Daniele Falasca: Triade, famiglia, fisarmonica e jazz

Non so voi, ma quando sento suonare una fisarmonica o un bandoneon entro in catalessi. Assieme al contrabbasso e al violoncello sono gli strumenti che più modellano le mie emozioni. Vi dico questo perché mi è capitato tra le mani un lavoro uscito agli inizi di maggio dall’abruzzese Daniele Falasca, fisarmonicista e pianista di grande bravura, dal titolo Triade, pubblicato dall’etichetta Ars Spoletium – Publishing & Recording.

Un disco scritto di getto, come spiegato dallo stesso artista, prodotto e confezionato ancora caldo, dove troviamo jazz, tango, samba, frammenti di world music, citazioni classiche, richiami alla musica popolare della sua terra d’origine, elaborati in seducenti percorsi sonori che rimandano da un capo all’altro dell’Atlantico in un suggestivo vai e vieni di ritmi e armonie. 

Un bel disco, aperto, gioioso, che l’autore ha dedicato alla sua “piccola” famiglia.  Come spesso accade nel jazz, il titolo di un brano è l’input per immaginare visioni sonore, renderle quasi palpabili. Prendete Lety, la prima traccia, dove Daniele “racconta” la figlia Letizia. Un tema orecchiabile che parte sommesso e maestoso per poi esplodere in un carnevale carioca dove ballo, fiori, sole, caldo, tamburi esprimono tutta la carica vitale di una bimba ai suoi primi anni di vita. Triade, brano che dà il titolo all’album, descrive, invece, la vita frenetica del suo piccolo nucleo familiare composto da tre persone, un tango per immaginare e scandire la giornata tipo di casa Falasca. 

Daniele Falasca – Foto di Sergio Rapagnà

Esperienze, conoscenze reciproche. In questi otto episodi che si susseguono in una sarabanda di note, hanno dato il loro apporto Arturo Valiante al pianoforte, Marcello Manuli al basso e Glauco Di Sabatino alla batteria. C’è spazio anche per due featuring: il pianista Vincenzo Di Sabatino in Città delle Rose e Linda Valori nel riarrangiamento di uno standard, What a Wonderful World, eseguito magistralmente grazie a quella voce soul da pelle d’oca di cui Madre Natura l’ha dotata. 

In quest’ode alla felicità che è Triade, What a Wonderful World può suonare a prima vista “stonato”, estraneo. Eppure, a pensarci bene, è il timbro di gioia che Daniele ha voluto stampigliare sul suo lavoro. Il mondo è meraviglioso, soprattutto se il padre che stravede per la figlia piccola esprime con le note l’avventura di essere genitore, una piccola vita su cui si ripongono aspettative, sogni, desideri. Falasca nel 2017 aveva addirittura dedicato un intero album all’attesa e alla nascita della bimba …Aspettando Letizia.

Unico brano ammantato di un velo di tristezza, anzi, mi correggo, di nostalgia, è Chet, dedicato a Beker. Daniele non è nuovo a questi inserimenti, omaggi ad artisti che hanno contribuito alla sua formazione.

Per concludere: Triade è un disco ben riuscito dedicato agli affetti e all’amore, per la famiglia, per la fisarmonica, per la musica. Ho letto da qualche parte che Daniele quando è triste suona il pianoforte e quando è allegro sceglie la fisarmonica. Strumento popolare, accompagnamento degno di feste, tradizioni e balli. Si aprano le danze, dunque!

Consigliato: un antidoto allo stress e alla tristezza…

Interviste: Ilaria Pilar Patassini e la “persona armonica”

Ilaria Pilar Patassini – Foto Paolo Soriani

È da un po’ che mi frulla in testa il significato di “persona armonica”. Affermazione – pertinente – letta su un delicato addio, scritto e pubblicato su Facebook, a David Sassoli, ex Presidente del Parlamento europeo, mancato lo scorso 11 gennaio. L’autrice del post è un’artista brava, colta, bella, una di quelle persone che non sono mai soddisfatte di conoscere, capire, farsi domande. 

