In memoria di John Lennon

Sono esattamente 40 anni che Lennon è stato ammazzato, quattro proiettili sparati alla schiena da Mark David Chapman, ancora in carcere dopo 11 richieste di libertà vigilata. Il mio non vuol essere l’ennesimo ricordo: stampa, social, televisioni ne sono pieni e molti di ottima fattura.

Mi limito solo a pubblicare sul post tre episodi di vita di tre amici brasiliani. Tutti fan dei Beatles e di Lennon, un fotografo e due giornalisti, uno di questi, Márcio Gaspar, nell’ufficio stampa dell’allora WEA (Warner-Elektra-Atlantic) Brazil, oggi WMG (Warner Music Group), aveva lavorato al lancio dell’ultimo Lp dell’ex Beatles, Double Fantasy. Sono tre brevi spaccati di vita di quell’8 dicembre 1980.

Perché brasiliani, vi chiederete legittimamente. Beh, innanzitutto perché amici e colleghi che stimo da decenni, e poi perché il Brasile ha un legame particolare con i Beatles e con Lennon. Nel 1980 c’era ancora la dittatura militare con le sue leggi molto restrittive sulla libertà d’espressione, anche se da lì a qualche anno si sarebbe affacciata, dopo un lungo ventennio, una timida democrazia, ovviamente pilotata dai militari. I Beatles, come tutto il rock degli anni Sessanta e Settanta, sono stati la colonna sonora di quella voglia di libertà, uguaglianza, democrazia che permeavano le università brasiliane.

Tra il 1967 e il 1971 furono costretti all’esilio grandi artisti, Caetano Veloso (breve inciso: nel suo bellissimo album del 1975 Qualquer Coisa, rende omaggio ai Beatles, qui Eleanor Rigby), Gilberto Gil (anche lui omaggiò i Fab Four nel 1971 dall’album che porta il suo nome, con una psichedelica Sgt. Peppers Lonely Hearts Club Band), Chico Buarque, l’architetto Oscar Niemeyer, il cineasta Glauber Rocha

In quegli anni bui molti giovani furono uccisi, sparirono, com’era amara e atroce consuetudine nell’America Latina del tempo. Dunque, John Lennon, le sue parole, l’intervista rilasciata ad Andy Peebles per la BBC nell’ultimo fine settimana della sua vita, sono rimaste scolpite nella memoria di quei giovani. John parlò di tutto, Beatles, musica, famiglia, il rapporto con Paul McCartney, ma non tralasciò nemmeno, con la solita sfrontatezza, la sua visione del mondo e della vita. Per quei giovani brasiliani John è stato musica&politica, peace&love, un’opportunità per sognare un mondo diverso, magari più giusto e libero. Sogni infranti…

Walterson Sardenberg – giornalista
Sono nato il 6 luglio del 1957, il giorno in cui John Lennon e Paul McCartney si conobbero. Questo, in qualche modo, mi pare significativo per come i Beatles hanno segnato la mia vita – e non solo in senso musicale. Ma l’influenza di Lennon è andata ben oltre la musica. Molto di più… Soprattutto nel comportamento. Ricordo che, nel 1970, a 13 anni, ho iniziato a usare gli occhiali da vista per una miopia. Per la mia generazione, il portare gli occhiali da vista era un buon motivo per essere bullizzati. I ragazzini e i pre adolescenti con occhiali li chiamavano quatro olhos, quattr’occhi. All’inizio quegli occhiali non li volevo proprio, ma dall’ottico decisi per un paio rotondi con montatura di metallo, come quelli che usava Lennon. Li indossai e non mi importò nulla d’essere preso in giro. Ero orgoglioso di avere gli occhiali di John Lennon. Quando morì ero un giovane reporter del settimanale Manchete, magazine venduto in tutto il Paese. Ero in redazione nel momento in cui arrivò la notizia. Abbiamo acceso il televisore, increduli. Non poteva essere vero. Invece lo era. In quei giorni ascoltavo sempre Double Fantasy che Lennon aveva pubblicato quell’anno. Il disco è fantastico, ma non tutto. C’è una traccia cantata da John e una da Yoko Ono, alternata per tutto l’album. Era una noia alzarmi alla fine di ogni brano di John e sistemare la puntina del piatto sulla traccia successiva saltando quella di Yoko. Sia come sia, ancora oggi penso che quel disco contenga una delle canzoni più belle di Lennon, Watching the Wheels, con un testo che recita il “chissenefrega” di chi critica le nostre abitudini. Un “vaffa” al bullismo di ogni giorno. Ogni tanto metto sul piatto il vecchio vinile per ascoltarlo. E, ovvio, uso ancora gli occhiali di metallo rotondi, old Lennon Style!

