Joe Barbieri, trent’anni di musica e rispetto

Joe Barbieri – Foto Angelo Orefice

Vivere attraverso la musica è un’arte che pochi sanno praticare. È questione di attitudine, di sensibilità, di condivisione. Joe Barbieri, musicista napoletano, è uno di questi rari esseri umani. Lo seguo da anni, mi ha incuriosito fin dai suoi primi lavori per la sua “integrità musicale”. Che non significa attaccamento a un genere, anzi! Semmai, pura creatività messa in note con criteri rigidissimi. 

Artista attento alla musica del mondo con una predilezione per il jazz, la bossanova e lo choro, la sua Cosmonauta d’appartamento suonata con Hamilton de Hollanda, incredibile mandolinista brasiliano, dall’omonimo album uscito nel 2015, è uno dei brani che resta custodito nella mia playlist del cuore, tra Desde Que o Samba é Samba di Caetano Veloso e Gilberto Gil, e País Tropical cantato da Veloso, Gil e dalla grande Gal Costa (che se n’è andata a 77 anni la scorsa settimana)… Insomma, tornando a Barbieri, alla sua creatività, uno può avere tutta la fantasia del mondo, ma poi, per trasformarla in musica e fare un buon pezzo ha bisogno di tanta arte e studio.  Continua a leggere

Steve Hackett in concerto e i 50 anni di Foxtrot

Il 6 ottobre del 1972 i Genesis pubblicavano Foxtrot un lavoro destinato a diventare una delle colonne del prog mondiale. Il quarto album della band era composto da sei tracce, quattro nel lato A e due nel lato B, la splendida e brevissima Horizons (nemmeno un minuto e mezzo) suonata da Steve Hackett e la lunga, elaborata e psichedelica suite Supper’s Ready (23 minuti e sei secondi), pezzo che farà storia.

Foxtrot ha superato il mezzo secolo di vita, ma quell’album con la celebre ragazza-volpe nata dalla creatività di Paul Whithead (a proposito, l’artista settantasettenne ha disegnato alcuni mesi fa la cover di una band italiana, i romani New Strikers, di cui vi ho parlato qualche giorno fa), rivivrà tra pochi giorni in una tournée di sei date in Italia firmato Steve Hackett, accompagnato da musicisti di altissimo livello. A partire da Craig Blundell, batterista di Steven Wilson ma anche componente di uno strepitoso supergruppo, i Trifecta di cui vi ho parlato circa un anno fa all’uscita del loro album; il tastierista Roger King, con Hackett da molti anni, come Rob Townsend (alle percussioni, sax e flauto), Jonas Reingold (basso e chitarra) e Nad Sylvan (alla voce). Continua a leggere

“Felona e Sorona”, il capolavoro prog raccontato da Aldo Tagliapietra

Sto riascoltando un disco bellissimo uscito nel 1973. Il prossimo anno compirà cinquanta primavere, un lavoro atemporale, profondamente progressive nella musica e nei testi. Si tratta di Felona e Sorona de Le Orme, una delle pietre miliari del rock prog non solo italiano. In quegli anni nacquero centinaia di gruppi che si dedicavano a questo nuovo genere musicale, impegnato nella musica e nei testi, di rottura, che richiedeva – come volevano i tempi – una certa complessità, considerata una delle virtù per poter cambiare la società di allora. Anni proficui dove la creatività viaggiava a mille e le avventure sonore erano praterie sterminate.

Settimana scorsa ho proposto su Musicabile due uscite importanti, il nuovo lavoro del Banco del Mutuo Soccorso, Orlando: Le Forme dell’Amore e quello di Franco Mussida, ex chitarrista e cofondatore della PFM, Il Pianeta della Musica e il viaggio di Iòtu. Due album prog, distanti tra loro, il primo opulento, ricco, un vero proprio poema d’armi e d’amore (si rifà all’Orlando Furioso dell’Ariosto), il secondo minimalista, una sofisticata sottrazione in cerca della purezza del suono. Oggi vi voglio parlare – e lo farò tramite uno degli autori, Aldo Tagliapietra – del terzo Moloch-prog italiano, Le Orme. Allora, Banco, PFM e Orme erano le tre band prog italiane più famose del mondo, la musica italiana stava vivendo uno dei suoi momenti più alti, concerti negli States, in quel’Inghilterra patria del genere, ovunque tournée trionfali.  Continua a leggere

