In memoria di John Lennon

Sono esattamente 40 anni che Lennon è stato ammazzato, quattro proiettili sparati alla schiena da Mark David Chapman, ancora in carcere dopo 11 richieste di libertà vigilata. Il mio non vuol essere l’ennesimo ricordo: stampa, social, televisioni ne sono pieni e molti di ottima fattura.

Mi limito solo a pubblicare sul post tre episodi di vita di tre amici brasiliani. Tutti fan dei Beatles e di Lennon, un fotografo e due giornalisti, uno di questi, Márcio Gaspar, nell’ufficio stampa dell’allora WEA (Warner-Elektra-Atlantic) Brazil, oggi WMG (Warner Music Group), aveva lavorato al lancio dell’ultimo Lp dell’ex Beatles, Double Fantasy. Sono tre brevi spaccati di vita di quell’8 dicembre 1980.

Perché brasiliani, vi chiederete legittimamente. Beh, innanzitutto perché amici e colleghi che stimo da decenni, e poi perché il Brasile ha un legame particolare con i Beatles e con Lennon. Nel 1980 c’era ancora la dittatura militare con le sue leggi molto restrittive sulla libertà d’espressione, anche se da lì a qualche anno si sarebbe affacciata, dopo un lungo ventennio, una timida democrazia, ovviamente pilotata dai militari. I Beatles, come tutto il rock degli anni Sessanta e Settanta, sono stati la colonna sonora di quella voglia di libertà, uguaglianza, democrazia che permeavano le università brasiliane.

Tra il 1967 e il 1971 furono costretti all’esilio grandi artisti, Caetano Veloso (breve inciso: nel suo bellissimo album del 1975 Qualquer Coisa, rende omaggio ai Beatles, qui Eleanor Rigby), Gilberto Gil (anche lui omaggiò i Fab Four nel 1971 dall’album che porta il suo nome, con una psichedelica Sgt. Peppers Lonely Hearts Club Band), Chico Buarque, l’architetto Oscar Niemeyer, il cineasta Glauber Rocha

In quegli anni bui molti giovani furono uccisi, sparirono, com’era amara e atroce consuetudine nell’America Latina del tempo. Dunque, John Lennon, le sue parole, l’intervista rilasciata ad Andy Peebles per la BBC nell’ultimo fine settimana della sua vita, sono rimaste scolpite nella memoria di quei giovani. John parlò di tutto, Beatles, musica, famiglia, il rapporto con Paul McCartney, ma non tralasciò nemmeno, con la solita sfrontatezza, la sua visione del mondo e della vita. Per quei giovani brasiliani John è stato musica&politica, peace&love, un’opportunità per sognare un mondo diverso, magari più giusto e libero. Sogni infranti…

Walterson Sardenberg – giornalista
Sono nato il 6 luglio del 1957, il giorno in cui John Lennon e Paul McCartney si conobbero. Questo, in qualche modo, mi pare significativo per come i Beatles hanno segnato la mia vita – e non solo in senso musicale. Ma l’influenza di Lennon è andata ben oltre la musica. Molto di più… Soprattutto nel comportamento. Ricordo che, nel 1970, a 13 anni, ho iniziato a usare gli occhiali da vista per una miopia. Per la mia generazione, il portare gli occhiali da vista era un buon motivo per essere bullizzati. I ragazzini e i pre adolescenti con occhiali li chiamavano quatro olhos, quattr’occhi. All’inizio quegli occhiali non li volevo proprio, ma dall’ottico decisi per un paio rotondi con montatura di metallo, come quelli che usava Lennon. Li indossai e non mi importò nulla d’essere preso in giro. Ero orgoglioso di avere gli occhiali di John Lennon. Quando morì ero un giovane reporter del settimanale Manchete, magazine venduto in tutto il Paese. Ero in redazione nel momento in cui arrivò la notizia. Abbiamo acceso il televisore, increduli. Non poteva essere vero. Invece lo era. In quei giorni ascoltavo sempre Double Fantasy che Lennon aveva pubblicato quell’anno. Il disco è fantastico, ma non tutto. C’è una traccia cantata da John e una da Yoko Ono, alternata per tutto l’album. Era una noia alzarmi alla fine di ogni brano di John e sistemare la puntina del piatto sulla traccia successiva saltando quella di Yoko. Sia come sia, ancora oggi penso che quel disco contenga una delle canzoni più belle di Lennon, Watching the Wheels, con un testo che recita il “chissenefrega” di chi critica le nostre abitudini. Un “vaffa” al bullismo di ogni giorno. Ogni tanto metto sul piatto il vecchio vinile per ascoltarlo. E, ovvio, uso ancora gli occhiali di metallo rotondi, old Lennon Style!

Márcio Gaspar – gironalista e scrittore
Era il 1980, come ufficio stampa della casa discografia WEA a São Paulo, ogni giorno ricevevo via fax dal produttore David Geffen le novità sulle registrazioni di Double Fantasy di John Lennon e Yoko Ono. Il flusso di informazioni era aumentato da agosto di quell’anno, quando s’era capito che ci si trovava alle battute finali del lavoro. «Le basi sono pronte, John inizia a mettere la voce definitiva su Watching the Wheels e Woman; “Yoko ha chiesto una base di eco su Beautiful Boy e John partecipa attivamente al mixaggio di tutte le tracce”… Fax dopo fax ci sentivamo sempre più coinvolti. Io in modo particolare, “beatlemaniaco” e “orfano” della musica di Lennon – non aveva fatto uscire nulla negli ultimi cinque anni – vibravo nel sentirmi parte del “giorno dopo giorno” della coppia. Sapevo a che ora uscivano di casa per andare allo studio di registrazione, quando ritornavano nel Dakota Building, persino quando ordinavano cibo in studio. Per tutto ciò, penso che la notizia del terribile omicidio mi abbia colpito ancora più forte di quel che pensavo. Abbiamo ricevuto le prime informazioni, quindi la dolorosa conferma che era morto e persino le prime foto fatte dallo stesso David Geffen. Ho perso un idolo, ho perso un “quasi” amico, ho perso una parte di me, mi sono sentito perso.

