Antonio Faraò, il cuore eclettico della musica al GaiaJazz

Antonio Faraò – Foto Marco Glaviano

Mi trovo per lavoro a Chianale, in Val Varaita, sopra Cuneo, a pochi chilometri dalla Francia. Un borgo a 1800 metri d’altezza, lì vicino il confine, appena 22 abitanti, la metà giovani che hanno scelto di costruirsi la vita qui, mettendo a frutto studi, competenze, aspirazioni. Parlano l’occitano, lingua romanza diffusa tra Francia Piemonte, Liguria e, in un’enclave, anche in Calabria. Danzano nelle tante feste estive, al passo dei suoni tradizionali, l’organetto diatonale e la ghironda, un cordofono d’origini antichissime…

Dall’altra parte della pianura Padana, nel borgo medievale di Portobuffolè (Treviso), si sta tenendo un festival arrivato al suo decimo anno di vita, il GaiaJazz Musica & Impresa, nato grazie a Dotmob, associazione culturale fondata con l’obiettivo di diffondere la conoscenza delle imprese e delle professionalità che valorizzano il territorio. Il jazz c’entra più di quanto possiamo pensare: caparbietà, cultura, studio, creatività lo rendono sintesi di come dovrebbe essere l’impresa nel nostro Paese.

Sotto lo stesso cielo, dal Piemonte al Veneto, c’è sempre la musica. Veicolo per tenere vive tradizioni o per connettere e segnare nuove strada. Sono tracce, indizi di un progredire verso obiettivi, che poi riguardano tutti, penso alla sostenibilità ambientale, a un certo modo tollerante e costruttivo di relazionarsi, a una cultura diffusa. Un mondo che rispetta le diversità, anzi si nutre di queste, che promuove connessioni umane fatte di linguaggi diversi, che considera l’arte un mezzo di riflessione su tutto quello che ci sta accadendo.

Chi lavora su questi binari è un geniale pianista romano, Antonio Faraò, jazzista di fama mondiale. Da tre anni è il direttore artistico del GaiaJazz. Il suo percorso artistico rispetta tutto quello che vi sto raccontando: la musica non ha confini, non si etichetta, perché la creatività non si imbriglia… La musica non viaggia per sotterfugi, si dichiara apertamente: in fin dei conti è questo lo spirito del jazz, libertà di movimento nel rispetto dell’altro, dialogo soavemente dolce o intimamente aspro, in ogni caso, linguaggio il più aperto possibile.

Il 2 luglio Antonio chiuderà il festival con un suo concerto nella Tenuta Polvaro ad Annone Veneto presentando il progetto Eklektik, che poi è anche il titolo di un suo disco uscito nel 2017, dove la contaminazione di generi e l’annullamento di limiti, in questo caso letti come generi musicali, sono temi dominanti. Con lui, in quintetto, Simona Bencini alla voce, Enrico Solazzo alle tastiere ed elettronica, Aldo Mella al basso e Lele Melotti alla batteria.

Il suo disco ha visto, invece, numerose e “forti” collaborazioni: Snoop Dog, Marcus Miller, Manu Katché, Krayzie Bone, Didier Lockwood, Walter Ricci, Brareli Lagrène, Lenny White, Luigi Di Nunzio, Claudia Campagnol, Mike Clark… Dodici brani nei quali tutto si tiene tra jazz, lounge, funk, brazilian, rap, soul e sonorità anni Settanta. Più che uno strizzare l’occhio a nuove possibili platee d’ascolto, il progetto di Antonio Faraò è un aprirsi al mondo, un atto di fede verso la musica vista come parabola del mondo, un percorso dove il jazz fa da collante, una sorta di filtro magico che assorbe note e restituisce armonia.

Eklektik è stato un disco “inclusivo”…
«Si tratta di un progetto pensato a lungo, per una decina d’anni, e che poi, stimolato dalla casa discografica Warner Music, ha visto la luce cinque anni fa. È un lavoro vario, più “elettrico” rispetto ai miei precedenti, dove ho lasciato più spazio alla musica. Un disco meditato: ho impiegato un paio d’anni nella post-produzione… Lo sai che sono stato contestato per questo album?».

Non stento a crederci…
«Me lo aspettavo, per questo il primo brano, Eklektik Intro, è uno spoken recitato dall’attore Robert Davi, con il quale vengono esplicitate le intenzioni del disco».

Ci sarà un Eklektic 2?
«Sì, l’ho abbozzato…».

Restando su questi concetti, mi piace quello di musica messa in relazione con imprese e lavoro.
«Gaia quest’anno celebra i suoi primi dieci anni di vita, io sono direttore artistico da tre edizioni. È una rassegna incentrata per lo più su musicisti nazionali, su giovani talenti (come Raffaele Fiengo, sassofonista presente in quartetto), che mantiene una programmazione varia e – fondamentale – uno spessore artistico».

Antonio Faraò – Foto Roberto Cifarelli

Che musica ti piace ascoltare?
«Classica, jazz, brasiliana, praticamente di tutto, anche una Mazurka di Casadei, l’importante è che sia fatta bene e sia autentica. Adoro Tom Jobim, Chico Buarque e Ivan Lins, che ha messo i testi su due miei brani. E poi c’è Frank Zappa, un grande musicista, uno sempre avanti. Lo è ancora adesso a quasi trent’anni dalla morte. Scommetto che tra 100 anni sarà ancora avanti!».

Il panorama attuale della musica, soprattutto mainstream, non è confortante…
«Purtroppo ci sono logiche diverse dall’autenticità. Per quanto mi riguarda esistono dei… “clan” che fanno conoscere volutamente la parte mediocre della musica. Siamo immersi in un “provincialismo” che limita molto, ed è un sistema che funziona così da anni. Sembra che esistano solo pochi musicisti, che poi sono quelli che riescono a relazionarsi politicamente, frequentando i palazzi e i ministri di turno, ed è un peccato, perché di materia prima ne abbiamo molta e valida, musicisti che ci invidiano nel mondo».

Possibili soluzioni?
«Ognuno per il suo dovrebbe andare contro questo sistema, prendersi la possibilità di divulgare la propria arte. Perché non è giusto che giovani talenti vengano sfruttati e poi snobbati. E questo avviene anche nel jazz, tutto ruota attorno ai soldi. GaiaJazz si propone, nei fatti, di invertire questo sistema». 

Mi sembra difficile riuscire a cambiare…
«La questione, secondo me, va  ben oltre il linguaggio e la cultura. Banalmente, se non fai parte di un certo “rango” non suoni».

Non sei per niente ottimista!
«Il problema non è il mio ottimismo, ma l’essere realisti: devi convivere con queste realtà assurde che fanno perdere di vista il ruolo e il senso dell’essere un musicista. Ho suonato recentemente a Villa del Grumello, a Como. È stata una serata bellissima che mi ha emozionato. Questo sistema povero d’anima e di vibrazione ti fa dimenticare quanto importante sia entrare in contatto con il pubblico. Per me la musica è emozione: se riesco a emozionare chi mi sta ascoltando, lo percepisco e mi commuovo io stesso, so che ho dato qualcosa a chi mi ascolta, che poi mi ritorna».

Uno scambio continuo di energie, così dovrebbe essere…
«Però tutto è finalizzato al business, ed è una bestemmia per un musicista: la musica è un’arte che fa brillare il mondo, dovrebbe esserci più rispetto nell’emozionare e nell’emozionarsi».

Come nasce una tua composizione?
«Dipende, da una melodia, un accordo, una base ritmica. In quello che faccio sono sempre legato al mio passato, alla mia famiglia, ai genitori. Anche il canto di un uccellino può essere un input… ma poi, sapessi quanti brani ho buttato nel cestino!».

Da pianista e musicista, come vedi le “giovani leve”?
«La cosa che mi stupisce negli allievi è che conoscono Brad Mehldau, ma non Bill Evans. O anche Jackie McLean (uno dei più grandi sassofonisti e compositori jazz del Novecento, ndr). Noto che tecnicamente sono ben preparati, però spesso c’è poca anima, si rischia di perdere il pathos, la parte istintiva. Il jazz va respirato, dev’essere virale dentro di te. Insomma, non bisogna suonare per mostrare quanto sei bravo, ma perché ami quello che fai. È una missione…».

Nino Buonocore, il jazz e la Festa della Musica

Nino Buonocore – Foto Marco Medaglia

21 giugno, Festa della Musica. Come ogni anno, da quarant’anni a questa parte (se l’inventò l’allora Ministero della Cultura Francese diretto da Jack Lang con la dicitura Faites de La Musique), è una giornata dedicate al “fare” musica, Make Music Day per gli anglosassoni, poi diventato in Francia, Spagna e Italia, Fête, Festa (la pronuncia per Faites e Fête è praticamente la stessa). In Italia la si festeggia da 28 anni. Il tema 2022, come si legge sul sito ufficiale della manifestazione, è Recovery Sound Green Music Economy: ovvero, porsi l’obiettivo della ripartenza del settore Musicale attraverso una particolare attenzione e rispetto per l’ambiente…

Fare e festeggiare sono due “azioni” che vanno molto d’accordo. Perché, comunque, suonare implica voglia di ascoltare, divertirsi, ballare, emozionarsi, giocose declinazione del fare. Tra le numerose iniziative organizzate lungo tutta la Penisola, mi focalizzo su una, in Puglia, a Francavilla Fontana (Brindisi), dove, alle 21, in piazza Giovanni XXIII, salirà sul palco Nino Buonocore.

È uno di quegli artisti che ho continuato a seguire negli anni. Napoletano, classe 1958, è famoso per canzoni divenute hit nel mondo, vedi Scrivimi, Rosanna, E se qualcuno domani… Con la sua erre leggermente arrotata e soprattutto con quella raffinata capacità di comporre e arrangiare, ha seguito una strada che lo ha portato inevitabilmente, nel corso della sua lunga attività, dal pop al jazz. 

