“Love For Sale”, Tony Bennet e Lady Gaga: la musica come medicina…

Il primo ottobre è stato pubblicato Love For Sale, secondo disco della coppia Lady Gaga e Tony Bennett. Il primo, Cheek To Cheek (2014), alla sua uscita fu accolto con curiosità dalla critica per la strana e improbabile coppia che, apparentemente, non aveva nulla da condividere, subito smentito all’ascolto, una fusione professionale e perfetta di voci che dimostrò come Lady Gaga fosse molto più di una brava popstar.

Love For Sale è un lavoro che rivede, con la giusta dose di sofisticata eleganza, dodici brani di Cole Porter. Un disco da custodire e godersi non solo perché racconta una sostanziosa fetta di “classica” americana, ma anche perché racchiude in sé un qualcosa di unico.

A voler essere cinici si potrebbero fare tante supposizioni possibili sulle origini di questo nuovo album, viste l’età e le condizioni di salute di Tony Bennett, un signore di 95 anni affetto dal morbo di Alzheimer, e il cammino artistico della signora Germanotta, decisamente virato a una carriera fatta di successi cinematografici (vedi A Star is Born, dove s’è portata a casa un Oscar e House of Gucci, il film su Gucci diretto da Ridley Scott, che uscirà il prossimo 16 dicembre) e di una revisione del suo “aspetto” artistico verso una musica più colta.

Ascoltando il classicissimo I Get A Kickout Of You, reinterpretato con verve, si sente invece quanto i due siano affiatati, tempi perfetti, dialoghi vocali degni di un Bennett nel pieno delle sue capacità di re dei crooner. Questa magia è stata resa possibile grazie a una cosa sola: l’amore viscerale per la musica di Tony Bennett.

L’anziano signore che non riesce a riconoscere più nessuno, che vive, protetto dalla moglie perso in un mondo profondamente alterato, inaccessibile, si sveglia, ritornando perfettamente normale, solo quando ascolta e canta le centinaia di brani che ha interpretato nel corso della sua lunghissima attività.

Come per magia, ricorda i testi delle canzoni, sembra che una parte del suo cervello sia programmata a essere immune alla demenza che lo sta attanagliando. Il medico gli ha proibito di incidere o cantare ancora perché troppo faticoso, dopo il concerto di addio alle scene il 3 e il 5 agosto scorso battezzato One Last Time: An Evening with Tony Bennett and Lady Gaga al Radio City Hall di New York. In questo lungo addio ha chiesto a Lady Gaga di rifare un disco con brani di Cole Porter. Come ha dichiarato la stessa artista ad Apple Music: «So che ha 95 anni, ma ogni volta che canto con lui io vedo un ragazzino… È così liberatorio essere due anime che cantano insieme».

In questo momento catartico, in questi attimi liberatori sta la bellezza di Love For Sale. Un disco che racchiude tutto il rispetto per una vita di musica e di palco. Probabilmente è l’ultimo lavoro di Bennett, un album che suggella qualcosa che va oltre il “semplice” cantare e interpretare. In questo sta la sua unicità. Nel sorriso complice di Lady Gaga e negli occhi gioiosi di un ragazzino di 95 anni che sogna ancora in musica.

Musica, significati e qualche riflessione sulle bandiere…

Quello che mi stupisce sempre dell’America, intesa come Stati Uniti, è che c’è sempre una fiammella accesa anche nei momenti più bui. E che da quella fiammella possono nascere luci, progetti, futuro. Mi ha colpito molto una serie di idee, opinioni, proposte, che il quotidiano The New York Times ha riassunto in Snap out of it, America! (tradotto, un lapidario Reagisci, America!). Nell’ultima “puntata”, a corollario dei tanti interventi che hanno coinvolto la modernizzazione del Paese, la Costituzione, la politica, la democrazia, l’educazione, l’economia, c’è stata una riflessione che ho trovato illuminante: rivedere in forma artistica e provocatoria la famosa bandiera a stelle e strisce.

Dargli nuovi significati, scomponendone i simboli. L’intento? Un Paese che accetta di rivedere il massimo dei suoi simboli, è un Paese senza paure. Potete andare a vedere tutto ciò sulla pagina dedicata del quotidianoPer restare al gioco del NYT, possiamo cimentarci nel paragone di alcune tra le bandiere rivisitate con altrettanti musicisti, non necessariamente americani, perché il gioco del re-immaginare nuovi vessilli vale ovunque.

La bandiera americana vista dallo studio 2X4

Alla “flag” diventata nebulosa, dello studio grafico 2×4, dove tutti i simboli e i colori sono talmente sfuocati da non percepirli più nel loro giusto posizionamento e significato, ho pensato di collegare Christian Scott aTunde Adjuah e la sua X. Adjuah (I owns the night), tratta dall’interessante Axiom (live) uscito lo scorso anno di cui vi ho già parlato qui, dove il musicista sovrappone stili e ritmi a significare l’esistenza di un’America multiculturale nella quale tutte le culture dovrebbero avere lo stesso valore e forza comunicativa.

La bandiera molto concettuale di Andrew Kuo, artista che usa il colore come arma di denuncia, fa pensare a un brano famoso di Bob Marley, Buffalo Soldier, ricordate, pubblicato come singolo e quindi nella raccolta Confrontation del 1983? Buffalo Soldier, Dreadlock Rasta/ There was a Buffalo Soldier/ In the heart of America/ Stolen from Africa, brought to America/ Fighting on arrival, fighting for survival…

Invece, quella super grafica e precisina di Natasha Jen, Michelle Ando e Veronica Höglund, di Pentagram Design, nella quale le stelle sono allineate e incastonate, una a una, nel blu, come soldatini, separate dalle strisce rosse, richiama la metrica rigorosa di un batterista prog. Per rimanere sugli ultimi dischi usciti, alla bravura dell’inglese Craig Blundell che assieme al bassista Nick Beggs e al tastierista americano Adam Holzman compongono i Trifecta, qui Auntie.

E ancora, l’intuizione di rendere la Old Glory monocroma di Na Kim, a significare che il mitico sogno americano s’è ingrigito nel tempo, rimanendo senza colore e infeltrito, mi fa venire in mente che il primo ad accorgersi della caduta dell’American Dream è stato Bruce Springsteen ben 46 anni fa, quando se ne uscì con il leggendario Born To Run.

