Perché i regimi hanno paura della musica?

Frame da Il “Grande Dittatore”, film di Charlie Chaplin (1940)

Le recenti elezioni in Bielorussia, dove il sessantacinquenne Aleksandr G. Lukashenko, al potere da 26 anni, s’è garantito la sesta rielezione, secondo osservatori internazionali e oppositori con brogli elettorali, intimidazioni, arresti e l’oscuramento del web, mi hanno fatto riflettere. Che rapporto c’è tra dittatura e musica? In effetti, quella della Bielorussia è l’unico regime totalitario rimasto nella cara vecchia Europa, almeno così sostengono convinti gli Stati Uniti. Ci sarebbe da discutere al proposito…

Non andiamo a invadere campi che non ci appartengono. Sul rapporto tra dittature e musica ci sono saggi su saggi, anche molto interessanti, soprattutto sul rapporto tra quest’arte e il Nazismo e Fascismo. La musica è troppo destabilizzante per chi deve detenere con pugno di ferro un potere fine a se stesso, con l’alibi del bene del popolo. È risaputo che il Nazismo, che predicava la purezza della razza e, dunque, anche delle maggior espressioni artistiche di un popolo, aborriva il jazz, musica di neri, inascoltabile per un orecchio predestinato alla perfezione, anche se nei campi di concentramento il jazz, per chi soffriva, era una ventata di resistenza. Il Fascismo aveva i suoi aedi, che hanno partorito canzoni decisamente imbarazzanti, intrise di quel semplicistico ornato di parole ridondanti, slogan da grande impero privi di contenuti… Poi sappiamo come sono andate (fortunatamente per noi!) le cose. Rileggetevi i testi di queste preziose perle trasposte in musica, da Faccetta Nera a Me ne Frego! a Vincere Vincere Vincere. Mi permetto la prima strofa di quest’ultima: Temprata da mille passioni La voce d’Italia squillò! “Centurie, coorti, legioni, In piedi chè l’ora suonò”! Avanti gioventù! Ogni vincolo, ogni ostacolo superiamo! Spezziam la schiavitù Che ci soffoca prigionieri nel nostro mar! Non vi tedio oltre.

Venendo a tempi più recenti, anche durante il ventennio di dittatura brasiliana, tanto cara al presidente attuale, Jair Bolsonaro, la musica è stata vista come un pericoloso nemico da combattere. Caetano Veloso, Gilberto Gil, Chico Buarque, ma anche il regista Glauber Rocha oltre a politici e sindacalisti, furono costretti all’esilio. Ascoltatevi Cálice di Chico Buarque e di quel geniaccio incredibile di Milton Nascimento (Pai, afasta de mim esse cálice, Pai, afasta de mim esse cálice, Pai, afasta de mim esse cálice, De vinho tinto de sangue… Padre allontana da me questo calice, Padre, allontana da me questo calice, Padre, allontana da me questo calice, di vino rosso di sangue…), oppure Alegria Alegria di Caetano Veloso, diventati must della musica popolare brasiliana (MPB). Di canzoni simbolo contro poteri e strapoteri anche nelle nostre democrazie ce ne sono molte. Pensiamo a The Revolution Will Not Be Televised (1971) di Gil Scott Heron (di cui vi ho già parlato in questo post) o a Imagine (sempre 1971) di John Lennon, ma anche a God Save The Queen (1977) dei Sex Pistols, a Rock in The Casbah (1982) dei Clash, a Sunday Bloody Sunday (1983) degli U2; e ancora, a Killing in the name (1992) dei Rage Against The Machine, a Idioteque (2000) dei Radiohead o a Psycho (2015) dei Muse.

Frame da “Psycho” – Muse

Torniamo a Lukashenko: la musica fa così tanta paura che l’apparato del governo si prende la briga di ascoltare e leggere tutto (come d’altronde faceva il Minculpop, nel periodo fascista, e fa ogni dittatura oliata) per poi mettere il “visto… si ascolti”. Molte canzoni sono state “tagliate” in modo pretestuoso: testi troppo banali, o non convenienti, o inneggianti alla violenza, non adatti al fiero popolo d’appartenenza… Ne sa qualcosa, per esempio, Siarhei Mikhalok, il frontman della band punk-rock Lyapis Trubetskoy (qui con Kapital) e l’altra da lui  sempre fondata, anarco-rock, Brutto (qui con Giri). Dopo un esilio dai palchi del suo Paese, Mikhalok è potuto rientrare quattro anni fa, apparentemente libero ma… guarda caso i concerti o non potevano tenersi, o venivano rinviati per qualche problema.

La musica fa davvero paura: scuote gli animi, fa riflettere, invita a guardare un altro mondo possibile.

E chiudo: noi, che abbiamo la fortuna di vivere in Paesi dove si può criticare anche aspramente senza il timore di sparire o venire arrestati o esiliati, sappiamo usare questo dono immenso che è la libertà? L’abitudine, spesso gioca brutti scherzi. Non dovremmo mai dimenticare Giorgio Gaber e la sua La Libertà: «La libertà non è star sopra un albero/ Non è neanche il volo di un moscone/ La libertà non è uno spazio libero/Libertà è partecipazione». Pensiamo ai tanti, troppi Lukashenko ancora in giro  – e brutalmente attivi – sparsi nel mondo, pensiamo alla nostra facilità d’espressione che, per ossimoro, troppo spesso diventa difficoltà di esprimersi, pensiamo alla musica, un’arte così immensa e forte da intimorire il forte di turno. Basta, la finisco qui.