Nell’album Una città tra le mani, uscito negli inizi del 1988, ha collaborato anche Chet Baker. Se andate in rete trovate le loro esibizioni in alcuni video dell’epoca. La naturale evoluzione al jazz lo ha portato a pubblicare lo scorso anno un gran bel lavoro, In Jazz (live), 14 brani, registrati il 27 Febbraio 2020 a Roma presso l’Auditorium Parco della Musica, tutti suoi lavori già ascoltati, rivisitati con sapienza, e un nuovo brano, Meglio Così.

Un live registrato d’impatto, grazie a un’intesa perfetta con i musicisti, Antonio Fresa al pianoforte, Antonio De Luise al contrabbasso, Amedeo Ariano alla batteria, Flavio Boltro alla tromba e Max Ionata, al sax.

Proprio la Festa della Musica mi ha spinto a chiamarlo e a parlare di musica, linguaggio, spontaneità, generi…

Nino, rispetto al pop anni Ottanta, noti anche tu un certo impoverimento-appiattimento nella musica mainstream?
«Niente di nuovo, siamo in linea con i mutamenti sociali. Il livello culturale si è abbassato tantissimo e le arti ne risentono, sono influenzate da questo nuovo stimolo».

Non sarà anche che, grazie alla tecnologia, non serve sapere suonare…
«Gli strumenti per fare musica oggi sono più semplici, se comparati alle altre arti. Se vuoi dipingere devi avere una certa formazione, lo stesso se vuoi scrivere o scolpire. Mancando questo approccio conoscitivo è ovvio che, grazie alla tecnologia, tutti ci provino. Poi è chiaro che per uno come me, che viene da storie di suono “analogico”, dove si imponeva la conoscenza del linguaggio musicale, questi sono percorsi difficili da capire».

Che concetto hai della musica?
«Molto rispettoso. Sono un autodidatta: vengo da una famiglia che non aveva le possibilità per farmi studiare. L’approccio spontaneo è liberatorio, ma poi arrivi a un punto che senti la necessità di approfondire. Ho dovuto farlo per forza, per poter dialogare con personaggi che non parlano la tua stessa lingua! La musica è un linguaggio condiviso, invece dell’inglese ho imparato quest’altro idioma…».

Con la musica non hai mai avuto ostacoli linguistici…
«Se conosci la musica parli la stessa lingua degli altri musicisti. Ci si capisce perfettamente così, non servono le parole».

È quello che hai fatto con Chet Baker?
«Sì, era un personaggio affascinante, un artista che mi ha molto emozionato».

Ha collaborato nel tuo album Una città tra le mani, giusto?
«Sì, in più brani. Il suono della sua tromba era perfetto per quel lavoro. Il mio staff riuscì a contattarlo. Ci siamo incontrati in un bar. La notte prima ero andato in paranoia, l’ho passata trascrivendo tutti i brani in modo dettagliato. Il giorno dopo mi sono presentato consegnandogli gli spartiti. Lui li ha guardati, li ha messi da parte (non sapevo che non leggesse la musica) e mi ha detto: “Fammi ascoltare qualcosa tu”. Dopo pochi minuti ha risposto: “Ok, lo faccio”».

Così avete registrato…
«In sala d’incisione è stato lapidario: “Tu canta che io suono”, la riprova che la musica è un’entità libera, dove basta saper parlare la stessa lingua per realizzare cose fantastiche».

A Sanremo ci sei stato più d’una volta… Oggi ci andresti?
«In quegli anni il Festival era un grande trampolino di lancio anche per chi faceva una musica di livello diverso. Portavi una canzone che, se al pubblico non piaceva, attirava però l’attenzione della critica. Oggi è cambiato tantissimo, è più votato allo spettacolo, un grandissimo show in cui la musica non è l’elemento essenziale. All’epoca, ci si metteva a studiare mesi e mesi prima per trovare la canzone giusta, quella che riuscisse a rappresentare il tuo repertorio, un brano che dovesse durare nel tempo».

Nino Buonocore – Foto Franco Medaglia

Torno alla musica come linguaggio: sei una persona molto riservata, che parla poco, non certo un presenzialista!
«I musicisti veri hanno dentro un bisogno che esprimono scrivendo canzoni. Credo che tutto sia partito da un disagio verso un modo tradizionale di comunicare. Quelli come me che vengono da una scuola cantautorale sanno che la musica è importante, ha cambiato persino gli Stati, è un forte volano culturale. Oggi non c’è questa urgenza di esprimere contenuti sociali, che comunque ci sono, piuttosto condizioni personali. Non è più pilota di cambiamento».

Come ti sei avvicinato al jazz?
«Non amo fare catalogazioni estreme, per me la musica è una sola. L’unica suddivisione è in bella o brutta! La musica ha bisogno di libertà espressiva: dopo anni alla ricerca di una tua precisa identità, il jazz ti permette di prendere strade più… avventurose, diverse».

Un punto consapevole di arrivo e non una partenza…
«È un percorso naturale legato anche alla crescita artistica, c’è da aspettarselo. I musicisti che suonano con me arrivavano tutti da varie estrazioni, rock, funk, blues… Il jazz non è un punto di arrivo ma una delle tante fermate di questo treno meraviglioso che è la comunicazione musicale».

Per suonarlo devi avere però molti strumenti culturali a disposizione…
«È una forma di grande libertà espressiva, la differenza che c’è tra un amico e un conoscente. All’amico dici tutto, puoi aprirti, mentre con un conoscente sei portato a essere più riservato. Il jazz è un amico».

Al concerto di domani sera a Francavilla Fontana suonerai jazz?
«Se vado in un posto dove il pubblico sceglie di venire perché è consapevole di quello che faccio, posso permettermelo. Altrimenti, in un luogo dove sono stato invitato e le persone arrivano non solo perché ci sono io a suonare, penso sia giusto fornire una proposta più fruibile. È una questione di rispetto».

Giusto. Nei tuoi ultimi lavori stai puntando all’essenziale, forme più ricercate prive di sovrascritture…
«Sì, credo che spogliarsi del superfluo sia una necessità. Ho un progetto parallelo dove propongo canzoni per voce, chitarra e fisarmonica. Il fatto è che inizi a scavare, arrivi all’osso, ti appassioni per una piccola suggestione, appena appena… quello!».

Un suono più vicino al tuo essere artista oggi?
«È una condizione di grande intimità. Prima ero molto legato agli arrangiamenti, ora mi interessa più l’etica della musica piuttosto che l’estetica».

Etica in che senso?
«La musica ti insegna a vivere, a stare in questo mondo. Non è soltanto volta al divertimento. È denuncia, protesta, un’altra visione, come giustamente veniva considerata negli anni Settanta».

Sei di Napoli, cosa pensi dei neomelodici?
«Li considero un po’ come il liscio per la Romagna, una musica popolare. Sono una degenerazione della musica popolare, in tempi dove c’è tanta meno cultura».

Te l’ho chiesto perché Eduardo De Crescenzo ha appena pubblicato Avvenne a Napoli, passione per voce e piano, un libro e un Cd con i quali ha scavato nella prolifica canzone napoletana dall’Ottocento ai primi del Novecento…
«Un bellissimo lavoro! Ed è vero: l’aria di un’Operetta è una canzone; la musica napoletana l’ha presa a modello, rigenerandola. Ha migliorato sicuramente l’impostazione della musica “leggera” prima del Ventennio fascista, con strutture armoniche e melodiche importanti».

In Jazz (Live) è stato un esperimento?
«È il mio unico disco registrato dal vivo e al netto di prove, dove c’è stata la massima libertà per i musicisti. Una sorpresa molto formativa, da quel concerto ho imparato molte cose che applico oggi nei miei concerti».

La cover del tuo lavoro è un camaleonte non a caso…
«Sì, quel camaleonte mi rappresenta, la copertina l’ha disegnata mia figlia Nadia, che è una brava illustratrice…».

Pop Coreano: KBLUE, un italiano a Seul

Può sembrare strano che vi parli di Kpop, il pop Coreano, genere mainstream costruito a tavolino dove la musica non è la protagonista principale, ma appena una comprimaria. Dove tutto viene deciso fin nei minimi particolari, in una sorta di rigorosa catena di montaggio che finisce per rappresentare la negazione della musica e dell’artista stesso, sacrificati a un bene maggiore: la felicità dell’ascoltatore e i conseguenti lauti introiti di un sistema oliato alla perfezione.

Il Kpop andrebbe studiato a fondo per capire come sia riuscito a sfondare nel mondo occidentale, quali siano i suoi segreti per conquistare a strascico migliaia di adolescenti e giovanissimi adulti.

Ho deciso di parlarne perché ho conosciuto un trentenne romano, Fabio Demofonti, in arte KBLUE, che s’è innamorato del genere al punto da farlo diventare il suo lavoro. Da un paio d’anni vive in Corea del Sud, s’è messo a studiare Kpop con abnegazione, ogni giorno ore e ore di concentrazione e fatica tra lezioni di canto, lingue, ballo, esercizi obbligatori in palestra, prove su prove. Diventare un “Idol” è difficile, come vincere al Superenalotto, ma chi ci riesce si aggiudica il jackpot!

Ora mi direte: ma cos’è, uno scherzo? No affatto, anche perché Fabio ha una solida cultura orientale alle spalle, coltivata sin da piccolo. Sa parlare correttamente il cinese – lo ha studiato in una università in Cina – il coreano, il tagalog, la lingua filippina, oltre, ovviamente all’inglese e ad altre lingue/dialetti asiatici. Nelle Filippine è diventato una star, grazie ad alcuni fortunati singoli.

Dopo averci riflettuto a lungo, ho deciso di chiamarlo. Ci siamo dati appuntamento a un’ora accettabile per lui e per me visto il fuso orario e i suoi impegni di studio e lavoro, e ci siamo presentati… Due realtà opposte a confronto!