Márcio Gaspar – gironalista e scrittore
Era il 1980, come ufficio stampa della casa discografia WEA a São Paulo, ogni giorno ricevevo via fax dal produttore David Geffen le novità sulle registrazioni di Double Fantasy di John Lennon e Yoko Ono. Il flusso di informazioni era aumentato da agosto di quell’anno, quando s’era capito che ci si trovava alle battute finali del lavoro. «Le basi sono pronte, John inizia a mettere la voce definitiva su Watching the Wheels e Woman; “Yoko ha chiesto una base di eco su Beautiful Boy e John partecipa attivamente al mixaggio di tutte le tracce”… Fax dopo fax ci sentivamo sempre più coinvolti. Io in modo particolare, “beatlemaniaco” e “orfano” della musica di Lennon – non aveva fatto uscire nulla negli ultimi cinque anni – vibravo nel sentirmi parte del “giorno dopo giorno” della coppia. Sapevo a che ora uscivano di casa per andare allo studio di registrazione, quando ritornavano nel Dakota Building, persino quando ordinavano cibo in studio. Per tutto ciò, penso che la notizia del terribile omicidio mi abbia colpito ancora più forte di quel che pensavo. Abbiamo ricevuto le prime informazioni, quindi la dolorosa conferma che era morto e persino le prime foto fatte dallo stesso David Geffen. Ho perso un idolo, ho perso un “quasi” amico, ho perso una parte di me, mi sono sentito perso.

Marcelo Spatafora – fotografo

L’8 dicembre del 1980, mio primo giorno di lavoro, mio padre mi aveva dato un passaggio nello studio fotografico a São Paulo con il suo “fusca”, il Maggiolino della Volkswagen, di color verde. Avevo appena acceso la radio, quando ho sentito, dalla voce di Otávio Ceschi, famoso conduttore della Radio Difusora FM, che John Lennon era morto quella notte. Credevo fosse uno scherzo sui Beatles, d’altronde Paul era stato vittima della stessa notizia anni addietro. Purtroppo era la verità, Lennon era stato freddamente assassinato da un fan. Quel giorno sono rimasto chiuso nello studio fotografico e ho pianto… la radio non smetteva di trasmettere musiche dei Beatles e Lennon. Che immensa tristezza…

Musica e immagini/ La doppia arte di Rinaldo Donati

Ci siamo reincontrati per caso, grazie a un post che ho pubblicato alcune settimane su Musicabile: l’intervista a Paolo Alesssandrini autore di Matematica Rock. Nel testo di presentazione che avevo scritto su Facebook, sostenevo che la distanza tra musica e matematica non è poi così siderale; lui è stato il primo a intervenire con un breve ma efficace: “Ma no, dai, per favore”! E subito s’è preso la reprimenda di un altro lettore a cui, sempre lui, da gran signore e uomo intelligente qual è, ha risposto spostando il focus sulle emozioni, sul “sentire” la musica, su quello che può dare a ciascuno di noi, pronto a recepire sensazioni, sogni, immagini. Così, l’ho chiamato e… intervistato. Il lui in questione è un musicista, un bravo musicista. Ed è anche un fotografo, un bravo fotografo.

Rinaldo Donati

Si chiama Rinaldo Donati ha 58 anni ed è un chitarrista di rara raffinatezza con cui condivido una passione infinita per un Paese magico quanto a cultura e musica, il Brasile. Parentesi: il gigante sudamericano da tempo sta passando una crisi culturale e di identità culminata con l’elezione di un presidente ultraconservatore, che si richiama ai “valori” della  dittatura militare degli anni Sessanta e Settanta, poco propenso all’apertura mentale che da sempre ha caratterizzato la cultura, soprattutto musicale, brasiliana.

