Interviste: Terzino in Fuorigioco? Parola di Tommaso Novi!

Tommaso Novi – Foto Claudia Cataldi

Ma i cantautori esistono ancora? Domanda legittima e provocatoria. Certamente non sono, e ormai da decenni, mainstream. Hanno ceduto il posto al rap e alla trap che è diventato il nuovo pop. Spesso, brani tirati via, testi rapidi che parlano di un disagio che, se all’inizio era sincero, oggi è solo un format perché, se fai quel tipo di musica, puoi diventare un altro Fedez o Sfera Ebbasta. Prima nell’ideale dei giovani c’era il calciatore, ora c’è il rapper. Soldi, soldi soldi…

L’autotune spinto risulta quasi pornografico, storpia voci che altrimenti non esisterebbero, i bit sono per lo più sempre sequenzialmente simili. Un orwelliano appiattimento al diktat comune. E i nostri cantautori? Alcuni si sono ritirati in silenzio lasciando brani fondamentali, altri, più giovani e ostinati, continuano a fare la loro musica non per il successo (ma se viene è meglio!), piuttosto per l’urgente necessità di raccontare storie che colpiscono e fanno discutere. Il modo di vedere dell’artista, in una società democratica e progressista, è importante tanto quanto un saggio di un prof. di filosofia o sociologia. Certo i modi di comunicazione sono diversi, il primo è accademico, quello dell’artista è, spesso, lucidamente visionario, un moderno veggente.

Riflettevo su tutto questo ascoltando un disco uscito una settimana fa o poco più. Si tratta di Terzino Fuorigioco, del toscano Tommaso Novi. Un lavoro dove parola e musica non sono mai per caso. Un album che riporta a echi del “primo” cantautorato. C’è l’ironia acida di Rino Gaetano, ci sono i sogni di Francesco De Gregori, i guizzi di Lucio Dalla, le visioni di Paolo Conte, conditi dalla toscanità, che non è affatto un dettaglio.

Un disco interessante, per un cantautore che, prima di tutto, è un musicista di lungo corso – assieme a Francesco Bottai (ascoltatevi Vite Semiserie, del 2017) formò un gruppo “storico”, i Gatti Mézzi, jazz, folk, swing, causticità di due pisani – pianista di formazione classica, docente di fischio, avete capito bene, fischio, creatore di un metodo che insegna anche al conservatorio… Insomma uno di quei musicisti che calzano a pennello l’idea che ha Musicabile sul valore della musica.

E… sì! L’ho intervistato, ho voluto scambiare opinioni, storie e futuro con Tommaso, una bella chiacchierata, sana, sincera, divertente… abbiamo discusso di cantautori, musica mainstream, di terzini fuorigioco(!), amori perduti e desiderati, spigole e impresari…

Tommaso, ti ho chiamato per parlare del disco, certo, ma anche per scambiare opinioni con te sul cantautorato italiano. Partiamo da qui, se ti va…
«Bella domanda! (attimi di silenzio e riflessione, ndr)… Siamo in un periodo storico di grande sovraesposizione della musica: dischi, per lo più singoli, sfornati ogni giorno. Una raffica di parole che ti assalgono…».

Talmente tanti che fanno pensare a un appiattimento…
«Le tecnologie hanno cambiato radicalmente il mercato e il gusto del pubblico. Il cantautorato… beh, vive ancora ed è profondamente diverso dal mainstream. La differenza principale è che, in questo caso, si ascolta il punto di vista narrante di un artista che il pubblico coglie come una nuova visione di un determinato contenuto. Il mainstream oggi è un esercito di voci che vuole dire qualche cosa e lo fa gridando slogan senza una narrazione. Dacché l’uomo esiste, la narrazione è un atto fondamentale, lo si faceva un tempo attorno a un fuoco, lo si fa oggi in un teatro. Questo sta svanendo, o per lo meno, è molto contenuto. Perciò mi chiedo: “Oggi c’è davvero bisogno di un cantautore, di una storia da raccontare, oppure servono solo messaggi compressi?”».

La risposta?
«Vedo un disastro. Non mi ritrovo in questo panorama di voci urlanti. Sono vecchio, ho 42 anni, vado per i 43. Però allo stesso tempo rifletto. È possibile, proprio perché sono di una generazione diversa, che faccia l’errore che faceva Salieri ascoltando Mozart? Me lo chiedo spesso. Sono anche un insegnante di pianoforte. I miei giovani allievi mi propinano i loro ascolti. Di primo impatto, inorridisco, ma so che devo fare uno forzo, perché in alcuni di questi ascolti c’è contenuto. Quest’anno, dopo molto tempo, mi sono imposto di vedere il Festival di Sanremo. C’era una ragazzetta, Madame, che diceva cose grandissime. Siamo vecchi, ma il bello riusciamo ancora a distinguerlo. Poi, ascolto Brunori, vedo che al prossimo festival c’è Giovanni Truppi e allora mi dico: “Forse c’è ancora un barlume di speranza!”».