Fabio raccontami di te: perché ti sei appassionato al Kpop e alla Corea del Sud?
«Probabilmente in più vite precedenti devo essere stato un coreano o quanto meno, un asiatico, perché ho sempre avuto un’attrazione per tutto ciò che riguarda l’Asia e la sua cultura in generale. Dieci anni fa sono andato a studiare il cinese in Cina, all’università. Il Kpop l’ho scoperto lì: in quel periodo lavoravo in una discoteca. Una sera, il dj mette una canzone e vedo che tutti quanti iniziano a ballare allo stesso modo, all’unisono. Sorpreso, vado subito dal disk jockey a chiedere informazioni. Era una band KPop. Quel genere mi ha coinvolto e affascinato fin da subito: come poteva un brano avere la forza di far danzare una discoteca intera allo stesso modo, tutti perfettamente sincronizzati? Quel gruppo non esiste più, s’è sciolto. È un’altra caratteristica del genere: una band non dura più di 7/8 anni, salvo che non rinnovino i contratti. In quell’istante ho deciso che sarei diventato il rappresentante italiano del pop Coreano».

Quanto incidono le label sulla nascita di queste pop band? C’è un mercato mostruoso!
«Le case discografiche sono determinanti. Innanzitutto perché hanno la disponibilità di farti crescere e investono tantissimi soldi. Ti parlo in base alla mia esperienza: la formazione di cantante KPop è un grosso investimento di tempo e di denaro. Non so se hai visto i video dei cantanti coreani: altro mondo rispetto a quelli italiani. Il video è il vero biglietto da visita dell’artista, e, in quanto tale, viene curato nei minimi dettagli. Le case discografiche poi sono fondamentali nella scelta dei componenti del gruppo. Seguono un format oliato: c’è il rapper, immancabile, il ballerino, la voce solista…».

Quindi, le case discografiche fanno molto scouting…
«Sì, in molti modi. Per esempio, qui ci sono tantissimi artisti che cantano per strada. Si propongono apposta nella speranza di essere adocchiati. Poi ci sono i provini, le audizioni. Ti presenti con il tuo brano, canti, balli, in base alle tue competenze. Ogni casa discografica ne organizza in modo costante. È figo perché ci sono tantissime persone che si presentano».

Cos’è che ti colpisce del fenomeno Kpop…
«A livello musicale, respiri il futuro, perché è tutto ricercato, moderno. È l’evoluzione dei generi nati in Occidente. È un pop che ha suoni molto sofisticati e innovativi rispetto al nostro mercato europeo e mondiale. E poi sono super vibe-positive».

Dalla tua esperienza, solo un’evoluzione del pop occidentale?
«Il Kpop, letteralmente, è la versione coreana del pop. I primi gruppi degli anni Novanta, maschili e femminili, si basavano sulle Spice Girl o sui Backstreet Boys. Poi c’è stata un’evoluzione totale. Oggi le boy/girlband mondiali sono pochissime. Di quelle rimaste, praticamente solo le inglesi Little Mix sono le uniche che ballano e cantano. Mentre qui avere una coreografia in quasi tutti i video è importante. Ciò impone una formazione costante, lo vedo io stesso: ore e ore di canto, ballo, preparazione atletica, stretching. Tanta fatica viene ripagata, io stesso ho registrato un miglioramento enorme. I generale, le voci particolari, e noi ne abbiamo tante, vedi per esempio Gianna Nannini, non vengono prese in considerazione perché… non sono “cool”».

Quanti gruppi ci sono attualmente in Corea?
«Non li ho mai contati, comunque tanti, e ne escono continuamente di nuovi. I BTS (quelli che lo scorso anno sono entrati di prepotenza nelle classifiche degli States, ndr) vengono dalla Hybe, casa discografica che ha avuto solo boyband, gruppi di “idol” maschili. Una decina di giorni fa la label ha pubblicato il suo primo gruppo femminile. Le principali case discografiche, vedi la SM, la YG Entertainment, quella delle Blackpink, la P Nation, fondata da PSY (ricordate il tormentone Gangnam Style?, ndr) quest’ultima tratta solo cantanti e non boyband, hanno grandi mezzi a disposizione. Tra l’altro, PSY ha pubblicato recentemente un nuovo disco, PSI 9th, l’hai ascoltato?».

No, ho ricevuto il comunicato stampa ma…
«Ha fatto un brano, That That con Suga dei BTS, fichissimo! È stato numero uno in molte classifiche mondiali. Si tratta di un’operazione sicuramente studiata, comunque ha delle canzoni super orecchiabili, vedi Celeb».

Fabio, tu suoni, componi i tuoi brani?
«Non suono, ma ballo, canto e scrivo le mie canzoni. Poi mi faccio aiutare da un Producer coreano, perché sì, ascolto molto Kpop, ma non è sufficiente, devi affidarti comunque a loro».

Insomma, il Kpop è un fenomeno…
«È uno stile, in questo momento, quello più in voga al mondo, supervirale, grazie ai BTS. Quando ho scoperto il Kpop, dieci anni fa lo suonavano già in tutta Europa, tranne che in Italia dove è apparso da un paio d’anni. Mi ricordo le Girls’ Generation, si erano sciolte nel 2017 dopo dieci anni di attività…».

Curiosità: una volta sciolte le band, i singoli idol continuano la loro professione da solisti?
«È molto difficile che qualcuno rimanga. Secondo me perché, essendoci nel Kpop degli standard per quanto riguarda la costruzione di una band, il rapper, il solista, chi balla, chi fa i cori, nessuno nota i singoli in quanto tali. Vale il gruppo. Anche in Corea c’è la versione del cantante mascherato, quello di Raiuno. Capita molto spesso che  l’artista, una volta tolto il travestimento, non venga riconosciuto. Tutti sanno che è un idol, per evitare imbarazzi viene subito annunciato il suo nome dal presentatore: questo è il tale, degli Winner…».

Conta il gruppo e non il singolo…
«Sono poche le band che hanno la fortuna di avere idoli riconoscibili, perché personaggi particolari. Una di queste sono i BTS!».

Fabio torniamo a te: quanti anni hai?
«Trentatrè. Di solito l’età standard per un artista di Kpop è 20 anni. Sono visto come un’anomalia qui. Sono straniero e sono anche una testa dura, insisto, devo riuscire a raggiungere i miei obiettivi. L’ho sempre fatto nella mia vita. Ho pensato: parlo numerose lingue asiatiche, sono esperto di Kpop, canto e scrivo in coreano perché non dovrei riuscirci? Quando ho iniziato a bussare alle porte della case discografiche, mi snobbavano. Mi vedevano attraente, ma quando leggevano la mia età si ritraevano. E io spiegavo loro: “guardate che canto, ballo, parlo le lingue asiatiche”. Ho dovuto insistere e quando alla fine sono stato preso dall’agenzia che mi sta preparando, mi hanno messo alla prova facendomi fare il colloquio in mandarino con un’interprete cinese. Alla fine hanno capito che non mentivo e mi hanno scritturato. Una soddisfazione. Ho realizzato pochi giorni fa il mio primo progetto, vediamo quando ci sarà l’uscita ufficiale…».

La tua idea è entrare in un gruppo Kpop?
«Mi intriga tantissimo. È un mio obiettivo, parallelamente alla mia carriera da solista. La mia intenzione è di unire il pop coreano a quello italiano. Mi piace sperimentare…».

In Corea come ti vedono?
«Non ho fatto ancora apparizioni in tivù».

Ma nelle Filippine sei diventato un idolo, hai fatto un gran bel successo…
«Sì, nel 2015, un successo pazzesco. Ho fatto un primo tour di circa tre mesi, poi un altro di quattro mesi. Sono stato invitato in radio, ho fatto apparizioni televisive e concerti. Qui in Corea sono venuto a cercare un’etichetta discografica e a prepararmi, a studiare. Perché altrimenti non si arriva in televisione. Per loro è inconcepibile che uno che canta non sappia anche ballare. Come reputano assurdo che in Italia nelle apparizioni televisive gli artisti possano cantare live. Qui non lo si fa quasi mai, perché tutto deve essere perfetto, nessuna sbavatura. È un’altra visione della musica pop».

Raccontami la tua giornata tipo.
«Mi alzo alle sei. Faccio un’ora di meditazione. Poi studio quattro ore di coreano. Quindi pranzo e subito dopo inizio, con gli insegnati, a fare due ore di preparazione vocale e altrettante di ballo, quindi studio da solo fino a tarda sera. Fosse per loro dovrei farlo 24 ore su 24! All’inizio non riuscivo a tenere questi ritmi, è tutta questione di allenamento».

Hai fatto un video musicale…
«Sono rimasti piacevolmente sorpresi, perché noi italiani siamo molto espressivi, parliamo anche con il corpo, cosa che qui non riescono a fare, perché non fa parte della loro cultura».

Fabio, com’è la vita in Corea? Che tipo di società è?
«Ti racconto sempre in base alla mia esperienza: sono arrivato durante il Covid, quindi immaginati tutte le restrizioni, loro sono generalmente rigidi, fiscali. È pur vero che ho vissuto il Paese in un periodo stressato, al limite. Mi sono innamorato di questo posto perché qui vedi il futuro. Vengo da Roma, una città splendida che amo, però quando sono arrivato a Seul ho percepito che c’è qualcosa di più. È un luogo colorato, un modo diverso di vivere la metropoli. I colori danno positività, energia, fascino. Per quanto riguarda la mia vita personale in Corea, l’ho trovata un po’ difficile. Noi italiani siamo abituati ad abbracciare, baciare, vabbè che c’era il Covid, ma ho percepito molto la distanza, loro sono più timidi, introversi rispetto a noi».

Sono un po’ freddi ma musica e ballo li fa scatenare…
«Chi fa un mestiere come il mio ha ritmi diversi, ma la gente normale è molto tranquilla, in metropolitana ci sono cartelli ovunque che dettano regole: non mangiare, non saltare, non chiacchierare rumorosamente. E tutti normalmente si attengono. Avverti che è un posto sicuro. Di contro, ciò porta a essere meno creativi, meno individualisti… non sono abituati a esprimersi veramente».

