Intervista: Marisa Monte e le sue “Portas” aperte sul futuro

Marisa Monte – Foto Leo Aversa

Oggi vi voglio portare ancora in Brasile. Questa volta per parlarvi di un’artista che, in molti anni di attività, è diventata di diritto una delle musiciste internazionali più ascoltate, quotate e influenti del paese sudamericano. Lei è Marisa Monte, carioca di nascita, una voce estremamente raffinata, una cultura musicale vastissima che spazia dalla musica popolare alla classica, dal jazz al samba e alla bossanova e una vita dedicata alla contaminazione, alle collaborazioni con musicisti dalle provenienze più disparate.

Il 2 luglio scorso ha pubblicato Portas, album composto da 16 tracce, un racconto, per chi la conosce, che ha del cinematografico. Sedici brani che catturano, conquistano, raccontano storie. In Portas c’è amore, romanticismo, passione, tristezza, allegria, speranza, futuro. Se dovessi fare un paragone, è come vedersi un film alla La La Land. Basta ascoltare il brano Portasquello che dà il titolo all’album, per capire quale sia la direzione del nuovo lavoro della Monte. Qual é a melhor?/ Não importa qual/ Não é tudo igual/ Mas todas dão em algum lugar/ E não tem que ser uma única/ Todas servem pra sair ou para entrar/ É melhor abrir para ventilar/ Esse corredor… Qual è la porta migliore? si chiede. La risposta arriva subito dopo: non ha importanza quale sia, non è tutto uguale. Ma tutte le porte aprono in un qualche posto. E, non necessariamente deve essere una porta sola, tutte servono per uscire e per entrare. È comunque meglio aprire per far cambiare aria a questo corridoio. Metafora dei tempi correnti…

Ho l’appuntamento su Zoom. Lei mi risponde da Rio de Janeiro, elegante come sempre, seduta su sfondo nero dietro diverse chitarre, se ne intuiscono le silhouette.

Prima dell’intervista torniamo un attimo alle collaborazioni, perché dicono molto: innanzitutto c’è quel geniaccio di Arto Lindsay, vecchia amicizia di Marisa, grandi collaborazioni, una su tutte, il secondo disco, Mais, prodotto da Arto. E poi Arnaldo Antunes, ex Titãs e compagno nell’avventura Tribalistas con Carlinhos Brown. Il fado Vagalumes è un piccolo omaggio, un gioiello incastonato nelle terre lusitane. Carlinhos non c’è in Portas, in compenso è presente il figlio, Chico, nipote di Chico Buarque de Hollanda, uno dei miti della musica brasileira (ascoltatevi Calma).

C’è anche Nando Reis, altro Titãs (vi consiglio, se ne avete voglia, di mettere sul piatto un po’ di album della rock band nata a São Paulo negli anni Ottanta), Dadi Carvalho, bassista che ha suonato nei Novos Baianos e nei Barão Vermelho (ascoltatevi la bella A Língua dos Animais, frutto della collaborazione tra Marisa, Arnaldo e Dadi) e poi Marcelo Camelo, polistrumentista e anima dei Los Hermanos, gruppo pop rock della fine anni Novanta, quindi Seu Jorge, con cui Marisa ha collaborato più volte, qui in Portas con la figlia Flor, grande voce, nell’ultimo brano, Pra Melhorar! Per continuare con Pretinho da Serrinha, compositore di samba, per un brano tutto da godere, Elegante Amanhecer dedicato alla Portela, scuola di samba carioca, di cui Marisa è sostenitrice, tra cavaquinho, cuica e surdo: Foi lindo de ver a Portela/ O sol raiando/ Elegante amanhecer/ Seu canto ecoou na passarela/ Auê auê salve o samba, salve ela…

La cover dell’album e l’intero concept visivo del disco sono opera dell’artista Marcela Cantuária. «Il progetto è diventato un dialogo audiovisivo tra due donne contemporanee che hanno prestato la oro sensibilità al servizio dell’arte», spiega la musicista. «Marcela è riuscita a rappresentare sia me sia le mie canzoni».

Marisa, un disco di 16 tracce dopo dieci anni dall’ultimo tuo lavoro, come mai tanto tempo?
«Mi sono dedicata a tantissime altre collaborazioni e progetti, come il tour con Paulinho da Viola (uno dei grandi artisti di samba brasiliani, ndr). Doveva essere un minitour in Brasile e si è trasformato in un grande successo! Poi ho lavorato a un progetto d’archivio, Cinephonia, (trent’anni di carriera con inediti audiovisivi, raccolti e catalogati, inaugurato nel marzo dello scorso anno, ndr), ho pubblicato con Carlinhos e Arnaldo il secondo disco Tribalistas… Nel frattempo ho continuato a scrivere, comporre. Non è stato un disco programmato. Quando ho deciso di trasformare quel materiale in un album, avevamo deciso di iniziare a registrare nel maggio 2020 a New York, con Arto Lindsay. Ma con la diffusione della pandemia e il lockdown è saltato tutto. Abbiamo, quindi, rinviato a novembre. Ma poi, vista l’impossibilità di trovarci fisicamente, abbiamo provato a registrare un paio di basi via Zoom tra Rio e New York. Il lavoro stava venendo bene, quindi abbiamo iniziato a lavorare insieme, ho incontrato tanti collaboratori internazionali senza muovermi da Rio! Così abbiamo lavorato a Rio de Janeiro, Los Angeles, New York, Lisbona, Madrid, Barcellona, Seattle…».

Foto Leo Aversa

Sedici canzoni sono tante in un disco…
«In realtà sarebbero 18 tracce,  mi rimangono ancora due brani che pubblicherò, il primo tra poco, e il secondo lo terrò per quando inizierò il tour, il prossimo anno».

Parlami di Portas. Il mondo è pieno di porte che si aprono e si chiudono…
«Volevo cantare un po’ di speranza, fornire uno sguardo diverso, positivo del mondo, visto che, soprattutto in questi due anni, siamo stati molto negativi, insicuri. Nonostante tutto quello che è successo con il Covid19, penso che oggi noi siamo comunque migliori di 50 anni fa. Credo che sia meglio vivere il presente, nonostante tutto quello che è accaduto, perché in questo presente abbiamo intavolato molti temi di discussione, dal guardare il mondo con più attenzione e rispetto, al lavorare per una società più aperta, rispettosa dei diritti di tutti. Il mio è stato un lavoro all’opposto del negazionismo, diciamo di “affermazionismo”. Una resistenza poetica e amorosa, una forma di protesta fatta in tutte le forme possibili. Ci vuole molto coraggio nel difendere l’amore!».

Frame dal brano “Portas” che apre il disco.

A proposito di negazionismo, la situazione politica in Brasile non è delle migliori. Hai voglia di parlarmene un po’, mi interessa sapere come la pensi…
«In Brasile c’è stata una sovrapposizione di crisi, la pandemia e una crisi democratica senza precedenti. Non è molto diverso dal resto del mondo occidentale, però. Lo stesso problema c’è stato in America con Trump, c’è in Europa, lo avete avuto anche in Italia. Credo, voglio credere, che questa sia un situazione che non potrà durare ancora a lungo. Passerà, perché questa crisi democratica genererà una gestione futura del progresso».

Il presidente Bolsonaro non vede di buon occhio la cultura, non tiene molto in considerazione voi artisti.
«Alla base c’è un pensiero retrogrado che non considera la cultura come un potente forza economica che genera indotti, ma piuttosto come un nemico ideologico. Purtroppo per loro, per fortuna non si torna indietro. Non ritorneremo nell’oscurità, si dovrà andare avanti, con orgoglio. Credo che tutti questi problemi che hanno i paesi democratici risiedano nel come è veicolata l’informazione, praticamente senza controllo. Le fake news continuano a essere molto disturbanti per i paesi che credono in certi valori. E non sto parlando solo del Brasile».

