Interviste/ Claudio Sanfilippo e la sua canzone d’Arte

Claudio Sanfilippo – Foto Lorenzo De Simone

Provenendo dagli anni Settanta, oltre a bigoi in salsa, birramedia e rock, da adolescente sono cresciuto anche a soppressa, vinrosso e cantautori, quel particolare e molto personale genere che noi italiani abbiamo esercitato in maniera egregia per oltre un ventennio. Forse, meglio ancora dei nostri cugini francesi, concentrati su storie malinconiche, chansonnier dalla voce profonda e impostata, come Jacques Brel e Leo Ferré, che raccontavano di passioni e nostalgie, mettendo in musica veri e propri romanzi.

«Noi cantautori italiani siamo da sempre più inclini alla poesia, una questione culturale». Incontro via whatsapp – per esigenze di tempi e lavoro – Claudio Sanfilippo, milanese, 60 anni, cantautore, scrittore, poeta, comunicatore… Insomma, personaggio eclettico che di musica e versi non può proprio farne a meno.

Ascoltatevi l’ultimo suo lavoro, nato e stimolato dal lockdown, dal titolo Contemporaneo. Quattordici brani, alcuni scritti di getto, altri tenuti nel cassetto e rielaborati, un paio presi a prestito da due mostri sacri della musica e rivisti… «Mi sono fermato a 14 perché me lo sono imposto, ma avrei continuato a scrivere e comporre», precisa rollandosi una sigaretta e guardandomi dritto in camera.

Claudio ti ho cercato perché, parlando di musica, non posso tralasciare il capitolo “cantautori”, genere che ha plasmato più di una generazione. Come definiresti oggi la canzone d’autore?
«Difficile e lunga risposta. Ho iniziato ad avvicinarmi alla musica e a suonare negli anni Settanta quando la canzone d’autore era nella sua massima espressione. C’erano grandi protagonisti, c’era una scuola importante. Lucio Dalla e Francesco De Gregori riempivano gli stadi, c’erano Pino Daniele e Francesco Guccini. Artisti molto diversi tra loro per musica e testi, ma che, comunque, stavano tutti sotto lo stesso cappello, quello della canzone d’autore, appunto. Le cose sono radicalmente cambiate con l’avvento dell’Mp3 e la conseguente fine dei dischi e dei Cd, supporti fisici. Il valore che davi prima lo testimoniavi con l’acquisto del disco, dal desiderarlo perché, di fatto, premiavi il lavoro e il percorso di un artista. Con l’Mp3 la musica è stata sdoganata come un prodotto praticamente gratuito».

Si è passati anche a una musica di più facile presa
«La canzone d’autore non è mai stata musica di consumo. Detto ciò, abbiamo assistito a un progressivo scadimento della proposta musicale, di quei generi che puntavano alla qualità e all’autenticità».

Claudio Sanfilippo – Foto Lorenzo De Simone

Più che canzone d’autore ami definirla canzone d’Arte…
«Non vorrei apparire un “trombone”, ma sì, credo che sia la definizione più corretta di quello che faccio. Nel senso più semplice del termine, una musica d’artigianato, dove tutto è fatto e pensato dall’artista, come un dipinto o una scultura. Canzone d’Arte perché – e qui sta la differenza con gli altri generi – si scrive e si compone senza avere un legame con il mercato, perché cerca una cifra stilistica che piaccia, innanzitutto, all’autore. Con Contemporaneo ho ricevuto recensioni molto buone dai critici musicali, mi ha fatto molto piacere, ma queste, oggi, non valgono granché se non per una soddisfazione professionale».

Anche la critica musicale è in crisi?
«Sì, perché non è più il baricentro, quel filtro che guardava all’effettivo valore del lavoro e dell’artista, nel bene e nel male. I critici facevano sì che certe proposte non potessero avere accesso al mondo della musica ascoltata, guardavano alla sostanza. Oggi succede l’opposto».