I tuoi cosa dicono della tua scelta?
«Ah beh, loro si sono abituati. Sono andato a vivere in Cina a vent’anni, sono avvezzi alle mie particolarità».

Cos’è per te la musica?
«Energia, vibrazioni, divertimento, movimento, suono che ti entra in testa e ti emoziona. È positività».

Ascolti altri generi oltre al Kpop?
«Sì, molto “altro” pop. Di quello italiano sono sempre stato un fan di Alexia, adoro la voce di Elisa, Mahmood, le follie di Blanco, i Måneskin, Laura Pausini secondo me è un genio. Tra le star internazionali, Taylor Swift a Beyoncé che è un cavallo da battaglia, un’artista fenomenale!».

Tornando agli Idol: nelle apparizioni televisive è tutto playback, ma quando suonano in concerto?
«È praticamente tutto live, riescono a farlo perché si dividono le esibizioni, quindi ballano e cantano tenendo un intero show. Poi c’è tutta un’energia diversa, coinvolgi il pubblico…».

E la musica è ovviamente live?
«Affatto. Quella è tutta registrata!».

Clio and Maurice: la voce, il violino e la ricerca della bellezza

Non potevo iniziare meglio l’ultima settimana di marzo! Mi sono, infatti, imbattuto in due giovani artisti, Clio and Maurice, lei una gran voce soul, lui violinista versatile, entrambi di Milano. Voglio cominciare da loro, nei prossimi giorni il mio racconto musicale si sposterà fra teatro-canzone e jazz contemporaneo, con belle sorprese e graditi ritorni. Clio and Maurice mi hanno convinto per più di un motivo: sono giovani, hanno un facile talento, e, non guasta mai, hanno ben delineato il loro percorso artistico. E poi, da non sottovalutare, sono fuori dal coro.

È la mia piccola battaglia quotidiana che combatto attraverso Musicabile: proporre alla vostra attenzione musicisti che hanno qualcosa da raccontare. Mi illudo, così, di contribuire a versare almeno una goccia in quel mare di cultura e bellezza che, inesorabile come l’esigenza idrica sul Pianeta, va via via prosciugandosi. La speranza che qualche discografico “illuminato” possa ritornare a indossare scarpe comode e andar per palchi o passaparola a cercar talenti come si faceva oltre mezzo secolo fa, prima che il meccanismo s’inceppasse con l’avvento dello streaming e del digitale (più facile scritturare qualcuno in base ai like sui canali social), non mi abbandona. 

Rientro dalla mia divagazione: Clio and Maurice, all’anagrafe Clio Colombo, 26 anni, e Martin Nicastro, 29, sono entrambi animati dall’esigenza di raccontare qualcosa di nuovo, che valga la pena d’essere ascoltato. Coppia d’arte da quattro anni e di vita da otto, stanno affinando un progetto-sfida: sfruttare la potenzialità della voce e del violino, per ottenere una fusione carismatica grazie anche all’uso sapiente dell’elettronica.

Nella loro musica si avvertono tutte le escursioni/espressioni soul di Clio – in alcuni brani ricorda il pathos di Annie Lennox o l’estro di Björk -, mentre Martin, con la continua ricerca di nuove sonorità da dare al violino, strumento che, nelle sue mani, diventa “altro”, se proprio deve ricordare qualcuno, fa pensare ad Andrew Bird o a certe atmosfere alla Brian Eno. Un duo che si sposta leggero, con un solo strumento e una loop station, oggi è un valore aggiunto… All’attivo hanno vari singoli e un EP, Fragile, uscito nel 2020. Stanno tentando ì di far uscire il loro primo album – appena troveranno una casa discografica disposta a credere in loro.

Li ho incontrati in un bar dalle parti di Loreto per conoscerli meglio, davanti a un buon caffè.

Clio, Martin, raccontatemi, com’è nato il vostro sodalizio musicale?
Clio: «Ci siamo conosciuti per caso, da amici comuni, otto anni fa. A me è sempre piaciuto cantare, ma non lo consideravo un possibile lavoro. Mi divertivo a interpretare cover. Dopo quattro anni di vita insieme è nata spontanea l’esigenza di unirci anche nella musica».
Martin: «Ci siamo seduti attorno a un tavolo e abbiamo riflettuto seriamente su come costruire qualcosa di originale con ciò che avevamo a disposizione, lei la voce, io il violino. Che è uno strumento “nomade” per definizione…».

Martin, oltre al Conservatorio, hai suonato in una band diventata piuttosto famosa, i Pashmak: ricordo un vostro album che mi era piaciuto particolarmente, Let The Water Flow
«Era un bel gruppo, abbiamo fatto molti concerti insieme, ma la gestione costava molto, eravamo soddisfatti se nei nostri tour finivamo non perdendo soldi… Io suonavo il pianoforte e il violino».

In duo è più agile, almeno nella gestione dei live…
Martin: «Sicuramente è stata una scelta di carattere pratico ma c’era soprattutto la volontà di fare qualcosa di diverso».
Clio: «Per me è stato l’attimo “buono” per sbloccarmi e iniziare a scrivere. Siamo partiti usando molto i loop. Cercavamo di comporre brani più strutturati, qualcosa che si potesse combinare con un loop. Oggi li usiamo molto meno. Siamo orientati su cose più radicali, violino e voce senza troppi effetti, più melodici…».
Martin: «Uso un pedale multieffetto, con cui faccio i loop, mentre con un octaver creo la linea del basso».

Il violino lo suoni molto poco nel modo tradizionale…
Martin: «Non direi. Cerco suoni polifonici, che ottengo sia pizzicando le corde, sia usando l’archetto, ma anche suonando accordi».

Come vi siete divisi la composizione?
Clio: «Partiamo prima dall’armonia e su quella provo a improvvisare qualcosa con parole chiave che mi evochino il brano. Poi inizio a scriverci intorno. Sono i suoni che danno il senso al testo».

Perché avete scelto di esprimervi in lingua inglese?
Clio: « Mi veniva più spontaneo, è quella che mi parla di più».
Martin: «La lingua influenza la musica. La nostra è stata una scelta d’istinto, ma c’è anche la consapevolezza che per il nostro tipo di musica l’inglese sia il “suono” giusto».

Un modo per allargare i confini, andare oltre l’Italia…
Clio: «La vediamo come una scommessa: essere italiani e fare musica in inglese, come fanno da anni i tedeschi o i nordeuropei».

Siete cresciuti con la musica in casa?
Martin: «Non veniamo da famiglie musicalmente “fornite”. C’erano ascolti diversi, quelli normali, da pubblico non educato. Ho iniziato a 14 anni con musica bella, la classica… Ascoltavo anche i Queen, i Led Zeppellin. Ricordo, però, che confondevo I Radiohead con i Motörhead, pensa com’ero messo!».
Clio: «Adolescente, sono improvvisamente passata da Hilary Duff, ad ascoltare e amare Ella Fitzegerald…»”.

Oggi quali sono i vostri ascolti?
Clio: «Tanti generi diversi. Ultimamente mi dedico molto al jazz, soprattutto quello nordeuropeo, mi sono innamorata della scena jazz svedese degli anni Sessanta».

Torniamo alla vostra musica: secondo me è particolarmente interessante perché il duo permette di esprimere le qualità di entrambi e valorizzarle. Quando suonate live chi viene a vedervi? Viene capita la vostra musica?
Martin: «Dobbiamo distinguere tra Italia ed Europa. Quando suoniamo in Francia, Olanda, Germania, ma anche in Gran Bretagna, possiamo cento come undici persone ad ascoltarci, ma sono tutte molto attente, capiscono quello che stiamo proponendo. In Italia, finora, quando ci esibiamo dal vivo abbiamo la sensazione di sembrare degli alieni. Ovunque, fuori, abbiamo percepito di essere nel posto giusto e di star facendo la cosa giusta».

Clio, stai passando un anno sabbatico a Berlino. Com’è la situazione lì?
«Sicuramente diversa da qui, anche se quella scena multiculturale, aperta, vivace è molto cambiata. Sempre molto creativa, comunque. C’è maggiore accesso all’interscambio tra artisti, lo stato tedesco tutela l’arte: anche nel periodi di Covid gli artisti che si sono trovati di colpo senza soldi, sono stati aiutati. Si percepisce che l’arte è considerata fondamentale».

Qui contano molto i contenuti mainstream. Chi non rientra, ha uno spazio di manovra stretto. È una questione culturale, che prima o poi dovrà essere affrontata…
Martin: «Credo sia inevitabile che prima o poi qualcosa cambi. Quello che manca in Italia è un po’ di coraggio da parte delle etichette discografiche: dovrebbero osare di più, investire invece di andare sempre sul sicuro».

Perché Clio and Maurice?
Clio: «Volevamo un nome che fosse disorientante, di cui non si capisse l’origine geografica, senza però perdere l’idea della coppia: volevamo essere noi e allo stesso tempo altro rispetto a quello che siamo».

Come etichettereste la vostra musica? Avant Pop?
Martin: «Mi sembra un po’ troppo impegnativo. Starei piuttosto su pop sperimentale, o pop alternativo».

Continuerete a suonare in duo?
«Nel disco che abbiamo praticamente finito abbiamo scelto di collaborare in alcuni brani con alcuni musicisti, gli Any Other, Margherita Carbonell al contrabbasso e Francesco Tanzi al violoncello. Per ora sì, è la veste che ci siamo dati e ci crediamo!».