Quello che non sopporto, sarò vetusto, un arnese desueto, ma mi fa diventare una bestia, è l’autotune. Lo trovo ovunque, è il gonnellino di paglia di uno che ha paura di stonare, non vedo nulla di artistico, accidenti…
«L’autotune mi uccide! L’altro giorno ho presentato il disco ed è venuto a trovarmi il mio amico Andrea Appino (Zen Circus, ndr). Siamo finiti a parlare proprio di tutto ciò. Noi, alla fine degli anni Novanta e Zero la gavetta la potevamo fare girando tutti i locali d’Italia e guadagnando giusto giusto per coprire le spese. Oggi critichiamo tanto i talent musicali che consideriamo una scorciatoia, in realtà sono figli di un Paese sordo e cieco con gli artisti. Il Covid non ha fatto altro che esasperare l’esistente. Oggi non puoi andare in giro a suonare nei locali perché… non ci sono più. Molti chiudono, altri non riescono ad andare avanti. Se la situazione prima della pandemia era una palude di acque fangose, ora non c’è più nemmeno l’acqua sporca. Tutto secco, arido, con gli scheletri degli artisti che emergono…».

Immagine truculenta ma efficace. La famosa gavetta ti ha portato a creare con Bottai i Gatti Mézzi…
«Gatti Mézzi è stata un’esperienza gigante, è stato… tutto: ancora oggi ho la sensazione di aver sognato quel periodo. Ho imparato a vivere il palco, una gavetta fondamentale: abbiamo fatto circa 700 date in una decina d’anni, pubblicato sei dischi…».

Perché è finita?
«La verità è che ci avevano strizzato troppo. Eravamo stanchi, avevamo detto tutto, dunque, felici di aver concluso. Però mai dire mai… da vecchi questo progetto potrà, chissà, essere ripreso!».

Foto Claudia Cataldi

Veniamo a Terzino Fuorigioco, hai impiegato un paio d’anni a scriverlo
«Ho iniziato nel lockdown, come molti altri, l’ho fatto con tutta calma. Però avere troppo tempo a disposizione non porta bene. Ci sono tante canzoni che, nel tempo, iniziano a puzzare, invecchiano. Avevo questo timore prima di pubblicare il disco, ma siamo stati attenti che ciò non succedesse. L’abbiamo curato con molta attenzione. Ringrazio i miei produttori che mi hanno messo disposizione uno studio che posso usare sempre, tutti i giorni. Stare lì dentro mi fa sentire bene, è bello sedersi al mixer e riascoltare, lavorare artigianalmente…».

Mi piace come scrivi, per esempio, in Aria, canti: «Un giorno riuscirò a bere amaro un caffè…».
«Aria è una canzone d’amore dove metto sul piatto una serie di buoni propositi, da quelli più nobili ai più banali. Bere il caffè amaro è uno di questi ultimi. Ma davvero, è un proposito che ogni tanto mi faccio, ma non so come si fa… il caffè amaro non è affatto buono!».

In Spigola, altro brano, racconti: «Non è bastata la neve a Catanzaro per ricordarmi di stare più leggero»…
«(Ride, ndr). Come fai a ricordarti quella parte! Ti spiego: all’epoca mi garbava una ragazza. Lei stava a Catanzaro e postò una foto sui social con la neve in città assieme al suo fidanzato. Mi ha fatto arrabbiare moltissimo e quell’immagine mi è rimasta impressa!».

Terzino a Fuorigioco, mi ricorda La Leva Calcistica del ’68 di Francesco De Gregori…
«Giusto! L’ho fatto consapevolmente. È un brano degregoriano. È la canzone cha dà il titolo all’album. È una canzone che parla di me. Il terzino è un gregario, io mi sento un gregario, ma poi ho dei guizzi, vorrei osare, ma finisce che mi sento fuori luogo. A 42 anni mi chiedo: “Sono davvero nella posizione giusta nel campo da calcio, lì dove dovrei essere?”. Se ci pensi, nel calcio un terzino fuorigioco o è un pazzo o un genio!».

L’ultimo brano del disco è dedicato al tuo impresario. Ma l’hai fatto davvero?
«Sì, Il Mio Impresario è proprio dedicato al mio impresario, Luca Zannotti, di Musiche Metropolitane. È un pezzo d’amore puro dedicato a quest’uomo. Perché è un elemento essenziale del mio lavoro. Oggi a un artista si richiede di essere più figure allo stesso tempo, imprenditore di se stesso, manipolatore di strumenti di marketing, essere presente sui social sennò sei considerato sparito… Tutto questo mi fa incazzare tantissimo. Dedicargli un brano è un modo per stimolarlo, che trovi per me uno spazio tra i Black Sabbath e Iva Zanicchi, come canto».

Come ha reagito Il Tuo Impresario che “vola più alto per cercare il sole”?
«S’è emozionato, molto. Ai concerti faccio sempre un teatrino, quando la canto lo chiamo sul palco e lo abbraccio. E lui si commuove ogni volta».

