Rovigo, la soddisfazione di un weekend Jazz/Blues

Domenico De Fazio, degli “I Shot A Man”, vincitori della competizione – foto di Andrea Guerzoni

Lo scorso fine settimana ho avuto una full immersion Jazz/Blues come da tempo non mi capitava. Sono stato, infatti, invitato a Rovigo in occasione del Deltablues, manifestazione che si tiene da ben 33 anni in Polesine, organizzata dall’Ente Rovigo Festival. Sabato per fare quattro chiacchiere con Gegè Telesforo, una gran bella serata in piazza Vittorio Emanuele passata a discutere di musica senza confini, jazz, scat, disciplina in cui eccelle, nuove tendenze (ne parleremo con lui su Musicabile molto presto). Domenica, invece, a godermi il concerto di Gegè e a fare parte della giuria capitanata da Davide Grandi che ha scelto la band italiana che volerà all’International Blues Challenger di Memphis nel 2022 (rinvio causa Covid).

Nella due giorni ho avuto modo di conoscere alcuni allievi e professori del Conservatorio Francesco Venezze di Rovigo, corso Jazz, una gran bella realtà. Gente tosta, per intenderci, come il pianista Stefano Onorati (responsabile delle produzioni artistiche e dell’attività concertistica), il batterista Stefano Paolini (“grancapo” della didattica), Pier Mingotti, bassista (a cinque corde! con studi d’oboe al conservatorio, efficace ricamatore), Massimo Morganti, trombonista e direttore della Venezze Big Band, orchestra jazz del Conservatorio. Hanno dato vita, con alcuni allievi belli tosti, alla band che ha accompagnato Gegè Telesforo nel concerto a La Fabbrica dello Zucchero. Serata strepitosa, peccato che la pioggia abbia rovinato la parte finale dello show, costringendo a tagliare gli ultimi tre pezzi in scaletta.

In questa due giorni rodigina ho ragionato sullo stato della musica (suonata) in questo Paese. C’è tanta carne al fuoco. C’è interesse per quest’arte, e la riprova, nella piccola Rovigo, è un’affluenza di giovani senza precedenti al Conservatorio che chiedono – e affrontano le selezioni – di studiare Jazz e Pop. Suona strano pensare alla Musica come lavoro, a maggior ragione in questo momento dove la pandemia ha raffreddato anche gli animi più vogliosi di note e ritmi.

O forse no, forse questi mesi hanno fatto capire come la vita debba essere vissuta sempre e comunque, che inseguire i propri sogni a dispetto di tutto e tutti è un imperativo per essere felici e realizzati. Magari sarebbe gradita e richiesta una maggior attenzione da parte dello Stato per le arti e i lavoratori dello spettacolo. Finisco sempre qui, per me è un punto nodale: garantire ad artisti  e maestranze certezza e serietà nella filiera della musica. I medici curano il corpo, gli artisti l’anima, ricordiamocelo.

Gegè Telesforo – foto di Andrea Guerzoni

La musica, nello specifico, ma anche la pittura, la letteratura, il cinema, sono determinanti per lo sviluppo sociale di un popolo, cosa ovvia, direi. Certo, poi c’è anche la notorietà, ci sono i soldi, la vita da rockstar. Ambire è giusto, lavorare con passione è altrettanto doveroso. Amore e intraprendenza che ho visto negli occhi, nelle mani, nelle voci dei concorrenti alla sfida delle band per l’International Blues Challenger. Potrò sembrarvi banale, ma quella sera impegnato a dare voti ai quattro gruppi finalisti – avevano venti minuti per dimostrare il loro valore – ho avuto difficoltà a non premiare tutti. Per il loro impegno, la forza che ci hanno messo, la voglia di trasmettere – nei canoni del Blues – un personale modo di interpretarlo. Alla fine i vincitori, tre ragazzi di Torino, gli I shot a man, hanno prevalso di pochissimo sugli altri tre gruppi, i The Blues Queen, i Bad Blues Quartet e i Dago Red.

Kirk Fletcher, al Deltablues il 26 settembre

Chi fosse dalle parti di Rovigo nel prossimo fine settimana vada a sentire gli ultimi due giorni di concerti. Sabato 26 e domenica 27 settembre, sempre nel nuovo polo culturale La Fabbrica dello Zucchero, live di Fabio Treves, il bluesman italiano per eccellenza, preceduto dai Superdownhome, duo di blues rurale, e da Kirk Fletcher, chitarrista californiano (ha suonato anche con Joe Bonamassa) con un nuovissimo disco in uscita domani dal titolo My Blues Pathway – ascoltate No Place To Go. Domenica saliranno sul palco i romani Bud Spencer Blues Explosion – qui con E tu? –  al secolo Adriano Viterbini, chitarra, e Cesare Petulicchio, batteria, preceduti dai torinesi Boogie Bombers e da Linda Valori, solida e conosciuta voce blues. Mi sembra di avervi detto tutto…

Hendrix, Joplin, Morrison: la morte e la consacrazione eterna

Ci sono cose che bisogna fare. E questa è una di quelle. Cinquant’anni fa, 1970. Inizio di un nuovo decennio, e che decennio! L’euforia degli ultimi anni Sessanta, la grande rivoluzione di costumi, cultura, pensiero che inizia a incanalarsi in torrenti, spesso in piena. La musica non fa eccezioni, anzi è proprio in quest’arte che si vivono i grandi cambiamenti, le rivoluzioni concrete, il rock, il prog, gli esperimenti, i talenti. L’11 marzo del 1970 – è solo uno dei numerosi esempi – Crosby Still Nash & Young pubblicarono uno dei dischi più belli di sempre, Déjà vu. Nell’agosto dell’anno prima l’America era stata sconvolta dall’eccidio di Cielo Drive, dove alcuni membri della Manson family ammazzarono cinque persone tra cui Sharon Tate, moglie di Roman Polanski, incinta di un bimbo di 8 mesi. Una settimana dopo a Bethel, New York si sarebbe tenuto il festival più famoso e dirimente della storia del Rock, Woodstock. Si era ancora al culmine della guerra in Vietnam…

Ebbene, cinquant’anni fa, a distanza di soli 16 giorni, ed entrambi ad appena 27 anni d’età, morivano Jimi Hendrix e Janis Joplin. Il primo a Londra, in un albergo nel quartiere di Notting Hill, il 18 settembre, la seconda a Hollywood, il 4 ottobre. Come l’araba fenice sono risorti dalle loro ceneri, reincarnati sotto forma di mito. Hendrix il virtuoso della chitarra elettrica, il numero uno per Rolling Stone – ve l’ho già detto, il giornale fondato da Ian Wenner nel 1967 adora le classifiche! – la seconda, per la sua voce blues inconfondibile, carica di pathos, rabbia e forza vitale.