Riflessioni: la lezione del violoncellista Vedran Smailović

Vi ricordate Vedran Smailović, primo violoncello dell’Orchestra Filarmonica di Sarajevo, mentre, vestito in frac, si esibiva solitario tra le macerie della sua amata città, in quell’assedio durato 1495 giorni (dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996)? Suonava l’Adagio in Sol Minore di Albinoni, in una versione lentissima, struggente e potente. La musica contro la guerra, come balsamo salvifico per le anime dei morti e degli assediati. Potete toglierci tutto, case, chiese, biblioteche, vita, ma non potete impedirci di suonare e ascoltare. Un piccolo gesto che in sé aveva una portata dirompente.

Se non siete ancora stati a Sarajevo andateci. Gli orrori di quella guerra non sono stati dimenticati. Sono racchiusi nei musei, incisi sulle case, lastricati sui marciapiedi. La foto di Smailović è esposta nel Museo Storico della città.

Oggi, in Ucraina, siamo allo stesso punto. Golia vuol prendersi Davide e lo fa con un dispiegamento di forze brutale. È la volontà di uno dei tanti “fucking Psycho” come cantavano i Muse nel disco Drones del 2015. Dopo una settimana di guerra, negoziati a rilento in casa dell’amico e sodale Lukaschenko, boss (non possono essere elevati al rango di capi di stato!) della Bielorussa, uomo che teme l’Arte, come ho avuto modo di scrivere un paio di anni fa in questo post, Putin non accenna a placare il suo desiderio di ricostruire una storia che è finita 30 anni fa. La Grande Russia, il “celodurismo” imperante, il “tispiezzoindue”, il nazionalismo esasperato, l’essere qualcuno nel mondo che conta, stretto tra Cina e Occidente, l’evitare qualsiasi dissenso, il dominare in casa e nei paesi dell’ex Unione Sovietica con pugno di ferro, la democrazia, anzi, democratura, che è pura dittatura, nemmeno abbellita con un filo di fard…

Lascio i commenti ad altri più saggi colleghi. Mi limito a una sola osservazione: tra un tiranno che tiranneggia, gente che muore sotto i razzi e i mortai, esodi di massa, il ricatto all’Occidente di un’escalation nucleare, la Cina silenziosa perché pensa solo al dio denaro, da questa parte del mondo si fanno le “vere repressioni politiche”: cacciare Valery Gergiev, il grande direttore d’orchestra, licenziato dalla Scala perché non si è espresso contro la guerra. Certo Gergiev è amico ultradecennale di Putin. Ma cosa c’entra la musica con tutto ciò? O la letteratura? Sempre a Milano, e sempre con lo stesso spirito, l’università della Bicocca aveva deciso di rinviare una lezione sullo scrittore russo Fëdor Dostoevskij di Paolo Nori, decisione pare saggiamente rientrata in corner… Cosa ha a che fare la musica con la politica?, si domanda – a ragione – la saggia Natalia Aspesi.

E ritorno a Vedran Smailović: la musica non ha padroni, non la si tiri in mezzo per colpire qualcuno. Ci pensano già i dittatori con le loro logiche di ossessivo controllo. Noi no, noi dovremmo essere diversi. Siamo liberi, di pensare, di dire o non dire, di esprimere dissenso anche in modo pesante, ma non serviamoci della musica per colpire qualcuno. Le note dell’Adagio di Albinoni risuonano ancora a monito, dopo quasi trent’anni. La musica, come la Letteratura, e l’Arte in generale, portano in sé una carica positiva, emozionano, raccontano, fanno più paura delle bombe.

Servirebbe in questo momento un altro Live Aid, un altro Bob Geldof che radunasse, indignato, artisti di tutto il mondo per far sentire il reale peso della musica, la sua potenza dirompente. Un concerto trasmesso a tutto volume ovunque, grazie agli hacker di Anonymus, anche nei costosissimi caschi delle ipertecnologiche milizie mandate a cancellare uno stato sovrano. Sarebbe un bel segnale, non vi pare?

Chiudo con un brano-preghiera sempre da Drones dei Muse, ed è la traccia che dà il titolo all’album, l’ultima. “Ascoltate” le parole:

Killed by drones
My mother, my father
My sister and my brother
My son and my daughter
Killed by drones
Our lives between your finger and your thumb
Can you feel anything?
Are you dead inside?
Now you can kill from the safety of your home with drones
Amen

Disco del Mese: “Amanti, Santi e Naviganti”: la Sicilia di Antonio Smiriglia

Antonio Smiriglia – Foto Charley Fazio

Ci sono state buone uscite nel mese di febbraio. L’altro giorno i Rehab con Sand Castles, e i Caroline, otto elementi al loro primo disco, ipnotico e riflessivo, con un lavoro che porta il loro stesso nome. Quindi gli Electric Sheep Collective, anche questi artisti al primo disco pubblicato, dieci musicisti per un contemporary jazz frizzante, elaborato, complesso ma seducente (ne riparlerò sicuramente, me lo sono ripromesso!). Quindi c’è il ritorno di Hurray for the Riff Raff con un disco dai contenuti forti, Life On Earth

Ma ce n’è uno che mi ha folgorato, una World Music di marca italiana davvero interessante. E, sì: è proprio lui il Disco del Mese di febbraio. L’autore è Antonio Smiriglia, un artista siciliano, di Galati Mamertino, paese di 2700 anime sui Monti Nebrodi, vicino a Capo d’Orlando, più o meno a metà strada tra Catania e Palermo. Il disco, invece, Amanti, Santi e Naviganti, uscito il 19 febbraio per Aventino Music/Opensound Music, è un piccolo, prezioso gioiello, uno spaccato di vita raccontato in siciliano.

Smiriglia è un musicista che da anni sta dedicando buona parte della propria attività artistica alla ricerca della musica popolare sicula. È un nome affermato nel giro della musica popolare d’autore. Collabora da anni con Ambrogio Sparagna – è voce solista dell’orchestra Tavola Tonda di Palermo, e ha aperto in diverse occasioni concerti all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Ha all’attivo quattro lavori discografici, Ventu d’amuri con i Discanto Siculo, Vinni a cantare e Susiti bedda con i Cantori Popolari dei Nebrodi. Ha collaborato anche con Franco Battiato. Grazie a questa straordinaria passione, riesce a raccontare e trasferire nella sua musica atmosfere e ritmi unici. Parliamo di World Music, quella vera.

Devo confessarvi che il lavoro di Smiriglia mi ha incuriosito e stregato non poco. C’è un che di ancestrale che attrae inesorabilmente, una sirena che ti cattura in una rete di spunti sonori, mediterraneità allo stato puro, storia, attualità. 

Arrangiamenti mai scontati, dove tamburi a cornice e bouzuki insieme agli strumenti tradizionali siculi – vedi il friscalettu di canna o il tamburo Marranzano – si amalgamo nella composizione di melodie e armonie che riportano a ritmi antichissimi ma anche a quella certa World Music colta, Peter Gabriel ne è stato un maestro, dove viene sfruttata la bellezza e la potenza melodica in un compiuto e dovuto omaggio a una terra meravigliosa, abitata e conquistata da numerose etnie che ne hanno rafforzato carattere e genio artistico.

Un lavoro pignolo, sia nella composizione sia negli arrangiamenti, una registrazione altrettanto attenta che nobilita strumenti e voce, ne fanno uno dei più belli e interessanti dell’ultimo periodo. L’attacco del primo brano, Naviganti, un contrabbasso che inizia a narrare una litania propiziatoria per la gente che esce in mare, seguito da una chitarra in arpeggio e una serie di vocalizzi di Antonio, una voce acuta e struggente, araba, valgono l’ascolto del disco. Perché lì, in quelle prime frasi sta scritto tutto quello che ascolterete nel disco. Lì, proprio lì, inizia un racconto fantastico fatto di salsedine, afrori amorosi, santi, devozioni, pescatori e migranti. Il Mediterraneo è croce e delizia, soprattutto in questi ultimi anni, vita e morte, amore e sofferenza, calore e gelo… Un disco che puoi annusare, ascoltare con tutti i sensi, e che percepisci subito come tattile.

Dentro Amori, Santi e Naviganti c’è, dunque, un piccolo grande mondo, quello della Sicilia, un’isola che ha migliaia di storie – belle e tragiche – da raccontare e noi, per fortuna, da ascoltare. La cultura musicale mediterranea rivive in preziosi accenti, nessuno prevaricante, piccoli inserti jazz – vedi la batteria in Tempu, suonata da Stefano Sgrò -, frammenti di rock prog – in alcuni punti ci sono echi dei Jethro Tull, di Ian Anderson -, ascoltate il flauto traverso di Fabio Sodano in Controvento -, quindi, il fado non convenzionale di Dulce Pontes (in Si Li Me Paroli).

Il mare porta e confonde tutto, va e viene, e in questo fluttuare galleggiano ritmi e poesie del mondo dove non manca nemmeno il Brasile, con quegli interventi nell’uso dei fiati e dei cambi di ritmo tipici della scuola mineira di Milton Nascimento. Vanno e vengono, naturalmente. L’inizio di Terra lo conferma: un bouzouki metallico suonato da Socrate Verona, a scandire, e il flauto traverso sempre di Sodano a introdurre: brano che racconta il mare degli sbarchi: “Varda la navi ca staci partennu/ Cu li migranti a sbarcari/ Varda la navi ca staci partennu/ Pi farli jri a muriri”, canta Antonio.

Permettetemi un’annotazione sulla voce e sul canto: meriterebbe un post a parte tanto è attento, complesso, teatrale, profondamente legato alla terra. Credo che la summa del canto di Smiriglia la si trovi in Donna Gintili, dove la voce dell’artista si fonde con quella della musicista messinese Oriana Civile, al punto da non percepire più quale sia una e quale l’altra. Perfettamente in sincrono, armonicamente fuse. Un piccolo capolavoro.

Sì, mi ha intrigato molto questo Amanti Santi e Naviganti. Come mi spiegava Ilaria Pilar Patassini nel post pubblicato la scorsa settimana, «quando un disco mi piace lo ascolto, riascolto e ascolto ancora…». Per questo ho chiamato Antonio, per fare quattro chiacchiere con lui.

