Rolling Stone, le classifiche e una riflessione…

Il 15 settembre Rolling Stone USA ha pubblicato la sua colonna sonora più dirimente e attesa: le 500 canzoni più belle di tutti i tempi. Il magazine, ormai ex-bibbia del rock, ha voluto pubblicare, a quasi vent’anni di distanza dalla prima edizione, una nuova revisione.

Le classifiche a cui RS ci ha assuefatto sono una buona lettura dei tempi e di quello che significa la musica, mainstream e alternativa, dagli anni Trenta del secolo scorso a oggi. Le 500 canzoni sono la summa di tutto questo, anche perché, la prima “RS hit parade”, come ben ricordano dallo stesso magazine, era del 2004, quando Billie Eilish aveva appena tre anni. A partecipare al sondaggio per decidere i brani più belli di sempre, sono stati chiamati oltre 250 tra artisti, musicisti, produttori, discografici che ne hanno selezionati, ciascuno, 50, per un totale di 4mila brani.

Con questo ampio e democratico parterre si presume sia uscita uscita una fotografia piuttosto nitida e ben incisa della storia della musica occidentale, soprattutto americana e inglese. 

Quello che più salta all’occhio è che di brani “dirimenti” dall’inizio del Terzo Millennio ne sono stati selezionati pochi, appena una settantina, per lo più provenienti dalle correnti mainstream, un pop facile e ben codificato e un rap che s’è liberato dalle origini e naviga tra bit raramente innovativi e un conformismo testuale presentato come anticonformismo. Di contro, troviamo, monolitici, i 250 e passa brani compresi nel periodo Sessanta e Settanta e i 142 scelti negli anni Ottanta e Novanta, oltre a poche decine che arrivano tra il 1930 e il 1950.

Di artisti ce ne sono tanti – anche se, per esempio, non si vedono tracce del periodo prog inglese, King Crimson, Genesis, Yes, Traffic, gli Emerson, Lake & Palmer – alcuni ritornano più volte in classifica (vedi Aretha Franklin, Beatles, Rolling Stones, Pink Floyd, Prince, Bob Dylan, Lou Reed, Led Zeppelin, Bob Marley, Bruce Springsteen, David Bowie…) ma quello zoccolo duro di brani memorabili, immancabili, oserei, eterni, nati dalla seconda metà degli anni ’60 alla fine dei Settanta sono la riprova, se mai fosse stato necessario, di quanto le esperienze musicali, sociali, politiche di quegli anni abbiano generato una svolta epocale nelle arti, e soprattutto nella musica, a cui tutti, ancora oggi si rifanno a piene mani. Una rivoluzione che dobbiamo ancora vivere in questo nuovo millennio.

E, dunque, non può suonare strano se  il miglior brano di tutti i tempi sia stato scritto da Otis Redding e pubblicato nel 1967 dalla grande Aretha Franklin. Sto parlando di Respect, una delle canzoni più suonate di sempre. Il secondo posto se lo sono aggiudicato i Public Enemy con Fight the Power (1989), mentre il terzo e quarto appartengono rispettivamente a Sam Cooke, uno dei principali esponenti della soul music degli esordi, con A Change Is Gonna Come (1964) e l’eterno Bob Dylan con la sua altrettanto immortale Like a Rolling Stone (1965). Al quinto ci sono i Nirvana con Smells Like Teen Spirit del 1991, e via via Marvin Gaye con What’s Going On (1971), The Beatles con Strawberry Fields Forever (1967), il rap di Missy Elliott, Get Ur Freak On (2001), i Fleetwood Mac e la loro splendida Dreams (1977), e gli Outkast con Hey Ya! (2003)…

Il resto della classifica, numeri alla mano, rispecchia la prima decina. Ne deriva che, nell’esperimento musicale (e, a questo punto, anche sociale) di RS in novant’anni di musiche selezionate, il nocciolo importante, salvo rare eccezioni, rimane chiuso in poco più di trent’anni. Quei trent’anni che hanno visto rock, punk, soul, funk, jazz, nascere e rinascere, reinventarsi, crescere, svilupparsi, contaminarsi, classicismo e sperimentazione a ciclo continuo, effervescenza di note, idee, pulsioni.

In attesa di una rumorosa, spettacolare, necessaria rivoluzione epocale – che sinceramente non vedo – vale la pena rimettersi all’ascolto di quella Musica. Per rivangare ricordi, quelli delle generazioni vicino alla mia, per imparare un po’ di background le nuove leve del Duemila.

Tre dischi da ascoltare e… commentare

Oggi vi propongo tre dischi di recente uscita che mi sono piaciuti. Come sempre, alla ricerca di album non banali che abbiano qualcosa da dire.

1 – Superwolves – Matt Sweeney e Bonnie “Prince” Billy

Parto subito con un disco uscito il 30 aprile scorso firmato Matt Sweeney – chitarrista americano famoso per aver fatto parte degli Zwan, supergruppo composto da Billy Corgan, frontman, e Jimmy Chamberlin, batterista, dei The Smashing Pumpkins e David Pajo, fondatore degli Slint – e Will Oldham nella sua veste di Bonnie “Prince” Billy. Nel 2005, 16 anni fa, i due artisti avevano pubblicato Superwolf, disco che è diventato un’icona underground. Il nuovo album si chiama Superwolves, l’idea del lupo è una linea guida di Oldham nella veste del suo alter ego Bonnie “Prince” Billy: nel 2003, nell’album Master and Everyone aveva scritto una canzone intitolata Wolf Among WolvesLupo tra i Lupi. Il lupo, animale simbolo, selvaggio, feroce, tutto cuore e passione. Superwolves è un disco che raccoglie quel filo che s’è interrotto 16 anni fa tra Sweeney e Oldham. Il canto e la scrittura del secondo si fonde con le chitarre del primo in una simbiosi così naturale e totale che ti fa sentire parte di qualche cosa, immerso nel mondo gentile – e drammatico – di Bonnie fin dalla prima canzone, Make Worry For Me, intreccio di voci e chitarre…

2 – We Are – Jon Batiste

Andiamo su tutt’altro genere. Lui è Jon Batiste, artista di New Orleans, famoso negli States per essere il direttore musicale del The Late Show condotto da Stephen Colbert. Jon ha pubblicato il 19 marzo scorso We Are, disco che trasmette energia allo stato puro, emozione, disperazione, commozione, gran rigore musicale nel mix stilistico ma anche impegno, sull’onda del Black Lives Matter. C’è soul, pop, hip-hop, rap, R&B, con un pizzico di maestria jazz, un’insalata condita alla perfezione. Ascoltate We Are, cantata assieme alla St. Augustine High School Marching 100 e il Gospel Soul Children’s Choir di New Orleans. Quindi si passa in un crescendo a Tell The Truth, un’intemerata alla Otis Redding e agli anni Sessanta. Per passare poi all’incontenibile I Need You, e così per 13 brani belli spessi.

