Breaknotes/ Donald Trump e la Bibbia… vanità e pregiudizio

Non so se lo avete notato, ma Donald Trump in foto viene più o meno sempre allo stesso modo:  un simil ghigno accentuato dalla pettinatura improbabile. Il personaggio in questione ha un bel po’ di problemi ultimamente. La pessima gestione della pandemia di coronavirus lo ha fatto cadere nei sondaggi – e le elezioni sono prossime. In aggiunta, le rivolte scatenate in tutto il Paese a seguito dell’assassinio a sangue freddo, impietoso e spietato, di George Floyd, afroamericano soffocato dal ginocchio di un poliziotto dall’aria e dai modi piuttosto criminali, ha costretto l’uomo più potente della Terra (dovremo iniziare a rivedere questa definizione guardando a Oriente…) in un angolo del ring dove da qualche anno saltella, si scansa e tira pugni ai suoi avversari.

Per riprendersi, tre giorni fa è uscito in passerella dal bunker della Casa Bianca per farsi una foto davanti a una chiesa, con la Bibbia in mano. Assomigliava tanto alle passeggiate/sfilate solitarie di Kim Jong Un. L’immagine mi ha colpito quanto quella dell’omicidio di Floyd. La faccio semplice, ma quell’uomo solitario, dritto come uno stoccafisso, che con il solito ghigno mostra la Bibbia davanti alla St. John’s Church, a due passi dalla Casa Bianca, superprotetto da poliziotti in tenuta antisommossa che pochi minuti prima, per permetterne l’esibizione, avevano sparato lacrimogeni e proiettili di gomma contro le persone che stavano manifestando, ha fatto incazzare molti, anche la reverenda Mariann Budd, vescovo episcopale di Washington, che ha definito l’incursione davanti all’edificio di culto «Un abuso di simboli sacri» e «un messaggio antitetico agli insegnamenti di Gesù e a tutto ciò che le nostre chiese rappresentano». Quale canzone poteva meglio rappresentare The Donald in quel momento? Non ho dubbi: You’re So Vain di Carly Simon. Qui sotto il testo…

You walked into the party

Like you were walking on to a yacht

Your hat strategically dipped below one eye

Your scarf, it was apricot

You had one eye in the mirror

As you watched yourself Gavotte

And all the girls dreamed that they’d be your partner

They’d be your partner, and

You’re so vain

You probably think this song is about you

You’re so vain (you’re so vain)

I’ll bet you think this song is about you

Don’t you?

Don’t you?

Oh, you had me several years ago

When I was still quite naive

When you said that we made such a pretty pair

And that you would never leave

But you gave away the things you loved

And one of them was me

I had some dreams, they were clouds in my coffee

Clouds in my coffee, and

You’re so vain

You probably think this song is about you

You’re so vain (you’re so vain)

I’ll bet you think this song is about you

Don’t you?

Don’t you?

Don’t you?

I had some dreams, they were clouds in my coffee

Clouds in my coffee, and

You’re so vain

You probably think this song is about you

You’re so vain (you’re so vain)

I’ll bet you think this song is about you

Don’t you?

Don’t you?

Well I hear you went up to Saratoga

And your horse, naturally, won

Then you flew your Learjet up to Nova Scotia

To see the total eclipse of the sun

Well, you’re where you should be all the time

And when you’re not, you’re with some underworld spy

Or the wife of a close friend

Wife of a close friend, and

You’re so vain

You probably think this song is about you

You’re so vain (so vain)

I’ll bet you think this song is about you

Don’t you?

Don’t you?

Don’t you?

You’re so vain

You probably think this song is about you

You’re so vain

You probably think this song is about you

You’re so vain

Musica e Solidarietà/Una canzone per Medici Senza Frontiere

La quarantena  ha avuto anche effetti positivi. Qualcuno inizierà a tirarmi pietre e parole, ma è vero: è stata una grande opportunità per guardarsi dentro e riflettere.

Un lavoro difficile da fare e che probabilmente abbiamo sempre rinviato adducendo milioni di scuse (llavoro, famiglia, stress…). Non la faccio lunga: tra i “positivi”, e non nel senso del virus, di questo lockdown possiamo annoverare sicuramente un gruppo di amici di diverse nazionalità, che si sono ritrovati (ciascuno a casa sua) per suonare e cantare un brano con uno scopo: raccogliere fondi per Medici Senza Frontiere, onlus attiva in oltre 70 Paesi nel mondo, tra Europa, Africa, Medio Oriente, Asia, Oceania e Sudamerica, per far fronte alle emergenze derivate dalla pandemia in corso.

Tutto è partito da un italo francese Max DB, chitarrista, ingegnere del suono, compositore e produttore franco- italiano, che vive a Parigi dove lavora come ingegnere del suono per le maggiori emittenti televisive francesi (TF1, M6, France Television). Nella sua quarantena ha composto un pezzo. «Ho chiesto a Johnny, mio amico fin dal liceo, di scrivere il testo», spiega lo stesso Max. Per la cronaca, Johnny Stein è un americano-danese- francese che vive a Parigi, lavora all’OCDE (The Organisation for Economic Cooperation and Development), ma è anche un bassista, cantante, scrive musica per divertimento e suona da sempre in band pop-rock.

Così è nata Come Whit Me, Stay Home Free. Ai due autori si sono affiancati altri amici e musicisti di diverse nazionalità. Racconta sempre Max: «C’è Manu, franco-portoghese, Liz americana,  Emanuela italiana, e poi ci sono Jean Luc, Pierre e Carole, francesi, i figli di  Johnny e Leo, irlandese, Luc e  Alannah… È stato un super lavoro mettere insieme tutti, ma ne è valsa la pena».

La raccolta  fondi avviene attraverso la piattaforma eppela.com (Come With Me – stay home free aiuta Medici senza frontiere). La causale di donazione non limita la raccolta all’Italia ma estende il ricavato all’emergenza covid19 in tutto il Mondo.

Quello che ci stanno insegnando i live streaming

Ieri sera, con Rufus Wainwright si è chiusa un’edizione “straordinaria” di Piano City, battezzata Piano City Milano Preludio 2020. L’evento dal vivo che in pochi anni s’è affermato come uno dei principali appuntamenti musicali del capoluogo lombardo si terrà, covid19 permettendo, in autunno.

Questi tre giorni di maggio (22/24), le date tradizionali, si sono tenute lo stesso, in live streaming. In alcuni casi, d’ottimo ascolto, in altri tremendamente metallici, tanto da risultare anonimi. C’erano grandi nomi da Remo Anzovino, a Boosta, da Rosey Chan a Chilly Gonzales (la sua lezione al pianoforte è stata davvero interessante), Silas Bassa, Ludovico Einaudi, s’è aggiunto anche Vinicio Capossela, assieme a tanti altri musicisti. 

