Pop Coreano: KBLUE, un italiano a Seul

Può sembrare strano che vi parli di Kpop, il pop Coreano, genere mainstream costruito a tavolino dove la musica non è la protagonista principale, ma appena una comprimaria. Dove tutto viene deciso fin nei minimi particolari, in una sorta di rigorosa catena di montaggio che finisce per rappresentare la negazione della musica e dell’artista stesso, sacrificati a un bene maggiore: la felicità dell’ascoltatore e i conseguenti lauti introiti di un sistema oliato alla perfezione.

Il Kpop andrebbe studiato a fondo per capire come sia riuscito a sfondare nel mondo occidentale, quali siano i suoi segreti per conquistare a strascico migliaia di adolescenti e giovanissimi adulti.

Ho deciso di parlarne perché ho conosciuto un trentenne romano, Fabio Demofonti, in arte KBLUE, che s’è innamorato del genere al punto da farlo diventare il suo lavoro. Da un paio d’anni vive in Corea del Sud, s’è messo a studiare Kpop con abnegazione, ogni giorno ore e ore di concentrazione e fatica tra lezioni di canto, lingue, ballo, esercizi obbligatori in palestra, prove su prove. Diventare un “Idol” è difficile, come vincere al Superenalotto, ma chi ci riesce si aggiudica il jackpot!

Ora mi direte: ma cos’è, uno scherzo? No affatto, anche perché Fabio ha una solida cultura orientale alle spalle, coltivata sin da piccolo. Sa parlare correttamente il cinese – lo ha studiato in una università in Cina – il coreano, il tagalog, la lingua filippina, oltre, ovviamente all’inglese e ad altre lingue/dialetti asiatici. Nelle Filippine è diventato una star, grazie ad alcuni fortunati singoli.

Dopo averci riflettuto a lungo, ho deciso di chiamarlo. Ci siamo dati appuntamento a un’ora accettabile per lui e per me visto il fuso orario e i suoi impegni di studio e lavoro, e ci siamo presentati… Due realtà opposte a confronto!

Fabio raccontami di te: perché ti sei appassionato al Kpop e alla Corea del Sud?
«Probabilmente in più vite precedenti devo essere stato un coreano o quanto meno, un asiatico, perché ho sempre avuto un’attrazione per tutto ciò che riguarda l’Asia e la sua cultura in generale. Dieci anni fa sono andato a studiare il cinese in Cina, all’università. Il Kpop l’ho scoperto lì: in quel periodo lavoravo in una discoteca. Una sera, il dj mette una canzone e vedo che tutti quanti iniziano a ballare allo stesso modo, all’unisono. Sorpreso, vado subito dal disk jockey a chiedere informazioni. Era una band KPop. Quel genere mi ha coinvolto e affascinato fin da subito: come poteva un brano avere la forza di far danzare una discoteca intera allo stesso modo, tutti perfettamente sincronizzati? Quel gruppo non esiste più, s’è sciolto. È un’altra caratteristica del genere: una band non dura più di 7/8 anni, salvo che non rinnovino i contratti. In quell’istante ho deciso che sarei diventato il rappresentante italiano del pop Coreano».

Quanto incidono le label sulla nascita di queste pop band? C’è un mercato mostruoso!
«Le case discografiche sono determinanti. Innanzitutto perché hanno la disponibilità di farti crescere e investono tantissimi soldi. Ti parlo in base alla mia esperienza: la formazione di cantante KPop è un grosso investimento di tempo e di denaro. Non so se hai visto i video dei cantanti coreani: altro mondo rispetto a quelli italiani. Il video è il vero biglietto da visita dell’artista, e, in quanto tale, viene curato nei minimi dettagli. Le case discografiche poi sono fondamentali nella scelta dei componenti del gruppo. Seguono un format oliato: c’è il rapper, immancabile, il ballerino, la voce solista…».

Quindi, le case discografiche fanno molto scouting…
«Sì, in molti modi. Per esempio, qui ci sono tantissimi artisti che cantano per strada. Si propongono apposta nella speranza di essere adocchiati. Poi ci sono i provini, le audizioni. Ti presenti con il tuo brano, canti, balli, in base alle tue competenze. Ogni casa discografica ne organizza in modo costante. È figo perché ci sono tantissime persone che si presentano».

Cos’è che ti colpisce del fenomeno Kpop…
«A livello musicale, respiri il futuro, perché è tutto ricercato, moderno. È l’evoluzione dei generi nati in Occidente. È un pop che ha suoni molto sofisticati e innovativi rispetto al nostro mercato europeo e mondiale. E poi sono super vibe-positive».

Dalla tua esperienza, solo un’evoluzione del pop occidentale?
«Il Kpop, letteralmente, è la versione coreana del pop. I primi gruppi degli anni Novanta, maschili e femminili, si basavano sulle Spice Girl o sui Backstreet Boys. Poi c’è stata un’evoluzione totale. Oggi le boy/girlband mondiali sono pochissime. Di quelle rimaste, praticamente solo le inglesi Little Mix sono le uniche che ballano e cantano. Mentre qui avere una coreografia in quasi tutti i video è importante. Ciò impone una formazione costante, lo vedo io stesso: ore e ore di canto, ballo, preparazione atletica, stretching. Tanta fatica viene ripagata, io stesso ho registrato un miglioramento enorme. I generale, le voci particolari, e noi ne abbiamo tante, vedi per esempio Gianna Nannini, non vengono prese in considerazione perché… non sono “cool”».

Quanti gruppi ci sono attualmente in Corea?
«Non li ho mai contati, comunque tanti, e ne escono continuamente di nuovi. I BTS (quelli che lo scorso anno sono entrati di prepotenza nelle classifiche degli States, ndr) vengono dalla Hybe, casa discografica che ha avuto solo boyband, gruppi di “idol” maschili. Una decina di giorni fa la label ha pubblicato il suo primo gruppo femminile. Le principali case discografiche, vedi la SM, la YG Entertainment, quella delle Blackpink, la P Nation, fondata da PSY (ricordate il tormentone Gangnam Style?, ndr) quest’ultima tratta solo cantanti e non boyband, hanno grandi mezzi a disposizione. Tra l’altro, PSY ha pubblicato recentemente un nuovo disco, PSI 9th, l’hai ascoltato?».

No, ho ricevuto il comunicato stampa ma…
«Ha fatto un brano, That That con Suga dei BTS, fichissimo! È stato numero uno in molte classifiche mondiali. Si tratta di un’operazione sicuramente studiata, comunque ha delle canzoni super orecchiabili, vedi Celeb».

Fabio, tu suoni, componi i tuoi brani?
«Non suono, ma ballo, canto e scrivo le mie canzoni. Poi mi faccio aiutare da un Producer coreano, perché sì, ascolto molto Kpop, ma non è sufficiente, devi affidarti comunque a loro».

Insomma, il Kpop è un fenomeno…
«È uno stile, in questo momento, quello più in voga al mondo, supervirale, grazie ai BTS. Quando ho scoperto il Kpop, dieci anni fa lo suonavano già in tutta Europa, tranne che in Italia dove è apparso da un paio d’anni. Mi ricordo le Girls’ Generation, si erano sciolte nel 2017 dopo dieci anni di attività…».

Curiosità: una volta sciolte le band, i singoli idol continuano la loro professione da solisti?
«È molto difficile che qualcuno rimanga. Secondo me perché, essendoci nel Kpop degli standard per quanto riguarda la costruzione di una band, il rapper, il solista, chi balla, chi fa i cori, nessuno nota i singoli in quanto tali. Vale il gruppo. Anche in Corea c’è la versione del cantante mascherato, quello di Raiuno. Capita molto spesso che  l’artista, una volta tolto il travestimento, non venga riconosciuto. Tutti sanno che è un idol, per evitare imbarazzi viene subito annunciato il suo nome dal presentatore: questo è il tale, degli Winner…».

Conta il gruppo e non il singolo…
«Sono poche le band che hanno la fortuna di avere idoli riconoscibili, perché personaggi particolari. Una di queste sono i BTS!».

Fabio torniamo a te: quanti anni hai?
«Trentatrè. Di solito l’età standard per un artista di Kpop è 20 anni. Sono visto come un’anomalia qui. Sono straniero e sono anche una testa dura, insisto, devo riuscire a raggiungere i miei obiettivi. L’ho sempre fatto nella mia vita. Ho pensato: parlo numerose lingue asiatiche, sono esperto di Kpop, canto e scrivo in coreano perché non dovrei riuscirci? Quando ho iniziato a bussare alle porte della case discografiche, mi snobbavano. Mi vedevano attraente, ma quando leggevano la mia età si ritraevano. E io spiegavo loro: “guardate che canto, ballo, parlo le lingue asiatiche”. Ho dovuto insistere e quando alla fine sono stato preso dall’agenzia che mi sta preparando, mi hanno messo alla prova facendomi fare il colloquio in mandarino con un’interprete cinese. Alla fine hanno capito che non mentivo e mi hanno scritturato. Una soddisfazione. Ho realizzato pochi giorni fa il mio primo progetto, vediamo quando ci sarà l’uscita ufficiale…».

La tua idea è entrare in un gruppo Kpop?
«Mi intriga tantissimo. È un mio obiettivo, parallelamente alla mia carriera da solista. La mia intenzione è di unire il pop coreano a quello italiano. Mi piace sperimentare…».

In Corea come ti vedono?
«Non ho fatto ancora apparizioni in tivù».

Ma nelle Filippine sei diventato un idolo, hai fatto un gran bel successo…
«Sì, nel 2015, un successo pazzesco. Ho fatto un primo tour di circa tre mesi, poi un altro di quattro mesi. Sono stato invitato in radio, ho fatto apparizioni televisive e concerti. Qui in Corea sono venuto a cercare un’etichetta discografica e a prepararmi, a studiare. Perché altrimenti non si arriva in televisione. Per loro è inconcepibile che uno che canta non sappia anche ballare. Come reputano assurdo che in Italia nelle apparizioni televisive gli artisti possano cantare live. Qui non lo si fa quasi mai, perché tutto deve essere perfetto, nessuna sbavatura. È un’altra visione della musica pop».

