11 maggio: il tempo, Bob Marley, Cats e Toscanini

Kingston, la casa di Bob Marley, particolare – Foto BC

In questi giorni riflettevo sul passare del tempo, questo scandire apparentemente immoto che muta, trasforma, crea, distrugge. Anni fa un amico artista, Francesco Arecco, mi aveva coinvolto in un progetto, un libro dove, a più mani, ciascuno per il suo sapere e professione, parlava del tempo. Il titolo era Tempo al Tempo: Riflessione corale sul concetto di Tempo (Mimesis 2013). Un gran bel lavoro, perché lui, curatore, era riuscito a ottenere un’immagine del tempo sfruttando più conoscenze, materie, professioni, non elitaria ma ricca di esperienze e suggestioni.

Le riflessioni sul tempo sono legate a dei momenti importanti vissuti, come quelli dell’11 maggio di 40 anni fa, quando Bob Marley, consumato da un tumore, si spense all’ospedale universitario di Miami. Non voglio lanciarmi in coccodrilli postumi, Marley è un mito, uno degli immortali, grazie alla sua musica, come ho avuto modo di scrivere in un post lo scorso anno. Quasi ventenne pensavo allo studio, alla musica, agli amori. Tutto normale, se non l’aver avvertito quella nitida sensazione di arrepio, bella parola portoghese che ben rappresenta i brividi, per la velocità con cui si sta consumando la mia vita. Quarant’anni sono un battito d’ali, ieri.

Così, per restare in musica, sempre l’11 maggio del 1981 c’è stata la prima di Cats al New London Theater di Londra, musical scritto da Andrew Lloyd Webber, lo stesso autore di quel Jesus Christ Superstar, la cui prima voce rock prestata al Nazareno, nel disco uscito nel 1970, fu quella di Ian Gillan frontman dei Deep Purple, band che ascoltavo allo sfinimento negli Settanta e Ottanta (qui The Temple). Tornando a Cats, che molti pensavano fosse soltanto un visionario flop ma che, invece, è diventato uno dei musical più visti al mondo, chi non ricorda Memory? Un po’ troppo romantica per i miei gusti, ma una delle canzoni più famose in assoluto, brano su cui si sono cimentati in tanti, da Barbra Streisand a Barry Manilow.

Quarant’anni… Praticamente ieri.

E ancora oggi sono, invece, 75 anni che il Teatro alla Scala di Milano riapriva coraggiosamente dopo tre anni di lavori, per celebrare la libertà della città e l’inizio di un periodo di pace. Il 79enne Arturo Toscanini, di nuovo sul podio dopo l’autoesilio impostosi nel 1931 per protesta contro il regime fascista, diresse un concerto emozionante. Significò la ripartenza della cultura, della vita, della speranza, tra arie di Rossini e di Giuseppe Verdi.

25 aprile: alla Scala suite di Enrico Gabrielli su “Bella Ciao”

Enrico Gabrielli

Anche quest’anno il 25 aprile si festeggerà senza manifestazioni e incontri. Ritorna in modo virtuale però, con numerose iniziative. Una di queste – ed è il motivo per cui la segnalo su Musicabile – è un concerto in streaming proposto dal Teatro Alla Scala di Milano.

Una suite per orchestra da camera, dieci variazioni sul tema di una canzone simbolo della resistenza e di quell’anelito di libertà che ha contraddistinto la nostra storia repubblicana, Bella Ciao, opera di Enrico Gabrielli. E qui apro una parentesi: Gabrielli è uno di quei musicisti di grande talento che il nostro Paese può vantare nel mondo. Ha suonato con gli Afterhours, i Calibro 35, i The Winstons, gruppo prog di bravura eccelsa (ve ne avevo parlato giusto un mese fa), si occupa di un progetto molto interessante 19’40”, una collana discografica su abbonamento, idea nata da Gabrielli, Sebastiano De Gennaro, Francesco Fusaro, in collaborazione con Tina Lamorgese.

Ok, torniamo a Bella Ciao. Senza andare a ritroso sull’origine del brano, sicuramente popolare e poi riadattato oltre settant’anni fa nel testo, Bella Ciao è una canzone famosa tanto quanto Nel Blu dipinto di Blu di Domenico Modugno. In questi anni l’hanno suonata e rielaborata un po’ tutti. Penso a Manu Chao, la grande Mercedes Soza, i Modena City Ramblers (una delle più belle e famose), Goran Bregović e la sua Wedding and Funeral Band, il dj Steve Aoki con i Marnik, Manu Pilas (la colonna sonora de La casa de Papel, fortunata serie spagnola), Mike Singer, Tosca, Yves Montand, tanto per citarne alcuni.

Alla Scala, sotto la direzione del maestro Francesco Muraca, potremo, dunque, ascoltare una formazione composta da componenti dell’Orchestra del Teatro, affiancati da giovani dell’Accademia, che suonano la suite in dieci variazioni scritta da Gabrielli.

La storia della composizione la racconta a Musicabile lo stesso artista: «Tutto è partito l’anno scorso. Dovevo scrivere una sigla per una trasmissione di Gad Lerner. La linea guida doveva essere un tema riconoscibile, che contenesse gli argomenti del format, partigiani ultra novantenni, momenti di commozione, la guerra e la fiducia. Il Covid ha fatto saltare tutto. Quindi sono stato ricontattato per ampliare quella versione e ho dovuto cambiare approccio, optando per quello sinfonico. Dentro ci sono le mie esperienze e passioni per i sinfonisti russi ed Ennio Morricone».

Alla domanda su come si svolge il tema musicale, Enrico risponde: «Comincia in maniera nascosta, un po’ segreta e, mano a mano, si svolge chiaramente. Sono dieci variazioni eseguite senza soluzione di continuità». Quanto alle ispirazioni: «Se devo trovare relazioni c’è la mia parte “arrangiativa” che si rifà a quegli arrangiamenti nobili degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, alla Jaques Brel (e lui su questo era un maestro!)».

«La ritengo un’iniziativa importante», mi spiega Roberto Cenati, Presidente ANPI Provinciale di Milano che interverrà all’evento streaming. «La sezione Scala dell’Anpi, nata nel 2015, è un piccolo, prezioso gioiello», mi dice orgoglioso. Quanto a Bella Ciao, sempre Cenati racconta: «È una canzone che racchiude quel concetto di libertà che viene da lontano, dalla Resistenza, che appartiene a tutti. L’essenza di libertà non ha limiti politici né confini, viene piuttosto da un alto concetto politico legato a un bene comune, insieme alla solidarietà, parole che, proprio in questo periodo acquistano un forte significato e che si oppongono ai sovranismi». Con lui c’è anche lo storico Ivano Granata che tiene una lezione sulla Liberazione e sul periodo storico che ha portato alla nascita della nostra repubblica.

Appuntamento dunque alle 18, domenica, collegandosi sul sito del Teatro Alla Scala o sui canali social del teatro.

