La musica che mi fa sentire bene

È da un po’ che volevo condividere con voi una mia riflessione. Sarà l’età, sarà la tanta musica che ho ascoltato e continuo ad ascoltare, ma mi sono reso conto di essere diventato sempre più selettivo nelle mie preferenze.

Continuo, certo, a mettere in cuffia tutti i generi, soprattutto quelli che non sono nelle mie corde, per comprendere nuove forme d’espressione e trarne spunti, spesso in una banalità imperante e dai facili consumi.

Quando la melodia è ripetitiva e scontata mi sento dire: «Ma devi ascoltare i testi, sono quelli che contano». Grazie, ma preferisco leggere quei versi senza il contorno di elaborazioni digitali fatte in catena di montaggio, tutte uguali, tutte senz’anima. Alcuni testi sono davvero interessanti, e mi riferisco soprattutto all’Urban. Il mainstream non è affatto garanzia di qualità.

Guardo all’Italia: apparentemente c’è solo una cultura dominante, quella del rap-trap, diventato il nuovo Pop, una contraddizione in termini se si pensa alla matrice culturale dell’hip-hop e alla controcultura in cui si è formato. Il genere è mercificato, buono per le case discografiche e per i trapper e rapper che hanno a disposizione il loro quarto d’ora di celebrità. Non parliamo poi dei prestampati sanremesi. Le eccezioni sono rare…

Ascoltare musica che dica qualche cosa (incluso l’Urban) risulta molto difficile, bisogna andarsela a cercare. In Italia, comunque, abbiamo fior di musicisti raffinati, preparati, virtuosi, polistrumentisti, affamati di contaminazioni, senza preclusioni. Jazz, latin jazz, rock, bossa nova, classica, hip-hop, funk, pop, linguaggi spesso distanti tra loro, diventano magicamente compatibili, un melting pot riuscito.

L’antropologo brasiliano Darcy Ribeiro in un suo libro dirimente, O Povo Brasileiro (impiegò 30 anni a scriverlo), annotava come la miscigenação, la combinazione di tre popoli, il portoghese, l’africano e l’indigeno, avesse portato a quello che è diventato un solo popolo brasiliano oggi. Non solo razza, ma anche cultura e, quindi, musica. Musica del mondo, dunque, influenze che trovano in artisti come Joe Barbieri, Stefano Bollani, Paolo Fresu, Daniele di Bonaventura (ascoltate l’ultimo suo lavoro uscito il giorno di Pasqua, Canzoni da Casa, o lo splendido Reminescenze con il pianista Giovanni Guidiqui uno dei concerti dei due artistiTosca, Gegè Telesforo (che ho intervistato lo scorso anno), Luca Aquino, Gabriele Mirabassi, Mauro Ottolini, di cui vi parlerò tra alcuni giorni, esempi significativi e importanti.

Mentre scrivo mi sto ascoltando Bollani e il suo Carioca, album uscito nel 2008. Ma anche il live uscito a marzo di quest’anno, in versione classica/world music, El Chakracanta (Live in Buenos Aires) con l’Orquesta Sin Fin diretta da Exequiel Mantega. Il disco è composto da due tanghi, Don Agustín Bardi di Horacio Salgán e Libertango di Ástor Piazzolla (l’11 marzo s’è celebrato il centenario della nascita) e da due composizioni per orchestra di Bollani, il Concerto Azzurro e il Concerto Verde, registrati, sempre nella capitale argentina, in tempi diversi.

Ieri sera, invece, l’ho dedicata a Barbieri, riandando ad ascoltare quel bellissimo disco del 2015, Cosmonauta da appartamento, qui L’Arte di Meravigliarmi con il prezioso intervento crossover della spagnola La Shica (a proposito di rap…) e Tu sai Io So con la voce inconfondibile di Peppe Servillo. Rimane un capolavoro per me Maison Maravilha, album del 2009 dove c’è Malégria cantata con Omara Portuondo, la grande artista cubana del Buena Vista Social Club.

Paolo Fresu (del suo ultimo disco, P60LO FR3SU ho parlato qualche giorno fa) da anni porta in musica quella miscigenação descritta da Ribeiro. Un esempio, per nulla banale, ma che solo un vero musicista può concepire, lo ha regalato il venerdì di Pasqua, suonando dalla sua casa il Miserere insieme al Cuncordu ‘e Su Rosariu di Santulussurgiu.