Raccontami la tua giornata tipo.
«Mi alzo alle sei. Faccio un’ora di meditazione. Poi studio quattro ore di coreano. Quindi pranzo e subito dopo inizio, con gli insegnati, a fare due ore di preparazione vocale e altrettante di ballo, quindi studio da solo fino a tarda sera. Fosse per loro dovrei farlo 24 ore su 24! All’inizio non riuscivo a tenere questi ritmi, è tutta questione di allenamento».

Hai fatto un video musicale…
«Sono rimasti piacevolmente sorpresi, perché noi italiani siamo molto espressivi, parliamo anche con il corpo, cosa che qui non riescono a fare, perché non fa parte della loro cultura».

Fabio, com’è la vita in Corea? Che tipo di società è?
«Ti racconto sempre in base alla mia esperienza: sono arrivato durante il Covid, quindi immaginati tutte le restrizioni, loro sono generalmente rigidi, fiscali. È pur vero che ho vissuto il Paese in un periodo stressato, al limite. Mi sono innamorato di questo posto perché qui vedi il futuro. Vengo da Roma, una città splendida che amo, però quando sono arrivato a Seul ho percepito che c’è qualcosa di più. È un luogo colorato, un modo diverso di vivere la metropoli. I colori danno positività, energia, fascino. Per quanto riguarda la mia vita personale in Corea, l’ho trovata un po’ difficile. Noi italiani siamo abituati ad abbracciare, baciare, vabbè che c’era il Covid, ma ho percepito molto la distanza, loro sono più timidi, introversi rispetto a noi».

Sono un po’ freddi ma musica e ballo li fa scatenare…
«Chi fa un mestiere come il mio ha ritmi diversi, ma la gente normale è molto tranquilla, in metropolitana ci sono cartelli ovunque che dettano regole: non mangiare, non saltare, non chiacchierare rumorosamente. E tutti normalmente si attengono. Avverti che è un posto sicuro. Di contro, ciò porta a essere meno creativi, meno individualisti… non sono abituati a esprimersi veramente».

I tuoi cosa dicono della tua scelta?
«Ah beh, loro si sono abituati. Sono andato a vivere in Cina a vent’anni, sono avvezzi alle mie particolarità».

Cos’è per te la musica?
«Energia, vibrazioni, divertimento, movimento, suono che ti entra in testa e ti emoziona. È positività».

Ascolti altri generi oltre al Kpop?
«Sì, molto “altro” pop. Di quello italiano sono sempre stato un fan di Alexia, adoro la voce di Elisa, Mahmood, le follie di Blanco, i Måneskin, Laura Pausini secondo me è un genio. Tra le star internazionali, Taylor Swift a Beyoncé che è un cavallo da battaglia, un’artista fenomenale!».

Tornando agli Idol: nelle apparizioni televisive è tutto playback, ma quando suonano in concerto?
«È praticamente tutto live, riescono a farlo perché si dividono le esibizioni, quindi ballano e cantano tenendo un intero show. Poi c’è tutta un’energia diversa, coinvolgi il pubblico…».

E la musica è ovviamente live?
«Affatto. Quella è tutta registrata!».

Daniele Falasca: Triade, famiglia, fisarmonica e jazz

Non so voi, ma quando sento suonare una fisarmonica o un bandoneon entro in catalessi. Assieme al contrabbasso e al violoncello sono gli strumenti che più modellano le mie emozioni. Vi dico questo perché mi è capitato tra le mani un lavoro uscito agli inizi di maggio dall’abruzzese Daniele Falasca, fisarmonicista e pianista di grande bravura, dal titolo Triade, pubblicato dall’etichetta Ars Spoletium – Publishing & Recording.

Un disco scritto di getto, come spiegato dallo stesso artista, prodotto e confezionato ancora caldo, dove troviamo jazz, tango, samba, frammenti di world music, citazioni classiche, richiami alla musica popolare della sua terra d’origine, elaborati in seducenti percorsi sonori che rimandano da un capo all’altro dell’Atlantico in un suggestivo vai e vieni di ritmi e armonie. 

Un bel disco, aperto, gioioso, che l’autore ha dedicato alla sua “piccola” famiglia.  Come spesso accade nel jazz, il titolo di un brano è l’input per immaginare visioni sonore, renderle quasi palpabili. Prendete Lety, la prima traccia, dove Daniele “racconta” la figlia Letizia. Un tema orecchiabile che parte sommesso e maestoso per poi esplodere in un carnevale carioca dove ballo, fiori, sole, caldo, tamburi esprimono tutta la carica vitale di una bimba ai suoi primi anni di vita. Triade, brano che dà il titolo all’album, descrive, invece, la vita frenetica del suo piccolo nucleo familiare composto da tre persone, un tango per immaginare e scandire la giornata tipo di casa Falasca. 

Daniele Falasca – Foto di Sergio Rapagnà

Esperienze, conoscenze reciproche. In questi otto episodi che si susseguono in una sarabanda di note, hanno dato il loro apporto Arturo Valiante al pianoforte, Marcello Manuli al basso e Glauco Di Sabatino alla batteria. C’è spazio anche per due featuring: il pianista Vincenzo Di Sabatino in Città delle Rose e Linda Valori nel riarrangiamento di uno standard, What a Wonderful World, eseguito magistralmente grazie a quella voce soul da pelle d’oca di cui Madre Natura l’ha dotata. 

In quest’ode alla felicità che è Triade, What a Wonderful World può suonare a prima vista “stonato”, estraneo. Eppure, a pensarci bene, è il timbro di gioia che Daniele ha voluto stampigliare sul suo lavoro. Il mondo è meraviglioso, soprattutto se il padre che stravede per la figlia piccola esprime con le note l’avventura di essere genitore, una piccola vita su cui si ripongono aspettative, sogni, desideri. Falasca nel 2017 aveva addirittura dedicato un intero album all’attesa e alla nascita della bimba …Aspettando Letizia.

Unico brano ammantato di un velo di tristezza, anzi, mi correggo, di nostalgia, è Chet, dedicato a Beker. Daniele non è nuovo a questi inserimenti, omaggi ad artisti che hanno contribuito alla sua formazione.

Per concludere: Triade è un disco ben riuscito dedicato agli affetti e all’amore, per la famiglia, per la fisarmonica, per la musica. Ho letto da qualche parte che Daniele quando è triste suona il pianoforte e quando è allegro sceglie la fisarmonica. Strumento popolare, accompagnamento degno di feste, tradizioni e balli. Si aprano le danze, dunque!

Consigliato: un antidoto allo stress e alla tristezza…

Marta Giulioni: il musicista, un funambolo sulla corda…

Marta Giulioni in quartetto con Nico Tangherlini al pianoforte, Gabriele Pesaresi al contrabbasso e Andrea Elisei alla batteria

Un uomo che cammina su una corda. Si bilancia con le braccia, gioco d’anche. L’equilibrio è tutto su questo cavo che non ha un inizio né tantomeno una fine. L’immagine della cover di Up On A Taightrope, primo lavoro di Marta Giulioni, giovane cantante jazz marchigiana con una voce di cui si apprezza una calda tenuta nelle note basse e una grande capacità di camminare disinvoltamente lungo il difficile filo del pentagramma, semplice e complessa nel suo insieme, rappresenta quello che è la vita.

Siamo tutti precari, camminiamo sulla nostra corda cercando il giusto equilibrio per non cadere. Non c’è scelta, si va avanti così, a volte tranquilli, altre ricorrendo a evoluzioni che hanno del grottesco, altre ancora cadendo…

La vita dell’equilibrista è, in questo caso, quella del musicista. Questo ci vuole dire Marta. Perché da lassù il mondo ha altri punti di vista, e, se si seguono i propri sogni, si avrà la fortuna di scrutarlo, possederlo, viverlo. Il suo “manifesto” è chiuso ne Il Funambolo, ma è in tutta la costruzione del disco circondato da un’aura eterea di intangibilità, che si scopre una corda che va alto sulle ali, come canta l’artista. Il brano che segue, So What If I Fall, dominato da un piano che lavora su percorsi “collinari” rendendo bene il senso del movimento, la voce, attraverso uno scat leggero, racconta che se si ha uno scopo, un aggancio sicuro, la caduta si trasforma in volo, in opportunità. 

L’ho ascoltato più e più volte Up On A Taightrope. Al di là della indiscussa bravura tecnica di Marta e dei suoi compagni “di corda”, Nico Tangherlini al pianoforte, Gabriele Pesaresi al contrabbasso e Andrea Elisei alla batteria, c’è molto pathos in questo lavoro, molta anima. Brani con testi visionari, aperti, dove la fantasia aiuta le note, agganciando l’attenzione e le emozioni dell’ascoltatore.

L’altra sera ero all’Après Coup, un locale intimo, dove si gusta buona tavola e gustosissimo jazz, in una via nascosta del centro di Milano, per ascoltare il Monique Chao trio. La eclettica pianista taiwanese era accompagnata da un ottimo Giacomo Marzi al contrabbasso e da Francesca Remigi, giovane batterista, conoscenza nota di chi legge il mio blog. Mercoledì sera suonerà con il grande pianista panamense Danilo Pérez a San Lazzaro di Savena (Bologna): andateci se potete! 

Perché vi racconto tutto ciò? C’è un legame fisico e mentale in questa nuova generazione di musiciste e musicisti. Una freschezza e una profondità che va oltre la bravura. Non avevo fatto caso, me lo ha ricordato proprio Francesca: in The Human Web, suo ultimo lavoro di cui vi avevo parlato in questo post, nel primo brano, Metamorfosi, c’è la voce di Marta. Hanno studiato insieme al Koninklijk Conservatorium Brussel (KCB). La corda ti costringe a stare in equilibrio e ti lega indissolubilmente ad altri funamboli come te…

Marta, la passione per il canto?
«Ho iniziato studiando la chitarra classica, che poi ho abbandonato, da che io mi ricordi, mi è sempre piaciuto cantare. Da adolescente ho lasciato la musica per dedicarmi allo sport… continuando, però, a cantare. Intorno ai 20 anni, periodo in cui ero proprio persa, non avevo ben chiaro cosa fare della mia vita, ho scoperto il jazz attraverso la Libera Accademia del Jazz, spin-off dell’Accademia musicale di Ancona. Mi sono appassionata, ho iniziato a studiarlo sempre di più. Da lì in poi è stato un crescendo».