Aqualung, l’opera prog dei Jethro Tull, compie 50 anni

Il 1971, sulla scia del 1970, è un anno proficuo per la musica e il rock in particolare. Tra gli album degni di nota di quell’anno c’è anche Aqualung dei Jethro Tull. Disco molto discusso, a tratti incomprensibile soprattutto nei testi, ma decisamente importante per la storia del prog non solo britannico. Il quarto album in studio di Ian Anderson & Soci è considerato il migliore di tutta la loro produzione, oltre a Thick as a Brick pubblicato nell’anno successivo. Con Aqualung la band capitanata dallo scozzese vestito da folletto diventa un riferimento autorevole, vende milioni di copie, si fa conoscere ovunque. Grazie a un mix di folk, jazz, musica classica, hard rock, blues che, nel suo insieme, va a comporre una storia compiuta.

Aqualung è un disco diviso in due parti distinte. Nella prima – che corrisponde al lato A del disco in vinile – si parla della decadenza dei costumi inglesi, di un’Inghilterra puritana ma zozzona, impersonificata, appunto nel vecchio Aqualung, che in sé riunisce tutte le meschinità e la lussuria del Paese, che predica bene e razzola male. Aqualung – la cover lo mostra stranamente somigliante a Ian Anderson – è vestito da straccione con un ghigno cattivo, curvo, un personaggio quasi mefistofelico. È il mendicante che sbava dietro alle ragazzine e occhieggia la strabica Mary la puttana, Cross-eyed Mary, il secondo brano del disco. Nella seconda, il lato B, invece, il racconto vira decisamente su un argomento piuttosto sentito all’epoca, il rapporto tra uomo e divinità, qualunque essa sia. Pensiamo a George Harrison, John Lennon, Peter Green, Eric Clapton, Peter Townshend, alla Mass in F Minor, Messa in Fa Minore, degli Electric Prunes, album del 1968 – il brano Kyrie Eleison è stato inserito nella colonna sonora di Easy Rider, del 1969 (film di Dennis Hopper, con Peter Fonda, Jack Nicholson, Karen Black e lo stesso Hopper), assieme agli Steppenwolf, The Byrds, The Jimi Hendrix experience. I Tull si confrontano con la religione cristiana, dove regna l’ipocrisia di piegare e manipolare le intenzioni di Dio ai propri scopi. Giustificare la propria misera esistenza: ne escono brani diventati storici come My God Locomotive Breath.

Ma è proprio Aqualung la canzone che apre il disco e che dà il titolo all’album a essere il paradigma dei Jethro Tull, una canzone che, come bene recensiva quell’anno Ben Gerson su Rolling Stone, racchiude tre brani in uno, seguendo lo stato d’animo del narratore Anderson. Da un riff secco e graffiante di chitarra elettrica si passa alla tranquillità di una chitarra acustica e di un pianoforte, per poi risalire in un crescendo e a un improvviso cambio di ritmo, fino a un’unificazione delle precedenti versioni, con assolo di chitarra elettrica di Martin Barre.

Sitting on a park bench
Eyeing little girls with bad intent
Snot’s running down his nose
Greasy fingers smearing shabby clothes
Hey, Aqualung
Drying in the cold sun
Watching as the frilly panties run
Hey, Aqualung
Feeling like a dead duck
Spitting out pieces of his broken luck
Oh, Aqualung…

Ian Anderson, istrione del flauto traverso, polistrumentista, visionario è stato ed è, a oggi, a 73 anni, l’anima di un gruppo, che, pur avendo cambiato pelle, chiuso bottega nel 2011 e rivissuto in nuove formazioni, continua a portare la sua musica in giro per il mondo, Italia inclusa, dove il magico folletto diventato un distinto signore che sul palco si copre la calvizie con una bandana, è di casa. Per chi non li conoscesse o per coloro che non mettono sul piatto un loro disco da decenni, è l’occasione per rispolverarlo e ascoltarlo. D’altronde con la loro musica i Jethro Tull hanno contribuito a costruire quella grande casa, geniale, imprevedibile, fantastica che è il Rock.

Astor Piazzolla, oggi il centenario della nascita

Giusto cento anni fa nasceva a Mar de Plata (Argentina) Astor Piazzolla, il musicista che ha trasformato il tango, rendendolo oltre alla danza, una musica complessa, ricca di sfumature, figlia delle sue esperienze. Figlio di italiani (il padre Vicente era originario di Trani, la madre Assunta di Massa Sassorosso, borgo toscano in Garfagnana), Astor studiò musica a New York dove la famiglia si trasferì quando lui aveva appena tre anni. Nella Grande Mela, dopo gli studi classici, fu catturato dalla libertà contagiosa ed espressiva del jazz. Il suo strumento era il bandoneón, quella strana fisarmonica importata in Argentina a metà Ottocento da un  tedesco che è diventata l’anima di un’orchestra di tango. Narrano le cronache che, ad appena 12 anni, incontrò il re del tango dei primi anni del Novecento, Carlos Gardel, che lo volle al suo fianco in una tournée. Era il 1934. Il padre Vicente, probabilmente intimorito per l’a giovane età, non glielo permise. Gardel morì l’anno successivo a Medellin in Colombia.

Ma torniamo alla musica di Piazzolla: con lui, a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, il tango da musica romantica alla Gardel, appunto, diventa più ritmico, complesso. Piazzolla introduce chitarre elettriche, i primi sintetizzatori, suonati dal figlio Daniel nel periodo dell’Octeto Electronico, formazione che durò appena quattro anni. Per questo si attirò le ire dei conservatori del tango e persino da Borges che lasciò sdegnato la sala durante un suo concerto. Ma lui credeva nella sua musica. Non a caso le contaminazioni con il jazz con il mitico sassofonista Gerry Mulligan o il vibrafonista Gary Burton diedero vita a quel tango nuevo di gran successo negli States e in Europa ma non nel suo Paese. Ascoltatevi Close Your Eyes and Listen con Gerry Mulligan, alla batteria il nostro grande Tullio De Piscopo, brano del 1974, dall’album Summit, o Vipraphonissimo dall’album The New Tango registrato dal vivo nell’88 al Mountreux Jazz Festival.

Dei tanti lavori prodotti in vita (poi sono usciti un sacco di dischi postumi… e qui sapete come la penso, una sorta di “esplorazione” di artisti che non avevano, per ovvie ragioni, più motivo decisionale su brani, sequenze, arrangiamenti) c’è Adiòs Nonino (1969), Libertango (1974), Tango: Zero Hour (1988), quest’ultimo l’album preferito dallo stesso musicista… Astor scrisse anche colonne sonore: per Sur di Fernando Solanas con la mitica canzone Vuelvo al Sur, le parole (qui sotto) sono dello stesso Solanas, brano interpretato anche da uno strepitoso Caetano Veloso. Per il film Solanas vinse la miglior regia al quarantunesimo Festival di Cannes. Compose anche le musiche per l’Enrico IV di Marco Bellocchio (1984).

Vuelvo al Sur, como se vuelve siempre al amor

vuelvo a vos con mi deseo, con mi temor

Llego al Sur como un destino del corazón

soy del Sur como los aires del bandoneón

Sueño el Sur, inmensa luna, cielo al revés

busco el Sur el tiempo abierto, y su después.