Il 30 marzo è uscito l’ultimo lavoro di Gabriele Mirabassi, Tabacco e Caffè, di nuovo assieme dopo quasi cinque anni da Amori Sospesi, al bassista Pierluigi Balducci e al chitarrista Nando di Modugno. Ascoltate Party in Olinda, il brano che apre il disco, del compositore e chitarrista brasiliano Toninho Horta. Il disco è un viaggio nella musica tradizionale brasiliana e quello che ha rappresentato negli anni per molti artisti, soprattutto jazzisti. E mentre il clarinetto di Mirabassi ti proietta in mondi rassicuranti e sognanti, Luca Aquino fa suonare la sua tromba in rivisitazioni della musica che ha più amato attraverso quella grande casa che è il jazz. Mi diverte ascoltare le elaborazioni di Rock 4.0 brani rock, dai Radiohead, a Neil Young a Bob Dylan (album del 2014) o overDOORS (del 2015), un omaggio alla mitica band di Jim Morrison, ma anche quel giusto riconoscimento a certa musica italiana d’autore in Italian Songbook del 2019 (con l’orchestra sinfonica di Benevento e la partecipazione del pianista Danilo Rea): molto intensa la sua versione di Almeno tu nell’Universo.

Potrei andare avanti ancora e ancora. La musica ha un grande potere terapeutico, e questi artisti per me sono passione, lavoro, fantasia, sogno, emozione. Questa è la musica che mi incuriosisce, che mi manca – nel senso della saudade brasileira (ne avevo parlato sul blog giusto un anno fa) che ho bisogno di ascoltare per essere in pace con me stesso e il mondo. Contaminazione, fantasia, un esperanto in note che acquista sempre più senso in questo assurdo momento storico.

Uto’pians, quando la musica va in soccorso della Natura

Esce oggi per la Blue Spiral Records il secondo volume di Uto’pians / Piano Collection. Si tratta di un disco collettivo, dove 13 pianisti delle più varie estrazioni, dal classico all’avanguardia, hanno collaborato per un progetto comune, unire Musica e Natura.

La musica è insita nella natura delle cose. Ricordate quando vi ho parlato di Federico Ortica, il compositore e sound designer che fa suonare gli alberi, alla continua ricerca di un nesso tra note e voci della foresta?

Il senso di questo album vuole essere proprio questo: cercare di connettere e sensibilizzare l’uomo sul nostro pianeta e su tutti i suoi abitanti, animali inclusi. Il progetto dei curatori di Uto’pians, i musicisti, Raphaelle ThibautRaphaelle Thibaut, va proprio in questa direzione: una parte dei profitti, infatti, andrà a finanziare Animals Australia, ong che persegue uno scopo: «We belive in a world where compassion extends to everyone». Comprensione e compassione sono le parole “magiche” per sognare un mondo migliore.

Ascoltando questi tredici artisti che propongono le loro composizioni al pianoforte, arricchite, come l’italiano di origini indonesiane Feryanto, da accenti elettronici con Tree Spirit, o la tedesca Valeska Rautenberg che suona e canta You are Everything, o ancora la giapponese, residente a Berlino, Midori Hirano, compositrice e produttrice, con la riflessiva Keep Shining, ne esce un puzzle di emozioni dove la musica diventa una vera e propria forma di meditazione sul tema del rispetto, dell’accettazione, della tolleranza.

Un’utopia, come rileva il titolo dell’album, giocando tra questa parola e pianoforte? Sì, perché tutti sappiamo che non potremo mai arrivare a un amore universale. Vale comunque la pena provarci. Queste composizioni sono soltanto un piccolo passo che ci può avvicinare al vero senso della parola Natura, intesa come forza generatrice. La possibilità di poter sognare, aggiungere alla colonna sonora in ascolto la nostre emozioni…

Qui la tracklist:
Raphaelle Thibaut – Mirage
Arthur Jeffes – Temporary Shelter From The Storm
Christopher Dicker – Optis Nocturne
David Weengren – For a Kinder World
Christina Higham – Hyperspace
Patrick Delobel – Inner Sights
Feryanto – Tree Spirit
Midori Hirano – Keep Shining
Marie Awadis – Raindrops
Dominique Charpentier – Parasol
Alexandra Hamilton-Ayres – Dancing Trees
Wilson Trouvé – The Hours
Oskar Tena – Alive
Valeska Rautenberg – You Are Everything

Il prog italiano da conoscere secondo Bandcamp

Mi ha incuriosito un post uscito qualche giorno fa su Bandcamp. Si parla del rock progressivo italiano. Dopo il ricordo del cinquantenario di Aqualung dei Jethro Tull, è inevitabile non parlare del prog di casa nostra, che, a differenza di altri Paesi, è vivo e suona con noi!

Sulla scia delle mitiche formazioni rock-prog degli anni Sessanta e Settanta, penso a Le Orme, la grande, immensa PFM, Il raffinato Banco del Mutuo Soccorso, il prog italiano ha intrapreso una strada molto nitida che si disegna attraevrso un legame con le storiche band italiane e inglesi (i Tull, gli Yes, i Genesis, i Caravan…) cercando, nello stesso tempo, di “attualizzare” le sonorità adeguandole, storicamente, a passaggi inevitabili avvenuti nella storia del rock, alle recenti interpretazioni jazz e pure a un pop fondamentalmente mutato. Insomma, un genere che riempie il cuore di gioia di vivere, come è scritto nell’articolo.

