Musica e Idoli/ Non avrai altra star al di fuori di me!

Prima o poi ci si doveva arrivare. Quando si parla di musica, autori, generi, rockstar, idoli, si toccano tasti sensibili. E te ne accorgi dai commenti ai post che pubblichi sui social. Il fattore psicologico conta molto. Mi sono riproposto di intervistare uno psicologo che mi (ci) possa raccontare quali sono le dinamiche mentali che si attivano in questi casi. Lo farò, devo trovare la giusta materia prima…

Dunque, per chi venera un artista, questo è la sua leggenda, il suo idolo e, soprattutto, una leggenda e un idolo che non avrà mai eredi. Non li può avere perché altrimenti i suddetti metterebbero in discussione l’esistenza della sua immortalità musicale. Da ciò discende (secondo punto) che, anche a distanza di anni e di ovvi cambiamenti di stili, non può esistere un musicista che meriti di ambire alla categoria “idolo numero due, il degno erede di…”, come siamo avvezzi a scrivere quando nuovi artisti si affacciano sulle scene musicali. Punto terzo: i paragoni, su basi ritmiche/musicali e di scrittura testi in senso stretto, non sono ammessi: come osi mettere sullo stesso piano un testo di Gil Scott-Heron con quello di un rapper italiano qualsiasi? Ma dov’è la qualità di questi ultimi? E ancora, Bob Marley, BOB MARLEY!, non ha lasciato star degne della sua altezza, lui aveva quel “quid” in più che lo ha fatto assurgere a leggenda; il nuovo reggae non è reggae ma qualcosa che gli può vagamente assomigliare e, comunque, per potenza espressiva e tipicità del suono (merito anche dei suoi fedeli Wailers), non arriva nemmeno ai piedi della statua del mitico Bob che campeggia nel giardino della sua casa-museo di Kingston.

Ciò fa riflettere e mette pure in crisi: possibile che abbia perso il senso critico? Beh, sì, col passare degli anni ci si ammorbidisce (equivalente gentile al “si rincoglionisce”). E soprattutto, possibile che dopo le “nostre” star non siano nate nuove stelle? Prima di inoltrarmi nello spinoso discorso delle generazioni e delle possibili spiegazioni, vorrei mettere un punto fermo. E per farlo mi appello a uno che di queste cose ne sa abbastanza, per esperienza, bravura e genialità (e già comincio a dare giudizi su un artista che ha segnato il piacere della mia musica). David Byrne, l’ex frontman dei Talking Heads, l’uomo “universale” sempre alla ricerca di nuove forme di musica, l’onnivoro della commistione dei generi, affascinato dalle culture e dalla world music. Nella prefazione al suo libro (da leggere!) Come funziona la musica (Bompiani, 2019) l’autore spiega: «(La musica, ndr) È una cosa forte». E continua: «Il modo in cui la musica funziona, o non funziona, non è determinato da ciò che è di per sé, isolata dal resto (ammesso che una condizione del genere esista), ma in gran parte da ciò che la circonda, da dove e quando la si ascolta. Il modo in cui è eseguita, venduta, distribuita e registrata, chi la esegue e con chi la si ascolta e, naturalmente, come suona…». Parole sante dove è racchiuso più o meno tutto il nostro ragionamento.

La musica dipende da chi la suona, dal momento storico in cui la si assimila, dalla forza commerciale delle label che la spingono, e, soprattutto, dal tuo stato d’animo. Insomma la tua star è amore a primo ascolto, il tuo “personal Jesus” che ti dà sensazioni, emozioni, carica. Ci siamo passati tutti, forse questa inclinazione s’è accentuata in quelli della mia generazione e di quelle immediatamente prossime, che hanno vissuto un genere dirompente, il rock, in un periodo di grande contestazione sociale, legando inevitabilmente adolescenza, musica, politica, pensiero. Mio padre ascoltava Fred Buscaglione, Bruno Martino, mia madre amava la  lirica con escursioni (rare) tra Nilla Pizzi e Orietta Bertii… Per me era spazzatura, o poco ci mancava. Ascoltavo Pink Floyd, Genesis, Jethro Tull, Deep Purple, Talking Heads, Bob Dylan, Van Morrison, Cantautori italiani, bossa nova, jazz, Chuck Mangione, uno dei miei preferiti, Gerry Mulligan, Miles Davies, ma anche classica, Mozart lo consideravo un dispettoso maghetto dalle mille risorse… Mia figlia oggi è pop con innesti rap ma con escursioni trap. Il mondo va avanti e non necessariamente in meglio, viste anche le condizioni in cui ci troviamo ora. Ma non possiamo nemmeno essere così nichilisti.