Quiero el Sur, su buena gente, su dignidad,

siento el Sur, como tu cuerpo en la intimidad.

Vuelvo al Sur, llego al sur te quiero

Dunque, se volete approfondire il tema, oggi a Trani, città d’origine dei Piazzolla, ci sarà un collegamento con Mar de Plata, per ricordare il grande bandeonista e artista. Diretta streaming alle 14 sulle pagine Facebook Festival del Tango Trani del Centenario Piazzolla e sulla pagina ufficiale della Città di Trani. Ovviamente, festeggiamenti anche a Massa Sassorosso in Garfagnana con l’arrivo dei consoli e dell’ambasciatore argentino in Italia.

Auguri a David Gilmour, 75 anni!

Marzo è un mese di ricorrenze per i Pink Floyd. Oggi David Gilmour, il mitico chitarrista della band, festeggia i suoi magnifici 75 anni. Per chi non lo avesse ancora visto, andatevi a cercare il docufilm del 2015 David Gilmour: Wider Horizons, un intimo ritratto del Gilmour artista, della sua storia, della sua infinita passione per la musica…

Il primo di marzo del 1973, 48 anni fa, la band inglese pubblicava negli States, e dopo tre settimane nel Regno Unito, The Dark Side of the Moon, uno dei capolavori assoluti del rock, nono album in studio, 943 settimane di permanenza in classifica, oltre 50 milioni di copie vendute, rientrato nella Billboard Top 200 nel 2019, a 46 anni dall’uscita.

Lloyd Grossman, nella sua recensione di The Dark Side, scriveva nel 1973 su Rolling Stone: «Più che un album di canzoni appare come un singolo pezzo esteso, che sembra parlare della fugacità e della depravazione della vita umana, argomento non proprio tipico del rock». Unica critica, proprio per trovare il pelo nell’uovo, Grossman la rivolge proprio alla voce di Gilmour in The Great Gig in the Sky (traccia che chiudeva il primo lato del vinile) secondo lui troppo debole e spenta.

In realtà questo brano resta uno dei più famosi della band, grazie anche all’intervento di Clare Torry, vocalist chiamata da Alan Parsons, producer e tecnico del suono agli Abbey Road Studios di Londra, dove venne registrato l’album. Il suo assolo intrigante e forte, che sembrava provenire da un’altra dimensione, è impresso nella mente di intere generazioni. Come il sax di Dick Perry in Money e nella spettacolare Us and Them.

In marzo, rispettivamente il 21 del 1983 e il 28 del 1994 i Pink Floyd pubblicarono The Final Cut e The Division Bell. Quest’ultimo è l’album che in un certo modo ratifica la rottura con Roger Waters, avvenuta sette anni prima: qui Gilmour, Wright e Mason costruiscono un nuovo capitolo della storia musicale del gruppo, senza l’influenza del geniale bassista e compositore.

Comunque sia, per chi ne avesse voglia, tutti questi anniversari sono l’occasione per riascoltare nel fine settimana una band leggendaria. Una full immersion nella psichedelia di Gilmour e soci, al di là del tempo e dello spazio.

10 febbraio 1971: Carole King fa la storia del pop

Mentre l’America piange la scomparsa di Mary Wilson, 76 anni, l’ex The Supremes (gruppo fondato insieme a Flo Ballard, che morì a 32 anni nel 1976, e a Diana Ross), oggi la musica festeggia il cinquantesimo anniversario dell’uscita di un disco dirimente nella storia del rock/pop. Sto parlando di Tapestry. L’autrice è Carole King. Il disco va nei negozi il 10 febbraio 1971: il giorno prima Carole compiva 29 anni ed era già considerata una delle artiste più influenti del panorama musicale americano, sulla scia di Joni Mitchell. Un album di successo, che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo, 10 milioni solo negli States, ed è stato in vetta alle classifiche per mesi. Insomma, il disco perfetto, che ogni artista vorrebbe scrivere e pubblicare.

Tapestry è il suo secondo album. Il giorno dell’uscita, dalle pagine di Rolling Stone, il mitico Jon Landau attaccava così il suo lungo pezzo di recensione al disco: «Il secondo album di Carole King, Tapestry, ha mantenuto la promessa del suo primo (Writer, pubblicato nel maggio del 1970, ndr) e ha confermato che lei è una delle figure più creative di tutta la musica pop. È un album di incredibile intimità personale e fattura musicale e un lavoro proteso a uno scopo artistico. È anche facile da ascoltare e altrettanto facile da godere».

Chi non ricorda I Feel The Earth Move, brano che apre l’album, con quell’attacco al piano pulito, deciso, ritmico molto R&B? Il dialogo tra piano e chitarra elettrica è da manuale. E poi, a scendere, It’s To Late, o la struggente Way Over Yonder e, subito dopo, You’ve got a Friend, uno dei brani più famosi di sempre. Carole la regalò all’amico James Taylor che la rese immortale. E ancora, Where you Lead, brano che, molti anni dopo, ha fatto da colonna sonora a una fortunata serie tv,  Gilmore Girls, in Italia Una mamma per amica, dove la stessa musicista è apparsa in qualche puntata. Continuando, anche il brano che dà il titolo all’album, Tapestry, è uno dei pezzi “storici” del pop, per chiudere con (You Make Me Feel Like) A Natural Woman, canzone che la King scrisse per Aretha Franklin e che diventò uno dei cavalli di battaglia di Lady Soul.

Una creatività incredibile quella di Carole King, newyorkese, figlia di una insegnante di pianoforte e di un vigile del fuoco, merito anche del suo legame con Gerry Goffin, suo ex marito, con il quale, oltre a due figlie, fecero nascere brani indimenticabili per molti artisti. La ditta King&Goffin scrisse anche per i The Animals Don’t Bring Me Down, grande successo del 1966, per i The Herman’s Hermits, I’m Into Something Good, del 1964 (Carole aveva 22 anni), per i The Righteous Brothers, For Once In My Life, (1965), per i The Byrds, I Wasn’t Born To Follow

Oggi, in questa giornata piovosa (almeno a Milano), grigia e triste riandare indietro nel tempo e ascoltare l’intero album, è un esercizio di memoria e ricordi, di nostalgie e buona musica. Già, una gran buona musica…

Giornata della memoria: Francesco Lotoro e la musica “concentrazionaria”

Delle poche cose che mia madre ricordava, ragazzina in Friuli negli anni del secondo conflitto mondiale, a parte la fame, il nulla imposto dalla guerra, il terrore del rombo degli aerei che venivano a bombardare (trauma che l’ha convinta a non salire mai a bordo di un aereo e che si è portata sino alla morte), c’era il ricordo dei treni dei deportati diretti ai campi di concentramento, che facevano sosta nella stazione del paese dove viveva. Era un ricordo meticoloso, quasi un’imposizione per non dimenticare, così vivido da materializzarsi. L’ho immaginato tante volte, prima con la mente di un bimbo e poi con quella di un adulto, come se fossi lì anch’io. Ancora oggi che mia mamma non c’è più, rivedo quelle scene, le urla di richiamo e aiuto dei prigionieri rinchiusi nei carri bestiame, perché questo erano, le mani che si allungavano oltre le strette ferritoie poste in alto, mani affusolate, mani piccole, mani callose, mani che chiedevano cibo, acqua, o anche solo una carezza. E il paese si mobilitava con generi di conforto, quel poco che c’era nel niente assoluto.