Cosa ti aspetti da questo disco?
«Sto imparando ad avere aspettative molto basse. Poi, sai, ogni creativo vede nella sua creatura un figlio. Ti posso dire quello che sogno: sogno di vincere un Premio Tenco, per me il primo, grande passo per fare cose importanti. E poi, sogno un vero tour, diobono!, come si facevano un tempo».

Ultima domanda: sei anche un esperto di fischio, credo uno dei pochi al mondo che sia riuscito a farne una materia di insegnamento…
«A quanto mi risulta siamo solo un indiano e io… Il fischio è una costante in tutte le case degli italiani, siamo un popolo fischiante da sempre! Nonno e papà fischiavano. Ho iniziato da piccolissimo per imitarli. Ero un bimbo molto agitato, iperattivo, avevo molti tic nervosi, quindi fischiavo sempre, era più un segno di disagio che un diletto. Fischiavo tutto il giorno, così a 20 anni mi sono trovato uno strumento musicale formato. In una serata alcolica degli amici mi chiesero di insegnare loro a fischiare. A casa ho iniziato a mettere giù degli appunti per spiegare. Quelle poche annotazioni sono diventate un libro, un manuale e, quindi, un metodo. Dopo 15 anni di progettualità e insegnamento, il conservatorio Luigi Cherubini di Firenze mi chiama per tenere lezioni, fatto che mi onora tantissimo, ho anche registrato un brano (Un fischio esagerato, ndr) con il maestro Nicola Piovani per la colonna sonora del film Una Festa Esagerata di Vincenzo Salemme. Un’esperienza che serberò per la vita, quel giorno, a Roma, sono ingrassato di venti chili!».

Maradona: reggae, rap, tango, pop. Così El Pibe ha stimolato la musica

Diego Armando Maradona se n’è andato ieri a 60 anni. Il mondo lo sta celebrando, Napoli piange come l’Argentina, anche il grande Brasile e Pelé si inchinando davanti alla sua morte e al dolore. L’uomo, l’atleta, il mito e il genio, l’eccesso e il pentimento, l’obesità e la forma perfetta, la povertà e la ricchezza, l’amicizia con Fidel Castro e quella con i clan camorristici. Maradona primo e sempre in soccorso degli ultimi.

Diego Armando è stato e sarà ricordato per tutto questo. Lui e il suo opposto. Dio e uomo. Queste sue dualità, diavolo e acquasanta, lo hanno reso famoso anche in musica. Non è un caso che sia venerato e “usato” nel mondo del rap. Di canzoni che portano come titolo il suo nome ce ne sono parecchie. I duri, tutto coca, collane, ganja, soldi, donne a volontà, borse firmate cariche di erba l’hanno visto – e lo vedranno – come esempio da portare e protagonista di rime da costruire.

Ascoltate Diego Armando Maradona dalla romana Dark Polo Gang del 2018: La mia ragazza segue la moda/ Io seguo i soldi e la droga/ DarkSide baby Diego Armando Maradona/ In questa merda corro tipo maratona/ Mi serve una macchina nuova/ Mi serve una due posti rossa…

Anche A.L.A., rapper tunisino, canta e immagina di essere come Maradona che può avere tutto, annessi e connessi. E potremmo continuare con Colza, giovane rapper di Cantù (2019): La vita di Diego i soldi di Pablo, trappa…

Ho pensato così di mettere “in ascolto” alcuni brani che portano il suo nome. C’è di tutto dal rap, appunto, al romantico latino, persino un suo cameo in una canzone, la trovate sul disco del Club Atletico Boca Juniors (2013), dove El Pibe de Oro aveva militato. El Sueño del Pibe, questo è il titolo del tango registrato nel 1942, testo di Reinaldo Yso (fu anche un calciatore) e del musicista e bandeonista Juan Puey. Lui la cantò negli anni Ottanta, inserendo anche se stesso nella consacrazione dei grandi giocatori, e mostrando pure di avere una gran voce… L’altro, con i Pimpinela, (al secolo Joaquín e Lucía Galán) duo argentino di grande successo. Il mio, il nostro piccolo omaggio in dieci canzoni… 

Per ascoltarle, cliccate sulle immagini…

La Mano de Dios (2011)
Rodrigo

Tango de la buena suerte – da Passi d’Autore (2004)
Pino Daniele

El Sueño del Pibe
Diego Armando Maradona

Maradona – da Honestidad Brutal (1999)
Andrés Calamaro

Diego Armando Maradona
Dark Polo Gang

Santa Maradona (Larchuma Football Club) – 1994
Mano Negra

Maradona (2019)
A.L.A. (feat. El Castro)

Maradona – da Avete ragione tutti (2016)
Canova

Querida Amiga – da Lo mejor de Pimpinela 1982
Pimpinela e Diego Armando Maradona

O’ reggae ‘e Maradona – da Senza Limiti (2007)
Jovine

 

Kaso, l’intervista: un nuovo disco, “Funziona” e la voglia di raccontare

Nel variegato mondo del rap è un tipo po’ anomalo. Innanzitutto, pubblica solo quando ha qualche cosa da dire, che a suo pensare possa risultare interessante (e già questo delinea il personaggio). Secondo: non insegue la notorietà, semmai è perdutamente infatuato della musica, il funk, il soul, l’hip hop old style, generi con cui convive fin da ragazzo, pur apprezzando le nuove pieghe dell’hip hop versione 3.0. Terzo: lavora nel sociale, e, credetemi, non è un lavoro facile, bisogna avere un bell’equilibrio interiore e una gran spinta motivazionale.