Africa Unite, quarant’anni di impegno e amicizia. Parola di Madaski

Quarantan’anni insieme senza essere mai banali. Capita a pochi gruppi, si contano sulle dita delle mani. Gli Africa Unite appartengono a questo club esclusivo. Veramente il quarantesimo si sarebbe dovuto festeggiare lo scorso anno, visto che la formazione di Bunna&Madaski nacque nel 1981, l’anno successivo alla mitica venuta a Milano di Bob Marley and The Wailers, il 25 giugno, nello stadio di San Siro, ma soprattutto nell’anno in cui il padre del reggae morì. Il nome della band è un omaggio al giamaicano più famoso della terra, tanto per ricordarlo anche a coloro che nell’81 erano ancora in fasce. La band di Pinerolo pubblicò il primo disco nel 1986, si chiamava Mjekrari, album che conteneva Nella mia città, una delle hit del gruppo. Se siete interessati, il 19 marzo su Sky Arte nel palinsesto My Generation, ci sarà uno speciale tutto per loro.

Il quarantesimo ha portato un altro bel regalo ai fan della band: tutta la vasta produzione fatta di brani, album, live, collaborazioni, è disponibile in streaming. Il 1 marzo sono stati caricati gli ultimi “pezzi” mancanti. «Ma ce ne sono ancora altri che rilasceremo presto», mi dice Madaski, tastierista e produttore eclettico, intrippato di dub.

Ammetto, era un po’ che non mettevo in cuffia al giusto volume gli Africa. Ed è sempre una gran bella carica. Per il loro modo di fare reggae, molto simile a quello di Marley, rigoroso, ben piantato, con testi impegnati, lontano da quello che viene prodotto oggi sull’isola caraibica, contaminato da sound confusionari e molto più “leggero”.

Quella degli Africa, e poi mi taccio e lascio la parola a Madaski, è anche una fruttuosa e importante esperienza di vita. Gli Africa sono una famiglia, oltre ai pochissimi rimasti dall’inizio dell’avventura, nella band sono passate decine di musicisti. Tutti amici prima che membri della band, gente a cui l’esperienza negli Africa scorre ancora nelle vene, un timbro nell’anima, indelebile…

Mada, dopo quarant’anni di reggae suonato sempre ad alti livelli, hai l’autorità per dirmi com’è la situazione attuale in Giamaica…
«Il reggae giamaicano oggi è del tutto indigeribile, ed è così da parecchi anni. Il mio rapporto con lui risale agli anni Settanta, Ottanta e un po’ dei Novanta. A livello attitudinale, o ha iniziato a scimmiottare roba americana o è diventato molto mistico, un misticismo di facciata che non ha prodotto più dei capolavori. Se ti dico che il miglior artista reggae in circolazione è un italiano ci crederesti? È Alborosie!».

Molto bravo, condivido! Tra l’altro non l’avete iniziato voi? Allora si faceva chiamare Stena!
«Gli ho prodotto cinque dischi quando suonava nei Reggae National Tickets. Vive da anni in Giamaica, ed è l’unico che riesce a ancora a suonare il reggae senza banalizzarlo».

Permettimi una divagazione sulla musica italiana, visto che hai uno studio discografico e sei un produttore, insomma, uno del mestiere… Cosa ne pensi?
«Vuoi proprio saperlo? Oggi è un pretesto per vendere un personaggio, né più né meno. Una trovata come un’altra, le stesse che usi per vendere qualsiasi prodotto. Si tratta di un’economia di gestione mediatica che avviene attraverso web, televisione e radio che implica un fiorire di cantanti, cantautori più o meno criptici, rapper più o meno colti o del tutto imitatori della scena americana. Tutto si basa su un’ostentazione della ricchezza della violenza, della bella vita…».

Sono sparite soprattutto le band come voi, i Modena City Ramblers, i 99 Posse…
«Non c’è granchè, i gruppi sono pochi, perché la figura solista è molto più facile da gestire e il management, con uno solo, esercita meglio il proprio potere. Queste figure vengono usate, sfruttate per pochi anni o addirittura meno, e poi scaricate».

Perché si è arrivati a ciò?
«Non ci sono più confini. Negli anni Ottanta c’erano tanti gruppi alternativi che proponevano modelli internazionali. Oggi ci siamo rinchiusi nei nostri studi con basi musicali fatte in serie. E si sente. Prima si usciva per scoprire gli artisti, ora si costruisce a tavolino un personaggio, ci sono alcuni produttori, sempre gli stessi, che preparano basi che poi vengono smistate a quello o a quell’atro che si vuole lanciare».