Tornando a Portas: hai attinto da tutto il bagaglio della musica brasiliana, dal rock di Rita Lee, alle composizione in bilico tra MPB e jazz di Milton Nascimento, al rock degli anni Ottanta, Titãs, Barõ Vermelho, al Samba, alla bossanova e persino a quel nuovo fado portoghese che negli ultimi anni ha rivoluzionato un genere quasi intoccabile…
«Vero, tutti gli artisti che hai citato e che hanno lavorato in quegli anni incidevano dal vivo in studio, tutti insieme. Questa è la grande forza della collaborazione, del creare qualcosa di unico. Purtroppo la pandemia ci ha costretto a lavorare diversamente: era un mio desiderio ma anche una vera impossibilità. Credo che incida sulla dinamica musicale anche se è stato fatto un ottimo lavoro! Ho sempre voluto collaborare con artisti di generazioni diverse perché credo che queste contaminazioni influiscano positivamente sul pubblico: mi ascoltano la nonna e la nipotina! Anche in questo lavoro ho avuto degli arrangiatori incredibili, da Arthur Verocai, musicista di grande esperienza, al giovane Antonio Neves, al mio coetaneo Marcelo Camelo».

Marisa, un’ultima domanda: cosa ti aspetti da questo nuovo album?
«In Brasile è stato accolto benissimo, oltre tutte le aspettative. Spero che possa portare in questo momento amore, poesia e anche talento».

Estate in musica: Siena Jazz incontra Avishai Cohen e Shai Maestro

Il giorno dopo la vittoria italiana agli Europei di calcio e la notizia che questo successo potrà portare un beneficio al nostro Pil di ben 12 miliardi di euro, mi sento più ottimista! A proposito di Pil e periodo nero per la categoria artisti, sto sfogliando i tantissimi festival di musica che stanno ripopolando i palchi da nord a sud del nostro Paese. Tra Umbria Jazz, Pistoia Blues (che terminerà questa settimana), l’Estate al Maxxi di Roma, l’Estate Sforzesca e La Milanesiana, a Milano, c’è un festival di cui voglio parlarvi. Ed è quello che inizierà il prossimo 24 luglio a Siena (fino al 7 agosto).

Torno a una delle mie passioni, la musica jazz, anche perché tra gli artisti che saliranno sul palco ce ne sono due che ascolto spesso, il trombettista Avishai Cohendi cui vi ho parlato un anno fa, e il pianista Shai Maestro (ascoltatevi Human, uscito nel gennaio di quest’anno, suonato con il suo connazionale Ofri Nehemya alla batteria, il bassista peruviano Jorge Roeder e il trombesttista americano Philip Dizack). Quello di Siena Jazz, a dire il vero, non è propriamente un festival, ma una serie di appuntamenti musicali che contribuiscono ad affiancare la 51esima edizione dei Seminari Internazionali Estivi. Studio e divertimento per i partecipanti, occasioni ghiotte per gli amanti del genere.

Chi organizza il tutto è Siena Jazz – Accademia Nazionale del Jazz, associazione attiva dal 1977 che si propone la divulgazione, la valorizzazione e lo studio della musica jazz. Ha la sua sede nella Fortezza Medicea con 21 aule di insegnamento e un archivio sonoro, una biblioteca e un laboratorio incredibili che compongono il Centro Nazionale Studi sul Jazz, dedicato ad Arrigo Polillo, storico co-fondatore, caporedattore e, quindi, direttore della rivista Musica Jazz. Da pochi giorni il sito Internet del Centro è stato completamente ridisegnato, diventando a tutti gli effetti un vero e proprio portale della musica jazz. Qui potete trovare tutto quello che volete sul jazz, dagli artisti (con un occhio attento soprattutto al genere italiano), alle pubblicazioni, a una formidabile videoteca.

Rientro nella notizia: il 26 luglio vi consiglio, dunque, uno di quei concerti dove è d’obbligo andarci: il Quintetto Siena Jazz Masters, composto per l’occasione dall’israeliano Avishai Cohen alla tromba, dal connazionale Shai Maestro al piano, dal sassofonista portoricano Miguel Zenón il bassista neozelandese Matt Penman e il batterista newyorkese Nasheet Waits.

Ci sono anche altri formidabili artisti da ascoltare in queste sessioni “Jazz Masters”: dal chitarrista Gilad Hekselmann, al performer Michael Mayo, al cantante e compositore tedesco Theo Bleckmann, ai nostri Stefano Battaglia, Paolino Dalla Porta, Fabrizio Sferra, Francesco Diodati

Tutto il programma, ovviamente, è disponibile sul sito di Siena Jazz

Tre dischi, tre voci femminili, tre modi di passare il weekend…

Come ormai consuetudine, anche questo venerdì vi propongo tre album da ascoltare durante il weekend. Questa volta si tratta di tre nuove uscite di giugno dove le protagoniste sono tre donne. Tre artiste di notevole bravura, tra elettronica, neo soul e Musica Popular Brasileira di nuova generazione. Viaggeremo, quindi, tra New York, Melbourne e São Paulo.

1 – Fatigue – L’Rain
Partiamo da New York, Brooklyn per la precisione. L’Rain è il moniker che si è scelta Taja Cheek, trentenne cantautrice, una laurea in musica e un modo di comporre molto personale. Il nome d’arte L’Rain è un omaggio a sua madre, Lorraine, morta nel 2017 quando Taja stava lavorando al suo primo disco. L’ha anche tatuato sull’avambraccio. Fatigue riporta ancora le ferite della perdita subita, unite alle tante altre legittime domande che la Cheek si  pone sulla sua vita. È un disco ma, soprattutto, un viaggio introspettivo, come lei stessa ha spiegato al New York Times che le ha dedicato una lunga intervista una decina di giorni fa. Di lei, Jon Pareles, l’autore dell’intervista nonché capo dei critici musicali del quotidiano americano, scrive: «Cheek continua a riflettere su insicurezza, ricordo, smarrimento, rimpianto, lutto e la preoccupazione mentre cerca, in qualche modo, di insistere. In Find It canta “Mia madre mi ha detto: trova una strada dove non c’è”». Find It è un po’ la “summa” del suo modo di fare musica. Lei registra di continuo, voci, suoni, canti, scene di vita quotidiana. Lo fa in modo minuzioso, come tenere un prezioso diario sonoro. Nel brano c’è, dunque, l’intervento di un organista che suona e canta I Will not Complain durante il funerale di un amico di famiglia. Taja l’ha registrato, ci ha messo sopra un sax romantico e un crescendo di basso, mentre l’organo e la voce esplodono in cori e fraseggi. In Blame Me c’è una frase pronunciata da sua madre nascosta tra le pieghe della canzone… insomma un percorso sinuoso, apparentemente senza senso, in realtà molto ben definito, con accenni a uno stile a tratti essenziale che ricorda Moses Sumney. Da mettere sul piatto la sera e riflettere…

2 – Mood Valiant – Hiatus Kaiyote
Dici Hiatus Kaiyote leggi Nai Palm, chitarrista e leader della band di Melbourne, il cui vero nome è Naomi Saalfield, musicista dotata di una straordinaria creatività e anche di una buona dose di vita vera vissuta. La band, presente da alcuni anni sulla scena mondiale, ha pubblicato lo stesso giorno di L’Rain, il 25 giugno, Mood Valiant, disco decisamente interessante. Preparato già nel 2019 ma poi, causa pandemia e un tumore al seno (per fortuna risolto al meglio) che ha fermato la vulcanica frontwoman, è uscito solo ora. Fiati e violini nel miglior stile soul (vedere An We Go Gentle) si alternano a un tappeto di suoni a tratti stridenti della chitarra di Nai, a tratti suadenti, con una base ritmica simile a un soffice tappeto erboso. Il brano più interessante – e anche quello che mi piace di più – una sorta di flash back, è Get Sun con la partecipazione del compositore brasiliano Arthur Verocai. Soul, psichedelia, frammenti jazz, ne fanno un album che vale la pena ascoltare.