Ma veniamo al post, che vi consiglio di leggere. Il titolo è indicativo: Italy’s Cooking: A Menu of Today’s Italian Prog. Il sito di musica indipendente paragona la musica prog del Belpaese alla fantasia e creatività italiana in cucina. Similitudine azzeccata, visto che le quindici band presentate vanno a costituire una preziosa e golosa cena dove gli ingredienti sono dosati sapientemente tra sonorità provenienti dai più vari ambienti musicali.

Quello che “salta all’udito”, oltre alla innegabile preparazione tecnica dei musicisti, è una passione che passa le generazioni fondendole, come i bresciani Phoenix Again (qui Silver da Unexplored, 2017) o le partiture innovative dei The Winstons, band milanese composta da tre fratelli figli della musica, Rob Winstons, Linnon Winstons e Enro Winstons (al secolo Roberto Dellera, bassista degli Afterhours, Lino Gitto ed Enrico Gabrielli), tre musicisti polistrumentisti coi fiocchi, protagonisti della scena indie italiana da tempo. Ascoltateli in Ghost Town dall’album del 2019 Smith.

Nel caleidoscopio prog, Genova vanta varie band e progetti artistici, segnalati da Bandcamp, come Il Tempio delle Clessidre, La Maschera di Cera, La Coscienza di Zeno, La Dottrina degli Opposti (progetto pensato dal polistrumentista Andrea Lotti, ex membro de La Coscienza di Zeno). Da Vicenza arrivano i Syncage, quelli meno “tradizionalisti” della quindicina, per un prog rock di grande impatto più virato al metal e all’ambience, con riff “gutturali” e acidi di chitarra e praterie jazz: ascoltate School brano del 2017 da Unlike Here.

Per ogni band nel post c’è un brano da ascoltare, come consuetudine di Bandcamp, a comporre quel menu così equilibrato e sapido del nostro prog nazionale.

Da “Carnage” a QAnon il passo è breve (e dannoso)

Piccoli esperimenti sociali in corso. Il 26 febbraio ho pubblicato una recensione su Carnage, gran bel disco di Nick Cave e Warren Ellis, uscito il giorno prima per la Goliath Enterprises Limited.

Ho lanciato un post sulla pagina Facebook di Musicabile intitolandolo: “Carnage, il lato oscuro della pandemia”, motivando l’interesse per la pubblicazione come “Un lavoro che mette a nudo l’uomo, l’esperienza estrema, il senso della vita. L’ultima frase del disco, in Balcony Manœ, è la sintesi di tutto: «Ciò che non ti uccide ti rende solo più pazzo». Atmosfere cupe, pressanti, alternate a momenti di leggerezza e speranza. Da ascoltare e riascoltare…”.

Mi sarei aspettato un giudizio sull’album, certo di non facile ascolto, soprattutto per chi non segue Cave. In realtà i tanti commenti che si sono aggiunti poco per volta, hanno per lo più ignorato il lavoro degli artisti australiani e scolpito nella mente di chi li ha scritti un solo pensiero: concentrarsi su chi fosse il colpevole della pandemia.

La conseguenza, una rabbia incontrollata. E poiché quest’ultima dev’essere scaricata, sono stati additati i colpevoli del virus, del lockdown, del clima di tensione che si è creato. Ovviamente al primo posto c’è “la sinistra”, fatto che mi lascia perplesso ogni volta che mi imbatto in simili dichiarazioni tombali sui social. La sinistra? Dov’è, qualcuno me lo dica, perché di sinistra nel nostro Paese da decenni vedo solo annebbiate forme protozoiche, altro che frange criminali organizzate…

Ce n’è anche per i soliti colpevoli di tutto (QAnon e il complottismo insegnano), gli immancabili George Soros, Bill Gates e Klaus Schwab, a cui si aggiunge, visto il virus, l’immunologo Anthony Fauci, tutti colpevoli della diffusione del Covid19 per non meglio e sottintese operazioni di guadagno sulla pelle dei poveri cittadini indifesi.

Abbiamo imboccato da tempo una deriva pericolosa. Informarsi, conoscere, capire, ragionare costa fatica. E sempre meno persone vi si dedicano: la conoscenza è un duro lavoro, che va coltivato passo dopo passo. E la musica, quella mainstream, rispecchia la tendenza: il più piatta e simile possibile a se stessa, di presa facile, così si fanno soldi, si costruiscono successi che durano giusto quelle tre ore e poi via un altro, sempre uguale al precedente ma da vendere come nuovo prodotto dell’inconsistenza sociale…

Frame da “Ritchie Sacramento” dei Mogwai

L’indigesto (perché reale) contenuto di Carnage (a proposito il settimanale britannico NME, New Musical Express, alcuni giorni fa lo ha eletto il miglior album pubblicato durante il lockdown, prima di Folklore di Taylor Swift – qui Exile, con Bon Iver, e di As The Love Continues dei Mogwai, uscito il 19 febbraio – qui Ritchie Sacramento), avrebbe potuto stimolare una discussione su ciò che è davvero importante e necessario in questo momento, una riflessione sui morti, un pensiero concreto su rabbia, pietà, solitudine, sui vaccini e sulla speranza di uscirne.