Dunque, riassumendo, un rapper a tutti gli effetti, una lingua sciolta che in rima rende plastici i concetti, costruendo storie che si riescono a “vedere”, introspettivo e caustico, mai assoluto e sentenzioso. Basta la pianto qui. Per tutti questi motivi, ha attratto la mia attenzione anche perché, dopo aver rilasciato un brano, Sono a casa Mamma, tra meno di una settimana, il 27 maggio, uscirà il suo nuovo album, Funziona. Lui è Kaso, di nome Fabio, originario di Varese, bella fucina di rapper, “operativo” in musica e versi dalla fine degli anni Novanta, quando ha dato vita a una fortunata coppia, Kaso & Maxi B, lo svizzero-italiano Maximiliano Bonifazzi, amicizia e collaborazione che coltiva ancora oggi.

frame da “Niente da dire”

«Ho perso l’obiettivo, il rap cambiava veloce, non capivo quel che sentivo, faceva schifo…». In Niente da dire, brano uscito nel marzo dello scorso anno rappavi così, davanti al bancone di un bar di paese…
«Avendo una quarantina d’anni mi adeguo al mio pubblico (scherza, n.d.r.). Non mi ritengo un rapper con i paraocchi. Il rap è una grande casa che ospita e continua a ospitare molte voci. E sono convinto che abbia ancora una storia da scrivere. I miei riferimenti sono alla musica black, il soul, il funk… Per la mia storia e per formazione ho avuto a che fare con gente del rap “classico”, passami questo termine, ma anche con giovani come Massimo Pericolo (27 anni di Gallarate, al secolo Alessandro Vanetti, n.d.r.): è uno delle mie parti ed è bravo…».

Chi, a tuo parere, emerge in questo mondo così affollato e complicato?
«Apprezzo chi ha una storia da raccontare, ovviamente con stile, determinante per fare questo genere di musica. Io suono più Elettronico, “groovoso”, legato, come ti dicevo alla black music. La trap non parla direttamente a me. Se non si ha nulla da dire, a mio parere, meglio stare zitti».

Tu e Maxi B. Avete fatto un pezzo della storia del rap agli inizi del Duemila…
«Con Max ci conosciamo dagli anni Novanta, allora registravamo in vinile! Anche nel mio nuovo album c’è un pezzo cantato con Maxi. Insieme abbiamo costruito una comunione di due anime diverse. Io sono “conscious”, attento al messaggio, lui, invece è molto diretto, crudo. Insieme abbiamo dato colori ed emozioni anche all’interno di una stessa canzone. Ci siamo ritrovati in varii brani e anche in questo album. Siamo complementari, mi piacciono i contrasti, i cortocircuiti, i percorsi poco lineari che hanno le persone, e anch’io mi ci metto dentro, senza per forza cercare un’ostentata coerenza…».

E qui entriamo nel tuo nuovo album, Funziona.
«Esatto, il titolo e anche la cover, che vedrete, ha come concetto proprio questo, il desiderio di far voler andar bene tutto, salvo poi andare in cortocircuito. Sai, i rapper hanno sempre uno spiccato senso critico verso la società, e io anche verso me stesso. Quelle che evidenzio sono cose vere ma probabilmente sono anche una sorta di giustificazione di me stesso. È inutile continuare a fare musica tanto per farla, poi finisci che fai uscire brani che durano poco e vengono dimenticati».

Sei severo con te stesso…
«Sì, ma posso dire, eccomi qua, non mi sono fatto sentire da un po’ ma sono qui, con qualche cosa da raccontare».

La tua canzone che anticipa l’uscita del disco è una metafora…
«Sono a casa mamma è un omaggio al genere hip hop. È una grande casa che accoglie tutti. La metafora della mamma è la più calzante per descrivere cos’ha rappresentato per me: ha contribuito alla mia identità ed è diventato anche un “luogo” musicale che posso chiamare “casa”».

Fabio, tu hai anche un altro lavoro, oltre a fare il musicista…
«Mi occupo di sociale dal 2002, lavoro con vite al limite, attualmente mi occupo di minori che hanno commesso reati e rifugiati, sempre giovani, tra i 19 e i 25 anni”.