In questi mesi di quarantena la musica ci ha fatto sempre compagnia, dalla classica al pop, passando per rock e jazz, rap e contemporanea, artisti da tutto il mondo si sono esibiti collegandosi da uno smartphone o da un computer, come tanti “busker” nelle loro case, chi davanti a un pianoforte, chi con una chitarra, chi con una base pre-registrata. Come per molte altre cose (tante, a dire il vero) la quarantena ci ha obbligato a rivedere il nostro modo di vivere, guardare, ascoltare.

In particolare, nel live streaming abbiamo ascoltato – e visto – super musicisti, rockstar, popstar in versione casalinga, come mai ci saremo aspettati di immaginarli. Si esibivano per rimanere sostanzialmente vivi e presenti, una necessità bilaterale, a dire il vero… È come se improvvisamente, dai potenti diffusori digitali si fosse passati alle prime radioline portatili, gracchianti, metalliche, prive di colore e profondità. L’uomo, come tutti gli esseri viventi di questo mondo, ha una buona capacità di adattamento.

In questo momento, come hanno ricordato in tanti, anche la musica è profondamente penalizzata. Non sto pensando ai soli artisti, alle pop star milionarie, ma a chi contribuisce a renderli tali. Ad esempio, i tecnici, fonici, light designer, coloro che lavorano dietro al palco per garantire una performance perfetta a una band, un’orchestra, un cantante. E anche ai turnisti, musicisti e coristi, che vivono di palco in palco. Queste persone, altamente professionali, oggi non hanno voce, non hanno un sindacato che li difenda né una valida prospettiva per almeno un anno. Bisognerà fare qualche cosa.

Ci sono un po’ di idee in giro tra gli addetti al settore: per esempio, l’ultima arrivata proprio oggi, 26 maggio, quella di Machete Aid on Twitch, 12 ore di diretta streaming, venerdì 5 giugno dalle 15 sul canale @MacheteTV di Twitch, per raccogliere fondi a supporto «del settore musicale italiano, messo a dura prova dall’emergenza sanitaria causata dal COVID-19», come spiegano gli organizzatori della crew hip-hop. Sempre i vulcanici ragazzi: «Durante la diretta interverranno vari artisti e personalità provenienti dal mondo della musica, dello spettacolo, dell’eSport, della cultura e delle istituzioni». Ci sono altre raccolte fondi in corso, come quella di Music Innovation Hub, ma ne parleremo a tempo debito…

A proposito di live streaming leggevo un interessante articolo di Alex Ross, critico musicale del New Yorker proprio su tutti questi argomenti. Il titolo? Concert in the Void, “Concerti nel vuoto”. Ross nota come queste esibizioni siano il più delle volta tremende, persino imbarazzanti, perché non accuratamente microfonate, con una scena difficile, le case di ciascuno, che distraggono l’ascoltatore, contribuendo a ridefinire sostanzialmente il concetto di ascolto. Però, scrive l’autore, «Documentano, con il potere obliquo che le arti possiedono, una straordinaria fase umana nella storia. La loro mera esistenza è incoraggiante e, a volte, raggiungono un potere sorprendente».

In effetti, la quarantena ha scatenato la creatività di artisti come Florent Ghys, musicista francese di 41 anni, che in questi giorni ha pubblicato in rete alcune sue composizioni basandosi su un coro molto particolare, che lui ha battezzato Cats&Friends (sì un coro di animali!), rielaborando brani di maestri come Erik Satie (Gymnopédies), o lo Stabat Mater di Pergolesi. Possono far inorridire i puristi, ma sono un uso “virtuoso” del mezzo a disposizione per comunicare, provocare, far riflettere…

Ricordate l’intervista a Fabrizio Sotti che ho pubblicato qualche giorno fa? Richiamava la “classe media della musica” e il rischio che questa, in appena un anno, possa venire cancellata definitivamente. Lui parlava del jazz. Zach Finkelstein, un tenore di Seattle, ha aperto un blog, The Middle Class Artist, dove discute, collega, provoca, cerca di tenere insieme, appunto, la classe media degli artisti, gli onesti lavoratori del palco e delle sale d’incisione per cercare una via d’uscita alla crisi.

E andiamo a concludere: i live streaming casalinghi dunque servono? Nel lockdown sono stati essenziali per moltissime persone (e lo sono tuttora). Hanno aiutato artisti e pubblico. Ma è stata una fase, e in quanto tale, questa deve essere superata. Con la fine delle varie quarantene sarà possibile continuare sulla strada del live streaming, magari fatto in modo professionale con tutti i lavoratori della musica protagonisti, dalla star al fonico, così si potrà ascoltare un’esibizione perfetta, pagandola, sì, pagandola!, come si paga un qualunque film sulle piattaforme. In attesa di ritornare ad affollare teatri, club o super concerti.

Tre album da… trasporto spazio temporale!

Oggi è il grande giorno: finalmente liberi! Giusto? Pensatela come volete, non sono in vena di celebrare nuove semilibertà. E, se devo essere proprio sincero, la quarantena o lockdown come vogliate chiamarlo, mi ha dato, oltre alle ansie iniziali, anche la possibilità di meditare su tutto. Avere, per esempio, la libertà di essere trasportato in mondi (musicali, culturali) sconosciuti, trasporti spazio-temporali avanti e indietro nel tempo, dal planare sui fumosi club dove si suonava il primo jazz, ad atterrare in pianeti d’avanguardia, alla ricerca di musicisti con la mente proiettata al di là del canonico pentagramma, è stato tutto un rincorrersi di storia e futuro.

La musica ha questo compito, rappresentare l’essenza dell’uomo in un determinato momento della sua evoluzione, tradurre le sue emozioni, ansie, aspettative in melodia. In queste nuove orbite stimolanti mi hanno colpito tre dischi, tre lavori diversi tra loro ma essenzialmente d’ascolto. Nessuno di questi vi catturerà subito. Ed è giusto che sia così: vanno ascoltati e riascoltati, scoperti un po’ alla volta, con attenzione per percepirne sfaccettature, costruzioni, complessità. Li conoscerete sicuramente, visto che sono artisti che circolano da tempo, ma condividere un buon ascolto equivale a gustarsi un buon bicchiere di vino tra amici. Noterete che in tutti e tre gli album c’è un’ispirazione comune, un gruppo rock dirimente degli ultimi trent’anni di musica, i Radiohead…

