Bob Dylan, compie 80 anni… Crossing The Rubicon

C’era da aspettarselo: gli 80 anni di vita di Bob Dylan, o meglio, di Robert Allen Zimmerman, che cadono proprio oggi, il 24 maggio, fanno discutere e non poco.

Se vi fate un giro nella grande rete, vedrete come, dagli Stati Uniti all’Australia, dalla Gran Bretagna all’Italia, fino al Sudafrica e al Brasile giornali, siti, radio e televisioni hanno iniziato da giorni a ricordare questa data. Lo fanno in modo celebrativo, reverenziale, con i migliori successi di Bob, le cose che non sapevate di Bob, il significato religioso di Bob, le crisi esistenziali di Bob. Alcuni – pochi a dire il vero – se ne escono con un Dylan sopravvalutato, altri puntano sul significato letterario della sua notevole produzione.

Tutto lecito, ovviamente, Bob Dylan è Bob Dylan. La sua inconfondibile voce nasale ha scandito generazioni di ascolti. Può piacere o meno ma sta di fatto che tutti noi, almeno una volta nella vita, ci siamo imbattuti in una sua canzone.

Dal secondo semestre del 2016, nello stesso anno in cui l’artista è stato insignito del Nobel per la Letteratura, l’Università di Tulsa in Oklahoma ha avviato un corso di laurea in lingua inglese con lezioni mirate su Bob Dylan, sui testi delle sue canzoni. L’università ha ereditato anche un grande archivio sul musicista che diventerà, il prossimo anno, un museo. Il 21 aprile scorso è apparso in libreria The World of Bob Dylan, curato da Sean Latham, il professore che dirige il corso a Tulsa, e pubblicato dall’università di Cambridge: si tratta di una raccolta di 28 saggi di docenti della più diversa estrazione, esperti di filologia, musica, arte, storia, libro che è andato bruciato in due settimane.

Ciò che nessuno può obiettare, osservando i tanti periodi dylaniani e predylaniani, è che l’artista e l’uomo si sono sempre messi in gioco. I cambiamenti, le trasformazioni nella vita di Dylan sono stati tanti, da quelli spirituali a quelli musicali. Di fatto, che piaccia o meno, il menestrello del Minnesota ha perfezionato un genere di musica “Americana” che ha fatto scuola e indirizzato centinaia di musicisti o aspiranti tali.

Molti suoi brani sono stati reinterpretati, moltiplicandone la fama e il successo, altrettanti artisti, a partire dai Beatles (Macca ha dichiarato che fosse stato proprio Bob ha i iniziare i Fab Four all’uso di marijuana) a Bono degli U2, a Bruce Springsteen, lo considerano un faro. Dylan assieme a George Harrison, Tom Petty, Jeff Lynne, Roy Orbison, negli anni Ottanta ha dato vita a uno dei primi supergruppi, i The Traveling Wilburys, dove ognuno dei componenti aveva lasciato il proprio ego e nome per assumerne un altro. Lui era diventato Lucky Wilbury.

Ottant’anni sono un grande traguardo, fa notare Mark Bannerman dell’australiana ABC News. E come dargli torto. Un musicista che ha venduto oltre 120milioni di dischi, che ha una parallela  e fortunata vita di pittore e scultore, che ha ceduto i diritti delle sue canzoni, 600 brani, alla casa discografica Universal per 300 milioni di dollari, cosa può volere di più? E qui sta la forza dell’uomo. Con gli 80 non si chiude una fase della vita ma se ne apre un’altra. Chissà cosa tirerà fuori ancora, ma statene certi, che lo farà.

Delle più vite in cui si è reincarnato Robert Zimmerman, quella di Bob Dylan è la più longeva. Zimmerman lo ha alimentato e lo alimenta ancora. Dylan è un personaggio che s’è creato agli inizi dei Sessanta, Zimmerman è diventato legalmente Dylan, ed è quello che gli ha dato più soddisfazioni. Sa benissimo – e anche noi ne siamo consapevoli – però, che Bob Dylan a un certo punto finirà quando se ne andrà Robert Zimmerman (con tutti i debiti scongiuri e un augurio di lunga vita!).

Considerazioni che inevitabilmente si legano all’ultimo disco che l’artista ha pubblicato lo scorso anno, Rough and Roudy Ways, con quella lunghissima e ipnotica – 16 minuti e 44 secondi – Murder Most Foul, rilettura della storia americana attraverso l’assassinio di John F. Kennedy, o con False Prophet: «I ain’t no false prophet/No, I’m nobody’s bride/Can’t remember, when I was born/And I forgot when I died…», o Crossing The Rubicon: «I cannot redeem the time/The time so idly spent/How much longer can it last?/How long can it go on?/I embrace my love, put down my hair/And I crossed the Rubicon…».

Considerazioni sulla vita, su ciò che si è – e non si è – diventati. Prendere o lasciare. Robert Allen Zimmerman/Bob Dylan è così. Ed è per questo che lo ascoltiamo ancora…

In memoria di John Lennon

Sono esattamente 40 anni che Lennon è stato ammazzato, quattro proiettili sparati alla schiena da Mark David Chapman, ancora in carcere dopo 11 richieste di libertà vigilata. Il mio non vuol essere l’ennesimo ricordo: stampa, social, televisioni ne sono pieni e molti di ottima fattura.

Mi limito solo a pubblicare sul post tre episodi di vita di tre amici brasiliani. Tutti fan dei Beatles e di Lennon, un fotografo e due giornalisti, uno di questi, Márcio Gaspar, nell’ufficio stampa dell’allora WEA (Warner-Elektra-Atlantic) Brazil, oggi WMG (Warner Music Group), aveva lavorato al lancio dell’ultimo Lp dell’ex Beatles, Double Fantasy. Sono tre brevi spaccati di vita di quell’8 dicembre 1980.