3 – Esperança – Mallu Magalhães
Chiusura in bellezza e spensierata. Musica da ascoltare come sottofondo nelle calde notti estive, musica che riporta al momento d’oro della bossanova. Mallu Magalhães, 28 anni, di São Paulo, al suo quinto album in studio, dà vita a un piccolo universo di MPB, delicato e sofisticato, allegro e positivo, con refrain che si ricordano facilmente e che ti rimangono impressi e li fischietti senza accorgetene, come Quero Quero. Esperança è un viaggio raccontato in portoghese, spagnolo e inglese, ricordi che sono fissati nella miglior tradizione brasileira. Inizia con America Latina, tanto per ribadire da dove Mallu proviene, cantata in inglese, per poi snodarsi e sciogliersi in brani come Barcelona con l’intervento di Nelson Motta uno dei padri della bossanova, giornalista e compositore, o Regreso (in spagnolo), o Deixa Menina cantata con Preta Gil, la figlia di Gilberto Gil. Chitarre, tromba, cuica, batucada, e una voce disincantata dal timbro jazz ne fanno un disco amabile, scaccia pensieri, vacanziero. Divertitevi!

Tre artisti per il weekend: Kiah, Owusu, Kidjo

Per quest’ultimo fine settimana di giugno vi voglio proporre tre artisti apparentemente molto diversi tra loro, per generi, origini, contaminazioni ma che in fondo hanno più di una radice comune. Dalla beninese Angélique Kidjo, al giovane ghanese-australiano Genesis Owusu, al suo primo disco – e che disco! – alla potentissima Amythyst Kiah che ha pubblicato un album che è un capolavoro di forza e di country blues. Musica dinamica, viva, pulsante, per i tre artisti, giusta per il momento, l’estate e la speranza di riconquistare una nuova normalità.

1 – Wary + Strange – Amythyst Kiah
La trentaquattrenne artista del Tennessee ha confezionato un disco praticamente perfetto. Dove c’è posto per tutto l’universo di Amythist Kiah, folk, blues, country, rock che nei precedenti due lavori aveva tenuti ben distinti. Il primo, Dig, uscito nel 2013 erano cantate folk ricche di pathos (d’altronde con la voce che il buondio le ha donato può permettersi praticamente tutto), il secondo, Songs of Our Native Daughters, pubblicato assieme ad altre tre musiciste – Rihannon Giddens, Leyla McCalla e Allison Russell – sotto il nome di Our Native Daughters, oltre a un rifacimento in chiave folk di Slave Driver di Bob Marley, proponeva punti di vista su questioni dirimenti per gli afroamericani, dal razzismo, alla schiavitù alla discriminazione sessuale, in chiave “americana” con inserti blues. Wary + Strange è finalmente un disco completo, interpretato con la giusta grinta e quel senso di sicurezza di chi ha finalmente trovato la sua strada artistica. La stessa Black Myself, presente nel precedente album, è stata trasformata in una vigorosa ballata rock blues. Ascoltatela, alzate il volume e caricatevi!

2 – Smiling With No Teeth – Genesis Owusu
Smiling With No Teeth, uscito nel marzo scorso, è il primo album di questo ventitreenne nato in Ghana e cresciuto a Canberra (Australia), dove i suoi genitori lo portarono all’età di due anni. La famiglia è ritornata in Ghana, lui divide la sua vita tra i due Paesi. Il fratello maggiore è un rapper noto in Australia, Citizen Kay. Premessa necessaria: Genesis adora i manga giapponesi, i videogiochi e in genere le arti visive. E ancor di più ama alla follia le musiche dei videogiochi, oltre al funk, al punk, al rap e al pop. Queste sue passioni si riversano tutte nel disco che riassume un caos di generi dove Owusu si muove a suo agio, alimentandolo a dovere. Si sente la stessa fluidità di Prince nel fare musica… A partire dal primo brano, On The Move che introduce The Other Black Dog, è un crescendo di melodie e generi che stimolano e incuriosiscono. Ti invogliano ad andare avanti per questa strada apparentemente sconnessa – vedi Waitin’ on Ya – e divorare il disco fino all’ultimo brano, By By.

3 – Mother Nature – Angélique Kidjo
Ancora Mama África, per citare una vecchia canzone del brasiliano Chico Cesar. Dal Ghana ci spostiamo al Benin, da dove viene Angélique Kidjo, una delle grandi voci del continente. La sessantenne artista che vive a New York, con questo album continua la sua missione, e cioè, divulgare la cultura panafricana come un insieme di grande valore. Grazie ad artisti come lei la musica africana negli anni è diventata punto di riferimento nella world music. E Mother Nature vuole essere proprio questo, attorno al solido pilastro che è Angélique trovano voce molti artisti, come i nigeriani Mr. Eazi e Burna Boy e il chitarrista e jazzista beninese Lionel Loueke (che vi avevo presentato lo scorso anno). Come riporta Pitchfork, la Kidjo ha registrato l’album in Francia chiamando virtualmente a raccolta un collettivo panafricano composto da musicisti e cantanti provenienti dall’Africa agli Stati Uniti per presentare brani che contenessero le sonorità dell’Afrobeat, la spiritualità dello Zilin, tecnica vocale tipica del Benin, l’improvvisazione dei griot, cantastorie dell’Africa Occidentale, uniti al banku e all’hip hop. Un disco che è, dunque, anche uno scambio di memorie condivise. Da una solida versione di Africa, come specificato nel titolo, One Of A Kind, del maliano Salif Keïta, che canta assieme a Mr. Eazi, a Omon Oba che la Kidjo interpreta con Zeynab e Lionel Loueke. Una vera e propria avventura in musica.

Alberto Pederneschi, la batteria e un enigmatico Microcosmo

Dopo Alessandro Deledda, vi propongo un altro viaggio personale nella musica alla ricerca di suoni ed emozioni diverse. Questa volta non c’è il pianoforte ma una batteria. Esatto, avete capito bene: un disco intero eseguito soltanto usando una batteria. L’artista in questione si chiama Alberto Pederneschi, classe 1971, abita in provincia di Pavia e insegna batteria a Milano. È uno dei batteristi più quotati della – permettetemi di chiamarla così – “controcultura musicale” milanese. Ha appena pubblicato il suo primo disco per batteria preparata intitolato Microcosmo, per l’etichetta inglese FMR Records. Ascoltarlo è un’esperienza, anche perché sono partito con l’idea tradizionale che ho dello strumento batteria, base ritmica d’accompagnamento. Ebbene, ho dovuto resettare le mie convinzioni per lasciarmi trasportare in un mondo onirico. Un viaggio che ha dell’avventuroso ma soprattutto dello spirituale, attraverso tamburi, rullante, timpani, piatti e grancassa. E ho scoperto che la batteria è uno strumento versatile, molto più di altri… Ieri pomeriggio mi sono fatto una chiacchierata con Alberto, volevo capire la genesi del disco ma anche come sia diventato uno dei pochi in Italia a perfezionare lo studio della batteria preparata.

Un intero disco dove a suonare è solo una batteria…
«Già, non è di tutti i giorni. L’ascoltatore che non ha un imprinting specifico, rimane disorientato si allontana… Però mi è sempre piaciuto rendere la batteria uno strumento in grado di essere ascoltato da solo, perché ha una estesa capacità melodica, con particolare attenzione al timbro».

Sei uno studioso, un ricercatore della batteria preparata. Che cosa si intende con questo termine?
«In Italia non è molto diffusa, a parte Roberto Dani, uno dei batteristi più importanti in Europa, lui è a livelli stellari. È uno studio continuo, sono scoperte continue. Per esempio, mettendo dei comuni posacenere da 5 euro comprati dai cinesi sul rullante e farli vibrare con un archetto ottieni dei suoni inaspettati. Come usare il nastro adesivo sui piatti per tagliare le frequenze. La batteria preparata è una sfida, un foglio bianco dove puoi disegnarci un bozzetto; un po’ come il gioco del Piccolo Chimico, solo che qui non rischi di far saltare niente!».

In giro, però, c’è molta confusione sulla batteria preparata…
«Vero, prendere un sacchetto pieno di cose e buttarle su un tamburo non è batteria preparata, e nemmeno lanciare un portafogli su un rullante. Preparare lo strumento implica sapere cosa tu vuoi ottenere, puoi suonare come un’orchestra, ma per fare ciò devi dedicarti a un lavoro meticoloso».