Marcelo Spatafora – fotografo

L’8 dicembre del 1980, mio primo giorno di lavoro, mio padre mi aveva dato un passaggio nello studio fotografico a São Paulo con il suo “fusca”, il Maggiolino della Volkswagen, di color verde. Avevo appena acceso la radio, quando ho sentito, dalla voce di Otávio Ceschi, famoso conduttore della Radio Difusora FM, che John Lennon era morto quella notte. Credevo fosse uno scherzo sui Beatles, d’altronde Paul era stato vittima della stessa notizia anni addietro. Purtroppo era la verità, Lennon era stato freddamente assassinato da un fan. Quel giorno sono rimasto chiuso nello studio fotografico e ho pianto… la radio non smetteva di trasmettere musiche dei Beatles e Lennon. Che immensa tristezza…

Venti dischi (più uno) per raccontare un anno particolare/3

Capitolo terzo. Qui trovate altri cinque album che ho ascoltato in questi ultimi mesi. C’è di tutto, dal pop al jazz passando per il post hardcore e l’indie. La musica, almeno per me, viaggia attraverso stati d’animo. I generi diventano relativi. Mi piacciono le apparenti contraddizioni, annusare l’aria quando è più pungente o più calda e rassicurante. Gettarmi nel vento forte che fa sbandare e toglie il respiro. Ecco, qui c’è tutto questo…

11 – On SunsetPaul Weller (uscito il 3 luglio)
Al tramonto la musica può essere confortante. Può ispirare, rilassare, energizzare, preparare a una bella notte. Ascoltando l’ultimo lavoro di quell’istrione di Paul Weller (a onor del vero il 27 novembre è uscito un On Sunset Remix, piuttosto interessante, un formato Ep, cinque brani – due  di questi, rielaborazioni dello stesso, Rockets) quello che salta all’orecchio è che il prolifico ex Jam e Style Council questa volta ha tirato fuori un disco davvero ben costruito. Ne ho parlato in questo post in agosto. È un disco “estivo”, ma può andar bene anche in queste uggiose giornate di fine autunno, per tirarti su il morale. L’effetto energizzante di questo album è il motivo per cui lo segnalo. Ascoltatevi Baptiste, o la stessa On Sunset ma anche More, o Rockets, e ne converrete.

12 – Axiom (live)Christian Scott aTunde Adjuah – (uscito il 28 agosto)
Questo disco ha una sua eccezionalità: è l’ultimo concerto dal vivo che è stato suonato al Blue Note di New York prima che la pandemia obbligasse la chiusura della metropoli e della vita sociale. Certo, Christian e la sua band composta da sette elementi di incredibile valore, non potevano saperlo, ma possiamo leggere queste 12 tracce jazz come un messaggio di stile, personale e pregnante, nel jazz contemporaneo. Christian è un trombettista, si diverte a miscelare stili, parte con il classico acuto tipo mariachi messicano per poi scendere nell’improvvisazione, vedi la prima traccia, X. Adjuah (I owns the night), lasciare che le percussioni di Weedie Braimah e la batteria di Corey Fonville si lancino in un ossessivo percuotere di tempo ed emozioni, per ritornare a un assolo di piano di Lawrence Fields o al flauto di Elena Pinderhughes in Diaspora. Riparte il funk con la sua tromba e il contrabbasso di Kris Funn – vedi GuinnevereChristian è un musicista che pensa solo alla musica, ha quello in testa, e lo fa con idee sempre innovative. Il suo è anche un chiaro messaggio politico, il suono delle sue radici lo grida forte all’America in un momento così delicato nel conflitto razziale, acuito in questo 2020 con l’assassinio di George Floyd. Uno dei migliori lavori dell’anno. Le percussioni mi inchiodano ogni volta alle cuffie…

13 – Go BravelyDenise Chaila (uscito il 2 ottobre)
Di lei ho scritto il 9 ottobre scorso, quindi non mi dilungo ulteriormente. Il suo genere è l’hip hop, viene dall’Irlanda, ma è nata in Zambia, ha una laurea in sociologia, e i suoi testi, come la musica, sono aperti senza essere sfrontati, elegantemente crudi, ispirati e ispiratori. Vedi Chaila, il suo cognome, brano per riaffermare che la dignità delle persone parte anche dall’essere rispettate per il nome che portano, seppur difficile da pronunciare, o Go Bravely, l’incitazione che dà il titolo al disco… Nuovi corsi in Irlanda…

14 – LamentTouché Amoré (uscito il 9 ottobre)
Cambiamo decisamente genere, ma non senso. Un altro modo di raccontare il mondo quello dei Touché Amoré, band losangelina di post hardcore capitanata da Jermey Bolm, cantante, produttore, scrittore. Lament è il loro quinto album, e decisamente il loro miglior lavoro. Forse perché la band si è affidata a Ross Robinson, nell’ambito dell’hard rock e post hardcore il numero uno (ha prodotto Korn, Limp Bizkit, Deftones, Sepultura, Slipknot, per citarne alcuni). In questo lavoro c’è tutto il pathos di Bolm, il suo rapporto con la perdita dell’amicizia e stima con colleghi e amici e soprattutto con la morte della madre portata via da un tumore (non le era vicino perché quel giorno era all’occasione della vita, suonare al The Fest in Florida) I’ll Be Your Host. Si passa dagli stilemi hardcore a rallentamenti improvvisi, attimi di pause scanditi da chitarre tranquille, fino a Limelight, suonata con la Manchester Orchestra. Tutto torna nella musica…

15 – Serpentine PrisonMatt Berninger (uscito il 16 ottobre)
L’aspettavano in tanti il primo disco da solista del frontman dei The National. Il musicista di Cincinnati non ha deluso le aspettative. Un disco dove Matt s’è sentito libero di uscire dai canoni della band – ma poi nemmeno tanto almeno nelle prime due canzoni – per poi volare da solo tra archi, assoli d’organo, atmosfere calde e sicure. Merito probabilmente del produttore che si è scelto, quel Booker T. Jones che suonò con Willie Nelson in Stardust, l’album preferito dal padre e che lui, a forza d’ascoltarlo, lo fece diventare il suo punto di riferimento… Ma questa è storia nota, lo ha dichiarato in tutte le interviste. Il brano più interessante del disco è One More Second, con preziosi interventi di pianoforte e un assolo d’organo di rara eleganza. Poi è sempre il tenebroso Berninger, la voce baritonale, le atmosfere calde e tristi. Infonde tranquillità Silver Springs cantata con Gail Ann Dorsey, un buon rum d’annata a scaldarlo tra le mani, un soffice divano e la musica che gira…

Venti dischi (più uno) per raccontare un anno particolare/2

Ed eccoci al secondo appuntamento dei dischi che mi hanno accompagnato in questo difficile 2020. Questa “cinquina” contiene dischi impegnativi, alcuni li ho ascoltati decine di volte per capirli; la musica è una lingua che sa essere molto ostica. Bisogna aver la pazienza di scoprirne la chiave di ascolto e lettura giusta. Mi è successo per Moses Sumney e il suo Græ o lo splendido Not our First Goat Rodeo di Yo-Yo Ma, Stuart Duncan, Edgar Meyer e Chris Thile.