Capita anche nell’editoria… tu ne sai qualcosa, visto che sei anche uno scrittore, e hai pubblicato diversi libri.
«Il discorso qui è un po’ diverso: i libri, forti delle esperienze musicali, hanno tenuto botta. Nel mondo dell’editoria c’è ancora gente più competente rispetto a quello discografico, dove il livello è sceso in una decrescita costante. Non si richiedono più competenze musicali ma di marketing. Pensa solo al concetto di “radio libera”. Oggi fa sinceramente sorridere…».

Tornando alla canzone d’autore…
«È l’espressione migliore della musica italiana dopo la canzone napoletana. Da Modugno in poi, passando per Tenco, De Andrè e via elencando. Una scuola valida quanto quella degli chansonnier francesi. L’Italia è un Paese di poeti, la Francia, di romanzieri, qui sta la vera differenza tra le due anime».

Veniamo a Contemporaneo: dentro c’è bossa nova, americana, cantautorato più puro. E poi… c’è la bella El Pepe. Insomma, oltre che musicista, poeta e scrittore tu sei anche un grande esperto di calcio e un tifoso del Milan…
« (Ride, n.d.r.). Con El Pepe, il mitico uruguaiano di origini italiane Juan Alberto Schiaffino, uno dei calciatori più dotati di tutti i tempi, volevo celebrare il calcio ma soprattutto ricordare mio padre. Per lui El Pepe era il più grande, quando lo si nominava gli si illuminavano gli occhi. Il testo l’ho scritto a quattro mani con il mio amico Gino Cervi».

Il lockdown è stato il “responsabile” del tuo disco?
« (Finisce di rollarsi l’ennesima sigaretta, n.d.r.) In quei giorni mi aggiravo per casa facendo telefonate di lavoro, poi mi è caduto l’occhio su un testo che avevo scritto lo scorso anno e di cui me ne ero completamente scordato. Era Contemporaneo, brano che poi ha dato il titolo al disco uscito a metà maggio. Parlava di un mondo “post tutto”, molto attuale per la situazione che stiamo vivendo. Per la prima volta ho scritto una canzone “politica”. L’ho pubblicata in aprile. Doveva essere parte di una sorta di Q-disc (oggi si chiamerebbe EP, n.d.r.). Ho cominciato a incidere tre, quattro brani, chiedendo l’aiuto, ognuno a casa propria, di amici musicisti (Danilo Boggini, Max De Bernardi, Claudio Farinone, Rino Garzia, Massimo Gatti, Domenico Lopez, Danilo Minotti, Cesare Picco, Francesco Saverio Porciello, Marco Ricci, Val Bonetti, Umberto Tenaglia, oltre ai figli di Claudio, Emma e Giacomo, quest’ultimo autore anche della bella copertina, n.d.r.). Ero entrato in una specie di bolla, una “fregola” durata una quindicina di giorni. Alla fine mi son fermato a 14 brani, ma ne avrei scritti molti altri. Tutto è stato registrato a casa, da me».

Ci sono anche due pezzi tratti da canzoni di due mostri sacri, Nick Drake e Bob Dylan…
«Un paio d’anni fa avevo adattato Northern Sky di Nick Drake in italiano (Cieli del Nord), costruendo un arrangiamento per chitarra in accordatura aperta. Ho chiamato Cesare Picco, musicista che conosco da una vita, fin da quando, lui ventenne, io trentenne, suonava il pianoforte (già allora, meravigliosamente bene) di casa mia, nelle serate indimenticabili del “tempo dell’adunanza”. Trattasi di “pianoforte visionario”. Quanto a Dylan il discorso è diverso. Nel cassetto ho 26 sue canzoni che ho tradotto in italiano. Nessuna, è pura coincidenza, appartiene a quelle che Francesco De Gregori ha usato per il suo album (De Gregori canta Bob Dylan – Amore e Furto, 2015, n.d.r.). Ho un progetto: realizzare un doppio album scegliendo canzoni poco conosciute. Oltre la montagna è la rivisitazione di Cross the Green Mountain, brano scritto per il film Gods and Generals sulla guerra civile americana, del 2003».