Uno può salire sul palco senza saper cantare e suonare – come spesso avviene!
«Non punto molto sulla preparazione musicale, ma almeno un libro di storia della musica dovrebbero leggerselo tutti per capire la differenza tra Bach e Chopin, Beethoven e Ravel… È tutto il sistema che è bacato: produce piccole meteore commerciali con, ripeto, una durata medio-corta. Non si basa su progetti di album, sul significato di quello che si vuol comunicare, su un linguaggio più ricercato…».

I vostri brani sono sempre stati molto legati al sociale, alla politica, all’attenzione per il lavoro, al criticare chi al governo agiva male o per nulla…
«Vero, questi sono temi molto poco affrontati dalle nuove generazioni. Per noi, invece, erano fin troppo sottolineati. Per me era naturale guardarmi intorno e cercare di capire cosa stesse succedendo, e di argomenti “politici” in quarant’anni ce ne sono stati tanti. Stiamo assistendo a un preoccupante peggioramento che coincide con un progressivo impoverimento culturale e politico dell’attuale classe dirigente. A parte Draghi, al potere ci sono degli analfabeti!».

E i musicisti, gli artisti, che avrebbero dovuto accorgersene prima e più di altri sono stati, salvo rare eccezioni, silenziosi…
«È una conseguenza che il mondo musicale ha subito molto… Sto vedendo un individualismo spinto nei musicisti, invece di aprirsi al mondo si chiudono. Il risultato che avverto è che purtroppo non c’è mai nulla che salti all’orecchio, che ti riesca a stupire. Penso che sia cambiato l’approccio alla musica. Sicuramente i nuovi artisti pensano la stessa cosa, al contrario, di noi!».

Torniamo agli Africa Unite, la vostra è una storia soprattutto di amicizia e di condivisione di valori… Di musicisti sul palco degli Africa ne sono passati tantissimi…
«Una quarantina! Io, Bunna e Papa Nico, il percussionista arrivato nel 1989, siamo i tre più longevi. Nel lungo albero genealogico degli Africa siamo rimasti tutti quanti con rapporti molto forti, ci troviamo spesso per suonare insieme, ed è bello! La musica deve essere prima di tutto un piacere, e forse è anche per questo che oggi manca. Il Tal dei Tali che esce da Amici spesso non ha nessuno, sul palco è solo, suona con altri musicisti ma non c’è quel legame che si forma in anni di convivenza sul palco. Lo vedi quando un artista suona con gli amici, quel legame profondo il pubblico lo avverte eccome! Oggi c’è un bel livello tecnico di persone che spesso suonano per qualcuno ma non con qualcuno…».

Tu e Bunna siete inseparabili…
«Ci conosciamo da 52 anni, dunque, avevamo io 4 e lui 5 anni. Tutt’ora abitiamo a 400 metri di distanza uno dall’altro. Ci vediamo molto, quasi tutte le sere per un aperitivo. Stamattina, per esempio, prima di sentirti, abbiamo fatto colazione insieme. Sicuramente gli Africa senza questo rapporto, questa vicinanza, non si sarebbero potuti esprimere così. Io e Bunna siamo diversi, per carattere, facciamo cose diverse, ma per questo siamo così uniti».

A proposito, tu Madaski e lui Bunna… ma chi vi ha dato questi nickname?
«Beh, Bunna… è sempre stato Bunna! È un adattamento del suo cognome, Bonino, sai i bimbi come fanno! Il mio me l’ha dato un amico musicista, Silvio Quarrozzo dei Persiana Jones. Credo sia l’anagramma di Adamski un musicista e produttore inglese.

Presto pubblicherete un nuovo album…
«Dovevamo farlo uscire l’anno scorso per celebrare i quarant’anni di attività, ma con tutto quello che è successo abbiamo deciso di rinviare. Il disco si chiamerà Non è Fortuna, è stato scritto durante il lockdown e in questi mesi lo abbiamo ampliato e modificato».

Ritorno sul vostro repertorio: ma avete pubblicato tutto, davvero?
«Abbiamo voluto fare gli Africa Unite dalla A alla Z. Ma non è ancora tutto! Per esempio manca un disco di dub version pubblicato solo in Germania che aggiungeremo presto. Non sono escluse anche alcune ristampe in vinile e in cd…».

Novità: Gullfoss e la magia di Nadje Noordhuis

Da un album politico ed elettronico come quello di Jerusalem In The Heart a uno sognante e “acustico”. Oggi voglio sottoporvi all’ascolto un altro disco che mi è piaciuto molto. Si tratta di Gullfoss, l’ultimo lavoro di Nadje Noordhuis. Australiana, 41 anni, da molti anni a New York, suona la tromba e il flicorno. Quello che riesce a ottenere è un suono pieno, caldo, struggente e anche… estremamente rilassante.