6 – Not our First Goat Rodeo – Yo-Yo Ma, Stuart Duncan, Edgar Meyer & Chris Thile (uscito l’1 maggio)
Iniziamo proprio da questo disco. Come potrei definirlo? Musica classica, sì ma… Country, certamente, ma…, alternativa jazz, ci sta, anche se…, contemporanea folk, possibile definizione eppure… Alla fine, dopo averlo ascoltato e riascoltato (le dissonanze ricercate e voluttuose sono come il canto delle sirene per Ulisse, ti attirano e ammaliano) ho deciso di non definirlo se non come: un gran bell’album, un prodotto perfetto che solo grandi musicisti come il violoncellista Yo-Yo Ma (francese di nascita, figlio di cinesi americani), Stuart Duncan, qui al violino, Edgar Meyer, al contrabbasso e Chris Thile (si pronuncia Tili), cantante e mandolinista, potevano creare. Strumenti che si richiamano, dissonanze volute, archi e corde che sembrano suonare una partitura diversa dall’altra ma che alla fine si riuniscono in un ensemble logico e coerente. Il disco segue quello pubblicato una decina d’anni fa The Goat Rodeo Sessions. Bellissima The Trappings, dove alla “band” si unisce la cantante Aoife O’ Donovan, in duetto con Stuart ed Edgar, che ricorda i  primi Crosby, Stills & Nash. Il canto diventa uno strumento coerente. Allegria, voglia di danzare, richiamo di giornate assolate e praterie sterminate…

7 – GræMoses Sumney (uscito il 15 maggio)
Chi è Moses Sumney? Me lo sono chiesto più volte ascoltando il suo nuovo lavoro. Il precedente, dal titolo Aromanticism, era molto eloquente su come il ventinovenne californiano nato da genitori ghanesi, concepisce la vita. Græ, disco doppio, è uscito in pieno lockdown a febbraio e a maggio. Ed è un album che in qualche modo ha a che fare con il coronavirus e la quarantena. Insula, parlato, prologo del lavoro, definisce l’isola fisica ma anche, in doppia rilettura, quella mentale. Da qui parte il suo viaggio psichedelico fatto di strumenti “fisici” e tanta elettronica che usa in modo naturale. Oltre che un musicista, Moses è un grande performer, uno che sembra nato sul palco. Ha presenza, cattura, esperimenta, provoca, definisce. La sensazione all’ascolto è di un’opera fatta per riempire la tua isola e farti vedere il mondo intorno. L’a-romantico Moses diventa estremamente romantico in Polly, brano con video annesso da manuale. Ne avevo parlato il 18 maggio scorso in questo post. Brillante ed energizzante…

8 – ContemporaneoClaudio Sanfilippo (uscito il 22 maggio)
Ecco un disco che rende giustizia a un periodo della mia vita, quello del cantautorato, da Dalla a De Gregori, Da Guccini a Sanfilippo, appunto. Milanese, 60 anni, oltre che cantautore è scrittore, poeta, comunicatore… “Personaggio eclettico che di musica e versi non può proprio farne a meno”, lo presentavo il 21 ottobre scorso in un’intervista. L’album è l’effetto del lockdown, effetto benefico, perché Sanfilippo ha fatto di necessità virtù, riprendendo vecchi brani, alcuni mai pubblicati, componendone di nuovi, ragionando sulla vita. Riflessioni utili, almeno per me. E anche per Claudio a ben ascoltare, visto che le 14 tracce che compongono questo disco non sono solo canzoni ma “canzoni d’autore”, come lui stesso chiede sia definito il suo lavoro. Ragazze del Lago, El Pepe e Angelina sono le mie preferite, le potrei far girare all’infinito…

9 – Rough and Rowdy WaysBob Dylan (uscito il 19 giugno)
Il 30 marzo scorso – e rieccoci ancora lì in quel benedetto lockdown – usciva una canzone, così, apparentemente a caso. Ma non potevi ignorarla, per la sua semplice bellezza e per l’autore, quel Bob Dylan che a 79 anni è tornato più vivace e motivato che mai. Era Murder Most Foul. Nel post che avevo scritto quel giorno, chiudevo con questa considerazione: «Una musica che fa riflettere, a prescindere, che ti aiuta, chiuso nel tuo studiolo di casa, o seduto sul divano a guardare il mondo là fuori che sembra passi tutto uguale, tutti seduti nelle nostre personali panchine solitarie. Un’opportunità per guardarci dentro, per essere schietti con noi stessi, su cosa siamo oggi e sui nostri piccoli Murder Most Foul che riponiamo dentro di noi senza avere il coraggio di gridarli al vento… Passerà, passerà, grazie anche a lui e alla musica…». Poi, come un’altra goccia preziosa, arriva I Contain Multitudes ad aprile e l’annuncio dell’uscita del disco. Ed eccolo qui, ruvido, blues, tagliato con l’accetta, sentimentale senza smancerie, bello. Vi lascio con Goodbye Jimmy Reed

10 – Mi ero perso il cuoreCristiano Godano (uscito il 26 giugno)
Il primo lavoro da solista del leader dei Marlene Kuntz mi ha incuriosito assai. A partire dal titolo. Lui, Cristiano Godano lo ha definito «una collezione di canzoni che raccontano i demoni della mente». Parte forte Cristiano, con un brano, La mia Vincita, che ricorda atmosfere alla Dylan, di cui sopra. Poi prosegue con testi attenti e sonorità ricercate. Mi ascolto spesso Lamento del depresso ma anche Padre e Figlio e la seguente Figlio e Padre, gioco voluto e molto intimo di punti di vista. Sì, mi piace proprio Mi ero perso il cuore. A proposito di canzoni d’arte…

Venti dischi (più uno) per raccontare un anno particolare/1

 

Frame da “Il Mondo In Testa” di Gegè Telesforo, opera dell’artista newyorkese Dominique Bloink

Il 2020 ha imboccato il suo declino. È passato in un lampo quest’anno, dove nulla o poco sarà come prima, atroce per molti versi, pensieroso per altri, comunque vacillante. Non credo di scrivere cose nuove, ma mi sono sentito come una barca in balia delle onde. Adoro il mare ma lo soffro, e tanto.

Il coronavirus mi ha attaccato. Ne sono uscito bene, ma con una fatica immensa. In mezzo alla malattia, alla paura che mi è rimasta a distanza di mesi, oltre alla perdita del gusto e dell’olfatto (cosa che per un veneto, amante del buon vino, considero un inconveniente davvero disastroso!), al lavoro sempre più precario che richiede doti impensabili di equilibrismo, una delle poche cose che mi ha aiutato a trovare delle ragioni di piacere è stata la musica.

