molto ben confezionata (ascoltate Descending Scale per capirlo). Quindi scompare per quasi dieci anni durante i quali viene ricoverato per la sua schizofrenia e si sbarazza di tutto, persino della sua chitarra, donata a Gary Moore, altro asso del blues inglese.

Lo ha ricordato Cat Stevens/Yousuf in un tweet ieri: «God bless the ineffable Peter Green, one of the unsung heroes of musical integrity, innovation and spirit. When I heard he left Fleetwood Mac in 1970 to get a real life and donate his wealth to charity, he became something of a model for me».

A Rolling Stones Mick Fleetwood ha affidato un ricordo: “Per me e per ogni singolo membro che ha fatto parte dei Fleetwood Mac perdere Peter Green è “monumental”, un evento enorme». E ha continuato: «Nessuno è mai entrato nei Fleetwood Mac senza portare il rispetto dovuto a Peter Green e al suo talento».

Veniamo alle notizie più felici. Oggi 26 luglio, compiono gli anni due rockstar, entrambe determinanti nel loro ruolo per le rispettive band – e anche per la musica. Nel 1943 nasceva a Dartford nella contea di Kent, UK, Sir Michael Philip Jagger, per tutti Mick. Il frontman di una delle band più famose nella storia del rock compie 77 anni. E di questi, ben 57 li ha passati nei Rolling Stones, con le eccezioni delle esperienze soliste. Rolling Stone, il magazine di musica rock, maniaco di classifiche, lo ha posto nei primi venti più famosi cantanti rock di sempre, al 16esimo per essere esatti.

L’altra mitica rockstar a spegnere le candeline è Roger Taylor, classe 1949. Il batterista dei Queen festeggia i suoi 71 anni. Due figure per certi versi simili: maniacali nel loro modo di lavorare, creativi, il primo estremamente appariscente, sempre primadonna, il secondo ingranaggio perfetto nella sua band, complemento essenziale al servizio di uno dei gruppi più longevi e conosciuti al mondo.

Mi bastava ricordarli. Mi sono soffermato di più su Peter Green, lo meritava. Di Mick e Roger tutti sanno tutto, leggende incluse. Se ne avete voglia  – e a me è venuta – e non avete di meglio da fare in spiaggia o in montagna, andate sul vostro “hub” preferito ed ascoltatevi i tre monumenti del rock in azione. Una domenica all’insegna del rock, del blues e della psichedelia. Buon pomeriggio a tutti!

Alessandro Gottardo: musica e disegno? L’arte primordiale

Alessandro Gottardo (Shout) – Foto di Nicola Boccaccini

Musica e fumetto. Musica e graffiti, Musica e illustrazioni. Sembra un’attrazione fatale, arte su arte, a comporre il puzzle perfetto. Complementari – se si pensa bene, come fa notare Alessandro Gottardo, aka Shout, classe 1977, friulano di nascita e milanese d’adozione, famoso quanto talentuoso e creativo illustratore che collabora con testate prestigiose, da Time a The New Yorker – musica e disegno insieme da sempre, in quanto “arte primordiale”. Ho fatto una lunga chiacchierata con Alessandro proprio su questo tema, apparentemente semplice, in realtà molto sfaccettato.

Perché, se la “banana” di Andy Wharol per la cover dei The Velvet Underground & Nico è storia, come le centinaia di comics pubblicati in tutto il mondo sulle avventure e canzoni dei Beatles, le illustrazioni che accompagnano gli album di artisti e rockstar oggi sembrano meno incisive, anzi, poco interconnesse. Insomma, operazioni piuttosto “fredde”. Non sono tutte così, ovvio, a generalizzare non si fa mai un buon servizio, ma quel famoso “matrimonio perfetto” sembra aver perso slancio e creatività… Certo è che l’uso delle illustrazioni “graffitate” sono sempre più frequenti per arricchire singoli pezzi e album urban. Anche un certo cantautorato “colto” ritorna alle illustrazioni, vedi il video illustrato da Clelia Catalano per Mammut, nuovo brano del romano Gimbo…

Musica e disegno (fumetto, graffiti…) da sempre si attraggano. Perché?
«Mia figlia, che ha 3 anni, da quando è nata disegna e balla. Come tutti: fin da bambini il disegno e la musica sono le cose che impariamo per prima e quasi in contemporanea. Mi piace pensare che la connessione tra le due arti sia, quindi, primordiale».