Si chiama Ilaria Pilar Patassini, figlia degli anni Settanta, una della generazione di mezzo, con tutti i dubbi, gli interrogativi e la voglia di essere parte attiva della vita. Il concetto di “persona armonica” mi ha colpito per la sua verità, perché in sé, quelle due semplici parole, raccolgono un universo di sfaccettature, tante stelle preordinate alla grandezza, alla bellezza e al senso di infinito. “Armonico” per una musicista come Ilaria è un vero e proprio stile dell’essere. 

Nel settembre del 2019 ha pubblicato Luna in Ariete, album interessante, costruito sul numero tre e sui suoi multipli (ascoltate Nessun tempo si perde!). «Un lavoro di tre anni», mi racconta. «Nel frattempo sono rimasta incinta: non ti esplode solo la pancia, ma tutto quanto!». Così l’ha concepito seguendo la sua gravidanza. Qui Il suono che fa l’Universo, merita! Nove canzoni, che scandiscono, mese dopo mese, l’esperienza dell’attesa. Il disco dura 39 minuti e 39 secondi… All’album, registrato tutto in presa diretta, avrebbero dovuto seguire non solo i live ma anche altri sei videoclip, oltre ai tre realizzati, ma la pandemia, anche in questo caso, ha fatto il suo lavoro. Se tutto andrà bene potrete trovare comunque molte di queste canzoni in un calendario di live auspicati per la prossima stagione estiva e poi ancora in quella invernale. A dicembre dello scorso anno ha pubblicato anche un piccolo tesoro in musica, Ilaria y el Mar, un EP di sei brani, tutti cantati dal vivo, dove si riconnette con la musica dell’emisfero Sud, tango, milonga y pasión, con chitarra, violoncello, viola, violino e con Daniele Di Bonaventura al bandoneon. Ascoltate Los Pájaros Perdidos, coinvolgente brano di Astor Piazzolla…

Mentre scrivo, al solito, mi accompagna la musica. Mi serve per concentrarmi ma anche per nutrirmi. La musica dilata il tempo, lo modifica nella percezione. Ora ho in cuffia l’ultimo lavoro di Ethan Inverson, l’ex pianista e cofondatore dei The Bad Plus, trio jazz americano del Midwest. Alcuni giorni fa Ethan ha pubblicato il suo ultimo lavoro, Every Note Is True in collaborazione con il contrabbassista Larry Grenadier e quel sommo batterista che è Jack DeJohnette

Il titolo dell’album e il progredire dei brani mi ricordano la lunga chiacchierata che ho fatto settimana scorsa con Ilaria. Più di due ore a parlar di musica ma soprattutto di armonia, su cui si fonda la musica (ne discutevano “ennemila” anni fa i filosofi greci da Aristosseno di Taranto a Platone, ai pitagorici) ma sulla quale si dovrebbe anche basare l’esistenza di ognuno di noi… Ci sono parole che per Ilaria sono pietre angolari e che ricorrono spesso durante l’intervista. Biodiversità culturale da contrapporre alla monocoltura, prevenzione (leggi educazione) per diventare persone migliori, dimensione politica anche nella musica, pluralismo contro individualismo, comprensione dell’arte attraverso la sedimentazione della stessa, complessità contro semplicità, compromesso politico, nel senso originale del termine latino, e cioè l’onore di una promessa condivisa… 

Ilaria, partiamo proprio da David Sassoli, persona armonica…
«Sassoli mi ha sempre colpito, perché nella sua vita si è schierato senza mai essere divisivo. Aveva scelto da che parte stare, rispettando sempre l’altro».