Il primo autore si chiama Moses Sumney, ha 29, è americano di origini ghanesi. Molti sicuramente ricorderanno la sua canzone Doomed contenuta nella fortunata serie Orange is the new black, dal suo primo album Aromanticism del 2017. Album dove il silenzio è componente essenziale della composizione, studiato nei minimi particolari. D’altronde anche il nostro Ezio Bosso non si stancava di dire che «anche i silenzi hanno un suono». Moses ha una voce che raggiunge le sonorità di Thom Yorke dei Radiohead, o gli acuti di Anonhi (Antony Hegarty, artista transgender che ricorderete nel gruppo Anthony and the Jonhnsons alla fine degli anni Novanta) o anche i falsetti di Prince. Ok, Moses ha pubblicato il 15 maggio Græ, secondo lavoro, un doppio album, nonostante sia attivo da diversi anni. Uno molto cauto, che ha aspettato a farsi conoscere per non bruciarsi subito come un fuoco fatuo. Una delle canzoni contenute nel suo ultimo lavoro, Polly, l’ha trasposta in video nel dicembre scorso. Capolavoro di semplicità e comunicazione. Il brano che suona sotto e lui che fissa in camera, una maglietta nera, un paio di chitarre appese alla parete, un piano a muro. Inizia a piangere, le lacrime scivolano sul suo volto e la canzone va. Nessun movimento se non una mano passata sul viso per asciugare il pianto. Ascoltate Gagarin o Cut Me (anche i video non sono per niente scontati…).

Il secondo è “nostrano” dei torinesi Subsonica. Il titolo, Mentale Strumentale, riassume bene il contenuto di questo lavoro realizzato sedici anni fa e mai pubblicato. Un disco fatto apposta per rompere con l’allora casa musicale (la Mescal), diventato una sorta di “riassunto” della musica dei Subsonica e delle origini del loro sound, reso finalmente disponibile dal 24 aprile scorso. Dall’attacco Decollo ()Voce Off) in stile Florian Schneider/Kraftwerk alle divagazioni sensoriali dei Pink Floyd con Syd Barret di Interstellar Overdrive, alle sonorità dei Radiohead (e ritornano ancora, ma non finisce qui!). Anche in questo caso, questo viaggio nel futuro concepito dalla band è un percorso non senza ostacoli sonori. Che vanno affrontati, ascoltati e mai aggirati. S’impone un ascolto plurimo per comprendere e abbandonarsi a questo “Intergalactic travel”. Il disco, per rimanere in tema di stretta attualità, ha anche un fine sociale: i proventi della vendita sostengono la Fondazione Caterina Farassino che si è occupata dell’emergenza coronavirus, con “Respira Torino”, raccolta fondi per gli ospedali di Torino e Asti in emergenza covid19. Ascoltate Cullati dalla Tempesta.

Ultraista album cover

Ultima band, che nel circuito amanti-Radiohead è famosissima. Sono gli Ultraísta, attiva da circa dodici anni, è costituita da Laura Bettinson, Nigel Godrich e Joey Waronker (gli ultimi due, membri della super formazione Atoms For Peace costituita da Thom Yorke con Flea, mitico bassista dei Red Hot Chili Peppers e il percussionista Mauro Refosco nel 2013). Nigel è anche lo storico produttore dei Radiohead. Tornando agli Ultraísta; il loro album, Sister, è uscito il 13 marzo, in piena pandemia qui in Italia. È un linguaggio che ha basi solide, un rock sperimentale con la voce ovattata di Laura che si muove tra le onde di sintetizzatori mosse in un lieve e continuo turbinio da Nigel e le trame ritmiche di Waronker, batterista con solide esperienze. La passione del trio per l’Afrobeats e la musica elettronica si sente, eccome, ma il cercare di andar oltre, perfezionare quest’arte in divenire è un imperativo assoluto per il gruppo, come dimostra la tosta Tin King o la bellissima Water in my Veins.

Pasquetta, alla ricerca del nostro personale paesaggio sonoro

Pasquetta, le previsioni danno più o meno bello in tutta Italia. Il giorno della tradizionale gita fuoriporta, dei pranzi al sacco o nelle trattorie caratteristiche, delle compagnie in movimento. E vabbè, lo sappiamo, non si può fare. Per fortuna, non dimentichiamolo, siamo dotati di una mente che ci permette di fare praticamente tutto quello che vogliamo. Quindi, oggi, impegniamoci a usare la testa in modo creativo. D’altronde c’è gente che lo fa per lavoro, vivendo mille mondi diversi, sognando alchimie che poi diventeranno opere d’arte, un libro, un quadro, una musica. E poiché di questo scrivo, voglio invitarvi a fare un gioco, seduti comodamente nelle  poltrone delle vostre case, o sul divano in terrazzo o, semplicemente, affacciati alla finestra. Guardare, pensare, giocare con ciò che vediamo, immaginando la giusta colonna sonora. Ok, prima di lasciarci andare con la fantasia, vi indirizzo verso dei professionisti dei “Paesaggi Sonori”. Già, “Paesaggi Sonori”. Esistono, c’è una corrente musicale che li sta percorrendo da anni, e che ci sta mettendo tutto l’impegno e la creatività necessarie. Oggi, lunedì di Pasquetta, ci inventeremo anche noi il nostro “paesaggio sonoro” e ce lo porteremo nel cuore come una delle gita più belle che abbiamo fatto nella nostra vita.

Prima, dunque, qualche spunto. Tra i maestri di questo genere, possiamo annoverare Christophe Chassol, nato in Martinica, Caraibi, a Fort-de-France, nel 1976. È il fondatore di una corrente musicale che ha chiamato Ultra-Scores, una sorta di composizioni estreme dove Chassol, guardando una scena, anche banale, come delle bimbe che giocano a battimani in un parco, “costruisce” una melodia che si integra perfettamente con quello che sta vedendo. Faccio prima a mostrarvelo. Dall’ultimo album, Ludi, evidentemente riferito ai giochi, uscito il 6 marzo scorso, ascoltate Savana, Céline, Aya. Il titolo porta il nome delle tre ragazzine che, chiamandosi a ruota, giocano a battimani, creando già di per sé, un ritmo. Attorno a questo, Christophe ha costruito una melodia. Sempre dal suo ultimo lavoro, un lungo album particolarmente entusiasta, brillante la sua esperienza sulle montagne russe, che ha trasformato in una sarabanda musicale perfetta dal titolo Rollercoaster. Il brano è diviso, come il precedente, in due parti: Chistophe riesce a far diventare un giro sulle montagne russe una incredibile esperienza. Ti sembra di essere seduto accanto a lui, di condividere l’ansia e la gioia, il divertimento e la paura…

Oltre al compositore caraibico, stando sempre sul “battimani” ho scovato questo brano di Steve Reich, uno dei maggiori compositori contemporanei, 83 anni, newyorkese, assieme a Colin Currie, 43 anni, percussionista scozzese che ha fondato addirittura un gruppo, The Colin Currie Group, per eseguire le musiche composte da Reich. In questo brano, chiamato Clapping Music, tratto da un concerto registrato alla Fondation Louis Vuitton di Parigi, divenuto un disco pubblicato il 12 aprile 2019, Steve, Colin, il suo gruppo e le Sinergy Vocals tengono un concerto dove la musica è una solida e possibile colonna sonora di nostri pensieri e immagini. Qui, il loro Clapping Music, accennato in una breve presentazione.