Bello il titolo Amanti, Santi, Naviganti
«Raffigura e sintetizza la mia terra. L’aspetto amoroso viene dalla tradizione popolare a cui ho voluto dare una nobiltà propria: le serenate, l’amore cantato, contrastato, bello, fatto di passioni, dove ci sono le partenze, la nostalgia i cuori affranti. Santi, perché da sempre qui il sacro convive con il profano. Basti pensare alla commistione in tempo pasquale nel venerdì santo dove convivono riti cattolici e feste pagane. O per esempio, la festa del Muzzuni il 24 giugno, che coincide con la ricorrenza di San Giovanni e il solstizio d’estate. Il Muzzuni è una brocca mozza rivestita di tele e oro pregiati, riempita di sementi fatti germogliare. Un rito propiziatorio in onore della Madre Terra che si rifà alle feste dionisiache…».

E poi ci sono i Naviganti…
«Siamo un’isola, una terra circondata dal mare. Sono numerosi i riti devozionali, chiamati Cialome, che servivano ai pescatori, per una buona pesca, per un ritorno a casa, alla famiglia. Le invocazioni si manifestano in vocalizzi quasi da muezzin, un richiamo di voci per farsi forza durante la pesca del corallo. Invocazioni e ritmo per incitare a remare. Naviganti sono anche i migranti che arrivano sulle nostre coste, gente che spera in una vita migliore e che invece trova, nel mare, la morte».

Qui il testo di Naviganti:
E vidi comu assumma lu curallu
E vidi
E vidi comu assumma lu curallu
E tira
E lu ventu ca lu mari fà strammiari
E vidi e vidi
E vidi comu assumma lu curallu
Comu assumma lu curallu
Ca lu ventu ca sciuscia ora passerà
Ca lu ventu c’acchiana ora carmerà
Amuninni cu li santi ca passari lu fà
Pi la luna e pi li stiddi
Pi li santi piciriddi
La madonna e li santi ni pruteggirà
La madonna e li santi n’accumpagnerà
La madonna e li santi ni pruteggirà
Ca lu ventu ca sciuscia ora passerà
Ca carmerà ca passerà
La madonna e li santi
La madonna e li santi passari lu fà

 

Antonio Smiriglia – Foto Charley Fazio

Antonio cosa ti attrae della musica popolare?
«Ero militare a Caserta. Lì iniziai ad ascoltare la Nuova Compagnia di Canto Popolare, le Villanelle napoletane, Roberto De Simone. Tornato a casa ho studiato la tradizione siciliana, mi incuriosivano i riti, come quello della mietitura, le canzoni che cantavano gli anziani contadini e i pescatori. Sentivo il bisogno di registrarli. Poi… me ne sono innamorato perdutamente. Per questo scrivo e canto solo in siciliano, mi esprimo attraverso la mia lingua, che è vibrante, dagli accenti forti. Nei live mi trasformo, divento tutt’uno con la musica, la tradizione, la vocalità la gestualità, gli spettatori rimangano affascinati da tutto ciò».

Sei nato a Galati Mamertino, paese dei Nebrodi, e hai scelto di vivere qui…
«Sì, sono a mezz’ora dal mare, da Capo d’Orlando, e immerso nell’entroterra dei Nebrodi, un luogo meraviglioso. Sono sempre stato qui, come si dice: le battaglie si fanno sul posto. Avrei potuto andarmene a Roma o a Milano, ma ho preferito rimanere nella mia terra. Ho bisogno di questo posto, mi sento attratto, come se, dentro di me, ci fosse qualcosa che qui trova le pulsazioni giuste. Non riesco a spiegartelo, qui compongo, studio, faccio il musicista, sono me stesso, mi nutro di questo senso di appartenenza. La Sicilia, lo dico sempre, è bedda e maliditta: è un laboratorio a cielo aperto, un luogo che produce storie fantastiche. Ho un rapporto molto bello con lei, anche contrastato, ci sono le difficoltà che si conoscono. Insomma, la Sicilia o la ami o la odi. Qui ci sono molti talenti musicali completamente sommersi, che difficilmente riescono a uscire dai confini isolani. In Puglia, per esempio, è già diverso, grazie all’ormai più che decennale progetto Puglia Sounds, attraverso il quale gli artisti riescono ad avere una certa visibilità».

Oltre alla Sicilia, ti senti attratto da altri luoghi?
«Amo il Portogallo, è un altro posto dove le tradizioni sono ancora forti, ricco di storia di musica. Si Li Me Paroli ha tanto fado dentro».

È, dunque, un bel lavoro di World Music…
«Anche su questo sto molto attento. Fare World Music non significa semplicemente aggiungere uno strumento etnico. È un linguaggio che richiede la conoscenza di tempi musicali scomposti, di accostamenti fra strumenti e voce…».

Quali sono i tuoi ascolti?
«Peter Gabriel, Enzo Avitabile, David Bowie, The Smiths, Simon & Garfunkel. Poi ascolto di tutto, non ho barriere. Quello che non riesco a capire è il nuovo pop italiano. Non è nelle mie corde».

Sei laureato in legge, giusto?
«Sì ho anche fatto pratica. Poi – è un ricordo che non ho mai raccontato – un giorno in cancelleria, dove stavo depositando un atto, ho incontrato un giudice che mi aveva visto suonare e cantare in uno dei miei concerti. Mi disse: “Che ci fai qui? Questo non è il tuo posto, vai a fare Arte”. Così ho deciso una volta per tutte cosa sarei stato!».

Interviste: Mario Caccia, discografico sartoriale e musicista

Mario Caccia, 58 anni, fondatore di Abeat Records – Foto Fatima Batista

Anche per quest’anno ci siamo scrollati di dosso Sanremo. Ne sentiremo parlare di nuovo a fine dicembre, una tregua onorevole per depurarsi dalle sciatte canzoni che sono state imposte per una settimana. Ovviamente con qualche eccezione, vedi il bel brano di Giovanni Truppi ed Elisa e qualche riff  funkeggiante che risvegliava il torpore, mi riferisco a La Rappresentante di Lista… Per il resto big (ma quali?), appiattiti sul nuovo nazionalpop sempre uguale a se stesso, sfinitamente noioso.

Ciò mi permette di introdurre un tema – la cultura musicale – che nel paese della melodia e del lirismo s’è appiattito su uno pseudo rap diventato il nuovo pop. Non importa se non hai voce, se bisbigli non per pathos ma per mancanza di corde vocali e polmoni, se non riesci a prendere una nota. L’importante è rimanere in canoni strettamente vigilati per trarne guadagni, anche sostanziosi.

Non va bene, non va bene per niente. Così s’ammazza la cultura, così si isolano ancora di più quei tanti – eh sì, sono davvero tanti – che sanno suonare e cantare, che cercano percorsi diversi dal mainstream, che studiano perché credono nella loro arte. Artisti che quasi nessuno conosce ma che valgono mille festival in una sola canzone.

Alcuni giorni fa, ben prima di Sanremo, nel mio piccolo mondo di Musicabile ho avuto l’opportunità di intervistare Mario Caccia, il patron di Abeat Records, piccola ma pulsante casa discografica varesina che in catalogo ha per lo più jazz di alto livello.

Non è questione di fare gli spocchiosi, ma proporre buona musica è importante per lo sviluppo di un Paese, tanto quanto un buon libro, una pièce teatrale, una riflessione sulla nostra educazione e in prospettiva, sulla politica, l’economia e i grandi sistemi.

«La musica rientra nelle dinamiche della società contemporanea: tutto ciò che prevede il concetto di scambio viene trattato come commerciale. Promuovere una musica facile, già pronta, è dunque un cavallo vincente. Non ci si impegna e si guadagna», mi dice Caccia, che, oltre a essere un discografico è anche un bravo musicista jazz e pop, bassista per la precisione.

Mario, veniamo subito al punto: perché la buona musica quasi mai coincide con il mainstream?
«Perché la gente non ha gli strumenti culturali per poterla apprezzare. Prendi il jazz, per esempio, i grimaldelli per farlo conoscere sono pochi. Non bastano gli artisti e le case discografiche che li pubblicano. La musica d’avanguardia è, praticamente, sconosciuta. Secondo me è il combinato di due fattori: il fenomeno commerciale e la crescita culturale…».

Ok, essendo la musica un linguaggio – come mi spiegava Claudio Fasoli – se non lo insegni fin dalle scuole primarie, è difficile comprenderlo…
«È un cul de sac, non se ne esce. La storia ci insegna che ci sono fasi cicliche anche nella musica. Negli Stati Uniti, per esempio, il jazz negli anni Trenta del secolo scorso era considerato un genere leggero, snobbato. Il jazz delle grandi orchestre era il pop di quei tempi. Poi, però si è elevato. Perché s’è capito che non era una musica banale. Ogni Paese avanza in base al suo background culturale».

Mario Caccia con Franco Cerri – Foto Stefano Galvani

La cultura è sempre legata a dinamiche socio-politiche…
«In realtà, guardando alla politica, dovremo uscire dalla dicotomia o sei neo-liberista o neo-comunista. Bisogna andare oltre: stiamo vivendo una crisi che se definiamo democratica non si è lontani dalla verità. Ed è una “policrisi”, anche la musica subisce le bordate a destra e a sinistra. L’America ha un suo tessuto culturale, tanto che il jazz da anni è mainstream. In Italia è diverso, abbiamo un ritardo notevole di esperienze e culture musicali. Sempre parlando di jazz: guarda il Nord Europa è avanti, sperimenta, ascolta. Da noi episodi troppo moderni fanno scomparire gli ardori. Il nostro è un Paese vecchio demograficamente e non solo. Tutto di conseguenza è interconnesso, politica, cultura, arte».