È un problema di cultura, che viene da lontano. Oggi, probabilmente, stiamo raccogliendo i cocci di un mondo diverso, dove dominano improvvisazione e individualismo, non armonia ma note singole…
«È un discorso lungo, anche perché se parliamo di musica in senso stretto, oggi si continuano ad ascoltare cose bellissime e lodevoli, ma di fatto, andando indietro negli ultimi trent’anni, l’avvento di una cultura più superficiale, diffusa e cavalcata dalle televisioni commerciali, quell’edonismo innestato nei rapporti economici, quel senso di libertà letto in “faccio quello che mi pare”, ha creato uno sdoganamento dei rapporti sociali, facendo cadere tutti i protocolli sociali e culturali – io, invece, adoro i protocolli! – facendo sì che in Italia si creasse soltanto un’estesa monocoltura. Il terreno s’è inaridito. C’è bisogno di biodiversità in tutto, in natura, nei rapporti sociali e anche nella musica. X Factor non è il male, il problema è che manca tutto il resto».

È un’osservazione che mi hanno fatto molti altri artisti. Ci vorrebbe una coscienza maggiore di chi tiene le redini del Paese, soprattutto dopo due anni di pandemia e restrizioni…
«Ricordi quando Giuseppe Conte in una conferenza stampa, parlando del rilancio e degli aiuti ai lavoratori, se ne uscì con quella frase infelice definendoci “I nostri artisti che ci fanno tanto divertire”? Se chi ci rappresenta è lo specchio di ciò che siamo, la dice lunga su quello che noi stessi pensiamo del ruolo dell’Arte in questo Paese. In tempi diversi, anche una canzone come Fin che la barca va, di Orietta Berti, era un contraltare a qualcosa d’altro che esisteva…».

José Saramago nel suo Ensaio Sobre a Lucidez, 2004 – famosa l’epigrafe: Uivemos, disse o cão (Ululiamo, disse il cane) – poneva domande di non poco conto sulla natura egoista, passiva e indifferente dell’uomo. Come del resto Zygmunt Bauman nella sua società liquida, uniformata, consumista…
«La musica non è esente da questi cambiamenti. Su Spotify puoi ascoltare tutto il possibile, hai il mondo a disposizione. In realtà finisce che non ti fermi su niente e prevalgono gli ascolti uniformati».

Gli algoritmi ti mostrano quello che tu hai cercato, quindi finisci in un loop senza fine…
«Gli artisti che stanno pagando il prezzo più caro siamo noi, quelli della generazione di mezzo, nati nella seconda metà degli anni Settanta. Perché abbiamo la conoscenza di come si faceva musica prima dell’algoritmo ma non abbiamo ancora raggiunto le solide basi di chi ora ha una carriera affermata. Tornando a oggi: il consumo dell’arte è utile quando lo faccio sedimentare, ascolto, vedo, ammiro più volte una canzone, un dipinto, una scultura… Se si è privi di questo processo di elaborazione si va incontro a una precarietà – anche sentimentale – dove non sai mai come comportanti, non sai chi sei, che cosa vuoi…».

E ritorniamo all’armonia, che manca…
«È necessario tendere all’armonia delle parti, avere, cioè, una visione d’insieme di sé e della realtà. Ciò implica una certa complessità – è importante la complessità – mentre oggi la via maestra e più rapida alla soluzione di ogni problema sembra essere la semplificazione estrema, perché la nostra capacità di concentrazione è sempre più frammentata, ci stanchiamo presto di elaborare. Il punto è che il pensiero è “faticoso” per sua natura, così come la democrazia o i rapporti personali, costruire è faticoso perché lo è spesso il comprendere, ma se gettiamo la spugna, se non restiamo “allenati” alla comprensione ci si atrofizzeranno sinapsi e muscoli pensanti, vale a dire un disastro! Ricordo che da bambina mi piaceva ascoltare Madonna – con somma disperazione dei miei – e mi rendo conto che oggi anche una canzone come Live to Tell  (dall’album True Blue, 1986, ndr) non passerebbe mai in radio: troppo articolato, troppo lunga, troppo complessa, figuriamoci che fine farebbe una cosa come The Wall…».