Con questo impiego non sarà difficile trovare storie da raccontare…
«Non è facile per me conciliare il sociale con la musica, per come sono fatto io c’è una sorta di rispetto e pudore nel fare riferimenti nei miei testi alle storie di queste persone. Pensa che molti di loro sono anche miei fan. Gli domandi che musica ascoltano e capita che ti dicano: Kaso! È anche divertente… Sai, lavorare con ragazzi e ragazze che hanno storie molto pesanti ti porta a due scelte, per come la vedo io: o fare il guerriero, dare un approccio politico, oppure, senza mettermi il paraocchi, approcciarmi alla musica in senso libero, avendo anche la possibilità di realizzare qualcosa di più leggero».

Hai deciso di fare questo lavoro per scelta?
«È stata una mia decisione e l’ho fatto per due motivi: la musica hip hop ha un forte valore sociale anche per chi ha scarse competenze musicali. È un genere accessibile che ha permesso anche alle persone “ignoranti” di musica di approcciarsi a una forma libera di espressione. Ribadisco il forte valore sociale della break dance o quello dei graffiti. Non esistevano scuole che ti insegnassero, era una sorta di “pedagogia circolare”, tutti imparavano da tutti, si cresceva insieme… L’altro motivo è che penso di avere un talento innato per questo mestiere, mi viene facile. Pensa che nello scrivere testi sono molto più lento…».

Torniamo a Funziona
«I progetti musicali nascono da un’esigenza e uno stimolo. In tutto questo c’è anche il mio collega “musicale” Mauro Banfi, tornato a casa, nelle mie zone, da Londra dove ha vissuto per molti anni. Lui è un bravo musicista di estrazione jazz e con lui sto collaborando da un po’, ci conoscevamo da anni e con il suo ritorno abbiamo iniziato a parlarci, a fare progetti insieme con un obiettivo: riportare nel mondo del rap il groove, abbinato con qualcosa di fresco. Abbiamo curato molto  e preparato anche l’aspetto “live”: penso che il rap dal vivo possa dare ancora molto. Quindi, quando ritorneremo a suonare dal vivo, lo farò con una band, creando uno show che possa incuriosire lo spettatore e che apprezzi il rap come una musica suonata. I rapper sono intrattenitori di loro, se in più ci metti anche i musicisti diventa qualcosa di grande. Salmo dal vivo è una potenza proprio per questo».

Ci sarà, dunque, rap con escursioni jazz?
«Sì, non solo, ma sempre riportati al groove. Nello spettacolo dal vivo avere dei musicisti sul palco fa sentire il rapper molto più libero di muoversi ed esibirsi. È una bella sfida spaziare su diversi mondi…».

Anche tu suoni…
«Sono cresciuto utilizzando il campionatore. Da ragazzino avevo iniziato a suonare la tromba. Mi piaceva, ma non al mio vicino che, per lavoro, faceva anche i turni di notte. Così mi ha fatto capire che forse era meglio che cambiassi strumento. Allora sono passato alle tastiere. Che ho suonato anche in un gruppo funky rock, gli Hoptelpry. Le tastiere le riutilizzo ancora, e le fondo con il campionatore, credimi, molto meglio per i diritti d’autore (scherza, n.d.r.)».

Una curiosità, anche in questa copertina ci sarà il colore giallo? È una sorta di marchio di fabbrica…
«Non ti anticipo nulla sulla cover, uscirà tra pochissimo, comunque sì, c’è del giallo. Questa è un’altra storia, il giallo è arrivato per caso, quando io e Maxi producevamo vinili, lo stampatore sbagliò colore e ce li fornì tutti gialli. A nessuno piaceva questo colore ma ci siamo convinti quando ci ha detto: “è stato un errore, scusate, ma vi facciamo uno sconto”. Da allora abbiamo fatto diventare il giallo una sorta di marchio identificativo. Nei concerti c’era quel colore. Con Maxi abbiamo pubblicato un album dal titolo Preso Giallo, che in slang torinese significa “prenderla male”, io ho pubblicato un disco dal titolo Oro Giallo, il mio marchio è giallo…».

Domanda inevitabile, che cosa ha lasciato questa pandemia nella musica?
«Spero che dopo quest’esperienza che ha coinvolto tutti, possa nascere all’interno del settore un senso di unità per creare qualcosa di nuovo, di più solido. Rinascere con più consapevolezza, penso anche nella gestione dei diritti d’autore. Sono una persona che non invidia i colleghi che hanno avuto grandi successi, sono felice per loro».

Cosa ti aspetti?
«Chi lo sa! Sia a livello locale sia in quelli più alti bisogna cercare di riconoscere che quello del musicista è un lavoro a tutti gli effetti, un mestiere come tanti altri. Perciò bisogna cercare di renderlo dignitoso. Ma è una rivoluzione di pensiero che deve partire dagli stessi artisti».

Musica e Idoli/ Non avrai altra star al di fuori di me!

