Xenia Rubinos, Una Rosa e il “no gender” della musica

Non so se l’avete sentita nominare o ne avete già ascoltato qualcosa. La musicista in questione, polistrumentista, si chiama Xenia Rubinos ha 36 anni ed è nata nel Connecticut da madre portoricana e padre cubano. Studi alla Berklee School of Music di Boston, una formazione jazz ma anche una passione per la musica elettronica, definire il genere della Rubinos è praticamente impossibile. In questo “no gender”, anzi, “full gender” album, si sentono accenni punk, jazz, folklore latino – rumba in testa – beat hip hop, una sequenza e sovrapposizione che disorienta l’ascoltatore, perso tra mille sentieri di note, ma che poi finisce per ritrovarsi in un ambiente sonoro che ha del familiare, attira, ha un senso compiuto.

Una Rosa è il terzo lavoro di Xenia, i primi due sono Magic Trips del 2013 e Black Terry Cat del 2016. Ci sono voluti cinque anni per pubblicare il nuovo lavoro uscito a metà ottobre per Anti. In questo lungo periodo, dove di mezzo si è messo pure il Covid, Xenia s’è fermata, come da lei stessa dichiarato (il The New York Times le ha dedicato un lungo articolo firmato dalla critica musicale Isabelia Herrera), sentendosi disorientata dopo la serie di concerti per promuovere Black Terry Cat e varie vicissitudini personali, che l’avevano mentalmente prosciugata. Aveva bisogno di pace e riflessione. È persino andata da un curandero che le ha diagnosticato una “perdita di spirito”…

Un lavoro che ha della drammaticità intrinseca, che tratta temi importanti, per lei la musica e il messaggio devono coesistere, altrimenti la sequenza di note perde valore. Un brano, Ay Hombre, inizia con un auto-tune sostenuto (non sopporto l’auto-tune, lo trovo un insulto alla voce, però in questo caso, dopo il primo urto di nervi, la Rubinos ha sconvolto lo spartito, piazzando un synt, con un uso quasi “scolastico”, per introdurre, con una voce densa, il dondolare latino, in contrasto con l’essenzialità elettronica del brano.

Anche Una Rosa, la canzone che dà il titolo all’album, un danzón portoricano di José Enrique Pedreira di settant’anni fa, è stato rivisto come un momento struggente di pathos, con un tappeto di synt e un basso che gira cupo e solenne. Era un motivo che aveva sentito uscire da una lampada che apparteneva alla bisnonna, fatta di fiori di fibre ottiche che si illuminavano con il suono di un carillon, la stessa della cover dell’album. Alla giornalista del New York Times, ha raccontato che ci ha messo un paio d’anni per capire chi fosse l’autore del brano, alla fine lo ha trovato, ma ha deciso di eseguire quello che lei aveva filtrato nei ricordi di bambina. Una nenia che diventa quasi aulica…

Ascoltatelo  questo disco! Il primo brano Ice Princess, dura 56 secondi ed è un ingresso al mondo di Xenia. Il testo è breve: There she is, There she is. No, wait! There she is, There. Tre interventi musicali di pochi secondi e il resto è silenzio assoluto. Quando la pausa diventa musica.

Tre dischi da ascoltare e… commentare

Oggi vi propongo tre dischi di recente uscita che mi sono piaciuti. Come sempre, alla ricerca di album non banali che abbiano qualcosa da dire.

1 – Superwolves – Matt Sweeney e Bonnie “Prince” Billy

Parto subito con un disco uscito il 30 aprile scorso firmato Matt Sweeney – chitarrista americano famoso per aver fatto parte degli Zwan, supergruppo composto da Billy Corgan, frontman, e Jimmy Chamberlin, batterista, dei The Smashing Pumpkins e David Pajo, fondatore degli Slint – e Will Oldham nella sua veste di Bonnie “Prince” Billy. Nel 2005, 16 anni fa, i due artisti avevano pubblicato Superwolf, disco che è diventato un’icona underground. Il nuovo album si chiama Superwolves, l’idea del lupo è una linea guida di Oldham nella veste del suo alter ego Bonnie “Prince” Billy: nel 2003, nell’album Master and Everyone aveva scritto una canzone intitolata Wolf Among WolvesLupo tra i Lupi. Il lupo, animale simbolo, selvaggio, feroce, tutto cuore e passione. Superwolves è un disco che raccoglie quel filo che s’è interrotto 16 anni fa tra Sweeney e Oldham. Il canto e la scrittura del secondo si fonde con le chitarre del primo in una simbiosi così naturale e totale che ti fa sentire parte di qualche cosa, immerso nel mondo gentile – e drammatico – di Bonnie fin dalla prima canzone, Make Worry For Me, intreccio di voci e chitarre…

2 – We Are – Jon Batiste

Andiamo su tutt’altro genere. Lui è Jon Batiste, artista di New Orleans, famoso negli States per essere il direttore musicale del The Late Show condotto da Stephen Colbert. Jon ha pubblicato il 19 marzo scorso We Are, disco che trasmette energia allo stato puro, emozione, disperazione, commozione, gran rigore musicale nel mix stilistico ma anche impegno, sull’onda del Black Lives Matter. C’è soul, pop, hip-hop, rap, R&B, con un pizzico di maestria jazz, un’insalata condita alla perfezione. Ascoltate We Are, cantata assieme alla St. Augustine High School Marching 100 e il Gospel Soul Children’s Choir di New Orleans. Quindi si passa in un crescendo a Tell The Truth, un’intemerata alla Otis Redding e agli anni Sessanta. Per passare poi all’incontenibile I Need You, e così per 13 brani belli spessi.