Assieme a questi artisti non posso non citarvi anche un altro grande sognatore, un paesaggista della musica. Viene dal Brasile come il grande architetto paesaggista Roberto Burle Marx, quello che ha contribuito a disegnare il verde di Brasília per esaltare le architetture di Oscar Niemeyer. Lui, Hermeto Pascoal, 83 anni, alagoano, è invece l’architetto delle note e dei sogni. Nato in mezzo alla natura, l’ha osservata fin da piccolo, inventandosi musica con tutto quello che trovava. Dal piccolo villaggio del Nordeste brasiliano dove ha passato l’infanzia, a oggi, Hermeto è diventato uno dei musicisti di maggior spessore sia nel suo Paese che all’estero (negli Stati Uniti è considerato un mito). Polistrumentista, gioca con le note e il ritmo per creare immagini, percorsi sonori, strade d’avventura senza una destinazione, spunti, piccole storie immaginifiche, come Musica Das Nuvens e do Chão, un suo cavallo di battaglia (musica delle nuvole e della terra), qui dal disco The Monash Session del 2013, registrata con il percussionista Jordan Murray e il chitarrista Dan Mamrot. Oppure Arrasta Pé Alagoano, brano tratto dall’album Cérebro Magnético del 1980.

E veniamo a noi. Siete pronti? Oggi, lunedì di Pasquetta, giornata delle gite fuoriporta, viaggeremo attraverso la musica. Scegliamo il nostro “panorama”, la nostra “ambientazione”, e poi, con calma, andiamo sulle nostre app di streaming musicale, curiosiamo tra i nostri cd e i vecchi vinili quale melodia, album, artista, potrebbe essere la giusta colonna sonora per noi. Divertitevi e lasciate che la musica vi illumini queste ore…

USA/ Onore ai musicisti caduti per coronavirus

Premessa; non prendetela come un’ode funebre, né come il solito attacco al solito presidente degli Stati Uniti disattento e fanfarone. Nella musica c’è quell’aura di immortalità che fa sentire tutti i tuoi artisti preferiti sempre vicini, vivi e vegeti, anche se non lo sono da decenni, impressi nella mente come li ricordavamo in una cover di un disco o in un concerto. Vedi Jimi Hendrix, David Bowie, Jim Croce, Janis Joplin, Frank Zappa, Jim Morrison, Stevie Ray Vaughan e altre centinai di grandi che continuano a restare con noi ogni giorno. Ma… c’è un ma abbastanza grosso che voglio condividere con voi. Se volete, una triste constatazione. Negli Stati Uniti, dove la situazione covid19 è piuttosto complessa come potete leggere anche in questa news di qualche giorno fa su tgcom24 – a New York si scavano fosse comuni ad Hart Island  e nel New Jersey consigliano di rispettare la distanza di sicurezza ricorrendo all’all’altezza di Bruce Springsteen (che poi, in realtà, risulta essere tre centimetri in meno di quanto dichiarato, ma poco importa), nell’arco di 22 giorni si sono trasferiti nel mondo dei più ben 9 musicisti. Di alcuni, probabilmente, ne avete sentito parlare, di altri avrete ascoltato ben poco, ma tutti e dieci fior di nomi, professionisti, molto seguiti nel continente americano. Di questi (e lo scorrazzare del coronavirus per le praterie americane ne è più che un indizio), tre sono morti a Nashville, Tennessee, la città del country, la patria di un genere che negli States gode di una florida e assoluta posizione di privilegio nel mondo dell’industria musicale, quattro a New York, uno nel New Jersey e un altro a New Orleans.

L’ultimo in ordine cronologico – e anche il più famoso oltre i confini USA – era un songwriter country di buon spessore per la bravura ma anche per i temi politici che affrontava nelle sue canzoni: John Prine, 74 anni. Nato nell’Illinois è morto a Nashville. La rivista Rolling Stone America lo ha definito uno dei maggiori cantautori americani, un artista che, testuale, «per cinque decenni ha scritto canzoni ricche e semplici che raccontavano le lotte e le storie di tutti i giorni dei lavoratori e che ha cambiato il volto della moderna musica di radice “americana”». Insomma, quello che noi qui in Italia avremmo chiamato il “cantautore impegnato”. Il suo primo album, che portava come titolo semplicemente il suo nome, pubblicato nel 1971, è stato una ventata d’aria fresca per il genere – qui lo ascoltiamo in Illegal Smile. L’ultimo, del 2018, The Tree of Forgiveness, ha la sua provocatoria canzone-testamento, When I Get To Heaven. «Quando arriverò in paradiso, stringerò la mano di Dio, lo ringrazierò per le tante benedizioni, più di quante un uomo ne possa tollerare. Poi prenderò una chitarra e farò una rock-n-roll band, sistemazione in hotel di lusso; non è fantastico l’aldilà? E poi andrò a prendere un cocktail: vodka e ginger ale; Sì, fumerò una sigaretta lunga nove miglia, Bacerò quella bella ragazza sulla giostra, Perché questo vecchio sta andando in città…»

When I get to heaven, I’m gonna shake God’s hand
Thank him for more blessings than one man can stand
Then I’m gonna get a guitar and start a rock-n-roll band
Check into a swell hotel; ain’t the afterlife grand?

