Disco del Mese: Under Cover. Firmato Valerie June

Il 26 agosto sono usciti tre album che mi sono piaciuti assai. Parto con Will of the People dei Muse, su quest’album ci tornerò perché ha un legame con un altro lavoro della band britannica che ho ascoltato molto, Drones, del 2015, ma che non è stato sufficientemente considerato. Matt Bellamy, Chris Wolstenholme e Dominic Howard hanno aumentato (e di brutto!) la dose di impegno politico e visionario tipico della loro musica, esasperandolo nei toni con pesanti guizzi dark metal, duro e tagliente e un’elettronica esasperata. Album subito idolatrato ma altrettanto criticato. Lo sto ascoltando, sono quei lavori che richiedono molta attenzione perché si rischia di cadere facilmente negli eccessi opposti di giudizio.

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Disco del Mese: P.O.C. (Proof Of Concept), Zenizen

Nelle mie escursioni lungo sentieri sonori da me poco frequentati, mi sono imbattuto in P.O.C. (Proof Of Concept), un disco molto interessante, uscito il 27 luglio, ben concepito e altrettanto ben arrangiato da Opal Hoyot – nata in Alaska, vissuta tra Australia, Las Vegas, Washington DC, Jamaica e ora di stanza a New York – con il moniker di Zenizen. C’è tanta elettronica, ma ci sono anche strumenti “analogici” che, insieme, dialogano molto bene.  Continua a leggere

Disco del Mese: Porcupine Tree, C/C

Parlare dei Porcupine Tree non è facile. Attiva tra il 1987 e il 2010, sparita per undici anni, la band britannica capitanata da Steven Wilson s’è “riaccesa” dallo scorso novembre pubblicando un paio di brani, anticipazione dell’album C/CClosure/Continuation, uscito il 24 giugno scorso. Lo faccio con un po’ di ritardo visto che abbiamo già passato la prima settimana di luglio. Non vogliatemene!

Il disco, nato in formazione “ridotta” ma sostanziale dei vecchi Porcupine – oltre a Wilson, c’e il tastierista e pianista Richard Barbieri e il batterista-percussionista Gavin Harrison – a un primo ascolto fa tirare un sospiro di sollievo: eccoli lì, riconoscibili nei loro complicati percorsi sonori, nei cambi ritmici improvvisi, nelle accelerazioni, vere galoppate lungo le verdi praterie del pentagramma, nei riff secchi di Wilson, fraseggi metallici, nell’effettistica (sempre made in Wilson). Ascoltatevi, per esempio, Rats Return. Continua a leggere

Disco del Mese: Afrikan Culture, Shabaka Hutchings

Maggio è volato, tra interviste, discussioni e concerti, segno che la musica sta ritrovando lentamente una nuova normalità. Fra le tante uscite di questo mese ci sono lavori interessanti. A partire da Dropout Boogie dei The Black Keys, pubblicato il 13 maggio, con un ritorno del duo Auerbach-Carney a un sound delle origini. 

In Italia oltre alle solite uscite rap/trap, spiccano di gran lunga gli Zen Circus con il loro Cari fottuitissimi amici, disco che ha visto la luce il 27 maggio. Ascoltatelo, ne vale la pena, una delle migliori produzioni italiane di questo 2022. Tante belle feauturing, Brunori SAS, Management, Luca Carboni, Motta, Claudio Santamaria, Emma Nolde, per citarne alcuni.

Maggio ha visto anche una pubblicazione storica: Brian Jackson, il mitico pard di Gil Scott-Heron è ritornato a incidere dopo un lungo silenzio. Negli anni Settanta la loro musica di denuncia ha sollevato le coscienze, smontando pezzo dopo pezzo l’ipocrisia americana in tempi duri e violenti. Brian il 27 maggio ha pubblicato This is Brian Jackson, gran bel lavoro di inediti scritti nel corso degli ultimi 20 anni. L’avrei messo sulla vetta, la merita tutta! 