3 – The Battle at Garden’s Gate – Greta Van Fleet

Dei tre fratelli Kiszka, Josh (voce), Jake (chitarra) e Sam (basso) e di Danny Wagner (batteria) ne stanno parlando tutti. In arte sono i Greta Van Fleet, due dischi all’attivo, l’ultimo, The Battle at Garden’s Gate è uscito il 16 aprile scorso, e un rock già sentito. Anzi, un gruppo già sentito, storico, immortale, i Led Zeppelin. La cosa strana – e bella – di questa band americana è che non fa nulla per nascondere l’amore incondizionato per il rock anni Settanta, periodo di massimo fulgore, e per Robert Plant & Co. Josh ne ha introiettato persino la voce. Detto ciò, ripuliti dai possibili mormorii di plagio, la chitarra di Jake in Built By Nations assomiglia, ma assomiglia proprio, al celeberrimo riff di Jimmy Page in Black Dog: è un rock per nostalgici del Rock. Ben suonato, con il giusto pathos, impeccabile, sartoriale. I quattro son proprio bravi, speriamo in un’evoluzione che prenda le distanze dai loro idoli, perché di stoffa ne hanno, eccome.

Tre dischi in arrivo: Pat Metheny, Valerie June e Morcheeba

Ci sono tre dischi per altrettanti artisti che sto aspettando. Sono musicisti molto diversi tra loro per generi, storie e percorsi musicali. Ve lo dico, li ho già prenotati. Il mio personale metodo di scelta non guarda a chi sia più famoso o meno (essere una star non è sinonimo di bravura eterna), ma a quello che mi dicono, all’emozione che mi danno, allo stupore che mi lasciano, a quel senso di soddisfazione che provo nell’ascolto. Criteri soggettivi, ovviamente, che voglio condividere con voi. Poi mi direte se siete dalla mia o se mi manderete a quel paese…

Parto forte: il 5 marzo sarà disponibile per la Modern Recordings, etichetta in seno alla BMG dedicata a classica, jazz ed elettronica, l’ultimo lavoro di Pat Metheny, Road To The Sun. Sono pochi i musicisti che dopo aver vinto 20 Grammy, pubblicato 40 album, suonato con decine di mostri sacri della musica riesce a tirar fuori dal suo magico cappello un lavoro per certi versi spiazzante, diverso dagli altri, mantenendo però l’imprinting “Metheny”. Come sempre, direte voi. Esatto, ribatto. Come sempre. Metheny è una garanzia. Questa volta la chitarra è protagonista con il suo suono puro. Un disco diviso in tre parti, Four Paths of Light, dove, con lui suona con Jason Vieaux, chitarrista classico (qui Four Paths of Light Pt. II), una seconda, Road To The Sun, sei tracce che danno il titolo all’album, eseguite con i LAGQ, Los Angeles Guitar Quartet, al secolo John Dearman, William Kanengiser, Scott Tennant e Matthew Greif. Ascoltate Road To The Sun Pt. II. L’ultima parte è un riarrangiamento di Für Alina, uno dei brani storici dell’ottantacinquenne compositore estone Arvo Pärt, musica per pianoforte suonata nel 1976, arrangiata da Metheny che la suona con la sua mitica chitarra a 42 corde.

Il 12 marzo, invece, cambiando del tutto genere, uscirà un disco attendevo da un po’. Si tratta di The Moon And The Stars: Prescription For Dreamers di Valerie June, via Fantasy Records. La trentanovenne cantante e compositrice polistrumentista del Tennessee dotata di una voce molto particolare, ha prodotto il disco con Jack Splash (producer anche di Kendrick Lamar, John Legend, Alicia Keys). Il risultato è un lavoro che giustifica l’attesa. Dalle canzoni che preannunciano l’album, Call Me A Fool e le prime tre Stay / Stay Meditation / You And I, traspare un progetto ambizioso (erano quattro anni che non pubblicava più nulla) quanto profondo. C’è blues, R&B, un pizzico di psichedelia e una generosa dose di folk pop.

Il 14 maggio, mi prendo per tempo, sarà nei negozi Blackest Blues il nuovo album dei Morcheeba, via Kartel Music. Il duo britannico, autore di un pop molto raffinato, ha composto 10 brani, disponibile all’ascolto per ora, solo Sounds of Blue, con un video dove Sky Edwards e Ross Godfrey, il chitarrista, navigano in una barca in mezzo al mare e Sky in acqua si muove cantando avvolta nel profondo blu. L’album contiene anche due apprezzati interventi, quelli di Duke Garwood (in The Edge of The World) e Brad Barr (in Say It’s Over). Trip hop, raffinate armoniche della chitarra di Godfrey e la voce inebriante di Sky ne fanno un lavoro preciso ed emozionale, da ascoltare con cura.