Da parte mia continuerò a proporre musicisti che hanno qualche cosa di interessante da dire attraverso le loro note e parole, ignorando prese di posizione qualunquiste, per sentito dire. La vita è già complicata così. Perdonatemi lo sfogo…

Rossella Seno: le note? Un pretesto per le parole…

Rossella Seno – Foto Carlo Bellincampi

Testi e musica sono un binomio pressoché inscindibile. Il fatto che una canzone emozioni, catturi, piaccia, dipende dalla melodia, certo, ma anche dalle parole che l’accompagnano. Di questo ne avevo parlato il 21 ottobre scorso intervistando Claudio Sanfilippo.

Oggi, con il primo post del 2021, voglio ritornare sul tema. E lo faccio assieme a un’artista veneziana, dotata di una gran bella voce, una straordinaria capacità di fondere musica e teatro e un’innata propensione a schierarsi dalla parte degli ultimi, a non scegliere le vie più facili, “annusando” perennemente la strada. Lei è Rossella Seno, tipico cognome dell’isola di Burano, tiene a precisare, cresciuta a Mestre. Da anni vive a Roma.

È attrice, di cinema e televisione, ma ha trovato nella canzone d’autore e nel teatro il luogo naturale dove esprimersi. Il 31 marzo dello scorso anno, in piena pandemia, ha pubblicato un disco complesso, tagliente, ricco di spunti per riflettere, Pura come una bestemmia, un lavoro che vuole scuotere “anime e coscienze”, andare contro il perbenismo, come canta nel brano Puri come una bestemmia:

Hanno tutti il cuore puro

Puro come una bestemmia

Scagliano pietre e lanciano bengala

Mettono al rogo la madre e la bambina

Hanno un Vangelo per la cena di gala

E un kyrie eleison per la messa alla mattina

Il grano per la mietitura

Il sangue per la vendemmia

Hanno tutti il cuore puro

Puro come una bestemmia

Le atmosfere sono quelle intense e toste (ma non pallose!) del cantautorato anni Settanta, se proprio dobbiamo inquadrarla. Vengono in mente Fabrizio De André e la compagnia dei “liguri”, qualche accenno degregoriano e spunti alla Ivano Fossati – per inciso, il suo artista preferito – senza dimenticarne uno a cui Rossella è particolarmente legata, sempre per rimanere nel campo degli “irriducibili ultimi”, Piero Ciampi.

Con Ciampi c’è più di un una semplice affezione, come vedremo… Con lei, in questa avventura, Massimo Germini, chitarrista e compositore, noto per la sua lunga collaborazione con Roberto Vecchioni, Pino Pavone, che ha firmato gran parte della discografia di Piero Ciampi, Piero Pintucci, storico autore per Renato Zero, il poeta Michele Caccamo, i musicisti Matteo Passante e Lino Rufo e poi Federico Sirianni…

Rossella, parlando di te ti definisci una cantattrice, non è una semplice crasi…
«È il modo di concepire il mio lavoro. Uso il canto per trasmettere quello che sento e che ho l’esigenza di raccontare e rappresentare. Per questo è importante il testo, la musica sono io, quello che sento. Sono una persona riflessiva, sai, noi del segno del Cancro stiamo sempre a rimuginare sull’insostenibile pesantezza dell’essere, che tiro fuori con la musica…».

Il testo prevale sulla musica?
«La nota è un pretesto per appropriarmi della parola. In Pura come una bestemmia ho chiesto a Massimo Germini, che ha curato la parte musicale, di non avere né batteria né effetti, né elettronica. Nessun suono invadente che potesse distrarre».

La musica in secondo piano?
«No affatto, per me, però, è più importante il messaggio che voglio portare attraverso un brano. Amo la musica. A casa ho un pianoforte, tre chitarre e un contrabbasso che ho battezzato Filippo. È con loro che ho passato il mio lockdown!».

Rosssella Seno – Foto Carlo Bellincampi

Veniamo a Pura: un disco complesso, provocatorio, a partire dalla cover dove tu sei a seno nudo crocefissa…
«Il titolo dell’album non è opera mia, ma di Giuseppe De Grassi (giornalista, storico della canzone, scrittore, produttore discografico, ndr), un “ciampiano”, doveva fare uno spettacolo che non ha più realizzato. Mi ha donato il titolo. Che ho usato tre anni fa per portare in scena con Lino e Yuki Rufo uno spettacolo con tematiche sociali. Poi, da quell’esperienza è nata l’idea di un disco che parlasse degli ultimi…».

Atti d’amore e di orrore…
«Sì, e proprio questo la cover disegnata dallo street Artist Moby Dick (Marco Tarascio, ndr), voleva significare: una denuncia verso una società capitalista che ha messo in croce il mondo. La mia figura a seno nudo non rappresenta solo la donna, così maltrattata, ma l’essere umano e la Natura stessa. La croce è piantata su un mare di rifiuti, sacrificati nel nome del dio denaro. Dietro a me c’è Cristo… nemmeno lui è riuscito a salvarci».