In quest’anno ho intervistato artisti incredibili, ho cercato di tenermi lontano dal mainstream perché lì fuori c’è un mondo di note eleganti, creative, sincere, ho parlato con professionisti e docenti che mi hanno spiegato il valore di quest’arte antica quanto l’uomo, ma soprattutto ho ascoltato, ascoltato e ascoltato.

Tra le centinaia di album che sono passati in cuffia ne ho scelti venti (più uno – poi vi spiegherò il perché). Li dividerò in quattro post, cinque per ognuno. E per ciascun album vi racconterò perché quelle canzoni/brani hanno catturato la mia attenzione, quali sensazioni mi hanno dato. Noterete che in questi dischi c’è un inconsapevole filo comune, il viaggio inteso come integrazione, conoscenza, scoperta, intreccio.

C’è di tutto, rock, pop, soul, jazz, blues, indie, world, americana, classica contemporanea. Brani e canzoni che mi hanno accompagnato nel corso di questo 2020 con dolcezza, rabbia, amore, pace, euforia, voglia di viaggiare e ansia di conoscere.

Ultima annotazione: li presento in rigorosa sequenza di uscita.

1Caetano VelosoCaetano Veloso & Ivan Sacerdote (uscito il 16 gennaio)
Caetano, dall’alto dei suoi 78 anni portati con l’allegra saggezza di un artista completo, si diverte, come in una serata tra amici musicisti, a suonare alcune delle sue canzoni più belle e interessanti affidandosi all’improvvisazione di Ivan Sacerdote, un clarinettista poco più che trentenne, carioca di nascita ma cresciuto a Salvador da Bahia, terra di Veloso. C’è jazz, choro, paz e alegria nei suoi interventi, mai prevaricanti ma sempre necessari. Si dice che Caetano sia rimasto colpito del suo talento. E noi con lui. Da Peter Gast a Onde o Rio é mais Baiano, da Trilhos Urbanos a Desde que o Samba é Samba è un percorso carico di ricordi, un altro cameo della MPB (la Música Popular Brasileira). Per me, mezzo brasileiro acqusito, ogni ascolto equivale a obbligarmi a scavare nei ricordi, un modo sincero e aperto di fare i conti con gli anni che passano…

 

2MorabezaTosca (uscito il 14 febbraio)
Se c’è un’artista italiana che stimo incondizionatamente è proprio lei, Tosca, al secolo Tiziana Donati, romana, 53 anni. Oltre ad avere la fortuna di avere una voce semplicemente bellissima, si sente – e qui sta il valore di un vero artista – il lungo e faticoso studio per perfezionare un talento naturale. Una formazione continua, si potrebbe dire, che l’ha portata a curiosare nella musica del mondo. Incontro fortunato con Joe Barbieri, musicista e produttore saggio, che ha saputo far emergere le doti di Tosca. Non manca il Brasile con Lenine, La Bocca sul Cuore, Mio Canarino, canzone tradotta dal portoghese in italiano di Marisa Monte o Naturalmente, brano di Barbieri in duetto con un altro geniaccio della musica colta brasiliana, Ivan Lins. C’è anche un brano in francese Sérénade de Paradis, tradotto da una canzone in romanesco da Enrico Greppi della Bandabardò e uno cantato in arabo tunisino, Ahwak, con Lofti Bouchnak, e una splendida Giuramento, con un grande Gabriele Mirabassi al clarinetto. Non manca un duetto con Arnaldo Antunes, un tempo nei Titãs, band rock di São Paulo, e poi nel progetto Tribalistas con Marisa Monte e Carlinhos Brown (João). Ascoltarlo mi ha fatto viaggiare proprio quando il primo lockdown ci ha chiuso a doppia mandata. Grazie!

3 – ForeignerJordan MacKampa (uscito il 13 marzo)
È stato una bella scoperta questo ragazzo di 25 anni, nato in Congo e trasferito con la famiglia da piccolo a Coventry, Inghilterra. Due EP all’attivo, più qualche singolo, ha pubblicato finalmente il suo primo vero lavoro. Ed è un piacevole percorso di 42 minuti per undici brani dove senti tutta l’energia che si è impegnato a trasmettere. Parte forte con Magic, come lui stesso lo definisce, un brano di bossa nova, infuso di samba, una di quelle canzoni che non ti escono più dalla testa. A MacKampa piace contaminare, le radici ritmiche d’origine ci sono tutte, come la leggerezza di un mix di generi che costruiscono un genere tutto suo. La voce aiuta certo, e si capisce che tra i suoi punti di riferimento c’è quel gran istrione di Michael Kiwanuca, oserei definirlo uno dei suoi padri putativi. Me lo sono goduto questo disco, più e più volte, coinciso nel mio “periodo Covid”. Se dovessi etichettarlo, direi, un album pieno di speranza…

4 – Il Mondo in TestaGegè Telesforo (uscito il 27 marzo)
Che dire di Gegè, una delle voci jazz (trasversali) più belle che possiamo vantare in Italia, oltre che polistrumentista. 
Conosciuto molto più all’estero che in Patria, ma questo è un canone rispettato… Gegè ha la musica nel cuore, insegna a viaggiare tra le note del mondo dal suo programma radiofonico Sound Check, e questo disco ne è la prova più evidente. Un po’ la “summa” di quello che significa essere un artista come lui. Ha anche un particolare fiuto nella ricerca di giovani talenti, che coopta nei suoi lavori per far emergere quel sound inconfondibile che gli permette di usare la voce nelle sue improvvisazioni virtuose (scat). Se volete rileggervi l’intervista che ho fatto a Gegè, qui il link. Se Jordan MacKampa rappresentava la speranza, Gegè Telesforo è stato per me l’allegria, la bellezza delle contaminazioni, di un mondo a disposizione incredibilmente aperto e ricettivo, nonostante ne potessi guardare solo un piccolo quadrato dal mio terrazzo (qui Il Mondo in Testa).

5 – INFERNVUMClaver Gold & Murubutu (uscito il 31 marzo)
L’Inferno di Dante Alighieri trasposto in rap. Niente di più azzeccato per il momento che il mondo stava (e sta ancora) vivendo. I due musicisti romani, novelli Dante e Virgilio, hanno messo in rap con grande bravura e un’attenta ricerca dei testi, una trasposizione della prima delle tre cantiche del divino poeta. Ascoltatevi Caronte.