And then I’m gonna get a cocktail: vodka and ginger ale
Yeah, I’m gonna smoke a cigarette that’s nine miles long
I’m gonna kiss that pretty girl on the tilt-a-whirl
‘Cause this old man is goin’ to town

Then as God as my witness, I’m gettin’ back into showbusiness
I’m gonna open up a nightclub called “The Tree of Forgiveness”
And forgive everybody ever done me any harm
Well, I might even invite a few choice critics, those syph’litic parasitics
Buy ‘em a pint of [?] and smother ‘em with my charm

‘Cause then I’m gonna get a cocktail: vodka and ginger ale
Yeah I’m gonna smoke a cigarette that’s nine miles long
I’m gonna kiss that pretty girl on the tilt-a-whirl
Yeah this old man is goin’ to town

Yeah when I get to heaven, I’m gonna take that wristwatch off my arm
What are you gonna do with time after you’ve bought the farm?
And them I’m gonna go find my mom and dad, and good old brother Doug
Well I bet him and cousin Jackie are still cuttin’ up a rug
I wanna see all my mama’s sisters, ‘cause that’s where all the love starts
I miss ‘em all like crazy, bless their little hearts
And I always will remember these words my daddy said
He said, “Buddy, when you’re dead, you’re a dead pecker-head”
I hope to prove him wrong, that is, when I get to heaven

‘Cause I’m gonna have a cocktail: vodka and ginger ale
Yeah I’m gonna smoke a cigarette that’s nine miles long
I’m gonna kiss that pretty girl on the tilt-a-whirl
Yeah this old man is goin’ to town
Yeah this old man is goin’ to town

Un altro artista, ben più giovane, aveva 53 anni, che il primo aprile ha ceduto a quel piccoletto maledetto, è Adam Schlesinger. Newyorkese purosangue era stato, il fondatore dei Fountain of Wayne assieme a Chris Collingwood, collega di studi. Adam suonava il basso nella band, che faceva un rock scanzonato, leggero, ballabile e godibile, la classica musica da viaggio, e cazzeggio, vedi la loro più famosa canzone Stacy’s Mom dall’album Welcome Interstate Managers del 2003. Adam nella sua carriera ha scritto molte musiche per film, una è stata anche candidata all’Oscar: That Thing You Do per la colonna sonora del film Music Graffiti di Tom Hanks del 1996. 

Sempre a New York, il 29 marzo se n’è andato a 69 anni Alan Merrill, vocalist divenuto un autentico mito in Giappone negli anni Sessanta. Lo conoscerete sicuramente per un brano che fatto storia, I Love Rock and Roll, che scrisse assieme a Jack Hooker (insieme erano negli Arrows, loro band che ebbe vita breve), e che la suonarono nel 1975. Nell’ultimo disco, pubblicato l’anno scorso, dal titolo Radio Zero, anche una sua profetica canzone, Goodby Rock’n’Roll HeroesAl Mount Sinai West hospital di New York, s’è spento il 7 aprile, a 79 anni, Eddy Ray Davis. Conosciuto come il “Manhattan Minstrel”, ha suonato da virtuoso il banjo, nella band da lui diretta con Woody Allen, e nella The Eddy Davis New Orleans Jazz Band. A darne notizia è stato lo stesso regista-musicista sulla sua pagina Instagram: «It is with deep sadness that I share with you that our beloved friend and banjo player Eddy Ray Davis died today on April 7, 2030 at 5:13pm in NYC». Qui Allen e Davis con la loro orchestra in Wild Man Blues

Il 29 marzo è toccato a un altro cantante di musica country, Joe Diffie, 61 anni, morto a Nashville. L’apogeo della sua carriera Joe lo raggiunge negli anni Novanta. Per il popolo del country una dura perdita: Diffie era una delle più brillanti ed espansive voci del genere. Una per tutte: Pickup Man

Dal country all jazz: a 59 anni, ne avrebbe compiuti 60 il 25 maggio prossimo, in un ospedale del New Jersey ha finito di lottare Wallace Roney, grande trombettista uno che ha avuto come maestri Dizzy Gillespie e Miles Davis. Qui ascoltiamo Lost. Un altro grande del jazz a lasciarci, pianista e patriarca di una stirpe di musicisti incredibili, è Ellis Marsalis 85 anni,  padre di Wynton e Branford, che ben conosciamo. S’è spento il primo aprile a New Orleans, dov’era nato il 14 novembre del 1934. Il sindaco della città, LaToya Cantrell, su Twitter ha scritto: «Ellis Marsalis was a legend. He was the prototype of what we mean when we talk about New Orleans jazz».

Il primo di aprile, nella sua casa di Saddle River, New Jersey,  se n’è andata un’altra leggenda, John Bucky Pizzarelli, alla veneranda età di 94 anni, sempre a causa del coronavirus. Eccolo, assieme ad Howard Alden in un brano, In a Mellow Tone, dall’album omonimo del 2003. E anche l’hip hop ha perso un suo artista, sempre a New Orleans a causa del virus. Il più giovane tra quelli che vi ho elencato in questo post. Deejay Black N Mild, al secolo Oliver Stokes Jr. Aveva appena 44 anni e  faceva un gran lavoro tra i ragazzi, e nelle radio della città. Insomma, un piccolo, grande mito locale.

Mi sembrava giusto ricordarli tutti…

Anche la pandemia da covid19 ha il suo… Live Aid

Dunque ci siamo, il 18 aprile – fuso italiano le 2 del mattino – anche la pandemia da covid19 avrà il suo “Live Aid concert”. Organizzato da Lady Gaga che ne ha lanciato l’idea, subito raccolta dalle grandi rockstar del pianeta, si chiamerà One World: Together at Home. Tra i musicisti che hanno dato la loro adesione oltre a Lady Gaga, Sir Paul McCartney, Elton John, Andrea Bocelli, Alanis Morisette, Chris Martin dei Coldplay, Billie Joe Armstrong, frontman dei Green Day, Lizzo, Billie Eilish, il grande Eddie Vedder dei Pearl Jam, Steve Wonder… Un evento insolito rispetto a quelli dello stesso genere organizzati nel corso degli anni, come ricordato qui sotto.

Ogni artista starà, ovviamente, chiuso nella sua abitazione/studio/giardino da dove si esibirà. “Insieme a casa”, promette l’incipit dell’evento. Per il resto potremmo immaginarcelo come uno show stile Live Aid, considerato il maggior concerto rock di sempre, organizzato da Bob Geldof per raccogliere fondi contro la fame in Eritrea, tenutosi in successione satellitare, il 13 luglio 1985, al Wembley Stadium di Londra e al John F. Kennedy Stadium di Philadelphia. Fu quello che portò nell’Olimpo degli Intoccabili i Queen con la loro spettacolare esibizione: l’ingresso cinematografico allo stadio di Wembley di Freddie Mercury – incarnato da Rami Malek – visto di spalle nel film Bohemian Rapsody, è uno dei più bei momenti di cinema degli ultimi anni, ma rappresenta anche la tensione e il pathos di quel momento. 

Qui sarà diverso, un grande evento musicale senza pubblico, nada di folle oceaniche, nessun contatto fisico, tutto rigorosamente oltre il metro, tutto affidato alla mente, alla capacità di coesione, ai sentimenti, all’unità, alla percezione che il mondo dopo la pandemia non sarà più lo stesso, che la normalità di prima non sarà più la normalità di domani.