Il disco, uscito in cd venti giorni fa, ma in vinile nel 2019 e solo a tiratura limitata, è la registrazione di un live suonato dalla Noordhuis nel 2018 al Musig im Pflegidach di Muri, in Svizzera, accompagnata dall’arpista Maeve Gilchrist che, per inciso, è stata per un periodo anche sua coinquilina a New York, il chitarrista Jesse Lewis e il bassista Ike Sturm più i tappeti sonori con i sintetizzatori, la batteria e le percussioni di James Shipp, polistrumentista che ha suonato anche con Sting.

Insieme fanno il Nadje Noordhuis Quintet, un gruppo affiatato che riesce a trasmettere sensazioni non scontate, in un lavoro ispirato alla Natura e alle sue molteplici forme d’espressione.

Nadje Noordhuis Quintet – Frame dal concerto al Musig im Pflegidach di Muri, in Svizzera

Nadje ha deciso di essere musicista e trombettista dopo aver ascoltato Doo-Bop, disco di Miles Davis uscito nel 1992, «una fusione di jazz e rap», come ha ricordato lei stessa in un’intervista di qualche tempo fa, che l’ha introdotta al mondo del grande jazzista americano. Ha suonato, quindi, nella Maria Schneider Orchestra, uno dei suoi successi personali a cui tiene di più, fa notare spesso. Essere parte dell’orchestra della Schneider è stato «un privilegio e una fortuna», sostiene la Noordhuis. Di Maria Schneider ricorderete la collaborazione con David Bowie nel lungo brano Sue (Or in a Season of Crime) pubblicato nel 2014, un anno e mezzo prima della scomparsa del mitico artista.

E veniamo al disco. Un lavoro estremamente raffinato, che fa viaggiare la mente, la stimola in modo positivo. Il classico album da mettere in cuffia, luci basse e un buon bicchiere di whisky da sorseggiare. Musica contemplativa, grazie anche alle magie all’arpa della scozzese Gilchrist e dei synt impercettibili ma pieni di Shipp.

Ascoltatevi Indian Pacific, un arpeggio continuo e fluido come onde del mare di Maeve Gilchrist e della chitarra di Jesse Lewis che fa da base a una struggente melodia che riporta all’emisfero  d’origine della Noordhuis. In Silverpoint, altro brano parecchio interessante, la musicista riesce a fondere atmosfere alla Pat Metheny con una chitarra che, nel finale, assume toni decisamente rock. Gullfoss, la composizione che dà il titolo all’album e che ricorda la famosa cascata islandese, è l’ultimo “messaggio”: attacca con il basso a cinque corde di Ike Sturm, martellante, per poi portarci in un mondo fatto di magici momenti. Un lungo viaggio di emozioni. Ascoltatelo, ne vale proprio la pena…

Il Giorno dei Sogni vale anche (e soprattutto) per la musica

Oggi è il giorno mondiale dei Sogni, il World Dream Day. Sogni da realizzare, sogni che possono diventare realtà canalizzando i propri sforzi. Almeno così l’ha concepito nel 2012 alla Columbia University, dove insegnava, Ozioma Egwuonwu, esperta in Corporate Culture, Human Potential, Strategy&Transformation.

L’input di questa giornata è quello, dunque, di non considerare il sogno un semplice… sogno, ma una motivazione per conquistare la propria vita in tutti i sensi. Confesso che ai mantra motivazionali ci credo poco. Ma, pensate, quale sogno più bello, grande, incredibile per un artista possa essere quello di riuscire a far ascoltare e apprezzare la propria musica… Il sogno è il sale della musica e della creatività. Ieri sono stati i 30 anni di Nevermind dei Nirvana, pubblicato il 24 settembre del 1991. Un album che ha fatto la storia del grunge e del rock, qualcosa di nuovo, i sogni di Cobain, Grohl e Novoselic arrivati negli Sound City Studios in California, prodotti da Butch Vig. Nel 2013 David Grohl dedicherà un formidabile docufilm a quegli studios, da vedere e rivedere, Sound City, appunto…