Le cover accese dei Gorillaz, l’uso dei graffiti nel mondo rap, le astrazioni dei Depeche Mode e, ancor prima, Beatles (protagonisti di centinaia di fumetti in tutto il mondo) e Pink Floyd: l’immagine racconta la musica, è un’anteprima di quello che si troverà nell’album, o sono solo vezzi, mode?
«C’è stata una corrente di copertinisti negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso che hanno fatto storia. Penso a Milton Glaser, Andy Wharol o Alton Kelley, ma di esempi ce ne sono davvero tanti. L’arte della cover rappresentava non solo la musica contenuta nell’album ma anche il momento storico in cui quell’album e quella musica nascevano. Non erano sicuramente vezzi, ma un matrimonio, e spesso felice. Pensiamo alla banana di Wharol appunto, o alla linguaccia di John Pashe. I Grateful Dead testimoniavano con la loro musica la scoperta dell’LSD, il suo impatto nelle loro vite. La psichedelia e tutto il movimento culturale che ne è derivato poi esplodeva nelle copertine di Kelley. Da noi c’è stato Andrea Pazienza che ha firmato molte cover, penso, ad esempio, a quelle di Roberto Vecchioni (Montecristo, Il Grande Sogno, Vorrei…) o della PFM (Passpartu). Oggi gli esempi sono più rari, credo si sia persa la volontà di produrre arte dentro e fuori il disco. La cover dei Gorillaz ha delle caratteristiche, in chiave pop, che ricordano le grandi collaborazioni del passato tra musica e arte, ma meno nobili, mi pare. Chi usa l’arte oggi nelle cover degli album lo fa principalmente come operazione di marketing. Non penso ci sia più la volontà di fare un progetto artistico a 360 gradi».

“Pace”

Tornando a musica e disegno: sono un’unione “naturale” o “forzata”?
«È naturale, sicuramente. Come dicevo in risposta alla tua prima domanda è qualcosa che abbiamo dentro, e non importa se uno ha attitudine al disegno o alla musica, se uno ha talento o meno. Il fatto di poter godere di un bel disegno o di una bella musica, nel vederlo, nell’ascoltarla o nel praticarla, a prescindere dal risultato finale, è qualcosa che appartiene a tutti fin da bambini».

Che rapporto hai con la musica? Quale ti piace?
«Mentre lavoro ascolto molta musica jazz. Musica strumentale, Bill Evans, Ornette Coleman, Miles Davies, John Coltrane e così via. Talvolta la alterno alla musica elettronica: Nils Frahm, Jonny Greenwood, Olafur Arnalds. Per il resto, quando non lavoro sono abbastanza onnivoro, anche la musica classica mi piace, Mahler in particolare. Quella che non ascolto è la musica pop contemporanea mentre ogni tanto qualche vecchio pezzo del pop anni ’70 non mi dispiace».

Hai brani o artisti “tuoi” che ti accompagnano nel tuo lavoro?
«Ho delle playlist sì, le ho composte con Spotify. Jazz, Classica, Elettronica, Funk, Bossa Nova, R&B e via dicendo… ma sicuramente la compilation Jazz è quella che ascolto di più, tutti i giorni. Un pezzo che potrei ascoltare all’infinito è Take five dei The Dave Brubeck Quartet, così come Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davies e Naima di John Coltrane».

