Fleetwood Mac and Friends: è on line “Albatross”

Il prossimo 30 aprile uscirà un disco “imponente” per chi ama il rock anni Sessanta e Settanta. La storia in musica dei primi Fleetwood Mac con il sommo Peter Green: Mick Fleetwood and Friends Celebrate The Music Of Peter Green And The Early Fleetwood Mac (Live from The London Palladium).

Il disco è la registrazione di un concerto che si è tenuto il 25 febbraio 2020, pochi giorni prima che il Covid si impossessasse del mondo, con un sold out di biglietti e un parterre di musicisti sul palco da far venire la pelle d’oca: Neil Finn, Noel Gallagher, Billy Gibbons, David Gilmour, Kirk Hammett, John Maya, Christine McVie, Jermey Spencer, Zack Starkey, Pete Townshend, Steven Tayler, Bill Wyman, oltre a Mick Fleetwood, Dave Bronze, Jonny Lang, Andy Fairweather Low, Ricky Peterson e Rick Vito.

Ieri è stato rilasciato il terzo brano (e video) del concerto, dopo The Green Manalishi (With The Two Prong Crown) cantata e suonata da Billy Gibbons dei ZZ Top e Kirk Hammett, chitarrista dei Metallica (pubblicata in anteprima nel dicembre del 2020) e Rattlesnake Shake, cantata da un ispirato Steven Tayler, rilasciata il 25 febbraio di quest’anno. Si tratta di un pezzo strumentale del 1968 che, se non riassume, di certo identifica, la band britannica e Green: Albatross, suonato da David Gilmour sulla lap steel guitar, con un effetto ancora più meditabondo e carico d’emozione, postpsichedelico. Peter Green non c’era sul palco quel 25 febbraio. Il 26 luglio morirà nel sonno a 73 anni. Un motivo in più per rendere omaggio a un grande del rock e del blues.

Il 24 aprile, via nugs, verrà trasmesso l’intero concerto in streaming, mentre il 30 sarà disponibile sulle piattaforme digitali e nei negozi il disco live.

La musica che mi fa sentire bene

È da un po’ che volevo condividere con voi una mia riflessione. Sarà l’età, sarà la tanta musica che ho ascoltato e continuo ad ascoltare, ma mi sono reso conto di essere diventato sempre più selettivo nelle mie preferenze.

Continuo, certo, a mettere in cuffia tutti i generi, soprattutto quelli che non sono nelle mie corde, per comprendere nuove forme d’espressione e trarne spunti, spesso in una banalità imperante e dai facili consumi.

Quando la melodia è ripetitiva e scontata mi sento dire: «Ma devi ascoltare i testi, sono quelli che contano». Grazie, ma preferisco leggere quei versi senza il contorno di elaborazioni digitali fatte in catena di montaggio, tutte uguali, tutte senz’anima. Alcuni testi sono davvero interessanti, e mi riferisco soprattutto all’Urban. Il mainstream non è affatto garanzia di qualità.

Guardo all’Italia: apparentemente c’è solo una cultura dominante, quella del rap-trap, diventato il nuovo Pop, una contraddizione in termini se si pensa alla matrice culturale dell’hip-hop e alla controcultura in cui si è formato. Il genere è mercificato, buono per le case discografiche e per i trapper e rapper che hanno a disposizione il loro quarto d’ora di celebrità. Non parliamo poi dei prestampati sanremesi. Le eccezioni sono rare…

Ascoltare musica che dica qualche cosa (incluso l’Urban) risulta molto difficile, bisogna andarsela a cercare. In Italia, comunque, abbiamo fior di musicisti raffinati, preparati, virtuosi, polistrumentisti, affamati di contaminazioni, senza preclusioni. Jazz, latin jazz, rock, bossa nova, classica, hip-hop, funk, pop, linguaggi spesso distanti tra loro, diventano magicamente compatibili, un melting pot riuscito.

L’antropologo brasiliano Darcy Ribeiro in un suo libro dirimente, O Povo Brasileiro (impiegò 30 anni a scriverlo), annotava come la miscigenação, la combinazione di tre popoli, il portoghese, l’africano e l’indigeno, avesse portato a quello che è diventato un solo popolo brasiliano oggi. Non solo razza, ma anche cultura e, quindi, musica. Musica del mondo, dunque, influenze che trovano in artisti come Joe Barbieri, Stefano Bollani, Paolo Fresu, Daniele di Bonaventura (ascoltate l’ultimo suo lavoro uscito il giorno di Pasqua, Canzoni da Casa, o lo splendido Reminescenze con il pianista Giovanni Guidiqui uno dei concerti dei due artistiTosca, Gegè Telesforo (che ho intervistato lo scorso anno), Luca Aquino, Gabriele Mirabassi, Mauro Ottolini, di cui vi parlerò tra alcuni giorni, esempi significativi e importanti.

Mentre scrivo mi sto ascoltando Bollani e il suo Carioca, album uscito nel 2008. Ma anche il live uscito a marzo di quest’anno, in versione classica/world music, El Chakracanta (Live in Buenos Aires) con l’Orquesta Sin Fin diretta da Exequiel Mantega. Il disco è composto da due tanghi, Don Agustín Bardi di Horacio Salgán e Libertango di Ástor Piazzolla (l’11 marzo s’è celebrato il centenario della nascita) e da due composizioni per orchestra di Bollani, il Concerto Azzurro e il Concerto Verde, registrati, sempre nella capitale argentina, in tempi diversi.

Ieri sera, invece, l’ho dedicata a Barbieri, riandando ad ascoltare quel bellissimo disco del 2015, Cosmonauta da appartamento, qui L’Arte di Meravigliarmi con il prezioso intervento crossover della spagnola La Shica (a proposito di rap…) e Tu sai Io So con la voce inconfondibile di Peppe Servillo. Rimane un capolavoro per me Maison Maravilha, album del 2009 dove c’è Malégria cantata con Omara Portuondo, la grande artista cubana del Buena Vista Social Club.