Perché brasiliani, vi chiederete legittimamente. Beh, innanzitutto perché amici e colleghi che stimo da decenni, e poi perché il Brasile ha un legame particolare con i Beatles e con Lennon. Nel 1980 c’era ancora la dittatura militare con le sue leggi molto restrittive sulla libertà d’espressione, anche se da lì a qualche anno si sarebbe affacciata, dopo un lungo ventennio, una timida democrazia, ovviamente pilotata dai militari. I Beatles, come tutto il rock degli anni Sessanta e Settanta, sono stati la colonna sonora di quella voglia di libertà, uguaglianza, democrazia che permeavano le università brasiliane.

Tra il 1967 e il 1971 furono costretti all’esilio grandi artisti, Caetano Veloso (breve inciso: nel suo bellissimo album del 1975 Qualquer Coisa, rende omaggio ai Beatles, qui Eleanor Rigby), Gilberto Gil (anche lui omaggiò i Fab Four nel 1971 dall’album che porta il suo nome, con una psichedelica Sgt. Peppers Lonely Hearts Club Band), Chico Buarque, l’architetto Oscar Niemeyer, il cineasta Glauber Rocha

In quegli anni bui molti giovani furono uccisi, sparirono, com’era amara e atroce consuetudine nell’America Latina del tempo. Dunque, John Lennon, le sue parole, l’intervista rilasciata ad Andy Peebles per la BBC nell’ultimo fine settimana della sua vita, sono rimaste scolpite nella memoria di quei giovani. John parlò di tutto, Beatles, musica, famiglia, il rapporto con Paul McCartney, ma non tralasciò nemmeno, con la solita sfrontatezza, la sua visione del mondo e della vita. Per quei giovani brasiliani John è stato musica&politica, peace&love, un’opportunità per sognare un mondo diverso, magari più giusto e libero. Sogni infranti…

Walterson Sardenberg – giornalista
Sono nato il 6 luglio del 1957, il giorno in cui John Lennon e Paul McCartney si conobbero. Questo, in qualche modo, mi pare significativo per come i Beatles hanno segnato la mia vita – e non solo in senso musicale. Ma l’influenza di Lennon è andata ben oltre la musica. Molto di più… Soprattutto nel comportamento. Ricordo che, nel 1970, a 13 anni, ho iniziato a usare gli occhiali da vista per una miopia. Per la mia generazione, il portare gli occhiali da vista era un buon motivo per essere bullizzati. I ragazzini e i pre adolescenti con occhiali li chiamavano quatro olhos, quattr’occhi. All’inizio quegli occhiali non li volevo proprio, ma dall’ottico decisi per un paio rotondi con montatura di metallo, come quelli che usava Lennon. Li indossai e non mi importò nulla d’essere preso in giro. Ero orgoglioso di avere gli occhiali di John Lennon. Quando morì ero un giovane reporter del settimanale Manchete, magazine venduto in tutto il Paese. Ero in redazione nel momento in cui arrivò la notizia. Abbiamo acceso il televisore, increduli. Non poteva essere vero. Invece lo era. In quei giorni ascoltavo sempre Double Fantasy che Lennon aveva pubblicato quell’anno. Il disco è fantastico, ma non tutto. C’è una traccia cantata da John e una da Yoko Ono, alternata per tutto l’album. Era una noia alzarmi alla fine di ogni brano di John e sistemare la puntina del piatto sulla traccia successiva saltando quella di Yoko. Sia come sia, ancora oggi penso che quel disco contenga una delle canzoni più belle di Lennon, Watching the Wheels, con un testo che recita il “chissenefrega” di chi critica le nostre abitudini. Un “vaffa” al bullismo di ogni giorno. Ogni tanto metto sul piatto il vecchio vinile per ascoltarlo. E, ovvio, uso ancora gli occhiali di metallo rotondi, old Lennon Style!

Márcio Gaspar – gironalista e scrittore
Era il 1980, come ufficio stampa della casa discografia WEA a São Paulo, ogni giorno ricevevo via fax dal produttore David Geffen le novità sulle registrazioni di Double Fantasy di John Lennon e Yoko Ono. Il flusso di informazioni era aumentato da agosto di quell’anno, quando s’era capito che ci si trovava alle battute finali del lavoro. «Le basi sono pronte, John inizia a mettere la voce definitiva su Watching the Wheels e Woman; “Yoko ha chiesto una base di eco su Beautiful Boy e John partecipa attivamente al mixaggio di tutte le tracce”… Fax dopo fax ci sentivamo sempre più coinvolti. Io in modo particolare, “beatlemaniaco” e “orfano” della musica di Lennon – non aveva fatto uscire nulla negli ultimi cinque anni – vibravo nel sentirmi parte del “giorno dopo giorno” della coppia. Sapevo a che ora uscivano di casa per andare allo studio di registrazione, quando ritornavano nel Dakota Building, persino quando ordinavano cibo in studio. Per tutto ciò, penso che la notizia del terribile omicidio mi abbia colpito ancora più forte di quel che pensavo. Abbiamo ricevuto le prime informazioni, quindi la dolorosa conferma che era morto e persino le prime foto fatte dallo stesso David Geffen. Ho perso un idolo, ho perso un “quasi” amico, ho perso una parte di me, mi sono sentito perso.

Marcelo Spatafora – fotografo

L’8 dicembre del 1980, mio primo giorno di lavoro, mio padre mi aveva dato un passaggio nello studio fotografico a São Paulo con il suo “fusca”, il Maggiolino della Volkswagen, di color verde. Avevo appena acceso la radio, quando ho sentito, dalla voce di Otávio Ceschi, famoso conduttore della Radio Difusora FM, che John Lennon era morto quella notte. Credevo fosse uno scherzo sui Beatles, d’altronde Paul era stato vittima della stessa notizia anni addietro. Purtroppo era la verità, Lennon era stato freddamente assassinato da un fan. Quel giorno sono rimasto chiuso nello studio fotografico e ho pianto… la radio non smetteva di trasmettere musiche dei Beatles e Lennon. Che immensa tristezza…

Alessandro Gottardo: musica e disegno? L’arte primordiale

Alessandro Gottardo (Shout) – Foto di Nicola Boccaccini

Musica e fumetto. Musica e graffiti, Musica e illustrazioni. Sembra un’attrazione fatale, arte su arte, a comporre il puzzle perfetto. Complementari – se si pensa bene, come fa notare Alessandro Gottardo, aka Shout, classe 1977, friulano di nascita e milanese d’adozione, famoso quanto talentuoso e creativo illustratore che collabora con testate prestigiose, da Time a The New Yorker – musica e disegno insieme da sempre, in quanto “arte primordiale”. Ho fatto una lunga chiacchierata con Alessandro proprio su questo tema, apparentemente semplice, in realtà molto sfaccettato.

