Briatore, il Billionaire pieno e i mancati concerti dal vivo

Il tema caldo di queste giornate, quello che sta tenendo banco su media e social, è il contagio di Flavio Briatore, negazionista Covid della prima ora. Nel suo Billionaire, che qualcuno, con raffinata ironia, ha ribattezzato Focolaire, c’è stato un contagio genere Codogno, uno dei suoi dipendenti è addirittura intubato e grave, a Sassari. Lui, dal San Raffaele dove è ricoverato, ieri ha invece postato una foto sorridente su Instagram, post rimosso quasi subito (quando la si fa fuori dal vaso…).

Parlo di Briatore perché è “la notizia”, ma l’imprenditore sbruffone, una miniera inesauribile per la comicità di Crozza, mi dà la possibilità di sollevare un tema sul quale sto riflettendo da giorni: perché le discoteche hanno potuto accogliere a braccia aperte orde di giovani stressati dal lockdown in un liberatorio atto di sfida al virus, mentre i concerti dal vivo, con tutte le doverose restrizioni imposte, sono stati nella pratica vietati? Ci sono, sì, coraggiosi tentativi grazie a musicisti impegnati come Paolo Fresu, Stefano Bollani e pochi altri.

Dei tecnici senza lavoro ne ho parlato più volte in questo blog, come dei musicisti costretti a ripensare il loro modo di presentare la loro arte al pubblico. Sono riflessioni al sapore di Covid – anch’io non sono esente da questa sorta di rincoglionimento progressivo, uno stordimento che non fa ragionare con chiarezza e semplicità.

Tutto si complica, tutto si contorce, siamo tante marionette che si agitano perché mosse da altri che a loro volta sono pupazzi in mano ad altri e via dicendo, come in un infinito gioco di specchi. Tornando alla domanda che possiamo riassumere in: perché Briatore sì e Bruce Springsteen no?, ammetto che il quesito non possa avere una risposta. Nella caotica organizzazione che ci stiamo dando a causa del nostro “virus vivendi” ci metto dentro anche i 12 milioni di euro dati dal ministro della cultura Dario Franceschini agli organizzatori di concerti per i live annullati, tramite un decreto firmato l’11 agosto scorso, somma trovata attraverso il fondo emergenze imprese e istituzioni culturali introdotto con il Decreto Rilancio.

Vien da dire, piove sul bagnato. Si presume che gli organizzatori di concerti qualche soldo per vivere se lo siano messo sotto il materasso, ma – e credetemi non faccio populismo, mentre ascolto a tutto volume la sempre grande Highway to Hell degli AC/DC – come la mettiamo con tutti gli operatori degli spettacoli live che se ne stanno forzatamente a casa da mesi, se va bene in cassa integrazione, ma i più, essendo partite iva, senza paracaduti sostanziosi? Come possono uscirne?

Capite perché parlo di azioni “sclerate”… Non so se vi facciate le mie stesse domande, è che mi sembra tutto molto appiccicaticcio, caotico, ognuno dice e fa quello che vuole. E se in questo bailamme ci si mettono i musicisti negazionisti il caos diventa perfetto. Ed eccovi serviti: il 21 agosto sul suo sito ufficiale Van Morrison ha pubblicato un caloroso invito ai suoi colleghi: alzare la testa e tornare a suonare dal vivo senza ascoltare la scienza, anzi, la pseudo-scienza (Come forward, stand up, fight the pseudo-science and speak up, “Fatevi avanti, fatevi sentire combattete la pseudo-scienza, parlate”)…

In tutto ciò, e finisco, ci metto anche il tanto atteso ritorno alla scuola, quello che, l’infettivologo Matteo Bassetti, da me intervistato per un magazine, ha definito necessario e inevitabile “altrimenti sarebbe il fallimento totale di un Paese”. Con Briatore, la questione scuola è l’altro capitolo che tiene banco da giorni. Capitolo fondamentale per il progresso di una società. Studio, cultura, arte. Evitiamo danni che verranno pagati a caro prezzo da tutti…

America, l’intervista: musica, live, pandemia e ottimismo

Gerry Beckley e Dewey Bunnell – Foto di Henry Diltz

Quando si dice America – intesa come band – più o meno a tutti gli appassionati di quel sound West Coast che ha fatto fortuna negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, viene in mente una canzone, A Horse With No Name: On the first part of the journey, I was looking at all the life, There were plants and birds and rocks and things… Ricordate? Le voci che riecheggiavano quella di Neil Young, le chitarre acustiche leggere e sognanti, il raccontare quell’America “freedom style” con quella punta di sana nostalgia per chi ascoltava… Gerry Beckley, Dewey Bunnel e Dan Peek, i tre adolescenti che si sono incontrati nel college a Londra perché i loro padri lavoravano per l’USAF, l’areonautica militare americana, diventati amici inseparabili, hanno marcato il territorio della musica internazionale con brani diventati dei “classici”: Ventura Highway, Sister Golden Hair, You Can do Magic, All My Life, I Need You, tanto per citarne alcuni.

Dan nel 1977, ha deciso di cambiar strada, pur rimanendo amico di Gerry e Dewey, poi un infarto se l’è portato via a 60 anni, nel 2011. Gerry e Dewey hanno continuato il loro lavoro artistico, entrando nel club delle band Over Fifties in attività, con un enorme lavoro live. Tour continui, concerti su concerti, soprattutto in Europa e in Italia dove hanno un buon numero di appassionati fan. Il Covid19 ha bloccato anche gli America. Di spettacoli dal vivo se ne parlerà nell’estate 2021. Gerry e Dewey sono stati tra i primi a mandare il loro contributo video a supporto dell’associazione Dietro le Quinte, di cui ho ampiamente parlato in vari post precedenti. Così li ho chiamati, per sapere come stanno gestendo lo stop forzato…

Gli America in concerto – Foto di Christie Goodwin

Ciao Dewey, ciao Gerry, come state vivendo questo strano periodo? Dove vi trovate?
Gerry: «Ciao Beppe, bello sentirti! In questo momento mi trovo a Sidney con mia moglie Sally e i suoi bimbi. I miei due ragazzi sono rimasti a Los Angeles. Lei era partita prima per l’Australia, a metà aprile, dopo cinque settimane di lockdown a Los Angeles».
Dewey: «Stiamo cercando, come la maggior parte delle persone nel mondo, di limitare la nostra potenziale esposizione al virus. La band e tutta la crew si trovano nelle loro rispettive case, vivendo questa situazione giorno per giorno.