I sogni nella musica sono una costante, perché in fondo, il sogno manifesta la nostra creatività. L’onirico, il psichedelico sono sempre stati degli argomenti forti non solo nel Rock, ma in tutta la musica. Sono andato a curiosare tra le centinaia di dischi usciti a settembre, approfondendo proprio questo tema. Così ho conosciuto – e vi propongo – una band brasiliana, i Velhos Cabanos (Onze da Silva, chitarra, Marco Sarrazin, sassofono e tastiere, Lucas Franco, batteria, Matheus Leão, basso e Phellipe Fialho, chitarra e voce), nati nel Pará, a Belém, su su nel profondo Nordeste brasileiro. L’11 settembre hanno pubblicato un singolo, dopo un Ep del 2019, dal titolo Cores, Colori. Un brano onirico, che richiama nelle melodie prog, soul e rock brasiliano la scuola miniera, da Milton Nascimento a Beto Guedes, a Wagner Tiso, ma anche agli australiani Tame Impala per la raffinatezza ed evanescenza di certi percorsi armonici. Il video, girato da un’altra paranense, Adrianna Oliveira, è un altro viaggio onirico con richiami alle tradizioni Umbanda (una sorta di Candomblé) e al folklore amazzonico.

Sogni infranti nell’album dei The Felice Brothers, uscito il 17 settembre, dal titolo inequivocabile, From Dreams to Dust: in Valium cantano “But the night is too silent to sleep/ So I’m standing now in the dust of the road, contemplating heaven/ I must have been lost on some kind of excursion up the Colorado/ I think her name was Marilyn, but I don’t remember anything else about her/ Except that her hair smelled of gunpowder/ That’s it for tonight, signing off”…

Mentre sogni grandi e visioni plastiche si affaccinao nell’ultimo disco di Nate Smith, batterista e songwriter americano, uscito una settimana fa dal titolo Kinfolk 2: See The Birds (parte di una trilogia, il primo disco, Kinfolk: Postcards From Everywhere, è uscito nel 2017). L’album chiude con la splendida Fly (For Mike), cantata da Brittany Howards, l’ex frontwoman degli Alabama Shakes: qui il sogno raggiunge l’apoteosi, è il desiderio di volare, di vivere senza tempo, di librarsi sopra al mondo per poterlo guardare com’è realmente. Uno dei temi più ricorrenti dell’umanità, che ha implicazioni filosofiche, psicologiche, pedagogiche, fisiche e matematiche… la capacità dell’uomo di sognare e realizzare il proprio sogno.

Vi lascio il testo intero:

I wanna fly away
Fly to a peace I have never known
Won’t look behind me, nothing can bring me down
When I get off the ground
I have no fear at all
I forget I could ever fall
I wanna go where no one can keep me bound
When I get off the ground
No more will I worry
I’ll have no reason why
If you could see me fly you’d smile with me
I wanna fly away
Where we could all be together
I wanna feel that kind of warmth you get beside the sun
I’m gonna fly away
I can see the end of the runway now
Won’t look behind me
Nothing can keep me down
Now that I’m off the ground
It’ll be nothing but blue skies now
Now that I’m off the ground

Rolling Stone, le classifiche e una riflessione…

Il 15 settembre Rolling Stone USA ha pubblicato la sua colonna sonora più dirimente e attesa: le 500 canzoni più belle di tutti i tempi. Il magazine, ormai ex-bibbia del rock, ha voluto pubblicare, a quasi vent’anni di distanza dalla prima edizione, una nuova revisione.

Le classifiche a cui RS ci ha assuefatto sono una buona lettura dei tempi e di quello che significa la musica, mainstream e alternativa, dagli anni Trenta del secolo scorso a oggi. Le 500 canzoni sono la summa di tutto questo, anche perché, la prima “RS hit parade”, come ben ricordano dallo stesso magazine, era del 2004, quando Billie Eilish aveva appena tre anni. A partecipare al sondaggio per decidere i brani più belli di sempre, sono stati chiamati oltre 250 tra artisti, musicisti, produttori, discografici che ne hanno selezionati, ciascuno, 50, per un totale di 4mila brani.

Con questo ampio e democratico parterre si presume sia uscita uscita una fotografia piuttosto nitida e ben incisa della storia della musica occidentale, soprattutto americana e inglese. 

Quello che più salta all’occhio è che di brani “dirimenti” dall’inizio del Terzo Millennio ne sono stati selezionati pochi, appena una settantina, per lo più provenienti dalle correnti mainstream, un pop facile e ben codificato e un rap che s’è liberato dalle origini e naviga tra bit raramente innovativi e un conformismo testuale presentato come anticonformismo. Di contro, troviamo, monolitici, i 250 e passa brani compresi nel periodo Sessanta e Settanta e i 142 scelti negli anni Ottanta e Novanta, oltre a poche decine che arrivano tra il 1930 e il 1950.