Entrambi eccessivi, maledetti, egocentrici, irriverenti, non convenzionali, desiderio erotico di una generazione. Insomma, rock nell’anima, non per posa ma per lignaggio. Come una stirpe regale si sono consegnati ai loro sudditi che li hanno adorati e riveriti e, dopo la loro morte avvenuta per overdose (di barbiturici, eroina, alcol, fate voi, tanto che importa…), scolpiti nell’eternità della storia della musica moderna.

Qualche mese più tardi, il 3 luglio del 1971, sempre a 27 anni, se ne andava il terzo della “trimurti genio e sregolatezza” di quegli anni, Jim Morrison, a Parigi.

Hendrix, come Che Guevara, diventa un essere mitologico, un “semprevivo”, stampato su miliardi di t-shirt, la sua chioma afro riprodotta in borse e gadget da vendere nelle bancarelle dei concerti. Nonostante la sua breve vita artistica ai massimi livelli, appena quattro anni, Jimi ha prodotto più dischi da morto che da vivo, per parafrasare Catalano, indimenticabile personaggio dell’esilarante compagnia di Arbore. Il padre Al e un giro di affamati produttori lo hanno sfruttato oltre l’impossibile.

Destino dei grandi, metà umani e metà dèi. Il rock deve molto, ma proprio tanto, al chitarrista mancino, quello che faceva urlare la chitarra, con lei c’era un’intesa erotica senza limiti, amore, odio, fiamme, pianto e disperazione, bombe e guerra. Più o meno lo stesso vale per Janis, donna incontenibile, affamata d’affetto, senza freni, un’auto di formula uno lanciata a tavoletta, mai sazia di musica, alcol, droga, sesso. Lo stesso dicasi per il frontman-poeta dei Doors.

La Joplin ha rispettato tutti i canoni del Rock, come Morrison. I tre si erano incontrati, avevano pure suonato insieme, si erano ascoltati e frequentati. I tre erano consapevoli di essere dei cavalli di razza e di avere un destino: scrivere i capitoli principali del grande libro del Rock. Un po’ meno capaci, invece, di gestire il prepotente successo e i loro inevitabili fantasmi, come, del resto, molti altri loro colleghi.

Di quegli anni così forti, paurosamente belli, incredibilmente creativi oggi c’è rimasto poco o niente. Siamo tutti irregimentati in canoni dettati dalla tecnologia, comandati da un impietoso e subdolo sentire comune scritto da app, social e meraviglie da Silicon Valley. Beh, tra il circo fine a se stesso di oggi e quello bombastico di 50 anni fa, permettetemi un po’ di nostalgia e qualche lacrimuccia di rimpianto. Lo dico da cronista e da ex ragazzo nato nei Sessanta e adolescente nei Settanta. Ecco, questa cosa l’ho fatta…

Com’è nata la musica? Risponde Stefano Zenni

Vi siete mai chiesti, almeno una volta, come e quando sia nata la musica? Chi abbia cantato per la prima volta, chi, dei nostri antichi progenitori, abbia avuto l’intuizione di inventare un flauto, pizzicare una corda, far vibrare un tronco, insomma trasformare un semplice rumore in suono? Ultimamente sto leggendo alcuni libri che parlano proprio di questo. Uno in particolare mi ha colpito: si intitola Musica dal Profondo (Codice Edizioni) lo ha scritto un musicologo e musicista americano, Victor Grauer, nel 2011.

Nove anni fa fece molto scalpore per le ipotesi che lo studioso metteva a disposizione dopo anni di ricerca (Grauer ha lavorato anche con il famoso etnomusicologo Alan Lomax, con lui ha messo a punto la cantometrica, un sistema di codifica dei popoli in base ai canti): per riassumere velocemente la teoria dello studioso, sappiate che la musica per Grauer è nata in Africa, e questo è assodato da tempo.

Quando parlo di musica, però, intendo quella polifonica, costruita, pensata con uno sviluppo preciso dove anche l’improvvisazione libera era incanalata in una forma ragionata e condivisa. Una musica che forse risale a ventimila anni fa, creata da Boscimani e Pigmei, popolazioni che abitavano il continente africano in zone molto distanti tra loro. Alcuni erano raccoglitori, cioè vivevano dei frutti della terra, altri erano cacciatori. Proprio attraverso i canti tradizionali di questi due popoli, Grauer ha notato come ci fossero molte basi comuni, ipotizzando dunque una lontana matrice comune. Queste popolazioni, poi, hanno dato vita a migrazioni (la teoria dell’out of Africa) che nei millenni li ha fatti disperdere in molte aree del mondo portandosi dietro anche il canto, dote straordinaria, aspetto culturale e spirituale…

Chi ha scritto la prefazione di Musica dal Profondo per l’Italia è stato un musicologo, docente e musicista. Uno dei maggiori esperti internazionali di musica afroamericana, Stefano Zenni. Classe 1962, Zenni, titolare della cattedra di Storia del jazz e della musica afroamericana al Conservatorio di Bologna, dove insegna anche Analisi delle forme compositive e performative del  jazz, è stato l’unico vero “addetto ai lavori”, pianista, jazzista, studioso di musica, ad aver scritto l’introduzione del libro a Grauer. Negli altri Paesi dove è stato publicato, il compito è stato affidato ad antropologi ed etnomusicologi… «Il sostegno di Zenni è stato di gran lunga il più entusiasta ed efficace…» confidava Grauer in un’intervista rilasciata allora al quotidiano Il Manifesto.

Stefano Zenni, 58 anni, è musicologo, docente al conservatorio di Bologna e musicista jazz

Dunque Stefano, da dove iniziamo? Partiamo dal libro di Grauer…
«Devo dirti che la teoria di Grauer, seppur continui a essere valida nell’intuizione primaria, è stata radicalmente sovvertita dai nuovi studi sul DNA antico. Anzi, tutte le teorie più importanti sulla nascita e la diffusione di homo sapiens sono state messe in dubbio dai nuovi approcci scientifici sullo studio del genoma attraverso le mappe genetiche ricavate da ossa millenarie. A una decina d’anni dalla pubblicazione di Musica dal Profondo, le cose sono cambiate molto. L’intuizione di Grauer, e cioè che la musica sia un’attività coltivata da ben prima di quanto si sia pensato finora, è giusta. Ma quello che s’è rivelato sbagliato è tutto il resto, soprattutto le ipotesi sulle migrazioni, che si basavano su studi come quelli del genetista e antropologo Luigi Luca Cavalli Sforza, poi superati proprio da un allievo di Sforza, David Reich, autore di uno splendido libro pubblicato lo scorso anno, Chi siamo e come siamo arrivati fin qui (Raffaello Cortina Editore) dove lo scienziato racconta i progressi enormi fatti sul DNA antico che hanno rivisto – e continuano a rivedere – la storia dell’uomo».