“Il Mestiere di Scrivere”

Hai disegnato molte cover di dischi? Ricordo la girella di liquirizia dei Santa Margaret…
«Sì, esatto, ho collaborato con Stefano Verderi e Angelica Schiatti. Stefano aveva in mente proprio quello di cui parlavamo prima, voleva un progetto a 360 gradi, musica e arte a braccetto a rappresentare una cosa unica. È stata una collaborazione bella anche dal punto di vista umano. Poi ho collaborato con Paolo Fresu a un paio di cover, LP e CD. In quei due casi erano riadattamenti di miei lavori d’archivio. Non erano stati fatti originalmente per Paolo, ma sicuramente, dato il mio amore per il jazz, è stata una collaborazione che mi è piaciuta molto. Per di più ero fan di Fresu ben prima di lavorarci insieme. È stato bello ritrovarsi in quelle due occasioni. Poi ho realizzato alcuni poster di festival musicali. Se in futuro capiteranno altri LP da illustrare ne sarò felice, ma penso che ora le dinamiche di marketing vogliano in copertina la cosa che ha più potenzialità di far vendere il disco che, nove volte su dieci, è la faccia del musicista».

A proposito di Paolo Fresu: ti ha coinvolto in un progetto che sta preparando per il decennale della Tǔk Music, la sua casa discografica…
«Ho contribuito alla preparazione di un docufilm prodotto da Ferdinando Vicentini Orgnani e Roberto Minini Merot, che Fresu presenterà al JazzMI a novembre. Nelle intenzioni di Paolo si tratta di un racconto corale fatto dalle tante voci che hanno collaborato negli anni con la sua etichetta, musicisti, illustratori, artisti visivi, grafici, videomaker, uffici coordinatori, agenti, uffici stampa. Insomma, proprio tutti, un puzzle fatto di musica, arte e green…».  

La copertina di Time – “Space”

Cosa rappresenta per te l’illustrazione? La tua è una narrazione apparentemente semplice, in realtà, piuttosto complessa… spinge il lettore a “impegnarsi” su più piani di lettura…
«Tempo fa su Post.it scrissi nel mio blog (che però ora ho chiuso) da dove veniva la mia passione per la narrazione. Soprattutto da adolescente, questa mi ha salvato. Mi riferisco a quella letteraria. Ero un tipico adolescente insicuro, afflitto dall’acne giovanile che la viveva molto peggio di quanto non fosse in realtà. Mi rifugiai nei libri. Pensai: “non può essere tutto solo forma. Non posso essere condizionato dal mio aspetto”. Il primo libro che affrontai con questo stato d’animo fu Il ritratto di Dorian Grey di Oscar Wilde, non penso vi sia un romanzo migliore di quello per un 15enne che affronta una crisi adolescenziale legata al proprio aspetto fisico. Poi ho letto tutto Kundera, da Immortalità in poi, quindi Goethe, Schnitzler e molti, molti altri. Al punto che, a 20 anni, mi iscrissi anche a dei corsi serali di scrittura creativa alla Scuola Holden di Torino. Facevo avanti e indietro da Milano due volte la settimana, tornavo che era quasi mezzanotte. Ricordo il freddo delle giornate di febbraio, la fame perché saltavo i pasti, e la stanchezza dell’andare avanti e indietro, ma fu un periodo meraviglioso. Capii che scrivere era un lavoro complesso per la quale non avevo abbastanza talento, ma realizzai che avrei potuto comunque raccontare storie tramite i miei disegni, dove di talento ne avevo a sufficienza. Fu così che diventai illustratore. Per rispondere alla tua domanda, per me l’illustrazione rappresenta il mezzo per raccontare una storia con un unica immagine».

Perché hai scelto di chiamarti “Shout”?
«Era il titolo di una mia illustrazione per un nuovo portfolio di immagini realizzato nel 2005. Non c’è un motivo, suonava bene, volevo dare una svolta al mio linguaggio illustrativo e ho scelto di presentarlo con uno pseudonimo di modo che non si confondesse con ciò che avevo fatto sino ad allora e che firmavo con il mio nome vero».