Di artisti ce ne sono tanti – anche se, per esempio, non si vedono tracce del periodo prog inglese, King Crimson, Genesis, Yes, Traffic, gli Emerson, Lake & Palmer – alcuni ritornano più volte in classifica (vedi Aretha Franklin, Beatles, Rolling Stones, Pink Floyd, Prince, Bob Dylan, Lou Reed, Led Zeppelin, Bob Marley, Bruce Springsteen, David Bowie…) ma quello zoccolo duro di brani memorabili, immancabili, oserei, eterni, nati dalla seconda metà degli anni ’60 alla fine dei Settanta sono la riprova, se mai fosse stato necessario, di quanto le esperienze musicali, sociali, politiche di quegli anni abbiano generato una svolta epocale nelle arti, e soprattutto nella musica, a cui tutti, ancora oggi si rifanno a piene mani. Una rivoluzione che dobbiamo ancora vivere in questo nuovo millennio.

E, dunque, non può suonare strano se  il miglior brano di tutti i tempi sia stato scritto da Otis Redding e pubblicato nel 1967 dalla grande Aretha Franklin. Sto parlando di Respect, una delle canzoni più suonate di sempre. Il secondo posto se lo sono aggiudicato i Public Enemy con Fight the Power (1989), mentre il terzo e quarto appartengono rispettivamente a Sam Cooke, uno dei principali esponenti della soul music degli esordi, con A Change Is Gonna Come (1964) e l’eterno Bob Dylan con la sua altrettanto immortale Like a Rolling Stone (1965). Al quinto ci sono i Nirvana con Smells Like Teen Spirit del 1991, e via via Marvin Gaye con What’s Going On (1971), The Beatles con Strawberry Fields Forever (1967), il rap di Missy Elliott, Get Ur Freak On (2001), i Fleetwood Mac e la loro splendida Dreams (1977), e gli Outkast con Hey Ya! (2003)…

Il resto della classifica, numeri alla mano, rispecchia la prima decina. Ne deriva che, nell’esperimento musicale (e, a questo punto, anche sociale) di RS in novant’anni di musiche selezionate, il nocciolo importante, salvo rare eccezioni, rimane chiuso in poco più di trent’anni. Quei trent’anni che hanno visto rock, punk, soul, funk, jazz, nascere e rinascere, reinventarsi, crescere, svilupparsi, contaminarsi, classicismo e sperimentazione a ciclo continuo, effervescenza di note, idee, pulsioni.

In attesa di una rumorosa, spettacolare, necessaria rivoluzione epocale – che sinceramente non vedo – vale la pena rimettersi all’ascolto di quella Musica. Per rivangare ricordi, quelli delle generazioni vicino alla mia, per imparare un po’ di background le nuove leve del Duemila.

Ascolti d’agosto: Brian May e il suo Back To The Light

Brian May, 74 anni, ha pubblicato il 6 agosto un corposo box set contente la ristampa di Back To The Light, album che uscì nell’aprile del 1992, cinque mesi dopo la scomparsa dell’amico e frontman dei Queen, Freddie Mercury. Quest’anno, il 24 novembre, saranno i trent’anni dalla morte del mitico performer.

May è un grandissimo nell’arte della chitarra, un ottimo compositore, una mente geniale (è un astrofisico), ma anche una persona fragile, portatore di un romanticismo che traspare dalle sue partiture orchestrali, iniziate con le sovraincisioni di assoli fatti con la sua Red Special, chitarra costruita assieme al padre ingegnere, tuttora la sua preferita. Una replica dello strumento – dopo le molte tentate durante gli anni – la si può acquistare dal sito commerciale di May. Lui stesso ha supervisionato la fattura della nuova “Old Lady”, come la chiama, molto verosimile all’originale e a un prezzo accessibile a tutti, tiene a precisare.

Ma veniamo al disco. Riascoltare la splendida Too Much Love Will Kill You, probabilmente la composizione più famosa di May, è sempre un bell’impatto. Il brano fu inserito nel 15esimo album dei Queen, uscito quattro anni dopo la morte di Mercury, il 7 novembre del 1995 dal titolo Made in Heaven. La voce di Freddie venne presa da una vecchia demo del 1988. Per inciso, quello fu un album fortunato. La versione di May è più “catartica”, intima. La ristampa ne contiene un’altra, solo strumentale, guitar version

Resurrection è potente (la incise con Cozy Powell alla batteria nel 1992) multistrati di assoli, chitarra imperiosa, un rock spettacolare e galoppante che non ti stanchi di ascoltare. Non annoia nemmeno Nothin’ but Blue, brano scritto la notte prima della morte di Mercury insieme al batterista Cozy Powell, con cui Brian ha avuto un legame di amicizia e proficuo lavoro fino alla sua scomparsa, avvenuta nel 1998 a causa di un incidente stradale. O ancora Driven by You, brano che viene eseguito in quattro diverse versioni, inclusa quella che May elaborò per la pubblicità della Ford. Godibile Rollin’ Over, brano del 1968 degli Small Faces, che suona come un divertissement, in chiusura del primo disco.