Nell’album hai degli ottimi compagni di viaggio…
«Gabriele (Pesaresi, ndr), il contrabbassista, l’ho conosciuto tramite dei seminari. In realtà, lui era l’insegnante. Negli anni abbiamo iniziato a suonare insieme. Quando mi sono decisa di dare una vita ai miei brani originali, l’ho contattato e coinvolto. Così è stato anche per Andrea (Elisei, ndr), il batterista. Con lui abbiamo altri progetti insieme, da cui è nato un altro disco uscito lo scorso anno, con il gruppo Mantis, A Postcard From Nowhere, un quartetto con il chitarrista Thomas Lasca, il contrabbassista Edoardo Petracci e la partecipazione del sassofonista Simone La Maida. Con Nico, invece, suoniamo insieme da otto anni, per me è una certezza!».

Qual è il tuo processo creativo?
«Per comporre uso il pianoforte. Inizio, di solito, cercando la melodia. Sto provando a seguire altri metodi, che ancora non so affrontare benissimo, e cioè iniziare un brano dall’armonia, oppure partendo dal testo. Nel disco ho fatto questo tentativo con I cieli del Rojava. Il testo non è mio, ma di un caro amico, che è scrittore e poeta, Giovanni Paladini. Era già stato pensato in metrica dall’autore, un ottonario. Dà molta sonorità, ma il rischio era quello di continuare su una melodia che poteva essere abbastanza ripetitiva. Così, una volta finito, ho lavorato per sottrazione, riducendo tutto all’essenziale».

Tra l’altro, ne I cieli del Rojava c’è un lavoro di contrabbasso con l’archetto veramente bello. La tua scelta di cantare in italiano e inglese dipende dalla metrica, da quello che vuoi aggiungere alla musica?
«Ho un triennio in mediazione linguistica, sono sempre stata appassionata di lingue. Questa cosa, al tempo stesso, mi ha creato per tanto tempo un blocco che, se ho risolto nella scrittura in inglese, non l’ho ancora elaborato per quella in italiano. Forse perché l’inglese è quella che sono abituata ad ascoltare. Paladini mi aveva proposto anche la traduzione in inglese dei versi, ma ho scelto di lasciarla nella lingua originale, perché, secondo me, tradotti si perdevano alcuni passaggi stilistici importanti».

Parliamo del brano Colibrì, è un bonus track, giusto? Confesso che mi piace molto, perché legato agli stilemi della musica brasiliana…
«È stato uno dei primi brani che ho scritto. In quel periodo ascoltavo tantissimo Egberto Gismonti, Maria João e Mário Laginha. Ho pensato: bello, bellissimo! Anch’io ne vorrei tanto scrivere un uno su questi metri compositivi. Avevo iniziato a comporlo in parte, poi, come mia abitudine, l’ho lasciato decantare e, quindi, ripreso. L’ho suonato da subito con arrangiamenti diversi a seconda delle formazioni con cui mi sono trovata a collaborare. È stato pubblicato anche in A Postcard From Nowhere, dove, al posto del piano, c’è una chitarra e, in aggiunta un sax, con cui ho potuto interagire. Colibrì è un brano a cui sono molto affezionata, volevo inserirlo nel disco come bonus truck, ma riarrangiato per il quartetto, amalgamarlo all’album facendolo diventare più…intimo».

Colibrì è il beija flor, un uccellino “ritratto” più volte nella musica brasiliana…
«Vero, ma in realtà il nome del brano è nato per caso. Ero in auto con un’amica musicista, glielo stavo facendo ascoltare… cercavo un titolo che non riuscivo a trovare. Le ho domandato: cosa ti ricorda? E lei, un colibrì! Così è rimasto».

Torniamo a Up On A Tightrope e al suo filo conduttore, restare in equilibrio nella vita…
«L’idea del funambolo è quella di una persona che si ritrova, come tante, a vivere in bilico. Ce la farà, non ce la farà? Cadrà, non cadrà? Lei/lui sa che mette in gioco tanto, ma alla fine continua, va avanti comunque… Poi quest’idea di etereo, di restare sospeso in aria affidandosi solo a una corda, mi è piaciuto riportarla anche nel suono. Alla base di tutto, sì, c’è il rischio, soprattutto nella professione del musicista dove…certezze mai! Però fai di tutto per proseguire su quella strada…».

L’uso dello scat è frequente nel disco, è una delle tue forme predilette?
«Mi piace da quando ho scoperto il jazz. Il primissimo strumentista compositore di cui mi sono appassionata è stato Charlie Parker. Mi dicevo: “senti che bella musica, anch’io vorrei fare quello che fa lui, ma con la voce, come si fa?”. Adoro anche il pianoforte, seguirlo con la voce è meraviglioso. Provo sempre, come studio, a improvvisare su qualsiasi cosa: poi, se non ci sta vado per sottrazione, ma comunque ho tentato!».

Suoni il pianoforte?
«So accompagnarmi, compongo al pianoforte, ma non affronterei un intero concerto musica e voce. Lascio fare ai professionisti!».

Cosa vuol essere questo disco per te?
«Up On a Tightrope è una raccolta di brani che ho scritto nel tempo. Il filo conduttore l’ho trovato dopo, amalgamando il lavoro, ed è stata una bella scoperta. Quello che voglio fare è divertirmi con la musica, mi piace scrivere, comporre mi emoziona, adoro sperimentare, cercare nuovi input, ma anche rimodellare cose già fatte. Voglio continuare a produrre, pubblicare dischi, come solista o insieme ad altri gruppi».

Concerti?
«Sto pianificando per l’estate, aspettando conferme e risposte da festival. Sono stata a Parigi per un mese a marzo per il progetto del MIDJ (nel 2019 Marta Giulioni è stata una delle vincitrici del bando AIR: Artisti in Residenza, promosso da MIDJ, Musicisti Italiani Di Jazz e sponsorizzato da SIAE, ndr). Lì ho trovato un ambiente ricchissimo, molto stimolante per i giovani jazzisti come me». 

Solitudine, Edonismo, Consumo secondo Francesco Sacco

Francesco Sacco – Foto Lucrezia Testa Iannilli

Ieri è uscito un EP composto da sei brani, opera di un giovane musicista italiano, Francesco Sacco. Il titolo, A – Solitudine, Edonismo, Consumo, fa intendere che è il primo passo di un progetto che troverà compimento attraverso un altro EP, un lato B che completerà un lavoro piuttosto complesso.

Un giovane musicista che ha qualcosa da dire e lo dice bene è una manna per chi è in cerca di buona musica. E uno come Francesco, profondo nei testi, pignolo nella composizione e negli arrangiamenti, che non è mai banale e riesce a stupirti, non può non meritare attenzione. Infatti, dopo averlo incontrato e averci fatto una bella chiacchierata, molto istruttiva, sono curioso di andarlo ad ascoltare live oggi, alle 18:30 al Giardino della Triennale di Milano (ingresso libero, prenotazione consigliata, qui) dove presenterà il disco con Luca Pasquino, suo amico da sempre e anima gemella musicale, alle tastiere e basso, e Pit Coccato alla chitarra elettrica.

Testi ben scritti, vi stavo spiegando. Sarà per i suoi studi classici, per la particolare sensibilità a temi che includono, nella sua accezione più ampia, il “sociale”, per una facilità nel sintetizzare i concetti in brevi quanto esaustivi claim, vedi in Kabul: Bum Bum Bum, scalare scalare scavare, sta di fatto che Francesco ha una una spiccata predisposizione linguistica e musicale nel presentare le ansie e le deviazioni della società, intesa come insieme di persone che portano avanti, sempre più frequentemente e in modo schizzato, una forma di democrazia solipsistica, che si riassume, appunto, in Solitudine, Edonismo e Consumo.

Ritornando a Kabul: è un brano che racchiude più punti di osservazione e riflessione. Leggete le prime due strofe: 

Hanno sparato a Kennedy e a Martin Luther King
E in Cina sono rimasti solo i vasi della dinastia dei Ming
Tè verdi cinesi, petrolio nei mari, amici iracheni, tappeti persiani
L’oriente è un piatto piccante al gusto di diritti umani
Ma l’importante è entrare in playlist, scalare la classifica
Così ti canto una storia d’amore che finisce male: io amo il capitale
Ma senti come pompa questa cassa a Kabul… 

Lo stesso dicasi per il brano che apre il lavoro, Ogni uomo e ogni donna è una stella: inizia con una chitarra distorta intenta in un passaggio dellAria sulla Quarta Corda di Bach (che troverà più volte accenni nel corso della canzone), una sorta di colonna sonora stilizzata che ricorda tanto Quark. In questo studio televisivo Francesco, novello Piero Angela, affronta con corrosiva lucidità il difficile rapporto giovani-lavoro. Le responsabilità per un mondo, quello del lavoro, degenerato e non più sostenibile, vengono descritte con pennellate acide, raccolte in un pantheon di divinità negative e senza speranza. Leggete attentamente il testo prima di ascoltare il brano:

Sono sicuro che se i lupi hanno un dio
È fatto a forma di lupo
Che se le papere avessero un dio
Sarebbe un pennuto
Ma i bambini lo immaginano vecchio
E i vecchi non sono capaci
Anche se siamo la specie
Che ha inventato lo specchio
Il dio degli Ingordi è uno chef
Più buono del corpo di Cristo
Ma il dio dei soldi finora
Non si era mai visto
Ma quando la zampa dell’uomo
È diventata una mano
Il dio dei piccioni ha cagato
Su piazza del Duomo
Il dio dei piccioni ha cagato
In centro a Milano
Quando scagliate le frecce
E nascondete le mani
Io prego e progetto vendette
Con il dio dei cani
Sono sicuro che se i pesci hanno un dio
Assomiglia a uno squalo
E il dio di Milano è a pescare
Con una mazzetta sull’amo
Il dio dei coglioni è al tg
Il dio dei cantanti a Sanremo
Tutti ascoltiamo e preghiamo
Soltanto gli dei in cui crediamo davvero
Più che mercanti nel tempio
Ho visto dei preti al mercato
Ho visto persone comprare
Pregare ore d’aria al mercato del tempo
Ma una volta un ateo mi ha detto
Che ogni uomo e ogni donna è una stella
E il dio dei cavalli ha allentato le briglie
E il re è caduto di sella
Quando scagliate le frecce
E nascondete le mani
Io prego e progetto vendette
Con il dio dei cani
Io prego e progetto vendette
Con il dio dei cani
Io prego e progetto vendette
Con il dio dei cani 