Perché, se la “banana” di Andy Wharol per la cover dei The Velvet Underground & Nico è storia, come le centinaia di comics pubblicati in tutto il mondo sulle avventure e canzoni dei Beatles, le illustrazioni che accompagnano gli album di artisti e rockstar oggi sembrano meno incisive, anzi, poco interconnesse. Insomma, operazioni piuttosto “fredde”. Non sono tutte così, ovvio, a generalizzare non si fa mai un buon servizio, ma quel famoso “matrimonio perfetto” sembra aver perso slancio e creatività… Certo è che l’uso delle illustrazioni “graffitate” sono sempre più frequenti per arricchire singoli pezzi e album urban. Anche un certo cantautorato “colto” ritorna alle illustrazioni, vedi il video illustrato da Clelia Catalano per Mammut, nuovo brano del romano Gimbo…

Musica e disegno (fumetto, graffiti…) da sempre si attraggano. Perché?
«Mia figlia, che ha 3 anni, da quando è nata disegna e balla. Come tutti: fin da bambini il disegno e la musica sono le cose che impariamo per prima e quasi in contemporanea. Mi piace pensare che la connessione tra le due arti sia, quindi, primordiale».

Le cover accese dei Gorillaz, l’uso dei graffiti nel mondo rap, le astrazioni dei Depeche Mode e, ancor prima, Beatles (protagonisti di centinaia di fumetti in tutto il mondo) e Pink Floyd: l’immagine racconta la musica, è un’anteprima di quello che si troverà nell’album, o sono solo vezzi, mode?
«C’è stata una corrente di copertinisti negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso che hanno fatto storia. Penso a Milton Glaser, Andy Wharol o Alton Kelley, ma di esempi ce ne sono davvero tanti. L’arte della cover rappresentava non solo la musica contenuta nell’album ma anche il momento storico in cui quell’album e quella musica nascevano. Non erano sicuramente vezzi, ma un matrimonio, e spesso felice. Pensiamo alla banana di Wharol appunto, o alla linguaccia di John Pashe. I Grateful Dead testimoniavano con la loro musica la scoperta dell’LSD, il suo impatto nelle loro vite. La psichedelia e tutto il movimento culturale che ne è derivato poi esplodeva nelle copertine di Kelley. Da noi c’è stato Andrea Pazienza che ha firmato molte cover, penso, ad esempio, a quelle di Roberto Vecchioni (Montecristo, Il Grande Sogno, Vorrei…) o della PFM (Passpartu). Oggi gli esempi sono più rari, credo si sia persa la volontà di produrre arte dentro e fuori il disco. La cover dei Gorillaz ha delle caratteristiche, in chiave pop, che ricordano le grandi collaborazioni del passato tra musica e arte, ma meno nobili, mi pare. Chi usa l’arte oggi nelle cover degli album lo fa principalmente come operazione di marketing. Non penso ci sia più la volontà di fare un progetto artistico a 360 gradi».

“Pace”

Tornando a musica e disegno: sono un’unione “naturale” o “forzata”?
«È naturale, sicuramente. Come dicevo in risposta alla tua prima domanda è qualcosa che abbiamo dentro, e non importa se uno ha attitudine al disegno o alla musica, se uno ha talento o meno. Il fatto di poter godere di un bel disegno o di una bella musica, nel vederlo, nell’ascoltarla o nel praticarla, a prescindere dal risultato finale, è qualcosa che appartiene a tutti fin da bambini».

Che rapporto hai con la musica? Quale ti piace?
«Mentre lavoro ascolto molta musica jazz. Musica strumentale, Bill Evans, Ornette Coleman, Miles Davies, John Coltrane e così via. Talvolta la alterno alla musica elettronica: Nils Frahm, Jonny Greenwood, Olafur Arnalds. Per il resto, quando non lavoro sono abbastanza onnivoro, anche la musica classica mi piace, Mahler in particolare. Quella che non ascolto è la musica pop contemporanea mentre ogni tanto qualche vecchio pezzo del pop anni ’70 non mi dispiace».

Hai brani o artisti “tuoi” che ti accompagnano nel tuo lavoro?
«Ho delle playlist sì, le ho composte con Spotify. Jazz, Classica, Elettronica, Funk, Bossa Nova, R&B e via dicendo… ma sicuramente la compilation Jazz è quella che ascolto di più, tutti i giorni. Un pezzo che potrei ascoltare all’infinito è Take five dei The Dave Brubeck Quartet, così come Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davies e Naima di John Coltrane».

“Il Mestiere di Scrivere”

Hai disegnato molte cover di dischi? Ricordo la girella di liquirizia dei Santa Margaret…
«Sì, esatto, ho collaborato con Stefano Verderi e Angelica Schiatti. Stefano aveva in mente proprio quello di cui parlavamo prima, voleva un progetto a 360 gradi, musica e arte a braccetto a rappresentare una cosa unica. È stata una collaborazione bella anche dal punto di vista umano. Poi ho collaborato con Paolo Fresu a un paio di cover, LP e CD. In quei due casi erano riadattamenti di miei lavori d’archivio. Non erano stati fatti originalmente per Paolo, ma sicuramente, dato il mio amore per il jazz, è stata una collaborazione che mi è piaciuta molto. Per di più ero fan di Fresu ben prima di lavorarci insieme. È stato bello ritrovarsi in quelle due occasioni. Poi ho realizzato alcuni poster di festival musicali. Se in futuro capiteranno altri LP da illustrare ne sarò felice, ma penso che ora le dinamiche di marketing vogliano in copertina la cosa che ha più potenzialità di far vendere il disco che, nove volte su dieci, è la faccia del musicista».