Tra i nuovi, quali artisti ti piacciono dell’urban mainstream?
«Mahmood e Madame sono due artisti senza ombra di dubbio, sono riusciti a fare tesoro del cambiamento digitale senza perdere contatto e consapevolezza delle radici o dell’importanza della preparazione tecnica, hanno buoni testi, eppure anche loro cadono in quello che oggi è il vero tema: nelle loro parole non esiste il plurale. La musica è costruita in dimensioni private, creata e racchiusa nella propria cameretta. Non si può imputare loro una colpa, abbiamo grosse responsabilità nei loro confronti ma di fatto esiste una grande povertà di argomenti e ogni cosa tende a un privato condiviso, solipsistico. Pensa che apprensione ora, che si sta parlando sempre più di Metaverso, un altro te, atrofizzato, privo di olfatto e di tatto. Non è possibile staccarsi dai sensi biologici. Fa paura pensare a un futuro vissuto da avatar».

Insegni canto a Officina Pasolini, un buon osservatorio sui giovani…
«Attraverso il mio laboratorio ho un contatto diretto con dei ragazzi giovani, a volte giovanissimi, ci sono talenti bellissimi. Poi penso a mio figlio, è molto piccolo, come sarà il mondo quando crescerà? Di sicuro mi rifiuterò di consultare il registro elettronico a scuola. Bisogna responsabilizzare i ragazzi. Devono sapere che se non vanno a lezione o per qualsiasi loro azione, ci sono conseguenze. Non si può farli vivere prevedendo tutte le loro esperienze, buone o cattive. Da una persona deresponsabilizzata cosa puoi pretendere?».

Dovremmo insegnare molte cose e in maniera diversa alle nuove generazioni…
«La musica e l’arte possono e devono essere usate anche come cura e prevenzione, sono un alfabeto essenziale per la salute psicofisica nella crescita dell’essere umano. In tutte le scuole, soprattutto in quei luoghi dove i disagi sociali sono molto forti, si dovrebbe costituire un coro di voci bianche: per tornare al concetto di persona armonica, Sassoli non veniva da un quartiere periferico di Roma, tutt’altro, ma ha avuto la possibilità di fare esperienze, di elaborare le critiche, di crearsi una conoscenza supportata…».

Ilaria Pilar Patassini – Foto Paolo Soriani

Veniamo a te: tornerai a fare concerti?
«Se tutto va come deve andare, sì! Ad aprile mi metterò finalmente in viaggio. Ogni volta che succede per me è elettrizzante, ritorno ad avere 8 anni, pronta a scoprire il mondo. Entro in contatto con tanta gente, ma cantare per mille, cento, dieci o due persone mi dà la stessa gioia. Poi sì, visto il periodo, non posso pretendere che ritorni tutto come prima. Si tratterà, probabilmente, di usare un compromesso, altra parola che mi piace perché la politica si fa con i compromessi, intesi nel loro originario significato, onorare una promessa condivisa per conservare quella tensione verso l’armonia. Stiamo mettendo a punto le date. Sarò in duo con il pianista Roberto Tarenzi, un recital dove ci sarà spazio per canzoni e suoni che amo, dal jazz alla canzone d’autore ».

Dove hai iniziato a cantare?
«Ho frequentato la Scuola Popolare di Musica del Testaccio a Roma, avevo 16 anni. Mi dicevano che essendo molto versatile avrei potuto fare tutto, jazz, classica, musica barocca, brasiliana: sembrava divertente invece è stata una “croce” con cui mi sono pacificata da poco. Mi sono iscritta successivamente al Conservatorio e mi sono laureata in canto, anni dopo ho preso un altra laurea in Musica da Camera. Sono una “schizofrenica”, ho tante personalità, faccio tante cose, canto, compongo, sto preparando per la televisione svizzera uno speciale su Pierpaolo Pasolini (il prossimo 5 marzo sarà il centenario della nascita, ndr), dove canterò due canzoni con testi firmati dello stesso Pasolini e una sorta di monologo-spoken word di Giovanna Marini, sarò nei prossimi giorni su Radio1, a Stereonotte Brasil, insieme a Max de Tomassi a parlare di Elza Soares (mancata a 92 anni il 22 gennaio scorso, ndr), una donna meravigliosa, lei sì una vera persona armonica, ha vissuto cinque vite!».