“Prima”

Ancora sul tuo lavoro: perché secondo te l’illustrazione nella stampa non è tenuta così in considerazione in Italia, mentre è un valore aggiunto nei Paesi anglosassoni? Vedi The New Yorker, NYT, Monocle
«Bella domanda. Faccio questo mestiere da 20 anni, produco circa 200 illustrazioni all’anno ma non con l’Italia… A dire il vero alcuni miei colleghi lavorano molto con il nostro Paese, io invece ho fatto una scelta esterofila già nel lontano 2003, dopo le prime esperienze con alcuni periodici italiani e dopo dei lavori mal pagati e mal capiti. Una volta trovata l’America, non mi sono più voltato indietro e non ho fatto nulla per promuovere il mio lavoro da noi. Per cui, magari, è anche colpa mia. In ogni caso ho una teoria: l’illustrazione, a differenza del fumetto  o delle vignette, è l’arte commerciale che si avvicina di più all’arte tradizionale, e proprio per questo motivo, come succede quando con il digitale tenti di replicare un volto umano realistico, più ti ci avvicini alla verosimiglianza più ti disturba. Nel nostro paese chi osserva un’illustrazione fa fatica a incasellarla e questo la rende dimenticabile. O è Arte o è nulla. Per cui penso sia un’arte non capita. Io, per esempio, non vivo il mio lavoro come un’arte ma come un mestiere. Forse basterebbe non prenderla troppo sul serio, accettarla per quello che è, non è fumetto, non è vignetta, non è Arte, è illustrazione. È arte commerciale che richiede molta creatività».

“Tourette”

Dunque, cos’è per te l’arte? In alcune interviste hai detto che non ami definirti un artista. Perché? Mi riallaccio alla musica: secondo te è sempre e comunque arte?
«Sai, ritengo che dal momento in cui realizzi un lavoro a pagamento, su commissione, l’onestà intellettuale alla base del lavoro che stai eseguendo è già stata viziata. Meglio, quindi, mettere da parte l’idea di fare arte e, semplicemente, fare il bravo professionista, che è cosa comunque degnissima a mio avviso. Ammiro chi fa il proprio lavoro bene, qualunque esso sia. Alcuni mi hanno replicato: “E gli artisti rinascimentali, allora? Lavoravano su commissione!”… Ho risposto: “Vuoi davvero paragonare un artista rinascimentale che lavorava su temi religiosi di straordinaria importanza con un’illustrazione sull’articolo scritto da “tal dei tali” sul New Yorker?”. All’epoca gli artisti dipingevano tutti le stesse cose, i temi erano i medesimi, solo che ognuno li interpretava a suo modo. Nella religione troviamo i temi più alti per un artista, e cioè,  la vita e, soprattutto, la morte. Io ho illustrato articoli sul diritto all’eutanasia ma non direi che è la stessa cosa. Venendo alla musica: non è sempre arte, così come non lo è sempre un dipinto. Una volta ho sentito Philippe Daverio dire che l’arte è tecnica più poesia, se manca l’uno o l’atra cosa allora non è arte. Idea assolutamente condivisibile, che poi è un concetto dell’arte che deriva dagli antichi greci. Per me l’arte, più in generale, è il nostro punto di vista, una nostra opinione, scevra da qualsiasi condizionamento esterno (penso al denaro, alla fama o all’approvazione), espresso tramite una forma d’arte che possa essere condivisa con gli altri. A mio avviso, non ha importanza se l’opinione espressa sia particolarmente originale o illuminata, l’importante è che sia un’opinione sincera. Alla base ci deve essere l’onestà intellettuale di voler dire qualcosa che sia autenticamente importante per noi. Poi, è chiaro che non tutto può essere salvato dalle generazioni che verranno. C’è arte che sopravvive e arte che verrà dimenticata. Molta viene dimenticata, poca sopravvive. Ma chi produce Arte non se ne deve preoccupare».