3 – The Battle at Garden’s Gate – Greta Van Fleet

Dei tre fratelli Kiszka, Josh (voce), Jake (chitarra) e Sam (basso) e di Danny Wagner (batteria) ne stanno parlando tutti. In arte sono i Greta Van Fleet, due dischi all’attivo, l’ultimo, The Battle at Garden’s Gate è uscito il 16 aprile scorso, e un rock già sentito. Anzi, un gruppo già sentito, storico, immortale, i Led Zeppelin. La cosa strana – e bella – di questa band americana è che non fa nulla per nascondere l’amore incondizionato per il rock anni Settanta, periodo di massimo fulgore, e per Robert Plant & Co. Josh ne ha introiettato persino la voce. Detto ciò, ripuliti dai possibili mormorii di plagio, la chitarra di Jake in Built By Nations assomiglia, ma assomiglia proprio, al celeberrimo riff di Jimmy Page in Black Dog: è un rock per nostalgici del Rock. Ben suonato, con il giusto pathos, impeccabile, sartoriale. I quattro son proprio bravi, speriamo in un’evoluzione che prenda le distanze dai loro idoli, perché di stoffa ne hanno, eccome.

Grammy 2021: Poker di donne… sarà il politically correct?

La notte scorsa, come avrete già letto su tutti i media, è stato consumato il rito dei Grammy Awards. Gli Oscar della musica – quelli che contano, i più importanti – sono andati tutti ad artiste, da Billie Eilish, miglior registrazione con Everything I Wanted (lo scorso anno se n’era portati a casa ben cinque), a Taylor Swift, come miglior album (Folklore, qui August), alla giovane cantautrice H.E.R. la miglior canzone, I Can’t Breathe, dedicata a George Floyd e alla violenza razziale negli States, a Megan Thee Stallion, la rapper di Houston, miglior cantante esordiente.

Dunque, il famoso poker, il Big Four, vinto l’anno scorso dalla Eilish, vede quattro donne, molto diverse tra loro, tutte molto decise, con qualcosa da dire, non banali, non apparenza (c’è anche quella, certo!) ma sostanza. E poi c’è Beyoncé, che ha stracciato tutti i colleghi e le colleghe vincendo in carriera 28 Grammy (uno in più di Alison Krauss, la violinista e cantante che ne vanta 27): stanotte per il miglior video musicale, Brown Skin Girl, la migliore perfomance  R&B per Black Parade, e la migliore performance rap per il suo remix di  Savage, brano di Megan Thee Stallion.

I Grammy, come gli Oscar, non sono il massimo dell’obiettività. La vittoria schiacciante delle musiciste in un’America che, soltanto pochi giorni fa, esattamente l’8 marzo, festa della Donna, aveva letto – notizia che ha fatto il giro del mondo – di una ricerca sulla esigua presenza di artiste, cantautrici e produttrici nel mondo della musica pop americana, suona come una lunga coda di paglia dell’industria discografica.

Dichiarava provocatoriamente la dott.ssa Stacy L. Smith, che ha guidato la ricerca Inclusion in the Recording Studio? Gender and Race/Ethnicity of Artists, Songwriters & Producers across 900 Popular Songs from 2012-2020, se vi interessa, leggetela qui: «Ovunque è la Giornata internazionale della donna, tranne che per le donne nella musica, dove le voci delle donne rimangono mute».

Sorge un dubbio: nell’ansia del politically correct che scorre ora nelle vene degli americani, vedi l’ultima trovata di Viking Books, editore della giovane poeta Amanda Gorman che, per la traduzione del libro ammette, come ben faceva notare ieri Michele Serra nella sua rubrica su la Repubblica «solo traduttori, nelle varie lingue, che siano, nell’ordine: donna, giovane, attivista, preferibilmente di colore…», non vien da pensare che ci si sia sentiti “in obbligo” di premiare solo artiste, così, tanto per salvare la faccia e mostrare al mondo che l’America sta voltando pagina su questioni formalmente ed eticamente rilevanti? A prescindere dal valore delle artiste premiate, come ho già detto all’inizio, riconoscimenti assolutamente meritati. Il New York Times oggi titola Grammys 2021: Women Sweep Awards Shaped by Pandemic and Protest (Le donne rastrellano i premi plasmati dalla pandemia e dalle proteste). Appunto.

Nel disastroso 2020, dove gli artisti per non scomparire si sono buttati sullo streaming, facendo ottimi risultati per le case discografiche ma pochi introiti per loro, è arrivata la mano tesa: Harvey Mason Jr., presidente della Recording Academy che organizza i Grammy Award, ha chiesto alle star presenti di «lavorare con noi, non contro di noi». Molte cose devono ancora cambiare, questo è certo. Però con convinzione, così che il cambio di passo sia reale, autentico, senza sottintesi. La vedo difficile…

Maradona: reggae, rap, tango, pop. Così El Pibe ha stimolato la musica

Diego Armando Maradona se n’è andato ieri a 60 anni. Il mondo lo sta celebrando, Napoli piange come l’Argentina, anche il grande Brasile e Pelé si inchinando davanti alla sua morte e al dolore. L’uomo, l’atleta, il mito e il genio, l’eccesso e il pentimento, l’obesità e la forma perfetta, la povertà e la ricchezza, l’amicizia con Fidel Castro e quella con i clan camorristici. Maradona primo e sempre in soccorso degli ultimi.

Diego Armando è stato e sarà ricordato per tutto questo. Lui e il suo opposto. Dio e uomo. Queste sue dualità, diavolo e acquasanta, lo hanno reso famoso anche in musica. Non è un caso che sia venerato e “usato” nel mondo del rap. Di canzoni che portano come titolo il suo nome ce ne sono parecchie. I duri, tutto coca, collane, ganja, soldi, donne a volontà, borse firmate cariche di erba l’hanno visto – e lo vedranno – come esempio da portare e protagonista di rime da costruire.

Ascoltate Diego Armando Maradona dalla romana Dark Polo Gang del 2018: La mia ragazza segue la moda/ Io seguo i soldi e la droga/ DarkSide baby Diego Armando Maradona/ In questa merda corro tipo maratona/ Mi serve una macchina nuova/ Mi serve una due posti rossa…

Anche A.L.A., rapper tunisino, canta e immagina di essere come Maradona che può avere tutto, annessi e connessi. E potremmo continuare con Colza, giovane rapper di Cantù (2019): La vita di Diego i soldi di Pablo, trappa…

Ho pensato così di mettere “in ascolto” alcuni brani che portano il suo nome. C’è di tutto dal rap, appunto, al romantico latino, persino un suo cameo in una canzone, la trovate sul disco del Club Atletico Boca Juniors (2013), dove El Pibe de Oro aveva militato. El Sueño del Pibe, questo è il titolo del tango registrato nel 1942, testo di Reinaldo Yso (fu anche un calciatore) e del musicista e bandeonista Juan Puey. Lui la cantò negli anni Ottanta, inserendo anche se stesso nella consacrazione dei grandi giocatori, e mostrando pure di avere una gran voce… L’altro, con i Pimpinela, (al secolo Joaquín e Lucía Galán) duo argentino di grande successo. Il mio, il nostro piccolo omaggio in dieci canzoni… 