Francesco è un musicista curioso: polistrumentista, attratto dal cantautorato delle origini ma anche dalla musica elettronica, è un performer e un sound designer. Ha “musicato” sfilate di moda, creando concept tra fashion, musica e teatro. Una bella energia creativa, onnivora, che coltiva mettendoci passione e acquisendo esperienze… 

Ne La Voce Umana, il tuo primo lavoro eri più intimista. Lo hai scritto a Venezia e hai fatto tutto da solo. In questo nuovo lavoro si avverte una certa maturità, è più estroverso, complesso, corrosivo…
«È un album più consapevole. Più di qualcuno nel giro dei musicisti mi ha detto: “Non ti preoccupare per il primo disco che pubblichi, tanto poi lo butti via…”. Buttarlo via proprio no, perché fa parte di un mio percorso, ma ad ascoltarlo e riascoltarlo senti tutte le cazzate che hai fatto. A – Solitudine, Edonismo, Consumo suona diverso perché è il primo lavoro dove ho voluto affiancare dei musicisti. Il primo è un disco citazionista, viene dai miei ascolti, dal cantautorato, dalla scuola di Tenco. Qui c’è la cassa techno, l’aria sulla Quarta Corda di Bach, il folk americano…».

È vero, ci sono molti richiami in quest’album. Non disturbano, anzi valorizzano il lavoro…
«Mi piace inserire citazioni della mia formazione musicale, il pericolo è farsi prendere la mano. In questo mi ha aiutato molto il lavoro di squadra con Luca Pasquino, che ha arrangiato i pezzi e con i producer, xx.buio e paralisi».

Quanto ai i testi, si vede che hai fatto il liceo Classico! Qual è il tuo processo creativo?
«Il disco può sembrare un concept album, però faccio fatica a usare questo termine parlando di me. Concept erano i lavori dei King Crimson… Comunque sì, l’album ha un fil rouge. Per esempio, prendi Kabul: l’ho scritta in diverse fasi. L’idea mi era venuta quando i talebani hanno ripreso il potere in Afghanistan. Seguivo tutti i ragionamenti alla Goffredo di Buglione (il nobile francese crociato che “liberò” Gerusalemme instaurando di fatto un regno e diventando un re, anche se si faceva chiamare Advocatus Sancti Sepulchri, il difensore del Santo Sepolcro, ndr), che non tenevano conto delle grosse responsabilità dell’Occidente. Avevo l’inciso ma non il riff. Mi è venuto mentre ero in tram, l’ho annotato subito sul telefono (Bum Bum Bum, scalare scalare scavare)».

Come ti è scattata la passione per la musica?
«Da piccolo mi piaceva ascoltare musica, mi divertiva. Gli inglesi non a caso usano lo stesso verbo per due azioni, to play, suonare e giocare. Sono connessi. Mio papà lavorava in De Agostini e portava a casa molti cd. Andavo pazzo per Mozart e Vivaldi, quando li ascoltavo mi pareva di stare sulle montagne russe! Così a sei anni decisi che volevo suonare il violino. I miei, credendolo un capriccio passeggero, cercarono di farmi ragionare. Sono sempre stato uno testardo, non mollai, e il compromesso fu studiare la chitarra classica. Non mi piaceva l’insegnamento, lo trovavo palloso, ma ho continuato. Da adolescente, normale periodo di ribellione, ho scoperto il rock anni Settanta, il blues, ritrovando quel fuoco che avevo da bambino con Mozart e Vivaldi».

Francesco Sacco “live” – Foto Agnese Carbone

Francesco, a freddo: andresti a Sanremo?
«Non so, forse con il pezzo giusto e la voglia di scommettere. Per come sono fatto, mi trovo lontano dal concetto di gara. Nell’arte non esiste competizione, mi sentirei molto fuoriposto. E poi, non vorrei passare per l’“intellettuale” e, dunque, sicuramente non capito…».

Come Giovanni Truppi nell’ultima edizione…
«Esatto, Truppi è un cantautore molto interessante, bravo, ma lì era decontestualizzato».

Difficile essere compresi non solo nel Festival…
«Anche discograficamente in Italia facciamo schifo. Aspettiamo che arrivino le mode dall’estero e non abbiamo la capacità di promuovere noi stessi qualcosa di nuovo».

Il materiale e le idee ci sarebbero, dal mio piccolo osservatorio…
«Il problema è anche dei grandi operatori streaming. Spotify non dà fama e nemmeno soldi. Se non fai live non guadagni. Purtroppo, questi canali sono visti da molti artisti che vogliono farsi conoscere come un obiettivo».

La legge degli algoritmi è altrettanto fatale. A proposito perché A – Solitudine, Edonismo, Consumo? A sta per lato A del disco?
«Sì ho previsto un Lato A e un Lato B, che uscirà prossimamente. Per ragioni contorte, Apple non accetta la parola “lato”, perché fa pensare a un qualcosa di fisico, mentre tutto deve essere digitale…».

Come ti è venuto il titolo?
«È nato in modo del tutto casuale. Quando scrivo tendo a non darmi limiti. Una volta finito devi fare la Track List, lavoro che a me piace moltissimo, ed è anche molto importante. La pignoleria e l’estrema attenzione a questo passaggio l’ho ereditate dall’arte e dal teatro contemporaneo, dove c’è una cura che i musicisti si sognano».

Torniamo al fil rouge del disco…
«Riordinando il materiale che avevo scritto è apparso un filo conduttore di temi. Stavo cercando il titolo da dare al lavoro, lasciando decantare, in attesa che mi venisse qualche idea. Poi mi è venuto in mente di ricollegarmi a un social che era in voga alcuni anni fa, Chatlet, sito che, con l’andar degli anni era diventato l’impero degli esibizionisti e avevo, per questo, abbandonato. Ho pensato: chissà se esiste ancora, e se sì, come sarà diventato? C’è, eccome! Ma ho trovato solo chiacchiere di una desolazione pazzesca. L’avventura di “archeologia web” mi ha lasciato una tristezza infinita, così ho annotato sul taccuino tre parole, Solitudine, Edonismo, Consumo…».

E queste riassumono al meglio il senso del tuo lavoro…
«Il periodo funesto del Covid, il processo di digitalizzazione improvviso di qualsiasi cosa, da cui ormai non si scappa, ha avuto l’effetto di isolare maggiormente le persone. Mentre ha colto preparati i ragazzi – in quanto nativi digitali hanno imparato presto a stare sui social – i quarantenni li ha presi in pieno. Solitudine, dunque, accompagnata da Edonismo: fanno parte di questo periodo. Consumo è una parola ambivalente: inteso come consunzione dell’individuo ma anche come rapporto viziato tra chi compra e la merce che acquista. Credo sia doveroso fermarsi e riflettere su tutto questo».

Concordo…
«Il Consumo è molto presente nel disco, in Fantasmino o in Je suis resté seul, il corpo è provato, consunto, avrebbe bisogno di un bel massaggio rinvigorente. Poi brani come Kabul, dove canto io amo il Capitale, o il primo, Ogni uomo e ogni donna è una stella, in cui parlo di lavoro e di giovani. Mi innervosisco quando sento ripetere la stessa frase: i giovani non hanno più voglia di lavorare. Non è così, forse i ragazzi vedendo i loro genitori condannati a un certo modo di vita, dove lavorare consuma, pensano: è proprio così che voglio vivere la mia vita? Sono condannato o è possibile costruire un mondo migliore?».

Che ritorno ti aspetti dal disco?
«È un lavoro difficile, con brani cazzuti, contemporanei. Ammetto, i testi sono complessi, ma vedo che si sta creando una scena, ascolto tanti cantautori validi e innovativi. Progetti nuovi che stanno recuperando il senso di quel bel cantautorato anni Sessanta/Settanta che aveva molti contenuti».

Un piccolo divertissement: tre cantautori vecchia guardia che reputi indispensabili per te e altrettanti delle nuove generazioni…
«Ok, parto: Leonard Cohen, Francesco Guccini e Luigi Tenco (concedimi, e tutta la sua scuola!). Di “nuovi”, Tutti Fenomeni (Giorgio Quarzo Guarascio, ndr), bello, strafottente, duro, ironico; Cosmo, il suo ultimo disco è bellissimo; Morgan, è un vero musicista. Ne avrei altri, ma poi il gioco non vale più…».

Bob Dylan, una biografia per i giovani scritta da giovani

Mi è capitato sotto mano un libro che mi ha incuriosito: Bob Dylan, Sixty Miles of Ways, edito dalla piccola casa editrice indipendente romana Elemento115. Un testo breve, dalla scrittura densa, che si divora in poche ore. Soprattutto perché parla di un artista che non è più un essere umano, ma è asceso al cielo diventando una figura mitologica, una divinità nella trimurti della musica del Novecento, essere imprevedibile, furbo, ossessivo, caparbio, innovatore. Dylan è Dylan. Su di lui è stato scritto tutto e il suo contrario. Saggi, biografie, romanzi. Vi domanderete: c’era bisogno di un altro libro su di lui?

Ho guardato gli autori, due trentenni. E mi sono domandato perché due giovani adulti, nati agli inizi degli anni Novanta, si fossero decisi a scrivere un libro su un artista-monolite, alla 2001: Odissea nello spazio per intenderci! 

Marta Fieramonti e Simone Pitti, romani, entrambi una laurea in lettere in tasca, hanno una passione solida per la musica. Anzi, per certa musica. Quella degli anni Sessanta e Settanta, periodo di grandi scontri e creatività, di rivoluzioni e innovazioni, di discussioni infinite e trip lisergici, di lotte contro il razzismo e le guerre… Marta ascoltando Dylan, Simone, De Andrè.