Breaknotes/ Ritornano gli Stones con un brano profetico…

Anche i mitici Rolling Stones hanno avuto una premonizione? Ieri Jagger & Cia hanno rilasciato una canzone originale dopo quasi otto anni di silenzio creativo. Il titolo? Living in A Lost Town. L’uscita l’ha annunciata Mik Jagger sul suo account Twitter: «The Stones were in the studio recording new material before the lockdown & one song – Living In A Ghost Town – we thought would resonate through the times we’re living in. It’s out at 5pm BST today and you can hear the track and interview on @Beats1 now!» .

Il brano è firmato Jagger/Richards e, come ha dichiarato il frontman della band, non è stato scritto pensando a questo preciso momento storico, bensì un anno fa a Los Angeles, immaginando una città come Londra che da allegra e divertente, piena di vita diventava improvvisamente fantasma, vuota. La band era in studio per registrare nuovi pezzi (album in arrivo!). E, visto il lockdown generale, le città deserte, la paura del virus, in questo caso un pericoloso fantasma che si aggira per strade e metropolitane, hanno deciso di adattare il testo del brano («non è stato necessario apportare troppe modifiche», ha precisato Mik). E questo il risultato: ascoltatelo qui. Una Londra deserta così non s’era mai vista.

Memento/ Storie di un 15 aprile qualsiasi…

15 aprile, un giorno a caso. Oggi è un mercoledì. Pasqua è appena passata. Continuiamo le nostre quarantene. Inizia il caldo e il verde s’accende di variazioni: bello e confortante per lo spirito e la vista. Insomma, una giornata paradossalmente normale. Ma se iniziassimo a giocare con gli anni, retrocedendo al 15 aprile addirittura di qualche secolo o decennio fa, almeno per la musica, scopriremmo alcune piccole, interessanti affinità. Siete pronti per un viaggio nel tempo in 5 fermate targate 15 aprile?

Partiamo dal 15 aprile 1738. Era un martedì, a Londra, sotto il regno di Giorgio II Augusto di Hannover. Al King’s Theatre il tedesco George Frideric Händel presenta la sua opera in tre atti Serse. Tra gli artisti, sul palco anche Gaetano Majorano di Bitonto, detto il Caffarelli, uno dei più grandi cantanti d’opera del tempo, un soprano. Per diventarlo fu castrato, a fini musicali, un’operazione che veniva fatta prima della pubertà, visto che le donne, per quelle volontà “dissonanti” della Chiesa cattolica, in suolo sacro non potevano cantare: mulieres in ecclesia taceant, diceva San Paolo – sublime voce soprano (era nota la sua rara estensione vocale, oltre che la sua propensione alle avventure amorose per le quali, pare, rischiò pure la vita). Qui un estratto con la contralto veneziana Sara Mingardo. Ebbene, per Händel quello fu un martedì nero, perché pubblico e critica stroncarono il lavoro del compositore. Così diverso rispetto agli altri dello stesso artista, atti troppo brevi, un solo movimento, inserimenti buffi in un’opera considerata seria (narrava le gesta di Serse I re di Persia). Un fallimento: probabilmente Händel era stato influenzato da nuove “aperture” musicali, dalla coscienza che nell’aria volteggiava qualcosa di nuovo. Gli artisti hanno quella sensibilità, chiamatela creatività o propensione alla genialità, a riprova che la musica, come le altre arti, non è un atto statico ma fluido, un fiume che scorre a volte lento a volte impetuoso, cambia letto, trasforma paesaggi, si insinua dove spesso nulla potrebbe arrivare.