Componete, vi scambiate idee per nuovi progetti?
Dewey: «In occasione del cinquantesimo anniversario della band abbiamo realizzato vari progetti  (come l’uscita di 50th Anniversary: The Collection, album celebrativo uscito nel luglio 2019, n.d.r.) e molti altri sono in fase di sviluppo. Abbiamo trascorso molti mesi con il nostro archivista, Jeff Larson, a rivedere scatole di nastri, cassette, dischi rigidi, video, film Super 8… Il cofanetto più grande si chiama Half Century e include molte canzoni e immagini inedite. Di recente abbiamo pubblicato la nostra biografia autorizzata America-The Band scritta da Jude Warne (con prefazione di Billy Bob Thornton, n.d.r.).
Gerry: “Mi sono finalmente allestito il tanto agognato studio di registrazione a casa, a Sidney. Un normale banco e un Mac da 16 pollici, collegati e funzionanti… E il risultato è che sto realizzando, dopo anni, delle registrazioni davvero nuove… tutto ciò è molto divertente!».

Credo che il lockdown, sia stato anche un’opportunità: ripensare la propria vita, riconsiderare le priorità, un momento di meditazione…
Dewey: «Sono d’accordo. Nella mia vita non mi è mai capitato tutto quello che sto vivendo ora, che è, in egual misura, liberatorio e frustrante. Siamo stati costretti a rallentare e a lasciare passare i giorni con una nuova velocità».
Gerry: «Hai ragione Beppe… ci è stata data la possibilità di trovare quello che davvero conta nelle nostre vite. Tutti in questo settore hanno perso il lavoro “dal vivo”, ma so anche che non possiamo farci niente per ora. Dispiace dirlo, ma è così…».

America – Foto di Christie Goodwin

Già, non si fanno più concerti, la “cultura attiva” come l’abbiamo conosciuta stenta a ripartire. Si tornerà alla vecchia maniera o ci sarà un’evoluzione nel modi di divulgare la cultura e soprattutto la musica?
Gerry: «Penso che la maggior parte di noi voglia tornare il più presto possibile a quello che era la  normalità; ma che cosa significhi ciò e quando ci si arriverà sono grosse domande che non hanno risposte certe. Noi dovremmo fare un lungo tour in Europa nell’estate del 2021… lo speriamo e preghiamo per questo!».
Dewey: «È difficile prevedere come la nostra cultura verrà cambiata dalla pandemia. Penso che le persone mature, come noi, dovranno impegnarsi a cambiare molto più delle generazioni più giovani, per il solo fatto che noi abbiamo più esperienza di vita da confrontare. Comunque, sono convinto che ci adatteremo e apporteremo tutte le modifiche necessarie per stare fisicamente bene. Resteranno per molto tempo le preoccupazioni sugli assembramenti, il ritrovarsi in molti in uno stesso luogo. Avremo, certo, sempre accesso alla musica e all’arte, in una forma o nell’altra perché viviamo in un’era di comunicazione di massa».

Che tipo di musica state ascoltando ultimamente?
Dewey: «A esser sinceri, non ne sto ascoltando molta in questo periodo. Passo la maggior parte delle mie giornate all’aperto, in mezzo alla natura. Quando cerco musica di solito è per guardare una performance dal vivo su YouTube di un vecchio artista o una band che mi piace… chiamala pure reminiscenza!».
Gerry: «Ne sto ascoltando un sacco, la mia musica preferita. Come Wilco, uno che va a mille, non si scollega mai! E poi… ripasso le colonne sonore di Ennio Morricone, scomparso recentemente. Lui ha molto influenzato le mie composizioni. Le sue musiche per Bugsy, The Mission, Nuovo Cinema Paradiso restano le mie favorite».

Ho visto le vostre dichiarazioni spontanee in favore delle maestranze dello spettacolo attualmente senza lavoro (per ascoltarle cliccate sulle foto qui sotto). Un tour è un grande spettacolo, state insieme per giorni, diventate tutti una grande famiglia…
Dewey/Gerry: «È vero, ci manca l’aspetto “fisico” del tour, lo stare insieme con i nostri amici, il viaggiare in posti nuovi e in quelli già conosciuti, suonare la nostra musica…».

L’anno scorso avete raggiunto un anniversario importante, mezzo secolo di America. Una vita di lavoro, musica e amicizia…
Dewey: «Sono invecchiato nel business della musica. Abbiamo iniziato l’avventura America da adolescenti e per me è stato straordinario aver raggiunto i 50 anni di registrazioni e tournée in tutto il mondo. Significa molto: abbiamo stretto molte amicizie, collaborato con altrettanti musicisti e tecnici in questi decenni. Non vedo l’ora di riprendere da dove avevamo interrotto il 12 marzo 2020!».
Gerry: «Cinquant’anni sono qualche cosa che vale chiaramente la pena celebrare. Dewey e io siamo stati molto fortunati in questo nostro lungo “viaggio” e, ovviamente, entusiasti al pensiero che l’Italia abbia giocato un ruolo così importante della nostro storia».

Qual è il vostro album favorito degli America?
Gerry: «Ne ho due: Homecoming, il nostro secondo lavoro, credo sia molto forte e coerente, perché riassume le nostre migliori caratteristiche. Adoro anche Here&Now disco prodotto per noi dal compianto Adam Schlesinger (dei Fountains of Wyne, mancato lo scorso primo aprile a 52 anni per colpa del Covid19, n.d.r.) e il grande, grande James Iha (chitarrista dei The Smashing Pumpkins, n.d.r.): penso che abbia rappresentato uno dei nostri migliori lavori degli ultimi anni».
Dewey: «Continuo a pensare e ne sono sempre più convinto che sia stato il nostro primo album, America. Un altro disco che davvero mi piace molto è Human Nature (14esimo in studio della band, uscito nel 1998, n.d.r.)».