Riflessioni/ Beatles? Forever and ever… and everyday

Dieci anni in cambio dell’immortalità, dal 1960 al 1970. È questo il patto che i Beatles devono aver fatto con il dio della musica quando, da anonimi ragazzi di Liverpool sono diventati il gruppo più famoso della storia della musica. Certo, i Rolling Stones, altri immortali in azione dagli anni Sessanta, sono ancora sul palco. Loro invece come band si sono disintegrati all’apice della popolarità – storie, leggende, donne, rancori, investimenti sbagliati, carriere soliste, metteteci tutto quello che volete.

Eppure, grazie alla loro popolarità per i milioni di fan nel mondo è come se il ritiro dalle scene in formazione Fab4 non fosse mai successo. I Beatles sono i Beatles, sempre lì, immortali, presenti come band ancora attiva nell’immaginario collettivo. Poi ci sono Paul McCartney, John Lennon, George Harrison, Ringo Starr, altre storie. Sono ovunque, addirittura trasformati in fumetti (come testimonia il bel libro, uscito nel 2010 per Skyra, firmato da Enzo Gentile e Fabio Schiavo, Beatles a FumettiI). 

Mi è capitato di osservare uno dei tanti siti aggregatori di notizie. Uno di questi, thisdayinmusic.com, con sede a Prestatyn, località balneare gallese che si affaccia sulla baia di Liverpool a una settantina di chilometri dalla città di MacCartney&Soci, riporta i fatti salienti accaduti nel mondo della musica (rock e pop) negli anni per ogni giorno dell’anno. La cosa incredibile, non perché gli autori del sito siano un po’ di parte, visto lo stesso luogo di provenienza della band, è che per ogni giorno dell’anno sono segnalate una o più notizie sui Beatles. Mi sono divertito a prendere la settimana in corso, da domenica 7 a domenica 14 giugno. Qui la “Beatlescronologia”. Divertitevi!

07/06/1964 Primo tour mondiale, i Beatles partono da Amsterdam diretti a Hong Kong. L’aereo si  ferma a Beirut per rifornimento di carburante. Centinaia di scatenate/i fan invadono la pista. I quattro autografano gli album, ma poi alcuni tentano di salire nell’aereo, la polizia cerca di contenerli con la schiuma antincendio.

08/06/1967 Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band si posiziona al primo posto nelle vendite del Regno Unito e ci resterà per 27 settimane. Per registrare l’album, la cui produzione è costata 25mila sterline (l’equivalente di 42.500 dollari), ci sono volute più di 700 ore di studio. Particolarità: l’album per la prima volta contiene i testi delle canzoni stampati nella busta interna.

09/06/1963 L’ultima data del tour con Roy Orbison. I Beatles si esibiscono nella King George’s Hall, a Blackburn, Lancashire. È in questo tour che i fan dei Beatles iniziano a lanciare gelatina sul palco. Il motivo? George Harrison, in un’intervista televisiva, aveva dichiarato di esserne goloso.

10/06/1964 Da Hong Kong, tre giorni dopo l’“assalto” di Beirut, i Fab4 volano verso l’Australia. Dopo una sosta non programmata a Darwin, dove oltre 400 “fedeli seguaci” salutano il loro aereo, i Beatles atterrano a Sydney, nel mezzo di un violento acquazzone. Salgono su un camion scoperto per salutare i mille fan.

11/06/1969 I Beatles vanno al numero Uno della classifica dei singoli britannici con The Ballad Of John and Yoko, diciassettesimo primo posto nel Regno Unito della band. Gli unici due Beatles che suonano in studio sono John Lennon e Paul McCartney.

12/06/1965 I Beatles entrano nella lista delle onorificenze per per ricevere l’MBE  – Member of the Order of the British Empire – in occasione del compleanno della Regina Elisabetta (verranno insigniti a ottobre). Le proteste arrivano a Buckingham Palace: il deputato canadese Hector Dupuis, anche lui candidato, sostiene che la famiglia reale britannica lo ha messo allo stesso livello di un gruppo di volgari ignoranti…

13/06/1964 Torniamo al primo tour mondiale: i Beatles si esibiscono in altri due spettacoli al Centennial Hall, Adelaide. Per i quattro spettacoli previsti ci sono 12mila biglietti disponibili, contro una richiesta di pubblico di 50mila. I due concerti di questo giorno sono stati gli ultimi del batterista Jimmy Nicol, nel ruolo di Beatle temporaneo, in sostituzione dell’ammalato Ringo Starr. Sempre il 13 giugno ma del 1970, la band inizia due settimane al top della classifica dei singoli Usa con The Long And Winding Road, loro ventesima numero Uno negli States. Lo stesso giorno l’album Let It Be (dodicesimo e ultimo della band) sale al primo posto nella charts degli album Usa più venduti.

14/06/1963 Durante un tour nel Regno Unito, i Beatles suonano alla New Brighton Tower di Wallasey (non esiste più…) con il gruppo di supporto dei Gerry and the Pacemakers, band di Liverpool. I biglietti costano appena 6 scellini. Tra il 1961 e il 1963 si esibiranno qui per 27 volte.