Grauer ha comunque avuto un grande merito…
«Con Grauer il tema di una storia “profonda” della musica è diventato un fatto assodato. Da tempo, grazie alla tecnologia e ai progressi nella genetica siamo stati in grado di estendere il concetto di storia dell’uomo retrocedendo di millenni. La storia “profonda” ha partorito riflessioni inevitabili sulla cultura che spesso sono ancora senza risposta. Per esempio: come e quando è nato il linguaggio? Cosa ci dicono i manufatti o le pitture rupestri scoperti negli anni? Sono segni simbolici, segni culturali? Si discute molto anche se anche l’uomo di Neanderthal manifestasse un comportamento simbolico. Ora il discorso si fa ben più complesso: le ricerche sul DNA hanno portato addirittura alla scoperta di popoli di cui non si conosceva l’esistenza, quelli che Reich nel suo libro definisce “fantasmi”, di cui abbiamo le tracce genetiche ma non archeologiche, sviluppati, cresciuti ed estinti nell’arco di pochi secoli».

Sulla musica cosa possiamo sapere o intuire?
«La musica è sempre stata estranea a queste riflessioni, per il fatto che non abbiamo tracce concrete, come le pitture rupestri, che impongono riflessioni e consentono una convergenza tra studiosi. Questo, secondo me, è accaduto per due motivi. Il primo, oggettivo: la musica lascia molte meno tracce di una pittura rupestre. La prova fattuale più antica della musicalità di Sapiens sono dei flauti d’osso risalenti a 35mila anni fa scoperti in Germania. Ma non sappiamo che tipo di musica venisse suonata con questi strumenti… ciò scoraggia i musicologi dal fare ipotesi. Il secondo è la chiusura culturale che la musicologia ha avuto verso le conoscenze delle discipline storiche. Il musicologo lavora su documenti scritti, l’etnomusicologo su culture esistenti. Nessuno si azzarda a fare ipotesi senza alcuna prova. È un modo di studiare tipicamente anglosassone: si rimane attaccati alle prove più palpabili ma si fanno poche ipotesi».

Qual è la tua opinione in proposito?
«Se posso, io sono ancora più audace di Grauer. Fare musica implica determinate capacità cognitive, per cui possiamo parlare di musica anche dove non ci sono manufatti a supportarne l’esistenza. Pensa, ad esempio, a un un nostro progenitore che migliaia di anni fa ha concepito una pietra tagliente bifacciale. Progettare e realizzare un simile manufatto implica il riuscire a concepire ragionamenti complessi, avere in testa un set di operazioni ben precise, un progetto e una finalità… Perché mai, quindi, un essere dotato di queste capacità progettuali e cognitive non avrebbe potuto fare anche musica?».

La tavoletta di Blombos

Cioè mi stai dicendo che era impossibile che un nostro progenitore capace di progettare utensili complessi non facesse anche musica…
«Ti faccio un esempio: hai presente le tavolette di Blombos? Un tesoro ritrovato in una grotta a 300 chilometri da Città del Capo negli anni Novanta. Oltre a vari manufatti (punte di pietra finemente lavorate, gusci forati per farne collane, N.d.R.) ci sono, appunto, due tavolette di ocra rossa incise con decorazioni geometriche risalenti a 75mila anni fa. Osservale: pensare ed eseguire incisioni così perfette che danno vita a figure geometriche è esattamente l’espressione di quanto sostenevo prima: per concepire un simile manufatto questi individui dovevano essere dotati di un principio combinatorio, su una base di linee astratte hanno creato il concetto di angolo per poi formare un rombo… Se 75mila anni fa erano capaci di questo, certamente potevano anche combinare un set di altezze musicali, cioè cantare e suonare delle melodie».

La genetica sta rivoluzionando l’idea che gli studiosi si erano fatti della diffusione dell’uomo e del suo sviluppo.
«Alcuni mesi fa ho letto un interessantissimo articolo pubblicato sulla rivista Internazionale, dove in sostanza si dice che sulle origini di Sapiens la scienza sta facendo passi talmente veloci che spesso studi e libri freschi di stampa sono già sorpassati. L’affascinante è che in pochi anni le lancette del tempo per lo sviluppo cognitivo dell’uomo si sono spostate indietro in modo drastico. Il DNA antico ha evidenziato molto altro, ad esempio che c’erano molti più gruppi di ominidi, alcuni più sviluppati di altri, gruppi che si sono formati, sviluppati, incrociati con altri, e poi estinti… l’unica cosa chiara è che le vecchie teorie sull’evoluzione umana sono fatalmente cadute. Dopo il libro di Grauer la storia dell’umanità è stata profondamente ridisegnata, soprattutto quando si parla di migrazioni».

Frame dal film di Werner Herzog “Cave of Forgotten Dreams” (2011)

Quindi non possiamo più sostenere un’evoluzione dalla pietra al computer!
«No, questi studi hanno sparigliato le carte. Non è più così chiaro come e quando sono avvenuti certi sviluppi cognitivi. Inevitabilmente anche la musicologia dopo 150 anni di certezze comincia a scontrarsi con l’evidenza. Dovremmo tutti guardare un docufilm illuminante su questi argomenti. Si tratta di Cave of Forgotten Dreams di Werner Herzog, pellicola sugli splendidi disegni trovati nelle grotte di Chauvet in Francia (tra l’altro, splendida la colonna sonora di Ernst Reijseger!). Disegni spettacolari fatti da mani esperte e da menti capaci di elaborare concetti moderni: vedi ad esempio il bufalo in corsa dipinto con molte zampe per simulare, come in un’immagine cinematografica, il movimento… In quel film c’è anche un accenno alla musica che è molto suggestivo. Quello attuale sulla ricerca dell’origine dell’uomo è un momento esaltante, una fase di sviluppo tumultuosa, anche frustrante perché non abbiamo ancora tante risposte, ma in sé straordinaria».