Ed eravamo nudi come appena nati

Soli dove il mondo ci ha dimenticati

Sporchi, raffreddati, tesi e spaventati

Nell’attesa d’esser traghettati, presi e giudicati

Conati, bile, sangue e lacrime si fan vapore

La dura voga del traghettatore peccatore

Un’eco d’onda sopra l’Acheronte fa rumore

Ora è il momento di pregare forte il tuo Signore

Stringevo forte due monete per pagare il pegno

Per pagare il legno, soprattutto per sentirmi degno

Di traversare il fiume nero e poi scordare l’eros

Sono solo un passeggero in fuga verso il nuovo regno

Ed ora vieni, occhi di fuoco, vieni al tuo lavoro

Vieni ancora per fermare il gioco, poi torna per loro

Torna per l’oro sopra gli occhi con i remi rotti

Torna per chi in certe notti si è sentito sempre solo

Un gran bel lavoro, non facile. Soprattutto nel mondo del rap italico. Di grande sensibilità, giusta rabbia, destini inevitabili. La colonna sonora perfetta di questi mesi. Tutto, dalla superbia all’avarizia, dalla lussuria all’invidia, dalla gola all’ira, all’accidia viene cantato e riportato con cristallina lucidità a oggi, un’attualità sconcertante. Per me il più bel lavoro hip-hop (italiano) dell’anno.

Maradona: reggae, rap, tango, pop. Così El Pibe ha stimolato la musica

Diego Armando Maradona se n’è andato ieri a 60 anni. Il mondo lo sta celebrando, Napoli piange come l’Argentina, anche il grande Brasile e Pelé si inchinando davanti alla sua morte e al dolore. L’uomo, l’atleta, il mito e il genio, l’eccesso e il pentimento, l’obesità e la forma perfetta, la povertà e la ricchezza, l’amicizia con Fidel Castro e quella con i clan camorristici. Maradona primo e sempre in soccorso degli ultimi.

Diego Armando è stato e sarà ricordato per tutto questo. Lui e il suo opposto. Dio e uomo. Queste sue dualità, diavolo e acquasanta, lo hanno reso famoso anche in musica. Non è un caso che sia venerato e “usato” nel mondo del rap. Di canzoni che portano come titolo il suo nome ce ne sono parecchie. I duri, tutto coca, collane, ganja, soldi, donne a volontà, borse firmate cariche di erba l’hanno visto – e lo vedranno – come esempio da portare e protagonista di rime da costruire.

Ascoltate Diego Armando Maradona dalla romana Dark Polo Gang del 2018: La mia ragazza segue la moda/ Io seguo i soldi e la droga/ DarkSide baby Diego Armando Maradona/ In questa merda corro tipo maratona/ Mi serve una macchina nuova/ Mi serve una due posti rossa…

Anche A.L.A., rapper tunisino, canta e immagina di essere come Maradona che può avere tutto, annessi e connessi. E potremmo continuare con Colza, giovane rapper di Cantù (2019): La vita di Diego i soldi di Pablo, trappa…

Ho pensato così di mettere “in ascolto” alcuni brani che portano il suo nome. C’è di tutto dal rap, appunto, al romantico latino, persino un suo cameo in una canzone, la trovate sul disco del Club Atletico Boca Juniors (2013), dove El Pibe de Oro aveva militato. El Sueño del Pibe, questo è il titolo del tango registrato nel 1942, testo di Reinaldo Yso (fu anche un calciatore) e del musicista e bandeonista Juan Puey. Lui la cantò negli anni Ottanta, inserendo anche se stesso nella consacrazione dei grandi giocatori, e mostrando pure di avere una gran voce… L’altro, con i Pimpinela, (al secolo Joaquín e Lucía Galán) duo argentino di grande successo. Il mio, il nostro piccolo omaggio in dieci canzoni… 

Per ascoltarle, cliccate sulle immagini…

La Mano de Dios (2011)
Rodrigo

Tango de la buena suerte – da Passi d’Autore (2004)
Pino Daniele

El Sueño del Pibe
Diego Armando Maradona

Maradona – da Honestidad Brutal (1999)
Andrés Calamaro

Diego Armando Maradona
Dark Polo Gang

Santa Maradona (Larchuma Football Club) – 1994
Mano Negra

Maradona (2019)
A.L.A. (feat. El Castro)

Maradona – da Avete ragione tutti (2016)
Canova

Querida Amiga – da Lo mejor de Pimpinela 1982
Pimpinela e Diego Armando Maradona

O’ reggae ‘e Maradona – da Senza Limiti (2007)
Jovine

 

1980, l’anno del terremoto in Irpinia ma anche…

Il ricordo fa sempre presa. Ricordare fa bene, ti costringe a scavare nelle tue memorie, a ritrovare fatti accaduti che avevi messo in stand by. Oggi tocca al terremoto dell’Irpinia, quei 90 secondi di terrore che nella serata di quella domenica novembrina di calcio, castagne e copertina sul divano, fecero precipitare all’inferno il sud del Paese: 2914 morti, 8848 feriti, 350mila case crollate o seriamente danneggiate.

Sono quarant’anni che è successo. Il 1980 – si potrebbe dire per quasi tutti gli anni, ma in questo caso è più vero che mai – è stato uno spartiacque, un anno dove nel mondo sono successe tante cose importanti. A partire dal terremoto irpino, certo, ma anche in politica estera, nello sport, e soprattutto nella musica.

Mi sono sforzato di ricordare cosa stessi facendo nell’esatto istante della brutale scossa tellurica (è una mia mania-ossessione cercare di ricordare dove mi trovavo in un momento topico, fatto male, lo so…). L’unica ricordo che ho, a parte una colazione silenziosa con i miei amici dell’università la mattina dopo, era il mio walkman regalatomi da pochi mesi che stavo sfruttando al massimo. In quel periodo mi ero fissato con Nero a Metà, disco fondamentale di Pino Daniele (ascoltate A me me piace ‘o Blues), uscito il primo giorno di primavera di quell’anno. Avevo anche la cassetta di Dalla – qui Il Parco della Luna – altro album bellissimo dell’immenso Lucio uscito, se non ricordo male, il 1 gennaio (ai tempi giravo con una coppolina in lana che avevo costretto mia madre, santa donna, a “confezionarmela all’uncinetto” su misura, identica a quella fotografata nella cover dell’album, quest’ultima un bellissimo colpo di genio: Lucio a tutta coppola, con gli occhialini rotondi appoggiati sopra  e quegli occhi che spuntano, interrogativi e vivaci, all’insù).