Dunque una batteria preparata diventa un altro strumento, anzi, tanti altri strumenti.
«Di base la batteria ha uno spettro creativo più ampio rispetto agli altri strumenti musicali. Per esempio, mettere cascate di piatti sul timpano, in modo che uno rifletta l’altro, produce dei suoni incredibili. O ancora, anche se non l’ho usata per questo disco: mettere delle corde di chitarra tese sul rullante sollevate da un tappo di sughero, sembra di suonare un banjo, ma più cupo. Se invece usi l’archetto il suono diventa simile a quello di un violoncello. Il bello della batteria preparata è che ogni giorno scopri piccole sfumature nuove, un viaggio interessante!».

Non c’è freno alla creatività e alla fantasia…
«No. Dopo anni di esperimenti e prove sono nella fase della scrematura degli oggetti da usare, c’è sempre una costante evoluzione, ed è proprio questa la cosa bella».

Oltre agli oggetti è necessario avere altri requisiti…
«Devi avere una visione di scrittura della musica e una buona capacità di improvvisazione. È piuttosto difficile: la gestione della batteria preparata in quel determinato modo richiede uno studio e una conoscenza di tutto quello che stai usando, perché scegli quel determinato oggetto piuttosto che un altro, perché decidi una certa timbrica. Devi dimenticare gli schemi della batteria classica, ma allo stesso tempo saper suonare la batteria…».

Come e quando hai iniziato a suonare?
«Ho incominciato piuttosto tardi, verso i 16 anni. Un mio vicino di casa, appassionato di hard rock, un giorno mi ha messo in mano due bacchette e un fustino di detersivo di quelli di cartone  e plastica che si usavano una volta. Ha iniziato a suonare un brano degli AC/DC e mi ha detto solo: segui il tempo. Era la prima volta che prendevo in mano delle bacchette, mi è venuto spontaneo e lui è rimasto stupito. Da allora è stato un vortice. Sono un autodidatta, fondamentalmente si tratta tutto di auto-istruzione. Ho frequentato numerosi seminari con musicisti che mi interessavano, ho studiato e studio ancora tanto».

Sei anche insegnante di batteria…
«Sì, alla scuola civica di Peschiera Borromeo, vicino Milano, e poi faccio lezioni private per chi è interessato ad approfondire la batteria preparata. E devo dirti che a me l’insegnamento piace moltissimo, perché cerco di trasmettere la mia passione e i miei studi».

Cosa ti piace ascoltare?
«Di tutto, musica classica, adoro Haydn e Stravinskij, musica contemporanea, me la impongo per capire i percorsi usati nelle composizioni, jazz, da Bill Frisell a John Zorn, musica etnica, africana, brasiliana. Faccio fatica ad ascoltare solo l’opera, non è nelle mie corde».

Hai registrato il disco a Milano nello studio Maxine di Rinaldo Donati, una vecchia conoscenza di Musicabile
«È stato un grosso lavoro di suoni a livello ingegneristico. Devo ringraziare Rinaldo per la cura che ci ha messo. Rinaldo ha anche prodotto il disco».

Veniamo a Microcosmo, sono attratto da come hai titolato i brani. Immagino non siano casuali!
«Innanzitutto in Microcosmo ci sono composizioni e improvvisazioni. Queste ultime le ho chiamate Instant…».

Ti interrompo! Mi ha intrigato l’Instant III che hai chiamato Torbidi Risvegli. Perché?
«Sono quei risvegli improvvisi, quelli dove tu sei pacifico in un’altra dimensione e una sveglia o un rumore secco di riporta alla tua realtà. In pratica, un trauma. Nel primo Instant, Cosmos Voices, invece, mi sono immaginato i suoni che produce lo spazio, mentre in Sfere Celesti, il primo brano del disco, ho pensato alle distanze tra i pianeti e, come metro di misura, ho usato le vibrazioni delle sfere».

In Infanzie Alterate (Freud) hai usato anche il suono di un carillon…
«Sì volevo creare un contrasto tra la melodia rassicurante di un carillon, quello che una volta le mamme usavano per metterci i gioielli, e “sfregiare” il candore della canzone con interruzioni cruente. Si creano così suoni contrastanti, conflittuali, provocatori e dissacranti finché mi arrendo e sfumo finendo il brano insieme al carillon. Fragments, invece, è il pezzo più elaborato. C’è un tema riproposto in modo sempre diverso, spezzato, rallentato, frenato. In mezzo a questi frammenti di suono c’è anche un Fra Martino Campanaro inquietante perché si sposta di un semitono alla volta. Passando a Ritual: è l’unico pezzo che ho eseguito con la batteria classica suonandolo, però, con le mani, senza bacchette».

Cosa ti aspetti da questo lavoro?
«Senza pretenziosità: chi ascolta questo breve disco riesce ad assorbire qualcosa che non vede e non sente nei normali canali di musica. In termine di diffusione, invece, poco o nulla. Ne sono consapevole. Però Rinaldo mi ha spronato, l’etichetta FMR ha accettato di pubblicarlo, perché è piaciuto molto… io sono soddisfatto così. Ho deciso di fare questo passo con estrema convinzione, perché non ho usato l’elettronica ma ho voluto presentarmi nudo e crudo, servendomi di pochi pezzi di metallo e delle pelli. È il primo tassello di un progetto che ho in testa, il secondo sarà più evoluto. Credo sia un progetto che può dare qualcosa».

A proposito di progetti, collabori con vari artisti, cosa stai preparando ora?
«Sto lavorando con la danzatrice e performer Francesca Cervellino. Avremmo dovuto debuttare a ottobre per JAZZ MI, ma il lockdown ha fatto saltare la data. Speriamo di recuperare presto. L’abbiamo chiamato Fabula Rara e siamo solo in due sul palco. La musica, creata con la batteria preparata (in parte), la batteria e il log drum, dialoga incessantemente con il movimento-danza sia nelle parti “scritte” sia in quelle improvvisate. Il tutto inizia da un canovaccio creato a stanze immaginarie. Si parte dalla genesi, passando per la conoscenza, l’illusione, il dolore, il disincanto, per culminare poi nell’epilogo che lascio avvolto nell’enigma. Si va da momenti di silenzio carichi di tensione a masse sonore turbolente ad attimi di dolcezza. Mi piace chiamarla una fiaba contemporanea».

Alessandro Deledda e la sua Linea del Vento

Alessandro Deledda – Foto Federico Miccioni

Sono qui, davanti al foglio bianco di Pages. La mia base sonora è La Linea del Vento, ultimo lavoro di Alessandro Deledda, classe 1972, perugino con origini sarde, pianista, compositore, polistrumentista. L’ho intervistato un paio di giorni fa. Ma qui mi blocco: come posso presentarvelo? Perché Alessandro è un musicista classico, ma anche un jazzista, ma anche un appassionato di musica elettronica, ma anche uno che si è formato con il cantautorato italiano e il rock, quello solido, e ancora un appassionato dell’insegnamento della musica, un produttore, un arrangiatore. Il prossimo 16 luglio nell’ambito di Bari in Jazz 2021 suonerà nel The Evolution Trio assieme al sassofonista Dimitri Grechi Espinoza. Potrei sostenere che è un artista contemporaneo, parola che non dice assolutamente nulla. Oppure… un musicista genialmente curioso. Ecco, questa mi piace già di più. Mi sembra che lo rappresenti al meglio. Ci siamo dati appuntamento su Zoom per parlare una mezz’oretta del disco. È finita dopo un paio d’ore (ma avremmo potuto continuare ancora a lungo). Il tempo è trascorso veloce, a parlar di musica e passioni. Quindi, quello che leggerete qui di seguito è il condensato della lunghissima chiacchierata (parola chiave che tornerà ancora nel corso dell’intervista) tra Alessandro e il sottoscritto.

Alessandro, parto subito forte: come intendi la musica?
«Mi piace contaminare, esplorare. Già a sei anni ero attratto dalla musica. Mi divertivo a suonare l’organo della chiesa. Quando non c’era il prete, mi impegnavo a tirare fuori i primi accordi. A otto anni ho iniziato gli studi di pianoforte. Studi classici. Volevo suonare l’organo, ma l’organista titolare era il vecchio sacrestano, quindi…».