Però una settimana prima, il 20 maggio, ha fatto capolino Afrikan Culture, solo digitalmente per ora, primo lavoro da “puro” solista di uno dei miei miti, il sassofonista britannico Shabaka Hutchings, artista prolifico a cui piace esplorare tutte le sue infinite creatività dando vita a progetti che rappresentano tanti mondi diversi. Vedi i Sons of Kemet, di cui vi avevo parlato esattamente un anno fa, jazz-hip hop eseguito solo con fiati e percussioni, con l’intervento, in Hustle, brano densissimo, dello spoken word di Kojey Radical. Il basso lo fa una tuba suonata magistralmente da Theon Cross in perfetta sincronia con la sessione ritmica composta da Seb Rochford e Tom Skinner. Shabaka anima i Comet Is Coming con i quali si diverte a sperimentare un soul-prog e i Shabaka and the Ancestors, band con la quale suona spiritual jazz.

Questa volta il sassofonista di origini barbadiane si spoglia del cognome e di tutti i suoi ritmi “politici” per diventare, come un monaco francescano, solo Shabaka. Cover con un suo intenso ritratto per un EP di otto brani che hanno qualcosa di ancestrale.

La necessità di purificarsi, di andare alle origini, le sue origini, scarnificare la sua bravura di compositore e musicista per disegnare ambienti sonori che richiamano a un desiderio interiore meditativo, segnano un evidente cambio di passo nella creatività di uno dei jazzisti più influenti della Gran Bretagna (oserei dire del mondo…).

Anche gli strumenti scelti per esprimersi non sono affidati al caso. Innanzitutto la kora, una sorta di liuto, il cui suono metallico scandisce da secoli i brani dei griot del Gambia; quindi la mbira (lamelle metalliche fatte vibrare su una tavoletta di legno) da cui ha avuto origine la kalimba caraibica ben nota al musicista, o lo shakuhachi, il magico flauto giapponese. Anche le percussioni appaiono come pulviscoli ritmici, pioggia leggera di campanelle. Il linguaggio del jazz c’è ancora – e non potrebbe essere altrimenti – ma portato all’astrazione.

Da Black Meditation, prima traccia, alla splendida Call It A European Paradox, con una struggente kora e lo shakuhachi, a  Memories don’t live like people do, un incasellarsi di strumenti con l’effetto di una risonanza continua, è tutto un sovrapporsi di ricordi stratificati, sprazzi che si accendono e che velocissimi finiscono per lasciare il posto a un Ritual Awakening, brano che trasmette una felicità d’animo, seppur brevissima, con un flauto che “cinguetta” canterino. Ampia riflessione invece, 6:24 minuti, per Explore Inner Space, che prelude a una “dimensione di sottile consapevolezza”, The Dimension of subtle awareness, che conduce, finalmente, alla rinascita, Rebirth, ultimo brano di questo EP velocissimo, mezz’ora d’ascolto, ma concentrato, visionario, ontologico.

Viene voglia di riascoltarlo, ancora e ancora, come un mantra, affascinati da ogni nota…

Disco del mese: Get On Board, Taj Mahal e Ry Cooder

Quando è uscito, il 22 aprile, via Nonsuch Records, con quella cover d’altri tempi non ho avuto dubbi. Dovevo ascoltarlo, anche perché i musicisti in questione sono due grandi, Ry Cooder e Taj Mahal. Entrambi polistrumentisti, curiosi, innovatori. Il primo con la sua passione per le musiche popolari è stato l’artefice, per esempio, dei Buena Vista Social Club, e per questo gliene saremo sempre grati! Il secondo con quella voce forte e roca che sconfina nel soul e nel funk, ha tracciato la sua vita artistica con brani e interpretazioni indimenticabili, da Statesboro Blues, tratto dal suo primo, omonimo album, dove, per inciso, collaborò anche Ry Cooder, a Ain’t Gwine to Whistle Dixie (Any Mo), a Six Days on the Road, She Caught the Katy and Left me, Mule to Ride (brano che troviamo anche nella colonna sonora di The Blues Brothers)…