America – Foto di Christie Goodwin

Avete voglia di parlarmi un po’ di Dan Peek, della sua scelta di lasciare la band all’apice del successo in cerca di altri valori?
Dewey: «Dan è stato uno dei membri fondatori della band. Eravamo tre grandi amici che hanno condiviso le esperienze della vita insieme fin dall’adolescenza. Ed era un musicista di talento, intelligente che sapeva anche essere divertente. Credo che il grande successo della band abbia schiacciato Dan. Ci siamo tutti dovuti adeguare alle fatiche dei tour, alla necessità di scrivere nuove canzoni, fare nuovi album. E, allo stesso tempo, stavamo anche sviluppando le nostre vite personali, sposandoci oppure creando relazioni “off the road”. Nel 1977 Dan ha deciso che non voleva più tenere quel ritmo. Così ha iniziato un nuovo viaggio che includeva il seguire le sue credenze religiose…».
Gerry: «Onoriamo l’immenso contributo che Dan Peek ha dato ogni singola notte (quando suonavamo insieme nei concerti). Io e Dew abbiamo bei ricordi di Dan, lui era un uomo davvero divertente».

In Italia avete tanti fan. Cosa vi piace del nostro Paese? Avete spesso dichiarato che vi piace venire a suonare qui…
Dewey: «Fin dalla prima volta che abbiamo girato l’Italia in tour abbiamo concordato che è un Paese bellissimo. Le magnifiche città e i borghi storici adagiati su terreni e coste meravigliose lo rendono geograficamente attraente. Poi le persone, le tradizioni, la cucina danno una buona energia a tutti noi. Ci divertiamo sempre durante i nostri viaggi in Italia e non vediamo l’ora di tornare di nuovo nel 2021…».
Gerry: «L’Italia è e rimarrà sempre una delle nostre tappe favorite durante i nostri viaggi e tour. Anche se adoriamo il cibo e la storia, la gemma più preziosa sono le persone, gli italiani: hanno così tanto amore per la vita!».

La situazione negli Stati Uniti, con l’esplosione della pandemia, le rivolte, un razzismo dilagante, non è delle migliori. Cosa sta succedendo?
Gerry: «Siamo tutti rattristati per la dura situazione in tutto il mondo, in modo particolare per i nostri amici e familiari negli States. Anche se io e mia moglie la stiamo vivendo dalla nostra casa di Sidney ogni giorni ci informiamo sull’andamento e i numeri della pandemia. È una tragedia in evoluzione. Ci troviamo tutti nel mezzo della storia oggi, che lo vogliamo o meno…».
Dewey: «Gli Stati Uniti stanno certamente attraversando un grande momento di transizione. La pandemia e lo stop della vita economica e sociale hanno focalizzato l’attenzione delle persone su problemi già esistenti nella nostra società, che ora richiedono dei cambiamenti. Penso che il nostro Paese sia ancora molto giovane rispetto a un luogo come l’Italia. Abbiamo molte questioni sociali ancora aperte, come il razzismo e il diritto all’uguaglianza. Fino a quando non saranno risolte, le tensioni non cesseranno».

Kaso, l’intervista: un nuovo disco, “Funziona” e la voglia di raccontare

Nel variegato mondo del rap è un tipo po’ anomalo. Innanzitutto, pubblica solo quando ha qualche cosa da dire, che a suo pensare possa risultare interessante (e già questo delinea il personaggio). Secondo: non insegue la notorietà, semmai è perdutamente infatuato della musica, il funk, il soul, l’hip hop old style, generi con cui convive fin da ragazzo, pur apprezzando le nuove pieghe dell’hip hop versione 3.0. Terzo: lavora nel sociale, e, credetemi, non è un lavoro facile, bisogna avere un bell’equilibrio interiore e una gran spinta motivazionale.

Dunque, riassumendo, un rapper a tutti gli effetti, una lingua sciolta che in rima rende plastici i concetti, costruendo storie che si riescono a “vedere”, introspettivo e caustico, mai assoluto e sentenzioso. Basta la pianto qui. Per tutti questi motivi, ha attratto la mia attenzione anche perché, dopo aver rilasciato un brano, Sono a casa Mamma, tra meno di una settimana, il 27 maggio, uscirà il suo nuovo album, Funziona. Lui è Kaso, di nome Fabio, originario di Varese, bella fucina di rapper, “operativo” in musica e versi dalla fine degli anni Novanta, quando ha dato vita a una fortunata coppia, Kaso & Maxi B, lo svizzero-italiano Maximiliano Bonifazzi, amicizia e collaborazione che coltiva ancora oggi.

frame da “Niente da dire”

«Ho perso l’obiettivo, il rap cambiava veloce, non capivo quel che sentivo, faceva schifo…». In Niente da dire, brano uscito nel marzo dello scorso anno rappavi così, davanti al bancone di un bar di paese…
«Avendo una quarantina d’anni mi adeguo al mio pubblico (scherza, n.d.r.). Non mi ritengo un rapper con i paraocchi. Il rap è una grande casa che ospita e continua a ospitare molte voci. E sono convinto che abbia ancora una storia da scrivere. I miei riferimenti sono alla musica black, il soul, il funk… Per la mia storia e per formazione ho avuto a che fare con gente del rap “classico”, passami questo termine, ma anche con giovani come Massimo Pericolo (27 anni di Gallarate, al secolo Alessandro Vanetti, n.d.r.): è uno delle mie parti ed è bravo…».

Chi, a tuo parere, emerge in questo mondo così affollato e complicato?
«Apprezzo chi ha una storia da raccontare, ovviamente con stile, determinante per fare questo genere di musica. Io suono più Elettronico, “groovoso”, legato, come ti dicevo alla black music. La trap non parla direttamente a me. Se non si ha nulla da dire, a mio parere, meglio stare zitti».

