Auguri a David Gilmour, 75 anni!

Marzo è un mese di ricorrenze per i Pink Floyd. Oggi David Gilmour, il mitico chitarrista della band, festeggia i suoi magnifici 75 anni. Per chi non lo avesse ancora visto, andatevi a cercare il docufilm del 2015 David Gilmour: Wider Horizons, un intimo ritratto del Gilmour artista, della sua storia, della sua infinita passione per la musica…

Il primo di marzo del 1973, 48 anni fa, la band inglese pubblicava negli States, e dopo tre settimane nel Regno Unito, The Dark Side of the Moon, uno dei capolavori assoluti del rock, nono album in studio, 943 settimane di permanenza in classifica, oltre 50 milioni di copie vendute, rientrato nella Billboard Top 200 nel 2019, a 46 anni dall’uscita.

Lloyd Grossman, nella sua recensione di The Dark Side, scriveva nel 1973 su Rolling Stone: «Più che un album di canzoni appare come un singolo pezzo esteso, che sembra parlare della fugacità e della depravazione della vita umana, argomento non proprio tipico del rock». Unica critica, proprio per trovare il pelo nell’uovo, Grossman la rivolge proprio alla voce di Gilmour in The Great Gig in the Sky (traccia che chiudeva il primo lato del vinile) secondo lui troppo debole e spenta.

In realtà questo brano resta uno dei più famosi della band, grazie anche all’intervento di Clare Torry, vocalist chiamata da Alan Parsons, producer e tecnico del suono agli Abbey Road Studios di Londra, dove venne registrato l’album. Il suo assolo intrigante e forte, che sembrava provenire da un’altra dimensione, è impresso nella mente di intere generazioni. Come il sax di Dick Perry in Money e nella spettacolare Us and Them.

In marzo, rispettivamente il 21 del 1983 e il 28 del 1994 i Pink Floyd pubblicarono The Final Cut e The Division Bell. Quest’ultimo è l’album che in un certo modo ratifica la rottura con Roger Waters, avvenuta sette anni prima: qui Gilmour, Wright e Mason costruiscono un nuovo capitolo della storia musicale del gruppo, senza l’influenza del geniale bassista e compositore.

Comunque sia, per chi ne avesse voglia, tutti questi anniversari sono l’occasione per riascoltare nel fine settimana una band leggendaria. Una full immersion nella psichedelia di Gilmour e soci, al di là del tempo e dello spazio.

Musica e cervello/ La quarantena ci regala pure l’8D! Ma… perché?

La quarantena può giocare brutti scherzi… o almeno rendere appetibili e visionarie cose che, tutto sommato, abbiamo già vissuto quando abitavamo “il mondo normale”. Una di queste l’avrete sicuramente provata, magari senza l’enfasi della conoscenza: un invito via whatsapp a collegarvi a un link dove ascoltare la musica come mai l’avete ascoltata prima. Con la premessa di indossare, possibilmente, un paio di ottime cuffie per contribuire a rendere al massimo questa nuova, strabiliante, incredibile, maivistaprima, aiutatemi con gli aggettivi e le iperboli per cortesia, esperienza sonora.

Anch’io, come tutti, per ingannare le ore al di qua delle finestre, mi sono messo le mie ottime cuffie e ho cliccato una delle tante canzoni (se andate su YouTube c’è addirittura un canale dedicato), riviste con la tecnica 8D. Effettivamente l’effetto trastorna, non tanto in purezza di suono, quanto in “avvolgenza sensoriale”. Con calma.