Un libro scritto da giovani per i giovani. Dove si racconta in modo secco e preciso l’importanza della sua opera, senza fronzoli, in sette capitoli, coincidenti con altrettanti fondamentali accadimenti nella vita artistica e personale del menestrello di Duluth. Non solo musicale ma anche letteraria, visto che nella sua lunga carriera iniziata alla fine degli anni Cinquanta, Dylan ha vinto pure il Nobel per la Letteratura nel 2016.

Il 24 maggio, martedì prossimo, l’artista compirà 81 anni. Età ingombrante… Mi sembra doveroso ricordarlo attraverso questo libro e le parole di Marta e Simone, che ho raggiunto con una videochiamata alcuni giorni fa…

Marta Fieramonti

Leggo testuale sulla terza di copertina: Marta, «cresciuta in una casa di malati di musica». Simone: «Fin da piccolo gli fanno compagnia le storie di un impiegato, il soldato di Samarcanda e il generale dietro la collina…». Come vi è venuta l’idea di scrivere su un personaggio così complesso e pieno di sfaccettature?
Marta: «È vero, i miei genitori hanno sempre frequentato concerti, hanno viaggiato per andare a vedere concerti e io con loro, fin da bambina. Perché Bob Dylan? Innanzitutto perché lo scorso anno ha festeggiato gli 80 anni d’età e i 60 di carriera, e poi perché è nei nostri interessi di studio, visto che ha vinto anche il Premio Nobel per la Letteratura. In Università si è discusso molto su come un musicista possa aver vinto un Nobel per la Letteratura. Secondo me non è così incongruente: l’Arte, in musica o in letteratura, è una cosa indivisa. Da lì abbiamo deciso di approfondire…».
Simone: «Sul Nobel non siamo d’accordissimo! Ci sono brani di Dylan che hanno una forza poetica indubbia. Però, valutando l’artista nell’insieme ci sono molti alti e bassi. Per me la letteratura deve essere un impegno che ti accompagna per tutta la vita. Dylan ha questi slanci di letteratura, si dà all’esplorazione musicale, segue le mode del momento…».

È un artista che non si è mai fermato solo alla musica: ha imboccato tante strade attraverso la musica…
Simone: «Vero, le mie sono solo osservazioni ma non un presa di posizione decisiva. Lo sto studiando ancora…».

Che lavoro fate, collaborate con l’Università, insegnate?
Marta: «Magari! Lavoro con tesi di laurea e insegno in un doposcuola, corsi di lingue. Ho fatto la triennale in lingue e la magistrale in editoria. Con alcuni amici del liceo da una decina d’anni abbiamo attivato un’associazione culturale dove insegniamo».
Simone: «Collaboro con una piccola casa editrice, anche se è davvero faticoso quel mondo. Però insisto, perché è quello che mi piace fare».

Come vi siete conosciuti?
Simone: «Alla facoltà magistrale: ci siamo messi a parlare di musica e abbiamo continuato a farlo! Poi con il doppio compleanno di Dylan ci è venuta l’idea di scriverci sopra. Per cercare di fare una biografia un po’ più… distaccata. Cercando, cioè, di non mettere l’artista sul piedistallo ma nemmeno di affossarlo. Il modo migliore per valutare un artista è attraverso le sue opere, evitando i sensazionalismi della vita privata. Cosa che lui stesso ha sempre tentato di fare. Voleva solo che si leggessero i testi e lo si valutasse per quello che aveva composto. È questo che mi piace di lui».
Marta: «Quando abbiamo deciso di scrivere eravamo molto spaventati. Dovevamo considerare 60 anni di carriera con una produzione enorme, frutto di una mente geniale, di un eclettismo infinito. Abbiamo capito che una biografia poteva lasciarci meno margine di errore: non avendo vissuto quel periodo, se non attraverso le parole dei nostri genitori, rischiavamo di dare un’interpretazione erronea del personaggio. Il format biografico, dunque, si sembrava quello più accessibile per chi, amatore, si sta avvicinando ora al mondo della scrittura dylaniana».

Simone Pitti

Dopo averlo studiato, ascoltato, scritto: che cosa rappresenta Dylan per voi?
Marta: «Un compagno e un esempio di vita. Dare rilevanza all’uomo Dylan, raccontare anche i dieci anni dove non ha più voluto scrivere perché entrato in una crisi profonda nata dal fallimento del suo matrimonio e, nello stesso tempo, prendersi tutto il tempo necessario per rimettere a posto i tasselli della sua vita per poi riuscire a tornare sul palco e riprendersi il successo, dà grande valore alla sua vita artistica e privata. E ancora: normalmente nessuno dà rilevanza al fatto che Dylan abbia avuto una crisi mistica e che per un periodo si sia avvicinato alla religione. Nessuno ricorda che Dylan si è dedicato tanto al teatro, uno dei suoi migliori amici era Allen Ginsberg e la loro vite e le loro arti sono andate di pari passo. Il Never ending tour che ha iniziato giovanissimo e non ha ancora terminato…».
Simone: «La senti? È innamoratissima!».

Siete praticamente figli del nuovo Millennio. Come vedete i lontani anni Sessanta e Settanta, le manifestazioni, le lotte, i Beatles, l’amicizia di Dylan con Harrison, il rock nel suo periodo più espressivo… C’è, oggi, per voi un nuovo Dylan o una nuova stagione di fermento culturale?
Simone: «Per osservare bene un movimento culturale ci vuole un certo orizzonte temporale. Lo potremo dire tra una decina d’anni. Al momento un cantautore come Dylan non c’è, o almeno io non lo vedo».
Marta: «Concordo! Penso che oggi di grandi cantautori ce ne siano veramente pochi. Mi viene in mente Joe Bonamassa, ma non è al livello di Dylan. È pur vero che nessuno ama il proprio tempo, verificheremo più avanti. Esistono realtà che possono essere interessanti. Non li amo, non mi piacciono, ma osserva i Måneskin: sono un gruppo che comunque, a 20 anni, ha deciso di riportare in auge il rock vero. Per quanto possano essere lontani da tematiche che io vivo, hanno deciso di prendere un impegno sociale, parlare di temi delicati e rilevanti come l’anoressia. E, sempre a 20 anni, hanno aperto il concerto dei Rolling Stones, che non è proprio una cosa che fanno tutti quanti. Un interesse per la musica “vera” ancora c’è, ma secondo me i giovani tendono a dire che è una musica vecchia, dunque non meritevole d’ascolto. È inconcepibile: sarebbe come dire non leggo un libro di un autore ottocentesco perché scritto in quel secolo. Prendi i Rolling Stones, sono anziani ma non significa che non abbiano più niente da dire. Nel 2016 sono stati i primi a suonare a Cuba, dopo la storica visita di Obama a La Habana… non hanno chiamato a suonare un quindicenne rapper…».
Simone: «Vabbè, sul palco sbagliano qualche nota, ma glielo si concede…».

La musica, soprattutto per i teenager, oggi è molto “limitata” nei testi. Si parla di ambiti molto personali, ma non si coglie una coscienza sociale…
Marta: «Credo che anche questo sia dovuto al crollo dell’educazione in Italia. Non si sa più scrivere, ma nemmeno più leggere».
Simone: «Non è solo un problema italiano, c’è un individualismo spinto in tutto il mondo occidentale».
Marta: «Nessuno riesce più a mettersi in relazione con la società, come se fossero due entità separate, non c’è la consapevolezza che la cultura, l’arte, i comportamenti li creiamo noi, come società».

Essere Bob Dylan nel 2022 e seguirlo ha ancora un senso?
Marta: «Sì, assolutamente sì! Dovrebbe essere studiato nelle scuole! Ma non soltanto lui… Prendi per esempio un De Andrè…».
Simone: «Ecco, brava, per me non ci sono confronti Anche se De Andrè si è ispirato a Dylan, presentando pure sue cover, lui regna supremo!».
Marta: «Si dovrebbe ridare importanza a questi artisti, approfittare di loro perché possiamo ancora vederli, goderli, ascoltare quello che hanno ancora da dire. Sicuramente Dylan ha perso centralità, anche se per me il suo insegnamento è ancora attuale».
Simone: «Più che centralità ha perso visibilità. Le sue tematiche sono senza tempo, dunque ancora attuali: vedi la lotta al razzismo o lo schierarsi contro ogni tipo di guerra».

I vostri coetanei, amici come hanno valutato il vostro lavoro?
Marta: «Gli amici tutto bene, alla fine uno si circonda di persone che hanno le tue stesse affinità…».
Simone: «Nel nostro gruppo c’è il test d’ingresso: se non conosci Dylan, De Andrè, il rock anni Settanta, meglio rimanere a una bella distanza!».
Marta: «Lo vedo con i ragazzi a cui insegno: ce n’è uno su dieci che conosce Bob Dylan. Quando hanno visto il libro si sono interessati, hanno chiesto, sono stati stimolati…».

Quali sono i vostri ascolti?
Marta: «Venerdì vado a vedere Eric Clapton, il biglietto ce l’ho da prima del Covid! Il 4 giugno sarò a Milano per ascoltare Elton John. Il mio gruppo preferito che ascolto sempre sono i Pink Floyd».
Simone: «Musicalmente parlando siamo in quell’area lì. Qualcosa di “contemporaneo” nei miei ascolti c’è: per esempio, i The Black Keys o Caparezza».

Continuerete questo filone?
Marta: «Sì, avevamo pensato a Lou Reed con i Velvet Underground e a David Bowie. Poi, come gruppi, i Pink Floyd!».
Simone (ride!): «Siamo umili!».

Floriana Foti: il jazz, la Sicilia e i colori della musica

Floriana Foti – Foto di Jethro Bijleveld

Voci baciate dal sole e dalla grazia. La Sicilia, ancora una volta, mi dà la possibilità di presentare un’altra sua figlia prediletta. Si chiama Floriana Foti, è catanese, ha 37 anni e ha pubblicato poco più di un mese fa il suo primo lavoro, Seven Colors, per TRP Music.

Seven Colors sono, ovviamente, i colori dell’arcobaleno. Che nel lavoro di Floriana esplodono in tutte le loro gradazioni e combinazioni in un caleidoscopio di emozioni, passioni, amore, nostalgia, sensualità, atmosfere che riportano alla terra, al mare, a un’isola ricca di cultura e arte, crogiolo di popoli, multietnica nel cuore e nelle espressioni artistiche.