Veniamo a oggi: la musica che ben conosciamo secondo me ha subìto come una improvvisa decelerazione. Mi sembra che ci si appiattisca su modelli oliati senza cercare nuove frontiere, ovviamente le eccezioni ci sono sempre, ma sono poche…
«La musica oggi è frutto della globalizzazione del gusto. All’occidentale, però. Mi viene da pensare alla Cina, con cui intratteniamo rapporti continui. L’Occidente ha influenzato la musica pop e classica in Cina ma non sta succedendo il contrario. Ciò significa che un modello di gusto  occidentale si è imposto e uniforma altri possibili modelli, complice la tecnologia: gli strumenti a disposizione sono gli stessi in tutto il mondo e il mercato detta le sue regole globali. Questo inevitabilmente impone a chi è creativo sfide diverse. Il problema della musica oggi non è la qualità ma la possibilità di farla emergere. Il fatto, poi, che grazie alla tecnologia sono venuti meno gli intermediari (produttori, case discografiche, ecc) amplifica il problema.

Cioè una massificazione che si porta dietro una mediocrità costante?
«Non tanto una mediocrità, quanto uno scollamento dalla realtà. È una mia sensazione, ma rispetto ad altre forme d’arte, come il cinema, il teatro o la letteratura, la musica oggi mi sembra sia meno in grado di raccontare quello che siamo, le nostre inquietudini, le nostre insicurezze. Mi riferisco a tutti i generi, con l’eccezione forse dell’hip hop. Il cinema, ad esempio, racconta le domande che oggi si pone la nostra società, sa tradurle in forme artistiche anche innovative. È come se invece i musicisti fossero disconnessi dal mondo… in questo non vedo segnali di cambiamento a breve termine».

Charlie Parker, Richard Brody e l’essenza del ricordo

Tra i tanti articoli che stanno ricordando il centenario della nascita di Charlie “Bird” Parker, uno dei musicisti dirimenti del Novecento (nato il 29 agosto 1919 a Kansas City), ha attirato la mia attenzione quello scritto da Richard Brody sul New Yorker. Brody è un famoso e preparato critico cinematografico, nominato dal governo francese cavaliere dell’Ordine della Arti e delle Lettere, ed è anche uno storico collaboratore del magazine americano da oltre vent’anni.

Nel suo articolo dal titolo How Charlie Parker Defined the Sound and Substance of Bebop Jazz ha centrato la potenza dirompente di Parker inserendolo nel periodo storico vissuto dall’artista, quell’America pre e post bellica, dove il razzismo verso gli afroamericani era pesante e la Black people era mandata al fronte (con divise diverse, si badi bene) a combattere per gli Stati Uniti, lo stesso paese che poi vietava loro i diritti civili più elementari.

La fine del Secondo conflitto mondiale, il ritorno dalla guerra degli eroi neri  – non riconosciuti come tali -, la droga diffusa nelle grandi città, eroina che catturò anche Charlie (oltre ad alcol e tranquillanti), sono parte di un pezzo importante di storia a stelle e strisce. In questa situazione, l’autore ricorda anche l’uccisione di un soldato nero, Robert Bandy, da parte di un ufficiale di polizia bianco che provocò una rivolta ad Harlem, nell’agosto del 1943 (molte cose non sono proprio cambiate negli States!). Ma anche la difficile lotta per le conquiste civili degli afroamericani che si fece sempre più consapevole a partire dai primi anni Cinquanta e che Parker non riuscì a vivere, vista la prematura scomparsa, ad appena 34 anni.

In tutto ciò c’è il genio di questo musicista che, stanco delle partiture di swing e jazz “classico” delle grandi orchestre – dove suonò, assieme ai big del tempo come Dizzy Gillespie – cercò di rompere quelle armonie precostituite, spingendosi a riscrivere nuovi percorsi sonori sempre più audaci, apparentemente frammentati, veloci, intensi, per i tempi, difficili da comprendere, ma che altri musicisti che si stavano affacciando sulla scena, vedi Miles Davies, ne fecero tesoro.

Spiega Brody: “Quello che Orson Welles ha fatto per la regia e Jackson Pollock per la pittura, Charlie Parker, in particolare, ha fatto per il jazz, rappresentando l’irrappresentabile». Ecco dunque, la nascita del bebop, di cui Parker ne è considerato il padre, anche se le radici di questo genere si formarono negli anni Trenta con Thelonious Monk, quando suonava sperimentando per pochi amici e fan a New York, Dizzy Gillespie che «faceva brillare la sezione di trombe di Cab Calloway, Kenny Clarke, che ha ridisegnato la sua batteria nella band di Teddy Hill…».

Ma chi ha tirato le fila di questo nuovo modo di interpretare il jazz è stato lui Charlie Bird Parker. Riporto un altro interessante ragionamento di Brody: «Le astrazioni della sua arte esprimevano la violenza, l’orrore, il pericolo esistenziale del tempo di guerra; oltretutto, la sua arte ha anche dato voce al fragore della mobilitazione di tutti alla ricerca della vittoria nella guerra – e alle ingiustizie e alle umiliazioni sopportate dai neri americani in patria, che deridevano gli ideali di quello sforzo nazionale».

Parker, insomma, così fragile nei suoi incubi che cercava di lenire con eroina, alcol e antidepressivi (nel 1946 fu ricoverato in ospedale psichiatrico a Camarillo in California per sei mesi, e qui compose la famosa Relaxin’ at Camarillo) era il figlio di quei tempi, ne aveva assorbito e ne sopportava tutto il peso. I suoi assoli erano una cavalcata veloce, con cambi di passo, armonie dissonanti ma coerenti, rincorrersi compulsivo di note apparentemente slegate tra loro. Continua Brody: «La musica di Parker ha avuto un effetto simile a quello delle complessità profonde di Orson Welles in Quarto Potere, unendo il primo piano e lo sfondo, rendendo evidente la complessa struttura musicale. Come l’espressionismo astratto, rendeva le superfici della musica turbolente e cosmicamente intricate».

Chissà dove Parker avrebbe portato il bebop, chissà in cosa lo avrebbe fatto evolvere se non fosse morto giovane, di una polmonite non curata. Lui, che aveva dato il nome persino a un locale “Birdland” dove si esibì svariate volte prima d’essere bandito da tutti i club di New York perché alcol e droghe risvegliavano i suoi demoni più profondi. Sempre Brody: «Quando Parker morì, nel 1955, all’età di trentaquattro anni, il jazz stava subendo un’altra rivoluzione, con Davis in prima linea e altri musicisti emergenti, come John Coltrane e Cecil Taylor. Soprattutto, la società americana era sul punto di uno storico passo avanti, a causa della dedizione e del sacrificio degli afroamericani che chiedevano diritti civili e la fine della segregazione. Parker non ha vissuto per vedere nessuna delle due trasformazioni».