L’anno scorso hai confezionato anche un altro gran bel disco, molto intimista, chitarra e voce, Boxe. E qui c’è anche lo zampino di un altro straordinario musicista e producer, Rinaldo Donati, artista che ho intervistato qualche mese fa…
«Tutto è nato proprio dalle serate che s’era inventato Rinaldo nel suo studio, i “Maxine Live”. La puntata numero zero l’ha fatta con me. Doveva servire a provare una chitarra classica baritono fatta apposta per me da Fabio Zontini, liutaio di Gorra (Savona). Le canzoni, 14, le avevo scelte tra quelle composte tra il 1981 e il 2017. Da lì è nato il tutto, registrato in due pomeriggi alla Maxine Production. Un instant album registrato in poche ore, un mio piccolo manifesto personale, nella più pura canzone d’autore – che sta in piedi con voce e chitarra – completamente fuori tempo, doveva essere pubblicato 30, 40 anni fa. È una testimonianza, e per questo l’ho voluta incidere solo su cd e, da qualche settimana, su vinile. Non esiste in streaming, la voglio preservare in “dimensione pura”».

Claudio Sanfilippo – Foto Lorenzo De Simone

Se non sbaglio hai altri progetti oltre al “Dylan Album”.
«Sì altri due. Il primo è ILZENDELSWING, progetto che sto portando avanti con amici musicisti da alcuni anni (brani swing cantati in milanese, n.d.r.) che dovrebbe vedere un album nel 2021 dal titolo Americana. Il secondo, ispirato da un libro di Giorgio Terruzzi pubblicato nel 2004, Fondocorsa. Mille Miglia, una vita e un gatto, un episodio romanzato nella vita di Alberto Ascari, grande pilota. Ho scritto otto canzoni, tutte intorno a questo mondo, dove si parla di velocità, morte e scaramanzia. Tre concetti fondamentali. Se l’album Automobili di Lucio Dalla (1976, n.d.r.) narrava storie ed emozioni vissute dall’esterno, quello che sto cercando di fare è trasmettere le stesse emozioni viste dai protagonisti. Lui estroverso, io introverso».

Canti anche in milanese. In Contemporaneo c’è Viandant
«Le mie produzioni musicali sono sempre state in italiano e in milanese, mi sono sempre diviso tra blues acustico e swing. Sono sempre stato bipolare (ride, n.d.r.). I dischi che mi porterei nella famosa isola deserta sono Amoroso di João Gilberto e Blood on the Tracks di Bob Dylan. Due lavori che non hanno nulla a che vedere uno con l’altro. Bipolare, appunto!».

Ultima domanda, giuro! Cosa ascolta Claudio Sanfilippo?
«Sono sempre stato onnivoro. Da giovane sono stato travolto dalle passioni, jazz e Bossa Nova, da Chico Buarque e Tom Jobim. Ascoltavo anche rock e musica classica, avevo l’abbonamento ai pomeriggi musicali del Conservatorio di Milano. Ultimamente sto tornando ad ascoltare musica classica, le mie vecchi passioni, Chopin e Mahler. Mi piace il jazz del chitarrista norvegese Terje Rypdal, un grande, e il bluegrass – swing del chitarrista Tony Rice».

Interviste/ Fabrizio Sotti, l’italiano che ha avuto la fortuna di fare la storia della musica americana

Prima di mettermi a scrivere questa lunga intervista, un’ora di collegamento via Skype a New York, mi sono dedicato a un doveroso “ripasso”, andando a recuperare album che non ascoltavo da parecchio tempo. Nell’ordine, Money Jungle, anno d’uscita 1962, disco gigantesco, il blues in jazz inteso da Duke Ellington, al pianoforte, Charlie Mingus al contrabbasso e Max Roach alla batteria. Quindi, anno 1965, Smokin’ at the Half Note, registrazione live di un concerto del chitarrista Wes Montgomery & Winton Kelly Trio. E qui già stiamo entrando nel personaggio. Il suono della chitarra di Wes è vellutato, di una romantica, voluta opacità (ascoltate Impressions). Infine, ancora in cuffia, anno d’uscita 1968, Electric Ladyland, terzo e ultimo disco (doppio) inciso da Jimi Hendrix nella formazione The Jimi Hendrix Experience con Noel Redding al basso e Mitch Mitchell alla batteria. Ricordate – e come non ricordarle! – Voodoo Chile e Crosstown Traffic?