Questi due signori, Taj 80 anni il prossimo 17 maggio, e Ry 75, compiuti il 15 marzo scorso, hanno deciso di ritornare a suonare insieme rivedendo alcuni brani di due pilastri del Piedmont Blues, Sonny Terry e Brownie McGhee. Lo hanno chiamato Get On Board. Porta lo stesso nome e la stessa cover del 10” che uscì nel 1952 a firma Terry/McGhee e racchiude, oltre a tre brani contenuti in quell’album, The Midnight Special, Pick a Bale of Cottom e I Shall Not Be Moved, altri sette, provenienti dai vari dischi dei due e da esibizioni dal vivo. Sulla cover, al posto dei primi piani di Sonny Terry alla chitarra, Brownie McGhee all’armonica a bocca e Coyal McMahan alle maracas, ci sono Ry, Taj e Joachim, il quarantatreenne figlio di Ry, alle percussioni. Anche il lettering è lo stesso…

La domanda che si devono esser fatti in tanti è: perché proprio quell’album? La risposta più semplice è perché Cooder e Mahal si sono formati con quella musica, da ragazzi, come hanno dichiarato entrambi, erano rimasti colpiti da quel disco, probabilmente è stato il “booster” che li ha spinti a diventare musicisti. Nel 1965 i due fondarono un gruppo, i Rising Sons che non ebbe vita lunga (per la cronaca, Taj finito il college s’era trasferito da New York, dove era nato, a Los Angeles, dove conobbe Cooder). 

Un disco letteralmente fatto in casa, spontaneo, bello, carico di sentimento e grinta, nel quale le imperfezioni sono cosa gradita: ascoltandoli sembra di stare in loro compagnia, in quel salotto con il caminetto alle spalle, un tavolinetto con due tazze, un divano e due scranni. Dal’altro lato della sala Joachim e le sue percussioni. Tutto molto semplice, puro, “raw”.

Partono forte con un blues tradizionale, My Baby Done Changed the Lock on the Door, con la chitarra elettrica volutamente sporca di Cooder, le voci che si alternano e si rincorrono. Anche The Midnight Special, un classico suonato da molti artisti (Harry Belafonte, The Springfields,  Big Joe Turner, Paul McCartney, nostalgica la versione dei Creedence Clearwater Revival) nel loro arrangiamento acquista una freschezza e una spontaneità possibile solo quando due vecchi amici si ritrovano per rivangare vecchi “accordi”. 

E ancora, Hooray Hooray, altro standard nel quale l’armonica di McGhee accelerava come un treno in corsa a tutto ragtime, qui, invece, acquista, con l’armonica di Mahal e il mandolino elettrico di Cooder, una atmosfera più pacata e… sensuale. Splendida Deep Sea Diver: Taj Mahal suona un pianoforte in presa diretta, una melodia che sembra uscire da un grammofono, o meglio, dalla porta di un locale dove sigari e bourbon sono la compagnia perfetta.

Il disco scivola così, in questo mare di note e divertimento. Drinkin’ Wine Spo-Dee-O-Dee,  cantata dalla voce ruvida di Taj Mahal ricorda una serata passata tra amici, la voce roca e impastata, mentre What a Beautiful City, un blues gospel (famosa la versione cantata e suonata alla chitarra da Joan Baez), con loro diventa un attimo mistico. E via via, con Pawn Shop Blues, Cornbread, Peas, Black Molasses, Packing Up Getting Ready to Go, si arriva al brano che chiude questa session di ricordi, amicizia e spontaneità, un’ispirata I Shall Not Be Moved. 