Giorgio Gaslini, mitico compositore e jazzista, di Donati  ha scritto: “Un’indiscutibile qualità musicale con una cifra stilistica del tutto rara”. Sono incuriosito dalla contaminazione delle arti praticata dal Nostro. Musica e fotografia hanno molto in comune. Bryan Adams, la rockstar canadese, è anche un fantastico ritrattista. Le sue foto rispecchiano la sua musica (e viceversa). Rinaldo è così, un visionario che ricostruisce i suoi sogni a volte con la musica, altre con la fotografia e, sempre più spesso, fondendo le due attività.

Rinaldo, sgombriamo subito il campo: la matematica nella musica c’è, è innegabile, ma la musica non vive solo per questa “commistione”…
«Premetto, non ho letto il libro di Alessandrini, ma mi son permesso di rispondere a un’osservazione fattami: la matematica può essere una parente della musica, sicuramente lo è, ma la musica, come espressione intima dell’essere, traduzione di un mondo emozionale e immaginato non ha nulla a che vedere con la matematica. Come nella letteratura: la grammatica è essenziale per la conoscenza di una lingua ma non può imbrigliare la poesia o la letteratura. L’arte, in generale, è un canale intuitivo…».

Rio de Janeiro, Posto Nove – Foto Rinaldo Donati

Secondo la tua esperienza…
«… La musica si può fare in tanti modi diversi. Quando compongo immagino luoghi non visti, vite non vissute. Quindi, le rielaboro in armonie e note. Negli anni Novanta scrivevo musica per spettacoli di danza contemporanea dove mi è capitato più d’una volta di essere sul palco con i ballerini, far parte dello spettacolo. Il mio sforzo era quello di comporre non solo tappeti musicali dove i danzatori potessero esprimersi, ma concepire una musica che potesse avere una vita a sé stante».

Da anni ormai, oltre alla musica ti esprimi anche con le immagini…
«La fotografia, quel particolare tipo di fotografia a cui mi sono dedicato, è stata per me la naturale conseguenza del mio lavoro in musica: ho cercato di riprodurre ciò che avevo composto, fissavo nell’obiettivo immagini “lavorate” attraverso il mio mondo, grazie all’uso di filtri e di un ben definito settaggio della macchina fotografica. Cercavo di trovare e trattare un mondo visuale che rispettasse la mia musica. È stato come ritrovare  visivamente quello che avevo immaginato con il suono. Un esempio è stato il lavoro che ho fatto a São Paulo. Non avevo mai visitato la megalopoli brasiliana, anche se me l’ero immaginata nei suoni e nelle armonie. Armato di macchina fotografica l’ho percorsa per 15 giorni in lungo e in largo grazie ad amici che mi hanno ospitato. E, mentre fotografavo, ho trovato un parallelo visivo con la musica in un “suono globale”».

Ti senti più musicista o fotografo?
«La fotografia è l’altro lato della mia creatività. Mi servono entrambe per riconoscere chi sono. Costruisco forme di empatia verso l’altro ma anche verso me stesso. Non sono legato a un genere, ho molti colori che scopro di attraversarli e unirli».

Rio de Janeiro, Nave – Foto Rinaldo Donati

Dammi una definizione di musica…
«Il mio senso della musica? Un posto dove esprimermi, per questo sono sempre alla ricerca di luoghi che siano “onde d’urto” emozionali molto forti. Tornando alla matematica e alla musica: il Conservatorio è essenziale per imparare la base di questo linguaggio, come la grammatica lo è per una lingua, ma il Conservatorio ti può imbrigliare, trattenerti dall’esplorare il tuo mondo emozionale, irrigidire in schemi…».

D’altronde, se parliamo di artisti soprattutto rock ma anche jazzisti, molti di questi hanno realizzato grandi brani senza saper leggere la musica…
«Qui entra in gioco l’attitudine: devi averla, devi possedere quel qualcosa in più che ti faccia appassionare alla musica. Per me è come l’innamorarsi. Il sentirti talmente attratto che nulla e nessuno può fermarti. Un’onda emozionale molto forte. Al musicista piace giocare con le note, al fotografo con la luce, allo scrittore con le parole, è un gioco che ci si porta dentro fino da bambini: come puoi tarpare le ali a un bimbo che, con un legnetto in mano, sogna di essere alla guida di un’astronave alla scoperta di nuovi mondi?».