Fabrizio Sotti – Foto Marco Glaviano

Bene, ora sono pronto! Con l’inconfondibile dialogo di Hendrix e la sua Fender Strat vi presento Fabrizio Sotti, 45 anni, padovano di origine e newyorkese d’adozione. È un musicista e compositore, jazz di predilezione. Ma è anche un producer, ha fondato e gestito etichette discografiche, ed è un autore. È un chitarrista, uno straordinario chitarrista, che non disdegna altri generi musicali, dal rock al pop all’urban. I personaggi con cui ho iniziato questo post non sono stati scelti a caso, sono una piccola, ma sostanziosa parte della sua formazione, le ragioni per cui Fabrizio ha iniziato a suonare giovanissimo la chitarra, ad amare il jazz e a colorare la sua musica con la maestosa psichedelica bravura di Hendrix. Così sono pronto a “sbobinare” la lunga chiacchierata con questo artista che ha rotto i canoni del classico musicista: la storia della sua vita, la musica, le contaminazioni musicali, la Ferrari (capirete…) ma anche il lockdown negli States, le ansie e il mondo che verrà…

Partiamo dall’inizio: come ti è venuta la passione per la musica e per il jazz?
«È stata mia nonna paterna che suonava il pianoforte, musica classica, a iniziarmi e a  insegnarmi i fondamentali. Avevo cinque anni. A nove sono stato attratto dalla chitarra, amore a prima vista, e ho iniziato a studiarla seriamente. Crescendo mi sono appassionato ai grandi del jazz, Wes Montgomery ma anche John Coltrane, Duke Ellington, Miles Davis. E poi Jimi Hendrix. Erano gli anni Ottanta e a Padova non c’erano scuole che insegnassero seriamente il jazz, al di fuori di qualche maestro privato. Andavo da “Ricordi” a comprare i manuali di jazz della Berklee College of Music. A 14-15 anni ho iniziato a suonare (e lavorare) come professionista, facevo il turnista, con Leandro Barsotti, Angela Baraldi, Samuele Bersani. Ho avuto la fortuna di avere un trio con con Ares Tavolazzi e Mauro Beggio, bassista e batterista grandissimi, con i quali ho imparato molto. Poi il Fabrizio Sotti Mob Group jazz/fusion con Francesco Lomagistro alla batteria e Christian Lisi al basso…

Insomma, una carriera iniziata bene…
«Sì, ma presto mi son reso conto che, se volevo crescere, diventare davvero bravo, coltivare la mia passione, dovevo andarmene dall’Italia. La scena musicale italiana, a parte poche eccezioni, anzi, l’Italia in sé, non aveva grandi maestri, anche di vita…

Quindi?
«Quindi a 16 anni ho avuto il coraggio di andarmene a New York, avevo qualche contatto di musicisti… ma sono ripartito da zero per la lingua e la musica. Avevo le nozioni di base, però avevo capito che al di là delle ore di studio dello strumento, per imparare davvero dovevo suonare con bravi musicisti. Il bello del circuito jazz newyorkese è che, se sei serio e bravo, ti accolgono, sei uno di loro. Così mi sono trovato a suonare con grandi nomi, con il bassista Steve LaSpina, i batteristi Victor Jones e Al Foster, i bassisti John Patitucci, Mark Egan e Jeff Andrews, il trombettista Randy Brecker… Suonare con dei grandi musicisti è la migliore scuola. Ho 45 anni ma non si smette mai di imparare, ancora oggi studio e sono sempre alla ricerca della mia voce più profonda».