A proposito di Paolo Fresu: ti ha coinvolto in un progetto che sta preparando per il decennale della Tǔk Music, la sua casa discografica…
«Ho contribuito alla preparazione di un docufilm prodotto da Ferdinando Vicentini Orgnani e Roberto Minini Merot, che Fresu presenterà al JazzMI a novembre. Nelle intenzioni di Paolo si tratta di un racconto corale fatto dalle tante voci che hanno collaborato negli anni con la sua etichetta, musicisti, illustratori, artisti visivi, grafici, videomaker, uffici coordinatori, agenti, uffici stampa. Insomma, proprio tutti, un puzzle fatto di musica, arte e green…».  

La copertina di Time – “Space”

Cosa rappresenta per te l’illustrazione? La tua è una narrazione apparentemente semplice, in realtà, piuttosto complessa… spinge il lettore a “impegnarsi” su più piani di lettura…
«Tempo fa su Post.it scrissi nel mio blog (che però ora ho chiuso) da dove veniva la mia passione per la narrazione. Soprattutto da adolescente, questa mi ha salvato. Mi riferisco a quella letteraria. Ero un tipico adolescente insicuro, afflitto dall’acne giovanile che la viveva molto peggio di quanto non fosse in realtà. Mi rifugiai nei libri. Pensai: “non può essere tutto solo forma. Non posso essere condizionato dal mio aspetto”. Il primo libro che affrontai con questo stato d’animo fu Il ritratto di Dorian Grey di Oscar Wilde, non penso vi sia un romanzo migliore di quello per un 15enne che affronta una crisi adolescenziale legata al proprio aspetto fisico. Poi ho letto tutto Kundera, da Immortalità in poi, quindi Goethe, Schnitzler e molti, molti altri. Al punto che, a 20 anni, mi iscrissi anche a dei corsi serali di scrittura creativa alla Scuola Holden di Torino. Facevo avanti e indietro da Milano due volte la settimana, tornavo che era quasi mezzanotte. Ricordo il freddo delle giornate di febbraio, la fame perché saltavo i pasti, e la stanchezza dell’andare avanti e indietro, ma fu un periodo meraviglioso. Capii che scrivere era un lavoro complesso per la quale non avevo abbastanza talento, ma realizzai che avrei potuto comunque raccontare storie tramite i miei disegni, dove di talento ne avevo a sufficienza. Fu così che diventai illustratore. Per rispondere alla tua domanda, per me l’illustrazione rappresenta il mezzo per raccontare una storia con un unica immagine».

Perché hai scelto di chiamarti “Shout”?
«Era il titolo di una mia illustrazione per un nuovo portfolio di immagini realizzato nel 2005. Non c’è un motivo, suonava bene, volevo dare una svolta al mio linguaggio illustrativo e ho scelto di presentarlo con uno pseudonimo di modo che non si confondesse con ciò che avevo fatto sino ad allora e che firmavo con il mio nome vero».

“Prima”

Ancora sul tuo lavoro: perché secondo te l’illustrazione nella stampa non è tenuta così in considerazione in Italia, mentre è un valore aggiunto nei Paesi anglosassoni? Vedi The New Yorker, NYT, Monocle
«Bella domanda. Faccio questo mestiere da 20 anni, produco circa 200 illustrazioni all’anno ma non con l’Italia… A dire il vero alcuni miei colleghi lavorano molto con il nostro Paese, io invece ho fatto una scelta esterofila già nel lontano 2003, dopo le prime esperienze con alcuni periodici italiani e dopo dei lavori mal pagati e mal capiti. Una volta trovata l’America, non mi sono più voltato indietro e non ho fatto nulla per promuovere il mio lavoro da noi. Per cui, magari, è anche colpa mia. In ogni caso ho una teoria: l’illustrazione, a differenza del fumetto  o delle vignette, è l’arte commerciale che si avvicina di più all’arte tradizionale, e proprio per questo motivo, come succede quando con il digitale tenti di replicare un volto umano realistico, più ti ci avvicini alla verosimiglianza più ti disturba. Nel nostro paese chi osserva un’illustrazione fa fatica a incasellarla e questo la rende dimenticabile. O è Arte o è nulla. Per cui penso sia un’arte non capita. Io, per esempio, non vivo il mio lavoro come un’arte ma come un mestiere. Forse basterebbe non prenderla troppo sul serio, accettarla per quello che è, non è fumetto, non è vignetta, non è Arte, è illustrazione. È arte commerciale che richiede molta creatività».

“Tourette”

Dunque, cos’è per te l’arte? In alcune interviste hai detto che non ami definirti un artista. Perché? Mi riallaccio alla musica: secondo te è sempre e comunque arte?
«Sai, ritengo che dal momento in cui realizzi un lavoro a pagamento, su commissione, l’onestà intellettuale alla base del lavoro che stai eseguendo è già stata viziata. Meglio, quindi, mettere da parte l’idea di fare arte e, semplicemente, fare il bravo professionista, che è cosa comunque degnissima a mio avviso. Ammiro chi fa il proprio lavoro bene, qualunque esso sia. Alcuni mi hanno replicato: “E gli artisti rinascimentali, allora? Lavoravano su commissione!”… Ho risposto: “Vuoi davvero paragonare un artista rinascimentale che lavorava su temi religiosi di straordinaria importanza con un’illustrazione sull’articolo scritto da “tal dei tali” sul New Yorker?”. All’epoca gli artisti dipingevano tutti le stesse cose, i temi erano i medesimi, solo che ognuno li interpretava a suo modo. Nella religione troviamo i temi più alti per un artista, e cioè,  la vita e, soprattutto, la morte. Io ho illustrato articoli sul diritto all’eutanasia ma non direi che è la stessa cosa. Venendo alla musica: non è sempre arte, così come non lo è sempre un dipinto. Una volta ho sentito Philippe Daverio dire che l’arte è tecnica più poesia, se manca l’uno o l’atra cosa allora non è arte. Idea assolutamente condivisibile, che poi è un concetto dell’arte che deriva dagli antichi greci. Per me l’arte, più in generale, è il nostro punto di vista, una nostra opinione, scevra da qualsiasi condizionamento esterno (penso al denaro, alla fama o all’approvazione), espresso tramite una forma d’arte che possa essere condivisa con gli altri. A mio avviso, non ha importanza se l’opinione espressa sia particolarmente originale o illuminata, l’importante è che sia un’opinione sincera. Alla base ci deve essere l’onestà intellettuale di voler dire qualcosa che sia autenticamente importante per noi. Poi, è chiaro che non tutto può essere salvato dalle generazioni che verranno. C’è arte che sopravvive e arte che verrà dimenticata. Molta viene dimenticata, poca sopravvive. Ma chi produce Arte non se ne deve preoccupare».