Tu e Maxi B. Avete fatto un pezzo della storia del rap agli inizi del Duemila…
«Con Max ci conosciamo dagli anni Novanta, allora registravamo in vinile! Anche nel mio nuovo album c’è un pezzo cantato con Maxi. Insieme abbiamo costruito una comunione di due anime diverse. Io sono “conscious”, attento al messaggio, lui, invece è molto diretto, crudo. Insieme abbiamo dato colori ed emozioni anche all’interno di una stessa canzone. Ci siamo ritrovati in varii brani e anche in questo album. Siamo complementari, mi piacciono i contrasti, i cortocircuiti, i percorsi poco lineari che hanno le persone, e anch’io mi ci metto dentro, senza per forza cercare un’ostentata coerenza…».

E qui entriamo nel tuo nuovo album, Funziona.
«Esatto, il titolo e anche la cover, che vedrete, ha come concetto proprio questo, il desiderio di far voler andar bene tutto, salvo poi andare in cortocircuito. Sai, i rapper hanno sempre uno spiccato senso critico verso la società, e io anche verso me stesso. Quelle che evidenzio sono cose vere ma probabilmente sono anche una sorta di giustificazione di me stesso. È inutile continuare a fare musica tanto per farla, poi finisci che fai uscire brani che durano poco e vengono dimenticati».

Sei severo con te stesso…
«Sì, ma posso dire, eccomi qua, non mi sono fatto sentire da un po’ ma sono qui, con qualche cosa da raccontare».

La tua canzone che anticipa l’uscita del disco è una metafora…
«Sono a casa mamma è un omaggio al genere hip hop. È una grande casa che accoglie tutti. La metafora della mamma è la più calzante per descrivere cos’ha rappresentato per me: ha contribuito alla mia identità ed è diventato anche un “luogo” musicale che posso chiamare “casa”».

Fabio, tu hai anche un altro lavoro, oltre a fare il musicista…
«Mi occupo di sociale dal 2002, lavoro con vite al limite, attualmente mi occupo di minori che hanno commesso reati e rifugiati, sempre giovani, tra i 19 e i 25 anni”.

Con questo impiego non sarà difficile trovare storie da raccontare…
«Non è facile per me conciliare il sociale con la musica, per come sono fatto io c’è una sorta di rispetto e pudore nel fare riferimenti nei miei testi alle storie di queste persone. Pensa che molti di loro sono anche miei fan. Gli domandi che musica ascoltano e capita che ti dicano: Kaso! È anche divertente… Sai, lavorare con ragazzi e ragazze che hanno storie molto pesanti ti porta a due scelte, per come la vedo io: o fare il guerriero, dare un approccio politico, oppure, senza mettermi il paraocchi, approcciarmi alla musica in senso libero, avendo anche la possibilità di realizzare qualcosa di più leggero».

Hai deciso di fare questo lavoro per scelta?
«È stata una mia decisione e l’ho fatto per due motivi: la musica hip hop ha un forte valore sociale anche per chi ha scarse competenze musicali. È un genere accessibile che ha permesso anche alle persone “ignoranti” di musica di approcciarsi a una forma libera di espressione. Ribadisco il forte valore sociale della break dance o quello dei graffiti. Non esistevano scuole che ti insegnassero, era una sorta di “pedagogia circolare”, tutti imparavano da tutti, si cresceva insieme… L’altro motivo è che penso di avere un talento innato per questo mestiere, mi viene facile. Pensa che nello scrivere testi sono molto più lento…».

Torniamo a Funziona
«I progetti musicali nascono da un’esigenza e uno stimolo. In tutto questo c’è anche il mio collega “musicale” Mauro Banfi, tornato a casa, nelle mie zone, da Londra dove ha vissuto per molti anni. Lui è un bravo musicista di estrazione jazz e con lui sto collaborando da un po’, ci conoscevamo da anni e con il suo ritorno abbiamo iniziato a parlarci, a fare progetti insieme con un obiettivo: riportare nel mondo del rap il groove, abbinato con qualcosa di fresco. Abbiamo curato molto  e preparato anche l’aspetto “live”: penso che il rap dal vivo possa dare ancora molto. Quindi, quando ritorneremo a suonare dal vivo, lo farò con una band, creando uno show che possa incuriosire lo spettatore e che apprezzi il rap come una musica suonata. I rapper sono intrattenitori di loro, se in più ci metti anche i musicisti diventa qualcosa di grande. Salmo dal vivo è una potenza proprio per questo».

Ci sarà, dunque, rap con escursioni jazz?
«Sì, non solo, ma sempre riportati al groove. Nello spettacolo dal vivo avere dei musicisti sul palco fa sentire il rapper molto più libero di muoversi ed esibirsi. È una bella sfida spaziare su diversi mondi…».

Anche tu suoni…
«Sono cresciuto utilizzando il campionatore. Da ragazzino avevo iniziato a suonare la tromba. Mi piaceva, ma non al mio vicino che, per lavoro, faceva anche i turni di notte. Così mi ha fatto capire che forse era meglio che cambiassi strumento. Allora sono passato alle tastiere. Che ho suonato anche in un gruppo funky rock, gli Hoptelpry. Le tastiere le riutilizzo ancora, e le fondo con il campionatore, credimi, molto meglio per i diritti d’autore (scherza, n.d.r.)».

Una curiosità, anche in questa copertina ci sarà il colore giallo? È una sorta di marchio di fabbrica…
«Non ti anticipo nulla sulla cover, uscirà tra pochissimo, comunque sì, c’è del giallo. Questa è un’altra storia, il giallo è arrivato per caso, quando io e Maxi producevamo vinili, lo stampatore sbagliò colore e ce li fornì tutti gialli. A nessuno piaceva questo colore ma ci siamo convinti quando ci ha detto: “è stato un errore, scusate, ma vi facciamo uno sconto”. Da allora abbiamo fatto diventare il giallo una sorta di marchio identificativo. Nei concerti c’era quel colore. Con Maxi abbiamo pubblicato un album dal titolo Preso Giallo, che in slang torinese significa “prenderla male”, io ho pubblicato un disco dal titolo Oro Giallo, il mio marchio è giallo…».

Domanda inevitabile, che cosa ha lasciato questa pandemia nella musica?
«Spero che dopo quest’esperienza che ha coinvolto tutti, possa nascere all’interno del settore un senso di unità per creare qualcosa di nuovo, di più solido. Rinascere con più consapevolezza, penso anche nella gestione dei diritti d’autore. Sono una persona che non invidia i colleghi che hanno avuto grandi successi, sono felice per loro».