Prima o poi ci si doveva arrivare. Quando si parla di musica, autori, generi, rockstar, idoli, si toccano tasti sensibili. E te ne accorgi dai commenti ai post che pubblichi sui social. Il fattore psicologico conta molto. Mi sono riproposto di intervistare uno psicologo che mi (ci) possa raccontare quali sono le dinamiche mentali che si attivano in questi casi. Lo farò, devo trovare la giusta materia prima…

Dunque, per chi venera un artista, questo è la sua leggenda, il suo idolo e, soprattutto, una leggenda e un idolo che non avrà mai eredi. Non li può avere perché altrimenti i suddetti metterebbero in discussione l’esistenza della sua immortalità musicale. Da ciò discende (secondo punto) che, anche a distanza di anni e di ovvi cambiamenti di stili, non può esistere un musicista che meriti di ambire alla categoria “idolo numero due, il degno erede di…”, come siamo avvezzi a scrivere quando nuovi artisti si affacciano sulle scene musicali. Punto terzo: i paragoni, su basi ritmiche/musicali e di scrittura testi in senso stretto, non sono ammessi: come osi mettere sullo stesso piano un testo di Gil Scott-Heron con quello di un rapper italiano qualsiasi? Ma dov’è la qualità di questi ultimi? E ancora, Bob Marley, BOB MARLEY!, non ha lasciato star degne della sua altezza, lui aveva quel “quid” in più che lo ha fatto assurgere a leggenda; il nuovo reggae non è reggae ma qualcosa che gli può vagamente assomigliare e, comunque, per potenza espressiva e tipicità del suono (merito anche dei suoi fedeli Wailers), non arriva nemmeno ai piedi della statua del mitico Bob che campeggia nel giardino della sua casa-museo di Kingston.

Ciò fa riflettere e mette pure in crisi: possibile che abbia perso il senso critico? Beh, sì, col passare degli anni ci si ammorbidisce (equivalente gentile al “si rincoglionisce”). E soprattutto, possibile che dopo le “nostre” star non siano nate nuove stelle? Prima di inoltrarmi nello spinoso discorso delle generazioni e delle possibili spiegazioni, vorrei mettere un punto fermo. E per farlo mi appello a uno che di queste cose ne sa abbastanza, per esperienza, bravura e genialità (e già comincio a dare giudizi su un artista che ha segnato il piacere della mia musica). David Byrne, l’ex frontman dei Talking Heads, l’uomo “universale” sempre alla ricerca di nuove forme di musica, l’onnivoro della commistione dei generi, affascinato dalle culture e dalla world music. Nella prefazione al suo libro (da leggere!) Come funziona la musica (Bompiani, 2019) l’autore spiega: «(La musica, ndr) È una cosa forte». E continua: «Il modo in cui la musica funziona, o non funziona, non è determinato da ciò che è di per sé, isolata dal resto (ammesso che una condizione del genere esista), ma in gran parte da ciò che la circonda, da dove e quando la si ascolta. Il modo in cui è eseguita, venduta, distribuita e registrata, chi la esegue e con chi la si ascolta e, naturalmente, come suona…». Parole sante dove è racchiuso più o meno tutto il nostro ragionamento.

La musica dipende da chi la suona, dal momento storico in cui la si assimila, dalla forza commerciale delle label che la spingono, e, soprattutto, dal tuo stato d’animo. Insomma la tua star è amore a primo ascolto, il tuo “personal Jesus” che ti dà sensazioni, emozioni, carica. Ci siamo passati tutti, forse questa inclinazione s’è accentuata in quelli della mia generazione e di quelle immediatamente prossime, che hanno vissuto un genere dirompente, il rock, in un periodo di grande contestazione sociale, legando inevitabilmente adolescenza, musica, politica, pensiero. Mio padre ascoltava Fred Buscaglione, Bruno Martino, mia madre amava la  lirica con escursioni (rare) tra Nilla Pizzi e Orietta Bertii… Per me era spazzatura, o poco ci mancava. Ascoltavo Pink Floyd, Genesis, Jethro Tull, Deep Purple, Talking Heads, Bob Dylan, Van Morrison, Cantautori italiani, bossa nova, jazz, Chuck Mangione, uno dei miei preferiti, Gerry Mulligan, Miles Davies, ma anche classica, Mozart lo consideravo un dispettoso maghetto dalle mille risorse… Mia figlia oggi è pop con innesti rap ma con escursioni trap. Il mondo va avanti e non necessariamente in meglio, viste anche le condizioni in cui ci troviamo ora. Ma non possiamo nemmeno essere così nichilisti.

Ricorro a quel geniaccio di Philip Ball, chimico, fisico e divulgatore inglese, siamo praticamente coetanei, da scienziato ha scritto L’Istinto Musicale (edizioni Dedalo, 2011), dando la sua definizione di musica, che poi coincide con quella di Byrne, detta in altro modo: «È parte di ciò che siamo e del modo in cui percepiamo il mondo». È chiaro che ogni generazione ha i suoi miti. Il problema è che, nella gran parte dei casi, ognuno si tiene i suoi preferiti, restando così ciecamente ancorato alla propria generazione, a uno spazio temporale definito. Spesso mi sento dire: «Son troppo vecchio per dedicarmi a questi nuovi cantanti», o anche «Oggi non si fa più musica, c’è solo porcheria in giro». Ma se spingi il demotivato campione ad approfondire con nuovi autori, magari provenienti da quelli che erano i suoi “primi piatti” musicali, scopri che c’è un grande disorientamento: in genere le persone non  si avvicinano nemmeno, forse perché hanno timore… di non capire. Ci sono, ovviamente, le eccezioni: il mio amico Stefano, cinquantenne, è stranamente (o incautamente?) incuriosito dal rap come fenomeno sociale, per questo va a scovare tutti i dischi possibili, concentrandosi sui testi, non gliene scappa uno! Bruno Martino, tanto per prendere uno degli artisti citati, l’ho capito molti anni dopo, e nella sua bravura di autore ho riconosciuto alcuni dei percorsi sonori che mi appartenevano già.