SI tratta di un album doppio, dove nella prima parte c’è Back To The Light original, mentre, nella seconda, varie revisioni dei brani presenti, dal titolo Out Of The Light, oltre a una serie di composizioni suonate dal vivo in concerti tenuti da May nel 1993. Ad esempio Tie Your Mother Down, eseguito con Slash al Live on the Tonight Show with Jay Leno, il 5 aprile, o We Will Rock You presentata nel Live at the Brixton Academy, del 15 giugno.

Un album da avere nella propria raccolta. Per gli amanti del genere a disposizione un box set (come scrivevo all’inizio) contente un LP in vinile bianco (sofisticatezza!), due Cd, un libro di 32 pagine, una stampa artistica da 12″…

Bob Dylan, compie 80 anni… Crossing The Rubicon

C’era da aspettarselo: gli 80 anni di vita di Bob Dylan, o meglio, di Robert Allen Zimmerman, che cadono proprio oggi, il 24 maggio, fanno discutere e non poco.

Se vi fate un giro nella grande rete, vedrete come, dagli Stati Uniti all’Australia, dalla Gran Bretagna all’Italia, fino al Sudafrica e al Brasile giornali, siti, radio e televisioni hanno iniziato da giorni a ricordare questa data. Lo fanno in modo celebrativo, reverenziale, con i migliori successi di Bob, le cose che non sapevate di Bob, il significato religioso di Bob, le crisi esistenziali di Bob. Alcuni – pochi a dire il vero – se ne escono con un Dylan sopravvalutato, altri puntano sul significato letterario della sua notevole produzione.

Tutto lecito, ovviamente, Bob Dylan è Bob Dylan. La sua inconfondibile voce nasale ha scandito generazioni di ascolti. Può piacere o meno ma sta di fatto che tutti noi, almeno una volta nella vita, ci siamo imbattuti in una sua canzone.

Dal secondo semestre del 2016, nello stesso anno in cui l’artista è stato insignito del Nobel per la Letteratura, l’Università di Tulsa in Oklahoma ha avviato un corso di laurea in lingua inglese con lezioni mirate su Bob Dylan, sui testi delle sue canzoni. L’università ha ereditato anche un grande archivio sul musicista che diventerà, il prossimo anno, un museo. Il 21 aprile scorso è apparso in libreria The World of Bob Dylan, curato da Sean Latham, il professore che dirige il corso a Tulsa, e pubblicato dall’università di Cambridge: si tratta di una raccolta di 28 saggi di docenti della più diversa estrazione, esperti di filologia, musica, arte, storia, libro che è andato bruciato in due settimane.

Ciò che nessuno può obiettare, osservando i tanti periodi dylaniani e predylaniani, è che l’artista e l’uomo si sono sempre messi in gioco. I cambiamenti, le trasformazioni nella vita di Dylan sono stati tanti, da quelli spirituali a quelli musicali. Di fatto, che piaccia o meno, il menestrello del Minnesota ha perfezionato un genere di musica “Americana” che ha fatto scuola e indirizzato centinaia di musicisti o aspiranti tali.

Molti suoi brani sono stati reinterpretati, moltiplicandone la fama e il successo, altrettanti artisti, a partire dai Beatles (Macca ha dichiarato che fosse stato proprio Bob ha i iniziare i Fab Four all’uso di marijuana) a Bono degli U2, a Bruce Springsteen, lo considerano un faro. Dylan assieme a George Harrison, Tom Petty, Jeff Lynne, Roy Orbison, negli anni Ottanta ha dato vita a uno dei primi supergruppi, i The Traveling Wilburys, dove ognuno dei componenti aveva lasciato il proprio ego e nome per assumerne un altro. Lui era diventato Lucky Wilbury.