Quando ti è venuta la passione per il jazz?
«Fino a 16 anni non lo sopportavo proprio. Trovavo assurdo non seguire la lettura degli spartiti… Poi, approfondendo Bach ho capito che lui improvvisava. Bach unì il virtuosismo italiano – adorava Vivaldi, lo studiava a fondo – l’eleganza francese e il contrappunto tedesco. Ho capito che l’improvvisazione lascia un’impronta unica e irripetibile. Poi ci sono quelli che trascrivono queste improvvisazioni e le studiano. Così, a 17 anni ho iniziato a frequentare un laboratorio di musica jazz. Avevo, vista l’età, anche un secondo fine: a quell’epoca suonare uno strumento era il modo più congruo per conquistare una ragazza!».

Giusto, chitarre, spiaggia, falò, musica…
«Proprio quello! Ho cominciato a indagare, studiare il jazz, il perché da poche note, la melodia, esce un mondo meraviglioso».

Ti sei appassionato anche all’elettronica…
«Sì, amavo la tecnologia che stava arrivando. Ho iniziato con il computer Atari 1040ST, te lo ricorderai, e un expander per ricavare suoni. La mia rivelazione è stato il concerto dei Pink Floyd a Livorno nel maggio del 1989. Mi ci portò un mio grande amico. Conservo ancora il biglietto d’ingresso, pagato 37.500 lire… Lì mi si aprì un mondo. Allora, nemmeno ventenne, volevo essere tante cose, ma mi trovavo a studiare gli autori classici, leggere ed eseguire. Non mi bastava più».

Avevi gettato le basi per il tuo lavoro attuale.
«A 23 anni mi chiamarono a gestire lo studio Fonit Cetra di Perugia. A Milano, dove c’era la casa madre, conobbi Vince Tempera e Ares Tavolazzi. Con Tavolazzi, avrei suonato negli anni successivi… splendido è stato il concerto all’abbazia di Farfa…».

La musica classica però non l’hai abbandonata…
«No assolutamente. La Classica è il Pin della musica. Attraverso di lei puoi accedere a tutto. Prima di un concerto mi faccio sempre una fuga o un preludio, serve a defragmentare il cervello, una sorta di reset. Solo così riesco a improvvisare meglio».

Cos’è per te l’improvvisazione?
«Come stare tra amici, seduti a una cena o a bersi qualcosa, e chiacchierare, dialogare, raccontarsi. Solo che non lo fai con le parole ma con le note».

Prima di parlare de La Linea Del Vento, raccontami dell’insegnamento, altro capitolo fondamentale della tua vita professionale.
«Insegno da trent’anni. All’inizio, visto che non mi vedevo né in banca né nelle forze dell’Ordine come mio padre, per dimostrare ai miei che il musicista era un lavoro a tutti gli effetti, insegnavo per due lire. Dopo essermi laureato (con lode al conservatorio Francesco Morlacchi di Perugia, ndr), ho insegnato nei corsi preaccademici al Conservatorio di Perugia. Nel 2009 ho fondato un’associazione, Piano, Solo, dedicata al pianista Luca Flores (uno dei più grandi jazzisti italiani, morto suicida a 39 anni nel 1995, ndr). È diventata una scuola di musica. All’inizio era soltanto per pianoforte, ora abbiamo tutti gli strumenti. Con 120 ragazzi a Umbria Jazz presenteremo una versione di So What di Miles Davis con 20 chitarre, 8 bassi, fiati, coristi, ecc. Sono di tutti i livelli di preparazione e, alcuni, hanno imparato a suonare in dad (didattica a distanza). È stato un esperimento anche per noi insegnanti. Credo che la dad abbia un vantaggio, farti entrare subito nella parte pratica. Per il resto non va bene perché manca quella comunicazione spontanea che arricchisce la lezione».

Gli allievi di Piano, Solo sono tutti giovanissimi?
«Abbiamo circa duecento iscritti che vanno dai sei ai sessant’anni e 15 insegnanti. All’interno della scuola c’è uno studio di registrazione e sale per tenere piccoli concerti. Di base prepariamo gli alunni per i licei musicali e i conservatori».

Veniamo a La Linea Del Vento. Perché questo titolo?
«La Linea Del Vento è dove va la musica. Mi sono lasciato portare come una foglia che rotola e vola fin dove il vento vuole. Credo sia questo il modo più significativo per raccontarsi. È un disco in piano solo. La sua genesi è casuale. L’anno scorso la scuola era chiusa, come tutte le altre per il Covid19. Mi chiama il fonico che collabora con noi, un ragazzo bravissimo e con una sensibilità estrema. Mi dice: “Alessandro, proviamo quei nuovi microfoni, andiamo in sala d’incisione, tu stai dentro, io fuori a registrare. Tu suona quello che vuoi”. “Ma sei matto”, gli ho risposto. “Cosa suono, siamo tutti a casa, non se ne parla proprio”. Chiuso il telefono ho riflettuto e ho pensato che poteva essere un modo di vincere quell’apatia che mi aveva preso. Abbiamo approntato il tutto, ho cominciato a suonare altre tre del pomeriggio e sono andato avanti fino alle sei e mezza. Dopo alcuni giorni il fonico mi manda un wetransfer con il file della registrazione. Lo ascolto e inizia l’autocritica, l’autolesionismo: per una sorta di timidezza che ho sempre quando si tratta di giudicare me stesso, ho deciso che non era una registrazione all’altezza. Il fonico, invece, ero entusiasta. L’ho chiamato e gli detto: “Cancella tutto non mi piace”. Lui, invece, senza farmelo sapere, l’ha spedito a Claudio Carboni della casa discografica Egea, fondata da Tonino Miscenà. Mi hanno chiamato entusiasti. “Un gran bel lavoro!” mi hanno detto. Così è nato il disco, undici racconti che parlano di me».

Alcuni brani li hai anche suonati in barca con Federico Ortica e Andrea Palombini…
«Sì, conosco Federico da molto tempo. Ho partecipato a Onde Sonore perché l’idea e i progetti che porta avanti Federico li condivido, è quella la direzione. E poi, il vento, il mare, s’intonavano perfettamente al disco, tra l’altro uscito per Egea Le Vele…».

Inizi con Madreterra, poi passi a Ginevra… ma chi è Ginevra?
«Madreterra è una dedica alla mia terra d’origine, la Sardegna (le mie origini sono a Pattada), Ginevra, invece è una cagnolina che ho adottato. Come Charlie Was Here, brano dedicato al mio vecchio amico a quattrozampe che non c’è più. L’ultimo brano del disco, quello più “jazz”, Have You Met Mr. Pongo?, parla dell’altro cane che ho, un trovatello pure lui. Amo gli animali, infatti, una parte del ricavato delle vendite del disco andrà a un’associazione animalista. Gino e l’Olivo, invece, è il ricordo di un anziano agricoltore. Insomma, quando ho suonato in quelle tre ore e mezza, ho davvero ripercorso i miei pensieri più profondi che ho associato a melodie. È la mia linea del vento…».

Parallelamente stai seguendo altri progetti, come Aura Safari
«Aura Safari (qui Sahara) ci sta dando molte soddisfazioni. È la mia parte elettronica, di esplorazione e composizione, un progetto jazz-funk, nato da quattro amici dj con il mio coinvolgimento. Stiamo andando molto bene in Giappone, in Nord Europa, in Gran Bretagna. È un progetto a cui tengo moltissimo, sono l’unico musicista del gruppo e anche uno dei produttori».

Alessandro, per chiudere, riprendendo la prima domanda, cosa trovi nella musica?
«Per me l’importante sono le tracce che tu lasci. In questi anni ne ho lasciate parecchie, dal jazz alla musica per cartoni animati, a quella per film, ai concerti. La musica è una forma di abnegazione, richiede tanto sacrificio per entrare in quel mondo infinito. Sai, sono convinto che Chick Corea quando è morto non era ancora arrivato dove voleva arrivare, perché la musica è un percorso infinito. Infatti, per come la vedo io, il jazz puro ha già dato tutto, è come la musica classica. Bisogna guardare oltre, sperimentare, contaminare per creare nuovi mondi, come faceva Corea, appunto».