Un lavoro semplice ma imponente allo stesso tempo. Solo due grandi musicisti come Cooder e Mahal riescono a trasmettere, senza effetti, elettronica e diavolerie varie, in modo così nitido e puro l’essenza del Blues. La serenità di una chitarra, un’armonica a bocca e una sedia di legno dove battere il tempo. Basta chiudere gli occhi…

Disco del Mese: Djavan Ao Vivo no Montreux Jazz Festival

E siamo già a fine marzo. In questo mese ci sono state molte buone uscite. Segnalo, per esempio, un gran bel disco blues di un duo italiano, i Caboose, e cioè Luis DeCicco alle chitarre e Carlo Corso alla batteria, che l’11 marzo hanno pubblicato Awake Go Zero, per la Bloos Records. Blues crudo, languido, polveroso, pochissimi effetti, a tratti roots, a tratti Hill country, interventi di Desert alla Bombino.

A proposito di Desert blues i Tinariwen, il 25 marzo scorso hanno pubblicato un’edizione remastered con aggiunta di brani inediti di Amassakoul, album mitico della band maliana, del 2004. Consiglio l’acquisto di entrambi gli album. Meritevoli! Scegliere il disco del mese non è stato per nulla facile.

Anche perché il 25 marzo è andato sugli scaffali virtuali e reali il lavoro di un altro artista che seguo da sempre, Xavier Rudd con Jan Juc Moon. L’australiano rispetta i suoi canoni (e questo alla lunga può diventare un limite): psichedelico quanto basta, cantautore attento alla cultura aborigena, chitarre sognanti e improvvise cavalcate wagneriane con il didgeridoo ne fanno comunque un disco di buon ascolto.

Sempre il 25 e sempre in quella parte sconfinata di mondo, Aldous Harding, nome dietro al quale si nasconde la  giovane cantautrice neozelandese Hannah Sian Top, ha pubblicato Warm Chris, folk album che culla l’ascoltatore e lo fa viaggiare tra i suoi testi ricercati e una voce cristallina che diventa pop, ad esempio in Lawn, o con acuti alla Joan Baez in Warm Chris, quest’ultimo interrotto da secchi stacchi di una chitarra elettrica acida.

Dovendo decidere sono rimasto colpito da un eccellente lavoro che è uscito l’11 marzo. Si tratta di un concerto tenutosi al Montreux Jazz Festival il 5 luglio 1997. L’artista è Djavan, brasileiro dello stato di Alagoas, Nordeste, uno che ha sempre giocato con la sua musica tra MPB, jazz, funk, pop, annoverato giustamente tra i grandi artisti brasiliani. Ebbene, quel concerto è diventato un disco, Djavan Ao Vivo no Montreux Jazz Festival, che Sony Music ha lanciato come apripista per una serie di album live di suoi artisti che si sono esibiti lì negli anni. Registrato all’origine in modo estremamente curato, è stato rimasterizzato da uno dei migliori ingegneri del suono in circolazione, Steve Fallone, negli Sterling Sound in New Jersey. I presupposti per sedersi e godersi con grande soddisfazione questo “inedito” recuperato dalla memoria ci sono tutti.

Conoscendo piuttosto bene la produzione del musicista alagoano, posso dirvi che immergersi nel live, applausi inclusi, e ascoltare i suoi grandi successi rivisti per l’occasione è una buona opportunità per chi lì non c’era. Uso di fiati da grande orchestra, grazie al trio composto da Walmir Gil alla tromba, François de Lima, trombone, e Marcelo Martins sax/flauto; samba elegante, funk leggero, assaggi di musica cubana, gran lavoro del basso a scandire quel mix sonoro di cui Djavan è sempre stato un maestro, merito del bassista Marcelo Mariano. Oltre ai musicisti già citati bisogna ricordare Glauton Campello alle tastiere, Armando Marçal alle percussioni e Carlos Bala alla batteria (per dover di cronaca, tutti i musicisti sono ancora in attività, eccetto Campello, morto nel 2018).