Per ascoltarle, cliccate sulle immagini…

La Mano de Dios (2011)
Rodrigo

Tango de la buena suerte – da Passi d’Autore (2004)
Pino Daniele

El Sueño del Pibe
Diego Armando Maradona

Maradona – da Honestidad Brutal (1999)
Andrés Calamaro

Diego Armando Maradona
Dark Polo Gang

Santa Maradona (Larchuma Football Club) – 1994
Mano Negra

Maradona (2019)
A.L.A. (feat. El Castro)

Maradona – da Avete ragione tutti (2016)
Canova

Querida Amiga – da Lo mejor de Pimpinela 1982
Pimpinela e Diego Armando Maradona

O’ reggae ‘e Maradona – da Senza Limiti (2007)
Jovine

 

Kaso, l’intervista: un nuovo disco, “Funziona” e la voglia di raccontare

Nel variegato mondo del rap è un tipo po’ anomalo. Innanzitutto, pubblica solo quando ha qualche cosa da dire, che a suo pensare possa risultare interessante (e già questo delinea il personaggio). Secondo: non insegue la notorietà, semmai è perdutamente infatuato della musica, il funk, il soul, l’hip hop old style, generi con cui convive fin da ragazzo, pur apprezzando le nuove pieghe dell’hip hop versione 3.0. Terzo: lavora nel sociale, e, credetemi, non è un lavoro facile, bisogna avere un bell’equilibrio interiore e una gran spinta motivazionale.

Dunque, riassumendo, un rapper a tutti gli effetti, una lingua sciolta che in rima rende plastici i concetti, costruendo storie che si riescono a “vedere”, introspettivo e caustico, mai assoluto e sentenzioso. Basta la pianto qui. Per tutti questi motivi, ha attratto la mia attenzione anche perché, dopo aver rilasciato un brano, Sono a casa Mamma, tra meno di una settimana, il 27 maggio, uscirà il suo nuovo album, Funziona. Lui è Kaso, di nome Fabio, originario di Varese, bella fucina di rapper, “operativo” in musica e versi dalla fine degli anni Novanta, quando ha dato vita a una fortunata coppia, Kaso & Maxi B, lo svizzero-italiano Maximiliano Bonifazzi, amicizia e collaborazione che coltiva ancora oggi.

frame da “Niente da dire”

«Ho perso l’obiettivo, il rap cambiava veloce, non capivo quel che sentivo, faceva schifo…». In Niente da dire, brano uscito nel marzo dello scorso anno rappavi così, davanti al bancone di un bar di paese…
«Avendo una quarantina d’anni mi adeguo al mio pubblico (scherza, n.d.r.). Non mi ritengo un rapper con i paraocchi. Il rap è una grande casa che ospita e continua a ospitare molte voci. E sono convinto che abbia ancora una storia da scrivere. I miei riferimenti sono alla musica black, il soul, il funk… Per la mia storia e per formazione ho avuto a che fare con gente del rap “classico”, passami questo termine, ma anche con giovani come Massimo Pericolo (27 anni di Gallarate, al secolo Alessandro Vanetti, n.d.r.): è uno delle mie parti ed è bravo…».

Chi, a tuo parere, emerge in questo mondo così affollato e complicato?
«Apprezzo chi ha una storia da raccontare, ovviamente con stile, determinante per fare questo genere di musica. Io suono più Elettronico, “groovoso”, legato, come ti dicevo alla black music. La trap non parla direttamente a me. Se non si ha nulla da dire, a mio parere, meglio stare zitti».

Tu e Maxi B. Avete fatto un pezzo della storia del rap agli inizi del Duemila…
«Con Max ci conosciamo dagli anni Novanta, allora registravamo in vinile! Anche nel mio nuovo album c’è un pezzo cantato con Maxi. Insieme abbiamo costruito una comunione di due anime diverse. Io sono “conscious”, attento al messaggio, lui, invece è molto diretto, crudo. Insieme abbiamo dato colori ed emozioni anche all’interno di una stessa canzone. Ci siamo ritrovati in varii brani e anche in questo album. Siamo complementari, mi piacciono i contrasti, i cortocircuiti, i percorsi poco lineari che hanno le persone, e anch’io mi ci metto dentro, senza per forza cercare un’ostentata coerenza…».

E qui entriamo nel tuo nuovo album, Funziona.
«Esatto, il titolo e anche la cover, che vedrete, ha come concetto proprio questo, il desiderio di far voler andar bene tutto, salvo poi andare in cortocircuito. Sai, i rapper hanno sempre uno spiccato senso critico verso la società, e io anche verso me stesso. Quelle che evidenzio sono cose vere ma probabilmente sono anche una sorta di giustificazione di me stesso. È inutile continuare a fare musica tanto per farla, poi finisci che fai uscire brani che durano poco e vengono dimenticati».

Sei severo con te stesso…
«Sì, ma posso dire, eccomi qua, non mi sono fatto sentire da un po’ ma sono qui, con qualche cosa da raccontare».

La tua canzone che anticipa l’uscita del disco è una metafora…
«Sono a casa mamma è un omaggio al genere hip hop. È una grande casa che accoglie tutti. La metafora della mamma è la più calzante per descrivere cos’ha rappresentato per me: ha contribuito alla mia identità ed è diventato anche un “luogo” musicale che posso chiamare “casa”».

Fabio, tu hai anche un altro lavoro, oltre a fare il musicista…
«Mi occupo di sociale dal 2002, lavoro con vite al limite, attualmente mi occupo di minori che hanno commesso reati e rifugiati, sempre giovani, tra i 19 e i 25 anni”.

Con questo impiego non sarà difficile trovare storie da raccontare…
«Non è facile per me conciliare il sociale con la musica, per come sono fatto io c’è una sorta di rispetto e pudore nel fare riferimenti nei miei testi alle storie di queste persone. Pensa che molti di loro sono anche miei fan. Gli domandi che musica ascoltano e capita che ti dicano: Kaso! È anche divertente… Sai, lavorare con ragazzi e ragazze che hanno storie molto pesanti ti porta a due scelte, per come la vedo io: o fare il guerriero, dare un approccio politico, oppure, senza mettermi il paraocchi, approcciarmi alla musica in senso libero, avendo anche la possibilità di realizzare qualcosa di più leggero».

Hai deciso di fare questo lavoro per scelta?
«È stata una mia decisione e l’ho fatto per due motivi: la musica hip hop ha un forte valore sociale anche per chi ha scarse competenze musicali. È un genere accessibile che ha permesso anche alle persone “ignoranti” di musica di approcciarsi a una forma libera di espressione. Ribadisco il forte valore sociale della break dance o quello dei graffiti. Non esistevano scuole che ti insegnassero, era una sorta di “pedagogia circolare”, tutti imparavano da tutti, si cresceva insieme… L’altro motivo è che penso di avere un talento innato per questo mestiere, mi viene facile. Pensa che nello scrivere testi sono molto più lento…».