Cosa stai preparando ora?
«Sono indeciso tra un disco di piano solo con cover dei Depeche Mode, band che adoro, o uno che riprenda brani dei Metallica, altro gruppo che ho ascoltato tanto. Non sembra, ma ho un animo decisamente rock!».

Tre dischi Blues per il primo, torrido weekend

In nemmeno un mese sono usciti tre album blues che hanno catturato la mia attenzione. Un bel modo per dire che ce li ho praticamente sempre in cuffia! Soprattutto uno, il primo, firmato da Oliver Wood: capirete il perché una volta ascoltato. Prevale il roots, la musica densa di pathos. Poi c’è un gradito ritorno, quello dei The Black Keys, fulminati sulla via del Delta. Infine un disco giocoso dove, oltre al blues nelle sue varie forme c’è anche una buona dose di Rock punteggiato da rockabilly, hard rock, surfy, firmato da Billy F. Gibbons, chitarra e voce dei mitici ZZ Top

1 – Always Smilin’ – Oliver Wood

Come successo anche per Gibbons, Woods, bloccato dal Covid con la sua band i The Wood Brothers, s’è chiuso in casa e ha tirato fuori brani che aveva riscritto o rielaborato nel tempo, dandogli forma e sostanza per un album, divertendosi a suonare con i suoi amici. Potrei definirlo un lavoro solare, grazie anche all’intervento di musicisti del calibro del tastierista Phil Madeira, delle voci di Susan Tedeschi e Freda McCrary, di John Medeski all’Hammond, del polistrumentista Phil Cook. Il titolo del disco, Always Smilin’, Wood lo ha ricavato dal primo verso della prima canzone, Kindness: I know a man and he’s always smilin’… Tra i brani che ascolto di più, oltre al lento tutto chitarre slide Came from Nothing, c’è The Battle is Over (But the War Goes On), con un’armonica a bocca che ricama sopra un basso essenziale, una chitarra sincopata, batteria e voci. Wood ha cercato di mantenere l’essenza di quello che era il brano originale, una canzone di protesta uscita nel 1973 composta dal formidabile duo Sonny Terry & Brownie McGhee. E così si snocciola una narrazione che passa dalla spensierata Face of Reason a Soul of This Town, tipico sound di New Orleans, al gospel-blues Climbing High Mountains (Tryin’ to Get Home) – c’è una versione soul-gospel strepitosa di Aretha Franklin – con una chitarra elettrica che scandisce il gospel, diciamo una versione “laica” rispetto a quella di Aretha… Proprio un bel gran disco!

2 – Delta Kream – The Black Keys

Un omaggio alla musica che amano e dalla quale provengono. Dan Auerbach e Patrick Carney, i The Black Keys, hanno deciso di rivedere pezzi storici del Blues, brani di mostri sacri del genere, come il sommo R. L. Burnside (a proposito, il 25 giugno uscirà un disco che si preannuncia molto interessante del nipote del bluesman, Cedric Burnside, I Be Trying, ci ritorneremo…), di Junior Kimbrough o di Fred “Mississippi” McDowell, trasformandole in brani con chiare tendenze rock. Il risultato è un disco da ascoltare, non certo un capolavoro, ma un onesto omaggio ai loro autori e brani preferiti, impreziosito dalla chitarra slide (onnipresente) di Kenny Brown e dal basso di Eric Deaton. Molti si sono domandati se fare un disco con brani capisaldi del Blues non fosse un po’ troppo pretenzioso, visto che, ad esempio, per Poor Boy a Long Way From Home di Burnside, ci sono versioni strepitose, una per tutte quella di Howlin’ Wolf, come ha fatto notare Rolling Stone Usa. I due – diventati per l’occasione quattro – ci sanno fare. È il loro punto di vista, la loro interpretazione, il loro omaggio. Ed è per questo che vanno presi e ascoltati. Anche perché, ripeto, il lavoro “di fino” che fa Kenny Brown merita da solo l’acquisto dell’album: basti ascoltare Going Down South: il chitarrista con bottleneck all’anulare viaggia in perfetta sintonia con la voce sottile di Dan Auerbach. Musica da strada, sotto il sole, dovunque voi siate…

3 – Hardware – Billy F Gibbons

E andiamo al gran finale per un disco uscito il 4 giugno. Billy F Gibbons, frontman, chitarra e voce dei ZZ Top, nell’anno del Covid, privo delle tournée con i suoi sodali, s’è dedicato alla composizione di un disco che rasenta il blues, ma che sviluppa tutto il rock possibile, quello a cui il chitarrista con doppio cappello è abituato a fare con gli ZZ Top. Molti si son chiesti del perché Gibbons non abbia coinvolto il resto della band, visto che è un disco tagliato per gli ZZ Top. Dopo un percorso solista che negli ultimi anni lo ha visto pubblicare altri due album, Perfectamundo (2015) con un “indirizzo” latino e The Big Bad Blues (2018) tutto girato sulle blue note, con Hardware, ha voluto continuare le sue escursioni musicali. Assieme al batterista, Matt Sorum, e al chitarrista e bassista Austin Hanks, ha deciso di giocare sporco, nella miglior accezione. Un rock ruvido, distorto, urlato con la sua voce roca. Brani ripetitivi, potreste osservare. Lo condivido. Però l’anima e la forza che Mr. Gibbons ci ha messo equivale a una ricarica veloce di un powerbank per chi si sente privo di energia. Via, dunque, con My Lucky Card, per proseguire con un’accelerata She’s On Fire. Un crescendo di bassi martellanti, tamburi accelerati e assoli ringhiosi, fino a Stackin’ Bones, quest’ultima con il contributo delle sorelle blues Rebecca e Megan Lovell dei Larkin Poe, e S-G-L-M-B-B-R (coerente!)… Energia pura, nessun volo pindarico, ma passate le 70 primavere il buon Billy, oltre a collezionare vecchie auto che customizza, si può permettere questo e altro! 

1971, l’anno in cui la musica ha cambiato tutto: da vedere!

Mi sono assaporato 1971, The year that music changed everything, la docuserie di Asif Kapadia trasmessa da Apple Tv+. Racconta, senza tesi né costruzioni, ma con filmati – molti di questi mai visti prima – e testimonianze – mai in camera – un anno determinante per la musica, uno spartiacque tra il prima e il dopo, nel quale si sono concentrati una serie di eventi tragici, dolorosi ma anche spettacolari e dove la musica ha fatto da collante, indicando ai giovani di allora nuove strade, un nuovo mondo possibile.

Ispirato a 1971, Never a Dull Moment, libro uscito nel 2016 del critico inglese David Hepworth, pubblicato in italiano da Sur (collezione BigSur con il titolo 1971, L’anno d’oro del Rock), la docuserie riporta con immagini e tanta musica quello che in sostanza Hepworth sostiene su quel fatidico 1971: «il più febbrile, creativo e lungo anno di quell’epoca».

Infatti, di cose ne sono successe, e tante. Con una premessa simbolica dal punto di vista musicale: il 1971 è stato il primo anno senza i Beatles. Infatti, il capitolo iniziale della serie – è anche il più lungo – si sofferma sull’eredità musicale dei Fab Four, sulla politica degli anni Sessanta e sul perché i Settanta siano stati così dirompenti. Dal punto di vista sociale è stato rappresentato –  e giustamente – raccontando la cronaca dei fatti successi all’università di Ken State nell’Ohio: la morte di quattro studenti e il ferimento di altri nove da parte della Guardia Nazionale, durante le proteste contro la guerra in Vietnam. Neil Young dedicò all’accaduto una canzone, Ohio (famosa l’esibizione live al Massey Hall di Toronto nel 1971, dalla quale ne uscì un disco pubblicato soltanto nel 2007).