Ricorro a quel geniaccio di Philip Ball, chimico, fisico e divulgatore inglese, siamo praticamente coetanei, da scienziato ha scritto L’Istinto Musicale (edizioni Dedalo, 2011), dando la sua definizione di musica, che poi coincide con quella di Byrne, detta in altro modo: «È parte di ciò che siamo e del modo in cui percepiamo il mondo». È chiaro che ogni generazione ha i suoi miti. Il problema è che, nella gran parte dei casi, ognuno si tiene i suoi preferiti, restando così ciecamente ancorato alla propria generazione, a uno spazio temporale definito. Spesso mi sento dire: «Son troppo vecchio per dedicarmi a questi nuovi cantanti», o anche «Oggi non si fa più musica, c’è solo porcheria in giro». Ma se spingi il demotivato campione ad approfondire con nuovi autori, magari provenienti da quelli che erano i suoi “primi piatti” musicali, scopri che c’è un grande disorientamento: in genere le persone non  si avvicinano nemmeno, forse perché hanno timore… di non capire. Ci sono, ovviamente, le eccezioni: il mio amico Stefano, cinquantenne, è stranamente (o incautamente?) incuriosito dal rap come fenomeno sociale, per questo va a scovare tutti i dischi possibili, concentrandosi sui testi, non gliene scappa uno! Bruno Martino, tanto per prendere uno degli artisti citati, l’ho capito molti anni dopo, e nella sua bravura di autore ho riconosciuto alcuni dei percorsi sonori che mi appartenevano già.

Sto cercando di farlo con i nuovi artisti, siano essi rapper, trapper, new reggae, rock nelle sue versioni più innovative o estreme, alternativi, elettronici, disco. Ascoltare è la miglior arma per capire. Ma bisogna farlo con metodo per riuscire a penetrare questi nuovi mondi. Noi, astronauti in orbita intorno al pianeta Musica, bardati con tute sigillate per evitare di respirare sostanze “contaminanti”, dobbiamo avere l’umiltà di spogliarci e ascoltare. Potremmo scoprire altre strade meravigliose, magari molto più panoramiche (non si perderà l’originale purezza di gioventù), orizzonti sonori totalmente nuovi.

Concludo dicendovi cosa sto ascoltando ora con grande interesse ijn questi giorni: il jazzista israeliano Avishai Cohen (da non confondere con l’omonimo contrabbassista jazz) con il suo nuovo progetto Big Vicious, album uscito il 20 marzo scorso. Trombettista che esplora tanti generi dal jazz al rock al trip hop. Molto interessante l’interpretazione della beethoveniana Moonlight Sonata. Qui godetevelo in Teardrop, gran bella rivisitazione del brano dei Massive Attack, dall’album Mezzanine (1998). Il,secondo sempre in cuffia è Earth di EOB, il progetto solista di Ed O’Brien, chitarrista dei Radiohead, uscito il 17 aprile. Ci ha messo un bel po’ di tempo a comporlo, otto anni, si è avvalso della collaborazione di grandi artisti, Flood alla produzione, il collega di band Colin Greenwood, al basso, Glenn Kotche, il batterista degli Wilco, Adrian Hutley dei Portishead e molti altri. Ed mette nell’album tanto Brasile, dove ha vissuto nel 2012, a suo modo, ovviamente. Sentite proprio il brano Brasil, dura 8 minuti e 27 secondi! Ultimo disco in ascolto, anche questo uscito da poco, il 10 aprile, è The New Abnormal dei The Strokes. «And now we’ve been unfrozen and we’re back», ha annunciato il frontman della band Julian Casablancas all’uscita del lavoro, dopo sette anni di silenzio, inframmezzato da un EP, Future, Present, Past (2016). Suonano rock, onesto, pulito,  lineare, beatitudiniario e fluidificante per questi giorni. Dietro alla band, il produttore Rick Rubin, una garanzia. Un’infilata di riff, chitarre, synt che ti fa sentire a posto con la vita e con le giornate da affrontare. Qui At The Door.

Memento/ Bob Marley e il suo magnifico lascito

Particolare del Bob Marley Museum di Kingston – Foto Beppe Ceccato

Mancano 21 giorni al 39esimo anniversario della morte di Bob Marley, uno degli artisti più iconici e fortemente marcanti la storia della musica. Quest’anno, il 6 febbraio, a Kingston l’artista è stato celebrato per il 75esimo anniversario della nascita. In realtà, c’è un’altra data, forse quella più significativa per ricordarlo: il 20 aprile 1981 il governo giamaicano decise di premiare il figlio più famoso (e anche molto scomodo) dell’isola con il Jamaican Order of Merit, riconoscimento dato a chi si distingue nella scienza e nelle arti. Onorificenza dell’ultimo minuto: Marley se ne andrà per un tumore alla testa l’11 maggio. Nel 1978, nel famoso One Peace Love Concert, organizzato a Kingston per contribuire a mettere fine alla guerra civile che stava massacrando il Paese, fu proprio Marley, dal palco, ad obbligare i leader dei due partiti Manley e Seaga a stringersi la mano. La storia ci racconta che le violenze continuarono e i due capi politici si rividero solo al funerale dell’artista.