Torniamo a Funziona
«I progetti musicali nascono da un’esigenza e uno stimolo. In tutto questo c’è anche il mio collega “musicale” Mauro Banfi, tornato a casa, nelle mie zone, da Londra dove ha vissuto per molti anni. Lui è un bravo musicista di estrazione jazz e con lui sto collaborando da un po’, ci conoscevamo da anni e con il suo ritorno abbiamo iniziato a parlarci, a fare progetti insieme con un obiettivo: riportare nel mondo del rap il groove, abbinato con qualcosa di fresco. Abbiamo curato molto  e preparato anche l’aspetto “live”: penso che il rap dal vivo possa dare ancora molto. Quindi, quando ritorneremo a suonare dal vivo, lo farò con una band, creando uno show che possa incuriosire lo spettatore e che apprezzi il rap come una musica suonata. I rapper sono intrattenitori di loro, se in più ci metti anche i musicisti diventa qualcosa di grande. Salmo dal vivo è una potenza proprio per questo».

Ci sarà, dunque, rap con escursioni jazz?
«Sì, non solo, ma sempre riportati al groove. Nello spettacolo dal vivo avere dei musicisti sul palco fa sentire il rapper molto più libero di muoversi ed esibirsi. È una bella sfida spaziare su diversi mondi…».

Anche tu suoni…
«Sono cresciuto utilizzando il campionatore. Da ragazzino avevo iniziato a suonare la tromba. Mi piaceva, ma non al mio vicino che, per lavoro, faceva anche i turni di notte. Così mi ha fatto capire che forse era meglio che cambiassi strumento. Allora sono passato alle tastiere. Che ho suonato anche in un gruppo funky rock, gli Hoptelpry. Le tastiere le riutilizzo ancora, e le fondo con il campionatore, credimi, molto meglio per i diritti d’autore (scherza, n.d.r.)».

Una curiosità, anche in questa copertina ci sarà il colore giallo? È una sorta di marchio di fabbrica…
«Non ti anticipo nulla sulla cover, uscirà tra pochissimo, comunque sì, c’è del giallo. Questa è un’altra storia, il giallo è arrivato per caso, quando io e Maxi producevamo vinili, lo stampatore sbagliò colore e ce li fornì tutti gialli. A nessuno piaceva questo colore ma ci siamo convinti quando ci ha detto: “è stato un errore, scusate, ma vi facciamo uno sconto”. Da allora abbiamo fatto diventare il giallo una sorta di marchio identificativo. Nei concerti c’era quel colore. Con Maxi abbiamo pubblicato un album dal titolo Preso Giallo, che in slang torinese significa “prenderla male”, io ho pubblicato un disco dal titolo Oro Giallo, il mio marchio è giallo…».

Domanda inevitabile, che cosa ha lasciato questa pandemia nella musica?
«Spero che dopo quest’esperienza che ha coinvolto tutti, possa nascere all’interno del settore un senso di unità per creare qualcosa di nuovo, di più solido. Rinascere con più consapevolezza, penso anche nella gestione dei diritti d’autore. Sono una persona che non invidia i colleghi che hanno avuto grandi successi, sono felice per loro».

Cosa ti aspetti?
«Chi lo sa! Sia a livello locale sia in quelli più alti bisogna cercare di riconoscere che quello del musicista è un lavoro a tutti gli effetti, un mestiere come tanti altri. Perciò bisogna cercare di renderlo dignitoso. Ma è una rivoluzione di pensiero che deve partire dagli stessi artisti».

Musica e Idoli/ Non avrai altra star al di fuori di me!

Prima o poi ci si doveva arrivare. Quando si parla di musica, autori, generi, rockstar, idoli, si toccano tasti sensibili. E te ne accorgi dai commenti ai post che pubblichi sui social. Il fattore psicologico conta molto. Mi sono riproposto di intervistare uno psicologo che mi (ci) possa raccontare quali sono le dinamiche mentali che si attivano in questi casi. Lo farò, devo trovare la giusta materia prima…

Dunque, per chi venera un artista, questo è la sua leggenda, il suo idolo e, soprattutto, una leggenda e un idolo che non avrà mai eredi. Non li può avere perché altrimenti i suddetti metterebbero in discussione l’esistenza della sua immortalità musicale. Da ciò discende (secondo punto) che, anche a distanza di anni e di ovvi cambiamenti di stili, non può esistere un musicista che meriti di ambire alla categoria “idolo numero due, il degno erede di…”, come siamo avvezzi a scrivere quando nuovi artisti si affacciano sulle scene musicali. Punto terzo: i paragoni, su basi ritmiche/musicali e di scrittura testi in senso stretto, non sono ammessi: come osi mettere sullo stesso piano un testo di Gil Scott-Heron con quello di un rapper italiano qualsiasi? Ma dov’è la qualità di questi ultimi? E ancora, Bob Marley, BOB MARLEY!, non ha lasciato star degne della sua altezza, lui aveva quel “quid” in più che lo ha fatto assurgere a leggenda; il nuovo reggae non è reggae ma qualcosa che gli può vagamente assomigliare e, comunque, per potenza espressiva e tipicità del suono (merito anche dei suoi fedeli Wailers), non arriva nemmeno ai piedi della statua del mitico Bob che campeggia nel giardino della sua casa-museo di Kingston.

Ciò fa riflettere e mette pure in crisi: possibile che abbia perso il senso critico? Beh, sì, col passare degli anni ci si ammorbidisce (equivalente gentile al “si rincoglionisce”). E soprattutto, possibile che dopo le “nostre” star non siano nate nuove stelle? Prima di inoltrarmi nello spinoso discorso delle generazioni e delle possibili spiegazioni, vorrei mettere un punto fermo. E per farlo mi appello a uno che di queste cose ne sa abbastanza, per esperienza, bravura e genialità (e già comincio a dare giudizi su un artista che ha segnato il piacere della mia musica). David Byrne, l’ex frontman dei Talking Heads, l’uomo “universale” sempre alla ricerca di nuove forme di musica, l’onnivoro della commistione dei generi, affascinato dalle culture e dalla world music. Nella prefazione al suo libro (da leggere!) Come funziona la musica (Bompiani, 2019) l’autore spiega: «(La musica, ndr) È una cosa forte». E continua: «Il modo in cui la musica funziona, o non funziona, non è determinato da ciò che è di per sé, isolata dal resto (ammesso che una condizione del genere esista), ma in gran parte da ciò che la circonda, da dove e quando la si ascolta. Il modo in cui è eseguita, venduta, distribuita e registrata, chi la esegue e con chi la si ascolta e, naturalmente, come suona…». Parole sante dove è racchiuso più o meno tutto il nostro ragionamento.