Sono passati quasi 80 anni da quegli eventi, i sopravvissuti dei lager sono ormai pochissimi, il tempo fa il suo corso. L’orrore dell’olocausto è diventato un’ansia mentale intorpidita; il racconto serve a tenere vive le putrefazioni a cui l’uomo può arrivare, poiché ce ne dimentichiamo troppo spesso.

A questo serve la giornata della memoria. Almeno un giorno all’anno ci viene imposto di pensare che, nemmeno un secolo fa, sono state commesse atrocità senza fine, sono state cancellate milioni di vite, famiglie, amori, passioni, storie…

E arrivo al punto di oggi: sì, anche questa volta c’entra la musica. Anzi, la musica è la protagonista. Perché lo è stata nei campi di detenzione, di sterminio, di rieducazione – e non solo nazisti. C’è un musicista italiano, che certamente molti di voi conosceranno, che da oltre trent’anni sta dedicando la sua vita e la sua professione alla causa: raccogliere opere, canzoni, spartiti, brani, partiture scritte su fogli musicali, altre annotate su carta igienica o pezzi di tessuto, altre tramandate oralmente. Musica come resilienza, musica come anelito di libertà, musica come scansione delle attività giornaliere nei campi, anche quelle terribili, musica per salvare la propria mente e la vita.

Parigi. Wally Lowenthal Karveno e Francesco Lotoro con in mano l’autografo del “Concertino per pianoforte e orchestra da camera” scritto a Gurs – courtesy Fondazione Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria, Barletta

Ho trovato la “missione” di Francesco Lotoro, classe 1964, musicista di Barletta, pianista, compositore e direttore d’orchestra, docente di pianoforte presso il Conservatorio Niccolò Piccinni di Bari, un enorme atto d’amore, verso chi è stato privato della libertà, torturato e massacrato ma anche verso la musica stessa.

Avere la possibilità di riascoltare quello che è stato scritto nei campi, una musica che potremmo definire sicuramente nuova, “concentrazionaria” come è stata battezzata, è una delle concrete possibilità per non dimenticare, testimonianza diretta e reale delle atrocità commesse. Francesco Lotoro lavora per questo, perché le prossime generazioni possano “ascoltare” la cruda realtà di quello che l’essere umano è riuscito a concepire ma anche cogliere la creatività e la necessità di vedere la propria esistenza oltre i confini di un lager nazista. Musica per evadere, per volare, per fissare momenti “resistenti”. Nel 2017 il regista franco-argentino Alexandre Valenti ha dedicato a Francesco un docufilmMaestro, una coproduzione italo-francese.

Gli ho scritto se potevo intervistarlo, mi ha risposto immediatamente. Ne è nata una lunga e intensa chiacchierata…

Francesco come è iniziato tutto ciò?
«Ho cominciato nel 1988, spinto da molti elementi giovanili, passioni, curiosità. Mi mancava la visione d’insieme di ciò a cui stavo andando incontro… I primi quattro anni cercavo solo musiche composte da musicisti ebrei. Mano a mano che contattavo persone, le incontravo, mi documentavo, lavoravo con l’aiuto di tutor perché trovavo manoscritti scritti in diverse lingue, catalogavo, suonano, eseguivo le partiture, sono passati gli anni e mi sono accorto che questa ricerca si era mangiata un po’ tutto della mia vita. Non era prevedibile. Sono arrivato a migliaia di opere catalogate e non è ancora finita…CI vogliono tante risorse ancora per finire il lungo lavoro».

Come musicista che idea ti sei fatto?
«Sono un pianista e ciò mi ha aiutato a cercare un repertorio pianistico denso di linguaggi molto avanzati, che andavano persino oltre Arnold Schönberg (il compositore austriaco naturalizzato americano, considerato dirimente per aver scritto musica al di fuori dalle regole del sistema tonale, ndr).

Charles Abeles, prima pagina del Valzer Rondo Felicità op.282 – courtesy Fondazione Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria, Barletta

Negli anni hai contribuito a creare un’orchestra, l’Orchestra di Musica Concentrationaria, con la quale hai inciso un’enciclopedia in 24 volumi CD KZ Musik, contenente 407 opere scritte da prigionieri civili e militari in quel periodo…
«L’ossigeno della ricerca e la sua bellezza estetica è suonare molta di questa musica. Sai, ho sempre pensato che eseguirla sia un gesto magico, liberarla dai campi, in una sorta di redenzione».

Quando pensiamo ai campi di concentramento spesso ci facciamo dei “film” errati…
«I campi di concentramento, internamento, sterminio erano realtà metropolitane zippate, con elementi di eterogeneità. L’elemento artistico ha fatto scattare connessioni tra gruppi sociali e linguistici. Nel campo di Birkenau (Auschwitz II), per esempio, è impossibile distinguere tra musica ebraica e musica rom. La promiscuità nel gergo artistico è illuminante, fertile. Capitava anche che i musicisti prestassero i loro strumenti ad altri musicisti, come è successo nel campo di Sandbostel quando i francesi che stavano nello Stalag XB dettero più volte il violoncello a Giuseppe Selmi, grande violoncellista, compositore e didatta italiano (Selmi ha scritto in prigionia molte partiture per violoncello e il meraviglioso Concerto Spirituale per violoncello e orchestra, ndr) che stava nell’attiguo Stalag XA» (Selmi, come scrive lo stesso Francesco, «si esibì per i prigionieri italiani in un intero concerto imbracciando un violino a mo’ di violoncello…»).

Ci sono stati anche sodalizi gloriosi e proficui nei campi, come quello di Giovannino Guareschi e Arturo Coppola…
«Sono nati brani bellissimi. Prendi La favola di Natale che Guareschi scrisse nel 1944 nel campo di Sandbostel e Coppola mise in musica, è un’opera straordinaria e così poco rappresentata oggi. Coppola scrisse molti altri brani, come Treviso (la città in cui passò maggior parte della sua vita, ndr) quando seppe del bombardamento sulla città, molti mesi dopo l’avvenimento. Da ricordare anche Dai Dai Bepin, un’esortazione a Stalin che si muovesse in fretta per liberarli dalla prigionia…».

Gerusalemme. Francesco Lotoro con il pianista e compositore Alex Tamir, sopravvissuto al Ghetto di Vilnius – courtesy Fondazione Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria, Barletta

Quanto ha influito la privazione della libertà sui musicisti e sulle partiture composte?
«Il musicista in prigionia componeva per esorcizzare il campo, l’ambiente non influiva, dunque, più del necessario sui criteri architettonici della composizione. Il campo c’è, attraversa la musica, ma il musicista è ancorato alle proprie visioni, alla propria storia. Il dramma esiste, ma in chiaroscuro, il musicista in questo modo vuole annichilire il campo. Spesso, sono stati gli stessi musicisti prigionieri a costringere i loro carcerieri ad acquistare strumenti musicali, fogli per scrivere partiture, a farsi esentare dal lavoro per dedicarsi alla composizione».