Rio de Janeiro, Ipanema – Foto Rinaldo Donati

La musica inevitabilmente si evolve, segue il cammino e le scoperte dell’uomo
«È un discorso molto complesso. Quello che ti posso dire, è che oggi tra i nuovi generi e nuovi musicisti ci sono alcune perle che fanno fatica a uscire da un mucchio confuso. Il linguaggio (musicale e scritto) è imploso, non c’è praticamente più nessuno che ha il coraggio di mettere il culo su un seggiolino davanti a un pianoforte e cercare sulla tastiera di riprodurre generi, nuove armonie, tecniche senza far ricorso a suoni campionati. Arnold Schönberg nel suo Trattato di Armonia a un certo punto scrive: “C’è ancora tanto da scoprire sulla scala di Do”, cioè la base dello studio della musica. Ognuno si nutra del cibo che crede, massima libertà. Mancano però elementi di libertà espressiva, i generi che vanno per la maggiore oggi sembrano tutti dei carillon prefabbricati, uguali uno all’altro…».

Di te hanno scritto: “Il suo suono costeggia la musica brasiliana e il jazz, le sonorità tribali e l’elettronica, le suggestioni della danza e delle arti visive. Un animo da esploratore “salgariano”, nella cui musica e immagini convivono un raffinato impressionismo e un gusto innato per lo spazio…
«Sono molto attratto dal linguaggio del jazz, mi ispira grande libertà, mi affascina, ma non sono uno da free jazz, improvvisazione pura, e poi adoro la musica brasiliana».

Rio de Janeiro, Granchio – Foto Rinaldo Donati

Rinaldo, torniamo alla nostra passione, il Brasile…
«Probabilmente in un’altra vita stavo da quelle parti. Una passione che ho fin da bambino, da quando ho letto il Corsaro Nero di Salgari: mi aveva attirato quel mondo tropicale così lontano da noi. Crescendo e suonando la chitarra, sono rimasto fulminato da João Gilberto. Quando l’ho scoperto, sono letteralmente impazzito. La sua musica mi dava un grande senso di pace. Quando arrivo in Brasile, ci vado sempre da europeo. Non pretendo di essere uno di loro, ma lì, mi sento a casa. Da questa mia passione sono nati due progetti, Rio Noir e Paulistas»(da vedere assolutamente!, ndr).

São Paulo, Fusca – Foto Rinaldo Donati

Il tuo ultimo disco risale al 2008…
«Mi sono un po’ perso: ho tre album pronti da pubblicare nel cassetto, ma non mi decido mai. Sto lavorando da tempo su alcuni progetti che includono anche grandi musicisti internazionali, su brani noti, restando sempre sul discorso delle colonne sonore della mia vita. Mi interessa molto il dialogo tra musicisti, rimanere in un certo ambito armonico attraverso varie composizioni che siano un “continuum”. Se riuscirò a portarlo a termine, potrebbe diventare anche un  bellissimo live. Ovviamente, musica ma anche immagini. Da alcuni anni mi sono trovato un rifugio, una casa di fine Ottocento sul lago d’Orta, in mezzo a un bosco. Il mio sogno, che spero si realizzi, è creare una “piccola Woodstock” tra gli alberi, una due giorni di musica, con artisti da tutto il mondo che suonano, gente nei prati, una lunga catena armonica…».

Se volete ascoltarlo, trovate i suoi album su Spotify: buoni sogni!

Musica e Società/ Chico Science, il Manguebeat e… i Granchi con cervello

Il 2 febbraio di 23 anni fa moriva a Recife, capitale del Pernambuco, stato del Nord Est brasiliano, Francisco de Assis França. Aveva 30 anni. Un incidente d’auto a bordo della Fiat Punto della sorella. Appena un fatto di cronaca, uno dei tanti lutti sulle strade che i giornali registrano ogni giorno. A molti di noi Francisco non dice assolutamente nulla, un nome comune, e poi così lontano, dall’altra parte dell’Atlantico. Eppure quel ragazzo è stato uno dei musicisti più autorevoli del Brasile (Rolling Stone Brasil l’ha inserito al 12esimo posto tra i 100 artisti più influenti di sempre del Paese), diventato famoso negli States e anche in Europa, dove si è esibito in numerosi concerti (incluso il Festival Jazz de Montreux in Svizzera). Il suo nome d’arte: Chico Science. Il suo gruppo, Nação Zumbi. Il suo genere, Manguebeat. E da qui partiamo.