La musica dipende da chi la suona, dal momento storico in cui la si assimila, dalla forza commerciale delle label che la spingono, e, soprattutto, dal tuo stato d’animo. Insomma la tua star è amore a primo ascolto, il tuo “personal Jesus” che ti dà sensazioni, emozioni, carica. Ci siamo passati tutti, forse questa inclinazione s’è accentuata in quelli della mia generazione e di quelle immediatamente prossime, che hanno vissuto un genere dirompente, il rock, in un periodo di grande contestazione sociale, legando inevitabilmente adolescenza, musica, politica, pensiero. Mio padre ascoltava Fred Buscaglione, Bruno Martino, mia madre amava la  lirica con escursioni (rare) tra Nilla Pizzi e Orietta Bertii… Per me era spazzatura, o poco ci mancava. Ascoltavo Pink Floyd, Genesis, Jethro Tull, Deep Purple, Talking Heads, Bob Dylan, Van Morrison, Cantautori italiani, bossa nova, jazz, Chuck Mangione, uno dei miei preferiti, Gerry Mulligan, Miles Davies, ma anche classica, Mozart lo consideravo un dispettoso maghetto dalle mille risorse… Mia figlia oggi è pop con innesti rap ma con escursioni trap. Il mondo va avanti e non necessariamente in meglio, viste anche le condizioni in cui ci troviamo ora. Ma non possiamo nemmeno essere così nichilisti.

Ricorro a quel geniaccio di Philip Ball, chimico, fisico e divulgatore inglese, siamo praticamente coetanei, da scienziato ha scritto L’Istinto Musicale (edizioni Dedalo, 2011), dando la sua definizione di musica, che poi coincide con quella di Byrne, detta in altro modo: «È parte di ciò che siamo e del modo in cui percepiamo il mondo». È chiaro che ogni generazione ha i suoi miti. Il problema è che, nella gran parte dei casi, ognuno si tiene i suoi preferiti, restando così ciecamente ancorato alla propria generazione, a uno spazio temporale definito. Spesso mi sento dire: «Son troppo vecchio per dedicarmi a questi nuovi cantanti», o anche «Oggi non si fa più musica, c’è solo porcheria in giro». Ma se spingi il demotivato campione ad approfondire con nuovi autori, magari provenienti da quelli che erano i suoi “primi piatti” musicali, scopri che c’è un grande disorientamento: in genere le persone non  si avvicinano nemmeno, forse perché hanno timore… di non capire. Ci sono, ovviamente, le eccezioni: il mio amico Stefano, cinquantenne, è stranamente (o incautamente?) incuriosito dal rap come fenomeno sociale, per questo va a scovare tutti i dischi possibili, concentrandosi sui testi, non gliene scappa uno! Bruno Martino, tanto per prendere uno degli artisti citati, l’ho capito molti anni dopo, e nella sua bravura di autore ho riconosciuto alcuni dei percorsi sonori che mi appartenevano già.

Sto cercando di farlo con i nuovi artisti, siano essi rapper, trapper, new reggae, rock nelle sue versioni più innovative o estreme, alternativi, elettronici, disco. Ascoltare è la miglior arma per capire. Ma bisogna farlo con metodo per riuscire a penetrare questi nuovi mondi. Noi, astronauti in orbita intorno al pianeta Musica, bardati con tute sigillate per evitare di respirare sostanze “contaminanti”, dobbiamo avere l’umiltà di spogliarci e ascoltare. Potremmo scoprire altre strade meravigliose, magari molto più panoramiche (non si perderà l’originale purezza di gioventù), orizzonti sonori totalmente nuovi.

Concludo dicendovi cosa sto ascoltando ora con grande interesse ijn questi giorni: il jazzista israeliano Avishai Cohen (da non confondere con l’omonimo contrabbassista jazz) con il suo nuovo progetto Big Vicious, album uscito il 20 marzo scorso. Trombettista che esplora tanti generi dal jazz al rock al trip hop. Molto interessante l’interpretazione della beethoveniana Moonlight Sonata. Qui godetevelo in Teardrop, gran bella rivisitazione del brano dei Massive Attack, dall’album Mezzanine (1998). Il,secondo sempre in cuffia è Earth di EOB, il progetto solista di Ed O’Brien, chitarrista dei Radiohead, uscito il 17 aprile. Ci ha messo un bel po’ di tempo a comporlo, otto anni, si è avvalso della collaborazione di grandi artisti, Flood alla produzione, il collega di band Colin Greenwood, al basso, Glenn Kotche, il batterista degli Wilco, Adrian Hutley dei Portishead e molti altri. Ed mette nell’album tanto Brasile, dove ha vissuto nel 2012, a suo modo, ovviamente. Sentite proprio il brano Brasil, dura 8 minuti e 27 secondi! Ultimo disco in ascolto, anche questo uscito da poco, il 10 aprile, è The New Abnormal dei The Strokes. «And now we’ve been unfrozen and we’re back», ha annunciato il frontman della band Julian Casablancas all’uscita del lavoro, dopo sette anni di silenzio, inframmezzato da un EP, Future, Present, Past (2016). Suonano rock, onesto, pulito,  lineare, beatitudiniario e fluidificante per questi giorni. Dietro alla band, il produttore Rick Rubin, una garanzia. Un’infilata di riff, chitarre, synt che ti fa sentire a posto con la vita e con le giornate da affrontare. Qui At The Door.

Musica e scrittura/ Da Gil Scott-Heron ai rapper italiani

Leggevo sul New Yorker, preziosa rivista ricca di spunti, un pezzo davvero interessante su Gil Scott-Heron. Poeta, scrittore di gran spessore intellettuale e culturale, ma anche musicista molto apprezzato a cavallo tra i Sessanta e i Settanta. Gil, morto a 62 anni nel 2011, è stata la fonte di ispirazione di molti scrittori e altrettanti musicisti. Era un attivista afroamericano, uno che osservava la vita e la traduceva in parole compiute, uno spoken word (un poeta che musicava i suoi versi). Un poeta/musicista “maledetto”, che ha conosciuto la droga e il carcere. Tra i suoi album, anche se qualcuno lo ha definito il più “convenzionale”, leggi commerciale, c’èPieces of Man, il suo secondo lavoro, del 1971. La prima traccia, The Revolution Will Not Be Televised, è recitata su una base funk tipicamente anni Settanta. Ma l’incedere delle parole e il basso che scandisce la ritmica poetica ne fanno uno dei primi, “inconsapevoli”, pezzi hip hop della storia. Un rap delle origini che gli appassionati del genere dovrebbero ascoltare e tenere a mente. Il brano richiama le tensioni studentesche del tempo, le proteste, le dure repressioni della polizia e la constatazione amara che la rivoluzione non si vedrà mai in televisione..