In otto capitoli per un totale di sei ore1971 sembra più la cronaca di un decennio che di un anno solo. Negli Usa governava Richard Nixon, la guerra in Vietnam continuava a essere la spina nel fianco per il presidente e l’establishment, il “make love not war” dei figli dei fiori era tramontato, sia in musica sia nei fatti, l’America stava facendo i conti con il Black Power, una radicale presa di coscienza diventata lotta di resistenza degli afroamericani; anche le donne iniziavano a rompere quell’apparente, melenso, status quo che prevedeva il marito al lavoro e le mogli devote, tutte casa e pulizia. In questa rivoluzione c’era pure la sentenza di Charles Manson e delle sue adepte assassine per i fatti di Cielo Branco e l’esperimento della prigione di Stanford: un gruppo di psicologi, diretto dal prof. Philip Zimbardo, simulò la vita in un carcere americano in tutto e per tutto. Il test doveva durare 15 giorni, si concluse dopo appena cinque giorni perché i volontari, studenti che simulavano prigionieri e carcerieri, dettero di matto. Sempre nel ’71 l’Orgoglio Gay iniziava a prendere forme organizzate. In mezzo a tutto questo fermento sociale e politico c’era una maggioranza silenziosa che assisteva attonita alla nascita di una controcultura giovanile che demoliva, come martelli pneumatici, le consolidate fondamenta sociali sia negli States sia in Europa.

E la musica regnava sovrana: uno strumento consapevole di questa rivoluzione che Gil Scott Heron riassunse in un brano storico The Revolution Will Not Be Televised – è anche il titolo del quinto episodio della serie – e nella meno conosciuta No Knock e Sly & the Family Stone con un altrettanto esplicito There’s a Riot Goin’ On. La musica come filo conduttore, catalizzatrice del cambiamento in atto. Ed ecco John Lennon, Bob Dylan e Marvin Gaye che arrivano dagli anni Sessanta con un rinnovato impegno politico: Marvin pubblica nel ’71 What’s Going On, che poi Rolling Stone eleggerà disco rock più bello di tutti i tempi. C’è la coscienza delle ingiustizie sociali, di un mondo inquinato, di un establishment corrotto e arroccato. Vi viene in mente qualcosa? Aretha Franklin raccoglie fondi e paga la cauzione all’attivista per i diritti civili Angela Davis, Bill Whiters irromope con la sua Ain’t No Sunshine

Nella narrazione, a filmati e brani musicali di pregio si alternano spezzoni di televisione dell’epoca, importanti per inquadrare il momento storico: dal reality rivoluzionario An American Family a Soul Train, il primo spettacolo televisivo dove gli afroamericani conquistano quell’affermazione musicale tanto cercata.

C’è un capitolo dedicato anche alla droga, l’eroina che consumava Sly Stone e faceva morire Jim Morrison a Parigi, mentre in una lussuosa villa in Provenza i Rolling Stones, fuggiti dal fisco inglese e poi incappati nella mafia marsigliese per colpa della droga, cercavano di registrare un disco, Exile On Main St., che poi diventerà un caposaldo della loro produzione, in una spirale di eroina, anfetamine e alcool di immani proporzioni. Ne parla sopra le immagini il giornalista di Rolling Stone Robert Greenfield, all’epoca al seguito della corte di Keith Richards e soci.

Si sperimenta tanto perché il ’71 è anche l’anno della tecnologia. Arrivano i primi strumenti elettronici, Pete Townshend degli Who ne viene attratto, li studia e li usa – vedi Baba O’Riley. Mentre Alice Cooper sperimenta un rock “visivo” con performance crude (vedi la sua impiccagione…), Marc Bolan frontman dei T.Rex getta le basi del primo Glam Rock. Un giovane David Bowie studia Cooper e si prepara a diventare il mito frequentando la Factory di Andy Wharol. E poi Lou Reed e Iggy Pop, ma anche, a Berlino, i mitici Kraftwerk

E ancora: la musica che unisce anche chi la pensa in modi opposti, vedi i primi skinheads inglesi e i giovani di origini afro che ascoltavano – e suonavano – il reggae di Bob Marley and The Wailers. Il 1971 vede anche la nascita dei cantautori che si sostituiscono nel gradimento dei giovani alle band, vedi Carol King con Tapestry, Joni Mitchell con Blue, Elton John che fa esplodere il Troubadour di Las Vegas nella sua prima tournée americana, Ike e Tina Turner che, assieme agli Staple Singers e ad altri grandi nomi dell’epoca vengono invitati a esibirsi ad Acca, in Ghana, al Soul to Soul Festival per celebrare il 14esimo anniversario della repubblica. E ancora: George Harrison che, il primo di agosto, organizza al Madison Square Garden di New York il mitico concerto benefico per il Bagladesh…

È necessario vederlo, vi assicuro. Perché, oltre all’importanza storica e anche al legame che unisce quella musica che prendeva forma e quella che verrà negli anni seguenti (non a caso l’immagine finale è quella di Billie Eilish), noterete un parallelo con la situazione attuale. Non per la musica, certo che no! Quello resta un anno irripetibile, ma per i problemi sociali e politici. Negli States gli afroamericani protestano ancora per gli abusi e le violenze, i soldati vengono ritirati dopo 20 anni dall’Afganistan (allora si chiamava Vietnam), l’orgoglio gay è più che mai necessario (guardate in Italia le discussioni e l’iter travagliato per approvare la legge sull’omotransfobia), le donne continuano a lottare per le discriminazioni e le violenze, il pianeta è mezzo moribondo per colpa nostra, la tecnologia ci fa del bene, ma a che prezzo… Paralleli nemmeno troppo nascosti. Speranze, ambizioni, frustrazioni si ripetono. Guardatelo con questi occhi e vi renderete conto dell’immobilità del tempo: sono passati 50 lunghi anni e i problemi sono praticamente gli stessi…

Federico Ortica e Andrea Palombini: così canta il Mare

Ritorno su un artista che ho intervistato lo scorso anno. Si tratta di Federico Ortica, 41 anni, docente di Composizione Elettroacustica al Conservatorio Francesco Antonio Bonporti di Trento e sound designer di fama. Lo avevo sentito nel giugno del 2020 per un suo progetto che aveva del fantastico: far suonare gli alberi, usare una foresta come cassa di risonanza, ma anche sentire e rielaborare i rumori che gli alberi fanno di continuo, la linfa che scorre, le foglie che tremano impercettibilmente al vento, i rami che scricchiolano.

Esseri vivi come il mare che Federico, insieme ad Andrea Palombini, musicista e skipper che dal 2020 porta avanti un progetto battezzato Onde Sonore il cui sottotitolo è un gioco di parole: musica da mare, hanno deciso di far cantare.

Andrea Palombini, al timone, e Federico Ortica i protagonisti di questo incredibile viaggio sonoro.

È stato lo stesso Federico a chiamarmi «Ciao Beppe, sono in barca con Andrea, siamo partiti da Palermo e arriveremo a Olbia. Dieci giorni di viaggio per captare, con sofisticati microfoni, la vita nell’acqua durante la navigazione, nei porti, di notte e di mattina presto, e sull’imbarcazione – un Jeanneau Sun Odissey 40 – per cogliere la vera essenza dell’andar per mare». Nel progetto è coinvolta anche L’Associazione Spazio Musica di Cagliari, prestigioso luogo della musica d’avanguardia (si occupa di ricerca e produzione musicale da 39 anni).

Incuriosito, conoscendo Fabrizio, gli ho detto subito: «Mi interessa, eccome!». E lì sono partito con le domande: quanti microfoni, che tipo di apparecchiatura, cosa avete sentito, che sensazioni ne avete ricavato, ma il mare e la barca suonano davvero… insomma, una sana curiosità difronte a un progetto che unisce scienza e arte.

«In acqua abbiamo quattro idrofoni che possono arrivare fino a 9 metri di profondità, microfoni direzionali per catturare ogni minima vibrazione sulla barca e un mixer». Per l’esattezza, prosegue Ortica, «siamo partiti con dieci microfoni a contatto, quattro idrofoni, quattro microfoni ambientali, due trasduttori elettroacustici, più il Mixer, un impianto audio, due camere, un modem portatile. E poi gli strumenti: chitarra elettrica, amplificatori, ukulele, tromba, cajon e percussioni…  Abbiamo messo in risonanza la barca, è diventata una barca canterina… e a oggi, abbiamo registrazioni per oltre 10 giga», racconta Federico entusiasta.