Cosa ti aspetti?
«Chi lo sa! Sia a livello locale sia in quelli più alti bisogna cercare di riconoscere che quello del musicista è un lavoro a tutti gli effetti, un mestiere come tanti altri. Perciò bisogna cercare di renderlo dignitoso. Ma è una rivoluzione di pensiero che deve partire dagli stessi artisti».

Interviste/ Fabrizio Sotti, l’italiano che ha avuto la fortuna di fare la storia della musica americana

Prima di mettermi a scrivere questa lunga intervista, un’ora di collegamento via Skype a New York, mi sono dedicato a un doveroso “ripasso”, andando a recuperare album che non ascoltavo da parecchio tempo. Nell’ordine, Money Jungle, anno d’uscita 1962, disco gigantesco, il blues in jazz inteso da Duke Ellington, al pianoforte, Charlie Mingus al contrabbasso e Max Roach alla batteria. Quindi, anno 1965, Smokin’ at the Half Note, registrazione live di un concerto del chitarrista Wes Montgomery & Winton Kelly Trio. E qui già stiamo entrando nel personaggio. Il suono della chitarra di Wes è vellutato, di una romantica, voluta opacità (ascoltate Impressions). Infine, ancora in cuffia, anno d’uscita 1968, Electric Ladyland, terzo e ultimo disco (doppio) inciso da Jimi Hendrix nella formazione The Jimi Hendrix Experience con Noel Redding al basso e Mitch Mitchell alla batteria. Ricordate – e come non ricordarle! – Voodoo Chile e Crosstown Traffic?

Fabrizio Sotti – Foto Marco Glaviano

Bene, ora sono pronto! Con l’inconfondibile dialogo di Hendrix e la sua Fender Strat vi presento Fabrizio Sotti, 45 anni, padovano di origine e newyorkese d’adozione. È un musicista e compositore, jazz di predilezione. Ma è anche un producer, ha fondato e gestito etichette discografiche, ed è un autore. È un chitarrista, uno straordinario chitarrista, che non disdegna altri generi musicali, dal rock al pop all’urban. I personaggi con cui ho iniziato questo post non sono stati scelti a caso, sono una piccola, ma sostanziosa parte della sua formazione, le ragioni per cui Fabrizio ha iniziato a suonare giovanissimo la chitarra, ad amare il jazz e a colorare la sua musica con la maestosa psichedelica bravura di Hendrix. Così sono pronto a “sbobinare” la lunga chiacchierata con questo artista che ha rotto i canoni del classico musicista: la storia della sua vita, la musica, le contaminazioni musicali, la Ferrari (capirete…) ma anche il lockdown negli States, le ansie e il mondo che verrà…

Partiamo dall’inizio: come ti è venuta la passione per la musica e per il jazz?
«È stata mia nonna paterna che suonava il pianoforte, musica classica, a iniziarmi e a  insegnarmi i fondamentali. Avevo cinque anni. A nove sono stato attratto dalla chitarra, amore a prima vista, e ho iniziato a studiarla seriamente. Crescendo mi sono appassionato ai grandi del jazz, Wes Montgomery ma anche John Coltrane, Duke Ellington, Miles Davis. E poi Jimi Hendrix. Erano gli anni Ottanta e a Padova non c’erano scuole che insegnassero seriamente il jazz, al di fuori di qualche maestro privato. Andavo da “Ricordi” a comprare i manuali di jazz della Berklee College of Music. A 14-15 anni ho iniziato a suonare (e lavorare) come professionista, facevo il turnista, con Leandro Barsotti, Angela Baraldi, Samuele Bersani. Ho avuto la fortuna di avere un trio con con Ares Tavolazzi e Mauro Beggio, bassista e batterista grandissimi, con i quali ho imparato molto. Poi il Fabrizio Sotti Mob Group jazz/fusion con Francesco Lomagistro alla batteria e Christian Lisi al basso…

Insomma, una carriera iniziata bene…
«Sì, ma presto mi son reso conto che, se volevo crescere, diventare davvero bravo, coltivare la mia passione, dovevo andarmene dall’Italia. La scena musicale italiana, a parte poche eccezioni, anzi, l’Italia in sé, non aveva grandi maestri, anche di vita…

Quindi?
«Quindi a 16 anni ho avuto il coraggio di andarmene a New York, avevo qualche contatto di musicisti… ma sono ripartito da zero per la lingua e la musica. Avevo le nozioni di base, però avevo capito che al di là delle ore di studio dello strumento, per imparare davvero dovevo suonare con bravi musicisti. Il bello del circuito jazz newyorkese è che, se sei serio e bravo, ti accolgono, sei uno di loro. Così mi sono trovato a suonare con grandi nomi, con il bassista Steve LaSpina, i batteristi Victor Jones e Al Foster, i bassisti John Patitucci, Mark Egan e Jeff Andrews, il trombettista Randy Brecker… Suonare con dei grandi musicisti è la migliore scuola. Ho 45 anni ma non si smette mai di imparare, ancora oggi studio e sono sempre alla ricerca della mia voce più profonda».

Sei poi tornato in Italia?
«Sì, nel ’95 per fare il militare. Sono finito alla base Nato di Aviano, proprio nel periodo delle guerre in Jugoslavia e degli interventi americani i cui aerei partivano da lì. Un momento della mia vita di cui non amo parlare, una brutta esperienza».

Poi sei ripartito per gli Usa…
«Sì, a settembre del ’96 sono ritornato in America e lì son rimasto. Ho avuto un’infanzia e un’adolescenza difficile, la musica mi ha salvato».

Tu non sei “solo” un chitarrista jazz, sei anche molto altro…
«Sono sempre stato uno curioso. Mi piace tutta la musica, o meglio, per citare Duke Ellington, “Ci sono due tipi di musica: la buona e… tutto il resto”. Ascolto di tutto, basta sia valido, abbia qualcosa da dire. Per questo mi sono avventurato da sempre anche fuori dal jazz, mi incuriosiva molto la parte di produzione della musica e scrivere canzoni. Al mio rientro a New York ho creato un piccolo studio e ho intrapreso centinaia di collaborazioni con musicisti urban, hip hop, R&B. Oggi sono musicista, produttore e scrittore. Sai, dell’ambiente del jazz, soprattutto europeo, non sopporto lo snobismo verso gli altri generi, che qui non esiste. Michael Brecker, grande sassofonista, aveva un’attitudine rilassata verso la musica, quando sai chi sei e cosa fai non devi temere nulla…».