Sei poi tornato in Italia?
«Sì, nel ’95 per fare il militare. Sono finito alla base Nato di Aviano, proprio nel periodo delle guerre in Jugoslavia e degli interventi americani i cui aerei partivano da lì. Un momento della mia vita di cui non amo parlare, una brutta esperienza».

Poi sei ripartito per gli Usa…
«Sì, a settembre del ’96 sono ritornato in America e lì son rimasto. Ho avuto un’infanzia e un’adolescenza difficile, la musica mi ha salvato».

Tu non sei “solo” un chitarrista jazz, sei anche molto altro…
«Sono sempre stato uno curioso. Mi piace tutta la musica, o meglio, per citare Duke Ellington, “Ci sono due tipi di musica: la buona e… tutto il resto”. Ascolto di tutto, basta sia valido, abbia qualcosa da dire. Per questo mi sono avventurato da sempre anche fuori dal jazz, mi incuriosiva molto la parte di produzione della musica e scrivere canzoni. Al mio rientro a New York ho creato un piccolo studio e ho intrapreso centinaia di collaborazioni con musicisti urban, hip hop, R&B. Oggi sono musicista, produttore e scrittore. Sai, dell’ambiente del jazz, soprattutto europeo, non sopporto lo snobismo verso gli altri generi, che qui non esiste. Michael Brecker, grande sassofonista, aveva un’attitudine rilassata verso la musica, quando sai chi sei e cosa fai non devi temere nulla…».

Una vena polemica?
«Non tollero gli opinionisti, quelli che sanno tutto e giudicano. Io mi faccio gli affari miei. Questa è una delle ragioni per cui me ne sono andato. Negli States nessuno ti dice nulla e vale un principio: se suoni bene esisti sennò non esisti. Punto».

Per questo in Italia hai fatto poche collaborazioni?
«Ne ho fatte alcune di cui vado fiero. La prima con Zucchero, contenuta nell’album A Fiew Possibilities del 2014, Someone Else’s Tears (bonus track contenuto nell’album Chocabeck del 2010, il cui testo è stato scritto da Bono Vox, n.d.r.). La seconda, del 2017, con Clementino per il brano La cosa più bella che ho (dall’album Vulcano, n.d.r.), dove ho suonato la chitarra e curato la produzione. Lo stesso per la terza, Angeli e Demoni, canzone uscita nel febbraio dello scorso anno, con il rapper Mondo Marcio (Gian Marco Marcello, contenuta nell’album UOMO!, n.d.r.) e Mina… Hai notato la chitarra com’è predominante? Un Il testo di quest’ultima canzone fa riflettere molto, la musica ti può dare emozioni positive e riflessioni utili».

Per il discorso di cui sopra, qui sono in molti a criticare Zucchero…
«Zucchero è sempre stato innovativo, ha un suo sound ed è uno dei più grandi artisti che abbiamo in Italia»·

Gli altri chi sono?
«Chi erano: Pino Daniele, con cui coltivavo una grande amicizia, e Lucio Dalla con il quale avevo suonato quando ero un ragazzino. A questo proposito ti do un’anteprima, non l’ho detto ancora a nessun giornalista: prima che scoppiasse il problema del virus e si chiudesse tutto, con Rachel Z., pianista che ha suonato in molte tournée di Pino, e con suo marito, il batterista Omar Hakim, abbiamo deciso di preparare un omaggio a Pino. Rachel l’ho conosciuta negli anni Novanta, perché avevo preso in affitto il suo appartamento per alcuni mesi proprio mentre lei era in concerto con Pino in Italia. Poi ha sposato Omar. Quindi siamo tre amici che hanno preparato un tributo a un amico che non c’è più, un disco con sue canzone rivisitate da noi con special guests, cantanti e rapper, grossi nomi, ti basti sapere questo, non posso dirti di più. Dovevamo presentarlo anche in Italia, con una serie di concerti, ma s’è dovuto rinviare tutto al prossimo anno…».