Riflessioni/ Beatles? Forever and ever… and everyday

Dieci anni in cambio dell’immortalità, dal 1960 al 1970. È questo il patto che i Beatles devono aver fatto con il dio della musica quando, da anonimi ragazzi di Liverpool sono diventati il gruppo più famoso della storia della musica. Certo, i Rolling Stones, altri immortali in azione dagli anni Sessanta, sono ancora sul palco. Loro invece come band si sono disintegrati all’apice della popolarità – storie, leggende, donne, rancori, investimenti sbagliati, carriere soliste, metteteci tutto quello che volete.

Eppure, grazie alla loro popolarità per i milioni di fan nel mondo è come se il ritiro dalle scene in formazione Fab4 non fosse mai successo. I Beatles sono i Beatles, sempre lì, immortali, presenti come band ancora attiva nell’immaginario collettivo. Poi ci sono Paul McCartney, John Lennon, George Harrison, Ringo Starr, altre storie. Sono ovunque, addirittura trasformati in fumetti (come testimonia il bel libro, uscito nel 2010 per Skyra, firmato da Enzo Gentile e Fabio Schiavo, Beatles a FumettiI). 

Mi è capitato di osservare uno dei tanti siti aggregatori di notizie. Uno di questi, thisdayinmusic.com, con sede a Prestatyn, località balneare gallese che si affaccia sulla baia di Liverpool a una settantina di chilometri dalla città di MacCartney&Soci, riporta i fatti salienti accaduti nel mondo della musica (rock e pop) negli anni per ogni giorno dell’anno. La cosa incredibile, non perché gli autori del sito siano un po’ di parte, visto lo stesso luogo di provenienza della band, è che per ogni giorno dell’anno sono segnalate una o più notizie sui Beatles. Mi sono divertito a prendere la settimana in corso, da domenica 7 a domenica 14 giugno. Qui la “Beatlescronologia”. Divertitevi!

07/06/1964 Primo tour mondiale, i Beatles partono da Amsterdam diretti a Hong Kong. L’aereo si  ferma a Beirut per rifornimento di carburante. Centinaia di scatenate/i fan invadono la pista. I quattro autografano gli album, ma poi alcuni tentano di salire nell’aereo, la polizia cerca di contenerli con la schiuma antincendio.

08/06/1967 Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band si posiziona al primo posto nelle vendite del Regno Unito e ci resterà per 27 settimane. Per registrare l’album, la cui produzione è costata 25mila sterline (l’equivalente di 42.500 dollari), ci sono volute più di 700 ore di studio. Particolarità: l’album per la prima volta contiene i testi delle canzoni stampati nella busta interna.

09/06/1963 L’ultima data del tour con Roy Orbison. I Beatles si esibiscono nella King George’s Hall, a Blackburn, Lancashire. È in questo tour che i fan dei Beatles iniziano a lanciare gelatina sul palco. Il motivo? George Harrison, in un’intervista televisiva, aveva dichiarato di esserne goloso.

10/06/1964 Da Hong Kong, tre giorni dopo l’“assalto” di Beirut, i Fab4 volano verso l’Australia. Dopo una sosta non programmata a Darwin, dove oltre 400 “fedeli seguaci” salutano il loro aereo, i Beatles atterrano a Sydney, nel mezzo di un violento acquazzone. Salgono su un camion scoperto per salutare i mille fan.

11/06/1969 I Beatles vanno al numero Uno della classifica dei singoli britannici con The Ballad Of John and Yoko, diciassettesimo primo posto nel Regno Unito della band. Gli unici due Beatles che suonano in studio sono John Lennon e Paul McCartney.

12/06/1965 I Beatles entrano nella lista delle onorificenze per per ricevere l’MBE  – Member of the Order of the British Empire – in occasione del compleanno della Regina Elisabetta (verranno insigniti a ottobre). Le proteste arrivano a Buckingham Palace: il deputato canadese Hector Dupuis, anche lui candidato, sostiene che la famiglia reale britannica lo ha messo allo stesso livello di un gruppo di volgari ignoranti…

13/06/1964 Torniamo al primo tour mondiale: i Beatles si esibiscono in altri due spettacoli al Centennial Hall, Adelaide. Per i quattro spettacoli previsti ci sono 12mila biglietti disponibili, contro una richiesta di pubblico di 50mila. I due concerti di questo giorno sono stati gli ultimi del batterista Jimmy Nicol, nel ruolo di Beatle temporaneo, in sostituzione dell’ammalato Ringo Starr. Sempre il 13 giugno ma del 1970, la band inizia due settimane al top della classifica dei singoli Usa con The Long And Winding Road, loro ventesima numero Uno negli States. Lo stesso giorno l’album Let It Be (dodicesimo e ultimo della band) sale al primo posto nella charts degli album Usa più venduti.