Paolo Fresu (del suo ultimo disco, P60LO FR3SU ho parlato qualche giorno fa) da anni porta in musica quella miscigenação descritta da Ribeiro. Un esempio, per nulla banale, ma che solo un vero musicista può concepire, lo ha regalato il venerdì di Pasqua, suonando dalla sua casa il Miserere insieme al Cuncordu ‘e Su Rosariu di Santulussurgiu.

Il 30 marzo è uscito l’ultimo lavoro di Gabriele Mirabassi, Tabacco e Caffè, di nuovo assieme dopo quasi cinque anni da Amori Sospesi, al bassista Pierluigi Balducci e al chitarrista Nando di Modugno. Ascoltate Party in Olinda, il brano che apre il disco, del compositore e chitarrista brasiliano Toninho Horta. Il disco è un viaggio nella musica tradizionale brasiliana e quello che ha rappresentato negli anni per molti artisti, soprattutto jazzisti. E mentre il clarinetto di Mirabassi ti proietta in mondi rassicuranti e sognanti, Luca Aquino fa suonare la sua tromba in rivisitazioni della musica che ha più amato attraverso quella grande casa che è il jazz. Mi diverte ascoltare le elaborazioni di Rock 4.0 brani rock, dai Radiohead, a Neil Young a Bob Dylan (album del 2014) o overDOORS (del 2015), un omaggio alla mitica band di Jim Morrison, ma anche quel giusto riconoscimento a certa musica italiana d’autore in Italian Songbook del 2019 (con l’orchestra sinfonica di Benevento e la partecipazione del pianista Danilo Rea): molto intensa la sua versione di Almeno tu nell’Universo.

Potrei andare avanti ancora e ancora. La musica ha un grande potere terapeutico, e questi artisti per me sono passione, lavoro, fantasia, sogno, emozione. Questa è la musica che mi incuriosisce, che mi manca – nel senso della saudade brasileira (ne avevo parlato sul blog giusto un anno fa) che ho bisogno di ascoltare per essere in pace con me stesso e il mondo. Contaminazione, fantasia, un esperanto in note che acquista sempre più senso in questo assurdo momento storico.

Amarcord: la Musica secondo Duke Ellington…

Stamattina ascoltavo un lavoro del 2012 di Terri Lyne Carrington, Money Jungle – Provocative in Blue. La batterista, jazzista, docente al Berklee College of Music, aveva pubblicato il disco come un personale omaggio per i 50 anni dall’uscita del geniale Money Jungle registrato da Duke Ellington, Charles Mingus e Max Roach nel 1962. Al posto di Mingus e Roach, con Terri ci sono Christian McBride e Gerald Clayton

Terri rivede le composizioni originali, le reinterpreta con la consapevolezza e la bravura che la caratterizzano, aggiungendoci tre brani, Grass RootsNo Boxes (No Words) e un cameo, Rem Blues/Music: mette in musica brani tratti dall’autobiografia di Ellington, del 1973, intitolata Music Is My Mistress, interpretati da Shea Rose ed Herbie Hancock che, per l’occasione, fa la parte del Duca. L’avevo dimenticato.

Nel “Act Five” del libro (sono oltre 500 pagine) c’è un poemetto dal titolo What Is Music? In questi versi è racchiuso tutto il significato della Musica secondo Ellington. Ve lo ripropongo…

What is music to you?
What would you be without music?
Music is everything.
Nature is music (cicadas in the tropical night).
The sea is music. The wind is music.
Primitive elements are music, agreeable or discordant.
The rain drumming on the roof,
And the storm raging in the sky are music.
Every country in the world has its own music,
And the music becomes an ambassador;
The tango inArgentina and calypso in Antilles.
Music is the oldest entity.
A baby is born, and music puts him to sleep.
He can’t read, he can’t understand a picture,
But he will listen to music.
Music is marriage.
Music is death.
The scope of music is immense and infinite.
It is the “esperanto” of the world.
Music arouses courage and leads you to war.
The Romans used to have drums rolling before they attacked.
We have the bugle to sound reveille and pay homage to the brave warrior.
The Marseillaise has led many generations to victories or revolutions;
It is a chant of wild excitement, and delirium, and pride.
Music is eternal, Music is devine.
You pray to your God with music.
Music can dictate moods,
It can ennerve or subdue,
Subjugate, exhaust, astound the heart.
Music is a cedar,
An evergreen tree of fragrant, durable wood.
Music is like honor and pride,
Free from defect, damage, or decay.
Without music I may feel blind, atrophied, incomplete, inexistent.

 

Cos’è Musica per te?
Cosa saresti senza Musica?
La Musica è tutto.
La natura è Musica (le cicale nella notte tropicale).
Il mare è Musica. Il vento è Musica.
Gli elementi primitivi sono Musica, gradevoli o dissonanti.
La pioggia che tamburella  sul tetto
E la tempesta che infuria nel cielo sono Musica.
Ogni Paese del mondo ha la sua Musica,
E la Musica diventa un’ambasciatrice;
Il tango in Argentina e il calypso nelle Antille.
La Musica è l’entità più antica.
Nasce un bambino e la Musica lo fa addormentare.
Non sa leggere, non può capire un quadro,
Ma ascolterà la Musica.
Musica è matrimonio.
Musica è morte.
Lo scopo della Musica è immenso e infinito.
È l”esperanto” del mondo.
La Musica risveglia il coraggio e ti conduce alla guerra.
I Romani facevano rimbombare i tamburi prima dell’attacco.
Usiamo il corno per suonare la sveglia e omaggiare il guerriero coraggioso.
La Marsigliese ha condotto molte generazioni a vittorie o rivoluzioni;
È un canto di sfrenata eccitazione, delirio e orgoglio.
La Musica è eterna, la Musica è divina.
Preghi il tuo Dio con la Musica.
La Musica può dettare gli umori,
Può innervosire o sopraffare,
Dominare, logorare, stupire il cuore.
La Musica è un cedro,
Un albero sempreverde di legno profumato e resistente.
La Musica è come l’onore e l’orgoglio,
Senza difetto, danno o deterioramento.
Senza musica posso sentirmi cieco, atrofizzato, incompleto, inesistente.