Che musica ascolti?
«Tanta, ma uso lo stesso metro dei libri, se le prime note (o pagine) non mi piacciono non mi impongo l’ascolto (lettura) fino in fondo. Se mi “acchiappa” ascolto, riascolto e poi ancora e ancora… Tra gli artisti che reputo interessanti ci sono Fulminacci, Giovanni Truppi – come non volergli bene- , La Rappresentante di Lista e poi – tra i tesori ancora un pò nascosti – il siciliano Giuseppe Di Bella, la veneta Erica Boschiero. Ma riascolto anche tantissima musica, gli ultimi riascolti che ho fatto sono stati la musica meravigliosa di Henry Mancini e alcuni dischi di Cassandra Wilson. Poi capita anche che ascolti per una settimana di fila il Winterreise di Schubert. L’importante è che quella musica, quell’artista mi fornisca un punto di vista diverso sul mondo, che lo rende tale. L’artista vede quello che gli altri non vedono. Ricordo che, un milione di anni fa, un’altra era geologica, partecipai alle selezioni per Area Sanremo. Come cover portavo C’è Tempo di Ivano Fossati. Mi sentivo fuori contesto in questo circo Barnum dove regnava una grande confusione. L’unica persona con cui legai fu un ragazzo alto che camminava ciondolando, vestito in modo strano. Mi disse che aveva cucito lui stesso quello che indossava. Mi chiese quale canzone stessi portando. Gli risposi. Domandai anch’io e lui mi disse: “Tanti Auguri, modulato in varie tonalità”. Lo ascoltai da dietro le quinte e trovai la sua esibizione geniale. Rimasi sgomenta non tanto perché non presero me ma perché non scelsero lui».

Dal Tango, alla bossa, al jazz, il lungo viaggio dei Libertango 5tet

«L’editore, come il musicista, non è altro che un traghettatore di storie». È una frase che mi è piaciuta molto nella sua pulita metafora. L’ho letta in un’intervista a Olivia Sellerio, mi pare l’avesse pubblicata La Repubblica, cantante (il disco Zara Zabara: 12 canzoni per Montalbano è un piccolo gioiello) ed editrice con il fratello Antonio dell’omonima casa editrice palermitana.

Mi è venuta in mente ascoltando un disco uscito a settembre dal titolo Point Of No Return dei siciliani Libertango 5tet. La Sicilia come crocevia di popoli e di artisti vanta un bel parterre di musicisti, a partire da Franco Battiato che ha raccolto l’essenza di quelle contaminazioni mediterranee, alla pianista jazz Cettina Donato, da Mario Venuti ad Alborosie, da Salvatore Sciarrino a Sade Mangiaracina, da Daniela Spalletta, di cui vi ho parlato pochi giorni fa, al sassofonista Francesco Cafiso. Musicisti di varia estrazione, dal jazz alla classica, dal pop al reggae, ne ho citati solo alcuni, non me ne vogliano gli altri che ho dimenticato. E, a questi, aggiungo i Libertango 5tet, band che sta insieme dagli anni Novanta, che s’è eclissata per una quindicina d’anni e che, nel mezzo del cammin della sua vita, è ritornata con un disco davvero interessante.

I cinque componenti sono tutti bravissimi e pignoli musicisti che sanno il fatto loro, venuti su a cultura e musica, ascoltata e suonata. Francesco Calì alla fisarmonica e al pianoforte, Gino De Vita alle chitarre, Marcello Leanza ai fiati, Giovanni Arena al contrabasso e basso elettrico, Ruggero Rotolo alla batteria. 