14/06/1963 Durante un tour nel Regno Unito, i Beatles suonano alla New Brighton Tower di Wallasey (non esiste più…) con il gruppo di supporto dei Gerry and the Pacemakers, band di Liverpool. I biglietti costano appena 6 scellini. Tra il 1961 e il 1963 si esibiranno qui per 27 volte.

Interviste/ Paolo Alessandrini e la sua… “Matematica Rock”

Paolo Alessandrini, 49 anni, è l’autore di “Matematica Rock” – Foto Walter Criscuoli.

L’ho scoperto per caso, in una delle mie incursioni in libreria. E il titolo mi ha subito attirato: Matematica Rock. Il sottotitolo, Storie di musica e numeri dai Beatles ai Led Zeppelin, mi ha convinto all’acquisto. Per uno che di matematica non ha voluto mai capirne nulla, averlo tra le mani è stata una sfida. E confesso: fin dalle prime pagine mi ha catturato. Si sa, l’ignoto attira… Vabbè, non vorrei farvi credere che sono uno “zero assoluto” a far di conti, come si diceva un tempo, ma l’approccio ai temi promessi nel titolo è stato per me l’inizio di una gran bella avventura. Leggerlo, per chi è appassionato di rock e storie al limite dell’assurdo, è stato come divertirsi sulle pagine di un libro d’avventure, ricco di colpi di scena e spunti di riflessione. Al punto che ho preso il telefono e ho chiamato l’autore di questo “romanzo professionale” di 237 pagine pubblicato nel luglio dello scorso anno per Hoepli. Lui è Paolo Alessandrini, veronese, classe 1971, professore di matematica in un istituto professionale in provincia di Treviso e, nella precedente vita, ingegnere informatico di laurea e professione.

Come ti è venuta l’idea di scrivere un libro che parla di formule matematiche e musica?
«È nata tanti anni fa. Nel 2014 avevo scritto e pubblicato un breve e-book dal titolo La matematica dei Pink Floyd, perché avevo notato diversi punti di contatto curiosi, come la strana cover di Ummagumma (disco doppio dei Pink Floyd uscito nel 1969: un incastro di foto scattate nello stesso luogo poste una all’interno dell’altra, apparentemente identiche ma tutte diverse, ndr), il prisma di The Dark Side of The Moon, la canzone Chapter 24 (nona traccia del primo disco della band inglese, The Piper at the Gates of Dawn; Syd Barret nella scrittura si era ispirato al libro cinese dell’I Ching, ndr). Sono sempre stato uno molto curioso, così dai Pink Floyd mi sono allargato a molti altri gruppi o rockstar per scoprire legami tra matematica e questo genere di musica. Dischi, testi, immagini delle coeprtine, così è nato un libro particolare diviso in capitoli che sono le diverse branche della matematica, dall’aritmetica e algebra all’analisi».

Insomma, il rock è trasgressione, libertà vuoi dirmi che i grandi musicisti, da Elvis ai Genesis a Kate Bush ai Tool sono stati o continuano a essere anche delle profonde menti matematiche?
«No, affatto. Non vuol dire che Tony Banks, tastierista dei Genesis nel comporre Firth of Fifth abbia fatto un’operazione intenzionale  considerando i numeri di Fibonacci, probabilmente è stato un caso. Altri, invece, come Kate Bush che ha intitolato un brano Pi (il Pi greco), volevano dire sicuramente qualcosa. O ancora, i Queen in We Will Rock You con il famoso stomp-stomp-clap, brano in cui, per dare il massimo della potenza espressiva, Brian May s’è inventato in base a una sequenza di numeri primi un efficace effetto riverbero. Molti collegamenti matematici sono elaborazioni fatte a posteriori. Prendi, ad esempio, il lavoro che hanno fatto nel 2018 tre accademici americani, uniti dalla passione per i Beatles, sulle attribuzioni delle canzoni della band a Lennon o McCartney, uno dei grandi dilemmi del rock: affrontando il problema attraverso la matematica statistica, hanno concepito un algoritmo intelligente in grado di definire con una certa sicurezza chi tra i due artisti avesse realmente scritto, ad esempio, In my Life o The Word.

Dunque, il rock è spontaneo e la matematica una rigida disciplina?
«No per niente. Voglio pensare che il rock sia rivoluzionario, trasgressivo, libero, spontaneo. E  paradossalmente anche la matematica è così, nonostante sia considerata generalmente arida e rigida. Sapendola interpretare ed esplorare in maniera diversa, non convenzionale, è in realtà una disciplina molto libera, creativa, trasgressiva. Tornando alla musica, questa è profondamente matematica, se n’era accorto già Pitagora notando come i suoni piacevoli non nascessero in modo casuale. Le scale, le armonie, i ritmi hanno a che fare con la matematica, inconsciamente chi fa musica la percepisce. Leibniz diceva “fare musica è contare senza essere consci di contare”. Nel mio libro ho voluto analizzare un lato un po’ insolito della musica e della matematica».

Breve divagazione: suoni qualche strumento?
«Ahimé, sono la pecora nera della famiglia. Mio padre ha insegnato per anni al conservatorio di Verona armonia e contrappunto. Le mie due sorelle sono entrambe musiciste. Sono cresciuto in mezzo alla musica, è stata ed è il mio pane quotidiano, direi che il mio DNA musicale s’è sviluppato sotto forma di matematica. Canto in un coro polifonico a 4 voci, la Corale Ravel, sono un basso. Facciamo di tutto, dal gregoriano alla musica barocca a Mozart, passando per Ravel e anche per brani rock pop come Impressioni di Settembre della PFM  o Barbara Ann dei Beach Boys. Mi diverto molto».

Insegni matematica attraverso la musica?
«No, dai. Voglio solo dimostrare ai miei allievi che la matematica non è qualcosa di noioso e spesso incomprensibile che venuta giù dal cielo, cristallizzata per l’eternità. Come la musica, si evolve, cambia. Nella storia di questa disciplina ci sono state menti trasgressive che hanno dato nuovi impulsi e prospettive allo studio matematico. Prendi, ad esempio, i numeri immaginari inventati da un gruppo di matematici creativi nel Cinquecento: la radice quadrata di -1 non si può calcolare. Ma se una cosa non si può fare si può sempre trovare un modo per farla lo stesso…».