Sei stata criticata per questa cover.
«Nella versione digitale dell’album il seno è stato tagliato. È difficile da comprendere, non è stata una censura per blasfemia, ma per quel seno nudo… ancora oggi un seno nudo femminile è tabù, e intanto siamo circondati dalla pornografia…».

Per i testi hai scelto gli autori con certosina pazienza e conoscenza. A partire da Mare Nostro, preghiera laica scritta da Erri De Luca, giusto per calibrare il senso del lavoro: “Mare nostro che non sei nei cieli, ti abbiamo seminato di annegati più di qualunque età delle tempeste…”.
«Ho scelto di partire con la preghiera di De Luca per parlare dei migranti. Poi segue l’unica canzone già scritta e pubblicata dell’album, Ascoltami o Signore, di Federico Sirianni (dall’album Il Santo, 2017, ndr). Un percorso di 13 brani che finisce con Puri come una Bestemmia, che dovrebbe far riflettere su tutto quanto ascoltato prima».

Lo so che non sono affari miei, ma tu credi in Dio?
«Con lui ho un rapporto molto strano, mi incazzo molto, lo sfido di continuo: “scendi e parliamone”. Mi piace però pensare che c’è qualcuno, una speranza per l’umanità. Come diceva Giorgio Caproni, “Non si prega Dio perché esiste, ma perché esista”…».

Rossella Seno – Foto Carlo Bellincampi

C’è anche una canzone dedicata a Stefano Cucchi, Gli occhi di Stefano, una poesia di Edoardo Sanguineti, La ballata delle donne, e un brano Luna su di me, per gli orsi tibetani, costretti a vivere in gabbie anguste perché viene prelevata loro la bile usata nella medicina tradizionale asiatica…E poi una canzone dedicata a Simona Kossak, la zoologa polacca che scelse di vivere in mezzo alla foresta di Bialowieza tra gli animali, senza elettricità né acqua corrente…».
«Non sono mai stata attratta dai vincenti, da quello che per riuscire nella vita ti truffa, che non guarda in faccia nessuno. Agli inviti negli yacht preferisco le spiaggette deserte. Quello è il mio mondo. E poi, chi ha problemi ha molto più da raccontarti».

E arriviamo a Piero Ciampi. Cosa ti ha attratto di lui, del suo lavoro? Nel 2008 hai pubblicato un EP con quattro suoi brani, E il tempo se ne va… Ciampi non era certo una persona dal carattere facile
«Piero non l’ho cercato io. Stavo lavorando a un progetto su Milly, Carla Mignone, e mi è stato proposto un ruolo come attrice nel docufilm su Piero Ciampi (Adius, Piero Ciampi e altre storie di Ezio Alovisi, ndr). Sono stata portata nel mondo di Piero e sono stata adottata da i suoi amici, con cui collaboro ancora oggi, come una figlia. Piero era un uomo senza compromessi, estremamente vero e sincero, il poeta della realtà. L’eredità di Piero Ciampi è quanto mai attuale. Vorrei riprendere altri suoi brani praticamente inediti, bellissimi. Oggi tutto è al servizio del nostro ego, dell’apparire. Hai visto la fila alla Lidl per comprasi quelle orribili scarpe diventate tendenza? Tutti omologati. Non capisco queste cose e a un certo punto ti viene da deporre le armi…».

Per questo che, in Puri come una Bestemmia, canti: E se per strada non c’è amore o poesia/ e non c’è spirito che sciolga i cuori/è meglio starsene in retrovia in attesa di tempi migliori». Se non ci fosse stato il Covid avresti già portato in teatro il tuo disco…
«Lo spettacolo è pronto: sul palco solo una violinista coreana, un chitarrista e io, le canzoni e un video della Fidu, la Federazione Italiana Diritti Umani. Spero di portarlo in giro quest’anno. E poi sono stata chiamata per un nuovo progetto, ma è ancora presto per parlarne. È la vita che fa… Vediamo che cosa mi propone, soprattutto ora che è tutto relativo…».

In attesa dell’anno che verrà…

Frame da “Shame Shame” dei Foo Fighters

E così siamo arrivati agli sgoccioli del 2020. Abbiamo imparato molto da quest’anno bisestile e dirimente. Mai ce lo saremmo aspettati così, lo diciamo ogni giorno. Rimpiangiamo il concetto di libertà, anche se troppo spesso sconfinava nel farsi gli affari propri, ci sentiamo prigionieri degli eventi, incatenati, seppure la catena – permettetemi la citazione d’antan da The Chain (Rumours, 1977) dei Fleetwood Mac, “Chain keep us together/Running in the shadows” – ci tiene uniti, correndo nell’ombra.