Finisco con l’artista visuale Hank Willis Thomas: ha creato una vibrante bandiera del “vorrei” battezzata Lift Every Voice and Sing, dove la speranza di un mondo aperto e inclusivo non vuole morire, fa ricordare un disco uscito 50 anni fa, un grande disco, What’s Going On di Marvin Gaye, con l’omonimo brano: Mother, mother/ Everybody thinks we’re wrong/ Oh, but who are they to judge us/ Simply ‘cause our hair is long/ Oh, you know we’ve got to find a way/ To bring some understanding here today.

Vi invito a cercare altri artisti e a guardare questi brillanti progetti. Stuzzicare memoria e intelligenza è un gran bell’esercizio. Condivideteli con me, ne sarei felice!

Rolling Stone, le classifiche e una riflessione…

Il 15 settembre Rolling Stone USA ha pubblicato la sua colonna sonora più dirimente e attesa: le 500 canzoni più belle di tutti i tempi. Il magazine, ormai ex-bibbia del rock, ha voluto pubblicare, a quasi vent’anni di distanza dalla prima edizione, una nuova revisione.

Le classifiche a cui RS ci ha assuefatto sono una buona lettura dei tempi e di quello che significa la musica, mainstream e alternativa, dagli anni Trenta del secolo scorso a oggi. Le 500 canzoni sono la summa di tutto questo, anche perché, la prima “RS hit parade”, come ben ricordano dallo stesso magazine, era del 2004, quando Billie Eilish aveva appena tre anni. A partecipare al sondaggio per decidere i brani più belli di sempre, sono stati chiamati oltre 250 tra artisti, musicisti, produttori, discografici che ne hanno selezionati, ciascuno, 50, per un totale di 4mila brani.

Con questo ampio e democratico parterre si presume sia uscita uscita una fotografia piuttosto nitida e ben incisa della storia della musica occidentale, soprattutto americana e inglese. 

Quello che più salta all’occhio è che di brani “dirimenti” dall’inizio del Terzo Millennio ne sono stati selezionati pochi, appena una settantina, per lo più provenienti dalle correnti mainstream, un pop facile e ben codificato e un rap che s’è liberato dalle origini e naviga tra bit raramente innovativi e un conformismo testuale presentato come anticonformismo. Di contro, troviamo, monolitici, i 250 e passa brani compresi nel periodo Sessanta e Settanta e i 142 scelti negli anni Ottanta e Novanta, oltre a poche decine che arrivano tra il 1930 e il 1950.

Di artisti ce ne sono tanti – anche se, per esempio, non si vedono tracce del periodo prog inglese, King Crimson, Genesis, Yes, Traffic, gli Emerson, Lake & Palmer – alcuni ritornano più volte in classifica (vedi Aretha Franklin, Beatles, Rolling Stones, Pink Floyd, Prince, Bob Dylan, Lou Reed, Led Zeppelin, Bob Marley, Bruce Springsteen, David Bowie…) ma quello zoccolo duro di brani memorabili, immancabili, oserei, eterni, nati dalla seconda metà degli anni ’60 alla fine dei Settanta sono la riprova, se mai fosse stato necessario, di quanto le esperienze musicali, sociali, politiche di quegli anni abbiano generato una svolta epocale nelle arti, e soprattutto nella musica, a cui tutti, ancora oggi si rifanno a piene mani. Una rivoluzione che dobbiamo ancora vivere in questo nuovo millennio.

E, dunque, non può suonare strano se  il miglior brano di tutti i tempi sia stato scritto da Otis Redding e pubblicato nel 1967 dalla grande Aretha Franklin. Sto parlando di Respect, una delle canzoni più suonate di sempre. Il secondo posto se lo sono aggiudicato i Public Enemy con Fight the Power (1989), mentre il terzo e quarto appartengono rispettivamente a Sam Cooke, uno dei principali esponenti della soul music degli esordi, con A Change Is Gonna Come (1964) e l’eterno Bob Dylan con la sua altrettanto immortale Like a Rolling Stone (1965). Al quinto ci sono i Nirvana con Smells Like Teen Spirit del 1991, e via via Marvin Gaye con What’s Going On (1971), The Beatles con Strawberry Fields Forever (1967), il rap di Missy Elliott, Get Ur Freak On (2001), i Fleetwood Mac e la loro splendida Dreams (1977), e gli Outkast con Hey Ya! (2003)…

Il resto della classifica, numeri alla mano, rispecchia la prima decina. Ne deriva che, nell’esperimento musicale (e, a questo punto, anche sociale) di RS in novant’anni di musiche selezionate, il nocciolo importante, salvo rare eccezioni, rimane chiuso in poco più di trent’anni. Quei trent’anni che hanno visto rock, punk, soul, funk, jazz, nascere e rinascere, reinventarsi, crescere, svilupparsi, contaminarsi, classicismo e sperimentazione a ciclo continuo, effervescenza di note, idee, pulsioni.

In attesa di una rumorosa, spettacolare, necessaria rivoluzione epocale – che sinceramente non vedo – vale la pena rimettersi all’ascolto di quella Musica. Per rivangare ricordi, quelli delle generazioni vicino alla mia, per imparare un po’ di background le nuove leve del Duemila.

Cosa pensate dello show avatar degli ABBA?

Breve pensiero del venerdì. Avrete certamente letto del ritorno degli ABBA, la pop band svedese che prese il nome dalle iniziali dei nomi dei quattro componenti, AgnethaBennyBjörnAnni-Frid, quest’ultima conosciuta come Frida, che, in una decina d’anni di intensa attività, dal 1972 al 1982, ha sfornato talmente tanti brani da rendere le due coppie immortali e milionarie con oltre 400 milioni di copie vendute. Dall’82, dopo i divorzi si dissolse anche la band. Tutti continuarono le loro carriere artistiche, chi con più sorte, chi con meno.

Ebbene, nel 2018 gli ABBA hanno deciso di riunirsi dopo quasi quarant’anni di separazioni nella vita e sul palco, pubblicando, un disco, Voyage, che uscirà il prossimo 5 novembre. La faccio breve: fa piacere risentire i mitici svedesi, omaggiati pure, ai tempi, dai Led Zeppelin e dagli U2, anche perché quelli della mia generazione, oltre che a rock e punk, sono cresciuti, che lo volessero o meno, anche ad ABBA (era impossibile non ascoltarli nelle radio o non ballarli nelle feste).

Fa un po’ meno piacere che il loro primo tour dopo quarant’anni, sia stato già preparato e confezionato perché sul palco saliranno i loro avatar. Detta così suona un po’ troppo semplice, ma i magnifici quattro hanno davvero cantato i loro brani, indossando tute fantascientifiche che trasmettevano i movimenti a potenti computer che li elaboravano, in modo da dare vita agli avatar, facendo uscire Agnetha, Benny, Björn e Frida nel loro pieno splendore giovanile, con espressioni, sorrisi, balli.