Sempre il 15 aprile ma di 228 anni più tardi, e sempre a Londra, i Rolling Stones pubblicano Aftermath, album caratterizzato dall’introduzione di strumenti “esotici” come il sitar o antichi come il dulcimer (alla stregua degli amici/nemici Beatles), voluta da un vezzoso Brian Jones, e dal fatto che tutte e 14 le canzoni dell’album edizione inglese (uscì anche la versione americana con cover e brani diversi, 11) furono firmati Jagger/Richards. Anche in questo caso, l’album non fu preso bene. Soprattutto per un brano, Going Home che aveva l’ardire di andare avanti per 11 minuti e 14 secondi, non proprio in linea con la media delle canzoni, che duravano al massimo poco più di 3 minuti, meglio se 2 minuti e mezzo. Quell’album contiene alcuni brani diventati poi immortali, vedi Lady Jane, Under My Thumb o Paint It Black (nella versione americana, dove Jones usò il sitar). Anche Serse, poi, ebbe il suo posto nell’Olimpo della musica.

Andiamo avanti, retrocedendo di sei anni dall’uscita di Afetrmath. Questa volta dirigiamoci a Raleigh, North Carolina, Stati Uniti. Il trentaduenne Guy Carawan, attivista, cantante folk morto a 88 anni nel 2015, canta un brano dal titolo We Shall Overcome, davanti al Comitato di Coordinamento Non Violento degli Studenti di Raleigh, il suo contributo per difendere i diritti civili degli afroamericani. Il brano, probabilmente un gospel d’inizi Novecento, profondamente rivisto da Pete Seeger e preso da Guy come canzone di protesta diventa così, uno degli inni più famosi e forti della storia americana. We shall overcome, We shall overcome, We shall overcome, some day. Riusciremo a superarlo, riusciremo a superarlo, riusciremo a superarlo un giorno… cantava quel 15 aprile Guy con trasporto. Cinque anni più tardi, il 7 marzo, ci sarà la marcia di Selma, uno degli atti marcanti del cammino verso la conquista dei diritti civili, il cui cinquantesimo fu ricordato con un bellissimo discorso da Barak Obama quando era presidente nel 2015. We Shall Overcome divenne un cavallo di battaglia di Joan Baez, anche Bruce Springsteen ne ha fatto una versione molto bella alla sua maniera.

Sempre un 15 aprile e sempre negli States, questa volta l’anno è il 2012, il mondo scopre che anche un artista assassinato 16 anni prima a Las Vegas, sto parlando di Tupac Shakur, riesce a rivivere attraverso un ologramma in 3D su un palco e a cantare insieme a Snoop Dogg, al festival Coachella. La tecnologia ha camminato, il ricordo pure – la sensazione di cui parlavo in un post di qualche giorno fa – i tuoi artisti preferiti, anche se non ci sono più, vivono nelle loro canzoni, nei loro video, nei loro dischi e ti sembra di averli sempre accanto. Ma qui, in più, Tupac c’era veramente, si vedeva, cantava. La presenza fisica azzera il tempo, l’emozione concretizza l’evento, lo rende reale, possibile. Il mondo dei vivi che interagisce con quello dei morti. Dopo di lui lo showbiz non si ferma e sul palco risaliranno Elvis Presley, Michael Jackson, Freddie Mercury… Operazioni dubbie per far soldi, grandi artisti, riposino in pace, trasformati in fenomeni da baraccone…

E siamo all’ultimo 15 aprile, quello dello scorso anno, quando la divina Aretha Franklin – e qui non possiamo non ascoltarla in Think dal film The Blues Brothers di John Landis – morta il 16 agosto del 2018, riceve una Special Citation dal prestigioso premio Pulitzer, prima donna ad avere questo onore post mortem, «per il suo indelebile contributo alla musica e alla cultura americana per oltre 50 anni». Amen, anche Aretha ha avuto la sua onorificenza. Forse avrebbe gradito di più averla “dal vivo” come avrebbe filosofeggiato Massimo Catalano, trombettista e pensatore, sodale di Renzo Arbore in Quelli della Notte. Cose che accadono in un 15 aprile qualsiasi…