Stiamo imparando a vivere in un altro modo, inevitabile costruire il proprio mondo, confortevoli corazze che ci proteggono e ci fanno sentire più sicuri. Una delle mie è la musica. In questi mesi ho ascoltato molto, scoperto artisti e canzoni bellissime, potenti, tristi, rigorose, disegni perfetti di emozioni: le praterie del pentagramma sono infinite, la creatività degli artisti è stata stimolata dal virus, dalla crisi, dal bisogno di connessione reale e non virtuale. Temi che ricorrono, direttamente o indirettamente, in molti testi tradotti in musica, dall’hip hop al jazz, alla dance, al rock, all’elettronica. I found a reason and buried it/ Beneath the mountain of emptiness (ho trovato una ragione e l’ho sepolta/Sotto la montagna della superficialità) cantano i Foo Fighters in Shame Shame, brano tratto da Medicine At Midnight, album in uscita il prossimo 5 febbraio. Si domanda l’israeliana Noga Erez (bravissima!) nella sua You So Done: Joke, joke, did a joke you make me? What’s a queen to a joker, tell me? What’s home to a claustrophobic? What’s a sea to a dead fish? (Scherzo, scherzo, mi hai fatto uno scherzo? Cos’è una regina per un giullare, dimmi? Cos’è la casa per un claustrofobico? Cos’è un mare per un pesce morto?)…

Frame da “You So Done” di Noga Erez

A questo punto dovrei farvi gli auguri. Di cercare di migliorare, tutti insieme, questo mondo così malato. C’è un vecchio brano dei Rancid, gruppo punk rock californiano, Sick Sick World, che a un certo punto dice: It’s a Sick Sick World so what do you do kid?/Come on down, it’s your turn, yeah it’s your turn! È un mondo malato, allora cosa fai ragazzo?/Vieni giù, è il tuo turno, sì è il tuo turno! (da Rancid B Sides and C Sides 2008). 

In questi giorni, però, sono parco di auguri, mi sembrano così fuori luogo e inutili… Forse, oserei una speranza: che la scienza sia con noi! Profetizzare, anche sotto forma di augurio, non porta da nessuna parte, come sostiene Bob Dylan, in False Prophet (da Rough e Rowdy Ways): Can’t remember, when I was born/ And I forgot when I died (Non riesco a ricordare, quando sono nato/E ho dimenticato quando sono morto).

Frame da “What am I” di Jordan MacKampa

Quello che mi sento di dirvi, è che non si perda la speranza di diventare persone migliori, forgiate da perdite e dolori, da ansie e paranoie, illuminate e positive in un viaggio che, prima o poi, finirà. Jordan MacKampa nella sua What am I si pone una domanda ossessiva: So what am I, what am I, what am I/When’s there’s so much to lose now? (Dunque, cosa sono? Cosa sono? Cosa sono? Quando c’è così tanto da perdere adesso?). È una domanda a cui tutti dovremmo dare una risposta…

Maradona: reggae, rap, tango, pop. Così El Pibe ha stimolato la musica

Diego Armando Maradona se n’è andato ieri a 60 anni. Il mondo lo sta celebrando, Napoli piange come l’Argentina, anche il grande Brasile e Pelé si inchinando davanti alla sua morte e al dolore. L’uomo, l’atleta, il mito e il genio, l’eccesso e il pentimento, l’obesità e la forma perfetta, la povertà e la ricchezza, l’amicizia con Fidel Castro e quella con i clan camorristici. Maradona primo e sempre in soccorso degli ultimi.

Diego Armando è stato e sarà ricordato per tutto questo. Lui e il suo opposto. Dio e uomo. Queste sue dualità, diavolo e acquasanta, lo hanno reso famoso anche in musica. Non è un caso che sia venerato e “usato” nel mondo del rap. Di canzoni che portano come titolo il suo nome ce ne sono parecchie. I duri, tutto coca, collane, ganja, soldi, donne a volontà, borse firmate cariche di erba l’hanno visto – e lo vedranno – come esempio da portare e protagonista di rime da costruire.

Ascoltate Diego Armando Maradona dalla romana Dark Polo Gang del 2018: La mia ragazza segue la moda/ Io seguo i soldi e la droga/ DarkSide baby Diego Armando Maradona/ In questa merda corro tipo maratona/ Mi serve una macchina nuova/ Mi serve una due posti rossa…

Anche A.L.A., rapper tunisino, canta e immagina di essere come Maradona che può avere tutto, annessi e connessi. E potremmo continuare con Colza, giovane rapper di Cantù (2019): La vita di Diego i soldi di Pablo, trappa…

Ho pensato così di mettere “in ascolto” alcuni brani che portano il suo nome. C’è di tutto dal rap, appunto, al romantico latino, persino un suo cameo in una canzone, la trovate sul disco del Club Atletico Boca Juniors (2013), dove El Pibe de Oro aveva militato. El Sueño del Pibe, questo è il titolo del tango registrato nel 1942, testo di Reinaldo Yso (fu anche un calciatore) e del musicista e bandeonista Juan Puey. Lui la cantò negli anni Ottanta, inserendo anche se stesso nella consacrazione dei grandi giocatori, e mostrando pure di avere una gran voce… L’altro, con i Pimpinela, (al secolo Joaquín e Lucía Galán) duo argentino di grande successo. Il mio, il nostro piccolo omaggio in dieci canzoni… 

