Ascolti d’agosto: Flag Day, la colonna sonora…

L’hanno definito «un film da sbadigli». Flag Day, in concorso a Cannes nell’edizione dello scorso luglio, di Sean Penn, con lo stesso Penn protagonista, porta sul grande schermo le memorie  familiari della giornalista Jennifer Vogel. Non è un capolavoro, anche se Penn è uno dei miei attori preferiti. Se la pellicola ha convinto poco la critica, questa ha un “plus” che non passa inosservato: la colonna sonora. Che è notevole e profonda, nata da tre grandi artisti e dalla partecipazione della figlia di uno di loro. Nell’ordine, Eddie Vedder frontman dei Pearl Jam, l’irlandese Glen Hansard, la imperscrutabile Cat Power, al secolo Chan Marshall, e, in due brani, la voce di Olivia Vedder, figlia di Eddie (My Father’s Daughter, che apre il disco, e There’s a Girl). 

Eddie Vedder non è nuovo nella creazione di soundtrack, basti pensare ai suoi brani in Into The Wilde, film uscito in Italia nel 2008, regista sempre Penn, ascolto spesso Rise, voce, ukulele e pathos, o il docufilm di Eric Becker, Return To Mount Kennedy, in cui il leader dei Pearl Jam ha sfoderato una sequenza di brani di grande efficacia in compagnia dei Mudhoney, Yes Yeah Yeahs, R.E.M. e Lord Huron. Lo stesso dicasi per Glen Hansard: un Oscar per la miglior canzone originale nel 2008 per il brano Falling Slowly, cantato con Markéta Irglová nel film Once di John Carney, dove i due erano pure attori protagonisti. 

Anche l’inquieta Cat Power ha avuto a che fare con colonne sonore di film: anzi, in uno, Speaking for Trees: A Film by Mark Borthwick, del 2004, è stata l’unica protagonista, due ore di musica, solo lei, nel mezzo di una foresta. Alcuni dei suoi brani sono stati usati negli anni per arricchire la narrazione cinematografica di alcune pellicole, come la sua reinterpretazione di Stuck Inside of Mobile With the Memphis Blues Again nel film I’m Not There, opera biografica su Bob Dylan di Todd Haynes (2007), dove hanno suonato e cantato anche Eddie Vedder, gli Sonic Youth (con il brano che dà il titolo al film), i Calexico, i Los Lobos, Willie Nelson, Glen Hansard e Markéta Irglová, i The Black Keys e molti altri… (un altro gran bel disco!).

Un disco di ballate, dove Vedder e Hansard si sentono a casa con i loro tappeti di chitarre acustiche, e dove Cat/Chen può esprimere il suo tipico dark folk. Ci sono anche due cover d’alto livello: la prima cantata da Cat Power, I Think of Angels, brano di KK (Kristján Kristjánsson) la seconda, Drive dei R.E.M., eseguita da un ispirato Eddie Vedder. Chiude il disco Dream di Cat Power. Piano e chitarra acustica in una di quelle ballad tranquille e sognanti, che ricordano una trasposizione acustica delle atmosfere elettroniche degli islandesi Sigur Rós.

Tre dischi per il weekend: St. Vincent, Joe Barbieri, Vijay Iyer

1 – Daddy’s Home – St. Vincent

Come consuetudine, vi propongo tre dischi da ascoltare nel fine settimana. Parto subito con un’uscita fresca fresca, di giornata: Si tratta di Daddy’s Home, ultimo lavoro di St. Vincent, nome d’arte dietro cui si cela la brava Annie Clark, musicista e produttrice americana che vanta collaborazioni importanti, una a cui sono particolarmente legato, è quella con David Byrne in Love This Giant, album del 2012 (ricordate Who?). Dadd’ys Home è un disco irriverente e autobiografico (Annie racconta il periodo, dieci anni, in cui suo padre è stato rinchiuso in prigione per aver partecipato a una truffa azionaria pump & dump di oltre 43 milioni di dollari).

Inevitabili i ricordi dei dischi che giravano in casa, quella musica anni Settanta (lei è nata nel 1982), dove gli artisti amavano sperimentare. E lei reinterpreta quell’ansia quasi nevrotica di cambiare il presente mutando a sua volta la musica di quegli anni. Live in the Dream, per esempio, ricorda tanto Us and Them dei Pink Floyd, che poi si evolve in una forma altra, quasi una parodia del brano originale, con quegli effetti di sitar elettronico, molto usati in quegli anni da quasi tutte le band rock, ma con l’aggiunta dei suoi assoli di chitarra acidi e della batteria che scandisce secca, quasi apatica, in netto contrasto con i suoni avvolgenti di Gilmour e Mason. Sotto questi aspetti, un lavoro originale, non banale, uno spaccato della sua vita non solo di artista. Viene in mente quello che proprio St. Vincent, alle battute finali di What drives Us, docufilm di Dave Grohl che consiglio vivamente, dice: «Alla fine, suonare e scrivere fottute canzoni è ciò che amo fare, la cosa che mi piace di più in assoluto!».

2 – Tratto Da Una Storia Vera – Joe Barbieri

Passiamo a tutt’altro, veniamo a casa nostra per un’uscita di un mese fa: Tratto Da Una Storia Vera, di Joe Barbieri. Su Barbieri mi sono già espresso in questo post, è uno degli autori italiani più bravi e raffinati che possiamo vantare. A cavallo tra jazz, bossanova, arie classiche, è un artista completo. In questo album vanta, as usual, collaborazioni di rispetto, come Fabrizio Bosso nel brano che apre il disco La Giusta distanza, o Niente di Grave, con il violoncellista carioca Jaques Morelenbaum, o ancora In Buone Mani, cantata con Carmen Consoli e Promemoria, esplosione di gioia, con il grande trombonista Mauro Ottolini che ho intervistato qualche settimana fa su questo blog. Un album personale, autobiografico, dove dentro ci sono tutte le passioni musicali di Barbieri, quei generi e quegli amici che lo hanno reso l’artista che è oggi.

3 – Uneasy   Vijay Iyer, Linda May Han Oh, Tyshawn Sorey

E ora ci tuffiamo nel jazz con un pianista che per suonare non sceglie mai le strade più facili, ma ama avventurarsi in terreni affascinanti, in nuove sonorità, in fraseggi complessi che restituiscono all’ascoltare la meraviglia di una lingua, la musica, ricca di “sinonimi e contrari” senza ricadere sempre sulle solite “frasi fatte”. Lui è il newyorkese Vijay Iyer, 49 anni, per l’occasione in trio con altri due grandi musicisti, la contrabbassista e compositrice australiana Linda May Han Oh e il batterista (polistrumentista e compositore newyorkese) Tyshawn Sorey. Il risultato è Uneasy, titolo che potremmo tradurre con “A disagio”, uscito il 9 aprile scorso. A disagio per gli anni di pandemia, a disagio per le tensioni razziali in America ancora irrisolte – ascoltate Combat Breathing.

Ma anche artisti preoccupati di cercare di far capire quello che i tre stanno portando avanti in nome della creatività. Proponendo, ad esempio, anche dei superclassici, come Night and Day di Cole Porter, da ascoltare non come brano in sé ma come una trasformazione sul tema, un altro punto di vista, più complesso, appunto, per le implicazioni emotive e le storie professionali di ciascuno dei tre musicisti. Dunque, un disco da mettere in cuffia a cuore aperto, per lasciarsi conquistare da nuovi linguaggi, considerare altri orizzonti, al di là dei propri gusti personali.