Il tutto racchiuso in nove “episodi”, tre dei quali originali, composti e arrangiati in ogni loro parte dalla stessa musicista, Seven Colors of Raimbow, If You Stayed With Me dedicato alla nonna paterna, e Spunta Lu Suli, brano di oltre 9 minuti, prolifico biglietto da visita dell’artista. Gli altri sei, scelti da autori che hanno segnato la formazione artistica della musicista catanese, riarrangiati e “amalgamati” in quello che è il mondo musicale e canoro di Floriana. 

C’è, per esempio, una bella versione di Dolcenera di Fabrizio De Andrè, dove l’improvvisazione entra con voce e sax, regalando una tavolozza di emozioni. Lo scat è usato con sapienza e dimostra quanto Floriana domini questa tecnica. A questo proposito ascoltatevi il brano iniziale Seven Colors of the Rainbow o l’energica ’S Wonderful, standard dei fratelli Gershwin, un bonus track che chiude un lavoro senza sbavature e carico di pathos, come un’esplosione di luce, caldo, estate siciliana…

Interessanti e ben riusciti gli interventi sui testi della tradizione che acquistano una veste ethno-jazz, filologica (e qui interviene anche la laurea in Lettere e Filologia Moderna conseguita all’Università di Catania nel 2013). Marzapaneddu (delicato testo messo in musica dalla brava Matilde Politi, che dei canti popolari siculi è autorità indiscussa) ma anche Cu ti lu dissi, con lei diventano piccole opere mistiche, ricordi di un mondo che non esiste più ma che le note del jazz rendono così attuale… Ci sono pure due brani rivisitati della produzione di Rita Marcotulli, L’Amore Fugge e Scitame Sole (quest’ultimo composto dalla Marcotulli e dalla  musicista e cantante napoletana Pia De Vito), amalgamati alla perfezione in quel mondo di colori che Floriana vuole presentarci. 

Una produzione eccellente, dunque. Anche per i musicisti che l’hanno accompagnata: Tony Hoyting al pianoforte, Andrea Caruso al contrabbasso, Quique Ramírez alla batteria, Suzan Veneman alla tromba, Denis Pavlenko al sax alto, Daniele Nasi al sax tenore e Pasha Shcherbakov al trombone, «tutti giovani, talentuosi e portatori di freschezza», mi racconta la stessa musicista.

Dunque, Floriana, Seven Colors è un disco che è molte cose, ethno jazz, composizioni originali, arrangiamenti lavorati con una precisione minuziosa…
«È il mio primo progetto. Il leit motiv è stato: dare varietà al disco. Ci tenevo a trasferire tutto ciò che mi ha ispirato e che ha contribuito a formarmi».

In questo tuo percorso la musica popolare siciliana ha ampio respiro…
«Sì, credo che la musica siciliana si presti particolarmente a essere trasposta nel jazz. Piace soprattutto all’estero, dove c’è sempre una grande attenzione a queste proposte musicali. C’è molta curiosità nel cercare e conoscere la cultura di altri luoghi». 

La lingua siciliana funziona, è musicale…
«Alcuni testi sono vere e proprie poesie. Prendi Marzapaneddu, piccolo marzapane, diminutivo che in siciliano acquista il significato di bocconcino, un vezzeggiativo per parlare dell’amata/o. Il testo si trova nelle raccolte di Alberto Favara, musicista ed etnomusicologo palermitano, vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, che Matilde Politi ha musicato. Ci sono solo la sua versione e ora la mia, che io sappia. Probabilmente è stato scritto da una donna per la sua delicatezza. Fa parte di quei brani di tradizione orale, racconta di un amore e di un fazzoletto bianco che i marinai lasciavano alla donna amata come pegno affinché lei lo ricamasse e lo restituisse al loro ritorno. La forza del loro legame è tutto in due affermazioni: Tannu si scurdirà lu nostru amuri/ quannu di giugnu veni lu nataliTannu si spartirà lu nostru amuri/ quannu chi sicca l’acqua di lu mari, il nostro amore finirà quando a giugno arriverà Natale o quando si seccherà l’acqua del mare. Un amore eterno!».

Anche Cu ti lu dissi è molto intenso.
«È un’altra canzone che è stata tramandata oralmente e che Rosa Balistreri (cantautrice di Licata, riferimento della musica popolare siciliana, morta ad appena 63 anni nel 1990, ndr) l’aveva trascritta per chitarra e fisarmonica. L’ho rivisitata in chiave Valzer a 6/8, in modo da ottenere un sound più naturale…».

Ho apprezzato molto Dolcenera di De Andrè…
«Ho trasferito sul disco tutte le mie influenze, De Andrè, Rita Marcotulli, Patrizia De Vito. Dolcenera mi piace per il sound, un ritmo a 12/8, un po’ Afro. Ma anche per il tema trattato, e per questo si inserisce tra Spunta lu Suli e Scitame Sole: in questa triade c’è un’idea di rinascita, il sorgere del sole, in mezzo il momento down, al tramonto, con la tempesta (il brano di De Andrè parla dell’alluvione che colpì Genova nell’ottobre del 1970, ndr). È un momento drammatico al quale segue la nuova alba con Scitame Sole, Svegliami Sole, cantata in dialetto napoletano. Mi piacciono le sfumature linguistiche….

Eh già, oltre al Conservatorio hai anche una laurea in Lettere e Filologia…
«Sì mi sono laureata nel 2013. Ho fatto il doppio percorso. Avendo frequentato il liceo psicopedagogico è stato naturale per me iscrivermi a Lettere. L’amore per la musica, invece, c’è sempre stato».

Strade parallele e importanti…
«Utili entrambe. Mio papà è un musicista autodidatta, suona la chitarra e canta. Ha una bella voce, da giovane ha lavorato come speaker in radio. A casa portava sempre tanti vinili, ascoltava di tutto, rock, jazz band, musica italiana, e io ascoltavo con lui, ore e ore. Così è stato il mio primo approccio alla musica. In famiglia sapevano tutti che volevo cantare, non era un mistero. A 15 anni ho iniziato a farlo in vari gruppi. Ho fatto concerti e concorsi. A 23 anni ho deciso di studiare canto, tecnica vocale, armonie. Inizialmente cantavo blues, soul e jazz. Ho studiato e mi sono formata al Cesm (Centro etneo di studi musicali) di Catania, dove oggi insegno. Più mi addentravo nel canto, più mi appassionavo all’improvvisazione. È stata una sfida che io stessa mi sono posta».

E poi cosa è successo?
«Ho pensato di andare a studiare all’estero. Così mi sono trasferita in Olanda al Prins Clauss Conservatory di Groningen, dove mi sono laureata nel 2018. Sono stati anni proficui, stimolanti. Al conservatorio arrivavano a tenere lezioni e master class jazzisti americani molto conosciuti. Con loro c’era un rapporto diretto, si cresceva molto velocemente, una grandissima esperienza: il jazz va suonato non può rimanere solo a livello teorico. Ho dato vita al Floriana Foti Quartet e ci siamo esibiti varie volte a Groningen e dintorni. Lì ho iniziato a scrivere musica e fare i miei arrangiamenti».

Floriana Foti – Foto di Marco Foti

Domanda che faccio spesso ad artisti siciliani e sardi, dando per scontati i napoletani, altra “isola” felice: perché Sicilia e Sardegna regalano grandi artisti? C’è un legame particolare tra terra, cultura e musica? Un’altra brava cantante jazz di cui ho parlato e imparato a conoscere è la tua  conterranea Daniela Spalletta
«Daniela! È bravissima, una mia amica. È vero, abbiamo tanti talenti, prendi ad esempio Seby Burgio. Forse perché noi meridionali abbiamo l’esigenza continua di comunicare, scambiarci saperi, creare jam session, pretesto per suonare insieme. Fenomeno, questo, presente anche in Nord Europa. C’è l’esigenza di creare qualcosa al momento, siamo così, non possiamo farci nulla! E poi, sì, c’è lo stretto legame con la terra, presentare un brano della propria tradizione significa rinnovare questa unione».

Spiegami perché ’S Wonderful, bonus track del disco…
«Fare un disco è un biglietto da visita importante. Per essere onesti fino alla fine, volevo mostrare cosa avevo fatto, quello che mi piace e ’S Wonderful è uno dei miei standard preferiti. Mi sono divertita a riarrangiarlo cercando di dar vita a una versione che rispettasse Gershwin ma che avesse una sua freschezza, con cambi di tonalità, ritmici, di tempo. Una versione leggera, briosa. I tre fiati in risposta alla voce hanno fatto un ottimo lavoro. La parte finale cambia tonalità più volte… mi piace uscire dai canoni, andare un po’ fuori e rimanerci, fa parte della mia personalità».

Hai dedicato If You Stayed with Me a tua nonna, era una donna molto importante per te…
«Nonna Pippa, la mamma di mio papà, è stata la mia supporter su tutto. Avevamo un rapporto molto affiatato. I nonni sono sempre un dono, lei aveva anche una bellissima voce, dote naturale. Anche molti dei suoi undici fratelli avevano una predisposizione alla musica e all’arte in generale, chi suonava il mandolino, chi cantava, chi disegnava…».

Domanda inevitabile: cosa ti aspetti dal disco?
«Il più possibile, anche e soprattutto dall’estero. Credo sia un lavoro che in Europa possa avere successo. Ne sono convinta».

Date di tour già fissate?
«Durante la pandemia ha sofferto tutto il comparto, soprattutto i gruppi emergenti. Dobbiamo aspettare, è inevitabile che le prime date che si assegnano siano state prenotate per i grandi artisti. Ci sono tempi di attesa lunghissimi. La mia speranza è che la situazione si sblocchi quanto prima».

Eurovison 2022: Europa in musica e cultura massificata

Stasera spegnerà le sue mille luci Eurovision Song Contest, il Sanremo d’Europa. Essendomi imposto di ascoltare tutte le canzoni in concorso, ascoltate nude, senza il corollario di tori roteanti, lucine, sfavilliii, ho avuto più e più attimi di sconforto. Lo confesso.