Per ascoltarle, cliccate sulle immagini…

La Mano de Dios (2011)
Rodrigo

Tango de la buena suerte – da Passi d’Autore (2004)
Pino Daniele

El Sueño del Pibe
Diego Armando Maradona

Maradona – da Honestidad Brutal (1999)
Andrés Calamaro

Diego Armando Maradona
Dark Polo Gang

Santa Maradona (Larchuma Football Club) – 1994
Mano Negra

Maradona (2019)
A.L.A. (feat. El Castro)

Maradona – da Avete ragione tutti (2016)
Canova

Querida Amiga – da Lo mejor de Pimpinela 1982
Pimpinela e Diego Armando Maradona

O’ reggae ‘e Maradona – da Senza Limiti (2007)
Jovine

 

Lockdown, l’opposto di musica…

Lockdown. È da un po’ di mesi che abbiamo imparato a conoscere e usare questa parola (per inciso, finita nelle nuove edizioni dei dizionari di lingua italiana). Può un semplice vocabolo diventare sottilmente infido, entrare nel tuo cervello, lavorare, divorare neuroni, far cambiare umore, decidere i tuoi pensieri? Certo che sì! Lockdown viene pronunciato ogni giorno, probabilmente più di amore, e pensato sicuramente più del sesso, il che è tutto dire.

E arrivo al punto: come si combina lockdown con la musica? Stando al significato – isolamento, blocco, confinamento – è l’esatto contrario della seconda, che è apertura, curiosità, fascino, creatività, molteplicità (di visioni, interessi) complicità, comunità, condivisione. Alla fine dell’intervista con Gegè Telesforo, pubblicata sul blog qualche settimana fa, ci siamo dati appuntamento al 29 ottobre al Blue Note di Milano per il suo concerto. «Speriamo di vederci», mi salutava, «auguriamoci non capiti un nuovo lockdown, lo temo, vedrai…».

L’incubo di una chiusura per aver tutti, nessuno escluso, sottostimato il problema è una mazzata clamorosa per la musica (e non solo, ovviamente, ma di musica voglio scrivere). Pensare di nuovo agli artisti chiusi in casa a suonare in maniera artigianale, con quelle facce tristi, l’ansia visibile di non avere un pubblico davanti, l’isolamento di note che si perdono nelle pieghe dei social, ha un che di apocalittico.

Penso ai miei amici, abili tecnici del suono, maestri delle luci, project manager, operatori videoserver, rigger, scaff e via enunciando, che s’erano illusi di aver visto un lumicino dopo l’improvviso, lungo black-out di primavera: ora quella flebile fiammella rischia d’essere soffocata da un nuovo isolamento causa Covid. Dove andremo? Cosa faremo? Come finirà? Ce lo stiamo domandando tutti in questo momento e, purtroppo, una risposta certa non c’è. Nel tutto e il suo contrario regna sovrana la confusione e la paura, uniche certezze.

Dalla bella e intensa No time for Love Like Now di Michael Stipe & Big Red Machine (pseudonimo di Aaron Dessner dei The National) rilasciata a fine marzo e riproposta nella versione “studio” a giugno, ci eravamo illusi che potesse essere cambiato qualche cosa. Invece, quella canzone la intoneremo ancora. E chissà per quanto tempo…

Sign O’ The Times: consacrazione o abuso di un mito?

Mi sto ascoltando l’album “espanso” Sign O’ The Times (Super Deluxe) uscito il 20 settembre scorso. Sign O’ The Times è forse – sicuramente per molti – il disco capolavoro di Prince, morto il 21 aprile 2016, uscito nel 1987. Un apparente intricato groviglio di generi, musiche, testi, partoriti dalla mente del mitico musicista di Minneapolis. Disordine creativo che aveva, eccome, un ordine, una serie di piani di lettura, a ben ascoltare, che si intersecano e si espandono in altri orizzonti. Insomma, una specie di matrioska del pentagramma. Qualcuno, ai tempi, l’aveva definito uno spartiacque per la musica afroamericana e per la sua stessa carriera. «L’ultimo grande album R&B prima che l’hip hop diventasse la forma dominante della musica pop dell’America nera» (Michaelangelo Matos dal libro Sign O’ The Times publicato per Bloomsbury nel 2004).

La nuova versione di Sign O’ The Times conta 92 brani, tutti scritti e suonati dallo stesso Prince, senza i Revolution, esperienza finita più o meno in quel periodo. Una raccolta “confezionata” da Michael Howe, responsabile dello sterminato archivio di Prince, in collaborazione con la Prince Estate e la casa discografica (NPG Records su licenza Warner Records). Una rilettura di pubblica utilità, si potrebbe dire, del genio strabordante di Prince. E fin qui tutto ok. Raccolta iperinteressante, avvincente per molti versi.