Ottant’anni sono un grande traguardo, fa notare Mark Bannerman dell’australiana ABC News. E come dargli torto. Un musicista che ha venduto oltre 120milioni di dischi, che ha una parallela  e fortunata vita di pittore e scultore, che ha ceduto i diritti delle sue canzoni, 600 brani, alla casa discografica Universal per 300 milioni di dollari, cosa può volere di più? E qui sta la forza dell’uomo. Con gli 80 non si chiude una fase della vita ma se ne apre un’altra. Chissà cosa tirerà fuori ancora, ma statene certi, che lo farà.

Delle più vite in cui si è reincarnato Robert Zimmerman, quella di Bob Dylan è la più longeva. Zimmerman lo ha alimentato e lo alimenta ancora. Dylan è un personaggio che s’è creato agli inizi dei Sessanta, Zimmerman è diventato legalmente Dylan, ed è quello che gli ha dato più soddisfazioni. Sa benissimo – e anche noi ne siamo consapevoli – però, che Bob Dylan a un certo punto finirà quando se ne andrà Robert Zimmerman (con tutti i debiti scongiuri e un augurio di lunga vita!).

Considerazioni che inevitabilmente si legano all’ultimo disco che l’artista ha pubblicato lo scorso anno, Rough and Roudy Ways, con quella lunghissima e ipnotica – 16 minuti e 44 secondi – Murder Most Foul, rilettura della storia americana attraverso l’assassinio di John F. Kennedy, o con False Prophet: «I ain’t no false prophet/No, I’m nobody’s bride/Can’t remember, when I was born/And I forgot when I died…», o Crossing The Rubicon: «I cannot redeem the time/The time so idly spent/How much longer can it last?/How long can it go on?/I embrace my love, put down my hair/And I crossed the Rubicon…».

Considerazioni sulla vita, su ciò che si è – e non si è – diventati. Prendere o lasciare. Robert Allen Zimmerman/Bob Dylan è così. Ed è per questo che lo ascoltiamo ancora…

11 maggio: il tempo, Bob Marley, Cats e Toscanini

Kingston, la casa di Bob Marley, particolare – Foto BC

In questi giorni riflettevo sul passare del tempo, questo scandire apparentemente immoto che muta, trasforma, crea, distrugge. Anni fa un amico artista, Francesco Arecco, mi aveva coinvolto in un progetto, un libro dove, a più mani, ciascuno per il suo sapere e professione, parlava del tempo. Il titolo era Tempo al Tempo: Riflessione corale sul concetto di Tempo (Mimesis 2013). Un gran bel lavoro, perché lui, curatore, era riuscito a ottenere un’immagine del tempo sfruttando più conoscenze, materie, professioni, non elitaria ma ricca di esperienze e suggestioni.

Le riflessioni sul tempo sono legate a dei momenti importanti vissuti, come quelli dell’11 maggio di 40 anni fa, quando Bob Marley, consumato da un tumore, si spense all’ospedale universitario di Miami. Non voglio lanciarmi in coccodrilli postumi, Marley è un mito, uno degli immortali, grazie alla sua musica, come ho avuto modo di scrivere in un post lo scorso anno. Quasi ventenne pensavo allo studio, alla musica, agli amori. Tutto normale, se non l’aver avvertito quella nitida sensazione di arrepio, bella parola portoghese che ben rappresenta i brividi, per la velocità con cui si sta consumando la mia vita. Quarant’anni sono un battito d’ali, ieri.

Così, per restare in musica, sempre l’11 maggio del 1981 c’è stata la prima di Cats al New London Theater di Londra, musical scritto da Andrew Lloyd Webber, lo stesso autore di quel Jesus Christ Superstar, la cui prima voce rock prestata al Nazareno, nel disco uscito nel 1970, fu quella di Ian Gillan frontman dei Deep Purple, band che ascoltavo allo sfinimento negli Settanta e Ottanta (qui The Temple). Tornando a Cats, che molti pensavano fosse soltanto un visionario flop ma che, invece, è diventato uno dei musical più visti al mondo, chi non ricorda Memory? Un po’ troppo romantica per i miei gusti, ma una delle canzoni più famose in assoluto, brano su cui si sono cimentati in tanti, da Barbra Streisand a Barry Manilow.

Quarant’anni… Praticamente ieri.

E ancora oggi sono, invece, 75 anni che il Teatro alla Scala di Milano riapriva coraggiosamente dopo tre anni di lavori, per celebrare la libertà della città e l’inizio di un periodo di pace. Il 79enne Arturo Toscanini, di nuovo sul podio dopo l’autoesilio impostosi nel 1931 per protesta contro il regime fascista, diresse un concerto emozionante. Significò la ripartenza della cultura, della vita, della speranza, tra arie di Rossini e di Giuseppe Verdi.