Con questo viaggio-esperimento Ortica e Palombini – con l’aiuto di Nicola Casetta al field recording e di Andrea Marchi allo streaming audio/video, quest’ultimo assai complicato in barca – vogliono dimostrare anche che il suono dell’acqua non è solo il banale (anche se bellissimo e tranquillante) frangersi delle onde sugli scogli, ma rumori che, senza quei sofisticati microfoni, in navigazione non si sentirebbero, confusi con i tanti prodotti dall’imbarcazione, dal vento, dai flutti.

Oltre all’esperimento sonoro, durante il viaggio che si concluderà domattina, 5 giugno, a Olbia, ci sono stati incontri con musicisti che hanno usato come basi questi nuovi suoni per improvvisare, creando così melodie dove l’acqua assume una parte fondamentale del tutto. Emozioni? «Tante, sentire il canto dei delfini sott’acqua mi fa fatto venire la pelle d’oca, una registrazione meravigliosa, come pure le sartie in acciaio: in navigazione si sono trasformate in un’interessante sezione ritmica». Alcune registrazioni le potete ascoltare sul sito di Onde Sonore.

Chi ha avuto la fortuna di trovarsi nei porti di attracco di Onde Sonore, ha potuto ascoltare le registrazioni montate da Federico, ma anche artisti come Alessandro Deledda, pianista che ama contaminare jazz ed elettronica e che in barca ha presentato il suo ultimo lavoro La Linea del Vento: se volete ascoltarlo andate sul suo sito. Non lo cito a caso: provate ad ascoltare, per esempio, il brano di Deledda Have You Met Mr. Pongo? e aggiungeteci, dal sito di Onde Sonore, la registrazione della “Navigazione da Cagliari a Villasimius”: troverete assonanze e una melodia che fonde jazz e mare, pianoforte e vento…

Tre dischi per il ponte/2: Toquinho e Yamandu Costa, Squid, Sons Of Kemet

Ed eccoci al secondo appuntamento. Oggi condivido con voi tre album molto diversi tra loro. In comune c’è la ricerca, sia che si tratti di MPB, Musica Popular Brasileira, o di un rock alternativo o di un jazz che ha il compito di comunicare, raggiungere il maggior numero di persone  possibile, e per fare ciò, parla e fonde linguaggi attuali, come l’hip hop e un rinato spoken word. Partiamo dunque!

1 – Bachianinha: Toquinho e Yamandu Costa (Live at Rio Montreux Jazz Festival) – Toquinho e Yamandu Costa

Due giganti della musica brasiliana e della chitarra. Due generazioni diverse, due origini diverse: Toquinho, 74 anni, è nato e cresciuto a São Paulo, Yamandu Costa, 41 anni, viene da Passo Fundo, città del Rio Grande do Sul. Il primo erede di un modo di suonare che vede in Vinicius de Moraes, con cui ha collaborato a lungo, e la bossa nova il suo naturale elemento. Il secondo viene dallo Choro, dalle bachianinhas, musiche popolari ispirate a Bach, che suo padre suonava, e da un tipo di musica “di frontiera”, gaucho, appunto, dove Brasile Argentina, Uruguay e Paraguay si fondono anche nelle note. Il live è stato registrato lo scorso anno, senza pubblico a Rio, causa pandemia. Il disco è uscito il 21 maggio. Se vi piace il suono della chitarra classica e della chitarra a sette corde, di cui Yamandu è un virtuoso, lo ascolterete tutto d’un fiato. Il repertorio scelto dai due, che per la prima volta incidono insieme, anche se si conoscono da molti anni, si basa sulla musica d’autore brasiliana. Sto parlando di Dorival Caymmi, per i musicisti del gigante sudamericano, un mito intoccabile: un brano che in realtà ne include due, rivisti il minimo possibile da Toquinho, apre l’album O Bem do Mar/ Saudade da Bahia, per proseguire con un altro classico, Asa Branca di Luiz Gonzaga sempre con Toquinho solo sul palco. Yamandu risponde con A Legrand, suo pezzo originale dedicato al musicista francese Michel Legrand. Insieme deliziano com Apelo, storico brano di Baden Powell. Bossa e choro, come nella Bachianinha n°1 di Paulinho Nogueira. Insomma, credo l’abbiate capito, se volete immergervi nel Brasile d’altri tempi questo è un disco che fa per voi. Tecnica, pathos, amore, confronto generazionale, gli ingredienti ci sono tutti. Ve lo consiglio!

2 – Bright Green Field – Squid

Cambiamo registro, totalmente. Dopo un paio di Ep e una serie di singoli, gli Squid, band di Brighton, sono usciti con il loro primo album il 7 maggio scorso. Come inquadrarli? Post punk? No, troppo semplice. Piuttosto musicisti creativi che fanno delle contaminazioni un loro punto di riferimento e forza. Se ascoltate Narrator, vi trovate il sapore dei Talking Heads, mentre in G.S.K. delle note acide di funk si fondono bene con la voce di Ollie Judge che, per inciso, trovo molto simile al primo David Byrne, mentre le chitarre diventano potenti, con inserimenti di tastiere post prog. 2010 ha un attacco morbido alla Steve Hackett dei Genesis e prosegue in maniera sempre più decisa, per arrivare a un metal bello denso. Piacciono? Li trovo interessanti, una musica che potremmo sicuramente inserire nella grande casa del Rock, finalmente diversa, un bell’esercizio di stile che fa ben sperare. Va ascoltato più volte per coglierne le diverse sfumature. Non licenziatelo al primo passaggio, fareste un grosso errore…

3 – Black To The Future – Sons Of Kemet

Dietro Sons Of Kemet si nasconde Shabaka Hutchings, un sassofonista e clarinettista londinese che si divide fra tre sue creature, i Sons Of Kemet, appunto, con cui fa un jazz/hip hop, i Comet Is Coming con i quali si diletta nel soul prog, e i Shabaka and the Ancestors, gruppo con cui suona spiritual jazz. Ci sono altri jazzisti che fanno hip hop tramite loro alter ego. Ad esempio, il trombettista americano Leron Thomas che si trasforma in Pan Amsterdam (ve ne ho parlato nell’ottobre dello scorso anno). Torniamo a Black To The Future: Hutchings vuole parlare di memoria collettiva sulla questione razziale, e lo fa attraverso una musica complessa, sempre molto spinta. Suona, ma le note qui sono politica, cerca di unire i vari filoni della diaspora africana, quello americano e quello inglese. Chiede, come nota Hubert Adjei-Kontoh, il critico che ha scritto la recensione del disco per Pitchfork, uno sforzo di tutti, un impegno comune per parlare dell’oppressione e della storia che attanaglia gli africani. La musica segue esattamente questo. I Sons Of Kemet sono in quattro, due fiati e due percussioni, eppure la musica che ascoltate sembra uscita da una superband. La tuba suonata da Theon Cross fa il lavoro del basso, Shabaka Hutchings “canta e ricama” con il sax e il clarinetto, le percussioni di Tom Skinner ed Edward Wakili-Hick pompano richiami e tempo creando un pattern d’alta combustione. In Pick Up Your Burning Cross, per esempio, agli strumenti si aggiungono le voci di Moore Mother, musicista, poetessa, attivista di Philadelphia, e di Angel Bat Dawid, jazzista americana. Come in Hustle, dove il rapper inglese Kojey Radical canta a ripetizione Born from the mud with the hustlе inside me… Si chiude con Black (più cristallino di così!) con l’intervento, in perfetto spoken word, del poeta Joshua Idehen. Un crescendo tragico, duro, un pugno nello stomaco. Qui i primi versi…

Black is tired
Black would like to make a statement
Black is tired
Black’s eyes are vacant
Black’s arms are leaden
Black’s tongue cannot taste shit
Black’s stomach cannot compress death
And black would like to state that black is not a beast of myth
To be slain in a fable
Recounted atop a round table
Surrounded by blue-collared brave men
Black has demands
Black demands baton-proof bones and bullet-resistant skin
Black thinks no person that’s trigger nervous deserves a gun
Much less a badge…