Point Of No Return è proprio un traghettatore di storie e stili musicali. Sembra – provatelo ad ascoltare in sequenza di brani – un racconto che inizia forte in Argentina con Five or Four Tango, quello alla Astor Piazzolla (non a caso hanno deciso di chiamarsi Libertango!), per poi proseguire con il brano che dà il titolo all’album, Point Of No Return, un’ariosa, brasileira bossa jazz che tanto mi fa ricordare la scuola “mineira”, quella dei vari Milton Nascimento, Wagner Tiso, Beto Guedes, o le influenze di Egberto Gismonti, con la sua musica estremamente colta, contaminata da folk, jazz, classica… A proposito, anche la madre di Egberto, Ruth Gismonti, dotata di una gran voce, è di origini siciliane…

Un’orchestra d’archi, molto cinematografica, riprende le redini nel terzo brano, I’ll Be There, dove il pianoforte di Calì si fonde con una struggente chitarra di De Vita. Siamo ancora in America Latina, ma si inizia ad avvertire la sicilianità in temi musicali cari alle colonne sonore tipiche di un film alla Giuseppe Tornatore.

Il viaggio ha una sterzata improvvisa, allegra, popolare con una fisarmonica da festa e da danze paesane con Alysia’s Dance. Sezioni ritmiche al massimo (vero divertimento per Ruggero Rotolo che lancia stimoli continui alla serotonina) e una chitarra acustica che racconta la gioia di una serata d’allegria in riva al mare in una notte d’estate.

I Libertango 5tet in concerto – Foto Salvo Cantone

I brani si alternano, da sognanti session latin jazz ad accenti di jazz classico, oserei, liberty, con gli strumenti che si richiamano e il contrabbasso che marcia che è un piacere, camminando felpato su sax, chitarra e fisarmonica (Three Brothers).

Brano complesso, in chiave contemporanea, Mal d’Afrique, è tecnicamente perfetto da rischiare di sembrare senz’anima. Pensiero che svanisce presto nel successivo Dr. Tomas e in Life and Death, intensi e struggenti.

Fine col botto con Tango for Sigfred, dove si fa tango, secco, vellutato, sensuale, ma si usa la lingua jazz intrecciandola a una chitarra rock, quasi acida, che ricorda come la musica sia interconnessa e i generi siano solo un aspetto secondario di quel fiume di note placido o impetuoso che ha traghettato l’ascoltatore lungo un disco che vale davvero la pena mettere nella propria collezione.

Piazzolla and Friends, quattro giorni di Tango a Trani

Permettetemi un ritorno a un post fatto l’11 marzo di quest’anno. Ricordava il centenario dalla nascita di uno dei più grandi musicisti dell’America Latina, un “tanguero” che ha rivoluzionato il tango. Sto parlando di Astor Piazzolla. Vi segnalo un altro capitolo dei festeggiamenti della città di Trani verso uno dei suoi figli più famosi.

Questa settimana, dal 22 al 25 settembre, si terrà al Palazzo delle Arti Beltrani il Piazzolla&Friends, una serie di concerti ed eventi teatrali ideato dall’associazione InMovimento, con i patrocini di Regione Puglia, Teatro Pubblico Pugliese, Comune di Trani, Ambasciata argentina a Roma, Fundación Astor Piazzolla.

Questa la notizia di cronaca. In realtà, la quattro giorni tranese è, dal punto di vista artistico, di grande rilievo anche per chi non ama le struggenti melodie del tango. Perché sarà l’occasione per assistere, nella Corte Davide Santorsola, ad alcuni concerti di altissimo profilo. Mercoledì apre il bandeonista argentino Daniel Binelli (faceva parte del Sexteto Nuevo Tango di Piazzolla) e della pianista uruguaiana Polly Ferman, duo già in concerto per alcune date nel nostro Paese.

Giovedì toccherà alla violinista italo francese Sabrina Condello e al bandeonista argentino Victor Ugo Villena. Nato in Argentina nel 1979, Villena, che da anni ha scelto la Francia come sua seconda terra, è un bandeonista di lungo corso, ha lavorato anche con i Gotan Project nel loro tour dal 2003 al 2007 (ricordate il tango elettronico?). Ha pubblicato da pochi giorni, il 16 settembre scorso, un gran bel disco di tango, struggente al punto giusto, con la cantante Cristina Vilallonga intitolato Al Final (ascoltate Del Subsuelo).