In questa laboriosissima operazione sono state impiegate oltre duecento persone e tre settimane di lavoro intenso. A Londra è in piena costruzione la ABBA Arena, dove il 27 maggio 2022, aprirà il virtuale (e costosissimo) show, luogo pensato proprio per questo tipo di concerto. Prevendite già on line per accaparrarsi i biglietti. Tra il pubblico ci saranno anche i quattro, a godersi lo spettacolo di loro che cantano. “Un po’ strano”, hanno dichiarato. Come dar loro torto…

Gli ABBA Avatar in concerto – frame promo

Tutto molto interessante, il Covid ci ha insegnato a diventare avatar di noi stessi, ma qui non si sta parlando di un concerto (anche se la musica verrà eseguita dal vivo), piuttosto di uno spettacolo, grande, maestoso, stupefacente. La musica, da come è stato presentato l’evento, permettetemi, è solo marginale. Quello che interessa è il grande spettacolo, la celebrazione di una band che ha fatto la storia del pop e della disco, la novità, il non plus ultra della tecnologia umana.

L’inizio di un nuovo modo di ascoltare i live? Mi auguro di no, visto che la voglia di veder cantare e suonare un artista o una band è il motore principale che spinge ad andare ai concerti. Ora che la tecnologia lo permette, abbiamo superato una frontiera, il virtuale calato nel reale. Che so, andremo a vedere nelle tante arene del pianeta, in contemporanea mondiale, uno show degli avatar dei Pink Floyd? O rivedremo Charlie Watts che suonerà ancora con i Rolling Stones nella prossima tournée? L’ologramma di Tupac Shakur al Coachella nel 2012 era una barzelletta al confronto.

Nell’era del “totally virtual” c’era da aspettarselo che si arrivasse a questo. Se avete la voglia di leggervi il post che ho pubblicato un paio di giorni fa, dove presentavo il Changüí di Guantánamo, lo stridor di meccanismi che s’inceppano tra una musica live “presente” e una “filtrata” è fragoroso. Due mondi totalmente diversi e anche due realtà distanti anni luce. Se vogliamo, i due estremi. Sarò vecchio, desueto, vicino all’amplifon, ma scelgo di gran lunga il primo, con il massimo rispetto (e riserbo) per il secondo.

  

Intervista: NicoNote, le Limbo Session e un disco prezioso

Nicoletta Magalotti, aka NicoNote – Foto Giada De Nigris

È da sempre un’attenta studiosa della voce e del linguaggio. Ma è soprattutto un’ottima cantante, dotata di una gran bella voce, impostata e potente, ed è pure una brava attrice. Adora insegnare, didattica della vocalità, che non significa solo canto, ma impostazione della voce, public speaking… Un paio di mesi fa ha pubblicato con Wang inc., uno dei tanti moniker di Bartolomeo Sailer, quello più politico e combattivo, un disco chiamato Limbo Session 1. Poi ci arriveremo al titolo, ma prima vi presento Nicoletta  Magalotti, italo austriaca, nata a Rimini 59 anni fa. In arte è NicoNote ed è stata la cantante e il perno dei Violet Eves, band importantissima della New Wave italiana, negli anni Ottanta, molto apprezzata anche all’estero. Con lei, autrice dei testi delle canzoni, c’erano Franco Caforio, Gabriele Tommasini, Leonardo Militi e Renzo Serafini. Coloro che hanno vissuto la giovinezza in quel periodo li ricorderanno di sicuro. Pubblicavano per I.R.A. Records, casa discografica dove, nello stesso periodo, incidevano anche i Litfiba, i Moda (a proposito, l’ex cantante, Andrea Chimenti, proprio stasera, nella notte di San Lorenzo, pubblicherà il suo nuovo singolo Milioni, preannuncio del nuovo album, nei negozi a novembre, Il Deserto La Notte Il Mare), gli Underground Life e i Diaframma. Ascoltate qui la bellissima Aaria dall’album Promenade.

Veniamo a Limbo Session 1. Un lavoro ricercato, dove l’elettronica di Wang inc. interagisce con  le escursioni vocali di NicoNote. Qui due brani che trovo significativi del lavoro proposto, La Buddessa motociclista del Ladakh e Iam Lucet. Episodi diversi tra loro, dove si mescolano la passione di Nico per autori, come la poesia civile di Amelia Rosselli, i riferimenti beat di Lawrence Ferlinghetti, andatosene a 101 anni nel febbraio scorso, i versi e le testimonianze del poeta barbadiano Kamau Brathwaite che bene descrisse (e studiò) la diaspora africana. Le sue improvvisazioni vocali si fondono con i pattern di Wang inc., tappeti misteriosi dove NicoNote può lavorare su ambienti jazz, accenti post punk e clubbing. Un disco difficile, che necessita di più ascolti, prodotto dal collettivo Rizosfera e distribuito dall’inglese Rough Trade. Ma che poi, improvvisamente, si svela in tutta la sua bellezza e solidità. Non è mai semplice improvvisare, bisogna conoscere e studiare molto, avere la padronanza dello strumento, in questo caso della voce, divertirsi a scoprire nuovi fonemi, cercare una complicità continua con la musica per ottenere effetti che possono sembrare dissonanti ma che in realtà sono il sale del lavoro.

La chiamo un venerdì pomeriggio. Mi risponde dal salisburghese, dove sta trascorrendo un periodo rigenerativo di ferie e stimoli culturali. Iniziamo subito a parlare di musica. Chiacchierando si arriva all’uso della voce nel rap e nella trap. «Hai notato che mozzano le parole?», mi dice. «Quando li ho ascoltati per la prima volta ho provato una curiosità enorme: se decidi di lavorare sulla lingua e cambi le parole fai un atto fortissimo. Ciò mi fa riflettere, senza giudizi sul genere musicale».

Nico, come è iniziata la tua vita artistica. O, forse è meglio dire, le tue vite?
«Ho iniziato a 16 anni, con il francese Roy Hart Theatre e successivamente con Yoshi Oïda e quindi con la polacca Akademia Ruchu. Sapevo di avere una voce e lavorare con questi istituti e queste persone mi è servito molto nella formazione. Crescendo, tra i 25 e 30 anni, ho incontrato Tiziana Ghiglioni (grande cantante jazz, amante della sperimentazione e docente, n.d.r.) e poi la straordinaria Gabriella Bartolomei che è stata importantissima per me nell’apertura della vocalità. Ho iniziato a fare workshop molto presto, focalizzando la mia professionalità negli ultimi 15 anni».