Nel concerto era incluso  Fato Consumado, il pezzo che rese famoso Djavan nel 1975, quando si esibì al Teatro Municipal di São Paolo nel Festival AberturaSplendida la versione di Oceano, solo voce e chitarra, ma anche quella di Malásia, brano che dà il titolo al lavoro pubblicato l’anno prima, disco definito da molti come un grande passo avanti nella sua maturità artistica. Potrei proseguire con Flor De Lis, Sina, Meu Bem Querer, Seca

Disco del Mese: “Amanti, Santi e Naviganti”: la Sicilia di Antonio Smiriglia

Antonio Smiriglia – Foto Charley Fazio

Ci sono state buone uscite nel mese di febbraio. L’altro giorno i Rehab con Sand Castles, e i Caroline, otto elementi al loro primo disco, ipnotico e riflessivo, con un lavoro che porta il loro stesso nome. Quindi gli Electric Sheep Collective, anche questi artisti al primo disco pubblicato, dieci musicisti per un contemporary jazz frizzante, elaborato, complesso ma seducente (ne riparlerò sicuramente, me lo sono ripromesso!). Quindi c’è il ritorno di Hurray for the Riff Raff con un disco dai contenuti forti, Life On Earth

Ma ce n’è uno che mi ha folgorato, una World Music di marca italiana davvero interessante. E, sì: è proprio lui il Disco del Mese di febbraio. L’autore è Antonio Smiriglia, un artista siciliano, di Galati Mamertino, paese di 2700 anime sui Monti Nebrodi, vicino a Capo d’Orlando, più o meno a metà strada tra Catania e Palermo. Il disco, invece, Amanti, Santi e Naviganti, uscito il 19 febbraio per Aventino Music/Opensound Music, è un piccolo, prezioso gioiello, uno spaccato di vita raccontato in siciliano.

Smiriglia è un musicista che da anni sta dedicando buona parte della propria attività artistica alla ricerca della musica popolare sicula. È un nome affermato nel giro della musica popolare d’autore. Collabora da anni con Ambrogio Sparagna – è voce solista dell’orchestra Tavola Tonda di Palermo, e ha aperto in diverse occasioni concerti all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Ha all’attivo quattro lavori discografici, Ventu d’amuri con i Discanto Siculo, Vinni a cantare e Susiti bedda con i Cantori Popolari dei Nebrodi. Ha collaborato anche con Franco Battiato. Grazie a questa straordinaria passione, riesce a raccontare e trasferire nella sua musica atmosfere e ritmi unici. Parliamo di World Music, quella vera.

Devo confessarvi che il lavoro di Smiriglia mi ha incuriosito e stregato non poco. C’è un che di ancestrale che attrae inesorabilmente, una sirena che ti cattura in una rete di spunti sonori, mediterraneità allo stato puro, storia, attualità. 

Arrangiamenti mai scontati, dove tamburi a cornice e bouzuki insieme agli strumenti tradizionali siculi – vedi il friscalettu di canna o il tamburo Marranzano – si amalgamo nella composizione di melodie e armonie che riportano a ritmi antichissimi ma anche a quella certa World Music colta, Peter Gabriel ne è stato un maestro, dove viene sfruttata la bellezza e la potenza melodica in un compiuto e dovuto omaggio a una terra meravigliosa, abitata e conquistata da numerose etnie che ne hanno rafforzato carattere e genio artistico.

Un lavoro pignolo, sia nella composizione sia negli arrangiamenti, una registrazione altrettanto attenta che nobilita strumenti e voce, ne fanno uno dei più belli e interessanti dell’ultimo periodo. L’attacco del primo brano, Naviganti, un contrabbasso che inizia a narrare una litania propiziatoria per la gente che esce in mare, seguito da una chitarra in arpeggio e una serie di vocalizzi di Antonio, una voce acuta e struggente, araba, valgono l’ascolto del disco. Perché lì, in quelle prime frasi sta scritto tutto quello che ascolterete nel disco. Lì, proprio lì, inizia un racconto fantastico fatto di salsedine, afrori amorosi, santi, devozioni, pescatori e migranti. Il Mediterraneo è croce e delizia, soprattutto in questi ultimi anni, vita e morte, amore e sofferenza, calore e gelo… Un disco che puoi annusare, ascoltare con tutti i sensi, e che percepisci subito come tattile.