La musica faceva vedere la prigionia in un altro modo…
«Hai presente l’orchestra del Titanic che non smetteva di suonare mentre il transatlantico affondava? O Pau Casals il grande violoncellista catalano, che si esibiva anche durante il regime franchista perché mai come in quei momenti la gente aveva bisogno della musica? Così era nei campi. Ogni musicista ha portato nella prigionia la propria esperienza, che è rimasta patrimonio del luogo. L’elemento campo ha modificato, evoluto, deteriorato, agito da drenante, intaccato certe corde, certe sensibilità. Gli artisti sopravvissuti alla prigionia, una volta liberi, sono diventati fondamentalmente diversi, hanno voluto cancellare completamente la detenzione. Ci sono dolori che vengono redenti in maniera diversa. Di per sé nei campi abbiamo avuto lo sviluppo, l’estremizzazione, la radicalizzazione di certi linguaggi, forme brecktiane possibili solo perché, appunto, nate all’interno del campo».

Quindi la musica è stata tante cose: un atto di liberazione, una forma di rigore mentale e pure la summa di colonne sonore della vita quotidiana nei campi…
«A Buchenwald c’era un’orchestra di 80 elementi. Auschwitz, nelle sue tre declinazioni, il campo principale (I), Birchenau (II) e Monowitz (III) contava ben sette orchestre. D’opposto, Hans Gál (musicista viennese che fuggì dall’Austria nazista rifugiandosi in Gran Bretagna dove, per ironia della sorte venne recluso dagli inglesi che arrestarono gran parte dei profughi tedeschi scampati al regime, tra questi anche numerosi ebrei, ndr) nel campo di detenzione di Douglas, sull’isola di Man compose la Huyton Suite op.92 con gli strumenti che aveva a disposizione, un flauto e due violini».

Ma nella musica concentrazioanria c’era anche altro…
«È una musica sessista, divisa per genere. Orchestre maschili e orchestre femminili. Solo nel campo di Theresienstadt c’era un’orchestra mista. È stata poi usata per il più sublime e il più perverso degli scopi. Si suonava quando arrivavano i treni con i nuovi prigionieri e i nazisti facevano una selezione veloce delle persone: vecchi, malati, bambini venivano soppressi, gli altri in salute andavano ai lavori forzati. L’orchestra suonava quando il gruppo di deportati partiva e arrivava dal lavoro coatto. Suonava la domenica nei villaggi dei militari per rallegrare le passeggiate pomeridiane dei nazisti con le loro famiglie, ma suonava anche per i deportati…».

Berto Boccosi, prima pagina del quaderno di Saida (abbozzo dell’opera La Lettera Scarlatta) – courtesy Fondazione Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria, Barletta

La musica era dunque sempre concessa?
«Nei campi di detenzione dove c’erano ebrei si poteva scrivere musica, in quelli dove c’erano i prigionieri politici, no. In questo caso gli artisti memorizzavano ciò che componevano, o scrivevano le partiture sulla carta igienica o sui teli di juta, addirittura sulla terra, quando andavano a lavorare nei campi di patate. Ognuno dei detenuti imparava a memoria quattro battute e poi la sera venivano trascritte su mezzi di fortuna. Ma non dobbiamo pensare a gesti di magnanimità da parte dei carcerieri. Il polacco Artur Gold, per esempio, famosissimo musicista, una delle star del tempo, venne arrestato e deportato a Treblinka. Fu ricevuto dal comandante del campo con tutti gli onori, gli venne concessa un’orchestra con cui allietò i militari, poi venne messo a morte. La negazione di ogni logica. Al musicista non poteva che rimanere la sua musica, poteva contare solo su quella».

Venendo a oggi, dopo trent’anni di lavoro, qualcuno ti ha chiamato lo Sherlock Holmes della musica, che valore ha questo enorme patrimonio che stai raccogliendo?
«Sono convinto che questa sia una musica di portata universale. Per completare il quadro ci vorranno ancora 15, 20 anni. Siamo ben oltre gli ottomila brani raccolti e catalogati e ogni settimana arrivano partiture, segnalazioni, note all’ILMC, l’Istituto di Letteratura Musicale Concentrationaria. Con il lockdown ho smesso di viaggiare ma presto spero di ritornare a intervistare, raccogliere, ascoltare. Dovrei andare in Francia dove c’è una testimone che mi aspetta, appena il virus lo permetterà volerò a Parigi. Questa musica è come se fosse stata chiusa in una capsula del tempo. Ti ricordi il film con Nicolas Cage Segnali dal Futuro? Ecco, la musica concentrazionaria è chiusa lì dentro, non si è mai interfacciata con la musica a lei contemporanea, è tanto simile quanto differente. Credo che abbia molto da darci. Però, ne usufruiranno con quotidianità le generazioni future, tra venti o trent’anni».

E la capsula del tempo dovrebbe trovare posto a Barletta in un’ex distilleria, giusto? Sono anni che se ne parla…
«Nel 2016 partecipammo a un bando per la riqualificazione delle periferie, indetto dal governo Renzi. Barletta si candidò e sposò in pieno il progetto di una cittadella della musica concetrazionaria. Considero questo genere di musica in un periodo che va dal 1933 al 1953 includendo anche i gulag sovietici, praticamente fino alla morte di Stalin. Il nostro progetto arrivò dodicesimo. I primi 24 avrebbero avuto una sovvenzione statale. Che però è stata insufficiente. Quindi abbiamo atteso ancora e, se tutto andrà per il meglio, dovremmo inaugurarla nel 2024. Sarà un campus con biblioteca, museo, libreria, teatro, ristorante, due laboratori, un polo di studio della musica ebraica… allora sì, potremo finire la ricerca, ci vogliono altri fondi, è un lavoro enorme, ma che dobbiamo portare a termine».

Finisce qui la nostra lunga intervista. Non mi resta che darvi appuntamento a questa sera: in occasione del 76° anniversario della liberazione del Campo di sterminio di Auschwitz, vi consiglio il concerto registrato e trasmesso in streaming alle 19:30 sulla pagina Facebook della Città Metropolitana di Bari: una selezione di brani di musica concentrazionaria intitolata La B rovesciata – Il Testamento dell’universo concentrazionario, eseguito dall’Orchestra Sinfonica di Bari diretta da Francesco Lotoro. Le voci: Anna Maria Stella Pansini (soprano), Nico Sette (tenore), Angelo De Leonardis (baritono e voce narrante), Paolo Candido (voce maschile).

In memoria di John Lennon

Sono esattamente 40 anni che Lennon è stato ammazzato, quattro proiettili sparati alla schiena da Mark David Chapman, ancora in carcere dopo 11 richieste di libertà vigilata. Il mio non vuol essere l’ennesimo ricordo: stampa, social, televisioni ne sono pieni e molti di ottima fattura.