Poco più che ventenne hai fatto parte dei Violet Eves, band leggendaria nel panorama della New Wave italiana…
«Mi è sempre piaciuto far parte di progetti che sono mondi a sé. Uno di questi è stata l’esperienza con i Violet Eves. Abbiamo pubblicato tre dischi dischi, Listen over the Ocean (1985), Incidental Glance (1986, uscito anche in Giappone via Nippon Philips) e Promenade (1988, uscito anche in Francia per Ira /Barclay, prodotto da Roberto Colombo con ospiti Patrizio Fariselli e Mauro Pagani). Abbiamo tenuto concerti in tutta Italia, Francia, Svizzera, Austria, Grecia, partecipato a festival e circuiti underground. Il nostro suono era tra new wave, dream pop e indie. È stata un’esperienza molto interessante, un momento molto nuovo, l’inizio di una scena, sono felice e orgogliosa di esserne stata parte».

NicoNote – Foto Giada De Nigris

Oltre ai Violet tu hai cantato usando vari moniker…
«Il primo che mi sono data, attorno ai vent’anni, è stato Fräulein Rogèe, facevo performance con la Sguinc Way, collettivo di artisti di base tra Romagna e Milano, installazioni e musica… Poi ho fatto album come AND, collettivo nato nel 1999 con Andrea Felli, compositore e producer, e David Love Calò, dj con cui ho poi lavorato al Cocoricò…».

NicoNote…
«È un progetto sonoro, poi diventato un nome d’arte che ho usato per firmare progetti dal 1996. L’ho vissuto come un nuovo corso musicale. NicoNote nasce nel clubbing».

Prima di arrivare a Limbo Session 1 c’è un passaggio fondamentale, il Morphine…
«Il Morphine è stato un’altra grande esperienza. L’abbiamo creato nella cattedrale techno del Cocoricò. Venivo dalla New Wave, avevo inciso sempre con etichette indipendenti, alcune affiliate a grandi major. Questa situazione mi stava stretta, ero anche un po’ delusa e ferita. Per cui ho dovuto ritrovare un punto con me stessa e l’ho visto nella performance situazionista e nel teatro. Nel ’93 ero sul punto di sospendere tutto. Lavoravo al Cocoricò. Mi chiama Romeo Castellucci per interpretare, nell’Orestea, il ruolo di Cassandra. Un lavoro molto visionario che mi ha segnato, rendendomi ancora più radicale. In questa particolare situazione della mia vita si inserisce il Morphine…».

Avete iniziato nel 1994 e siete andati avanti fino al 2007…
«È stata una grande esperienza Un laboratorio dove, con Davide Love Calò, dj resident, abbiamo sperimentato davvero di tutto. Da noi sono venuti grossi nomi, come Arto Lindsay, Roberto Cacciapaglia, Hector Zazou… C’è passato anche Franco Battiato. Era un posto dadaista, molto wharoliano. Ho iniziato a improvvisare con la voce sui suoni di Davide. Mi piaceva cantare senza essere sul palco, nascosta, per vedere le reazioni del pubblico. Sono state esperienze uniche… Loris Riccardi, direttore artistico del Cocoricò, mi chiese così di mettere il mio nome sui flyer che venivano stampati di continuo. Così, non potendo chiamarmi solo Nico, perché c’era la ben più famosa – e da me amata – Nico (The Velvet Underground, ndr) ed essendo Blue Note la mia etichetta del cuore, sono diventata NicoNote! E qui, nella cornice del Morphine, sono nate le Limbo Session.».

Bartolomeo Sailer aka Wang inc. – Foto Giada De Nigris

Limbo Session che hai ripreso nel tuo ultimo lavoro…
«Nelle Limbo ho messo tutta la mia esperienza, lavori non solo musicali ma anche teatrali, nel definire il suono, gli spazi, le luci i colori. Una voce che non fa del marketing la sua direzione ma che si ricollega a un vissuto, a mondi epocali che talvolta non hanno a che vedere con il mercato. Ero e sono una presenza indipendentissima. Con Wang inc., con cui avevo collaborato già in precedenza, ho una bella intesa. Abbiamo voluto fissare un momento, un flusso emozionale capace di rappresentare ciò che le Limbo Session sono diventate oggi, frutto di una lunga, instabile, stratificazione culturale. I Rizosfera ci hanno chiesto di fare un album rigorosamente live, di improvvisare. Esperienza interessante, soprattutto quando si è trattato di scegliere i brani da mettere nel disco. Dove si trovano aspetti più umorali, ogni frammento in questa session ne ha. Post clubbing, direbbero i miei editori. Le Limbo sono, appunto, una condizione di indefinizione totale, dove tutto può accadere».

Il lavoro è uscito solo in vinile?
«Anche in Cd. Supporti materiali con cui riesco a spiegare il mio concept attraverso un booklet con una grafica bellissima, anche se, per chi acquista il vinile dal sito, Rizosfera dà la possibilità di avere via mail uno streaming personalizzato illimitato».

Un’espressione di ciò che è stato il clubbing…
«Era un laboratorio dove far accadere delle cose. Non aveva nulla a che fare con la discoteca. Un luogo dove sperimentare delle visioni. È generazionale, quasi sociologico. In quegli anni ho ibridato situazioni, come ad esempio forme teatrali con la Societas Raffaello Sanzio e Romeo Castellucci. Ho cercato di unire clubbing, teatro d’avanguardia e musica elettronica».

NicoNote e Wang inc. – Foto Giada De Nigris

A proposito, che genere di musica ascolti?
«Non ho generi definiti, per lo più molta classica e jazz. Ascolto anche il silenzio, John Cage ne ha fatto una bandiera. Posso dirti cosa sto ascoltando adesso, per lo più Mozart. In genere, mi piace incontrare musica che mi piace, ma ascolto anche musica che non è nelle mie corde, ma che mi serve per una determinata drammaturgia».

Dopo il Morphine hai abbandonato il clubbing?
«Ho continuato a nutrire molta curiosità per il clubbing. Con Piefrancesco Pacoda, giornalista e saggista, abbiamo ideato un format, Tenera è la Notte, dedicato a Dino D’Arcangelo, giornalista de La Repubblica che ha capito e interpretato la nascita e lo sviluppo della Club Culture in Italia nella sua storica e omonima rubrica, presentata al MIR Tech di Rimini. Che poi è diventato un libro, Tenera è la Notte. La club culture di Dino D’Arcangelo. E anche un premio. Faccio parte della giuria assieme a Ernesto Assante, Pierfrancesco Pacoda, Simona Faraone, Francesco Costantini, Principe Maurice, Pierluigi Pierucci, Claudio Coccoluto, Damir Ivic… È uscito a luglio anche un bellissimo docufilm che racconta la storia di quegli anni, Disco Ruin, di Lisa Bosi e Francesca Zerbetto.