Fabrizio Sotti – Foto Marco Glaviano

Passiamo a un altro capitolo della tua vita: hai firmato la riedizione di una chitarra mitica per un jazzista, costruita negli anni Trenta, la D’Angelico Premier Fabrizio Sotti SS…
«È una storia curiosa, John D’Angelico era un liutaio aveva aperto un negozio in Little Italy a New York nel 1932. Figlio di italiani, ha creato delle chitarre favolose diventando il punto di riferimento dei musicisti dell’epoca. Lui è morto negli anni Sessanta e via via l’azienda, passata per varie esperienze, aveva finito per chiudere. Sei, sette anni fa una cordata di investitori americani l’ha riaperta e, per riportarla alla vecchia gloria, ha chiamato alcuni chitarristi a rappresentarla (oltre a Fabrizio c’è Bob Weir, dei Grateful Dead, e Kurt Rosenwinkel, n.d.r.). Sono molto orgoglioso di essere un italo-americano di “nuova generazione”, è il traguardo di tanto lavoro fatto. Ho avuto fortuna di fare la storia della musica americana lavorando assieme a Cassandra Wilson, Dead Prez, Whitney Houston, Jennifer Lopez, Ice-T, Shaggy… Sono soddisfatto, ma sempre alla ricerca di nuovo. A 45 anni inizio a tirare le somme, anche se sono ancora a meno della metà dell’opera!».

Apriamo un altro di capitolo: la tua passione per le Ferrari…
«È uno di quei desideri che ti vengono fin da bambino. È un brand che racchiude in sé un’essenza mistica per il sogno che rappresenta. Con i miei primi soldi veri guadagnati, non avevo nemmeno comprato casa, ho acquistato una F355. Da allora ne ho avuto molte, sono stato “usato” anche come testimonial dalla casa di Maranello. Ti confesso che preferisco i modelli più “vecchi”, dove l’uomo può mettere la sua tecnica di guida, oggi vanno da sole! Andavo anche in pista. Ora non lo faccio più, sono sposato e ho una bambina, altre responsabilità…».

Velocità e musica che connessione hanno?
«La stessa sensazione: quando sono alla guida e quando suono, è un’emozione. Una grande, forte emozione».

Fabrizio veniamo al Covid19 e al lockdown: niente concerti niente produzioni, niente dischi, niente…
«È tutto sospeso. Pubblichi dischi per andare poi in giro per il mondo a fare concerti, è così che puoi guadagnare. Penso che per un anno non si suonerà più nei club per mantenere il “social distancing”. Sai, credo che non torneremo più alla normalità come eravamo abituati a viverla. Dovrò riorganizzarmi. Io, che per fortuna ho diversificato le mie attività, avendo scritto e prodotto canzoni di successo resisto ancora, ma penso a come faranno a sopravvivere i musicisti che suonano soltanto. E quello che ci sta succedendo oggi è un fallimento dell’umanità. Così perdiamo musica, libri, cultura, l’arte…».

Sarà brutale…
«Lo dico consapevole di pronunciare parole “tragiche”: tra un anno ci saranno meno della metà dei musicisti attivi oggi. Sarà un dura selezione naturale, soprattutto per il jazz. La “classe media della musica» – e nel jazz è praticamente tutta classe media – rischia di venire cancellata. Sono un positivo di natura, non mi sono mai fermato davanti niente, ma questa situazione mi fa sentire impotente».

Memento/ Lucio Dalla, una canzone e un ricordo…

4/3/20. Sono bastati 12 giorni a Ozzy Osbourne per scalare le classifiche mondiali e posizionare il suo Ordinary Man al top di vendite e ascolti. Come lui, sulla cresta dei 70 e oltre ci sono altri ex-ragazzi ribelli in piena attività, Mick Jagger, Keith Richards, Elton John, Paul McCartney… Lucio Dalla, oggi avrebbe compiuto 77 anni, la stessa età del baronetto Paul, un anno in meno di Charlie Watts, impenetrabile batterista dei Rolling Stones. Non ho citato questi nomi a caso. Tutti, incluso Dalla, erano e sono animali da palcoscenico. Artisti che si alimentano dell’energia del pubblico, caricano la loro creatività e “istrionicità” per restituirla, attraverso emozioni, a quello stesso pubblico. Oggi è il compleanno di Lucio Dalla e la musica italiana – ma anche quella internazionale – a otto anni dalla sua morte ne avverte sempre di più la sua mancanza.