L’altra sera Ra5 (che dio la benedica!) ha ripreso da una delle teche Rai il concerto poi diventato film The Concert for New York City, organizzato da Paul McCartney per la città New York, in ginocchio dopo l’attacco di Al Qaeda alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001. Un concerto, sempre di beneficenza, dedicato soprattutto ai Pompieri e alla Polizia cittadina che hanno sacrificato molte vite per salvare più persone possibili in quel terribile disastro. Il mega show è “andato in onda” il 20 ottobre sempre dello steso anno, al Madison Square Garden. Belle le sequenze di Paul, dietro le quinte mentre segue le esibizioni dei vari artisti (allora furono proiettati anche docufilm, testimonianze di registi famosi da Martin Scorsese a Woody Allen a Spike Lee), le visite in camerino di amici e rockstar come James Taylor, i loro ricordi di giovani musicisti quando James, poco più che ragazzo, condivideva con Paul, allora nei Beatles, lo stesso mitico studio di registrazione – a lui toccava registrare la sera, quando i Fab Four avevano terminato il loro lavoro -, l’arrivo di Bill Clinton che confessa a Taylor quanto gli manchino le loro escursioni in barca, l’abbraccio con Elton John, l’esibizione brillante di Mick Jagger e Keith Richards, quella degli Who, di Eric Clapton, Sheryl Crowe, David Bowie, dei Bon Jovi, diventato un album e anche un film. Altra parentesi: bello l’incontro del baronetto con i pompieri, che ringrazia ricordando come anche suo padre in gioventù fu un fireman

Questo, come il Live Aid o altri concerti “benefici” è uno degli esempi di come la musica riesca sempre ad accendere anime e menti, a rendere sensibili, coinvolgere le persone attraverso un’arte condivisa. La musica arriva ovunque, è un veicolo di forza, fiducia, sogni, amore, utile in un momento di grande sconforto e apparente impotenza com’è oggi.

Gigi Radice, un mio caro amico, ieri mi ha ricordato, in questi mesi di “separazione forzata”, l’esistenza di un link, una produzione della Playing For Change Foundation – fondazione che si prefigge di diffondere la cultura musicale nei ragazzi in difficoltà con progetti ultranazionali – realizzata nel settembre del 2019, in tempi non sospetti, dunque!, con grandi musicisiti del rock blues internazionale, da un’idea di Robbie Robertson e Ringo Starr per celebrare i 50 anni dall’uscita di The Weight, canzone simbolo del gruppo canadese The Band, contenuta nel loro primo album Music From Big Pink, di cui Robbie faceva parte. Un brano straordinario, usato nelle colonne sonore di film, ripreso da un’infinità di musicisti, insomma, un’icona della musica e della controcultura americana. Ascoltatelo e vedetelo questo video dove partecipano 21 musicisti, c’è anche Roberto Luti, bluesman livornese di grande bravura, Char, uno dei migliori chitarristi rock giapponesi, l’hawaiana Taimane, esperta di ukulele, il nepalese Rajeev Shrestha genio del sitar, le sorelle Rebecca e Megan Lovell, in arte Larkin Poe (di loro ne ho parlato in quest’altro post) registrati in dieci paesi diversi – America, Italia, Giappone, Inghilterra, Congo, Barhein, Spagna, Argentina, Nepal, Jamaica – per cinque continenti.

Per molti, un ritorno al passato, per i più giovani un sano, robusto rock blues reinterpretato con gli strumenti più vari, a dimostrazione che la musica è musica che si faccia con una chitarra o un sitar, con la voce o con un tamburo. Musica che unisce a dispetto della cultura d’origine e del linguaggio usato sulle sette note. A vederlo ora, in piena quarantena, è un inno alla resistenza… Qui il testo, per cantarlo insieme in questo lungo abbraccio di note…

I pulled into Nazareth, was feelin’ about half past dead
I just need some place where I can lay my head
Hey, mister, can you tell me where a man might find a bed?
He just grinned and shook my hand, “no, ” was all he said
Take a load off, Fanny
Take a load for free
Take a load off, Fanny
And (and) (and) you put the load right on me
(You put the load right on me)
I picked up my bag, I went lookin’ for a place to hide
When I saw Carmen and the Devil walkin’ side by side
I said, hey, Carmen, come on let’s go downtown
She said, “I gotta go, but my friend can stick around”
Take a load off, Fanny
Take a load for free
Take a load off, Fanny
And (and) (and) you put the load right on me
(You put the load right on me)
Go down, Miss Moses, there’s nothin’ you can say
It’s just ol’ Luke and Luke’s waitin’ on the Judgment Day
Well, Luke, my friend, what about young Anna Lee
He said, do me a favor, son, won’t you stay and keep Anna Lee company?
Take a load off, Fanny
Take a load for free
Take a load off, Fanny
And (and) (and) you put the load right on me
(You put the load right on me)
Crazy Chester followed me and he caught me in the fog
He said, I will fix your rack, if you’ll take Jack, my dog
I said, wait a minute, Chester, you know I’m a peaceful man
He said, that’s okay, boy, won’t you feed him when you can?
Yeah, take a load off, Fanny
Take a load for free
Take a load off, Fanny
And (and) (and) you put the load right on me
(You put the load right on me)
Catch a cannon ball now to take me down the line
My bag is sinkin’ low and I do believe it’s time
To get back to Miss Fanny, you know she’s the only one
Who sent me here with her regards for everyone
Take a load off, Fanny
Take a load for free
Take a load off, Fanny
And (and) (and) you put the load right on me
(You put the load right on me)

Saudade, ecco il rimedio per la quarantena

Saudade. Parola sulla quale si è discusso – e si discute ancora – molto. Solo pochi ne comprendono il significato, in buona sostanza, portoghesi e brasiliani. Aggiungo, per dovere di storia, anche un’altra parola, Banzo, eh sì, una sorta di Saudade ma dei popoli africani che si sono ritrovati schiavi in Brasile e in altri paesi occidentali, prede di mercanti e di tratte. Il banzo lo avvertirono, soffrirono, rielaborarono i neri della diaspora, come sono stati definiti in Brasile. Ma qui ci inoltriamo in ragionamenti psico-sociologici che meriterebbero ben più di un semplice post su un blog.