Nuovi artisti crescono: Nanni Gaias e il virus della musica

Giovanni Gaias, 25 anni, in primo piano, e, alla chitarra, Giuseppe Spanu, 22 nella sala di registrazione a Berchidda

Avete presente quei giovani musicisti che non si fermano un secondo, vivono in un turbine onirico, una tempesta ormonale di note e arrangiamenti, famelici e onnivori, creatività a mille all’ora? Giovanni (Nanni) Gaias, 25 anni appena compiuti, un diploma a pieni voti alla Lizard Accademie Musicali di Fiesole, è proprio uno di questi.

L’ho contattato e con lui ho fatto una bella chiacchierata, una di quelle telefonate allegre e positive, perché oggi, 22 gennaio, esce per la Tǔk Music, etichetta discografica fondata da Paolo Fresu, un Ep, dal titolo T.O.T.B.  Think Outside The Box, che porta la sua firma e quella di un altro bravo e giovane chitarrista, Giuseppe Spanu, 22 anni, pure lui diplomato a pieni voti a Fiesole. Due amici da sempre, dello stesso paese, Berchiodda, in provincia di Sassari, due fratelli, come racconta lo stesso Nanni.

Paolo Fresu, nella sua costante ricerca di stimoli e suoni che fanno parte della grande casa del jazz, ha voluto inaugurare con T.O.T.B. una nuova sezione della casa discografica, la Tǔk Air, dedicata si suoni dell’elettronica, del funk e del soul. Lo stesso artista, su Facebook, annunciando l’uscita dell’album e la nuova avventura della Tǔk, ha definito quest’esperienza «una nuova follia». Una follia positiva e creativa, perché è di questo che si tratta: scommettere su giovani artisti e nuova musica, non mainstream ma di alta qualità. 

Non posso partire che da qui: la Sardegna vanta numerosi musicisti, grandi artisti. Tu e Peppe siete berchiddesi, come Paolo Fresu, non è una casualità…
«Se siamo quello siamo è perché qualcuno qui a Berchidda ha piantato un seme che sta dando i suoi frutti. Noi siamo il risultato del lavoro di Paolo Fresu, del suo modo di vivere la musica. Per noi è un esempio da seguire. E poi veniamo da un territorio che, per tradizione, è legato alla musica attraverso le bande musicali. Io ho iniziato così, da bambino, suonando a. nove anni la tromba nella banda del paese».

Poi sei passato ad altro…
«Sì, ho scoperto la batteria, il mio strumento preferito. Sono un rockettaro di formazione, ho ascoltato tanto i grandi del Rock, a partire dai Led Zeppelin. Così, passo dopo passo, sono stato catturato dalla musica. Mi piace quella non scontata, e ti confesso che ho sempre avuto una preoccupazione: fare musica di qualità. Per questo ascolto di tutto, anche la musica che non mi piace, come, ad esempio, la trap. Anzi, parto proprio da quella perché, in fondo, cercando di comprenderne i percorsi, riesco a trarre ispirazione».

Del maiale, dicevano i vecchi contadini, non si butta via niente!
«Giusto, non si scarta nulla, dipende da te, da quello che vuoi fare. Tutto può essere musica».

Torniamo alla banda e alla batteria. Suoni anche molti altri strumenti musicali…
«Dopo lo studio della tromba, che mi ha fatto entrare nel mondo della musica, a 12 anni ho scoperto la batteria e mi son detto subito: questa è la mia! Ho fondato band, suonavo rock. Poi mi sono abituato a produrre e, quindi, ho dovuto imparare a suonare altri strumenti, come la chitarra, il basso, il pianoforte, le tastiere. Da ragazzi si è spugne, è facile apprendere. Grazie all’accademia ho studiato tanto e lavorato sull’armonia e ho capito che potevo fare tutto quello che volevo senza limiti. Per me gli strumenti musicali sono il mezzo per arrivare all’anima della composizione, che è la cosa più importante della musica. Sarà per questo che mi piace scrivere, comporre, arrangiare…».

Hai suonato la batteria anche con un altro bravo musicista sardo, Francesco Piu, bluesman di fama internazionale…
«Avevo 17 anni, e con lui mi sono esibito dappertutto, ho imparato a muovermi, Francesco mi ha aperto le porte del mondo…».

E sono arrivati i primi lavori…
«Eh eh eh, ti riferisci a Nannigroove Experience Vol. 1 (qui Black Vibe, ndr)… Mi ero appassionato, contavo di fare un’altra serie di dischi così, invece mi sono fermato al primo. Sono fatto così, mi piace curiosare, sperimentare nuove cose. Vado a periodi, scrivo in base a quello che vivo, il prossimo chissà, sarà rock o jazz…».

Veniamo a Think Outside The Box, un altro genere ancora, un disco bello intenso, cinque brani dove si trova la blackmusic ma anche il Chillout, e, dunque, l’Ambient, l’Ethno…
«Con Peppe abbiamo ricavato dalla sua chitarra suoni molto “synt”, ci sono rumori, canti d’uccelli, atmosfere che mi hanno preso. Abbiamo cercato Paolo (Fresu, ndr) per farglielo ascoltare ed è piaciuto. Crediamo di aver fatto un lavoro fresco, pensato al di fuori degli schemi, appunto».

Spiegami la cover, il simbolo del lavaggio della biancheria in bacinella a 30 gradi…
«È stata un’idea di Luca De Vito, il coordinatore del progetto. Può avere varie chiavi di lettura: il lavaggio a bassa temperatura è un lavaggio fresco, come il sound che abbiamo creato. Oppure che al di fuori di quell’indicazione, non ci sono certezze… In realtà mi è piaciuta perché attira, incuriosisce».

Hai prodotto anche un video sulle note di Stream Of Affects, brano del disco…
«L’ho girato e montato io, mi affascinano anche questi aspetti. L’arte, e non solo la musica, per me è una cosa onirica».