Una vena polemica?
«Non tollero gli opinionisti, quelli che sanno tutto e giudicano. Io mi faccio gli affari miei. Questa è una delle ragioni per cui me ne sono andato. Negli States nessuno ti dice nulla e vale un principio: se suoni bene esisti sennò non esisti. Punto».

Per questo in Italia hai fatto poche collaborazioni?
«Ne ho fatte alcune di cui vado fiero. La prima con Zucchero, contenuta nell’album A Fiew Possibilities del 2014, Someone Else’s Tears (bonus track contenuto nell’album Chocabeck del 2010, il cui testo è stato scritto da Bono Vox, n.d.r.). La seconda, del 2017, con Clementino per il brano La cosa più bella che ho (dall’album Vulcano, n.d.r.), dove ho suonato la chitarra e curato la produzione. Lo stesso per la terza, Angeli e Demoni, canzone uscita nel febbraio dello scorso anno, con il rapper Mondo Marcio (Gian Marco Marcello, contenuta nell’album UOMO!, n.d.r.) e Mina… Hai notato la chitarra com’è predominante? Un Il testo di quest’ultima canzone fa riflettere molto, la musica ti può dare emozioni positive e riflessioni utili».

Per il discorso di cui sopra, qui sono in molti a criticare Zucchero…
«Zucchero è sempre stato innovativo, ha un suo sound ed è uno dei più grandi artisti che abbiamo in Italia»·

Gli altri chi sono?
«Chi erano: Pino Daniele, con cui coltivavo una grande amicizia, e Lucio Dalla con il quale avevo suonato quando ero un ragazzino. A questo proposito ti do un’anteprima, non l’ho detto ancora a nessun giornalista: prima che scoppiasse il problema del virus e si chiudesse tutto, con Rachel Z., pianista che ha suonato in molte tournée di Pino, e con suo marito, il batterista Omar Hakim, abbiamo deciso di preparare un omaggio a Pino. Rachel l’ho conosciuta negli anni Novanta, perché avevo preso in affitto il suo appartamento per alcuni mesi proprio mentre lei era in concerto con Pino in Italia. Poi ha sposato Omar. Quindi siamo tre amici che hanno preparato un tributo a un amico che non c’è più, un disco con sue canzone rivisitate da noi con special guests, cantanti e rapper, grossi nomi, ti basti sapere questo, non posso dirti di più. Dovevamo presentarlo anche in Italia, con una serie di concerti, ma s’è dovuto rinviare tutto al prossimo anno…».

Fabrizio Sotti – Foto Marco Glaviano

Passiamo a un altro capitolo della tua vita: hai firmato la riedizione di una chitarra mitica per un jazzista, costruita negli anni Trenta, la D’Angelico Premier Fabrizio Sotti SS…
«È una storia curiosa, John D’Angelico era un liutaio aveva aperto un negozio in Little Italy a New York nel 1932. Figlio di italiani, ha creato delle chitarre favolose diventando il punto di riferimento dei musicisti dell’epoca. Lui è morto negli anni Sessanta e via via l’azienda, passata per varie esperienze, aveva finito per chiudere. Sei, sette anni fa una cordata di investitori americani l’ha riaperta e, per riportarla alla vecchia gloria, ha chiamato alcuni chitarristi a rappresentarla (oltre a Fabrizio c’è Bob Weir, dei Grateful Dead, e Kurt Rosenwinkel, n.d.r.). Sono molto orgoglioso di essere un italo-americano di “nuova generazione”, è il traguardo di tanto lavoro fatto. Ho avuto fortuna di fare la storia della musica americana lavorando assieme a Cassandra Wilson, Dead Prez, Whitney Houston, Jennifer Lopez, Ice-T, Shaggy… Sono soddisfatto, ma sempre alla ricerca di nuovo. A 45 anni inizio a tirare le somme, anche se sono ancora a meno della metà dell’opera!».

Apriamo un altro di capitolo: la tua passione per le Ferrari…
«È uno di quei desideri che ti vengono fin da bambino. È un brand che racchiude in sé un’essenza mistica per il sogno che rappresenta. Con i miei primi soldi veri guadagnati, non avevo nemmeno comprato casa, ho acquistato una F355. Da allora ne ho avuto molte, sono stato “usato” anche come testimonial dalla casa di Maranello. Ti confesso che preferisco i modelli più “vecchi”, dove l’uomo può mettere la sua tecnica di guida, oggi vanno da sole! Andavo anche in pista. Ora non lo faccio più, sono sposato e ho una bambina, altre responsabilità…».

Velocità e musica che connessione hanno?
«La stessa sensazione: quando sono alla guida e quando suono, è un’emozione. Una grande, forte emozione».

Fabrizio veniamo al Covid19 e al lockdown: niente concerti niente produzioni, niente dischi, niente…
«È tutto sospeso. Pubblichi dischi per andare poi in giro per il mondo a fare concerti, è così che puoi guadagnare. Penso che per un anno non si suonerà più nei club per mantenere il “social distancing”. Sai, credo che non torneremo più alla normalità come eravamo abituati a viverla. Dovrò riorganizzarmi. Io, che per fortuna ho diversificato le mie attività, avendo scritto e prodotto canzoni di successo resisto ancora, ma penso a come faranno a sopravvivere i musicisti che suonano soltanto. E quello che ci sta succedendo oggi è un fallimento dell’umanità. Così perdiamo musica, libri, cultura, l’arte…».

Sarà brutale…
«Lo dico consapevole di pronunciare parole “tragiche”: tra un anno ci saranno meno della metà dei musicisti attivi oggi. Sarà un dura selezione naturale, soprattutto per il jazz. La “classe media della musica» – e nel jazz è praticamente tutta classe media – rischia di venire cancellata. Sono un positivo di natura, non mi sono mai fermato davanti niente, ma questa situazione mi fa sentire impotente».