Dentro Amori, Santi e Naviganti c’è, dunque, un piccolo grande mondo, quello della Sicilia, un’isola che ha migliaia di storie – belle e tragiche – da raccontare e noi, per fortuna, da ascoltare. La cultura musicale mediterranea rivive in preziosi accenti, nessuno prevaricante, piccoli inserti jazz – vedi la batteria in Tempu, suonata da Stefano Sgrò -, frammenti di rock prog – in alcuni punti ci sono echi dei Jethro Tull, di Ian Anderson -, ascoltate il flauto traverso di Fabio Sodano in Controvento -, quindi, il fado non convenzionale di Dulce Pontes (in Si Li Me Paroli).

Il mare porta e confonde tutto, va e viene, e in questo fluttuare galleggiano ritmi e poesie del mondo dove non manca nemmeno il Brasile, con quegli interventi nell’uso dei fiati e dei cambi di ritmo tipici della scuola mineira di Milton Nascimento. Vanno e vengono, naturalmente. L’inizio di Terra lo conferma: un bouzouki metallico suonato da Socrate Verona, a scandire, e il flauto traverso sempre di Sodano a introdurre: brano che racconta il mare degli sbarchi: “Varda la navi ca staci partennu/ Cu li migranti a sbarcari/ Varda la navi ca staci partennu/ Pi farli jri a muriri”, canta Antonio.

Permettetemi un’annotazione sulla voce e sul canto: meriterebbe un post a parte tanto è attento, complesso, teatrale, profondamente legato alla terra. Credo che la summa del canto di Smiriglia la si trovi in Donna Gintili, dove la voce dell’artista si fonde con quella della musicista messinese Oriana Civile, al punto da non percepire più quale sia una e quale l’altra. Perfettamente in sincrono, armonicamente fuse. Un piccolo capolavoro.

Sì, mi ha intrigato molto questo Amanti Santi e Naviganti. Come mi spiegava Ilaria Pilar Patassini nel post pubblicato la scorsa settimana, «quando un disco mi piace lo ascolto, riascolto e ascolto ancora…». Per questo ho chiamato Antonio, per fare quattro chiacchiere con lui.

Bello il titolo Amanti, Santi, Naviganti
«Raffigura e sintetizza la mia terra. L’aspetto amoroso viene dalla tradizione popolare a cui ho voluto dare una nobiltà propria: le serenate, l’amore cantato, contrastato, bello, fatto di passioni, dove ci sono le partenze, la nostalgia i cuori affranti. Santi, perché da sempre qui il sacro convive con il profano. Basti pensare alla commistione in tempo pasquale nel venerdì santo dove convivono riti cattolici e feste pagane. O per esempio, la festa del Muzzuni il 24 giugno, che coincide con la ricorrenza di San Giovanni e il solstizio d’estate. Il Muzzuni è una brocca mozza rivestita di tele e oro pregiati, riempita di sementi fatti germogliare. Un rito propiziatorio in onore della Madre Terra che si rifà alle feste dionisiache…».

E poi ci sono i Naviganti…
«Siamo un’isola, una terra circondata dal mare. Sono numerosi i riti devozionali, chiamati Cialome, che servivano ai pescatori, per una buona pesca, per un ritorno a casa, alla famiglia. Le invocazioni si manifestano in vocalizzi quasi da muezzin, un richiamo di voci per farsi forza durante la pesca del corallo. Invocazioni e ritmo per incitare a remare. Naviganti sono anche i migranti che arrivano sulle nostre coste, gente che spera in una vita migliore e che invece trova, nel mare, la morte».