È rimasto sospeso, dopo tanto cercare risposte nelle note spericolate e tra le peripezie della sua vita (come la morte in culla della figlia Pree). Ha lasciato dei brani immortali e dirimenti. E per questo viene ricordato in tutta la sua forza e fragilità.

A febbraio di quest’anno è stato pubblicato un bel cofanetto in vinile e digitale, The Savoy 10-inch LP Collection, contenente le prime quattro serie di The New Sounds in Modern Music, pubblicate agli inizi degli anni Cinquanta dalla Savoy Records, con registrazioni effettuate tra il 1944 e il 1948. Un ascolto essenziale per chi voglia gustare un assaggio di alcune delle session più interessanti del sassofonista, quelle che hanno “definito” il bebop. Sono i grandi brani di Parker come Now’s the Time, Billie’s Bounce, Ko-Ko, Red Cross, Donna Lee, Bluebird, ed è accompagnato in questo immenso parterre di brani da musicisti del calibro di Miles Davis, Dizzy Gillespie, il pianista Bud Powell, il batterista Max Roach e il chitarrista Tiny Grimes.

Briatore, il Billionaire pieno e i mancati concerti dal vivo

Il tema caldo di queste giornate, quello che sta tenendo banco su media e social, è il contagio di Flavio Briatore, negazionista Covid della prima ora. Nel suo Billionaire, che qualcuno, con raffinata ironia, ha ribattezzato Focolaire, c’è stato un contagio genere Codogno, uno dei suoi dipendenti è addirittura intubato e grave, a Sassari. Lui, dal San Raffaele dove è ricoverato, ieri ha invece postato una foto sorridente su Instagram, post rimosso quasi subito (quando la si fa fuori dal vaso…).

Parlo di Briatore perché è “la notizia”, ma l’imprenditore sbruffone, una miniera inesauribile per la comicità di Crozza, mi dà la possibilità di sollevare un tema sul quale sto riflettendo da giorni: perché le discoteche hanno potuto accogliere a braccia aperte orde di giovani stressati dal lockdown in un liberatorio atto di sfida al virus, mentre i concerti dal vivo, con tutte le doverose restrizioni imposte, sono stati nella pratica vietati? Ci sono, sì, coraggiosi tentativi grazie a musicisti impegnati come Paolo Fresu, Stefano Bollani e pochi altri.

Dei tecnici senza lavoro ne ho parlato più volte in questo blog, come dei musicisti costretti a ripensare il loro modo di presentare la loro arte al pubblico. Sono riflessioni al sapore di Covid – anch’io non sono esente da questa sorta di rincoglionimento progressivo, uno stordimento che non fa ragionare con chiarezza e semplicità.

Tutto si complica, tutto si contorce, siamo tante marionette che si agitano perché mosse da altri che a loro volta sono pupazzi in mano ad altri e via dicendo, come in un infinito gioco di specchi. Tornando alla domanda che possiamo riassumere in: perché Briatore sì e Bruce Springsteen no?, ammetto che il quesito non possa avere una risposta. Nella caotica organizzazione che ci stiamo dando a causa del nostro “virus vivendi” ci metto dentro anche i 12 milioni di euro dati dal ministro della cultura Dario Franceschini agli organizzatori di concerti per i live annullati, tramite un decreto firmato l’11 agosto scorso, somma trovata attraverso il fondo emergenze imprese e istituzioni culturali introdotto con il Decreto Rilancio.

Vien da dire, piove sul bagnato. Si presume che gli organizzatori di concerti qualche soldo per vivere se lo siano messo sotto il materasso, ma – e credetemi non faccio populismo, mentre ascolto a tutto volume la sempre grande Highway to Hell degli AC/DC – come la mettiamo con tutti gli operatori degli spettacoli live che se ne stanno forzatamente a casa da mesi, se va bene in cassa integrazione, ma i più, essendo partite iva, senza paracaduti sostanziosi? Come possono uscirne?

Capite perché parlo di azioni “sclerate”… Non so se vi facciate le mie stesse domande, è che mi sembra tutto molto appiccicaticcio, caotico, ognuno dice e fa quello che vuole. E se in questo bailamme ci si mettono i musicisti negazionisti il caos diventa perfetto. Ed eccovi serviti: il 21 agosto sul suo sito ufficiale Van Morrison ha pubblicato un caloroso invito ai suoi colleghi: alzare la testa e tornare a suonare dal vivo senza ascoltare la scienza, anzi, la pseudo-scienza (Come forward, stand up, fight the pseudo-science and speak up, “Fatevi avanti, fatevi sentire combattete la pseudo-scienza, parlate”)…

In tutto ciò, e finisco, ci metto anche il tanto atteso ritorno alla scuola, quello che, l’infettivologo Matteo Bassetti, da me intervistato per un magazine, ha definito necessario e inevitabile “altrimenti sarebbe il fallimento totale di un Paese”. Con Briatore, la questione scuola è l’altro capitolo che tiene banco da giorni. Capitolo fondamentale per il progresso di una società. Studio, cultura, arte. Evitiamo danni che verranno pagati a caro prezzo da tutti…

In memoria di Stevie Ray Vaughan…

Tra una decina di giorni, esattamente il 27 agosto, ricorreranno i trent’anni dalla morte di Stevie Ray Vaughan. Ebbene sì, dedico un post a questo mitico, dirimente e assolutamente incredibile chitarrista texano con il blues nel sangue, bianco di nascita ma nero tra i neri nell’arte del blues, come lo ricordava B.B. King, uno che è praticamente nato con la chitarra in mano e che, di questo strumento, ne ha fatto la sua vita, la sua professione e la sua arte.

Prima la cronaca: 27 agosto 1990, dopo appena tre album in studio di successo più uno live e il quarto in studio in divenire (verrà pubblicato l’anno dopo la sua morte, nel 1991, dieci tracce inedite incise tra il 1984 e il 1989, dal titolo The Sky is Crying), Stevie Ray partecipa a un concerto all’Alpine Valley Music Theater nel Wisconsin. Con lui si erano appena esibiti Mr. Eric Clapton, Buddy Guy, Robert Cray e il fratello Jimmie Vaughan, altro incredibile chitarrista blues – è stato grazie a lui, più anziano di alcuni anni, che il giovanissimo Stephen si era innamorato della chitarra elettrica. A fine spettacolo, Stevie insiste per prendere il posto di Clapton sull’elicottero che lo deve portare a Chicago. Era stanco, aveva sostenuto, voleva riposarsi. “Slowhand” acconsente, aspettando un passaggio successivo. Assieme al texano un paio di tecnici dello staff di Clapton. Colpa della nebbia e anche di un pilota non molto esperto in viaggi in simili condizioni atmosferiche, l’elicottero precipita e muoiono tutti. Della tragedia si saprà solo il mattino seguente.