Anche la pandemia da covid19 ha il suo… Live Aid

Dunque ci siamo, il 18 aprile – fuso italiano le 2 del mattino – anche la pandemia da covid19 avrà il suo “Live Aid concert”. Organizzato da Lady Gaga che ne ha lanciato l’idea, subito raccolta dalle grandi rockstar del pianeta, si chiamerà One World: Together at Home. Tra i musicisti che hanno dato la loro adesione oltre a Lady Gaga, Sir Paul McCartney, Elton John, Andrea Bocelli, Alanis Morisette, Chris Martin dei Coldplay, Billie Joe Armstrong, frontman dei Green Day, Lizzo, Billie Eilish, il grande Eddie Vedder dei Pearl Jam, Steve Wonder… Un evento insolito rispetto a quelli dello stesso genere organizzati nel corso degli anni, come ricordato qui sotto.

Ogni artista starà, ovviamente, chiuso nella sua abitazione/studio/giardino da dove si esibirà. “Insieme a casa”, promette l’incipit dell’evento. Per il resto potremmo immaginarcelo come uno show stile Live Aid, considerato il maggior concerto rock di sempre, organizzato da Bob Geldof per raccogliere fondi contro la fame in Eritrea, tenutosi in successione satellitare, il 13 luglio 1985, al Wembley Stadium di Londra e al John F. Kennedy Stadium di Philadelphia. Fu quello che portò nell’Olimpo degli Intoccabili i Queen con la loro spettacolare esibizione: l’ingresso cinematografico allo stadio di Wembley di Freddie Mercury – incarnato da Rami Malek – visto di spalle nel film Bohemian Rapsody, è uno dei più bei momenti di cinema degli ultimi anni, ma rappresenta anche la tensione e il pathos di quel momento. 

Qui sarà diverso, un grande evento musicale senza pubblico, nada di folle oceaniche, nessun contatto fisico, tutto rigorosamente oltre il metro, tutto affidato alla mente, alla capacità di coesione, ai sentimenti, all’unità, alla percezione che il mondo dopo la pandemia non sarà più lo stesso, che la normalità di prima non sarà più la normalità di domani.

L’altra sera Ra5 (che dio la benedica!) ha ripreso da una delle teche Rai il concerto poi diventato film The Concert for New York City, organizzato da Paul McCartney per la città New York, in ginocchio dopo l’attacco di Al Qaeda alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001. Un concerto, sempre di beneficenza, dedicato soprattutto ai Pompieri e alla Polizia cittadina che hanno sacrificato molte vite per salvare più persone possibili in quel terribile disastro. Il mega show è “andato in onda” il 20 ottobre sempre dello steso anno, al Madison Square Garden. Belle le sequenze di Paul, dietro le quinte mentre segue le esibizioni dei vari artisti (allora furono proiettati anche docufilm, testimonianze di registi famosi da Martin Scorsese a Woody Allen a Spike Lee), le visite in camerino di amici e rockstar come James Taylor, i loro ricordi di giovani musicisti quando James, poco più che ragazzo, condivideva con Paul, allora nei Beatles, lo stesso mitico studio di registrazione – a lui toccava registrare la sera, quando i Fab Four avevano terminato il loro lavoro -, l’arrivo di Bill Clinton che confessa a Taylor quanto gli manchino le loro escursioni in barca, l’abbraccio con Elton John, l’esibizione brillante di Mick Jagger e Keith Richards, quella degli Who, di Eric Clapton, Sheryl Crowe, David Bowie, dei Bon Jovi, diventato un album e anche un film. Altra parentesi: bello l’incontro del baronetto con i pompieri, che ringrazia ricordando come anche suo padre in gioventù fu un fireman

Questo, come il Live Aid o altri concerti “benefici” è uno degli esempi di come la musica riesca sempre ad accendere anime e menti, a rendere sensibili, coinvolgere le persone attraverso un’arte condivisa. La musica arriva ovunque, è un veicolo di forza, fiducia, sogni, amore, utile in un momento di grande sconforto e apparente impotenza com’è oggi.

Gigi Radice, un mio caro amico, ieri mi ha ricordato, in questi mesi di “separazione forzata”, l’esistenza di un link, una produzione della Playing For Change Foundation – fondazione che si prefigge di diffondere la cultura musicale nei ragazzi in difficoltà con progetti ultranazionali – realizzata nel settembre del 2019, in tempi non sospetti, dunque!, con grandi musicisiti del rock blues internazionale, da un’idea di Robbie Robertson e Ringo Starr per celebrare i 50 anni dall’uscita di The Weight, canzone simbolo del gruppo canadese The Band, contenuta nel loro primo album Music From Big Pink, di cui Robbie faceva parte. Un brano straordinario, usato nelle colonne sonore di film, ripreso da un’infinità di musicisti, insomma, un’icona della musica e della controcultura americana. Ascoltatelo e vedetelo questo video dove partecipano 21 musicisti, c’è anche Roberto Luti, bluesman livornese di grande bravura, Char, uno dei migliori chitarristi rock giapponesi, l’hawaiana Taimane, esperta di ukulele, il nepalese Rajeev Shrestha genio del sitar, le sorelle Rebecca e Megan Lovell, in arte Larkin Poe (di loro ne ho parlato in quest’altro post) registrati in dieci paesi diversi – America, Italia, Giappone, Inghilterra, Congo, Barhein, Spagna, Argentina, Nepal, Jamaica – per cinque continenti.