Ritorniamo al 1980. Sempre il primo di gennaio usciva Seventeen Seconds dei Cure, disco da molti considerato uno dei migliori  della band di Robert Smith, se la gioca con Disintegration del 1989, (qui A Forest). Mentre il 3 vedeva la luce il primo LP dei Pretenders, che portava semplicemente il nome della band, ancora in attività. Vi ricordate la strasuonata Brass in Pocket?. Della formazione originale rimane solo la chitarrista e cantante Chrissie Hynde. I Peetenders hanno publicato un Ep dal titolo 2000 Miles proprio tre giorni fa.

E mentre la band angloamericana scalava le classifiche, Björn Borg furoreggiava a New York vincendo il suo primo ATP Masters Grand Prix di tennis. Salirà sul podio anche in Francia al Roland Garros a giugno e il mese successivo, a Wimbledon, dove disputerà una delle più belle partite della storia del tennis contro John McEnroe. L’americano si rifarà contro Borg agli US Open qualche mese dopo.

Rimbalziamo indietro a gennaio per un attimo: il 16, Paul McCartney, appena atterrato in Giappone, viene arrestato perché trovato in possesso di marijuana. Le cronache narrano che Sir Paul si fece nove giorni di galera, dove suonò per i poliziotti, cancellando – e risarcendo il pubblico – la tournée degli Wings nel Sol Levante…

Intanto la visionaria opera di Roger Water e dei Pink Floyd, The Wall, uscita a fine 1979, scala di prepotenza le classifiche di tutto il mondo (era uno dei nastri che ho consumato a forza d’ascoltarlo!), anche se in Sud Africa, sotto il regime dell’apartheid, a maggio, la seconda parte dell’album, quella che conteneva Comfortably Numb, per intenderci, viene bandita perché incitava alla rivolta.

E mentre Egitto e Israele si scambiavano gli ambasciatori iniziando per la prima volta le relazioni diplomatiche il 26 febbraio, dopo la firma del trattato di pace avvenuta 11 mesi prima, il 27 Billy Joel vince il Grammy Award per 52nd Street, album del 1978, vi ricordate Honesty, Rosalinda’s Eyes, My Life, Big Shot…?

In Italia, il 9 marzo Edoardo Bennato riempiva gli scaffali dei negozi con Sono solo Canzonette, uno dei suoi lavori più fortunati. La storia di Peter Pan fa presa. Come dimenticare L’Isola che non c’è?

Volando oltremanica, il 14 aprile usciva il primo album di un gruppo che diventerà leggenda per i metallari di tutto il mondo, quello degli inglesi Iron Maiden che si conquisteranno a suon di riff estremi e generosi il trono dell’heavy metal. Copertina d’effetto dell’illustratore inglese Derek Riggs, che seguirà la band fino al 1990 creando una sorta di storia a fumetti dark che farà la fortuna commerciale della band. Ascoltate Phantom of the Opera.

Il 1980 è anche l’anno della morte di Josip Broz, il maresciallo Tito, avvenuta il 4 maggio: l’uomo che aveva tenuto insieme la Jugoslavia dal 1953 spariva lasciando un paese che nel giro di pochi anni si farà a pezzi, un’autodistruzione programmata. Sempre per la cronaca, il 24 giugno un  DC-9 della Itavia in servizio tra Bologna a Palermo con 81 persone a bordo cade nelle acque vicino a Ustica. Tutti morti. Dopo anni e anni di indagini, nessun colpevole ma una certezza quasi acclarata: il DC-9 si era trovato nel mezzo di una battaglia tra aerei libici e Nato. Per l’Italia non finisce qui: il 2 agosto scoppierà la bomba alla stazione di Bologna. Un’altra strage: 85 persone rimangono uccise e duecento ferite. L’incubo dell’eversione nera collegata a elementi deviati dello Stato si ripresenta dopo la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano (1969), quella di piazza della Loggia a Brescia e l’altra sul treno Italicus (entrambi 1974).

Rimanendo tra chitarre “cattive”, bassi e batterie, il 25 luglio segna l’uscita di un altro incredibile disco rock, uno dei più famosi – venderà oltre 50 milioni di copie: è Back in Black degli AC/DC (ne ho parlato in un recentissimo post scritto in occasione dell’uscita di Power Up, il nuovo disco).

E veniamo a settembre. Il 20 Ozzy Osbourne pubblica il suo primo album da solista, Blizzard Of Ozz, quest’anno, manco a dirlo, è uscita una “Expanded Edition”. Quel disco, dopo lo scazzo con i Black Sabbath e la sua profonda depressione, è il lavoro della rinascita del “morsicatore di pippistrelli”, in gran vena creativa grazie anche a una band di tutto rispetto: il chitarrista Randy Rhoads (ex Quiet Riot), il batterista Lee Kerslake (ex Uriah Heep) e il bassista e paroliere Bob Kerslake (ex Rainbow). Una per tutte, certamente autobiografica: Crazy Train.

Il 23 è un’altra data da ricordare per chi ha vissuto un certo tipo di eroi epici: Bob Marley tiene con gli Wailers il suo ultimo concerto dal vivo allo Stanley Theater di Pittsburg, in Pennsylvania, dopo aver pubblicato, il 10 giugno, il suo ultimo album, Uprising. Morirà l’11 maggio del 1981.

Il 25 un lutto scuote e getta nella disperazione il mondo della musica: muore John Bonzo Bonham, il formidabile batterista dei Led Zeppelin, un’overdose alcolica, soffocato nel suo vomito. Tre mesi più tardi, il 4 dicembre, la band annuncia che si ritirerà dalle scene…

Passiamo a ottobre: il 17 i Dire Straits pubblicano Making Movies, album romantico e geniale, che permette a Mark di esprimere al meglio la sua creatività e bravura. Contiene alcune tra le canzoni più fortunate di Knopfler e soci, da Tunnel of Love a Romeo and Juliet. In Inghilterra rimane in classifica per 252 settimane consecutive, mentre nel nostro Paese fa il botto: oltre un milione di copie vendute, sarà l’album più gettonato del 1981.

Invece, il 24 John Lennon pubblica la sua (Just Like) Starting Over, primo singolo in preparazione dell’album Double Fantasy in uscita a firma anche di Yoko Ono il 17 novembre. Il 4 dello stesso mese si terranno le elezioni americane. Il mondo vedrà arrivare alla Casa Bianca un ex attore hollywoodiano: inizia l’era di Ronald Reagan che vincerà surclassando Jimmy Carter (in carica). Il mondo si avvia verso una nuova fase… ma qui è tutta un’altra storia…

Ramy Essam, il suo rock di denuncia e il premio Tenco

Ramy Essam – screenshot video

Ritorno su un tema che avevo aperto qualche mese fa: il rapporto tra arte e regimi. Lo avevo fatto con un post pubblicato in agosto prendendo spunto dalla rielezione a premier della Bielorussia, del “democratico” Aleksandr G. Lukashenko, al potere da 26 anni consecutivi.