Cosa ti aspetti dalla vita?
«Di continuare a fare sempre musica. Sono la pecora nera della famiglia: i miei da generazioni hanno un’azienda che lavora il sughero. Io ho interrotto la lunga sequenza. Loro sono felici per me, sanno che ho trovato la mia strada. Sai, dopo l’accademia, dove abbiamo vissuto in 18 tutti studenti di musica, esperienza incredibile per amicizia e creatività, sono ritornato qui in Sardegna, ho montato il mio studio di registrazione e lavoro “acca24”. Passare sotto l’etichetta di Paolo è un importante motivo di crescita. Poi, quello che mi aspetto e quello che desidero è suonare live, stare sul palco, e produrre. Insegno batteria perché è un lavoro. Ma il mio sogno è stare lì fuori. La musica è il virus più bello che possa esistere, lasciarsi contagiare, trasmettere emozioni è davvero straordinario».

Ecco perché gli artisti vanno ascoltati…

Sto seguendo con interesse il dibattito che si sta sviluppando sulla pagina Facebook di Musicabile, provocato dal mio post sulla guerriglia a Capitol Hill di qualche giorno fa. Ho cercato di raccontare e vedere i fatti – la “presa del Campidoglio” da parte di sostenitori di Donald Trump – attraverso la musica, fedele al principio che ha ispirato questo blog.

Frequento i social da anni e non finiscono mai di stupire. Ben vengano le discussioni che si sono accese in questi giorni dopo la cacciata di Trump da Twitter. Sulle dissertazioni poco ortodosse del presidente americano fatte negli ultimi anni, i social ci hanno marciato e guadagnato, eccome. La conseguenza siamo noi che interagiamo su queste piattaforme, tutti con la verità in tasca, pronti a deridere, insultare, odiare e cercare di convincere il mondo: instaurare un contraddittorio con chi dissente da te, anche in modo veemente, è al novantanove per cento inutile. Convincere un terrapiatttista che il pianeta ha un’altra forma è tempo sprecato. Stesso discorso per chi è convinto che l’assedio al Campidoglio sia stato organizzato dai Dem per cancellare Trump.

Uno degli interventi in particolare mi ha incuriosito: “Che ne sa un cantante di economia o politica interna ed estera?”, come si permettono i vari Springsteen di pontificare visto che non è il loro mestiere? Avevo premesso sul precedente post che gli artisti vedono più lontano di tutti per il semplice fatto che hanno un altro modo  – più libero? creativo? emozionale? – di vedere la realtà che li circonda.

Grazie a una miniserie firmata da Martin Scorsese disponibile su Netflix, Fran Lebowitz, una vita a New York, è arrivata la risposta al commentatore del mio post. Nel docufilm dedicato alla geniale scrittrice e umorista americana (che consiglio vivamente!), la Lebowitz parla della musica come dell’unica forma d’arte che “consente alle persone di esprimere emozioni e ricordi”. E aggiunge: «Rende felici le persone senza fare del male. Altre cose piacevoli sono dannose. È speciale, è una droga che non ti uccide!».

Scorsese per introdurre il discorso “musica” con la Lebowitz ricorre a un breve estratto di Remember Marvin Gaye, film di Richard Olivier del 1981, dove Marvin dà la definizione esatta dell’artista e del suo ruolo. La faccio mia, non avrei saputo dirlo in modo migliore! «Un artista, se è davvero un artista, è interessato solo a una cosa: risvegliare le menti degli uomini, far capire agli uomini e alle donne che c’è qualcosa di più grande di ciò che vediamo in superficie».

Ecco cosa c’entrano i vari Springsteen, Tom Morello, Marvin Gaye, John Lennon, Eminem…

Venti dischi (più uno) per raccontare un anno particolare/4

Siamo arrivati alla fine. Altri cinque dischi, più un sesto, la mia colonna sonora di questo 2020, anno che resterà impresso nella memoria di ognuno di noi. Ancora una volta c’è di tutto, dal jazz al desert blues, dall’eclettismo al rock – con il monolitico Boss -, passando per un altro grande, Nick Cave, in versione solitaria e unplugged, come si diceva una volta. Divertitevi!

16 – HH Lionel Loueke (uscito il 16 ottobre)
Il signore in questione è nato in Benin, Africa Occidentale, ha 47 anni e una naturale predisposizione alla chitarra. Anzi, è un autentico virtuoso dello strumento, che domina con tecnica ferrea, insuperabile. Il segreto di questo disco sta tutto nel titolo, in quelle due misteriose acca maiuscole che, sulla cover del disco, hanno un bell’impatto grafico. HH sta per Herbie Hancock. L’ottantenne pianista e compositore è stato il suo maestro, mentore, guida. Probabilmente non è un caso che a HH segua LL: Hancock ha selezionato Loueke per l’ingresso al Thelonious Monk Institute of Jazz – organizzazione senza scopo di lucro che viaggia tra insegnamento della cultura musicale e lavoro sociale e che, dopo oltre trent’anni d’attività, nel 2018, ha cambiato nome in Herbie Hancock Institute of Jazz, omaggio al lavoro svolto dal pianista nell’istituto – lo ha, quindi, voluto in sue produzioni, come Possibilities, River: The Joni LettersThe Imagine Project, ed è parte integrante del gruppo che lo segue quando si esibisce dal vivo. HH, dunque, vuole essere un omaggio alla persona che più ha creduto nelle sue qualità artistiche e musicali. Un disco in cui Lionel e la sua chitarra, rivedono e ripropongono brani scritti da Hancock tra il 1962 e il 1983, il periodo d’oro del compositore (vedi Watermelon Man (1962), Cantaloupe Island (1964), Butterfly (1974)… Un disco che mi sta accompagnando fra le tante facce del jazz e la gioia dell’essenza della musica.