Nella storia non sono esistiti i matematici puri, questi erano filosofi, storici, teologi, giuristi e anche matematici…
«Esatto, oggi le discipline sono settoriali, non c’è solo il matematico, ma chi si occupa di specifiche sue aree, a differenza, per esempio, di Cartesio che era filosofo e grande appassionato di matematica; essendo ricco di famiglia, ha vissuto la sua vita studiando. Secondo me la matematica non è una vecchia disciplina ma un’arte. Fa parte della cultura di un popolo, come la musica, il cinema, la pittura. È una forma di espressione umana. Brian May, chitarrista dei Queen è un fisico, Johnny Buckland, il chitarrista dei Coldplay, è laureato in matematica…».

Paolo Alessandrini in una delle sue presentazioni-spettacolo assieme al chitarrista Stefano Zamuner e alla cantante Giorgia Pramparo

Torniamo al tuo libro, lo stai presentando in modo particolare…
«Avevo due strade. La prima, istituzionale, una classica esposizione con risposta a eventuali domande. Ma l’argomento del libro si presta particolarmente a una conferenza-spettacolo sulla materia, dove trovano posto la matematica e anche la musica. Sfruttando la collaborazione di un amico chitarrista, Stefano Zamuner, e della cantante Giorgia Pramparo abbiamo preparato quindi una presentazione che è anche uno spettacolo vero e proprio. L’abbiamo portato in molti luoghi, al Festival della Statistica di Treviso o a quello della Scienza a Genova, ma anche a Dolomiti in Scienza a Belluno. Per i lettori del libro ho preparato una playlist su Spotify, con tutti i brani citati in sequenza di capitoli».

Prima di chiudere, quali sono le tue passioni musciali?
«Chi mi conosce lo sa: sono un beatlesiano incallito. Da sempre. Sono stato fortunato: qualche anno fa credevo che i Fab Four non avessero spunti matematici, invece ne hanno, eccome! Mi piace il rock progressivo, ascolto i Radiohead. Ma non solo: amo immensamente anche molta parte della musica classica e del jazz. Sono uno curioso, te l’ho detto, cerco di cogliere il meglio da tutta la musica!».

Interviste/ Walzer, dal Persia’s Got Talent a un disco. Tutto suo!

Di lui mi aveva parlato quel pusher di nuovi musicisti che è Alberto Riva (ricordate? il creatore di colonne sonore per le sfilate di moda), ancor prima che il Nostro se ne uscisse con quella provocazione che di lì a pochi giorni, lo avrebbe portato a una notorietà inaspettata… Così, in un piovoso lunedì di febbraio, ci siamo dati appuntamento alla libreria Feltrinelli di corso Buenos Aires a Milano. Capello lungo, baffo folto, una giacca militare d’antan… Walter Carluccio, in arte Walzer, nato 36 anni fa in un paesino vicino a Legnano, padre italiano madre spagnola, mi guarda incuriosito. «Non sono abituato a questo genere di cose», mi spiega. «Improvvisamente sono diventato uno riconoscibile. Mi fermano, mi intervistano, sono quello della goliardata persiana». Facciamo un passo indietro. Qualche settimana fa Walzer ha fatto il botto di ascolti, visualizzazioni e fama mettendo on line la sua esibizione al Persia’s Got Talent, show per gli spettatori di lingua farsi nel mondo, ripreso a Stoccolma un paio di mesi fa. Se volete leggere sulla sua stravagante esibizione, qui una sua intervista su tgcom.24.it. Insomma, viene voglia di saperne di più su questo artista che vive ancora nel paradiso dei menestrelli, compone ma non si decide a pubblicare, frequenta fior di nomi “pesanti” della musica italiana ma non si lancia. Partecipa a un talent lontano anni luce dalla nostra cultura musicale e lo fa con la consapevolezza che una provocazione sia una possibile e fruttuosa contaminazione tra culture, non ha uno smartphone ma si muove tra i social con passo felpato…

Solo una domanda sulla tua partecipazione al Persia’s Got Talent. Hai portato sul palco Ascanio, mito del web demenziale, e la canzone Esce ma non mi rosica, rielaborata nel testo, su uno dei brani più amati dai persiani, Pariya, di Shahram Shabpareh. Una provocazione?
«È stata una goliardata pura. Una cosa che volevo fare, senza nessuna pretesa. La produzione lo sapeva, ne erano ignari, invece, i giudici. Infatti, non hanno capito l’operazione. Ma la cosa bella è che il pubblico s’è messo a cantare il vero testo, mentre io quello di CelestinoCamicia. Una fusione di culture, quella tradizionale e l’altra, giocosa e spensierata, della rete».

Chi è Walzer?
«Sono uno di provincia, cresciuto in provincia. Ho iniziato a suonare la chitarra di mio fratello maggiore a 14 anni – l’aveva ricevuta in regalo ma non la toccava mai – e a cantare a quattro. Mi ricordo che, fin da piccolo, ascoltando una canzone ponevo sempre più attenzione all’armonia che alla melodia. Mi affascinavano i percorsi sonori di un brano. Al liceo artistico, a Busto Arsizio, ero diventato il menestrello della scuola. Ho iniziato a cantare in vari gruppi della zona. Ancora oggi continuo a esibirmi con la mia prima band, Mike Pastori and his New Dodos, facciamo cover di qualsiasi genere: siamo quattro persone con ascolti decisamente diversi, ed è questa la nostra forza che ci tiene ancora insieme».

Quando hai iniziato a suonare da solo?
«Nel 2010 e ho cominciato suonando proprio Esce ma non mi rosica al mio primo concerto. A Stoccolma mi sono presentato sul palco del Persia’s Got Talent vestito esattamente come il mio primo concerto. Poi, nel 2011, ho avuto la mia “svolta” più importante: ho conosciuto i Selton (fresca ed esplosiva band brasiliana formatasi a Milano, ndr). È iniziata un’amicizia e una collaborazione, con loro ho fatto i miei primi concerti “grossi”. Quindi ho incontrato Dario Ciffo, Roberto Dell’Era, gli altri Afterhours…».