Oggi il rapporto tra arte, conoscenza e regimi è quanto mai in primo piano. Anzi, ci scuote da vicino, ed è il titolo di apertura di uno dei principali quotidiani in edicola, oltre che di news dei maggiori notiziari televisivi e web, a partire da Tgcom24.it. Lo stavamo aspettando da quel 3 febbraio del 2016 quando fu trovato senza vita  in un fossato sulla strada Cairo-Alessandria, massacrato e torturato, il corpo del giovane ricercatore friulano Giulio Regeni. Da allora il governo egiziano ha preso tempo e preso per i fondelli, ha negato, assicurato e deviato… Però, forse, se non giustizia, almeno verità (quella chiesta a gran voce da migliaia di italiani) sugli autori dell’omicidio sta venendo fuori, inoppugnabile, grazie a dei giudici testardi e inflessibili.

E mi riallaccio alla musica, non vi preoccupate, non siete sul blog sbagliato! Uno dei fattori di forte preoccupazione del regime egiziano è Ramy Essam, 33 anni, rocker che ha acceso la rivolta di piazza Tahir nel 2011 con il suo entusiasmo e le sue performance, e che per questo e per altre canzoni di denuncia, una per tutte Balaha scritta contro al Sisi, ha dovuto lasciare l’Egitto altrimenti sarebbe stato arrestato, con tutti gli annessi e connessi del caso. 

Vive e lavora in esilio, in Europa, molti suoi amici e collaboratori sono stati messi in carcere, il videomaker di Balaha, Shady Habash, «dopo 800 giorni di carcere è morto, ucciso per negligenze mediche» come ha ricordato lo stesso artista ieri sera durante l’intervista che Diego Zoro Bianchi gli ha fatto su Propaganda Live. L’arte fa paura, che sia espressa sotto forma di musica, pittura, teatro, cinema… «Abbiamo bisogno di arte in politica e di arte politica», ha sostenuto Ramy, sempre ieri sera. 

Per il suo impegno s’è aggiudicato una delle targhe del “Tenco” 2020, grazie a un nuovo premio istituito quest’anno con il chiaro scopo di sensibilizzare il più possibile sugli artisti perseguitati dalle dittature, dedicato alla band turca Grup Yorum. Il regime di Erdogan ha usato il pugno di ferro contro di loro, impedendogli di esibirsi, incarcerandone alcuni, tre membri sono morti facendo lo sciopero della fame per chiedere democrazia e libertà, parole che Erdogan, Al Sisi e tanti altri loro simili con cui facciamo ogni giorno affari, hanno cancellato dai loro vocabolari.

Freemuse, ong indipendente che si batte per la libertà d’espressione artistica e la diversità culturale, nel suo report annuale The State of Artistic Freedom, pubblicato il 15 aprile scorso in concomitanza con la Giornata Mondiale dell’Arte, ha registrato 711 atti di violazione della libertà artistica nel 2019 in 93 Paesi. La percentuale maggiore di “attacchi” alla libertà d’espressione è rivolta ai musicisti (32 per cento).

Il problema sta proprio qui, senza rischiare di cadere nel retorico. Uomini potenti, che schiacciano vite senza porsi troppi problemi, hanno paura di note e versi, hanno il terrore della non violenza perché le parole, le denunce, le note, i pennelli e i colori, la pietra scolpita e il cinema sono un terreno per la maggior parte di loro praticamente ignoto, a parte cercare di piegarlo – malamente – ai loro interessi. L’arte, la musica, sono passaporti per la libertà di pensiero, e per questo, armi letali per questi personaggi. Sostiene Ramy sul suo sito Internet: «La musica è l’arma pacifica più potente del mondo».

La storia finora ci ha insegnato che è una lotta persa, che dittature, più o meno ammantate di democrazia, esisteranno sempre perché questa è la natura umana e perché queste si intrecciano a interessi maggiori, quelli che noi poveri umani, semplici sognatori, non ci meritiamo nemmeno di conoscere e condividere. Ci vorrebbero più cultura e meno populismo, più informazione e meno fake news, più onestà intellettuale e meno settarismo, più musica e bellezza. Ci vorrebbero…

Spike Lee, un musical e il Viagra…

Nel gran bordello di queste ore tra bollettini (uno al giorno per la Calabria in cerca disperata di un commissario), proclami (ho trovato fantastico quello di qualche ora fa di Fontana, presidente della Regione Lombardia: «Siamo arrivati sul plateau, ora inizia la discesa», immagine plastica!) e vendette (esemplare il titolo sul New York Times: «Trump Fires Christopher Krebs, Official Who Disputed Election Fraud Claims», Trump licenzia – via Twitter – il responsabile della sicurezza e correttezza delle recenti votazioni che aveva osato dichiarare l’assenza di frodi…) c’è una news che mi ha messo di buon umore.

L’ha pubblicata una rivista americana, Deadline, giornale che fornisce breaking news da Hollywood (ripresa da molti giornali nel mondo): Spike Lee dirigerà un film musicale che racconta la storia del Viagra. Proprio lei. La pastiglietta blu che ha rivoluzionato la vita sessuale di milioni e milioni di persone prodotta dalla Pfizer, casa farmaceutica sulla cresta dell’onda oggi per il vaccino contro il Covid19, verrà dunque celebrata da un regista da sempre fuori dagli schemi, impegnato, sarcastico.

La sceneggiatura sarà scritta dallo stesso Lee e da Kwame Kwei-Armah (l’attore e drammaturgo inglese) ed è tratta da un articolo pubblicato sulla rivista Esquire da David Kushner dal titolo: All Rise: The Untold Story of The Guys Who Launched Viagra (Tutti si alzano: la storia mai raccontata dei ragazzi che hanno lanciato il Viagra).

E veniamo alla musica, il nostro piatto forte. Sempre secondo il giornale californiano sarà affidata al duo Heidi Rodewald & Stew, la prima, musicista specializzata in musical, il secondo, al secolo Mark Stewart, musicista e drammaturgo. Stew ha scritto e musicato con Heidi  Passing Strange, musical che fece un gran successo e che vinse il Tony Award nel 2008. Narrava le vicende di vita e artistiche di un musicista afro americano in Europa. L’opera rock fu ripresa dallo stesso Spike Lee nel 2009 con un docufilm sul musical dallo stesso titolo.