Nulla contro lo spettacolo in sé, uno storico festival della canzone famoso nel mondo. Nato nel 1956 per presentare, sull’onda di Sanremo, la tradizione musicale e canora d’Europa, è stato un modo per contribuire ad avvicinare i Paesi riconciliati, la musica e le culture in essa espresse potevano diventare uno dei collanti per costruire una nuova Europa, possibilmente unita. Con gli anni il senso è cambiato ed è diventato un evento, un grande spettacolo mondiale, Insomma, una macchina da soldi.

Ho ascoltato le canzoni “nude”, dicevo. Delle peculiarità dei singoli Paesi, a parte qualche accenno di ritmo o qualche strumento tradizionale inserito per titillare la memoria dell’ascoltatore, il resto è un pop light, dove s’è attinto a piene mani impastando rock, popmusic anni Ottanta e Novanta, echi di acid jazz, pizzichi di funk e frammenti di Morricone q.b. Un piatto ben servito!

Qualche esempio? Gli sloveni LPS con Disco, sono un’imitazione imbarazzante dei Jamiroquai… la svedese Cornelia Jackobs in Hold Me Closer richiama sostanziosamente la Lady Gaga di Shallow. I Cechi We Are Domi in Lights Off ricordano tanto il pop sbarazzino di Ariana Grande

E se la lituana Monika Liu con Sentimental fa tornare alla mente la brava Caro Emerald, con un pezzo ben assemblato, il tedesco Malik Harris in Rockstars si allinea alle tante ballad cantate e rappate con crescendo alla Eminem (non è il solo…). Continuo: l’inglese Sam Ryder, con Space Man, oltre a portare lo stesso nome, assomiglia, all’inizio del brano, terribilmente a Sam Smith, per cambiare progressivamente e trasformarsi in Freddie Mercury, in uno dei classici crescendo alla Queen… E ancora: l’estone Stefan con Hope, fa il verso al grande Ennio Morricone con tanto di cori, chitarre western e fischio: cosa non si fa… Per un Pugno di dollari.

Capitolo a parte per gli ucraini Kalush con il brano Stefania. È un classico rap con rimembranze local, cori inclusi. Sono ucraini, inevitabile che stiano funzionando da catalizzatore, un simbolo di quanto sta succedendo oggi in quel Paese. Vien da sorridere, se non ci fossero di mezzo distruzione e morte. Siamo a quasi tre mesi di guerra scatenata dalla Russia e alimentata dall’America con lo scopo di “aiutare”… Una guerra dove chi deve guadagnare, guadagna e chi deve morire, muore, senza imbarazzi. Li danno per favoriti, anche se la musica, credo, c’entrerà poco nelle scelte dei votanti.

C’è da tener d’occhio anche il Portogallo con Maro e la sua Saudade Saudade, e Mahmood & Blanco (nell’ascolto generale devo ricredermi sul loro brano, nettamente una spanna sopra). Un solo rammarico, ovviamente per il sottoscritto: l’eliminazione dei georgiani Circus Mircus con il brano Lock Me In, un funk rock con accenni beat anni Sessanta, ben suonato. Allegri, spavaldi, teatranti, lo specchio della Georgia, terra aperta e accogliente da sempre.

Concludo: vinceranno probabilmente i Kalush e mi starà bene, l’attenzione del mondo è lì. D’altronde quello dell’Eurovision è un festival fatto per stupire con effetti speciali, ricchi premi e cotillon, come diceva Renzo Arbore a L’Altra Domenica. Ma anche per riflettere, a gentil volo d’angelo, sui problemi e sulle battaglie sociali. Tutto all’acqua di rose: lo show deve andare avanti, divertire, commuovere, con un pizzico di tristezza e uno di verità. Ricetta sperimentata non si cambia. 

Cuneo, Città in Note. Un weekend a tutta arte e musica

La Alban Berg Ensamble Wien

Viaggio e musica, scoperte e suoni, colori e accenti. Il prossimo weekend, dal 13 al 15 maggio, è quello che le riviste di viaggio, ammesso che esistano ancora, definirebbero “perfetto per una gita fuoriporta”. Tarda primavera, temperature in aumento, voglia d’estate, sensi rianimati, desiderio di far festa. Ok la smetto, sembro un volantino di un’agenzia di viaggi. Però, il weekend ve lo raccomando lo stesso. Perché, credetemi, ne varrà la pena. Venerdì pomeriggio puntate il vostro navigatore su Cuneo (Latitudine 44°23’53’’88 N, Longitudine 07°32’44’’16 E) per passare un fine settimana tra arte, musica, grandi concerti e piacevoli scoperte.

Il 13 inizia Città in Note, la musica dei luoghi, seconda edizione della rassegna organizzata dalla Fondazione Artea e dal Comune più una lunga serie di sponsor pubblici e privati. Mi ha incuriosito proprio il nome dell’iniziativa, quel claim la musica dei luoghi l’ho trovato molto intrigante. Guardando la locandina che potete scaricare qui, troverete una serie di appuntamenti, installazioni, esperienze da provare in palazzi, teatri, cortili, ma anche nel parco fluviale Gesso e Stura o per le vie del centro cittadino dove ascoltare, vedere, ammirare ed emozionarsi. Musica ed esperienze per tutti i gusti e le età, nessuna banale, studiate nei minimi particolari, come vedremo fra poco.

Nell’intenzione degli organizzatori, Davide De Luca, della Fondazione Artea, e i musicisti Claudio Carboni e Carlo Maver per la direzione artistica, non si tratta di una “semplice” serie di concerti, laboratori e installazioni sonore, quanto piuttosto di essere riusciti a collegare saldamente ed emotivamente i luoghi – dunque, il terroir, con tutto il bagaglio che si porta dietro – alle note. Un ensemble armonico, dove, come in un film, c’è una storia, una solida sceneggiatura e una colonna sonora. Gli attori siamo noi, i visitatori, e i musicisti che animeranno le quinte, i palchi e i cortili cittadini.

L’Italia – ce lo diciamo sempre, e spesso inutilmente – è uno dei rari Paesi del mondo dove i nostri sensi sono costantemente stimolati dalla bellezza. Un concentrato di arti, cultura, storia, che potrebbe garantire benessere, lavoro e di conseguenza un progressivo acculturamento sociale. Manifestazioni come queste fanno ben sperare… Ne ho parlato con Davide De Luca e Claudio Carboni…

Ginevra Di Marco e Cristina Donà

Il modello messo a punto a Cuneo, musica per i luoghi, è esportabile?
Davide De Luca: «Sì, assolutamente sì. L’obiettivo non è di produrre un festival musicale, ma utilizzare il linguaggio della musica per valorizzare un ambiente culturale e viceversa, servirsi di un ambiente culturale per valorizzare la musica. Oltre a musicisti di fama che suoneranno in questi giorni sono coinvolte all’interno della rassegna le nostre eccellenze del territorio. Cuneo ne ha una molteplicità, il Conservatorio di musica classica ed elettronica, il più importante d’Italia, la Scuola di Alto Perfezionamento musicale di Saluzzo, l’Accademia Montis Regalis di Mondovì, solo per citare le più famose. Ci sono anche scuole private come la Palcoscenico da cui è uscito Matteo Romano, il diciannovenne che ha partecipato a Sanremo. C’è il coinvolgimento di Salvi Harps di Saluzzo, storica azienda produttrice di arpe. Ci sarà una mostra di arpe al Salone d’onore del Comune, poi le stesse verranno trasferite al Teatro Toselli dove verranno suonate. Ci sarà anche Park Stickney arpista di fama mondiale. La nostra intenzione è valorizzare la cultura e i beni culturali con differenti linguaggi e abitudini».

Cuneo, la chiesa di Santa Croce

Il target che vi siete proposti è trasversale, c’è musica per ogni età…
Claudio Carboni «Proprio così, come artisti passiamo dalla classica, al jazz, al trip hop. Il grande sforzo della direzione artistica, cioè mio e di Carlo Maver, è stato quello di visitare in maniera molto accurata i luoghi per capirne la funzionalità, trovare quelli dove musica e ambiente si potessero sposare al meglio. Siamo musicisti, quindi ci siamo messi dalla parte dei musicisti per quanto riguarda l’acustica ma anche da quella dello spettatore, che deve ascoltare bene e in un luogo appropriato. L’anno scorso, per esempio, abbiamo fatto a San Francesco una iniziativa tutta a riverbero che si intitolava Ascolta. Quest’anno abbiamo un luogo simile, Santa Croce, chiesa settecentesca con un riverbero importante, un gioiello architettonico barocco che non è sempre aperto alle visite pur restando una chiesa consacrata. Abbiamo messo un duo di violini, dei quartetti d’archi e di fiati. Nella Sala San Giovanni, per esempio, anch’essa con un bel riverbero, concerti acustici notturni a lume di candela, come quello di Carlo Maver (che suonerà il bandoneon, il flauto e il moxeno, strumento aerofono, ndr). C’è molta attenzione al suono. Più che a creare l’evento, abbiamo pensato a creare il momento». 

Il Parco Fluviale Gesso e Stura

Avete utilizzato anche luoghi all’aperto…
Claudio Carboni «Sì, il Parco Fluviale è un luogo meraviglioso, una chicca, con uno splendido centro d’accoglienza. La domenica coinvolgeremo le famiglie con spettacoli di qualità anche per i più piccoli. E un percorso sensoriale a piedi nudi dove si arriva a un laghetto dove tre percussionisti suoneranno con l’acqua. Poi, in centro a Cuneo, abbiamo previsto delle “invasioni musicali”, con due band di grande impatto, una composta da fiati, una street band tendente al jazz e un’altra quasi esclusivamente di percussioni, una batucada, progetto del brasiliano Gilson Silveira».

Gli appuntamenti vanno tutti prenotati?
Claudio Carboni «Sì, quelli in seduta vanno necessariamente riservati; sono tutti gratuiti, tranne due dei tre concerti che abbiamo previsto al Teatro Toselli: Ginevra Di Marco e Cristina Donà (venerdì 13 ore 21) e la Alban Berg Ensamble Wien (sabato 14 ore 21) a un prezzo popolare, 10 euro, mentre Park Stickney (domenica 15 ore 18:30) sarà a ingresso libero. Abbiamo pensato a questi concerti anche per gli allievi dei conservatori e delle varie scuole di musica, proponendo tre progetti diversi ma tutti di altissima qualità con artisti internazionali che suonano sui palchi di tutto il mondo».