17 – OptimismeSonghoy Blues (uscito il 23 ottobre)
Optimisme! Ne abbiamo bisogno. E non è un titolo nato a caso quello dei Songhoy Blues, band del Mali al suo terzo disco. Un gran bel lavoro, a dirla tutta, un desert blues di prim’ordine, che sprizza gioia, potenza, pur trattando argomenti delicati dalla politica, al riscatto  femminile, alla pandemia…. L’ottimismo è il profumo della vita diceva Tonino Guerra, parafrasando Gianfranco Giannini, suo amico di Pennabilli, in uno spot di qualche anno fa. E per questi quattro musicisti maliani è proprio questo il senso del nuovo lavoro curato dal chitarrista e producer Matt Sweeney per la Fat Possum. La loro storia è esemplare: tre, Aliou Touré, Garba Touré e Oumar Touré, provengono dal Nord del Paese. A causa della guerra civile e del regime islamico che si era instaurato, sono stati costretti all’esilio, a Bamako, Sud del Mali, dove hanno conosciuto il batterista Nathanael Dembele. Sono stati notati da Damon Albarn (frontman dei Blur, e nei Gorillaz), Julian Casablancas dei The Strokes e da Nick Zinner degli Yeah Yeah Yeahs, che ha prodotto il loro primo album, Music In Exile (2015), al quale è seguito Résistance (2016), che ha avuto la partecipazione di Iggy Pop nel brano Sahara. Ascoltate Badala, il brano che apre il disco e poi ne parliamo!

18 – Letter To YouBruce Springsteen (uscito il 23 ottobre)
Camminare e perdersi tra i ricordi è stata una delle prerogative di questo 2020. Lo ha fatto, con un album ben costruito, toccante e coinvolgente al punto giusto, quel gran cantastorie rock che è Bruce Springsteen con Letter To You. Di lui, dell’album e del docufilm che porta lo stesso titolo ne ho parlato a lungo in questo post. Cosa resta da dire di un uomo che a 71 anni decide di guardarsi indietro, con nostalgia, certo, ma con tutta la saggezza e il senso di ringraziamento per una vita che gli ha fatto incontrare veri amici, colleghi, musicisti, persone straordinarie con cui ha condiviso praticamente tutta la sua esistenza? Un album istruttivo, malinconico nel ricordo di chi non c’è più, ma consapevole che il tempo non passa mai invano e che alla fine ciò che ti resta, il tuo lascito, è cosa sei stato e come hai visto il mondo intorno a te. ‘Neath a crown of mongrel trees /I pulled that bothersome thread/Got down on my knees/Grabbed my pen and bowed my head/Tried to summon all that my heart finds true/And send it in my letter to you (da Letter To You).

19 – Hey ClockfaceElvis Costello (uscito il 30 ottobre)
E siamo arrivati al cambiamento. Nel lungo tour di questi 20 album (più uno) sembra fatto apposta per il momento attuale che stiamo vivendo. Costello, gran musicista e vecchia volpe della musica, pubblica un album che eclettico è dir poco. È nel suo stile, questa volta però ha osato in modo provocante ed eccentrico saltare da un genere all’altro, a dimostrazione che può farlo solo chi la musica la conosce (e la suona) per davvero. Registrato una parte in solitaria in piena pandemia nello studio Suomenlinnan di Helsinki e, quindi, a Parigi con un quintetto jazz costituito per l’occasione, ha partorito 14 canzoni, ognuna un mondo a sé, che parlano di tutto quello che siamo e siamo stati. A partire da Revolution #49, primo brano (parlato) con un attacco “magico” alla Dhafer Youssef: «Love is the one thing we can save», dice con voce scura e ben scandita. Da qui in poi è un crescendo. In No flag sembra un punk che tira le somme del suo credo: «I’ve got no religion, I’ve got no philosophy, I’ve got a head full of ideas and words that don’t seem to belong to me». E così andando. C’è anche del swing, omaggio a Fats Waller, pianista famoso (e corposo) in attività negli anni Trenta, noto per le sue espressioni facciali e per quegli occhi che roteava come un posseduto (Hey Clockface/How Can You Face Me). Cambiare non solo si può, ma si deve…

20 – Idiot PrayerNick Cave – Alone at Alexandra Palace (uscito il 20 novembre)
È un docufilm trasmesso in steaming a pagamento in luglio (doveva essere nelle sale in Italia dal 16 al 18 novembre, ma il lockdown che ha messo il lucchetto anche ai cinema i e ai teatri ha fatto saltare il tutto) e un disco uscito in Italia a novembre. In questo mese sembrava d’essere ripiombati a marzo: la seconda ondata di contagi era un fiume in piena. Come lo sono le canzoni registrate dal magico musicista australiano nel vittoriano Alexandra Palace di Londra a giugno, nelle fasi finali del lockdown inglese. Radio 3 della Rai ha trasmesso l’intero concerto nella notte tra domenica 8 novembre e lunedì 9 in collaborazione con EBU (European Broadcasting Union). All’Ally Pally, da solo senza i sui Bad Seeds, Cave ha voluto dar vita a quello che è un suo progetto, al di là del momento storico, cercare l’intima essenza del suo lungo percorso artistico e personale, soprattutto dopo la morte del figlio Arthur nel 2015, destrutturando 22 suoi brani, riducendoli all’osso: la sua voce baritonale e un pianoforte. La magia di questo lavoro sta propio in questo momento di estrema intimità dell’artista che cerca di tessere un filo, sottile ma solido, della sua vita, in modo da non perdere l’essenziale, che poi è quello che conta, senza sovrastrutture né make up. Ed ecco, dunque, Papa Won’t Leave You, Henry (1992) qui nella versione originale con i Bad Seeds e qui in quella “alone”. Lo stesso dicasi per Galleon Ship, qui e qui: solo due esempi del lavoro di questo straordinario artista. Arie novembrine che mi hanno fatto riflettere…

E siamo arrivati al “più uno”. Si tratta di un disco uscito il 4 dicembre per la prestigiosa etichetta Deutsche Grammophon. Un disco piuttosto particolare, di musica classica contemporanea, di non facile ascolto, ma in qualche modo catartico. Sto parlando di L.I.T.A.N.I.E.S del belga Nicholas Lens. Una piccola opera da camera il cui libretto è stato scritto da Nick Cave, sì ancora lui! Opera minimalista, essenziale, frutto, anche questa, del lockdown. Lens l’ha eseguita con 11 musicisti che, a turno, sono andati a casa sua per registrare i singoli “interventi”. Nel comporla ha voluto rappresentare la pace – che ha anche un senso di cupa bellezza e dolcezza – che lui stesso ha avvertito nei templi Zen giapponesi, durante un viaggio nel Sol Levante. Suono minimal, testi altrettanto “ossuti”. Vere e proprie litanie «Where are you? Become yourself so I can see you» sussurra Clara-Lane, moglie di Lens, coinvolta nel lavoro perché in quarantena, nella prima litania, Litany of Divine Absence. E così, una per una, come in un rosario, scivolano le 12 litanie, tra archi, accenni di pianoforte, qualche fiato, e qualche intervento canoro dello stesso Cave come in Litany of Gathering Up. Disco per me preparatorio alla fine di questo 2020. Una sorta di cammino meditativo e di purificazione.