Walzer, ma cosa vuoi dalla tua vita? Oltre alla provocazione che ti ha reso famoso, c’è dell’altro, mi sembra…
«Da cinque anni ho iniziato a scrivere canzoni mie, spronato dai Selton e da altri amici musicisti…».

E…
«Ne ho scritte una quindicina. Lino Gitto e Roberto Dell’Era, che assieme a Enrico Gabrielli fanno gli Winstons (uno dei gruppi più interessanti della scena indie-prog italiana, ndr) si sono offerti di aiutarmi a produrre il disco. Mi piacerebbe incidere ogni pezzo con uno dei miei amici artisti, ospiti, guest star… Devo fare questo passo, è importante, decisivo, altrimenti rischio di rimanere negli annali del web come il pagliaccio di Esce ma non mi rosica…».

Qual è il tuo genere di riferimento?
«Pop/rock con influenze anni Sessanta e Settanta, Beatles, Beach Boys, Elvis Costello per intenderci…».

Scusa, ma perché tutta questa indecisione sui pezzi che hai scritto? Cosa stai aspettando?
«Il 2020 sarà l’anno decisivo, lo dico a te ma lo dico anche a me! Sono fondamentalmente pigro, vero. Però la mia apparente pigrizia nasconde in realtà quello che sono, e cioè, cauto e riflessivo. Mi impongo standard molto alti, sono sempre molto critico con me stesso. Ho bisogno di consensi continui su quello che faccio…».

Cioè, ti sottovaluti…
«Forse. Però non vorrei essere ricordato soltanto per una guasconata, anche se la partecipazione al talent è stata l’occasione per parlare di me. Ora ho in testa tante cose. Devo sentire Daniel (dei Selton, ndr) perché ha avuto l’idea di lanciare un crowdfunding per produrre il mio disco».

Una genialità guascona quella del Persian’s Got Talent! I tuoi cosa hanno detto del tuo exploit?
«Mia madre, che vive alle Canarie, è persona pragmatica. Mi ha fatto una sola domanda: “Ma ti hanno pagato per quello che hai fatto?».

Tu usi i social ma, in realtà, sei un po’ lontano da quel mondo…
«È vero, non ho uno smartphone, non sono un nativo digitale. Mi hanno detto che ciò potrebbe essere un detrimento per il mio lavoro, ma io vado avanti per la mia strada…».

Ma hai bisogno della gente, tutti gli artisti ne hanno.
«Come attitudine sono molto vicino agli artisti di strada. Mi piace suonare nei mercatini, alle feste di paese. E questa, mi rendo conto, è la dimensione più lontana possibile dai social, intesa come modo di accattivarsi la gente. Mettiamola così, la mia è una sfida…».

Walzer, il tuo obiettivo.
«Mantenere la libertà che ho adesso ma esprimere quella creatività organizzata per far conoscere la mia musica. Sono il musicista dei musicisti: tutti mi conoscono nell’ambiente ma pochi al di fuori di questo…».

Annotazione. Alla fine dell’intervista “in libreria”, davanti a un tazzina di caffè ormai fredda, finiamo per parlare di libri, ovviamente di musica. Gli chiedo se mi fa ascoltare uno dei suoi brani: «Sono tutti molto artigianali, registrati in casa. Insomma roba “roots”», si schernisce. Insisto: la voglio pubblicare sul blog, sono curioso, e poi, prima o poi, ti devi decidere. Acconsente: «Ok, ti mando un link dal mio SoundCloud». Quindi, eccolo (il link)! Ascoltiamolo insieme e immaginiamolo “lavorato” con quell’armonia che gli sta tanto a cuore… Io l’arrangiamento me lo sono creato, nella mia testa, ovviamente, con la certezza che da una radice può nascere un gran bel fiore!

Memento/ I Beatles cantano sul tetto, i Kiss salgono sul palco

L’ultima esibizione all’aperto dei Beatles risale a 51 anni fa, sul tetto della Apple Records, la loro casa discografica. Quel mattino freddo e umido, il classico grigio-Londra, i Fab Four con il tastierista Billy Preston, si esibiscono davanti a una quindicina di persone, tra cui due impettiti e imbarazzati poliziotti saliti sul “rooftop” con l’intento di staccare gli amplificatori a causa del volume alto ed evitare ingorghi per la gente che si stava raggruppando sempre più numerosa al 3 di Savile Row. L’esibizione, in realtà, non fu un concerto (vennero suonati 4 pezzi, alcuni registrati più volte, Get Back, Don’t Let Me Down, I’ve Got A Feeling, The One After 909 e Dig A Pony) da inserire nel film Let It Be. L’anno successivo, il 10 aprile del 1970, la band si scioglierà definitivamente. Alla fine delle registrazioni John Lennon, che per ripararsi dal freddo indossava una pelliccia di Yoko Ono (le maniche gli arrivavano a metà avambraccio), ringrazia i presenti con la mitica frase: «I’d like to say ‘Thank you’ on behalf of the group and ourselves and I hope we passed the audition» (grazie a nome del gruppo e di noi tessi, speriamo di aver passato l’audizione).

Lo stesso giorno, ma quattro anni più tardi (1973), quattro giovani rocker in attesa di fama (Gene Simmons, Paul Stanley, Ace Frehley e Peter Criss) salgono sul palco del Popcorn Pub, locale nel Queens a New York (che poi diventerà il Coventry) con i volti dipinti ispirati al teatro giapponese Kabuki, e gli aderenti abiti in pelle. Nasce così la leggenda dei Kiss, band che riceverà in carriera 30 dischi d’oro, 14 di platino e 3 di multiplatino per gli oltre 130 milioni di dischi venduti nel mondo.