Un Paese che non riconosce più il valore di certa musica (classica, lirica, jazz anni Cinquanta, cantautorato anni Sessanta e Settanta…) e che rifiuta di ascoltare cose nuove, per inerzia, pigrizia, avvento del digitale, s’è appiattito: ascolti svogliati e di facile presa…
«Lo streaming ha cancellato una selezione che veniva fatta inizialmente dalle case discografiche, nel bene e nel male. Si è chiusa un’epoca: sento spesso materiale poco significativo. Non è decadenza, ma abbassamento qualitativo. Materiale un po’ meno convincente anche se ben suonato… Abbiamo musicisti d’oro ma musica d’argento…».

Eppure ci sono etichette coraggiose, vedi la Tŭk Music di Paolo Fresu o la stessa Abeat. Investite molto sui giovani, e giustamente…
«Credo si debba rischiare qualcosa in questo mestiere. Già è titanico produrre un nome affermato, figurati dei giovani artisti per lo più sconosciuti!».

E arriviamo ad Abeat…
«Sono sempre stato un musicista atipico, borderline. Una ventina d’anni fa mi trovavo in una serata tra amici che si stavano lamentando delle etichette discografiche allora in auge, incapaci di interpretare le esigenze degli appassionati di certa musica. Così richiesero: “Mario, perché non la fai tu un’etichetta?”. Ho pensato e mi son detto, “perché no?”. Iniziai con due dischi che ebbero una certa eco. Renato Sellani nel 2001: il grande pianista in quel periodo era stato un pochino dimenticato. Pubblicai Il Poeta, in quartetto con De Aloe, Moriconi e Bagnoli. Mi piace pensare di aver avuto un ruolo nel suo rinnovato successo. Quindi, sempre lo stesso anno, Prism, di Don Friedman in trio con Marco Ricci e Stefano Bagnoli…».

Mario raccontami il tuo capitolo di musicista…
«Ho studiato contrabbasso classico che ho dismesso per il basso elettrico. Suonavo musica leggera, di intrattenimento. Il jazz è venuto dopo, l’ho scelto per rispetto e stima, una specie di sudditanza psicologica verso quegli artisti che si divertivano a fare improvvisazione, nella musica pop non si poteva. Mi incuriosivano. Così mi sono dato al jazz. Qualche amico ancora oggi mi coopta a suo rischio e pericolo! Bisogna essere sinceri con sé stessi: sono un musicista piuttosto anarchico. Ho un discreto talento ma uno scarso impegno…Insegno basso in una scuola di musica e cerco di lasciare molta libertà interpretativa ai miei allievi».

Il premio che a gennaio hai ricevuto da TopJazz per Next, il disco di Claudio Fasoli, è un bel riconoscimento…
«Sì, la testimonianza dei vent’anni di lavoro di Abeat Records. E poi sono molto contento per Claudio, sta ottenendo attestati e fama. Per me, diciamo che contribuisce a fare curriculum, come si dice oggi!».

Tra gli artisti nuovi che pubblicherai?
«Ce n’è una che è davvero brava. Si chiama Aura Nebiolo, è astigiana e ha uno straordinario talento, è una musicista completa, canta, compone, arrangia, usa la voce come uno strumento. Ne sentiremo parlare molto…».

Brunori Sas e la sua “Ode al Cantautore”: così è il mercato…

Può un artista zippare nel testo di una canzone di 3 minuti e 16 secondi un graffiante ritratto della musica italiana? Se si tratta di Dario Brunori (Sas) sì. Eclettico quanto basta, intelligente, provocatorio, una gran bella capacità di scrittura e altrettanta di mettere in musica i suoi pensieri, mai scontato, ha pubblicato una settimana fa un Ep, che richiama  il precedente disco Cip! uscito nel 2020. 

Il titolo è Cheap! Che in inglese significa “economico”, costato poco (visto che se l’è scritto, musicato, cantato, suonato e registrato tutto da solo a casa sua a dicembre, albero di Natale addobbato lo testimonia!), ma che sta anche per Cinque Hit Estemporanee Apparentemente Punk, acronimo divertente quanto carico di pensieri sul nostro stare al mondo, appiattiti e uniformati.

Il brano di cui vi sto parlando l’ha chiamato Ode al Cantautore ed è la perfetta fotografia del mercato discografico d’oggi. Un ragionamento che avevo fatto con molti, da Tommaso Novi a Cisco, per ricordare le interviste più recenti. Sentirselo dire così bene, vedere immagini così plastiche, stampate in 3D, merita questo post! Leggetela e ascoltatela. Anzi, leggete e ascoltate tutti e cinque i brani di questo Ep. Ne vale la pena… perché in fin dei conti siamo i figli di una balena che ha il cuore piccolo ed una bocca enorme

Suddito del Regno di Milano
Mi presento col cappello in mano
Mi inchino alla multinazional
che mi versa i danari per scrivere e cantare
Prono alla promo musicale,
mi vesto da giullare e inizia il baraccon

Visita alla radio commerciale
Col fido ufficio stampa da scudiere
In singolar tenzone con lo speaker piacione
A disquisir di ‘nduja e peperone,
Eh-eh-eh-eh-eh

Ode a Fabrizio De André
Di certo non uno come me
Che sono un surrogato, prodotto dal mercato
Che vive solamente di cliché-é-é

La giacca da impiegato e la barbetta
La montatura spessa e la panzetta
Quell’aria un po’ sinistra da vecchio socialista
E l’ironia un po’ catto-comunista,
Ah-ah-ah-ah-ah

Ode a Francesco De Gregori
A me sempre affiancato da tutti i detrattori
Perché, l’ho detto,
sono un surrogato,
voluto da un mercato

Che vive di cliché, o di cachet
O di cachet, o di cliché

Poi parte la crociata in Feltrinelli
Palermo poi Milano ed i Castelli
Fatece largo che passamo noi
Che semo li poeti, che semo i nuovi eroi

Cantiamo della vita e dell’amore
Però poi, sotto sotto, ce piace il disco d’oro
(Il disco d’oro, il disco d’oro)
Ma per avere il disco d’oro
(E per avere il disco d’oro)

Centomila copie da firmare
E centomila foto da scattare
E dal calar del sole, ci scappa una marchetta
‘O cellulare, ‘o jeans e ‘na maglietta,
Ah-ah-ah-ah-ah

Ode al buon vecchio Lucio Dalla
Nel suo profondo mare io sembro un morto a galla
Perché, l’ho detto, sono un surrogato,
voluto da un mercato

Che vive di cliché

E daje de tacco, e daje de stinco
Quant’è bono ‘sto Premio Tenco
E daje de tacco, e daje de mente
Quant’è bono ‘sto Nastro d’argento
E daje de tacco, e daje de coro
Quanto so’ boni i diritti d’autore
Perché so’ senza IVA,
nun so’ come er baccalà
Perché so’ senza IVA,
nun so’ come er baccalà, cha-cha-cha!

Riflessione su musica e videoclip: una coperta di Linus o un… booster?

Musica e video godono di un rapporto privilegiato. Entrambi trasmettono segnali, emozioni, raccontano storie. Di questa relazione passionale il business della musica se n’è accorto già da molti anni e ci è andato giù determinato. Ci siamo abituati ai videoclip, non esistono praticamente brani senza una storia filmata. La mia riflessione di oggi, vuol essere una provocazione.

All’inizio erano gli stessi musicisti ad apparire cantando, suonando in playback, poi, via via, con una dicotomia sempre più evidente, il video è diventato altro, una storia a sé, raramente piccoli gioielli da cineteca, il più delle volte brevi sceneggiature sul significato del brano, altre, animazioni oniriche, altre ancora, invece, riempitivi ad… “arnese” buffo.

Ve ne sto parlando perché, ultimamente, forse effetto della pandemia e del modo di vivere adottato in questi due anni, mi stanno arrivando sempre più richieste di recensioni di lavori ma con un accento virato non tanto sulla qualità musicale, quanto sulla bellezza o il significato del video allegato al brano. Normalmente si tratta di “singoli”, ne stanno uscendo a palate, corredati di questa o quella clip, realizzata da questo o quel videomaker…

La domanda che mi faccio ogni volta che apro la mia casella di posta è la seguente: ma se in una nuova produzione è più importante il video piuttosto che il brano che l’artista presenta, due son le cose, o il filmato è più bello, innovativo, interessante del brano, oppure l’artista ha bisogno di un booster (in questo caso la clip) per essere “ascoltato”… Comunque: perché uno che si occupa di musica deve parlare di cinema?

Non voglio apparire saccente, non è proprio il mio caso, anzi, se c’è uno che si pone mille domande prima di consigliare un disco o un ascolto quello sono io, ma registro che, ormai da troppi anni, ci sia un problema nella musica proposta.

Con fatica sto cercando di mostrarvi un livello musicale, soprattutto nel nostro Paese, alto. Musicisti che non hanno necessità di un “aiutino” visivo per fare breccia su chi ascolta. Anzi, un video sarebbe come togliere fantasia ed emozioni al brano che si sta ascoltando. La bellezza della musica sta proprio nel far sì che l’ascoltatore la interiorizzi, la faccia propria secondo le emozioni che le note in quella determinata sequenza vengono recepite da ognuno di noi. La musica è per tutti ma è anche un affare maledettamente personale.

Sono arrivato a questa conclusione: un video non si nega mai alle super rock/pop/rap/trap/star, che possono permettersi investimenti importanti. Ma un video non si nega nemmeno a chi, qualunque genere esso si dedichi, ha poca sostanza, ha un sapere musicale magari appiccicaticcio… le immagini risultano, più che una storia, un’ulteriore “alterazione di sensazioni” che servono a spingere la canzone.

La buona musica c’è, eccome se c’è! Basta saperla cercare al di là dei cotillon che vengono serviti tutti i giorni. Andare alla sostanza dell’emozione è uno dei miei obiettivi del 2022. Spero di condividere con voi questa sensazione.