Terminata l’esperienza (in questo caso era   la piacevolmente cupa Billie Eilish) sono andato nella mia libreria sonora digitale a cercami The Final Cut, album dei Pink Floyd uscito nel marzo del 1983, dodicesimo lavoro in studio della band inglese, ultimo con il mitico bassista Roger Waters autore di tutti e dodici i brani del disco. I rumori di tutti i giorni, le auto che partono, le voci di sottofondo, le urla di bimbi nei parchi giochi sembrano (sempre con la solita ottima cuffia) provenire dalla strada, ma c’è la quarantena e di auto e bimbi nel mio quartiere nemmeno l’ombra (per fortuna!). Stiamo parlano di 37 anni fa. Allora l’album fu registrato con i microfoni olofonici, un sistema messo a punto dall’ex bassista dei Nomadi, Umberto (Umbi) Maggi e da un giovanissimo ingegnere italo argentino, Hugo Zuccarelli, che aveva studiato pure al Politecnico di Milano, un vero genio. La registrazione avveniva attraverso una coppia di microfoni omnidirezionali posizionati come se fossero delle orecchie umane. In questo modo si otteneva quella tanto ricercata terza dimensione sonora che avrebbe reso la musica immersiva. Ovvio che Waters e compagnia ci si infilassero a pesce e The Final Cut fu registrato così, ma anche altri artisti furono attratti, da McCartney al nostro Dalla e all’altro geniale sperimentatore sonoro che corrisponde al nome di Peter Gabriel (ve lo ricordate il tour Sledgehammer del 1987 con il mitico Tony Levin al basso?).

Nell’ormai lontano 2012 un altro cavallo pazzo del rock, Neil Young (qui Alabama) decise che gli ascoltatori della musica in streaming avevano tutto il diritto di ascoltare produzioni in alta fedeltà, un dovere per chi faceva musica e per chi ascoltava, insomma il patto di amore sonoro che lega un artista ai suoi fan. Si inventò il Pono, ti registravi al suo sito (l’ho fatto!), pagavi un piccolo contributo e avevi diritto ad ascoltare musica a un ragionevole rapporto qualitativo. Se la volevi ascoltare ancora meglio, acquistavi il Pono fisico, una sorta di lettore Mp3. L’esperienza fallì dopo tre anni. La cosa che è rimasta, però, e che è una genialata, è che pagando un paio di dollari mensili avevi accesso a tutto l’archivio sonoro e fotografico, storico e stoico di Young. Un giusto compromesso tra il lavoro remunerato dell’artista e le escursioni sconfinate nel magico mondo del canadese naturalizzato americano.

E arriviamo a fine marzo con l’osso tirato a un cagnolino triste rinchiuso in gabbia. L’8D, l’ottava dimensione, ti avrebbe aiutato a salvarti dalla quarantena. E in parte è così. Solo che questa magica superdimensione sonora esiste da un bel po’ di tempo e viene usata soprattutto da rapper e trapper nelle loro produzioni, oltre che negli effetti speciali cinematografici. È un sistema fondato sul riverbero e sul panning: il cervello legge prima l’origine della sorgente sonora, poi, questione di millesimi di secondo, i rimbalzi delle onde se ci troviamo in una stanza, un teatro, una sala musica. Il riverbero prevale alla lunga rendendo quell’effetto pieno del suono dove tu sei al centro dell’universo, almeno credi di esserlo. Usando il panning, ovvero quello strumento sul mixer che permette di dosare lo spostamento dell’audio di un canale nel mix destro o sinistro, il gioco è fatto. Crei quel turbinio dove la musica gira intorno a te da destra a sinistra fino a quando ti sembrerà provenire da ogni direzione. Un divertissement per il tuo cervello rattrappito dalla quarantena colpito dalle tante preoccupazioni sul futuro. E va bene, basta saperlo: a un concerto di Carlos Santana all’Arena di Verona, tanti, tanti anni fa, sotto un diluvio universale, l’umidità che scordava le chitarre, un mio vicino di pietra aspirando un “cannone” d’ordinanza di tutto rispetto mi guardò e mi disse: «Accidenti amico, senti l’acuto della chitarra, lo tiene da un tempo infinito, mai sentito niente del genere.. Siamo arrivati alla perfezione della musicaaaa…». Beh, ecco, altro che 8D… forse bastava un po’ di pachistano…