Venerdì 24 settembre tocca a un altro grande artista, il violinista dall’animo rock Alessandro Quarta con il suo quintetto. Quarta un paio d’anni fa ha pubblicato un lavoro molto raffinato, Alessandro Quarta Plays Astor Piazzolla, un disco che ascolto spesso. Soprattutto Fracanapa e l’immancabile Vuelvo al Sur, una delle versioni che preferisco insieme a quella incredibile di Caetano Veloso su Fina Estampa, dove al posto del violino c’è il profondo violoncello di Jaques Morelenbaum, disco che solo un latinoamericano geniale come il baiano Veloso poteva concepire e realizzare.

Non c’è musica senza ballo. Sabato 25 settembre in scena lo spettacolo di teatro danza, prodotto dall’associazione InMovimento, Sognando Piazzolla con la musica live dei Tango Sonos (i fratelli Antonio e Nicola Ippolito), e le due coppie di tangueros Giorgia Rossello /Vito Raffanelli e Valentina Guglielmi/Miky Padovano.

Astor Piazzolla, oggi il centenario della nascita

Giusto cento anni fa nasceva a Mar de Plata (Argentina) Astor Piazzolla, il musicista che ha trasformato il tango, rendendolo oltre alla danza, una musica complessa, ricca di sfumature, figlia delle sue esperienze. Figlio di italiani (il padre Vicente era originario di Trani, la madre Assunta di Massa Sassorosso, borgo toscano in Garfagnana), Astor studiò musica a New York dove la famiglia si trasferì quando lui aveva appena tre anni. Nella Grande Mela, dopo gli studi classici, fu catturato dalla libertà contagiosa ed espressiva del jazz. Il suo strumento era il bandoneón, quella strana fisarmonica importata in Argentina a metà Ottocento da un  tedesco che è diventata l’anima di un’orchestra di tango. Narrano le cronache che, ad appena 12 anni, incontrò il re del tango dei primi anni del Novecento, Carlos Gardel, che lo volle al suo fianco in una tournée. Era il 1934. Il padre Vicente, probabilmente intimorito per l’a giovane età, non glielo permise. Gardel morì l’anno successivo a Medellin in Colombia.

Ma torniamo alla musica di Piazzolla: con lui, a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, il tango da musica romantica alla Gardel, appunto, diventa più ritmico, complesso. Piazzolla introduce chitarre elettriche, i primi sintetizzatori, suonati dal figlio Daniel nel periodo dell’Octeto Electronico, formazione che durò appena quattro anni. Per questo si attirò le ire dei conservatori del tango e persino da Borges che lasciò sdegnato la sala durante un suo concerto. Ma lui credeva nella sua musica. Non a caso le contaminazioni con il jazz con il mitico sassofonista Gerry Mulligan o il vibrafonista Gary Burton diedero vita a quel tango nuevo di gran successo negli States e in Europa ma non nel suo Paese. Ascoltatevi Close Your Eyes and Listen con Gerry Mulligan, alla batteria il nostro grande Tullio De Piscopo, brano del 1974, dall’album Summit, o Vipraphonissimo dall’album The New Tango registrato dal vivo nell’88 al Mountreux Jazz Festival.

Dei tanti lavori prodotti in vita (poi sono usciti un sacco di dischi postumi… e qui sapete come la penso, una sorta di “esplorazione” di artisti che non avevano, per ovvie ragioni, più motivo decisionale su brani, sequenze, arrangiamenti) c’è Adiòs Nonino (1969), Libertango (1974), Tango: Zero Hour (1988), quest’ultimo l’album preferito dallo stesso musicista… Astor scrisse anche colonne sonore: per Sur di Fernando Solanas con la mitica canzone Vuelvo al Sur, le parole (qui sotto) sono dello stesso Solanas, brano interpretato anche da uno strepitoso Caetano Veloso. Per il film Solanas vinse la miglior regia al quarantunesimo Festival di Cannes. Compose anche le musiche per l’Enrico IV di Marco Bellocchio (1984).

Vuelvo al Sur, como se vuelve siempre al amor

vuelvo a vos con mi deseo, con mi temor

Llego al Sur como un destino del corazón

soy del Sur como los aires del bandoneón

Sueño el Sur, inmensa luna, cielo al revés

busco el Sur el tiempo abierto, y su después.