Fine della carriera di Stevie Ray, il ragazzo del blues. Chissà cosa avrebbe fatto di bello e grande se il dio della musica gli avesse concesso ancora un po’ di tempo sulla terra. Lui e la sua Fender Strato, modello che si era adattato e che la casa americana fondata da Leo Fender stava studiando come special edition firmata SRV (uscirà nel 1992). Blues, ma anche rock, una mano felice, un modo tutto suo di pizzicare quelle corde da cui uscivano fraseggi ipnotizzanti. Con lui la chitarra piangeva, si straziava, diventava improvvisamente allegra, cavalcava le onde su centinaia di note che il virtuoso suonava con una facilità senza precedenti. Chissà cosa sarebbe diventato SRV: avrebbe ceduto alle mode o sarebbe rimasto quel texano tutto di un pezzo, cappello a larghe tese e stivaloni tirati a lucido d’ordinanza?

Lui, scoperto per puro caso da Mick Jagger che lo segnalò al produttore Jerry Wexler. Quest’ultimo nel 1982 lo porta al festival di Montreaux assieme ai suoi Double Trouble, al secolo, Tommy Shannon al basso, Chris Layton alla batteria e Reese Wynans alle tastiere, ultimo arrivato e membro di diritto aggiunto al forsennato trio chitarra-basso-batteria con cui Stevie aveva dato inizio alla sua fortunata quanto veloce carriera da star. In Svizzera la band si prende sonore fischiate, troppo fuori dal coro per un festival d’essai.

Quella sera, ad ascoltarlo, c’era anche David Bowie che lo coinvolse nel suo album Let’s Dance (collaborazione che non finì molto bene…). Ma torniamo al texano: Stevie Ray nella sua breve e intensa carriera ha “violato” un altro tempio del jazz, molto più aperto del precedente, Umbria Jazz. E lì io c’ero. Era il 14 luglio 1985, una domenica sera. Ero andato apposta con alcuni amici per vedere l’asso del blues esibirsi dal vivo. Quell’edizione è stata davvero straordinaria. Il 7 luglio aveva suonato Miles Davis, allo stadio Renato Curi (saranno quattro le partecipazioni del trombettista a UJ). Con lui il grande John Scofield alla chitarra.

Quella domenica Perugia ha visto e ascoltato grande musica. Prima della star che doveva chiudere la serata, Stevie Ray, appunto, aveva suonato Art Blakey con i suoi Jazz Messengers. Sia Stevie Ray sia Art se ne andranno lo stesso anno, il 1990, il primo ad agosto, il secondo a ottobre. Miles Davis, invece, morirà l’anno successivo, il 28 settembre. Un paio di mesi prima aveva tenuto il suo ultimo concerto in Italia, a Castelfranco Veneto.

Tornando in piazza IV novembre a Perugia, ricordo che Stevie Ray e i suoi Double Trouble iniziarono il concerto tradissimo, problemi di check sound. I muri di amplificatori, non ricordo, ma probabilmente erano dei Marshall, non rispondevano come il texano desiderava. Alla fine, quasi all’una del mattino il suono acuto della sua Fender s’è alzato nel cielo stellato di Perugia. Dopo un paio di pezzi i puristi del jazz avevano lasciato sdegnosamente la piazza. Noi siamo rimasti lì, incollati e ipnotizzati a quei fraseggi blues dove, nella tecnica di assoli si intravvedeva anche il jazz ma usciva prepotente molto il rock. Musica tirata fino alle tre del mattino. Grande concerto e onore agli organizzatori che avevano scelto la strada delle contaminazioni, poi rivelatasi vincente. Non so se Vaughan fosse ubriaco o fatto – sinceramente, erano affari suoi! –  so che quella lunga notte è stata un’immersione di note e stili, un turbinio continuo, ricco, opulento, sontuoso, culminato nella sua personale versione di Voodoo Child (Slight Return) di Hendrix, lui con l’inseparabile cappello da cow boy e gli stivaloni a punta stretta, bianchi, e quella chitarra che maneggiava a volte come una piuma altre come una scure. Sono quelle cose che ti porti scolpite nel cuore e che, quando affiorano ti provocano nostalgia, passione, tristezza, felicità. Anche dopo trenta lunghi anni. Per questo vi ho parlato di Stephen Ray Vaughan, il virtuoso del blues. Un atto dovuto.

Perché i regimi hanno paura della musica?

Frame da Il “Grande Dittatore”, film di Charlie Chaplin (1940)

Le recenti elezioni in Bielorussia, dove il sessantacinquenne Aleksandr G. Lukashenko, al potere da 26 anni, s’è garantito la sesta rielezione, secondo osservatori internazionali e oppositori con brogli elettorali, intimidazioni, arresti e l’oscuramento del web, mi hanno fatto riflettere. Che rapporto c’è tra dittatura e musica? In effetti, quella della Bielorussia è l’unico regime totalitario rimasto nella cara vecchia Europa, almeno così sostengono convinti gli Stati Uniti. Ci sarebbe da discutere al proposito…

Non andiamo a invadere campi che non ci appartengono. Sul rapporto tra dittature e musica ci sono saggi su saggi, anche molto interessanti, soprattutto sul rapporto tra quest’arte e il Nazismo e Fascismo. La musica è troppo destabilizzante per chi deve detenere con pugno di ferro un potere fine a se stesso, con l’alibi del bene del popolo. È risaputo che il Nazismo, che predicava la purezza della razza e, dunque, anche delle maggior espressioni artistiche di un popolo, aborriva il jazz, musica di neri, inascoltabile per un orecchio predestinato alla perfezione, anche se nei campi di concentramento il jazz, per chi soffriva, era una ventata di resistenza. Il Fascismo aveva i suoi aedi, che hanno partorito canzoni decisamente imbarazzanti, intrise di quel semplicistico ornato di parole ridondanti, slogan da grande impero privi di contenuti… Poi sappiamo come sono andate (fortunatamente per noi!) le cose. Rileggetevi i testi di queste preziose perle trasposte in musica, da Faccetta Nera a Me ne Frego! a Vincere Vincere Vincere. Mi permetto la prima strofa di quest’ultima: Temprata da mille passioni La voce d’Italia squillò! “Centurie, coorti, legioni, In piedi chè l’ora suonò”! Avanti gioventù! Ogni vincolo, ogni ostacolo superiamo! Spezziam la schiavitù Che ci soffoca prigionieri nel nostro mar! Non vi tedio oltre.