Nico, la tua vita artistica è ricchissima, musica, cinema, teatro, organizzatrice di eventi, ma anche la didattica della voce…
«È un altro aspetto del mio lavoro. Lo faccio come libera professionista a Bologna. Ho allievi di ogni tipo, dal cantante all’attore al manager che vuole imparare a catturare l’attenzione durante un discorso. Insegno a usare la propria voce. In alcuni casi c’è anche un risvolto di consapevolezza e benessere. Sono sempre stata attratta dalla voce. Il mio bilinguismo (sono austriaca da parte di madre), credo abbia contribuito al mix dei miei suoni e del mio immaginario».

Xavier Rudd, Gal Costa e Tim Bernardes, Rodrigo y Gabriela: tre singoli da ascoltare

Frame dal video di “Stoney Creek”, brano di Xavier Rudd

Non so perché, ma non mi sono mai piaciute le uscite di dischi singoli, quelli che, in vinile, erano i 45 giri e, oggi, in digitale sono i “single”. Sto notando che che tra i “single” sempre più spesso vengono proposti due brani, magari uno la rielaborazione del precedente. Si ritorna, dunque, ai vecchi lato A e lato B. I singoli raramente restano tali. Servono a lanciare un nuovo album (e per questo ci sono i rilasci programmati, Amuse Bouche invitanti in attesa della portata principale), ad annunciare che l’artista si sta dando da fare, a tenere in ansia i fan… Nell’urban (rap-trap) sono pane quotidiano. Si consumano come tapas in una taparia di Barcelona, alcuni buoni, altri mediocri, ma comunque utili ad abbinarli a una buona cerveza helada. Ma ci sono anche uscite fatte per il solo gusto di dire qualche cosa, brevi e intensi momenti di musica. Tutto questo pippone per presentarvene tre che in questo 2021 mi sono piaciuti particolarmente. Scopriamoli insieme.

1 – Stoney Creek – Xavier Rudd
Per chi non lo conoscesse, Xavier Rudd è un artista molto particolare. Australiano, 43 anni, sempre a piedi nudi (un suo modo per restare a contatto con la terra, essere parte di un mondo a cui lui crede fermamente, fatto di semplicità, connessione con la natura, amicizie vere), polistrumentista, one man band, assistere a un suo concerto ha un che di catartico. Che si esibisca da solo con l’immancabile didgeridoo (lo strumento a fiato degli aborigeni) e la chitarra acustica o con il suo gruppo The United Nations con il quale si diletta a suonare reggae in versione australe, riesce a trasmettere sempre qualcosa di magico. Diventato famosissimo con il suo Spirit Bird, disco uscito nel 2012, che contiene Follow The Sun, uno dei suoi brani più noti – la Time Records lo ha portato a fama mondiale con il progetto Time Square, canzoni di grande valore artistico riviste con nuovi mixaggi e produzioni – dopo un anno forzato di fermo nel suo “concertare” per il mondo, ha iniziato a riflettere sulla sua musica e su quanto stava succedendo nel mondo. Spiega lui stesso (lo trovate sul suo sito): «Stavamo viaggiando verso nord, diretti al Capo e il vento soffiava troppo forte per uscire in barca… Mentre contemplavo tutto quello che mi stava succedendo e ciò che stava avvenendo nel mondo, ha cominciato a soffiare un forte vento di sud-est. Sembrava proprio un vento di cambiamento, letteralmente». Così è nata Stoney Creek, canzone accompagnata da un video, dove una donna danza su uno skateboard spinta dalle raffiche di quel vento: Baby, the wind is blowin’/ So rest your weary head here on my knee/ There’s no way we’re getting on the ocean/ So fuck everything else and let’s just be

2 – Baby – Gal Costa & Tim Bernardes
È un brano storico, contenuto nel disco-manifesto del Tropicalismo, Tropicália ou Panis et Circensis, uscito nel 1968. Baby è stato scritto da Caetano Veloso e interpretato da Gal Costa. L’origine della canzone l’ha descritta lo stesso Caetano nel suo meraviglioso libro Verdade Tropical (Companhia das Letras, 1997), uscito in Italia con il titolo Verità tropicale: musica e rivoluzione nel mio Brasile, ripubblicato da Sur nel 2019, in occasione dei 20 anni dall’uscita italiana, con integrazioni dello stesso artista. A chiedere la canzone è stata la sorella Maria Bethânia – a proposito, ascoltatevi Noturno, il suo ultimo lavoro uscito fresco, fresco il 29 luglio scorso, ne parlerò sicuramente – che poi, inspiegabilmente non lo interpretò. Il brano è diventato uno dei cavalli di battaglia del Tropicalismo, suonato e cantato da numerosi artisti. Quello che vi consiglio oggi è Baby, reinterpretato dalla stessa Gal Costa, con una voce ancora meravigliosa e squillante, fresca e vibrante nonostante i suoi 75 anni (fa parte di un progetto dell’artista carioca ribattezzato #Gal75 diventato un disco, Nenhuma Dor, uscito nel febbraio scorso) su un arrangiamento e voce comprimaria di Tim Bernardes, trentenne artista di São Paulo, fondatore del gruppo pop-psichedelico O Terno (ascoltateli!). Tim è molto apprezzato sia da Caetano sia da Maria Bethânia per il suo sound essenziale con cui riesce a creare terreni musicali di gran spessore. E Baby non fa eccezione!