Per molti, un ritorno al passato, per i più giovani un sano, robusto rock blues reinterpretato con gli strumenti più vari, a dimostrazione che la musica è musica che si faccia con una chitarra o un sitar, con la voce o con un tamburo. Musica che unisce a dispetto della cultura d’origine e del linguaggio usato sulle sette note. A vederlo ora, in piena quarantena, è un inno alla resistenza… Qui il testo, per cantarlo insieme in questo lungo abbraccio di note…

I pulled into Nazareth, was feelin’ about half past dead
I just need some place where I can lay my head
Hey, mister, can you tell me where a man might find a bed?
He just grinned and shook my hand, “no, ” was all he said
Take a load off, Fanny
Take a load for free
Take a load off, Fanny
And (and) (and) you put the load right on me
(You put the load right on me)
I picked up my bag, I went lookin’ for a place to hide
When I saw Carmen and the Devil walkin’ side by side
I said, hey, Carmen, come on let’s go downtown
She said, “I gotta go, but my friend can stick around”
Take a load off, Fanny
Take a load for free
Take a load off, Fanny
And (and) (and) you put the load right on me
(You put the load right on me)
Go down, Miss Moses, there’s nothin’ you can say
It’s just ol’ Luke and Luke’s waitin’ on the Judgment Day
Well, Luke, my friend, what about young Anna Lee
He said, do me a favor, son, won’t you stay and keep Anna Lee company?
Take a load off, Fanny
Take a load for free
Take a load off, Fanny
And (and) (and) you put the load right on me
(You put the load right on me)
Crazy Chester followed me and he caught me in the fog
He said, I will fix your rack, if you’ll take Jack, my dog
I said, wait a minute, Chester, you know I’m a peaceful man
He said, that’s okay, boy, won’t you feed him when you can?
Yeah, take a load off, Fanny
Take a load for free
Take a load off, Fanny
And (and) (and) you put the load right on me
(You put the load right on me)
Catch a cannon ball now to take me down the line
My bag is sinkin’ low and I do believe it’s time
To get back to Miss Fanny, you know she’s the only one
Who sent me here with her regards for everyone
Take a load off, Fanny
Take a load for free
Take a load off, Fanny
And (and) (and) you put the load right on me
(You put the load right on me)

Breaknotes/ Boris Johnson in ospedale con il virus

L’aveva sottovalutato, come del resto tanti tra di noi, increduli che potesse arrivare una tegola così forte in testa a tutti, senza distinzioni di ceto, censo, razza, religione. E così, dopo aver stretto le mani a persone contagiate dal virus, a dimostrazione che si è più forti di quella maledetta bestiolina (pure bellina a vedersi al microscopio), aver annunciato che gli inglesi dovevano prepararsi a una selezione della specie, dichiarazione darwiniana un po’ eccessiva – i più forti resistono, gli altri se ne andranno nel mondo dei più, il che produrrà per il popolo britannico l’immunità del gregge – Boris Jonhson, rinchiuso al 10 di Downing Street in quarantena da una decina di giorni, con una febbre alta che non lo lasciava e una fastidiosa tosse, la scorsa notte è finito all’ospedale. A BoJo, prime minister con una carriera giornalistica e politica trastullante, o se preferite, shambolic (casinista), come l’ha definita il quotidiano The Guardian, insomma uno che se si fosse applicato nella musica sarebbe stato, grazie alla capigliatura e alla faccia tosta, molto rock con escursioni persino nel punk più dissennato, deve fare i conti con la pandemia e soprattutto con se stesso.

Quello che Joe Jackson cantava in I’m The Man:

I’m the man
I’m the man that gave you the hula hoop
I’m the man
I’m the man that gave you the yo-yo

Sono l’uomo
Sono l’uomo che ti ha dato l’hula-hoop
Sono l’uomo
Sono l’uomo che ti ha dato lo yo-yo

E qui arriva la possibile risposta punk a BoJo dai Sex Pistols, dal loro primo e ufficiale album di studio Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols, in Problems

To people like me there is no order
Bet you thought you had it all worked out
Bet you thought you knew what I was about
Bet you thought you solved all your problems
But you are the problem

Per le persone come me non c’è ordine
Scommetto che pensavi di aver risolto tutto
Scommetto che pensavi di sapere di cosa stessi parlando
Scommetto che pensavi di aver risolto i tuoi problemi
Ma tu sei il problema… (possibili riferimenti al covid19?)

Nel momento in cui l’eterna Queen Elisabeth II faceva il suo discorso perfetto con i tempi e le reazioni regali di una donna ultragenerazionale, quattro limpidi minuti alla nazione, cercando di rasserenare e incoraggiare i suoi sudditi, BoJo è costretto a mostrare sempre alla nazione che comportarsi da cocky, impertinente, non paga. Il virus non guarda in faccia nessuno, dicevamo prima. Insomma, il tempo di Sex & Drugs & Rock’n’Roll per cantarla alla Ian Dury, per il primo ministro è davvero finito.

Metterà la testa a posto “The number one”? Sarà meno “rebel” nel suo conformismo British, e deciderà, magari, di sperare per i suoi connazionali un What a Wonderful World, per dirla alla Louis Armstrong, magari nella insolita e “personale” versione che proprio stamattina il mio amico Fabio mi regalava su whatapp, dell’australiano post punk Nick Cave con il frontman sdentato e pure un po’ alticcio dei The Pogues, Shane McGowan (video caricato dall’immenso Cave).

Johnson ha toccato, introiettato nel profondo, primo leader nel mondo, il virus malefico. D’altronde, anche Morrissey, altro artista inglese, ex frontman dei The Smiths, amato e odiato dai suoi stessi fan, uomo che non ha mai preso una posizione decisa, nella sua musicale scontrosità, canta nell’album che ha appena pubblicato (I am not a dog on a chain, disco niente affatto male…), scandendo chiaramente le parole I am not a dog on a chain:

 

I am not a dog on a chain, I use my own brain
I do not read newspapers, they are troublemakers
Listen out for what’s not shown to you and there you find the truth
For in a civilized and careful way they’ll sculpture all your views
So open up your nervous mouth and feel the words come streaming out

Non sono un cane legato a una catena, uso il mio cervello
Non leggo i giornali, sono i piantagrane
Ascolta ciò che non ti viene mostrato e lì trovi la verità
Perché in modo civile e attento scolpiranno tutte le tue opinioni
Quindi apri la bocca nervosa e senti che le parole escono fluenti

Per chiudere questo commento canoro alla malattia di Boris Johnson, non posso tralasciare un altro poeta del punk, Joe Strummer dei Clash, con una delle sue massime riportate da Stefano Gilardino nella sua interessante e completa La Storia del Punk (Hoepli editore, 2017): «Non scrivete slogan, scrivete la verità…».