Sto cercando di farlo con i nuovi artisti, siano essi rapper, trapper, new reggae, rock nelle sue versioni più innovative o estreme, alternativi, elettronici, disco. Ascoltare è la miglior arma per capire. Ma bisogna farlo con metodo per riuscire a penetrare questi nuovi mondi. Noi, astronauti in orbita intorno al pianeta Musica, bardati con tute sigillate per evitare di respirare sostanze “contaminanti”, dobbiamo avere l’umiltà di spogliarci e ascoltare. Potremmo scoprire altre strade meravigliose, magari molto più panoramiche (non si perderà l’originale purezza di gioventù), orizzonti sonori totalmente nuovi.

Concludo dicendovi cosa sto ascoltando ora con grande interesse ijn questi giorni: il jazzista israeliano Avishai Cohen (da non confondere con l’omonimo contrabbassista jazz) con il suo nuovo progetto Big Vicious, album uscito il 20 marzo scorso. Trombettista che esplora tanti generi dal jazz al rock al trip hop. Molto interessante l’interpretazione della beethoveniana Moonlight Sonata. Qui godetevelo in Teardrop, gran bella rivisitazione del brano dei Massive Attack, dall’album Mezzanine (1998). Il,secondo sempre in cuffia è Earth di EOB, il progetto solista di Ed O’Brien, chitarrista dei Radiohead, uscito il 17 aprile. Ci ha messo un bel po’ di tempo a comporlo, otto anni, si è avvalso della collaborazione di grandi artisti, Flood alla produzione, il collega di band Colin Greenwood, al basso, Glenn Kotche, il batterista degli Wilco, Adrian Hutley dei Portishead e molti altri. Ed mette nell’album tanto Brasile, dove ha vissuto nel 2012, a suo modo, ovviamente. Sentite proprio il brano Brasil, dura 8 minuti e 27 secondi! Ultimo disco in ascolto, anche questo uscito da poco, il 10 aprile, è The New Abnormal dei The Strokes. «And now we’ve been unfrozen and we’re back», ha annunciato il frontman della band Julian Casablancas all’uscita del lavoro, dopo sette anni di silenzio, inframmezzato da un EP, Future, Present, Past (2016). Suonano rock, onesto, pulito,  lineare, beatitudiniario e fluidificante per questi giorni. Dietro alla band, il produttore Rick Rubin, una garanzia. Un’infilata di riff, chitarre, synt che ti fa sentire a posto con la vita e con le giornate da affrontare. Qui At The Door.

Urban Indie/1 – Roberto Cibelli, Giuliano Saglia e la rivoluzione della musica

Ok, il discorso va affrontato, e lo dico da vecchio rocker quale sono. L’ormai rugginosa “guerra” tra rock e rap all’alba del 2020 non ha più nessun senso. Il rap ormai è stato introiettato e digerito come genere “storico” acquisito. Ha la sua lunga storia  – dagli anni Settanta a oggi di “rappate” per le strade e nei palchi del mondo ne sono passate tante – e, come è accaduto per il rock, va considerato come una delle “stagioni” della musica, quei particolari, intensi, momenti di cambiamenti sociali e culturali che rendono quest’arte una delle antenne principali per captare i cambiamenti in corso. Dunque, eccoci qua. Con una notizia arrivata fresca proprio oggi – l’assassinio di Pop Smoke, 20 anni, rapper newyorkese stimato dai grandi nomi del genere, da Nicki Minaj a Cardi B, per citarne un paio – che non smentisce la fama ribelle e trucida dell’hip hop d’oltreoceano. Quello italico è profondamente diverso, di sicuro non fisicamente violento. Non si parla più di disagio e riscatto sociale, com’era per il rap, ma di esibizione e voglia d’avercela fatta, di soldi e lusso, di un machismo ostentato, con un uso snervante dell’autotune sul cantato (trap) e una libertà di esecuzione vocale non legata al beat, che nella trap è più accelerato (vedi Sfera Ebbasta, Ghali, il giovane Shiva). Salvo rare eccezioni il trapper è un artista solitario che non si associa in crew: se ce la fa, emerge e diventa famoso ed è solo per merito suo e di nessun altro… La trap sta evolvendo a sua volta, nascono nuove correnti con nomi coniati dagli stessi artisti… C’è chi paragona – per certi aspetti a ragione – questa “rivoluzione” musicale al punk degli anni Settanta, come corrente di rottura, che sa parlare la lingua del disagio giovanile…

Il nostro viaggio nel mondo rap/trap, inizia in una tranquilla via di Milano, a due passi da Paolo Sarpi, nel quartiere cinese. Qui ha sede la Red Music edizioni musicali. Al timone Giuliano Saglia, 67 anni, e Roberto Cibelli, 60. Più che una label è una “talent scout house”, una “casa sicura” dove, chi ha talento, può emergere e viene aiutato in tutto, dalla costruzione del personaggio alla mera burocrazia.