3 – The Jazz Ep – Rodrigo Y Gabriela
Non è proprio un singolo, ma l’ho scelto perché, sebbene si tratti di un Ep con tre brani di tre autori diversi rielaborati con la loro consueta verve, può essere considerato un solo unico pezzo di quasi 20 minuti d’ascolto. C’è un filo conduttore nei tre brani, Lingus degli Snarky Puppy, Oblivion di Astor Piazzolla (c’è anche la partecipazione di Vicente Amigo, chitarrista di flamenco tra i più quotati) e Street Fighter Mas, del sassofonista Kamasi Washington, che la coppia di chitarristi messicani con sede a Barcellona, Rodrigo Sanchez e Gabriela Quintero, ex membri di una band metal messicana, i Tierra Acida, sono riusciti a plasmare come un’unica mini sinfonia in tre atti. Il lavoro che ne è uscito, pubblicato nel maggio scorso, è un piccolo gioiello che solo dei virtuosi possono permettersi. Se vi ascoltate i brani originali, noterete che Rodrigo y Gabriela sono riusciti ad armonizzare tre partiture molto diverse tra loro trasformandole in una sequenza coerente e avvincente. Una sorta di cavalcata ai confini tra jazz, fusion, e sonorità latine, grandi pressioni e ampi spazi di riflessioni (nella struggente  e magistrale Oblivion), dialoghi di corde, a volte duri a volte romantici, ma sempre tecnicamente perfetti. Noterete l’uso della chitarra elettrica in simbiosi con la chitarra classica. Grandi professionisti, ottima musica, venti minuti intensi da godere e condividere.

Ritornano i Buena Vista Social Club!

Non so voi, ma quando uscì il disco Buena Vista Social Club, opera prima dei Buena Vista Social Club, 25 anni fa, Compay Segundo e la sua nutrita band mi mandarono in tilt. Alcuni tra i più distinti, quotati e vecchi musicisti degli anni Quaranta e Cinquanta, quelli che cantavano nelle case della Trova dell’isola caraibica, ritornavano alla ribalta grazie a quel raffinato cercatore d’oro, musicista e produttore che porta il nome di Ry Cooder, a Nick Gold, patron dell’etichetta inglese World Circuit e al maestro cubano Juan de Marco Gonzáles che diventò il direttore d’orchestra della mitica band. Era il 16 marzo del 1996. Tre anni più tardi ci pensò Wim Wenders a raccontare in un docufilm meraviglioso, la magica storia dei Buena Vista, sempre con la direzione musicale di Ry Cooder. 

Il prossimo 17 settembre uscirà un’edizione in cofanetto, via World Circuit, ribattezzata Buena Vista Social Club’s 25th Anniversary Editions (in più versioni, 2LP + 2CD Deluxe Book Pack, 2CD Casebook, 2LP Vinile Gatefold e Digitale), per ricordare la registrazione di quell’album storico che fece amare la musica cubana tradizionale a chi non l’aveva mai ascoltata, avvenuta negli studi EGREM/Areito de La Habana. Alcuni giorni fa è stato messo all’ascolto La Pluma, terzo brano inedito non contenuto nell’album originale, ma registrato sempre in quella storica sessione, che potete ascoltare qui, oltre a Saludo Compay e Vicenta. Per stare sempre sulle news “tecniche”, l’album originale è stato rimasterizzato dal settantasettenne ingegnere del suono americano Bernie Grundman, un nome assoluto nel suo campo, vincitore anche di un Grammy.

Al di là della notizia che ha risvegliato la voglia di riascoltarmi brani diventati mitici, come Chan Chan composto da Compay Segundo nel 1984 – De Alto Cedro voy para Marcané/ Llego a Cueto, voy para Mayarí – il cui incedere quasi solenne è stato la porta d’accesso al mondo magico dei Buena Vista Social Club, ne approfitto per fare alcune considerazioni. C’è una musica, il son cubano tradizionale, che grazie a questi superbi musicisti, è stato tramandato e ha trovato nuovo vigore. Vale la pena ricordare che Compay Segundo, morto a 96 anni nel 2003, Ibrahim Ferrer, frontman per una quarantina d’anni dei Los Bocucos, la cui voce tra il metallico e il falsetto è inconfondibile, andatosene il giorno del mio compleanno, il 6 agosto (del 2005) a 78 anni, Rubén González, pianista eccezionale, re del mambo e del cha cha cha e jazzista di talento, nato a Santa Clara e spentosi a 84 anni nella capitale cubana pochi mesi dopo Compay, oltre a essere stati il motore dei Buena Vista, erano musicisti veri, tutta gente di un pezzo, forgiata dal Son, che ebbe fama e successo ma che poi, poco a poco, uscì dalla scena, in silenzio, seppur continuando a comporre (Compay) o lasciando proprio la professione di una vita (Gonzáles). Anziani, hanno avuto il meritato successo internazionale. 

Frame dal video di Susan Titelman che contiene filmati tratti dalle session dell’Avana del 1996

Il resto della band s’è esibito fino al 2016, quando il 14 e il 15 maggio di quell’anno tennero gli ultimi due concerti al Teatro Carl Marx de La Habana. Tra loro c’era (e c’è ancora! Ha 90 anni) Omara Portuondo, grande interprete del Son Cubano, il settantacinquenne chitarrista Eliades Ochoa, i trombonisti Jesús Aguaje Ramos e Luis Manuel Guajiro Mirabal, Barbarito Torres suonatore di laud, il liuto cubano a 12 corde, re del della guajira.

Lo stupefacente di questi simpatici “vecchietti” è che, seppure inconsapevolmente, hanno cambiato la faccia di Cuba. Nel loro “piccolo” hanno fatto più di tanti tavoli diplomatici. Nel 2015 – mi sarebbe piaciuto sapere cosa avrebbe commentato Compay Segundo – sono stati ricevuti e hanno tenuto un concerto alla Casa Bianca davanti al presidente Obama, primi cubani a mettere piede dopo la rivolución nel simbolo del potere Occidentale. Obama quella sera si divertì, cantò con loro, rimase a bocca aperta dalla qualità dello show. 

Uno stupore che ancora oggi, dopo averli visti decine di volte nel film di Wenders, e ascoltati centinaia di volte (sono nella mia lista dei preferiti) mi ritrovo a provare ancora e ancora…

Ci sono note che ti entrano nel cuore e non se ne vogliono proprio andare. Note semplici, note che sanno di nostalgia e amore, note che creano un qualcosa di magico ed eterno. Lo comprerò il Buena Vista Social Club’s 25th Anniversary Editions, perché è un omaggio ulteriore alla grandezza di musicisti semplici, persone che sono cresciute e hanno incarnato il potere della musica tradizionale, credendoci e avendo avuto la fortuna (ma si sarà trattato solo di fortuna?) di ritrovarsi nel momento giusto insieme. A celebrare la bellezza di Cuba e della sua arte. 

Rock, mostri sacri e il tempo che passa

La notizia l’ho letta ieri sera su Rolling Stone America: Rod Stewart, Kenney Jones e Ron Wood incideranno ancora come Faces, band che nacque nel 1969 e che vide, nel corso degli anni, anche la partecipazione di Mick Hucknall, il rosso dei Simply Red. Qualcuno ricorderà di sicuro l’album e l’omonima canzone Ooh La La del 1973. In quest’occasione Ron Wood ha annunciato anche nuove uscite con i Rolling Stones: con Jagger sta lavorando a tracce inedite per il quarantesimo dell’album Tattoo You che uscirà prossimamente in un cofanetto celebrativo.