Venti dischi (più uno) per raccontare un anno particolare/3

Capitolo terzo. Qui trovate altri cinque album che ho ascoltato in questi ultimi mesi. C’è di tutto, dal pop al jazz passando per il post hardcore e l’indie. La musica, almeno per me, viaggia attraverso stati d’animo. I generi diventano relativi. Mi piacciono le apparenti contraddizioni, annusare l’aria quando è più pungente o più calda e rassicurante. Gettarmi nel vento forte che fa sbandare e toglie il respiro. Ecco, qui c’è tutto questo…

11 – On SunsetPaul Weller (uscito il 3 luglio)
Al tramonto la musica può essere confortante. Può ispirare, rilassare, energizzare, preparare a una bella notte. Ascoltando l’ultimo lavoro di quell’istrione di Paul Weller (a onor del vero il 27 novembre è uscito un On Sunset Remix, piuttosto interessante, un formato Ep, cinque brani – due  di questi, rielaborazioni dello stesso, Rockets) quello che salta all’orecchio è che il prolifico ex Jam e Style Council questa volta ha tirato fuori un disco davvero ben costruito. Ne ho parlato in questo post in agosto. È un disco “estivo”, ma può andar bene anche in queste uggiose giornate di fine autunno, per tirarti su il morale. L’effetto energizzante di questo album è il motivo per cui lo segnalo. Ascoltatevi Baptiste, o la stessa On Sunset ma anche More, o Rockets, e ne converrete.

12 – Axiom (live)Christian Scott aTunde Adjuah – (uscito il 28 agosto)
Questo disco ha una sua eccezionalità: è l’ultimo concerto dal vivo che è stato suonato al Blue Note di New York prima che la pandemia obbligasse la chiusura della metropoli e della vita sociale. Certo, Christian e la sua band composta da sette elementi di incredibile valore, non potevano saperlo, ma possiamo leggere queste 12 tracce jazz come un messaggio di stile, personale e pregnante, nel jazz contemporaneo. Christian è un trombettista, si diverte a miscelare stili, parte con il classico acuto tipo mariachi messicano per poi scendere nell’improvvisazione, vedi la prima traccia, X. Adjuah (I owns the night), lasciare che le percussioni di Weedie Braimah e la batteria di Corey Fonville si lancino in un ossessivo percuotere di tempo ed emozioni, per ritornare a un assolo di piano di Lawrence Fields o al flauto di Elena Pinderhughes in Diaspora. Riparte il funk con la sua tromba e il contrabbasso di Kris Funn – vedi GuinnevereChristian è un musicista che pensa solo alla musica, ha quello in testa, e lo fa con idee sempre innovative. Il suo è anche un chiaro messaggio politico, il suono delle sue radici lo grida forte all’America in un momento così delicato nel conflitto razziale, acuito in questo 2020 con l’assassinio di George Floyd. Uno dei migliori lavori dell’anno. Le percussioni mi inchiodano ogni volta alle cuffie…

13 – Go BravelyDenise Chaila (uscito il 2 ottobre)
Di lei ho scritto il 9 ottobre scorso, quindi non mi dilungo ulteriormente. Il suo genere è l’hip hop, viene dall’Irlanda, ma è nata in Zambia, ha una laurea in sociologia, e i suoi testi, come la musica, sono aperti senza essere sfrontati, elegantemente crudi, ispirati e ispiratori. Vedi Chaila, il suo cognome, brano per riaffermare che la dignità delle persone parte anche dall’essere rispettate per il nome che portano, seppur difficile da pronunciare, o Go Bravely, l’incitazione che dà il titolo al disco… Nuovi corsi in Irlanda…

14 – LamentTouché Amoré (uscito il 9 ottobre)
Cambiamo decisamente genere, ma non senso. Un altro modo di raccontare il mondo quello dei Touché Amoré, band losangelina di post hardcore capitanata da Jermey Bolm, cantante, produttore, scrittore. Lament è il loro quinto album, e decisamente il loro miglior lavoro. Forse perché la band si è affidata a Ross Robinson, nell’ambito dell’hard rock e post hardcore il numero uno (ha prodotto Korn, Limp Bizkit, Deftones, Sepultura, Slipknot, per citarne alcuni). In questo lavoro c’è tutto il pathos di Bolm, il suo rapporto con la perdita dell’amicizia e stima con colleghi e amici e soprattutto con la morte della madre portata via da un tumore (non le era vicino perché quel giorno era all’occasione della vita, suonare al The Fest in Florida) I’ll Be Your Host. Si passa dagli stilemi hardcore a rallentamenti improvvisi, attimi di pause scanditi da chitarre tranquille, fino a Limelight, suonata con la Manchester Orchestra. Tutto torna nella musica…

15 – Serpentine PrisonMatt Berninger (uscito il 16 ottobre)
L’aspettavano in tanti il primo disco da solista del frontman dei The National. Il musicista di Cincinnati non ha deluso le aspettative. Un disco dove Matt s’è sentito libero di uscire dai canoni della band – ma poi nemmeno tanto almeno nelle prime due canzoni – per poi volare da solo tra archi, assoli d’organo, atmosfere calde e sicure. Merito probabilmente del produttore che si è scelto, quel Booker T. Jones che suonò con Willie Nelson in Stardust, l’album preferito dal padre e che lui, a forza d’ascoltarlo, lo fece diventare il suo punto di riferimento… Ma questa è storia nota, lo ha dichiarato in tutte le interviste. Il brano più interessante del disco è One More Second, con preziosi interventi di pianoforte e un assolo d’organo di rara eleganza. Poi è sempre il tenebroso Berninger, la voce baritonale, le atmosfere calde e tristi. Infonde tranquillità Silver Springs cantata con Gail Ann Dorsey, un buon rum d’annata a scaldarlo tra le mani, un soffice divano e la musica che gira…

Venti dischi (più uno) per raccontare un anno particolare/2

Ed eccoci al secondo appuntamento dei dischi che mi hanno accompagnato in questo difficile 2020. Questa “cinquina” contiene dischi impegnativi, alcuni li ho ascoltati decine di volte per capirli; la musica è una lingua che sa essere molto ostica. Bisogna aver la pazienza di scoprirne la chiave di ascolto e lettura giusta. Mi è successo per Moses Sumney e il suo Græ o lo splendido Not our First Goat Rodeo di Yo-Yo Ma, Stuart Duncan, Edgar Meyer e Chris Thile.