You will not be able to stay home, brother
You will not be able to plug in, turn on and drop out
You will not be able to lose yourself on skag and skip
Skip out for beer during commercials
Because the revolution will not be televised
The revolution will not be televised
The revolution will not be brought to you by Xerox
In 4 parts without commercial interruption
The revolution will not show you pictures of Nixon
Blowing a bugle and leading a charge by John Mitchell
General Abrams and Spiro Agnew to eat
Hog maws confiscated from a Harlem sanctuary
The revolution will not be televised
The revolution will be brought to you by the Schaefer Award Theatre and
will not star Natalie Wood and Steve McQueen or Bullwinkle and Julia
The revolution will not give your mouth sex appeal
The revolution will not get rid of the nubs
The revolution will not make you look five pounds
Thinner, because The revolution will not be televised, Brother
There will be no pictures of you and Willie Mays
Pushing that cart down the block on the dead run
Or trying to slide that color television into a stolen ambulance
NBC will not predict the winner at 8:32or the count from 29 districts
The revolution will not be televised
There will be no pictures of pigs shooting down
Brothers in the instant replay
There will be no pictures of young being
Run out of Harlem on a rail with a brand new process
There will be no slow motion or still life of
Roy Wilkens strolling through Watts in a red, black and
Green liberation jumpsuit that he had been saving
For just the right occasion
Green Acres, The Beverly Hillbillies, and
Hooterville Junction will no longer be so damned relevant
and Women will not care if Dick finally gets down with
Jane on Search for Tomorrow because Black people
will be in the street looking for a brighter day
The revolution will not be televised
There will be no highlights on the eleven o’clock News
and no pictures of hairy armed women Liberationists and
Jackie Onassis blowing her nose
The theme song will not be written by Jim Webb, Francis Scott Key
nor sung by Glen Campbell, Tom Jones, Johnny Cash
Englebert Humperdink, or the Rare Earth
The revolution will not be televised
The revolution will not be right back after a message
About a whitetornado, white lightning, or white people
You will not have to worry about a germ on your Bedroom
a tiger in your tank, or the giant in your toilet bowl
The revolution will not go better with Coke
The revolution will not fight the germs that cause bad breath
The revolution WILL put you in the driver’s seat
The revolution will not be televised
WILL not be televised, WILL NOT BE TELEVISED
The revolution will be no re-run brothers
The revolution will be live

L’artista ha pubblicato una quindicina di album in studio più altri live e alcune raccolte, quasi tutti in collaborazione con Brian Jackson, polistrumentista, amico e anima gemella di Scott-Heron per molti anni. Il 7 febbraio 2020 è uscito un nuovo album “firmato” Gil Scott-Heron e Makaya McCraven, batterista jazz di 36 anni, dal titolo We’re new again: a reimagining by Makaya McCraven. Un nuovo modo di presentare la musica di Gil (Makaya ha fatto un grande lavoro di ricerca sonora, sovrapponendo tracce originali a un suo interessante incedere ritmico che fa avvicinare Scott-Heron a un cantante hip hop, a riprova di quanto si diceva prima, con incursioni pesanti nel jazz. Ascoltate Where Did The Night Go, Running o, ancora I’m New Here e giudicate voi.

A questo punto, incuriosito ho fatto qualche salto plurigenerazionale in avanti di 49 anni, spostandomi in Italia dove il rap, la trap, e tutti i derivati di questi generi, sono il sempre più solido corollario del nuovo pop italiano, come sostengono Roberto Cibelli e Giuliano Saglia della Red Music, intervistati un po’ di tempo fa. Tanti giovani aspiranti che si autoproducono, aprendo il loro canale su YouTube nella speranza di sfondare. Ce n’è di tutti i generi, quelli che provano perché “cosa vuoi che sia mettere una base e rapparci sopra” (e vabbè, amen!), quelli che vengono dai “quartieri alti” ma che comunque hanno qualcosa da dire, e quelli delle periferie, che vivono il disagio di essere diversi perché, magari, figli di immigrati, che non si sentono né carne né pesce. Bisogna ascoltarli più e più volte per capirli, poi senti dove c’è sostanza. Il rap è musica, sì, certo, ma è soprattutto testo, comunicazione, sfogo, voglia di spiegare, di urlare al mondo. Ho scelto tre autori che hanno pubblicato due dischi e un brano affatto male nell’ultimo mese e mezzo.

Il 31 marzo scorso Claver Gold e Murubutu rilasciano Infernvm, la loro personale versione dell’Inferno di Dante Alighieri. Rap Intellettuale, ricercato, sia nella musica sia nei testi. L’album è bello, intenso, giustamente cupo, ricco di richiami letterari del Divin Poeta, riadattati alla visione attuale. Raccomandato al cento per cento! I due artisti non sono i soli a seguire questo sentiero del rap. Con loro Rancore, ma anche Cranio Randagio, morto a 22 anni nel 2016, il duo piemontese Uochi Toki tanto per citarne alcuni. Torniamo ad Infernvm: vi propongo di ascoltare quello che, nella storia di Dante è il primo approccio al mondo degli inferi: Caronte.

 

Sì, sì
Sì, sì
Voi non vedrete più il cielo
Io vi porto le tenebre eterne,
Un urlo cieco squarcia il regno dell’eternità
Il timoniero nell’impero delle anime perse
Spinge fiero il vecchio legno nell’oscurità
Fra i dannati mille corpi si spingevano sui bordi
Tutta in riva all’Acheronte stretti a forza in mezzo ai solchi
Appena mille erano a bordo sotto i colpi di Caronte
Gli altri mille erano pronti verso l’Aldilà
Oggi il demonio sull’antico porto
Vanità è storia dell’umanità
Ogni devoto qua ha il suo psicopompo
Divinità ctonia della verità
Ogni anima è foglia che cade nell’ombra
Il nocchiero col remo percuote la folla
D’antico pelo pieno d’astio e di boria
Perché tutto ciò che odia è soprattutto la sua identità
Dove vai, dove vai, dove vai
Dove vai, dove vai, dove vai
Se cerchi un passaggio per un’altra vita
Perché la vita non è come vuoi
Sali sul legno del demone guida
Lungo le sponde di lacrime noi
Con gli occhi di brace lui ci portò via (via, via)
Pagheremo il peso della dannazione
Morte della pace nell’anima mia
Dove l’aria calda infuocava le gole
Cerchi un passaggio per un’altra vita
Perché la vita non è come vuoi
Sali sul legno del demone guida
Lungo le sponde di lacrime noi
Con gli occhi di brace lui ci portò via (via, via)
Pagheremo il peso della dannazione
Morte della pace nell’anima mia
Dove l’aria calda infuocava le gole
Ed eravamo nudi come appena nati
Soli dove il mondo ci ha dimenticati
Sporchi, raffreddati, tesi e spaventati
Nell’attesa d’esser traghettati, presi e giudicati
Conati, bile, sangue e lacrime si fan vapore
La dura voga del traghettatore peccatore
Un’eco d’onda sopra l’Acheronte fa rumore
Ora è il momento di pregare forte il tuo Signore
Stringevo forte due monete per pagare il pegno
Per pagare il legno, soprattutto per sentirmi degno
Di traversare il fiume nero e poi scordare l’eros
Sono solo un passeggero in fuga verso il nuovo regno
Ed ora vieni, occhi di fuoco, vieni al tuo lavoro
Vieni ancora per fermare il gioco, poi torna per loro
Torna per l’oro sopra gli occhi con i remi rotti
Torna per chi in certe notti si è sentito sempre solo
Se cerchi un passaggio per un’altra vita
Perché la vita non è come vuoi
Sali sul legno del demone guida
Lungo le sponde di lacrime noi
Con gli occhi di brace lui ci portò via (via, via)
Pagheremo il peso della dannazione
Morte della pace nell’anima mia
Dove l’aria calda infuocava le gole
Cerchi un passaggio per un’altra vita
Perché la vita non è come vuoi
Sali sul legno del demone guida
Lungo le sponde di lacrime noi
Con gli occhi di brace lui ci portò via (via, via)
Pagheremo il peso della dannazione
Morte della pace nell’anima mia
Dove l’aria calda infuocava le gole

Il romano Mostro, 26 anni, ha pubblicato il 3 marzo scorso Sinceramente Mostro. Di buona famiglia, Giorgio Ferrario, 27 anni, ha impiegato molto tempo per rielaborare la perdita di un fratello a causa di un incidente stradale. Depressione, adolescenza, sbandamenti, strada in risalita per ritrovarsi. Qui la struggente  Memorie di uno Sconfitto P2: chi dobbiamo essere per essere felici? Si domanda l’artista… E ancora: Cosa faremo poi quando saremo soli e vecchi?