Sempre sulla home del sito del magazine americano questa mattina si parla del concerto in streaming di Bob Dylan di domenica scorsa, Shadow Kingdom. Primo show del menestrello ottantenne via etere, fatto che ha destato non pochi dubbi se sia stato davvero stato suonato dal vivo o in playback, sui brani, molti di questi, riproposti dall’artista dopo anni che non li eseguiva più dal vivo ad esempio, What Was It You Wanted?, suonato l’ultima volta nel 1995, e anche sul perché non si sia esibito con la sua classica band e non abbia messo in scaletta alcun brano tratto da Rough and Rowdy Way, suo ultimo lavoro.

Stiamo parlando, come avrete capito, di mostri sacri, del Rock, tutta gente che ormai ha superato i settanta. Gente che continua a fare musica e a prendersi, giustamente, le copertine e le prime pagine dei giornali.

Ciò impone una riflessione, una domanda che ha del misterioso e del cabalistico, che riaffiora di tanto in tanto, quando le “vecchie glorie” ancora in arnese salgono di nuovo sul palco o si chiudono in sala d’incisione: ma il Rock resisterà ed esisterà fino a quando suoneranno i vari  Rolling Stones, Deep Purple, Queen (a tratti), Jimmy Page, Robert Plant, John Paul Jones, Ozzy Osbourne e via elencando?

È una annosa questione questa, che ritorna ciclicamente: il Rock, quel grande Rock, finirà con chi lo ha suonato? Neil Young cantava Rock and Roll can never die… non può finire, eppure… Vabbè, discorsi estivi, chiacchiere da fare sotto l’ombrellone o mentre ti arrampichi su per qualche sentiero in montagna. Io che ho avuto la fortuna di vivere quel grande rock continuo ad ascoltarlo con lo stesso gusto e passione di quando l’ho messo in cuffia la prima volta. Gli artisti di cui sopra sono diventati dei “classici”, siamo abituati ad averli con noi, come se il tempo non passasse mai. Esistono perché “immortali”.

Quel Rock è destinato ad andarsene con loro. Sotto il cappello Rock continuiamo ad aggiungere nuovi artisti e nuovi gruppi. Ma non si tratta di “quel rock”, non lo sarà mai. È un’altra musica, certo nata da quelle radici, interessante ma diversa. E per fortuna, visto che la musica evolve con gli impulsi sociali, la vita che cambia, il mondo che viviamo e quello che stiamo progettando. I vecchi leoni ruggiscono ancora. Approfittiamone!

Buoni ascolti a tutti…

Tre dischi, tre voci femminili, tre modi di passare il weekend…

Come ormai consuetudine, anche questo venerdì vi propongo tre album da ascoltare durante il weekend. Questa volta si tratta di tre nuove uscite di giugno dove le protagoniste sono tre donne. Tre artiste di notevole bravura, tra elettronica, neo soul e Musica Popular Brasileira di nuova generazione. Viaggeremo, quindi, tra New York, Melbourne e São Paulo.

1 – Fatigue – L’Rain
Partiamo da New York, Brooklyn per la precisione. L’Rain è il moniker che si è scelta Taja Cheek, trentenne cantautrice, una laurea in musica e un modo di comporre molto personale. Il nome d’arte L’Rain è un omaggio a sua madre, Lorraine, morta nel 2017 quando Taja stava lavorando al suo primo disco. L’ha anche tatuato sull’avambraccio. Fatigue riporta ancora le ferite della perdita subita, unite alle tante altre legittime domande che la Cheek si  pone sulla sua vita. È un disco ma, soprattutto, un viaggio introspettivo, come lei stessa ha spiegato al New York Times che le ha dedicato una lunga intervista una decina di giorni fa. Di lei, Jon Pareles, l’autore dell’intervista nonché capo dei critici musicali del quotidiano americano, scrive: «Cheek continua a riflettere su insicurezza, ricordo, smarrimento, rimpianto, lutto e la preoccupazione mentre cerca, in qualche modo, di insistere. In Find It canta “Mia madre mi ha detto: trova una strada dove non c’è”». Find It è un po’ la “summa” del suo modo di fare musica. Lei registra di continuo, voci, suoni, canti, scene di vita quotidiana. Lo fa in modo minuzioso, come tenere un prezioso diario sonoro. Nel brano c’è, dunque, l’intervento di un organista che suona e canta I Will not Complain durante il funerale di un amico di famiglia. Taja l’ha registrato, ci ha messo sopra un sax romantico e un crescendo di basso, mentre l’organo e la voce esplodono in cori e fraseggi. In Blame Me c’è una frase pronunciata da sua madre nascosta tra le pieghe della canzone… insomma un percorso sinuoso, apparentemente senza senso, in realtà molto ben definito, con accenni a uno stile a tratti essenziale che ricorda Moses Sumney. Da mettere sul piatto la sera e riflettere…

2 – Mood Valiant – Hiatus Kaiyote
Dici Hiatus Kaiyote leggi Nai Palm, chitarrista e leader della band di Melbourne, il cui vero nome è Naomi Saalfield, musicista dotata di una straordinaria creatività e anche di una buona dose di vita vera vissuta. La band, presente da alcuni anni sulla scena mondiale, ha pubblicato lo stesso giorno di L’Rain, il 25 giugno, Mood Valiant, disco decisamente interessante. Preparato già nel 2019 ma poi, causa pandemia e un tumore al seno (per fortuna risolto al meglio) che ha fermato la vulcanica frontwoman, è uscito solo ora. Fiati e violini nel miglior stile soul (vedere An We Go Gentle) si alternano a un tappeto di suoni a tratti stridenti della chitarra di Nai, a tratti suadenti, con una base ritmica simile a un soffice tappeto erboso. Il brano più interessante – e anche quello che mi piace di più – una sorta di flash back, è Get Sun con la partecipazione del compositore brasiliano Arthur Verocai. Soul, psichedelia, frammenti jazz, ne fanno un album che vale la pena ascoltare.