6 – Not our First Goat Rodeo – Yo-Yo Ma, Stuart Duncan, Edgar Meyer & Chris Thile (uscito l’1 maggio)
Iniziamo proprio da questo disco. Come potrei definirlo? Musica classica, sì ma… Country, certamente, ma…, alternativa jazz, ci sta, anche se…, contemporanea folk, possibile definizione eppure… Alla fine, dopo averlo ascoltato e riascoltato (le dissonanze ricercate e voluttuose sono come il canto delle sirene per Ulisse, ti attirano e ammaliano) ho deciso di non definirlo se non come: un gran bell’album, un prodotto perfetto che solo grandi musicisti come il violoncellista Yo-Yo Ma (francese di nascita, figlio di cinesi americani), Stuart Duncan, qui al violino, Edgar Meyer, al contrabbasso e Chris Thile (si pronuncia Tili), cantante e mandolinista, potevano creare. Strumenti che si richiamano, dissonanze volute, archi e corde che sembrano suonare una partitura diversa dall’altra ma che alla fine si riuniscono in un ensemble logico e coerente. Il disco segue quello pubblicato una decina d’anni fa The Goat Rodeo Sessions. Bellissima The Trappings, dove alla “band” si unisce la cantante Aoife O’ Donovan, in duetto con Stuart ed Edgar, che ricorda i  primi Crosby, Stills & Nash. Il canto diventa uno strumento coerente. Allegria, voglia di danzare, richiamo di giornate assolate e praterie sterminate…

7 – GræMoses Sumney (uscito il 15 maggio)
Chi è Moses Sumney? Me lo sono chiesto più volte ascoltando il suo nuovo lavoro. Il precedente, dal titolo Aromanticism, era molto eloquente su come il ventinovenne californiano nato da genitori ghanesi, concepisce la vita. Græ, disco doppio, è uscito in pieno lockdown a febbraio e a maggio. Ed è un album che in qualche modo ha a che fare con il coronavirus e la quarantena. Insula, parlato, prologo del lavoro, definisce l’isola fisica ma anche, in doppia rilettura, quella mentale. Da qui parte il suo viaggio psichedelico fatto di strumenti “fisici” e tanta elettronica che usa in modo naturale. Oltre che un musicista, Moses è un grande performer, uno che sembra nato sul palco. Ha presenza, cattura, esperimenta, provoca, definisce. La sensazione all’ascolto è di un’opera fatta per riempire la tua isola e farti vedere il mondo intorno. L’a-romantico Moses diventa estremamente romantico in Polly, brano con video annesso da manuale. Ne avevo parlato il 18 maggio scorso in questo post. Brillante ed energizzante…

8 – ContemporaneoClaudio Sanfilippo (uscito il 22 maggio)
Ecco un disco che rende giustizia a un periodo della mia vita, quello del cantautorato, da Dalla a De Gregori, Da Guccini a Sanfilippo, appunto. Milanese, 60 anni, oltre che cantautore è scrittore, poeta, comunicatore… “Personaggio eclettico che di musica e versi non può proprio farne a meno”, lo presentavo il 21 ottobre scorso in un’intervista. L’album è l’effetto del lockdown, effetto benefico, perché Sanfilippo ha fatto di necessità virtù, riprendendo vecchi brani, alcuni mai pubblicati, componendone di nuovi, ragionando sulla vita. Riflessioni utili, almeno per me. E anche per Claudio a ben ascoltare, visto che le 14 tracce che compongono questo disco non sono solo canzoni ma “canzoni d’autore”, come lui stesso chiede sia definito il suo lavoro. Ragazze del Lago, El Pepe e Angelina sono le mie preferite, le potrei far girare all’infinito…

9 – Rough and Rowdy WaysBob Dylan (uscito il 19 giugno)
Il 30 marzo scorso – e rieccoci ancora lì in quel benedetto lockdown – usciva una canzone, così, apparentemente a caso. Ma non potevi ignorarla, per la sua semplice bellezza e per l’autore, quel Bob Dylan che a 79 anni è tornato più vivace e motivato che mai. Era Murder Most Foul. Nel post che avevo scritto quel giorno, chiudevo con questa considerazione: «Una musica che fa riflettere, a prescindere, che ti aiuta, chiuso nel tuo studiolo di casa, o seduto sul divano a guardare il mondo là fuori che sembra passi tutto uguale, tutti seduti nelle nostre personali panchine solitarie. Un’opportunità per guardarci dentro, per essere schietti con noi stessi, su cosa siamo oggi e sui nostri piccoli Murder Most Foul che riponiamo dentro di noi senza avere il coraggio di gridarli al vento… Passerà, passerà, grazie anche a lui e alla musica…». Poi, come un’altra goccia preziosa, arriva I Contain Multitudes ad aprile e l’annuncio dell’uscita del disco. Ed eccolo qui, ruvido, blues, tagliato con l’accetta, sentimentale senza smancerie, bello. Vi lascio con Goodbye Jimmy Reed