Chico era di Olinda, città coloniale a pochi chilometri da Recife, nota per il suo carnevale e per i ritmi vertiginosi che si ballano, ben diversi dal samba carioca e paulista, forró e frevo soprattutto. Cresciuto a Recife, di professione faceva l’impiegato comunale esperto di informatica, di passione, invece, il musicista. Il suo pane quotidiano, nella musica, erano i ritmi tradizionali, d’importazione afro, come il maracatu, mescolati a soul, funk, jazz, bossa, hip hop, hard rock… Un insieme di stili e beat esplosivi che hanno portato alla nascita di un genere tutto nuovo. Eccolo, dunque, con i Legião Hip-Hop, crew che vedeva rapper e break-dancer insieme, quindi con gli Orla Orbe e i Loustal per esperienze tra soul, ska e rap. Nel ’91 dà vita ai Lamento Negro che presto diventeranno i Nação Zumbi (dallo schiavo africano Zumbi, creatore del più famoso quilombo della storia brasiliana, una sorta di mini-stato composto da schiavi fuggitivi, nel XVII secolo). I loro testi e la loro musica, una fusion di ritmi con l’idea dell’Africa come madre ancestrale da cui tutto deriva, si mescola e ricrea nuove forme di vita ritmica, sono alla base del manifesto del Manguebeat, movimento fondato nel 1992 dallo stesso Chico Science, i Nação Zumbi e da un’altra band, sempre pernambucana, i Mundo Livre S/A, con il loro leader Fred Zero Quatro, artista post punk. Mangue in portoghese sono le mangrovie, quell’intricato ecosistema paludoso, dove (in questo caso a Recife) confluiscono i fiumi Capibaribe, Beberibe e Tejipió prima di buttarsi nell’Atlantico. Beat è il battito, il ritmo, la speranza.

II manguezal è una zona importante per i pescatori dell’area: nelle intricate zone paludose catturano i granchi, fonte di sussistenza. Chico e Fred hanno visto nel fango la vera possibilità di riscatto. I “granchi con il cervello” (Carangueijos com cerebro) sono coloro che vivono nella palude, ma che dal fango, propio perché obbligati a sopravvivere, traggono tutto quello che possono, mentre gli urubus, gli avvoltoi, sono coloro che, senza problemi, vivono una vita facile e sterile, nutrendosi delle carcasse dei primi. Il simbolo del Manguebeat è proprio un granchio con una chela rivolta verso l’alto, simile a un’antenna, pronta a recepire onde positive e vita da ogni dove.

Da qui discende tutto: il miscelare suoni e ritmi senza paura di contaminazioni ma anche il manifesto politico: aprirsi alle culture altre, assorbirne quello che c’è di interessante. Un po’ come l’antropofagismo di Oswald de Andrade, poeta e pensatore brasiliano della prima metà del Novecento, famoso per il suo manifesto che iniziava con una amletico gioco di parole “Tupy (gli Indios legittimi abitanti del Brasile) or not Tupy, that is the question…”: non aver paura delle nuove culture, anzi, divorarle e assimilarle. Più di qualcuno ha visto nel Manguebeat una similitudine anche con il Tropicalismo, la corrente nata tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta capitanata da nomi sacri della musica brasileira, Caetano Veloso, Gilberto Gil, Tom Zé, Gal Costa, Maria Bethania, però ancora più politicizzata.

Chico con il suo gruppo ha fatto in tempo a pubblicare due album, Da Lama Ao Caos (1995) – vale la pena che ascoltiate A Cidade, brano programmatico del Manguebeat; il refrain è un atto politico:

A cidade não pára
A cidade só cresce
O de cima sobe
E o de baixo desce

 

“la città non si ferma, la città soltanto cresce, quello che sta in cima sale e quello che sta in basso scende…” – e Afrociberdelia (1996), album che lo ha fatto conoscere nel mondo. Nelle 23 tracce dell’album, tra chitarre distorte, fiati funk, e percussioni martellanti, c’è anche la personale versione dei CSNZ di un brano scritto in pieno clima “Tropicalia”, nel 1974, portato al successo da GIlberto Gil, Maracatu Atômico, che potete ascoltare qui

E se Lenine, noto e influente musicista pernambucano, ha definito Chico “il nostro Bob Marley”, vuol dire che il ragazzo scomparso prematuramente ha lasciato un solco ben inciso. Da ripercorrere, ascoltare, ancora fresco, attuale, carico di energia da assorbire e restituire, noi antropofagi di note ed emozioni…