Qui il testo di Naviganti:
E vidi comu assumma lu curallu
E vidi
E vidi comu assumma lu curallu
E tira
E lu ventu ca lu mari fà strammiari
E vidi e vidi
E vidi comu assumma lu curallu
Comu assumma lu curallu
Ca lu ventu ca sciuscia ora passerà
Ca lu ventu c’acchiana ora carmerà
Amuninni cu li santi ca passari lu fà
Pi la luna e pi li stiddi
Pi li santi piciriddi
La madonna e li santi ni pruteggirà
La madonna e li santi n’accumpagnerà
La madonna e li santi ni pruteggirà
Ca lu ventu ca sciuscia ora passerà
Ca carmerà ca passerà
La madonna e li santi
La madonna e li santi passari lu fà

 

Antonio Smiriglia – Foto Charley Fazio

Antonio cosa ti attrae della musica popolare?
«Ero militare a Caserta. Lì iniziai ad ascoltare la Nuova Compagnia di Canto Popolare, le Villanelle napoletane, Roberto De Simone. Tornato a casa ho studiato la tradizione siciliana, mi incuriosivano i riti, come quello della mietitura, le canzoni che cantavano gli anziani contadini e i pescatori. Sentivo il bisogno di registrarli. Poi… me ne sono innamorato perdutamente. Per questo scrivo e canto solo in siciliano, mi esprimo attraverso la mia lingua, che è vibrante, dagli accenti forti. Nei live mi trasformo, divento tutt’uno con la musica, la tradizione, la vocalità la gestualità, gli spettatori rimangano affascinati da tutto ciò».

Sei nato a Galati Mamertino, paese dei Nebrodi, e hai scelto di vivere qui…
«Sì, sono a mezz’ora dal mare, da Capo d’Orlando, e immerso nell’entroterra dei Nebrodi, un luogo meraviglioso. Sono sempre stato qui, come si dice: le battaglie si fanno sul posto. Avrei potuto andarmene a Roma o a Milano, ma ho preferito rimanere nella mia terra. Ho bisogno di questo posto, mi sento attratto, come se, dentro di me, ci fosse qualcosa che qui trova le pulsazioni giuste. Non riesco a spiegartelo, qui compongo, studio, faccio il musicista, sono me stesso, mi nutro di questo senso di appartenenza. La Sicilia, lo dico sempre, è bedda e maliditta: è un laboratorio a cielo aperto, un luogo che produce storie fantastiche. Ho un rapporto molto bello con lei, anche contrastato, ci sono le difficoltà che si conoscono. Insomma, la Sicilia o la ami o la odi. Qui ci sono molti talenti musicali completamente sommersi, che difficilmente riescono a uscire dai confini isolani. In Puglia, per esempio, è già diverso, grazie all’ormai più che decennale progetto Puglia Sounds, attraverso il quale gli artisti riescono ad avere una certa visibilità».

Oltre alla Sicilia, ti senti attratto da altri luoghi?
«Amo il Portogallo, è un altro posto dove le tradizioni sono ancora forti, ricco di storia di musica. Si Li Me Paroli ha tanto fado dentro».

È, dunque, un bel lavoro di World Music…
«Anche su questo sto molto attento. Fare World Music non significa semplicemente aggiungere uno strumento etnico. È un linguaggio che richiede la conoscenza di tempi musicali scomposti, di accostamenti fra strumenti e voce…».

Quali sono i tuoi ascolti?
«Peter Gabriel, Enzo Avitabile, David Bowie, The Smiths, Simon & Garfunkel. Poi ascolto di tutto, non ho barriere. Quello che non riesco a capire è il nuovo pop italiano. Non è nelle mie corde».

Sei laureato in legge, giusto?
«Sì ho anche fatto pratica. Poi – è un ricordo che non ho mai raccontato – un giorno in cancelleria, dove stavo depositando un atto, ho incontrato un giudice che mi aveva visto suonare e cantare in uno dei miei concerti. Mi disse: “Che ci fai qui? Questo non è il tuo posto, vai a fare Arte”. Così ho deciso una volta per tutte cosa sarei stato!».