Torno alla Saudade e sul perché ho deciso di parlarvene oggi. Siamo chiusi nelle nostre case ormai da quasi un mese, o forse più, accidenti ecco il rischio, perdere la cognizione del tempo. Ci si arrabatta, si lavora in smart working, si fanno vari giri pensosi per la casa, cosa mi accadrà dopo, ma quando è il dopo?, nulla tornerà come prima… cosa che potrebbe persino essere eccitante: pensare di ripensare un modo di vivere. Per lo più si pensa a quello che di bello si faceva fuori e che davi per scontato, piccoli atti che facevano parte dell’esistenza di ciascuno di noi. Ecco questa è la… Saudade. Credo che questa parola, intraducibile, sia riduttiva pensarla solo come “nostalgia”, come la intese il creatore di questo neologismo, un giovane medico svizzero, Johannes Hofer, nel 1688 quando pubblicò la propria tesi di laurea sulla depressione dei militari svizzeri lontani da casa perché impegnati in guerra, unendo due parole greche, νόστος (ritorno a casa) e άλγος (dolore, sofferenza). Sì, certo, è anche questo, ma è quel qualcosa d’altro che hai dentro, quella sensazione profonda che fa parte di te, ereditata geneticamente mi spingo a dire, una piccola parte nella catena del DNA… Ed eccoci: sì ho Saudade, una “deslumbrante” (fulgida) Saudade. Di una strada che percorrevo tutti i giorni, di persone che si incontravano, di un respiro a pieni polmoni in piazza Duomo, di uno spritz (col Campari, rigorosamente!) dalla mia amica Silvia alle Biciclette, di un concerto, di una sera a teatro o a un cinema che ti apriva la testa.

Jô Soares, drammaturgo, scrittore, presentatore televisivo e raffinato intellettuale brasiliano, in un post su Facebook di qualche anno fa sulla Saudade scriveva: «Não importa: a saudade arde. Mas serve para nos mostrar como o outro é importante. Serve para mostrar como pequenas coisas fazem falta. A saudade faz a gente prestar mais atenção no outro. E, principalmente, a saudade mostra o que é de verdade», “Non importa: la saudade brucia. Ma serve a ricordarci come l’altro sia importante. È utile a indicarci come si senta la mancanza delle piccole cose. La Saudade ci obbliga a focalizzarci sull’altro. E soprattutto, la Saudade mostra ciò che è veritiero…”.

Dunque, questa è la Saudade? Il rimpianto e il desiderio di avere o rivivere, una cosa, come canta con quella sua voce incredibilmente carnosa Maria Bethânia, sorella di Caetano Veloso, nell’album Tua del 2009, brano scritto da Chico César e Paulo Moska. Negli ultimi versi Maria dice:

A casa da saudade é o vazio
O acaso da saudade, fogo frio
Quem foge da saudade
Preso por um fio
Se afoga em outras águas
Mas do mesmo rio

La casa della saudade è il vuoto
La casualità della saudade, un freddo fuoco
Chi scappa dalla saudade
Tenuto per un filo
Si affoga in altre acque
Ma dello stesso fiume…

Nel 2014 persino i Thievery Corporation, al secolo Rob Garza ed Eric Hilton, pionieri di una gran sofisticata musica elettronica di qualità, hanno dedicato alla bossa nova e alla Saudade un intero disco, con collaborazioni di musicisti e cantanti di tutto rispetto, con un brano strumentale, che dà il titolo al disco: solo musica per esprimere uno stato d’animo intenso.

Ci sono anche i Saudade, super band fondata di Chino Moreno dei Deftones con Dr. Know e Mackie Jayson dei Bad Brains, il bassista Chuck Doom e il tastierista jazz John Medeski. Moreno ha reinterpretato il senso diella Saudade, addirittura ridefinendolo come nome della band. Chino con la musicista californiana Chelsea Wolfe, ha publicato l’anno scorso Shadows & Light, bella sintesi. 

Ho tanti amici brasiliani, persone meravigliose, che, non appena mettono piede a Milano sentono la Saudade della loro città d’origine, del caldo, della spiaggia, della “cervejinha ben gelada” da sorseggiare nei sonnolenti sabati pomeriggio o per ringraziare “Deus” dei tramonti meravigliosi sul mare, e persino dell’odore dell’aria o della “batucada” di qualche ragazzino che fa samba su tamburi di latta. Quando si riappropriano di tutto questo, lei è ancora lì in agguato, questa volta perché mancano le amicizie milanesi, quella serata, i vecchi tram che sferragliano rumorosi…

Insomma, nati per soffrire, sempre e comunque. In realtà, e l’ho appreso dopo anni di contatti con i popoli di origine lusitana, la Saudade serve a sentirsi vivi, desiderare ancora passione, felicità, amore. Ma anche tristezza, essenziale per migliorarsi in una sorta di catarsi necessaria per arrivare alla soddisfazione della propria esistenza. Non ho Saudade di uno spritz ma di quello che lo spritz (rigorosamente col Campari, ripeto!) significa: relazione, amicizia, vita. Ecco perché la Saudade è più che mai necessaria in questi momenti duri. Resistere, resistere, resistere…

Smart Working? Lavoro “agile”? Nulla sarà come prima

Nulla sarà come prima. Dal mio angolo di studio casalingo fisso il computer. Le musiche che mi frullano per la testa sono tante, attimi, spotlight, ricordi di note e parole. Nulla sarà come prima, nulla sarà, comunque, come qualche giorno fa. Ritornare alla normalità, complice tre settimane di chiusura sta provando ciascuno di noi.

Ci si adatta, si riesce a sopravvivere perché l’uomo, come tutti gli animali, riesce a ricavarsi un posto dove stare, cercando poi di trarne il meglio per la propria specie. Ma qui il discorso è più profondo. In pochi attimi sono stati rivisti anni, decenni di modi di lavorare, vedere la vita, produrre, persino ascoltare musica…. «It’s the the End of the World As We Know It (And I feel Fine)», per dirla con la rabbia rassegnata dei R.E.M. di Michael Stipe & Soci. Ed è proprio questo che preoccupa.

Finora la nostra società s’è retta su strutture, se volete arcaiche: ufficio, luogo di lavoro, casa, bar, luoghi di aggregazione, concerti e stadi luoghi di divertimento. Ma, fino a quando tutto gira nella routine non ci fai caso. Ora, da casa, si riesce a mettere in discussione – e a fuoco – tutto quanto. A partire dal lavoro: si può produrre anche da un luogo che non sia l’ufficio. Potremmo in modo veloce e come divertissement applicare un sillogismo cartesiano: Dunque, sono ancora davvero indispensabile? O mi ritrovo uno dei tanti che sa fare quel lavoro? Conta qualcosa se sono in un luogo fisico costruito per quello, l’ufficio, o quest’ultimo, è solo un orpello perché tanto la mia attività non è così essenziale che sia fatta lì, in quel luogo? Il registratore di cassa che apre Money dei Pink Floyd da The Darks Side of The Moon  è il segno di quell’opulenza a cui ci siamo votati: «Money, it’s a crime, Share it fairly but don’t take a slice of my pie» (Soldi, è un crimine, condividi equamente, basta che non prendi una fetta della mia torta…). A questo punto del ragionamento male non fa rimanere con i nostri cari amici Pink Floyd e far salire, dopo aver messo a manetta l’ouverture di Shine On You Crazy Diamond da Wish You Where Here (1974), omaggio a quel diamante pazzo che era Syd Barret, il fondatore del gruppo perso nelle vallate dell’LSD e di altre droghe, il nostro quesito: cosa succederà quando riapriranno i cancelli? Mi (ci) ritroveremo di nuovo in coda, come tutte le mattine ai tornelli della metropolitana o sotto la pensilina del tram ad aspettare di salire per ritornare al lavoro, rispondendo, nel frattempo a testa bassa e incuranti degli altri alle tante sollecitazioni social (e qui c’è la chitarra di Gilmore, che aumenta e incede prima dell’assolo di risposta che dovrebbe risvegliare i miei nervi, ma solo per un attimo, far vedere a me stesso che fluttua in una bolla che poi è la vita di ciascuno di noi…).