Nasco nel caldo del deserto
Apparentemente tutto calmo, tutto fermo
La sabbia copre il cemento
Non posso camminare, con le mani cerco il vento
Una culla fatta di legno
Fatico a dormire, un pensiero mi tiene sveglio
Mamma mi tiene in braccio, lontano dalla polvere
Ma come tocco terra, capisco che devo correre
Piccoli passi ma veloci, fuggo da incubi feroci
Correndo mi perdo i giochi
Incontro i serpenti, cammelli coi beduini
Cerco almeno di tenere i miei fratelli più vicini
In quella casa, che casini
Corro in salita, sopra le dune
Scorpioni sui miei vestiti, ‘fanculo le mie paure
Da qui vedo le strade, non mi posso fermare
Quei piccoli passi ora sono delle falcate
Ma l’adolescenza è una tempesta, la sabbia si fa asfalto
Imparo a soffocare la rabbia dentro a un pianto
Chi scappa, qua è solo un codardo
Ma io non scappo, io sto cercando
Io continuo a correre, supero anche i miei amici
Corri in mezzo agli autobus, nel traffico, fra tutti gli edifici
Mi allontano ad ogni passo, sguardo basso ed occhi grigi
Chi dobbiamo essere per essere felici?
Ma a vent’anni nella giungla, sfreccio nella foresta
Tu non puoi fermarmi, spacco i rami con la testa
Ho il cuore più duro, sicuro, di una corteccia
Non sono un uomo, sono un’arma, io sono una freccia
E mi dimentico gli affetti, corro a denti stretti
Perché ho troppa paura che la vita non mi aspetti
Cosa faremo poi quando saremo soli e vecchi?
Resto il più bello di tutti in una stanza senza specchi
Le fughe dalle pantere, gufi e le lune piene
Qui è dove le bestie mangiano le tue preghiere
Mi volto un’ultima volta, vedo mio fratello cadere
Solo un altro passo e sono immerso nella neve
Ma tu lo sapevi che è vero
Che i sogni più grandi sono fatti di vetro
Feci un respiro e decisi che non mi sarei guardato più indietro
Per la prima volta io non so come rialzarmi
Nessuno può trovarmi o lanciarmi una corda
Il ghiaccio che mi blocca, il cuore come gli arti
Non mi farà più scrivere, mi chiuderà la bocca
Basta poco, uno schiocco di dita
Fuori il gelo, però dentro io scoppio di vita
La mia fine non è ancora questa
Vuol dire che corro, corro al doppio di prima
E sono fuori io da solo, nudo nella bufera
Sopravvissuto a tutto, lupo della Siberia
Ho camminato a lungo, fino ai piedi di questa montagna
Pensavo solo “Ora non posso non farcela”
Dio mi guarda e dice solo “Dove vai?”
Troppo scivolose le suole delle mie Nike
Mentre mi avvicino al sole gli urlo forte “Ora vedrai”
Non sarò come la neve perché io non cadrò mai
Ventisette, sono in cima, sorrido per l’impresa
Davanti a una discesa, che mi porta ad un’altra salita
Da qua sopra che apprendo il senso di questa vita
La mia meta è una ricerca che non è finita
Una bufera si avvicina, è vero
Ma pare come un amico, il tramonto dietro la crina
Io metto tutto quanto in una rima
E vado alla conquista della mia vita
Vediamo chi arriva prima

Il milanese Maruego, 27 anni, origine marocchine, una vita movimentata, ha camminato  alcuni anni con Ghali con cui ha iniziato a cantare, contribuendo a portare la trap in Italia. Le loro strade poi si sono divise. Un inizio con buoni singoli, nel 2017 il primo album Tra Zenith e Nadir. Il 3 aprile, pubblica il singolo La vie en rose Nel testo della canzone non manca una citazione: si tratta di uno dei versi più famosi della storia del rap italiano, quello di Neffa nel pezzo Lo straniero dei Sangue Misto: «Io quando andavo a scuola da bambino la gente nella classe mi chiamava marocchino…».

Oh cercavo un pretesto e la mia non è certo una vie en rose
sono qui da un po’
Ho detto bye mon amigo, bye mon amigo
adio vida locos mi fa uscire loco come un decoltè
c’ho nella testa come un tarantino
finchè sto sangue non sarà rosè
sto pezzo l’ho scritto per te
mio cuore che fa
bam bam pamparam parampam
pamparam parampam
pamparam parampam
pararirararera
E quando andavo a scuola da bambino
la gente della classe mi chiamava marocchino,
vucumprà torna da dove sei venuto
io salgo sopra il podio da abusivo
muto, chico, sto su un marciapiede con la shisha
i miei partiti quando c’era un shh dentro al frigo
fumo per Milano come fosse mia
oh bella Madonnina, lo sai te quiero mucho
io sto per strada come un’intifada in guerra con la clava
e non mi andava ma in carovana non avevo nada
e lei danzava sì con il ventre proprio come un cobra
e mi son perso tra le sue curve dune del Sahara
Oh cercavo un pretesto e la mia non è certo una vie en rose
sono qui da un po’
Ho detto bye mon amigo, bye mon amigo
adio vida locos mi fa uscire loco come un decoltè
c’ho nella testa come un tarantino
finchè sto sangue non sarà rosè
sto pezzo l’ho scritto per te
mio cuore che fa
bam bam pamparam parampam
pamparam parampam
pamparam parampam
pararirararera
Da marocchin, Kho a Maru il king
In culo alla routine
Spetta a te se essere un se
O essere un sì
Ora che MC co-copia MC, come col Canta Tu
Contento te se pensi che ti bastasse l’autotune
E dammi un beat che li lasci in peace
Che li manda in tilt
Senti un click, baby, è la mia bic
Io il mujaeden
Questo flow non conosce stop
Non conosci il team
Senti “boom” come giù a Kabul
Se veniamo lì
Questa merda mi entra dentro come un virus
Si insidia come iblis
Infine poi ti investe come un Urus
Ho pregato Dio, fra’, per una nuova chance
Mi son visto allo specchio, ero io l’escamotage
Oh cercavo un pretesto e la mia non è certo una vie en rose
sono qui da un po’
Ho detto bye mon amigo, bye mon amigo
adio vida locos mi fa uscire loco come un decoltè
c’ho nella testa come un tarantino
finchè sto sangue non sarà rosè
sto pezzo l’ho scritto per te
mio cuore che fa
bam bam pamparam parampam
pamparam parampam
pamparam parampam
pararirararera