Venendo a tempi più recenti, anche durante il ventennio di dittatura brasiliana, tanto cara al presidente attuale, Jair Bolsonaro, la musica è stata vista come un pericoloso nemico da combattere. Caetano Veloso, Gilberto Gil, Chico Buarque, ma anche il regista Glauber Rocha oltre a politici e sindacalisti, furono costretti all’esilio. Ascoltatevi Cálice di Chico Buarque e di quel geniaccio incredibile di Milton Nascimento (Pai, afasta de mim esse cálice, Pai, afasta de mim esse cálice, Pai, afasta de mim esse cálice, De vinho tinto de sangue… Padre allontana da me questo calice, Padre, allontana da me questo calice, Padre, allontana da me questo calice, di vino rosso di sangue…), oppure Alegria Alegria di Caetano Veloso, diventati must della musica popolare brasiliana (MPB). Di canzoni simbolo contro poteri e strapoteri anche nelle nostre democrazie ce ne sono molte. Pensiamo a The Revolution Will Not Be Televised (1971) di Gil Scott Heron (di cui vi ho già parlato in questo post) o a Imagine (sempre 1971) di John Lennon, ma anche a God Save The Queen (1977) dei Sex Pistols, a Rock in The Casbah (1982) dei Clash, a Sunday Bloody Sunday (1983) degli U2; e ancora, a Killing in the name (1992) dei Rage Against The Machine, a Idioteque (2000) dei Radiohead o a Psycho (2015) dei Muse.

Frame da “Psycho” – Muse

Torniamo a Lukashenko: la musica fa così tanta paura che l’apparato del governo si prende la briga di ascoltare e leggere tutto (come d’altronde faceva il Minculpop, nel periodo fascista, e fa ogni dittatura oliata) per poi mettere il “visto… si ascolti”. Molte canzoni sono state “tagliate” in modo pretestuoso: testi troppo banali, o non convenienti, o inneggianti alla violenza, non adatti al fiero popolo d’appartenenza… Ne sa qualcosa, per esempio, Siarhei Mikhalok, il frontman della band punk-rock Lyapis Trubetskoy (qui con Kapital) e l’altra da lui  sempre fondata, anarco-rock, Brutto (qui con Giri). Dopo un esilio dai palchi del suo Paese, Mikhalok è potuto rientrare quattro anni fa, apparentemente libero ma… guarda caso i concerti o non potevano tenersi, o venivano rinviati per qualche problema.

La musica fa davvero paura: scuote gli animi, fa riflettere, invita a guardare un altro mondo possibile.

E chiudo: noi, che abbiamo la fortuna di vivere in Paesi dove si può criticare anche aspramente senza il timore di sparire o venire arrestati o esiliati, sappiamo usare questo dono immenso che è la libertà? L’abitudine, spesso gioca brutti scherzi. Non dovremmo mai dimenticare Giorgio Gaber e la sua La Libertà: «La libertà non è star sopra un albero/ Non è neanche il volo di un moscone/ La libertà non è uno spazio libero/Libertà è partecipazione». Pensiamo ai tanti, troppi Lukashenko ancora in giro  – e brutalmente attivi – sparsi nel mondo, pensiamo alla nostra facilità d’espressione che, per ossimoro, troppo spesso diventa difficoltà di esprimersi, pensiamo alla musica, un’arte così immensa e forte da intimorire il forte di turno. Basta, la finisco qui.

Che bella domenica con Paul Weller e il suo “On Sunset”!

Guardo i titoli dei giornali in questa domenica d’agosto. Bollino nero sulle autostrade, il giallo dell’estate servito con il tragico ritrovamento del corpo della donna scomparsa con il figlio piccolo a Messina, Napoli perde tre a uno con il Barça, il Brasile supera i 100mila morti nella pandemia coronavirus e il presidente Bolsonaro non ne parla (politica dello struzzo, quello di cui non si parla non esiste), i nuovi decreti emergenza del governo… Confesso che mi sale un preoccupante stato di impotenza.

Una tranquilla domenica d’agosto con i suoi nuovi contagiati, le solite polemiche di governo, le solite partite/non partite a porte chiuse, gli aridi bollettini giornalieri, senza alcun senso apparente… Tutto normale, mi dico, e meno male che c’è il sole e un vento accondiscendente rende piacevole il caldo di stagione.

Sto ascoltando – ed è questo il motivo di questo post domenicale – l’ultimo lavoro di Paul Weller. Il sessantaduenne artista inglese fa musica da quasi 50 anni: figlio di un tassista e di una “cleaner”, folgorato dai Beatles, dagli Who e Status Quo, è passato nei decenni del rock surfando, sempre sulla cresta dell’onda, dal punk alla new wave al mod revival con i The Jam al blues synth dei The Style Council per poi iniziare una proficua carriera solista. Weller ha un dono: compone con estrema facilità, gioca con i generi, li fa propri, li elabora, li fonde.

On Sunset, uscito a inizio estate, è un lavoro da ascoltare con attenzione, perché lì dentro c’è tutto il Weller pensiero, insomma un filo conduttore della sua vita artistica, fusione di generi, brillantezza, gioia, romanticismo, ricordi. Bellissimo in alcuni brani l’inserimento dell’organo Hammond (più che uno strumento un mito per la mia generazione) suonato dal suo amico Mick Talbot, tastierista anche negli Style Council, come in Baptiste, piccolo capolavoro: “I never used to pray I never been to church, But when I hear that sound, It goes to my heart, Straight to my soul…”. On Sunset, il brano che dà il titolo al disco, porta ad atmosfere che conducono in un mondo fatto di ritmo, sole, riff anni Settanta: “I was gonna say hi, But no one there, There’s me forgetting, Just how long it’s been/ And the palm trees sway, As a warm breeze blew, And the sun was high, On Sunset”…

Poche righe, ma un caldo invito, se non lo avete già fatto, ad ascoltare questo disco. Godetevelo, e la vostra domenica sarà sicuramente diversa!

Canzoni d’agosto, ecco cinque brani da ascoltare…

In questi giorni d’agosto visto che il lavoro inevitabilmente rallenta, mi sono rifugiato in montagna, sul massiccio del Grappa, in Veneto. Un buen retiro per pensare, leggere, ascoltare musica, guardare la natura, ricostruire un filo interrotto da mesi dove la parola “Covid” è stata pronunciata più di “Amore”, e “occupazione” non fa certo rima con “lavoro”. Dunque, divagazioni a parte, ho deciso di rendervi partecipi dei miei “ascolti” liberi, senza prevenzioni di sorta, perché la musica in fin dei conti è questo, libertà di ascoltare, di costruirsi dei mondi sonori, di farsi suggestionare, di viaggiare tra generi e artisti… conoscenza allo stato puro.