Non voglio ricordare quanto grande sia stato il piccolo e peloso bolognese che della sua statura e irsutezza era riuscito a trarne punti di forza e tipicità, e della sua straordinaria dote di combinare con eleganza e ironia parole e note, la sua profonda bellezza. Oggi tutti i giornali lo stanno facendo. Voglio, invece, raccontarlo attraverso un mio piccolo ricordo. Profondo Veneto, adolescenti. Mattina al liceo classico tra Kant, Dante e lettura di giornali (obbligatoria), pomeriggi, dopo lo studio, ad arrangiarsi sulla tastiera di un pianoforte o sulle corde della chitarra. Ragazzi di provincia. Nella seconda metà degli anni Settanta alle pendici del Monte Grappa si vivevano gli anni della contestazione e del terrorismo cercando di canalizzare la nostra giovane e vigorosa dose di insoddisfazione contro un establishment logoro e decadente con parole e musica. I nostri strumenti? Un foglietto ciclostilato che chiamavamo giornale, diventato poi un giornale, e una stanza dove ci si trovava a suonare. Tra le prime cover, tra Dylan, Santana, Beatles e Cat Stevens, c’era anche Dalla con il suo omonimo disco pubblicato nel 1979. L’anno che verrà, ma anche Anna e Marco, a dire il vero il brano più gettonato nelle nostre “uscite” iperlocal. A oltre quarant’anni di distanza mi chiedo perché, tra le tante canzoni famose che si strimpellavano con chitarratastierabassobatteria, proprio Anna e Marco, che iniziava con un piano elettrico sommesso, era quella che colpiva di più: in una canzone, che in realtà è una breve, completa e cruda storia con un inizio e una fine, quella di due giovani di provincia, ci si rispecchiava tutti. Era esattamente così: le domeniche oziose, il ritrovo al bar, quella malinconia costante e la voglia di fare qualcosa di diverso, i sogni, la voglia di volare e di conquistare la luna, infranti sempre dal semplice “abbaiare di un cane”, e l’inevitabile ritorno alle proprie giovani vite. Un circuito “eterno”, un limbo che in tanti abbiamo cercato di rompere, riuscendoci?, in anni dove Internet, cellulari e social erano realtà inimmaginabili e la provincia era… provincia, punto. Eravamo tanti Anna e Marco, da Nord a Sud. Grazie anche a Lucio Dalla ne abbiamo preso coscienza, scegliendo le nostre future vite.

Due marzo, quattro compleanni per altrettanti rocker

Sono solo coincidenze, ma… oggi, 2 marzo, sono nati quattro artisti che, in modo diverso, hanno dato e stanno dando, un contributo determinante alla declinazione del genere rock. Sto parlando di Lou Reed (andatosene, purtroppo 7 anni fa), Mark Evans, Jon Bon Jovi e Chris Martin. Tutti venuti al mondo lo stesso giorno, il primo nel ’42, il secondo nel ’56, il terzo nel ’62 e il quarto nel ’77. Tra due giorni, il 4 marzo (era il 1943), ricorre anche l’anniversario della nascita del nostro mitico Lucio Dalla, morto a Montreux il 1 marzo del 2012, otto anni fa. La vita dell’artista bolognese s’è accesa e spenta a marzo. Marzo, dal latino Martius, era il mese dedicato a Marte, il dio della guerra, padre di Romolo e Remo, dunque protettore di Roma e dell’Impero romano. Marzo è sinonimo anche di pazzia, “essere nato a marzo” significa avere un carattere tosto, irrequieto, volubile. E gli artisti in questione, incluso Lucio, rispettano in pieno lo spirito di questo mese.