Per le aziende la quarantena da coronavirus è un’esperienza universale fatta senza pressioni esercitate da forze sociali e sindacali, una manna dal cielo, l’opportunità di cambiare.

Non ho mai fatto nella mia vita altro che il giornalista, tralasciando piccole passioni personali. Non che sia una cosa aprioristicamente valida. Per carità, la mia vita professionale si carica di molte altre valenze, ma questo so fare, e so che la grande crisi di lettura di questo Paese, la mancata vendita dei giornali – a parte le contingenze tecnologiche dietro alle quali fin troppi addetti ai lavori si nascondono -, è frutto della povertà intellettuale, dell’inaridimento culturale a cui siamo stati strascinati passo dopo passo senza nemmeno essercene accorti. Tutto è così perché è così, non una voce dissonante. Chi non è d’accordo urla, ma urlare non è dissentire argomentando. Le redazioni erano state concepite come luoghi di produzione di idee, posti di costruzione di pensiero, arene aperte dove discutere, azzuffarsi per poi fare sintesi. I direttori, in teoria le persone che eccellevano in queste capacità, avevano in mano un potere enorme, quello di tante menti che adoravano il mestiere, amavano stare insieme, magari si insultavano anche pesantemente, ma pure un insulto ha il suo fondamentale perché. Direttori d’orchestra che facevano suonare la loro partitura. Da casa, ognuno nel suo rettangolare, personale buco di mondo che è il proprio laptop cosa può trasmettere all’altro? Lo cantava bene Johnny Cash scandendo le corde della sua chitarra, reinterpretando quella straordinaria canzone dei Depeche Mode che è Personal Jesus. Noi abbiamo il nostro Cristo su misura e da lì non ci muoveremo. Su questo vorrei sentire anche i vostri pareri mentre me ne sto disteso sul tappeto, immaginando i prati in fiore e l’erba profumata e l’eco lontana delle note di Overkill degli australiani Man At Work. Un’esagerazione? 

Ingannare la quarantena/ I lavori delle rockstar

Non mi faccio vivo da alcuni giorni. Chiedo venia. Ahimè sono caduto anch’io nella rete della febbre. Non so se sia “il maledetto” o qualche altra forma virale più banale. So che respiro bene ma la febbre mi arriva improvvisa e poi come arriva se ne va… In quest’altalena non proprio salubre mi hanno fatto visita un po’ di idee per aiutarvi ad alleggerire la quarantena. Come Francesco (Guccini) nella sua Opera Buffa, vale la pena che la riscoltiate perché è sempre fantastica, me ne stavo disteso nel mio candido lettino a riflettere quando ho sentito una voce (la febbre gioca brutti scherzi)… Non mi è apparso nessuno, premetto, ma mi è venuto in mente Ozzy Osbourne e con lui  le battute che stanno circolando a questo proposito sul coronavirus e la proverbiale resistenza a qualsiasi forma patogena dell’ex Black Sabbath. Così, sempre nell’ottica di passare alcuni minuti sereni, oggi vi voglio divertire con un breve post. Vi siete mai domandati che mestiere facessero le rockstar prima di diventare… rockstar? Cosa faceva Ozzy?

Tra le star della musica c’è di tutto. Il parterre è ampio, nella storia della musica, prima di sfondare e diventare famosi i nostri eroi hanno dovuto stringere la cinghia e adattarsi a fare i lavori più umili. Con qualche eccezione: Il maestro Vinicius De Morães per esempio cantava, componeva, scriveva versi, poesie, e romanzi per passione ma la sua vera attività era quella diplomatica. Qui con Toquinho in Canto de Ossanha. Dall’altra parte dell’Oceano, in Scozia, Rod Stewart, anni più tardi, era una promettente stella del calcio dei Celtic (ancora oggi a 75 anni il terribile Rod the Mod fa parte di un team seniores). Vale la pena riascoltarlo nella splendida  You’re in My Heart (The Final Acclaim). Insomma, personcine a modo, come si diceva un tempo, forse un po’ troppo “agitate”, ma a modo, anche se si favoleggia che Rod abbia lavorato per un certo periodo in un camposanto come becchino…

Dunque, vediamone alcuni. E iniziamo proprio da zio Ozzy, il quale non ha mai fatto mistero di aver lavorato anche in un macello: era l’addetto a svuotare gli stomaci degli animali macellati e lui, come ha più volte ricordato, continuava a vomitare, come dargli torto. Non so se gli sia venuto in mente di azzannare il naso di una mucca, non credo… intanto ascoltiamolo in Under The Graveyard. Ma anche Johnatan Davis 49enne leader dei Korn, non aveva scelto una professione facile. Lui proprio ha studiato e s’è laureato in tecniche di imbalsamazione. Ha lavorato per alcuni anni nel settore, è stato pure assistente del dipartimento del coroner della contea di Kern in California. Fino a quando non ce l’ha fatta più e si è ammalato di Distrubo da Stress Post Traumatico. Ascoltiamo i Korn in You’ll Never Find Me, dall’album The Nothing del 2019.

Anche il frontman dei Clash il grande Joe Strummer, ha avuto un passato da “gravedigger”, insomma, becchino, al St. Woolos Cemetery di Newport, Galles per pagarsi gli studi artistici. Ecco la mitica band in Rock In The Casbah. E chi l’avrebbe mai detto che il settantenne Gene Simmons la lingua più lunga del rock, avesse insegnato in un college e fosse stato anche aiuto editor di Vogue? Qui in God Of Thunder  dall’album Destroyer uno dei grandi classici della band. E chiudiamo con la settantatreenne poetessa del rock, Patti Smith. Da ragazza ha lavorato in un’azienda di giocattoli e lei ricorderà quell’esperienza come una delle più brutte della sua vita per come la giovane Patti fu martirizzata dai suoi colleghi. Qui in Redondo Beach, dal mitico album Horses del 1975.