Roberto Cibelli, a sinistra, e Giuliano Saglia, a destra, della Red Music

Come siete entrati nel mondo dell’Urban? Nel corso degli anni avete anche intercettato il fenomeno della Disco Music italiana mietendo più che rispettosi successi (tanto per ricordarne uno, Giuliano Saglia nel 1998 ha coprodotto con Alex Farolfi e Mario Fargetta, Feel it, arrivando al top delle classifiche inglese ed europee)…
Roberto: «Siamo entrati nell’Urban Indie per necessità. Con la crisi del 2008 ci siamo ritrovati a decidere su cosa fare della nostra attività, così abbiamo puntato su quella fetta di musica indipendente che le grandi case discografiche, per motivi di struttura e tipo di lavoro, non consideravano… È andata bene. Tra 10, 15 anni questa musica sarà considerata il pop italiano».

Secondo voi perché ha preso piede divorando fette di mercato sempre maggiori?
Roberto: «Mi rifaccio alle parole di J-Ax: l’Urban Indie si è affermato grazie a Internet, Spotify, i social media. Le major non hanno più il potere di decidere quali artisti siano da promuovere e mandare avanti e quali no. Questi ragazzi non devono ringraziare nessuno se non loro stessi e la loro creatività… Tra il 2010 e 2015 non ascoltavi un brano urban in radio, oggi è tutta un’altra storia».
Giuliano: «Il pubblico è cambiato. I ragazzi si identificano perché nei brani di artisti che hanno la loro stessa età e che sono cresciuti negli stessi luoghi, vengono affrontate tematiche reali. Diventare famoso è uno degli obiettivi futuri dei giovani ascoltatori. Devi saper esprimere quello che stai vivendo, sei arrabbiato, non hai soldi, hai un’infanzia difficile… il gergo è lo stesso da Milano a Catania».
Roberto: «I social sono stati importantissimi. Come artista puoi interagire immediatamente con chi ti segue. Prima la comunicazione la faceva la casa discografica ed era distaccata, non coinvolgente. Il pubblico, il tuo pubblico che si riconosce in quello che tu dici, ti sente vicino, un amico».

Ciò ha permesso a molti più artisti di emergere?
Roberto: «Non proprio. Prima c’era l’imbuto della casa discografica: potevi essere un genio, ma se, magari, quel giorno chi ti ha visto non ha capito chi tu fossi veramente, la tua carriera veniva stroncata definitivamente ancor prima di nascere. Oggi a decidere è il pubblico. Se piaci vai avanti altrimenti no. I numeri degli “emergenti” sono gli stessi di quelli che c’erano nell’era del pop».
Giuliano: «È una questione di possibilità, non sono gli altri a decidere la tua carriera, ma sei tu. Se hai le capacità puoi arrivare a sfondare anche da solo. Prendiamo ad esempio Ghali. È stato con noi nella fase iniziale. Era un ragazzo con una vita difficile, abitava in un appartamento minuscolo con la madre in un quartiere difficile e di periferia. Aveva tutta la voglia e la forza di emergere, raccontare, uscire da una esistenza dura. Chi ti ascolta capisce se in te, artista, c’è spessore o meno…».

Insomma, Internet e i social hanno democratizzato la musica…
Roberto: Sì. Pensa solo negli anni Settanta e l’ondata del cambiamento musicale con l’arrivo dei cantautori. Ti sei mai domandato perché emergessero per lo più artisti romani e pochissimi milanesi? A Roma aveva sede l’RCA. La potente etichetta aveva addirittura creato una scuola per cantautori. Oggi il territorio fisico non esiste più, si gioca tutto nel web».

Qual è il futuro della musica italiana?
Giuliano: «Si è partiti con il rap e si va verso un indie che non ha contorni definiti. È come un fiume che scorre impetuoso ma non costretto in un unico letto. L’acqua si spande ovunque… Ora siamo noi discografici che seguiamo l’onda, prima era esattamente l’opposto: si creava la moda e il genere. Oggi si inseguono le mode e i generi si cavalcano».

È corretto definirvi “scopritori di talenti”?
Giuliano: «Vediamo decine di ragazzi ogni settimana, ascoltiamo le loro produzioni. Se scorgiamo del talento creiamo un progetto per loro, gestiamo tutta la parte del copyright e la burocrazia, permettiamo loro di apparire negli store, ma li lasciamo discograficamente liberi».