Mi limito solo a pubblicare sul post tre episodi di vita di tre amici brasiliani. Tutti fan dei Beatles e di Lennon, un fotografo e due giornalisti, uno di questi, Márcio Gaspar, nell’ufficio stampa dell’allora WEA (Warner-Elektra-Atlantic) Brazil, oggi WMG (Warner Music Group), aveva lavorato al lancio dell’ultimo Lp dell’ex Beatles, Double Fantasy. Sono tre brevi spaccati di vita di quell’8 dicembre 1980.

Perché brasiliani, vi chiederete legittimamente. Beh, innanzitutto perché amici e colleghi che stimo da decenni, e poi perché il Brasile ha un legame particolare con i Beatles e con Lennon. Nel 1980 c’era ancora la dittatura militare con le sue leggi molto restrittive sulla libertà d’espressione, anche se da lì a qualche anno si sarebbe affacciata, dopo un lungo ventennio, una timida democrazia, ovviamente pilotata dai militari. I Beatles, come tutto il rock degli anni Sessanta e Settanta, sono stati la colonna sonora di quella voglia di libertà, uguaglianza, democrazia che permeavano le università brasiliane.

Tra il 1967 e il 1971 furono costretti all’esilio grandi artisti, Caetano Veloso (breve inciso: nel suo bellissimo album del 1975 Qualquer Coisa, rende omaggio ai Beatles, qui Eleanor Rigby), Gilberto Gil (anche lui omaggiò i Fab Four nel 1971 dall’album che porta il suo nome, con una psichedelica Sgt. Peppers Lonely Hearts Club Band), Chico Buarque, l’architetto Oscar Niemeyer, il cineasta Glauber Rocha

In quegli anni bui molti giovani furono uccisi, sparirono, com’era amara e atroce consuetudine nell’America Latina del tempo. Dunque, John Lennon, le sue parole, l’intervista rilasciata ad Andy Peebles per la BBC nell’ultimo fine settimana della sua vita, sono rimaste scolpite nella memoria di quei giovani. John parlò di tutto, Beatles, musica, famiglia, il rapporto con Paul McCartney, ma non tralasciò nemmeno, con la solita sfrontatezza, la sua visione del mondo e della vita. Per quei giovani brasiliani John è stato musica&politica, peace&love, un’opportunità per sognare un mondo diverso, magari più giusto e libero. Sogni infranti…

Walterson Sardenberg – giornalista
Sono nato il 6 luglio del 1957, il giorno in cui John Lennon e Paul McCartney si conobbero. Questo, in qualche modo, mi pare significativo per come i Beatles hanno segnato la mia vita – e non solo in senso musicale. Ma l’influenza di Lennon è andata ben oltre la musica. Molto di più… Soprattutto nel comportamento. Ricordo che, nel 1970, a 13 anni, ho iniziato a usare gli occhiali da vista per una miopia. Per la mia generazione, il portare gli occhiali da vista era un buon motivo per essere bullizzati. I ragazzini e i pre adolescenti con occhiali li chiamavano quatro olhos, quattr’occhi. All’inizio quegli occhiali non li volevo proprio, ma dall’ottico decisi per un paio rotondi con montatura di metallo, come quelli che usava Lennon. Li indossai e non mi importò nulla d’essere preso in giro. Ero orgoglioso di avere gli occhiali di John Lennon. Quando morì ero un giovane reporter del settimanale Manchete, magazine venduto in tutto il Paese. Ero in redazione nel momento in cui arrivò la notizia. Abbiamo acceso il televisore, increduli. Non poteva essere vero. Invece lo era. In quei giorni ascoltavo sempre Double Fantasy che Lennon aveva pubblicato quell’anno. Il disco è fantastico, ma non tutto. C’è una traccia cantata da John e una da Yoko Ono, alternata per tutto l’album. Era una noia alzarmi alla fine di ogni brano di John e sistemare la puntina del piatto sulla traccia successiva saltando quella di Yoko. Sia come sia, ancora oggi penso che quel disco contenga una delle canzoni più belle di Lennon, Watching the Wheels, con un testo che recita il “chissenefrega” di chi critica le nostre abitudini. Un “vaffa” al bullismo di ogni giorno. Ogni tanto metto sul piatto il vecchio vinile per ascoltarlo. E, ovvio, uso ancora gli occhiali di metallo rotondi, old Lennon Style!

Márcio Gaspar – gironalista e scrittore
Era il 1980, come ufficio stampa della casa discografia WEA a São Paulo, ogni giorno ricevevo via fax dal produttore David Geffen le novità sulle registrazioni di Double Fantasy di John Lennon e Yoko Ono. Il flusso di informazioni era aumentato da agosto di quell’anno, quando s’era capito che ci si trovava alle battute finali del lavoro. «Le basi sono pronte, John inizia a mettere la voce definitiva su Watching the Wheels e Woman; “Yoko ha chiesto una base di eco su Beautiful Boy e John partecipa attivamente al mixaggio di tutte le tracce”… Fax dopo fax ci sentivamo sempre più coinvolti. Io in modo particolare, “beatlemaniaco” e “orfano” della musica di Lennon – non aveva fatto uscire nulla negli ultimi cinque anni – vibravo nel sentirmi parte del “giorno dopo giorno” della coppia. Sapevo a che ora uscivano di casa per andare allo studio di registrazione, quando ritornavano nel Dakota Building, persino quando ordinavano cibo in studio. Per tutto ciò, penso che la notizia del terribile omicidio mi abbia colpito ancora più forte di quel che pensavo. Abbiamo ricevuto le prime informazioni, quindi la dolorosa conferma che era morto e persino le prime foto fatte dallo stesso David Geffen. Ho perso un idolo, ho perso un “quasi” amico, ho perso una parte di me, mi sono sentito perso.

Marcelo Spatafora – fotografo

L’8 dicembre del 1980, mio primo giorno di lavoro, mio padre mi aveva dato un passaggio nello studio fotografico a São Paulo con il suo “fusca”, il Maggiolino della Volkswagen, di color verde. Avevo appena acceso la radio, quando ho sentito, dalla voce di Otávio Ceschi, famoso conduttore della Radio Difusora FM, che John Lennon era morto quella notte. Credevo fosse uno scherzo sui Beatles, d’altronde Paul era stato vittima della stessa notizia anni addietro. Purtroppo era la verità, Lennon era stato freddamente assassinato da un fan. Quel giorno sono rimasto chiuso nello studio fotografico e ho pianto… la radio non smetteva di trasmettere musiche dei Beatles e Lennon. Che immensa tristezza…

1980, l’anno del terremoto in Irpinia ma anche…

Il ricordo fa sempre presa. Ricordare fa bene, ti costringe a scavare nelle tue memorie, a ritrovare fatti accaduti che avevi messo in stand by. Oggi tocca al terremoto dell’Irpinia, quei 90 secondi di terrore che nella serata di quella domenica novembrina di calcio, castagne e copertina sul divano, fecero precipitare all’inferno il sud del Paese: 2914 morti, 8848 feriti, 350mila case crollate o seriamente danneggiate.