Quiero el Sur, su buena gente, su dignidad,

siento el Sur, como tu cuerpo en la intimidad.

Vuelvo al Sur, llego al sur te quiero

Dunque, se volete approfondire il tema, oggi a Trani, città d’origine dei Piazzolla, ci sarà un collegamento con Mar de Plata, per ricordare il grande bandeonista e artista. Diretta streaming alle 14 sulle pagine Facebook Festival del Tango Trani del Centenario Piazzolla e sulla pagina ufficiale della Città di Trani. Ovviamente, festeggiamenti anche a Massa Sassorosso in Garfagnana con l’arrivo dei consoli e dell’ambasciatore argentino in Italia.

Maradona: reggae, rap, tango, pop. Così El Pibe ha stimolato la musica

Diego Armando Maradona se n’è andato ieri a 60 anni. Il mondo lo sta celebrando, Napoli piange come l’Argentina, anche il grande Brasile e Pelé si inchinando davanti alla sua morte e al dolore. L’uomo, l’atleta, il mito e il genio, l’eccesso e il pentimento, l’obesità e la forma perfetta, la povertà e la ricchezza, l’amicizia con Fidel Castro e quella con i clan camorristici. Maradona primo e sempre in soccorso degli ultimi.

Diego Armando è stato e sarà ricordato per tutto questo. Lui e il suo opposto. Dio e uomo. Queste sue dualità, diavolo e acquasanta, lo hanno reso famoso anche in musica. Non è un caso che sia venerato e “usato” nel mondo del rap. Di canzoni che portano come titolo il suo nome ce ne sono parecchie. I duri, tutto coca, collane, ganja, soldi, donne a volontà, borse firmate cariche di erba l’hanno visto – e lo vedranno – come esempio da portare e protagonista di rime da costruire.

Ascoltate Diego Armando Maradona dalla romana Dark Polo Gang del 2018: La mia ragazza segue la moda/ Io seguo i soldi e la droga/ DarkSide baby Diego Armando Maradona/ In questa merda corro tipo maratona/ Mi serve una macchina nuova/ Mi serve una due posti rossa…

Anche A.L.A., rapper tunisino, canta e immagina di essere come Maradona che può avere tutto, annessi e connessi. E potremmo continuare con Colza, giovane rapper di Cantù (2019): La vita di Diego i soldi di Pablo, trappa…

Ho pensato così di mettere “in ascolto” alcuni brani che portano il suo nome. C’è di tutto dal rap, appunto, al romantico latino, persino un suo cameo in una canzone, la trovate sul disco del Club Atletico Boca Juniors (2013), dove El Pibe de Oro aveva militato. El Sueño del Pibe, questo è il titolo del tango registrato nel 1942, testo di Reinaldo Yso (fu anche un calciatore) e del musicista e bandeonista Juan Puey. Lui la cantò negli anni Ottanta, inserendo anche se stesso nella consacrazione dei grandi giocatori, e mostrando pure di avere una gran voce… L’altro, con i Pimpinela, (al secolo Joaquín e Lucía Galán) duo argentino di grande successo. Il mio, il nostro piccolo omaggio in dieci canzoni… 

Per ascoltarle, cliccate sulle immagini…

La Mano de Dios (2011)
Rodrigo

Tango de la buena suerte – da Passi d’Autore (2004)
Pino Daniele

El Sueño del Pibe
Diego Armando Maradona

Maradona – da Honestidad Brutal (1999)
Andrés Calamaro

Diego Armando Maradona
Dark Polo Gang

Santa Maradona (Larchuma Football Club) – 1994
Mano Negra

Maradona (2019)
A.L.A. (feat. El Castro)

Maradona – da Avete ragione tutti (2016)
Canova

Querida Amiga – da Lo mejor de Pimpinela 1982
Pimpinela e Diego Armando Maradona

O’ reggae ‘e Maradona – da Senza Limiti (2007)
Jovine