Chiudo ricordandovi che nel prossimo post di venerdì vi parlerò di Worldmusic in Italia, più precisamente, in Abruzzo! A presto…

Dieci dischi degni di nota del 2021 – Seconda parte

Eccovi serviti gli altri cinque dischi degni di nota dell’anno appena trascorso. Come vedrete, troverete alcuni grandi nomi, graditi ritorni, ma anche una trombettista australiana decisamente “superior” e un pianista (italiano) che ha composto uno degli album più interessanti dei tanti ascoltati, per pianoforte, del 2021. Spero di farvi cosa gradita. Mettetevi comodi e cuffie pronte…

La Linea Del Vento – Alessandro Deledda – 30 aprile 2021

Perugino di nascita e formazione ma sardo d’origine, Alessandro Deledda ha composto e prodotto la sua Linea del Vento. Un vento che spira e porta al mare, a una barca che gonfia le vele e va dove la musica e i pensieri hanno deciso di spingersi. Alessandro l’ho intervistato nel giugno dello scorso anno dopo aver ascoltato il suo intenso viaggio nell’oceano della sua memoria. Un album scritto di getto, una sessione di un pomeriggio trascinato in sala di registrazione dal suo fonico con al scusa di provare nuovi microfoni. Il risultato, dopo ore e ore di composizione ininterrotta, è questo album che lui, in modo molto poetico ma anche pratico ha battezzato, appunto, La Linea del Vento. Di formazione classica («la classica è il Pin della musica», mi disse), nelle sue composizioni si trova jazz, rock (è da sempre un appassionato dei Metallica, dei Pink Floyd, dei Depeche Mode), musica elettronica con cui si diletta in un progetto parallelo, dunque, una fusion sistematica. Così mi ha descritto l’album: «Madreterra è una dedica alla mia terra d’origine, la Sardegna (le mie origini sono a Pattada), Ginevra, invece è una cagnolina che ho adottato. Come Charlie Was Here, brano dedicato al mio vecchio amico a quattrozampe che non c’è più. L’ultimo brano del disco, quello più “jazz”, Have You Met Mr. Pongo?, è nato pensando all’altro cane che ho, un trovatello pure lui. Amo gli animali, infatti, una parte del ricavato delle vendite del disco andrà a un’associazione animalista. Gino e l’Olivo, invece, è il ricordo di un anziano agricoltore. Insomma, quando ho suonato in quelle tre ore e mezza, ho davvero ripercorso i miei pensieri più profondi che ho associato a melodie. È la mia linea del vento…». 

Delta Kream – The Black Keys – 14 maggio 2021

Dan Auerbach e Patrick Carney, i The Black Keys, hanno deciso di ritornare al loro biberon musicale, rivedendo pezzi storici del Blues, brani di mostri sacri del genere, come il sommo R. L. Burnside (a proposito, il 25 giugno è uscito un disco roots molto interessante del nipote, Cedric Burnside, I Be Trying), di Junior Kimbrough o di Fred “Mississippi” McDowell, trasformandoli in brani con incursioni rock. Il risultato è un disco che mi è piaciuto perché è un onesto omaggio al genere che ha contribuito non poco a farli diventare famosi, impreziosito dalla chitarra slide (onnipresente) di Kenny Brown e dal basso di Eric Deaton. Molti si sono domandati se fare un disco con brani capisaldi del Blues non fosse un po’ troppo pretenzioso, visto che, ad esempio, per Poor Boy a Long Way From Home di Burnside, ci sono versioni strepitose, una per tutte quella di Howlin’ Wolf, come ha fatto giustamente notare Rolling Stone Usa. I due – diventati per l’occasione quattro – ci sanno fare. È il loro punto di vista, la loro interpretazione, il loro omaggio. Ed è per questo che vanno presi e ascoltati. Anche perché, vale ripeterlo, il lavoro “di fino” che fa Kenny Brown merita da solo l’acquisto dell’album: basti mettere in cuffia Going Down South: il chitarrista con bottleneck all’anulare viaggia in perfetta sintonia con la voce sottile di Dan Auerbach. Musica da strada, sotto il sole, dovunque voi siate…

Portas – Marisa Monte – 2 luglio 2021

Marisa Monte la seguo da sempre, è una delle voci brasiliane inconfondibili, un’artista che ha tante cose da dire e mai banali, una musicista completa che compone, arrangia, produce. Uno spirito libero perennemente impegnato. All’uscita di Portas l’ho intervistata. Io me ne stavo sotto i quaranta gradi del Salento lei nella sua “invernale” Rio de Janeiro… Se avete voglia di leggerla andate a questo link. Da quella lunga chiacchierata, mi rubo alcuni passi che ho scritto allora… Un album composto da 16 tracce, un racconto, per chi la conosce, che ha del cinematografico. Sedici brani che catturano, conquistano, raccontano storie. In Portas c’è amore, romanticismo, passione, tristezza, allegria, speranza, futuro. Se dovessi fare un paragone, è come vedersi un film alla La La Land. Basta ascoltare Portas, brano che dà il titolo all’album, per capire quale sia la direzione del nuovo lavoro della Monte. Qual é a melhor?/ Não importa qual/ Não é tudo igual/ Mas todas dão em algum lugar/ E não tem que ser uma única/ Todas servem pra sair ou para entrar/ É melhor abrir para ventilar/ Esse corredor… Qual è la porta migliore? si chiede. La risposta arriva subito dopo: non ha importanza quale sia, non è tutto uguale. Ma tutte le porte aprono in un qualche posto. E, non necessariamente deve essere una porta sola, tutte servono per uscire e per entrare. È comunque meglio aprire per far cambiare aria a questo corridoio… Metafora dei tempi correnti. Se volete entrare nel samba, pieno, soffice e sostanzioso, con la collaborazione di Pretinho da Serrinha, ascoltatevi Elegante Amanhecer, brano dedicato alla Portela, scuola di samba carioca, di cui Marisa è sostenitrice, tra cavaquinho, cuica e surdo: Foi lindo de ver a Portela/ O sol raiando/ Elegante amanhecer/ Seu canto ecoou na passarela/ Auê auê salve o samba, salve ela… Tante le collaborazioni che Marisa ha voluto nel disco, da Arto Lindsay ad Arnaldo Antunes, l’ex Titãs, con  lui e Carlinhos Brown hanno creato i Tribalistas… Per proseguire con il bassista Dadi Carvalho o il polistrumentista Marcelo Camelo dei Los Hermanos. Ah, c’è Anche il mago Arthur Verocai che ha arrangiato i brani assieme ad Antônio Neves e Camelo. Il Brasile che mi piace…

Gullfoss – Nadje Noordhuis – 21 settembre 2021

Gullfoss è l’ultimo lavoro di Nadje Noordhuis. Australiana, 41 anni, da molti anni a New York, suona la tromba e il flicorno. Quello che riesce a ottenere è un suono pieno, caldo, struggente e anche… estremamente rilassante. Il disco è uscito in cd il 21 settembre, ma in vinile è stato pubblicato a tiratura limitata nel 2019, ed è la registrazione di un live suonato dalla Noordhuis nel 2018 al Musig im Pflegidach di Muri, in Svizzera, accompagnata dall’arpista Maeve Gilchrist che, per inciso, è stata per un periodo anche sua coinquilina a New York, il chitarrista Jesse Lewis e il bassista Ike Sturm più i tappeti sonori con i sintetizzatori, la batteria e le percussioni di James Shipp, polistrumentista che ha suonato anche con Sting. Insieme fanno il Nadje Noordhuis Quintet, un gruppo affiatato che riesce a trasmettere sensazioni non scontate, in un lavoro ispirato alla Natura e alle sue molteplici forme d’espressione. A tratti ricordano gli islandesi Sigur Rós, per poi aprirsi in atmosfere alla Pat Metheny. Ascoltatevi Indian Pacific, un arpeggio continuo e fluido come le onde del mare di Maeve Gilchrist e della chitarra di Jesse Lewis che fa da base a una struggente melodia che riporta all’emisfero d’origine della Noordhuis. In Silverpoint, altro brano parecchio interessante, la musicista riesce a fondere pattern elettronici con una chitarra che, nel finale, assume toni decisamente rock. Gullfoss, la composizione che dà il titolo all’album e che richiama la famosa cascata islandese, è l’ultimo “messaggio”: attacca con il basso a cinque corde di Ike Sturm, martellante, per poi portarci in un mondo fatto di magici momenti. Un lungo viaggio di emozioni…

Live from Blackalachia – Moses Sumney – 10 dicembre 2021

Che dire di Moses Sumney? È uno dei miei artisti preferiti, un innovatore, un visionario, uno che usa e fonde l’elettronica, la sperimentazione sonora (con quella voce che si ritrova!), il rock, il jazz… in altri tempi sarebbe stato definito un situazionista. Infatti, in questo live “solitario” senza pubblico, registrato nel 2020 in piena pandemia sui monti Appalachi nel North Carolina assieme ad altri musicisti compagni di viaggio, vicino alla città dove vive, Moses ha costruito un ambiente ideale per dare vita a un film (da lui diretto) e a un concerto che racchiude brani dagli album Aromanticism e Grae, per fondere Space, Nation Race, Place come canta lui stesso. Un nuovo ambiente, Blackalachia, dove poter “abitare” le arti, la natura e la tecnologia, ricostruito nella testa dell’artista e dato in visione via We Transfer al mondo per trasmettere il verbo. Il disco, che riporta le 14 tracce del live, è una summa dell’arte di Sumney, musicista, regista, creativo, mago che canta sospeso al tramonto, mentre il sole si nasconde dietro i monti e lui dondola nel vuoto interpretando Plastic, uno dei suoi brani più intensi. Tra i quattordici proposti, c’è anche Polly, l’ultima canzone del disco, a cui sono particolarmente affezionato e che trovo bellissima, fatta quasi a scomposizione di bossanova, il riassunto dell’arte scarna ma allo stesso tempo densa di Moses… Album da ascoltare e da meditare!