Disco del Mese: “What Does It Mean to Be American”, Robert Stillman

Nel 2022 troverete una nuova rubrica su Musicabile. L’ho battezzata – banalmente – Disco del Mese. Qui scriverò di quello che, per i miei ascolti, è, appunto, il lavoro più intrigante e interessante, bello ed emozionante del mese. A gennaio vi segnalo un album pubblicato venerdì 21, degno di un attento ascolto…

È l’ottavo lavoro in studio composto, suonato in tutte le sue parti, prodotto e registrato da Robert Stillman, americano del Maine, residente dal alcuni anni nell’East Kent, in Gran Bretagna. Si intitola What Does It Mean to Be American?, sette tracce per la durata totale di 34 minuti e 15 secondi. Un solo brano cantato, Cherry Ocean, il primo e il più lungo (8 minuti e 34 secondi).

Here lives a family where opposites collide
A brearthing tapestry, the youngest and the guide
A fear of chilly old bones, where influence lies
You dream of a cherry ocean, with a white light
sailing over…

Questa la prima strofa. Sembra di ascoltare le atmosfere minimal del Novecento, il Simbolismo di Debussy, con un sottofondo marchiato Pink Floyd…

Il disco è suonato dal polistrumentista Robert in tutte le sue parti. Sax, pianoforte, piano Rhodes, batteria, clarinetto basso, elettronica. Frammenti volutamente scomposti e poi inseriti in un puzzle perfetto di suoni e generi. C’è jazz, certamente! Ma c’è anche folk americano, accenni classici, appunto, drone music, avanguardia. Tutto scomposto, liquido, come il musicista vede la società americana di oggi.

La seconda traccia, It’s All Is, un’allegra sessione di fiati con un sax tenore predominante, è una rassicurazione dopo la fluttuante Cherry Ocean. Il riff del sax è caldo e invitante, ci si ritrova. Nel video che l’artista ha girato – sempre da solo! – scorrono a ogni “It’s All… Is” parole in coppia di opposti: sofferenza e felicità, bei tempi, tempi bui, risate e pianto, realizzare qualcosa o far niente… indecisioni che si avvertono musicalmente ogni volta che il tema finisce e ricomincia, inciampi voluti. E questa incertezza sul fare scivola, inesorabile, verso un drone ambient, dove tutto s’annebbia…

Passata Self-Image, nella quale il tema iniziale, funk, chiaro, finisce per scomporsi in echi di un sax sovrapposto, si arriva al brano che preferisco in assoluto, Acceptance Blues: il suono ovattato di un piano a muro, un tema che scivola leggero sui tasti, e un fragore primordiale, prima sommerso poi sempre più insistente, un blob sonoro che avvolge lentamente le note dominanti: iniziano dissonanze volute, mentre tutto viene nascosto da una coltre sempre più pesante di noise che poi finisce per esplodere, assordante. Sembrano i frastuoni di un incendio. Alla fine, tra le macerie fumanti, s’innalza il suono nitido e calmo di un fiato. Il canto solenne di speranza dopo la distruzione?

Si continua con What Does It Mean to Be American?, strumenti che diventano tante voci diverse di quel melting pot che sono gli Stati Uniti. Forse oggi il significato di essere americani non è poi così tanto chiaro come era in passato. Il Paese ha bisogno di “accordarsi” nuovamente, scoprire nuovi modi per stare insieme. Deep Time, USA, penultimo brano, è l’amara considerazione del caos organizzato che regna in questo millennio, c’è bisogno di pace, di certezze, di unioni e non di divisioni politiche, razziali, di classe.

No Good Old Days è l’ultima traccia: una classica chitarra folk, la tentazione di ritornare a chiudersi in ambienti confortanti, “accordati”, che però è assai improbabile che ritornino. Un pezzo intriso di nostalgia, mentre il folk si fonde in un caos onirico di suoni. Chiude il lungo, umano respiro del musicista, l’ultima aria che si vuota dai polmoni e che preclude ogni nostalgia di un tempo che fu…