Sono quarant’anni che è successo. Il 1980 – si potrebbe dire per quasi tutti gli anni, ma in questo caso è più vero che mai – è stato uno spartiacque, un anno dove nel mondo sono successe tante cose importanti. A partire dal terremoto irpino, certo, ma anche in politica estera, nello sport, e soprattutto nella musica.

Mi sono sforzato di ricordare cosa stessi facendo nell’esatto istante della brutale scossa tellurica (è una mia mania-ossessione cercare di ricordare dove mi trovavo in un momento topico, fatto male, lo so…). L’unica ricordo che ho, a parte una colazione silenziosa con i miei amici dell’università la mattina dopo, era il mio walkman regalatomi da pochi mesi che stavo sfruttando al massimo. In quel periodo mi ero fissato con Nero a Metà, disco fondamentale di Pino Daniele (ascoltate A me me piace ‘o Blues), uscito il primo giorno di primavera di quell’anno. Avevo anche la cassetta di Dalla – qui Il Parco della Luna – altro album bellissimo dell’immenso Lucio uscito, se non ricordo male, il 1 gennaio (ai tempi giravo con una coppolina in lana che avevo costretto mia madre, santa donna, a “confezionarmela all’uncinetto” su misura, identica a quella fotografata nella cover dell’album, quest’ultima un bellissimo colpo di genio: Lucio a tutta coppola, con gli occhialini rotondi appoggiati sopra  e quegli occhi che spuntano, interrogativi e vivaci, all’insù).

Ritorniamo al 1980. Sempre il primo di gennaio usciva Seventeen Seconds dei Cure, disco da molti considerato uno dei migliori  della band di Robert Smith, se la gioca con Disintegration del 1989, (qui A Forest). Mentre il 3 vedeva la luce il primo LP dei Pretenders, che portava semplicemente il nome della band, ancora in attività. Vi ricordate la strasuonata Brass in Pocket?. Della formazione originale rimane solo la chitarrista e cantante Chrissie Hynde. I Peetenders hanno publicato un Ep dal titolo 2000 Miles proprio tre giorni fa.

E mentre la band angloamericana scalava le classifiche, Björn Borg furoreggiava a New York vincendo il suo primo ATP Masters Grand Prix di tennis. Salirà sul podio anche in Francia al Roland Garros a giugno e il mese successivo, a Wimbledon, dove disputerà una delle più belle partite della storia del tennis contro John McEnroe. L’americano si rifarà contro Borg agli US Open qualche mese dopo.

Rimbalziamo indietro a gennaio per un attimo: il 16, Paul McCartney, appena atterrato in Giappone, viene arrestato perché trovato in possesso di marijuana. Le cronache narrano che Sir Paul si fece nove giorni di galera, dove suonò per i poliziotti, cancellando – e risarcendo il pubblico – la tournée degli Wings nel Sol Levante…

Intanto la visionaria opera di Roger Water e dei Pink Floyd, The Wall, uscita a fine 1979, scala di prepotenza le classifiche di tutto il mondo (era uno dei nastri che ho consumato a forza d’ascoltarlo!), anche se in Sud Africa, sotto il regime dell’apartheid, a maggio, la seconda parte dell’album, quella che conteneva Comfortably Numb, per intenderci, viene bandita perché incitava alla rivolta.

E mentre Egitto e Israele si scambiavano gli ambasciatori iniziando per la prima volta le relazioni diplomatiche il 26 febbraio, dopo la firma del trattato di pace avvenuta 11 mesi prima, il 27 Billy Joel vince il Grammy Award per 52nd Street, album del 1978, vi ricordate Honesty, Rosalinda’s Eyes, My Life, Big Shot…?

In Italia, il 9 marzo Edoardo Bennato riempiva gli scaffali dei negozi con Sono solo Canzonette, uno dei suoi lavori più fortunati. La storia di Peter Pan fa presa. Come dimenticare L’Isola che non c’è?

Volando oltremanica, il 14 aprile usciva il primo album di un gruppo che diventerà leggenda per i metallari di tutto il mondo, quello degli inglesi Iron Maiden che si conquisteranno a suon di riff estremi e generosi il trono dell’heavy metal. Copertina d’effetto dell’illustratore inglese Derek Riggs, che seguirà la band fino al 1990 creando una sorta di storia a fumetti dark che farà la fortuna commerciale della band. Ascoltate Phantom of the Opera.

Il 1980 è anche l’anno della morte di Josip Broz, il maresciallo Tito, avvenuta il 4 maggio: l’uomo che aveva tenuto insieme la Jugoslavia dal 1953 spariva lasciando un paese che nel giro di pochi anni si farà a pezzi, un’autodistruzione programmata. Sempre per la cronaca, il 24 giugno un  DC-9 della Itavia in servizio tra Bologna a Palermo con 81 persone a bordo cade nelle acque vicino a Ustica. Tutti morti. Dopo anni e anni di indagini, nessun colpevole ma una certezza quasi acclarata: il DC-9 si era trovato nel mezzo di una battaglia tra aerei libici e Nato. Per l’Italia non finisce qui: il 2 agosto scoppierà la bomba alla stazione di Bologna. Un’altra strage: 85 persone rimangono uccise e duecento ferite. L’incubo dell’eversione nera collegata a elementi deviati dello Stato si ripresenta dopo la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano (1969), quella di piazza della Loggia a Brescia e l’altra sul treno Italicus (entrambi 1974).

Rimanendo tra chitarre “cattive”, bassi e batterie, il 25 luglio segna l’uscita di un altro incredibile disco rock, uno dei più famosi – venderà oltre 50 milioni di copie: è Back in Black degli AC/DC (ne ho parlato in un recentissimo post scritto in occasione dell’uscita di Power Up, il nuovo disco).

E veniamo a settembre. Il 20 Ozzy Osbourne pubblica il suo primo album da solista, Blizzard Of Ozz, quest’anno, manco a dirlo, è uscita una “Expanded Edition”. Quel disco, dopo lo scazzo con i Black Sabbath e la sua profonda depressione, è il lavoro della rinascita del “morsicatore di pippistrelli”, in gran vena creativa grazie anche a una band di tutto rispetto: il chitarrista Randy Rhoads (ex Quiet Riot), il batterista Lee Kerslake (ex Uriah Heep) e il bassista e paroliere Bob Kerslake (ex Rainbow). Una per tutte, certamente autobiografica: Crazy Train.

Il 23 è un’altra data da ricordare per chi ha vissuto un certo tipo di eroi epici: Bob Marley tiene con gli Wailers il suo ultimo concerto dal vivo allo Stanley Theater di Pittsburg, in Pennsylvania, dopo aver pubblicato, il 10 giugno, il suo ultimo album, Uprising. Morirà l’11 maggio del 1981.

Il 25 un lutto scuote e getta nella disperazione il mondo della musica: muore John Bonzo Bonham, il formidabile batterista dei Led Zeppelin, un’overdose alcolica, soffocato nel suo vomito. Tre mesi più tardi, il 4 dicembre, la band annuncia che si ritirerà dalle scene…

Passiamo a ottobre: il 17 i Dire Straits pubblicano Making Movies, album romantico e geniale, che permette a Mark di esprimere al meglio la sua creatività e bravura. Contiene alcune tra le canzoni più fortunate di Knopfler e soci, da Tunnel of Love a Romeo and Juliet. In Inghilterra rimane in classifica per 252 settimane consecutive, mentre nel nostro Paese fa il botto: oltre un milione di copie vendute, sarà l’album più gettonato del 1981.