3 – Esperança – Mallu Magalhães
Chiusura in bellezza e spensierata. Musica da ascoltare come sottofondo nelle calde notti estive, musica che riporta al momento d’oro della bossanova. Mallu Magalhães, 28 anni, di São Paulo, al suo quinto album in studio, dà vita a un piccolo universo di MPB, delicato e sofisticato, allegro e positivo, con refrain che si ricordano facilmente e che ti rimangono impressi e li fischietti senza accorgetene, come Quero Quero. Esperança è un viaggio raccontato in portoghese, spagnolo e inglese, ricordi che sono fissati nella miglior tradizione brasileira. Inizia con America Latina, tanto per ribadire da dove Mallu proviene, cantata in inglese, per poi snodarsi e sciogliersi in brani come Barcelona con l’intervento di Nelson Motta uno dei padri della bossanova, giornalista e compositore, o Regreso (in spagnolo), o Deixa Menina cantata con Preta Gil, la figlia di Gilberto Gil. Chitarre, tromba, cuica, batucada, e una voce disincantata dal timbro jazz ne fanno un disco amabile, scaccia pensieri, vacanziero. Divertitevi!

Tre dischi Blues per il primo, torrido weekend

In nemmeno un mese sono usciti tre album blues che hanno catturato la mia attenzione. Un bel modo per dire che ce li ho praticamente sempre in cuffia! Soprattutto uno, il primo, firmato da Oliver Wood: capirete il perché una volta ascoltato. Prevale il roots, la musica densa di pathos. Poi c’è un gradito ritorno, quello dei The Black Keys, fulminati sulla via del Delta. Infine un disco giocoso dove, oltre al blues nelle sue varie forme c’è anche una buona dose di Rock punteggiato da rockabilly, hard rock, surfy, firmato da Billy F. Gibbons, chitarra e voce dei mitici ZZ Top

1 – Always Smilin’ – Oliver Wood

Come successo anche per Gibbons, Woods, bloccato dal Covid con la sua band i The Wood Brothers, s’è chiuso in casa e ha tirato fuori brani che aveva riscritto o rielaborato nel tempo, dandogli forma e sostanza per un album, divertendosi a suonare con i suoi amici. Potrei definirlo un lavoro solare, grazie anche all’intervento di musicisti del calibro del tastierista Phil Madeira, delle voci di Susan Tedeschi e Freda McCrary, di John Medeski all’Hammond, del polistrumentista Phil Cook. Il titolo del disco, Always Smilin’, Wood lo ha ricavato dal primo verso della prima canzone, Kindness: I know a man and he’s always smilin’… Tra i brani che ascolto di più, oltre al lento tutto chitarre slide Came from Nothing, c’è The Battle is Over (But the War Goes On), con un’armonica a bocca che ricama sopra un basso essenziale, una chitarra sincopata, batteria e voci. Wood ha cercato di mantenere l’essenza di quello che era il brano originale, una canzone di protesta uscita nel 1973 composta dal formidabile duo Sonny Terry & Brownie McGhee. E così si snocciola una narrazione che passa dalla spensierata Face of Reason a Soul of This Town, tipico sound di New Orleans, al gospel-blues Climbing High Mountains (Tryin’ to Get Home) – c’è una versione soul-gospel strepitosa di Aretha Franklin – con una chitarra elettrica che scandisce il gospel, diciamo una versione “laica” rispetto a quella di Aretha… Proprio un bel gran disco!

2 – Delta Kream – The Black Keys

Un omaggio alla musica che amano e dalla quale provengono. Dan Auerbach e Patrick Carney, i The Black Keys, hanno deciso di rivedere pezzi storici del Blues, brani di mostri sacri del genere, come il sommo R. L. Burnside (a proposito, il 25 giugno uscirà un disco che si preannuncia molto interessante del nipote del bluesman, Cedric Burnside, I Be Trying, ci ritorneremo…), di Junior Kimbrough o di Fred “Mississippi” McDowell, trasformandole in brani con chiare tendenze rock. Il risultato è un disco da ascoltare, non certo un capolavoro, ma un onesto omaggio ai loro autori e brani preferiti, impreziosito dalla chitarra slide (onnipresente) di Kenny Brown e dal basso di Eric Deaton. Molti si sono domandati se fare un disco con brani capisaldi del Blues non fosse un po’ troppo pretenzioso, visto che, ad esempio, per Poor Boy a Long Way From Home di Burnside, ci sono versioni strepitose, una per tutte quella di Howlin’ Wolf, come ha fatto notare Rolling Stone Usa. I due – diventati per l’occasione quattro – ci sanno fare. È il loro punto di vista, la loro interpretazione, il loro omaggio. Ed è per questo che vanno presi e ascoltati. Anche perché, ripeto, il lavoro “di fino” che fa Kenny Brown merita da solo l’acquisto dell’album: basti ascoltare Going Down South: il chitarrista con bottleneck all’anulare viaggia in perfetta sintonia con la voce sottile di Dan Auerbach. Musica da strada, sotto il sole, dovunque voi siate…

3 – Hardware – Billy F Gibbons

E andiamo al gran finale per un disco uscito il 4 giugno. Billy F Gibbons, frontman, chitarra e voce dei ZZ Top, nell’anno del Covid, privo delle tournée con i suoi sodali, s’è dedicato alla composizione di un disco che rasenta il blues, ma che sviluppa tutto il rock possibile, quello a cui il chitarrista con doppio cappello è abituato a fare con gli ZZ Top. Molti si son chiesti del perché Gibbons non abbia coinvolto il resto della band, visto che è un disco tagliato per gli ZZ Top. Dopo un percorso solista che negli ultimi anni lo ha visto pubblicare altri due album, Perfectamundo (2015) con un “indirizzo” latino e The Big Bad Blues (2018) tutto girato sulle blue note, con Hardware, ha voluto continuare le sue escursioni musicali. Assieme al batterista, Matt Sorum, e al chitarrista e bassista Austin Hanks, ha deciso di giocare sporco, nella miglior accezione. Un rock ruvido, distorto, urlato con la sua voce roca. Brani ripetitivi, potreste osservare. Lo condivido. Però l’anima e la forza che Mr. Gibbons ci ha messo equivale a una ricarica veloce di un powerbank per chi si sente privo di energia. Via, dunque, con My Lucky Card, per proseguire con un’accelerata She’s On Fire. Un crescendo di bassi martellanti, tamburi accelerati e assoli ringhiosi, fino a Stackin’ Bones, quest’ultima con il contributo delle sorelle blues Rebecca e Megan Lovell dei Larkin Poe, e S-G-L-M-B-B-R (coerente!)… Energia pura, nessun volo pindarico, ma passate le 70 primavere il buon Billy, oltre a collezionare vecchie auto che customizza, si può permettere questo e altro!