Lou Reed, nato, cresciuto e spentosi nella sua New York, una giovinezza difficile – a causa della sua bisessualità a metà degli anni ’50 fu sottoposto ad elettroshock – cantore dei bassifondi della Grande Mela è colui che ha dato una sterzata al rock com’era concepito in quel periodo. Per molti versi è um precursore del punk per il suo modo graffiante di suonare la chitarra, la voce volutamente monocorde, il suo modo di apparire sul palco, giubbotto di pelle nera e occhiali Rayban. Con i Velvet Underground & Nico, nel loro primo disco, regala al rock uno dei suoi “anthem”: I’m Waiting for The Man. Nella sua turbolenta e creativa vita Lou conosce e collabora con John Cale, Andy Wharol, Iggy Pop, David Bowie, l’Underground è il suo nido e lo sarà sempre in cerca di nuove forme d’arte, mai cristallizzarsi in un genere. L’incontro sentimentale e musicale con Laurie Anderson, compositrice d’avanguardia, speculare a lui in tutto e per tutto, lo porterà a percorrere strade complesse nella musica e a produrre pezzi marcanti, come In Our Sleep (1994), dove Lou e Laurie raccontano la loro storia d’amore, coinvolgente intesa in un brano minimal, essenziale nella musica e nelle parole: In our sleep as we speak, Listen to the drums beat, As we speak, In our sleep as we speak, Listen to the drums beat, In our sleep, In our sleep where we meet, In our sleep where we meet.

Il nome di Mark Evans potrà non dire molto a qualcuno, ma il sessantaquattrenne signore di Melbourne è stato per due anni, dal 1975 al 1977, il bassista degli AC/DC. Fu licenziato da Angus per divergenze sullo stile della musica dopo la tournée in Europa, in Germania fu l’ultimo concerto con la band, ma anche perché il suo successore, Cliff Williams, oltre a suonare il basso, sapeva anche cantare. Mark, che nel 2011 ha pubblicato un libro autobiografico sulla sua storia inclusi gli anni passati nella famosa band, Dirty Deeds: My Life Inside & Outside of AC/DC, continua a suonare; dal 2017 è entrato nei Rose Tattoo, storico gruppo australiano di hard rock capitanato da Angry Anderson. Ascoltiamo qui gli AC/DC con Mark in Let There be Rock.

E arriviamo a Jon Bon Jovi, vero nome, John Francis Bongiovi Jr. Di lui le cronache hanno parlato proprio un paio di giorni fa, quando il rocker, nato nel New Jersey da padre di origini italiane (i nonni erano siciliani), s’è incontrato negli studi di Abbey Road a Londra con il principe Harry per registrare un brano a scopo di beneficenza. Jon, 57 anni, è da sempre uomo impegnato politicamente e socialmente. Con i Bon Jovi, suo storico gruppo, Jon rilascerà il 16esimo album in studio della band dal titolo Bon Jovi 2020 il prossimo 15 maggio. Per ora ascoltiamo Limitless.

L’ultimo in ordine di anno di nascita è Chris Martin, il frontman dei Coldplay. Che dire di Chris e della sua band? Navigano in acque alterne, dal pop rock alla disco, al rock. Il loro ultimo lavoro, Everyday Life mi è piaciuto molto. Chris tuttofare, gioca con la musica e con i generi, è maturato e si sente. Come dimostra anche lo spin off di Everyday Life rilasciato il 21 febbraio assieme a Jonny Buckland, chitarrista del gruppo. Si tratta di una versione “acustica” di tre brani del disco, BrokEn, Champion of the World e Cry Cry Cry (quest’ultimo brano, in versione originale, è stato anche “tradotto” in video con la regia di Dakota Johnson e Coirey Bailey). Tutti e tre “reimagined” con due membri in meno della band, un gruppo di archi e tre coristi in più.  Ascoltiamo insieme BrokEn.