Ritorniamo alla magica pillolina blu e al film: il titolo non c’è ancora. Tanto che Deadline ci scherza su, invitando i suoi lettori a trovarne uno giusto… Fantasia all’opera!

“Power Up”, a voi il nuovo disco degli AC/DC!

Ed eccoli, son tornati… Dopo sette anni di silenzio dall’ultimo album pubblicato il 28 novembre del 2014, Rock Or Bust. Lì, a suonare la chitarra ritmica, non c’era già più Malcolm, ammalato e poi passato per sempre nelle praterie del Rock il 18 novembre 2017.

Gli AC/DC son tornati. Riapparsi plasticamente con Power Up, ve ne avevo parlato lo scorso ottobre, quando misero on air il brano di anticipazione del disco, Shot in the Dark, uscito, per una strana coincidenza, lo stesso giorno della morte di Eddie Van Halen. Oggi, 13 novembre ecco l’album in gran spolvero. In tanti lo aspettavano, anche il mio amico Andrea, avvocato di professione e collezionista seriale di vinili e cd di hard rock, punk e metal (17mila dischi e 14mila cd, mi inchino dinanzi a tanta potenza!).

A questo punto dovrei tentare una recensione. Fossi un critico, direi che i grandi maestri dell’hard rock ora sono dei ricchissimi pensionati pieni di acciacchi, sopravvissuti alle vicende di una band immolata al più puro istinto Rock. Brani più o meno simili e via discorrendo. Ma non voglio farlo, perché sarebbe sommamente ingiusto. La Young Family e i loro cari fratelli di palco sono degli strepitosi, potenti, onesti, indefessi lavoratori Rock. Si muovono all’unisono, non sono una band ma un uomo solo, un Mazinga perfetto, che esiste grazie al cuore e al sangue di tutti, anche di Stevie, nipote di Malcolm e Angus (detta così, può sembrare un ragazzino, ma  in realtà il figlio di Stephen Crawford Young Sr, fratello di Malcolm e Angus, morto a 56 anni nel 1989, l’11 dicembre prossimo compirà 64 anni, uno in meno di Angus…).

Lo ha confermato più o meno così lo stesso Angus, il boss del gruppo: gli AC/DC sono un palazzo con fondamenta profonde, ben costruito che difficilmente crollerà. Brani nuovi e ripresi da vecchie canzoni composte anche con Malcolm. Angus ci tiene a dirlo al mondo. Malcolm era duro, critico con se stesso e gli altri. È così che si sono mossi anche per Power Up. Lo spirito di Malcolm aleggiava a Vancouver dentro lo studio di registrazione…

Questo nuovo lavoro suona forte e chiaro. L’ho messo in cuffia e ho chiuso gli occhi. Sono loro, gli AC/DC, inconfondibili. Angus risolve i brani con riff che riescono ancora a sorprendere, Brian Johnson il cui canto suona, come ricorda il critico di Rolling Stones nella review del disco, come il tubo di scarico di un camion incazzato, ce la mette tutta e, credetemi, non è facile fare quel falsetto all’acido puro, soprattutto se l’anglo-italiano annovera 73 primavere.

Sono loro, certo, Angus stretto nel suo costumino infantile, Brian con la coppola British, Cliff Williams, 70 anni, con i suoi jeans attillati e un basso che ha l’effetto del martello di Polifemo, Phil Rudd, 66 anni, la faccia da duro e la cassa simile a un metronomo. E poco importa che il riff di Code Red assomigli decisamente a quello di Back in Black (album storico di cui si sono festeggiati i 40 anni in luglio, il vero grande successo planetario della band scritto per ricordare Bon Scott, l’allora cantante della band,morto per eccessi d’alcol, ufficialmente), o che la potente Demon Fire ricordi particolarmente Whole Lotta Rosie (brano tratto dall’album Let There Be Rock del 1977). La musica degli AC/DC è questa. Non si pretenda altro.

Una macchina oliata che esegue alla perfezione quel Rock incazzato e battuto che, partito dal Blues è diventato Hard Rock e che è stato imitato da generazioni. Questi sono e questi rimarranno, consapevoli di essere, nonostante gli anni e gli acciacchi, sempre i migliori. Pochi possono permetterselo. Forti dei milioni e milioni di dischi venduti, della potente presenza sul palco e dei riff di Angus che hanno fatto studiare centinaia di chitarristi o aspiranti tali.

Ascoltare e – si spera – andare anche a vedere gli AC/DC è come entrare in un Luna Park dove sai quello che trovi, persino le emozioni che proverai. O come degustare un invecchiato e buon whisky delle Highlands. I sapori, i retrogusti, l’esplosione dell’alcol in bocca… tutto quello che ti aspetti. Anzi, meglio!

Consoliamoci con John Lennon!

Dunque, Joe Biden ce l’ha fatta. Donald Trump non vuole riconoscerne la vittoria e non molla l’osso, anche se la sua cheerleader italiana ha cambiato repentinamente mascherina. C’è una lieve flessione di contagi Covid nell’Italia del nuovo Lockdown e dei nuovi colori… anzi no, mi correggo, siamo ancora in risalita (chi ci capisce qualcosa è davvero bravo…). Il mondo del calcio è praticamente in bancarotta e dopo due anni di indagini sul crollo del ponte Morandi sono finiti agli arresti domiciliari gli ex top manager di Aspi…

In questo strano momento dove i fatti si accavallano nuotando come ectoplasmi nella bolla pandemica, abbiamo bisogno più che mai di “far fuggire” la mente. Tra meno di un mese ricorrono i quarant’anni dall’assassinio di John Lennon, che il 9 ottobre scorso avrebbe raggiunto il traguardo delle 80 primavere. Proprio con Lennon vorrei chiudere questa giornata – almeno a Milano – grigia e umida con un sole malaticcio che stenta a uscire.

Vi propongo cinque brani dell’ex Beatles, da riascoltare quando vi sentite smarriti dalle news e dal mondo…

Instant Karma! Why in the world are we here? Surely not to live in pain and fear 

Mother Mother, you had me but I never had you/ I wanted you,/ You didn’t want me/ So I, I just got to tell you/ Goodbye goodbye

Isolation We’re afraid of everyone / Afraid of the sun/ Isolation/ The sun will never disappear/ But the world may not have many years/Isolation

Gimme Some Truth All I want is the truth / Just gimme some truth / I’ve had enough of reading things / By neurotic, psychotic, pig-headed politicians / All I want is the truth

Mind Games Love is the answer/ And you know that, for sure/ Love is the flower/ You gotta let it, gotta let it grow