10 – Mi ero perso il cuoreCristiano Godano (uscito il 26 giugno)
Il primo lavoro da solista del leader dei Marlene Kuntz mi ha incuriosito assai. A partire dal titolo. Lui, Cristiano Godano lo ha definito «una collezione di canzoni che raccontano i demoni della mente». Parte forte Cristiano, con un brano, La mia Vincita, che ricorda atmosfere alla Dylan, di cui sopra. Poi prosegue con testi attenti e sonorità ricercate. Mi ascolto spesso Lamento del depresso ma anche Padre e Figlio e la seguente Figlio e Padre, gioco voluto e molto intimo di punti di vista. Sì, mi piace proprio Mi ero perso il cuore. A proposito di canzoni d’arte…

Maradona: reggae, rap, tango, pop. Così El Pibe ha stimolato la musica

Diego Armando Maradona se n’è andato ieri a 60 anni. Il mondo lo sta celebrando, Napoli piange come l’Argentina, anche il grande Brasile e Pelé si inchinando davanti alla sua morte e al dolore. L’uomo, l’atleta, il mito e il genio, l’eccesso e il pentimento, l’obesità e la forma perfetta, la povertà e la ricchezza, l’amicizia con Fidel Castro e quella con i clan camorristici. Maradona primo e sempre in soccorso degli ultimi.

Diego Armando è stato e sarà ricordato per tutto questo. Lui e il suo opposto. Dio e uomo. Queste sue dualità, diavolo e acquasanta, lo hanno reso famoso anche in musica. Non è un caso che sia venerato e “usato” nel mondo del rap. Di canzoni che portano come titolo il suo nome ce ne sono parecchie. I duri, tutto coca, collane, ganja, soldi, donne a volontà, borse firmate cariche di erba l’hanno visto – e lo vedranno – come esempio da portare e protagonista di rime da costruire.

Ascoltate Diego Armando Maradona dalla romana Dark Polo Gang del 2018: La mia ragazza segue la moda/ Io seguo i soldi e la droga/ DarkSide baby Diego Armando Maradona/ In questa merda corro tipo maratona/ Mi serve una macchina nuova/ Mi serve una due posti rossa…

Anche A.L.A., rapper tunisino, canta e immagina di essere come Maradona che può avere tutto, annessi e connessi. E potremmo continuare con Colza, giovane rapper di Cantù (2019): La vita di Diego i soldi di Pablo, trappa…

Ho pensato così di mettere “in ascolto” alcuni brani che portano il suo nome. C’è di tutto dal rap, appunto, al romantico latino, persino un suo cameo in una canzone, la trovate sul disco del Club Atletico Boca Juniors (2013), dove El Pibe de Oro aveva militato. El Sueño del Pibe, questo è il titolo del tango registrato nel 1942, testo di Reinaldo Yso (fu anche un calciatore) e del musicista e bandeonista Juan Puey. Lui la cantò negli anni Ottanta, inserendo anche se stesso nella consacrazione dei grandi giocatori, e mostrando pure di avere una gran voce… L’altro, con i Pimpinela, (al secolo Joaquín e Lucía Galán) duo argentino di grande successo. Il mio, il nostro piccolo omaggio in dieci canzoni… 

Per ascoltarle, cliccate sulle immagini…

La Mano de Dios (2011)
Rodrigo

Tango de la buena suerte – da Passi d’Autore (2004)
Pino Daniele

El Sueño del Pibe
Diego Armando Maradona

Maradona – da Honestidad Brutal (1999)
Andrés Calamaro

Diego Armando Maradona
Dark Polo Gang

Santa Maradona (Larchuma Football Club) – 1994
Mano Negra

Maradona (2019)
A.L.A. (feat. El Castro)

Maradona – da Avete ragione tutti (2016)
Canova

Querida Amiga – da Lo mejor de Pimpinela 1982
Pimpinela e Diego Armando Maradona

O’ reggae ‘e Maradona – da Senza Limiti (2007)
Jovine

 

Lockdown, l’opposto di musica…

Lockdown. È da un po’ di mesi che abbiamo imparato a conoscere e usare questa parola (per inciso, finita nelle nuove edizioni dei dizionari di lingua italiana). Può un semplice vocabolo diventare sottilmente infido, entrare nel tuo cervello, lavorare, divorare neuroni, far cambiare umore, decidere i tuoi pensieri? Certo che sì! Lockdown viene pronunciato ogni giorno, probabilmente più di amore, e pensato sicuramente più del sesso, il che è tutto dire.

E arrivo al punto: come si combina lockdown con la musica? Stando al significato – isolamento, blocco, confinamento – è l’esatto contrario della seconda, che è apertura, curiosità, fascino, creatività, molteplicità (di visioni, interessi) complicità, comunità, condivisione. Alla fine dell’intervista con Gegè Telesforo, pubblicata sul blog qualche settimana fa, ci siamo dati appuntamento al 29 ottobre al Blue Note di Milano per il suo concerto. «Speriamo di vederci», mi salutava, «auguriamoci non capiti un nuovo lockdown, lo temo, vedrai…».

L’incubo di una chiusura per aver tutti, nessuno escluso, sottostimato il problema è una mazzata clamorosa per la musica (e non solo, ovviamente, ma di musica voglio scrivere). Pensare di nuovo agli artisti chiusi in casa a suonare in maniera artigianale, con quelle facce tristi, l’ansia visibile di non avere un pubblico davanti, l’isolamento di note che si perdono nelle pieghe dei social, ha un che di apocalittico.

Penso ai miei amici, abili tecnici del suono, maestri delle luci, project manager, operatori videoserver, rigger, scaff e via enunciando, che s’erano illusi di aver visto un lumicino dopo l’improvviso, lungo black-out di primavera: ora quella flebile fiammella rischia d’essere soffocata da un nuovo isolamento causa Covid. Dove andremo? Cosa faremo? Come finirà? Ce lo stiamo domandando tutti in questo momento e, purtroppo, una risposta certa non c’è. Nel tutto e il suo contrario regna sovrana la confusione e la paura, uniche certezze.

Dalla bella e intensa No time for Love Like Now di Michael Stipe & Big Red Machine (pseudonimo di Aaron Dessner dei The National) rilasciata a fine marzo e riproposta nella versione “studio” a giugno, ci eravamo illusi che potesse essere cambiato qualche cosa. Invece, quella canzone la intoneremo ancora. E chissà per quanto tempo…