Se esistono delle linee di confine che definiscono la vita di un popolo, di uno stato, di una società, ebbene, una di queste è stata proprio quel ragazzo esile nato in un paesino, Nine Mile, tra il verde delle colline del distretto di Ocho Rios, da padre bianco e madre nera, povero e ribelle, intelligente e riflessivo, che ha cambiato per sempre la vita dei jamaicani. Quando atterri sull’isola lo vedi dappertutto, come Che Guevara e Castro a Cuba, murales, magliette, gadget utili per il turismo, libri… La sua faccia, come quella del Che, è un’icona, fa parte della storia del Novecento. Profondamente devoto al culto rastafari, profondamente convinto che i poveri dovessero avere la forza di alzare la testa, è stato anche un leader politico suo malgrado, la forza dirompente della sua musica è entrata nei palazzi del potere, quella musica che, dopo di lui, non è stata più la stessa. Bob, il re del levare, l’uomo che sapeva toccare le corde della gente su problematiche difficili, cresciuto a Trenchtown, quartiere ghetto di Kingston, la capitale, ha finito i suoi giorni, ad appena 36 anni, in una grande villa trasformata in quartier generale, al 56 di Hope Road, vicino al palazzo del Governatore, dal ghetto ai quartieri alti. La sua casa, diventata un museo (60mila presenze l’anno), era aperta, si suonava, registrava, pianificavano concerti, si discuteva di politica, di sociale. Qui, nel 1976 tentarono pure di assassinarlo: ci sono ancora i segni delle pallottole sul muro. Noi italiani lo ricordiamo per il mega concerto di San Siro a Milano tenutosi il 27 giugno del 1980 (con replica il giorno dopo a Torino). Allora tutti i giornali parlarono di una Woodstock italiana. Sul palco prima di lui salì anche Pino Daniele. Oreste del Buono, giornalista del Corriere della Sera, certo non privo di qualche pregiudizio, così scriveva un paio di giorni dopo l’evento: «Fumerà erbe giamaicane di ogni tipo, predicherà una religione bizzarra, non si laverà i capelli da mesi, avrà un numero eccessivo di mogli, guadagnerà moltissimo, ma è uno straordinario professionista, capace di affascinare centomila persone per due ore smezzo filate. Magari il calcio disponesse di uno così. Ci accontenteremmo di novanta minuti, anche di quarantacinque, via».

Bob Marley Museum, Kingston, dettaglio della statua dedicata all’artista nel giardino

Commemorare il il Jamaican Order of Merit puntato sul petto di Bob Marley oggi significa guardare al suo lascito artistico. Il reggae, come tutta la musica, si evolve, è diventato più elettronico, eccessivo per certi aspetti. Ma l’importante è che molti giovani continuino a dedicarvicisi con passione. Ricordo che la nostra guida alla casa museo ci dimostrò, intonando qualche verso, come anche lui suonasse e cantasse reggae. «Lo abbiamo nel sangue», disse. «È una parte di noi, del nostro esistere come giamaicani».

Tra i tanti musicisti che si applicano con dovere al reggae, provate ad ascoltare due ragazze, Kelissa e Kim Nain, più commerciale, ma anche Jesse Royal, trentenne rasta, che il 13 marzo scorso ha rilasciato un singolo Natty Pablo, propedeutico a un nuovo album, dopo l’interessante Lily Of Da Valley del 2017 – ascoltate Always Be Around. Anche il non più giovanissimo Chezidek, 46 anni, cantante che lavora spesso in Europa, pubblica tra quattro giorni con i The Ligerians, gruppo reggae francese, il suo nuovo lavoro Timeless. Il 10 aprile ha rilasciato, sempre con i The Ligerians, un singolo, Babylon Virus. A questo punto non possiamo dimenticare un artista di casa nostra, il siciliano Alberto D’Ascola, in arte Alborosie. Vive da anni in Jamaica dove lavora e “alleva” nuovi adepti al levare. Insomma, uno quotatissimo nel mondo del reggae isolano. Dall’ultimo suo lavoro, Alborosie Meets Roots Radics: Dub for the Radicals uscito agli inizi del 2019, un’altra faccia del reggae, non meno interessante, una ricerca del ritmo primario, senza fronzoli, il basso suonato da Flabba Holt che fa da padrone assoluto.