Inizio con cinque canzoni. Sono brani che sto mettendo in cuffia in questi giorni. Eccetto uno, il primo, un singolo di Billie Eilish pubblicato il 30 luglio scorso, sono contenuti tutti in album  degni di nota, pubblicati recentemente. C’è il sound essenziale e alternativo di Eilish, appunto, il rock new deal, essenziale e irriverente dei tre Dehd, la conversione di una popstar che – ammetto – pochissimo consideravo, con un album davvero ben confezionato e di spessore, Taylor Swift, le melodie psichedeliche dei Khruangbin, un altro trio, e, infine, l’immarcescibile Rufus Wainwright con You Ain’t Big, dal suo Unfollow the Rules.

Veniamo al dunque!

1 – My Future – Billie Eilish Sulla diciottenne artista losangelina avevo scritto uno dei miei primi post del blog. Dopo aver vinto quest’anno cinque Grammy, gli Oscar della musica, tra questi i cosiddetti Big Four, miglior canzone (Bad Guy), miglior album (When We All Fall Asleep, Where Do We Go?), miglior registrazione dell’anno e miglior cantante esordiente, la ragazza, con il fratello Finneas, suo alter ego, attore, produttore e musicista, ha messo a disposizione questo nuovo brano, scritto in periodo di lockdown (e sempre lì si ritorna…). Bello anche il video, dove Billie è in versione “anime”. Cercare di innamorarsi in tempo di clausura, ma non di qualche persona, bensì del proprio futuro. Questo il significato del brano: «’Cause I, I’m in love with my future, Can’t wait to meet her. And I, I’m in love, But not with anybody else, Just wanna get to Know myself»…

2 – Exile – Taylor Swift Come ha ben scritto Tgcom24.it la trentenne artista americana ha battuto ogni record con il nuovo Folklore, album decisamente bello e altrettanto diverso dai precedenti. A 30 anni, si sa, si inizia a vedere la vita in altro modo. Taylor ha cercato preziose collaborazioni nel circuito della musica indie Usa, come Aaron Dessner dei The National Justin Vernon (aka Bon Iver), musicisti come Jack Antonoff, ex chitarrista dei Fun, e tal William Bowery, nome quest’ultimo sconosciuto, probabilmente inventato per nascondere un altro artista. Un po’ di pepe non fa mai male, soprattutto quando tra i fan si accendono interminabili discussioni: c’è chi dice sia Ed Sheeran, chi Lorde (grande amica della Swift), chi addirittura Joni Mitchell, una delle fonti di ispirazione della popstar, o Lana del Rey… Discussioni che mi appassionano poco, ma siccome William Bowery ha scritto con Taylor la splendida Exile, interpretata con Bon Iver, un po’ di curiosità viene naturale…

3 – Loner – Dehd Il trio indie-rock di Chicago composto da Emily Kempf (basso e voce), Jason Balla (chitarra e voce) ed Eric McGrady (batteria) ha pubblicato a metà luglio un album davvero interessante e per certi versi singolare, nella – piuttosto piatta – scena rock di questi ultimi anni, Flower of Devotion. Come ha scritto Bandcamp, recensendo il disco: «An album for remembering the revitalizing feeling of inhaling fresh air – the aural equivalent of a gleam of hope». Anche Pitchfork ha detto la sua, ovviamente in positivo, mettendolo tra i Best Album Rock perché: «Dehd look you straight in the eye, sing you something discomfitingly simple and sincere». Strumenti essenziali, pochi ricami ma tanta passione…

4 – So We Won’t Forget – Khruangbin Un altro trio, composto da Laura Lee, basso, Mark Speer, chitarra, e Donald Ray “DJ” Johnson Jr, batteria, per un album, Mordechai, di bell’ascolto. Come assaggiare un buon vino estivo, che ne so, un bel rosato, frizzantino, dai sentori di pesca e frutta matura, beverino. Così è l’ultimo lavoro della band texana. Una nota di freschezza e spensieratezza per questa strana estate di questo strano anno bisestile. C’è world music, soul, psichedelia anni Settanta, insomma divertimento e relax…

5 – You Ain’t Big – Rufus Wainwright Il 47enne artista newyorkese naturalizzato canadese ha pubblicato il suo ultimo disco, Unfollow The Rules nell’aprile di quest’anno. Dentro c’è il “Rufuspensiero”, ossia quelle melodie pop sdolcinate che tanto piacciono ai suoi fan, ma anche esibizioni della sua bella voce in assoli da manuale. Tra i 12 brani di questo percorso a ritmi alternati ecco la giocosa You Ain’t Big, sound anni Sessanta, per una cavalcata nella pancia d’America, nelle storiche contraddizioni di un Paese, bianchi felici e neri in manifestazioni di protesta. Quanto mai attuale visto quello che è successo con George Floyd (proprio ieri è stato diffuso il video intero dei suoi ultimi attimi di vita) e le manifestazioni che sono seguite… Ironica e apparentemente sbarazzina. Ben riuscita!

Lookin’ For A Leader 2020: Neil Young continua la sua campagna

Dalle parole è passato alle note. Ritorno brevemente sulla dura campagna di Neil Young contro il presidente degli Stati Unit, Donald Trump. Dopo aver annunciato che si rivolgerà a un giudice per tutelare l’uso del suo brano Rockin’in the Free World, notizia di cui vi ho parlato un paio di giorni fa, l’artista ha rilasciato una nuova versione di un suo precedente brano, del 2006, Looking for a Leader (dall’album Living With War, quella volta, al centro delle sue canzoni, erano Bush e la sue bugie che hanno scatenato la guerra contro l’Iraq).

Lo ha battezzato Lookin’ for a Leader 2020 (cliccate sulla foto per ascoltarlo).

Dritto all’obiettivo: chitarra armonica voce e un cajon a scandire il tempo, Young invita gli americani a trovarsi un leader vero, uno che non «fa erigere muri attorno alla nostra casa». In una strofa ricorda Barack Obama: «… and we really need him now/The man who stood behind him has to take his place somehow/», sostenendo senza nominarlo, il vice di Obama e candidato dei democratici alla corsa presidenziale del novembre prossimo, Joe Biden.

Insomma, NY ha iniziato la sua personale campagna contro DJT. E si sa, visto il carattere, che l’osso non lo mollerà facilmente…