Urban Indie/1 – Roberto Cibelli, Giuliano Saglia e la rivoluzione della musica

Ok, il discorso va affrontato, e lo dico da vecchio rocker quale sono. L’ormai rugginosa “guerra” tra rock e rap all’alba del 2020 non ha più nessun senso. Il rap ormai è stato introiettato e digerito come genere “storico” acquisito. Ha la sua lunga storia  – dagli anni Settanta a oggi di “rappate” per le strade e nei palchi del mondo ne sono passate tante – e, come è accaduto per il rock, va considerato come una delle “stagioni” della musica, quei particolari, intensi, momenti di cambiamenti sociali e culturali che rendono quest’arte una delle antenne principali per captare i cambiamenti in corso. Dunque, eccoci qua. Con una notizia arrivata fresca proprio oggi – l’assassinio di Pop Smoke, 20 anni, rapper newyorkese stimato dai grandi nomi del genere, da Nicki Minaj a Cardi B, per citarne un paio – che non smentisce la fama ribelle e trucida dell’hip hop d’oltreoceano. Quello italico è profondamente diverso, di sicuro non fisicamente violento. Non si parla più di disagio e riscatto sociale, com’era per il rap, ma di esibizione e voglia d’avercela fatta, di soldi e lusso, di un machismo ostentato, con un uso snervante dell’autotune sul cantato (trap) e una libertà di esecuzione vocale non legata al beat, che nella trap è più accelerato (vedi Sfera Ebbasta, Ghali, il giovane Shiva). Salvo rare eccezioni il trapper è un artista solitario che non si associa in crew: se ce la fa, emerge e diventa famoso ed è solo per merito suo e di nessun altro… La trap sta evolvendo a sua volta, nascono nuove correnti con nomi coniati dagli stessi artisti… C’è chi paragona – per certi aspetti a ragione – questa “rivoluzione” musicale al punk degli anni Settanta, come corrente di rottura, che sa parlare la lingua del disagio giovanile…

Il nostro viaggio nel mondo rap/trap, inizia in una tranquilla via di Milano, a due passi da Paolo Sarpi, nel quartiere cinese. Qui ha sede la Red Music edizioni musicali. Al timone Giuliano Saglia, 67 anni, e Roberto Cibelli, 60. Più che una label è una “talent scout house”, una “casa sicura” dove, chi ha talento, può emergere e viene aiutato in tutto, dalla costruzione del personaggio alla mera burocrazia.

Roberto Cibelli, a sinistra, e Giuliano Saglia, a destra, della Red Music

Come siete entrati nel mondo dell’Urban? Nel corso degli anni avete anche intercettato il fenomeno della Disco Music italiana mietendo più che rispettosi successi (tanto per ricordarne uno, Giuliano Saglia nel 1998 ha coprodotto con Alex Farolfi e Mario Fargetta, Feel it, arrivando al top delle classifiche inglese ed europee)…
Roberto: «Siamo entrati nell’Urban Indie per necessità. Con la crisi del 2008 ci siamo ritrovati a decidere su cosa fare della nostra attività, così abbiamo puntato su quella fetta di musica indipendente che le grandi case discografiche, per motivi di struttura e tipo di lavoro, non consideravano… È andata bene. Tra 10, 15 anni questa musica sarà considerata il pop italiano».

Secondo voi perché ha preso piede divorando fette di mercato sempre maggiori?
Roberto: «Mi rifaccio alle parole di J-Ax: l’Urban Indie si è affermato grazie a Internet, Spotify, i social media. Le major non hanno più il potere di decidere quali artisti siano da promuovere e mandare avanti e quali no. Questi ragazzi non devono ringraziare nessuno se non loro stessi e la loro creatività… Tra il 2010 e 2015 non ascoltavi un brano urban in radio, oggi è tutta un’altra storia».
Giuliano: «Il pubblico è cambiato. I ragazzi si identificano perché nei brani di artisti che hanno la loro stessa età e che sono cresciuti negli stessi luoghi, vengono affrontate tematiche reali. Diventare famoso è uno degli obiettivi futuri dei giovani ascoltatori. Devi saper esprimere quello che stai vivendo, sei arrabbiato, non hai soldi, hai un’infanzia difficile… il gergo è lo stesso da Milano a Catania».
Roberto: «I social sono stati importantissimi. Come artista puoi interagire immediatamente con chi ti segue. Prima la comunicazione la faceva la casa discografica ed era distaccata, non coinvolgente. Il pubblico, il tuo pubblico che si riconosce in quello che tu dici, ti sente vicino, un amico».

Ciò ha permesso a molti più artisti di emergere?
Roberto: «Non proprio. Prima c’era l’imbuto della casa discografica: potevi essere un genio, ma se, magari, quel giorno chi ti ha visto non ha capito chi tu fossi veramente, la tua carriera veniva stroncata definitivamente ancor prima di nascere. Oggi a decidere è il pubblico. Se piaci vai avanti altrimenti no. I numeri degli “emergenti” sono gli stessi di quelli che c’erano nell’era del pop».
Giuliano: «È una questione di possibilità, non sono gli altri a decidere la tua carriera, ma sei tu. Se hai le capacità puoi arrivare a sfondare anche da solo. Prendiamo ad esempio Ghali. È stato con noi nella fase iniziale. Era un ragazzo con una vita difficile, abitava in un appartamento minuscolo con la madre in un quartiere difficile e di periferia. Aveva tutta la voglia e la forza di emergere, raccontare, uscire da una esistenza dura. Chi ti ascolta capisce se in te, artista, c’è spessore o meno…».

Insomma, Internet e i social hanno democratizzato la musica…
Roberto: Sì. Pensa solo negli anni Settanta e l’ondata del cambiamento musicale con l’arrivo dei cantautori. Ti sei mai domandato perché emergessero per lo più artisti romani e pochissimi milanesi? A Roma aveva sede l’RCA. La potente etichetta aveva addirittura creato una scuola per cantautori. Oggi il territorio fisico non esiste più, si gioca tutto nel web».

Qual è il futuro della musica italiana?
Giuliano: «Si è partiti con il rap e si va verso un indie che non ha contorni definiti. È come un fiume che scorre impetuoso ma non costretto in un unico letto. L’acqua si spande ovunque… Ora siamo noi discografici che seguiamo l’onda, prima era esattamente l’opposto: si creava la moda e il genere. Oggi si inseguono le mode e i generi si cavalcano».

È corretto definirvi “scopritori di talenti”?
Giuliano: «Vediamo decine di ragazzi ogni settimana, ascoltiamo le loro produzioni. Se scorgiamo del talento creiamo un progetto per loro, gestiamo tutta la parte del copyright e la burocrazia, permettiamo loro di apparire negli store, ma li lasciamo discograficamente liberi».