Ma… Sì, c’è un ma, uno scrupolo di coscienza, potrei definirlo. Che genera una domanda: è giusto sfruttare inediti di un artista che non c’è più? Non è una violazione della sua intimità, della sua scelta di tenere da parte brani che, forse, dovevano/potevano servire ad altro nelle sue intenzioni?

È vero, i fan ringraziano, hanno ricevuto dell’ottimo cibo stellato da degustare, ma quanta memoria abbiamo violato per arrivare a ciò? Della difesa strenua della sua musica Prince ne ha fatto un cavallo di più battaglie, contro le case discografiche (vedi la Warner), gli streaming (bussa a Spotify) o i filmati non autorizzati (rivolgersi a YouTube).

Ora, probabilmente per mettere a frutto il patrimonio da dividere tra gli eredi, si incrementa il flusso di denaro grazie a Prince che è cenere. La Prince Estate ringrazia e con lei la casa discografica. Così era successo, ed è storia, a Jimi Hendrix, con le uscite postume di album che ne hanno sì, aumentato la leggenda, ma che suonavano tanto di “abuso di cadavere”.

Davvero, non so se sia giusto o meno sfruttare il patrimonio artistico di musicisti del calibro di Prince, o di Jimi, o di 2Pac… E non prendetemi per uno dei tanti “Alice nel Paese delle Meraviglie”. Sento solo un senso di disagio nell’ascoltare brani che sembrano “violati” dal silenzio perenne di una persona che non esiste più. Il mito va saziato per rimanere tale. Passi. È il costo etico di questa operazione che mi lascia perplesso. Probabilmente son fatto male io.

Triste addio a Eddie Van Halen, il ritorno degli AC/DC

Due le notizie che oggi tengono banco, musicalmente parlando, e delle quali non si può esimersi dal parlarne.

Parto dalla morte di una rockstar. Un cancro s’è portato via a 65 anni Eddie Van Halen, uno dei grandi chitarristi rock del Novecento, un “Superhero”, come lo ha definito Gene Simmons dei Kiss. L’olandese, fumatore accanito, sapeva come far vibrare le corde della sua chitarra, era un virtuoso nel suo genere, anche se, confesso, lo ascoltavo alla fine degli anni Settanta (il primo album del 1978, chiamato semplicemente Van Halen, era un percorso forte e fantastico nel mondo dell’hard rock in tempi punk, basti pensare alla mitica Eruption) e non mi ha catturato, invece, l’evoluzione degli anni Ottanta, dove la band sfodera una delle canzoni più famose dell’universo Rock, Jump, dall’album 1984, hit che passa ancora in radio con regolarità.

L’hard rock anni Ottanta viene rivisto da Eddie e dalla band, rielaborato, riscritto, fa storia, anche se l’hard vira, passatemelo, verso il glam: i capelli cotonati, le “uniformi” da palco curate del cantante David Lee Roth, le vocine in falsetto tirate al massimo, i synt ad ammorbidire la ruvidezza di quella chitarra che generava note a profusione millimetrica. Quello stesso strumento, agitato e perfetto, che lui aveva battezzato Frankenstrat (costruito da lui stesso, un mix di pezzi sulla base di una Stratocaster, come ben ricorda Valeria Rusconi nel bel pezzo uscito oggi su Repubblica), aveva cambiato timbro, pur rimanendo estremamente affascinante. Bravura e genio – era il re incontrastato del tapping, difficile tecnica che consiste nel suonare con entrambe le mani sul ponte della chitarra – condizioni essenziali per essere una rockstar quale era. Rip, Eddie…

Altra news da tenere in conto. Sempre ieri, 6 ottobre, e sempre nel mondo del Rock, a una morte risponde una rinascita: gli AC/DC mettono on line il singolo, Shot in the Dark – della serie: uno “shottino” non si nega a nessuno – brano-presentazione del loro nuovo album in arrivo il prossimo 13 novembre, Power Up, dopo sei anni di silenzio. Della formazione storica, quella di Back in Black per intenderci, sono rimasti in quattro, Angus Young, chitarra solista, Brian Johnson, voce, Cliff Williams al basso e Phil Rudd alla batteria. Con loro alla chitarra ritmica c’è sempre Stevie Young, nipote di Angus e del defunto fratello Malcolm, già in attività con la band nel 2014. Quanto alla canzone: la definirei, rassicurante. Insomma, da AC/DC allo stato puro. Con un Brian Johnson in ottima forma, rinato dalla sordità grazie a un apparecchio che usa le ossa del cranio come ricevitore e che gli ha permesso di tornare a cantare, agli assoli del navigato Angus, alla sezione ritmica di Williams e Rudd, potente e “scudisciante”, as usual. Spesso tutto ritorna, anche gli AC/DC…