Invece, il 24 John Lennon pubblica la sua (Just Like) Starting Over, primo singolo in preparazione dell’album Double Fantasy in uscita a firma anche di Yoko Ono il 17 novembre. Il 4 dello stesso mese si terranno le elezioni americane. Il mondo vedrà arrivare alla Casa Bianca un ex attore hollywoodiano: inizia l’era di Ronald Reagan che vincerà surclassando Jimmy Carter (in carica). Il mondo si avvia verso una nuova fase… ma qui è tutta un’altra storia…

Charlie Parker, Richard Brody e l’essenza del ricordo

Tra i tanti articoli che stanno ricordando il centenario della nascita di Charlie “Bird” Parker, uno dei musicisti dirimenti del Novecento (nato il 29 agosto 1919 a Kansas City), ha attirato la mia attenzione quello scritto da Richard Brody sul New Yorker. Brody è un famoso e preparato critico cinematografico, nominato dal governo francese cavaliere dell’Ordine della Arti e delle Lettere, ed è anche uno storico collaboratore del magazine americano da oltre vent’anni.

Nel suo articolo dal titolo How Charlie Parker Defined the Sound and Substance of Bebop Jazz ha centrato la potenza dirompente di Parker inserendolo nel periodo storico vissuto dall’artista, quell’America pre e post bellica, dove il razzismo verso gli afroamericani era pesante e la Black people era mandata al fronte (con divise diverse, si badi bene) a combattere per gli Stati Uniti, lo stesso paese che poi vietava loro i diritti civili più elementari.

La fine del Secondo conflitto mondiale, il ritorno dalla guerra degli eroi neri  – non riconosciuti come tali -, la droga diffusa nelle grandi città, eroina che catturò anche Charlie (oltre ad alcol e tranquillanti), sono parte di un pezzo importante di storia a stelle e strisce. In questa situazione, l’autore ricorda anche l’uccisione di un soldato nero, Robert Bandy, da parte di un ufficiale di polizia bianco che provocò una rivolta ad Harlem, nell’agosto del 1943 (molte cose non sono proprio cambiate negli States!). Ma anche la difficile lotta per le conquiste civili degli afroamericani che si fece sempre più consapevole a partire dai primi anni Cinquanta e che Parker non riuscì a vivere, vista la prematura scomparsa, ad appena 34 anni.

In tutto ciò c’è il genio di questo musicista che, stanco delle partiture di swing e jazz “classico” delle grandi orchestre – dove suonò, assieme ai big del tempo come Dizzy Gillespie – cercò di rompere quelle armonie precostituite, spingendosi a riscrivere nuovi percorsi sonori sempre più audaci, apparentemente frammentati, veloci, intensi, per i tempi, difficili da comprendere, ma che altri musicisti che si stavano affacciando sulla scena, vedi Miles Davies, ne fecero tesoro.

Spiega Brody: “Quello che Orson Welles ha fatto per la regia e Jackson Pollock per la pittura, Charlie Parker, in particolare, ha fatto per il jazz, rappresentando l’irrappresentabile». Ecco dunque, la nascita del bebop, di cui Parker ne è considerato il padre, anche se le radici di questo genere si formarono negli anni Trenta con Thelonious Monk, quando suonava sperimentando per pochi amici e fan a New York, Dizzy Gillespie che «faceva brillare la sezione di trombe di Cab Calloway, Kenny Clarke, che ha ridisegnato la sua batteria nella band di Teddy Hill…».

Ma chi ha tirato le fila di questo nuovo modo di interpretare il jazz è stato lui Charlie Bird Parker. Riporto un altro interessante ragionamento di Brody: «Le astrazioni della sua arte esprimevano la violenza, l’orrore, il pericolo esistenziale del tempo di guerra; oltretutto, la sua arte ha anche dato voce al fragore della mobilitazione di tutti alla ricerca della vittoria nella guerra – e alle ingiustizie e alle umiliazioni sopportate dai neri americani in patria, che deridevano gli ideali di quello sforzo nazionale».

Parker, insomma, così fragile nei suoi incubi che cercava di lenire con eroina, alcol e antidepressivi (nel 1946 fu ricoverato in ospedale psichiatrico a Camarillo in California per sei mesi, e qui compose la famosa Relaxin’ at Camarillo) era il figlio di quei tempi, ne aveva assorbito e ne sopportava tutto il peso. I suoi assoli erano una cavalcata veloce, con cambi di passo, armonie dissonanti ma coerenti, rincorrersi compulsivo di note apparentemente slegate tra loro. Continua Brody: «La musica di Parker ha avuto un effetto simile a quello delle complessità profonde di Orson Welles in Quarto Potere, unendo il primo piano e lo sfondo, rendendo evidente la complessa struttura musicale. Come l’espressionismo astratto, rendeva le superfici della musica turbolente e cosmicamente intricate».

Chissà dove Parker avrebbe portato il bebop, chissà in cosa lo avrebbe fatto evolvere se non fosse morto giovane, di una polmonite non curata. Lui, che aveva dato il nome persino a un locale “Birdland” dove si esibì svariate volte prima d’essere bandito da tutti i club di New York perché alcol e droghe risvegliavano i suoi demoni più profondi. Sempre Brody: «Quando Parker morì, nel 1955, all’età di trentaquattro anni, il jazz stava subendo un’altra rivoluzione, con Davis in prima linea e altri musicisti emergenti, come John Coltrane e Cecil Taylor. Soprattutto, la società americana era sul punto di uno storico passo avanti, a causa della dedizione e del sacrificio degli afroamericani che chiedevano diritti civili e la fine della segregazione. Parker non ha vissuto per vedere nessuna delle due trasformazioni».

È rimasto sospeso, dopo tanto cercare risposte nelle note spericolate e tra le peripezie della sua vita (come la morte in culla della figlia Pree). Ha lasciato dei brani immortali e dirimenti. E per questo viene ricordato in tutta la sua forza e fragilità.

A febbraio di quest’anno è stato pubblicato un bel cofanetto in vinile e digitale, The Savoy 10-inch LP Collection, contenente le prime quattro serie di The New Sounds in Modern Music, pubblicate agli inizi degli anni Cinquanta dalla Savoy Records, con registrazioni effettuate tra il 1944 e il 1948. Un ascolto essenziale per chi voglia gustare un assaggio di alcune delle session più interessanti del sassofonista, quelle che hanno “definito” il bebop. Sono i grandi brani di Parker come Now’s the Time, Billie’s Bounce, Ko-Ko, Red Cross, Donna Lee, Bluebird, ed è accompagnato in questo immenso parterre di brani da musicisti del calibro di Miles Davis, Dizzy Gillespie, il pianista Bud Powell, il batterista Max Roach e il chitarrista Tiny Grimes.