Com’è il rapporto con le istituzioni su queste iniziative?
Davide De Luca «Non è retorica se dico che qui a Cuneo c’è stato un coinvolgimento  entusiasta. Artea è una fondazione di emanazione della Regione Piemonte. Il Comune di Cuneo è uno dei partner dell’iniziativa, l’ha sostenuta sia l’anno scorso sia quest’anno. Anche altre istituzioni non pubbliche – che però hanno una grande funzione pubblica – hanno partecipato, come quelle bancarie. Cito la Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo: nel cortile di questo bellissimo palazzo sarà ambientata un’installazione sonora Idrolalia, legata al tema dell’acqua. In uno degli spazi che si affaccia sul cortile abbiamo appena inaugurato come Artea una mostra sull’ambiente. Tutto molto sinergico».

L’arpista Park Stickney

Ritorno alla domanda iniziale: è, dunque, un modello esportabile questo?
Davide De Luca «Lavoro molto in Italia e nel mondo, e sì, è un modello esportabile. Luoghi ed eccellenze musicali in Italia ce ne sono molti. L’idea come Artea è di portarlo, ovviamente, nella regione Piemonte».

Dalla parte dei musicisti queste sono occasioni per diffondere e difendere la musica…
Claudio Carboni «È proprio così. Iniziative simili le faccio già su Bologna e sull’Appennino bolognese, però non così strutturate come quella di Cuneo. La cosa importante è che possiamo unire due pubblici, uno appassionato d’arte e natura e l’altro di musica. Negli anni ’90 funzionavano molto i Reading in unione con i luoghi. Oggi vanno molto bene queste contaminazioni con la musica. In questo caso il gradino in più è pensare esattamente in quel luogo cosa possa suonare bene, in modo da trasmettere una grande emozione».
Davide De Luca «Si usa molto fare concerti in luoghi d’arte come nella galleria Barberini o nella Galleria Borghese a Roma, l’unicità qui è strutturare un nuovo evento che valorizzi l’un l’altro».

Tornando alla musica: con il Covid, le chiusure forzate che hanno annientato il comparto, come si sta reagendo ora?
Claudio Carbone «Sono uno dei Fondatori del FAS, Il Forum Arte e Spettacolo, fondato l’8 marzo 2020 con firmatari molti artisti, come Antonio Diodato, Paolo Fresu e tanti altri. Che dire: sono finalmente arrivati i finanziamenti promessi con il Pnrr. Oggi c’è molto più lavoro. Quello che ancora non si è fatto, ed è determinante realizzare nel più breve tempo possibile, è riformare bene questo settore perché altrimenti perderemo molti musicisti ma anche tante maestranze. Molti grandi fonici sono andati a fare gli elettricisti. Nulla contro questi ultimi, ma magari abbiamo degli elettricisti normalissimi o mediocri mentre prima erano dei grandi fonici! Vitalità adesso ce n’è tanta è chiaro che ci troviamo davanti a un settore molto frammentato che ha bisogno di essere messo insieme. Abbiamo speranze…».

Treetops, nuova band, primo disco e tanta buona musica…

Inizio questa settimana con un’interessante novità. C’è acqua fresca sul pianeta della Musica! Una cascata di note pulsante e limpida. Scende a scrosci ed è un refrigerio tuffarsi. Una band nuova nuova al suo primo disco. Una band giovanissima, età media 22 anni. Una band che ha scelto di non fare musica alla solita maniera, tutti infilati in canoni estetici fabbricati per il gradimento di una platea uniformata (ripeto sempre: salvo rare eccezioni), ma facendo ricerca, ascoltando di tutto, aperta al mondo e alle melodie. 

Si chiamano Treetops, sono sette musicisti romani che frequentano ancora i conservatori e scuole di musica. Ve li presento in rigoroso ordine alfabetico: Anna Bielli (alla chitarra), Luca Libonati (alla batteria), Eric Stefan Miele (al sax soprano), Simone Ndiaye (al basso elettrico), Andrea Spiridigliozzi (alla chitarra elettrica), Marcello Tirelli (alle tastiere) e Daniel Ventura (al sax tenore).

Il loro album d’esordio è intitolato Demetra, pubblicato dalla Vagabundos Records e prodotto da Pino Pecorelli (cofondatore dell’Orchestra Piazza Vittorio). Potete ascoltarne un assaggio su Spotify. Divinità greca, secondo Esiodo, figlia di Crono e di Rea, sorella di Estia, Era, Zeus, Posidone e Ade. Una dea importante, da gotha dell’Olimpo: era la protettrice delle messi e, in senso più ampio della Natura. Ebbene, la creatività dei Treetops ha dato vita a una storia fantasy dove a raccontare sono le note: Demetra si risveglia  dopo millenni e trova un mondo cambiato, inquinato, decisamente poco vivibile. 

Il disco, composto da 11 brani per una durata di 47 minuti, concettualmente lo si può dividere in quattro parti: il risveglio della dea, lo sconforto davanti a un mondo massacrato dagli uomini, la presa di coscienza e la speranza proveniente dalla dea stessa, e cioè la Natura, di dare un’altra chance a questi abitanti sciamannati. La vicenda mitologico/sci-fi è raccontata con una intensità e una maturità molto concreta.

Finalmente, grazie ad Apollo!, è arrivato sugli scaffali digitali e presto lo sarà anche su quelli fisici, un lavoro di ampio respiro, interessante che ricorda la freschezza degli anni di sperimentazione, della fusion, della ricerca di una musica colta ma allo stesso tempo accessibile a tutti, che alza l’asticella della qualità musicale in questo Paese. Una band che molto probabilmente ha un destino oltre confine, boccone ghiotto per il Nord Europa e per gli Stati Uniti…

Prima di dare la parola ad Anna Bielli, 24 anni, la “portavoce”, come si definisce, dei Treetops (le cime degli alberi, perché solo da lassù puoi vedere com’è realmente il mondo), un’ultima annotazione musicale. Il livello dei singoli musicisti è notevole, come la capacità di creare, scrivere, arrangiare brani che non hanno nulla da invidiare, per esempio agli Snarky Puppy, uno dei miti di questi giovani artisti, capaci di praterie sonore alla Bob James, di colore alla Pino Daniele, e di costruzioni sonore alla Weather Report. 

Anna, raccontami, di voi so poco o nulla…
«Siamo tutti romani. Io e Marcello, il tastierista, frequentiamo il Saint Louis College of Music. Ci siamo conosciuti lì, suonavamo insieme in un laboratorio musicale. Abbiamo scoperto che avevamo gusti simili e abbiamo legato. nel frattempo io avevo dato vita a una  band che si è sciolta subito. Ho convinto Marcello a formare una band. Lui è un genio, davvero imbarazzante da quanto è bravo! Cercavo un gruppo che fosse affiatato, che avesse delle affinità…, che volesse suonare sull’onda degli Snarky Puppy, della fusion e del jazz. Così sono nati i Treetops».

Ho capito: sei l’anima del gruppo…
«No no. Sono solo la portavoce. Sono stata quella che ha messo insieme tutti».

Da ragazzina cosa ascoltavi, jazz?
«Ma no! Ero una rockettara… poi mi è capitato sotto mano un disco degli Snarky Puppy che mi hanno folgorata! Per “colpa” loro ho deviato verso il jazz rock…».

Quindi, tornando alla band…
«Marcello suona anche nella Piccola Orchestra di Tor Pignattara, con lui ci sono anche Luca Libonati, il batterista, e Simone Ndiaje, il bassista. Questo è il nucleo base. La mia idea iniziale non era, però, una band a formazione standard, ma una piccola orchestra con fiati, percussioni. A Roma è difficile trovare tutti ‘sti musicisti, che, per di più, volevamo della nostra età. Un musicista più “vecchio”, avrebbe potuto rompere gli schemi, diventare un catalizzatore. Mi sono messa a cercare mettendo annunci sui social. Un secondo dopo la pubblicazione ha risposto Andrea Spiridigliozzi. Sempre sui social circolavano i nomi di due giovani sassofonisti. Eric Steffan Miele lo conosceva Luca e Daniel Ventura è arrivato via social. Sette è un numero giusto per riuscire a muoverci senza troppe spese…».

Così siete partiti con le prove…
«Apri un capitolo importante: le prove sono un impegno inderogabile, come andare al lavoro o a scuola. Abbiamo iniziato a suonare nel febbraio del 2017. Il nostro giorno consacrato alle prove è la domenica, giornata libera per tutti…».

Come avete deciso il genere musicale?
«Con due fiati nella formazione era scontato che si andasse sulla fusion. All’inizio componevamo brani che erano quasi prog, davvero sconclusionati. Per il disco zero ci ha dato una mano Pino Pecorelli. Con lui abbiamo stretto un legame forte durante il lockdown. È un grande!».

Perché vi siete chiamati Treetops?
«Sono sempre stata una fissata per la Natura. Mi piacciono gli alberi, li abbraccio spesso. Li sento come noi, ci sono molti parallelismi tra uomo e albero. Come noi, sono di varie “razze”, vivono generalmente in comunità, sono convinta che possano provare dei sentimenti. Ci sono alberi più “cattivi”, come le betulle che spingono, arrivano a farsi la guerra, per farsi strada verso il sole e ci sono alberi pacifici che si organizzano in comunità per vivere. E poi, gli alberi tendono tutti verso l’alto, la luce. Mi piace pensare che anche noi umani dovremmo puntare in alto, vedere la nostra luce».

Come sei/siete diventati musicisti?
«Penso che, di base, fin da piccoli avevamo questa propensione. Siamo tutti cresciuti tra gli strumenti musicali, quindi è stato naturale continuare a studiare musica, chi al Conservatorio e chi, come me e Marcello al Saint Louis. Ascoltiamo tanto, non ci mettiamo paletti, classica, jazz, rock, elettronica, sperimentale, funk, punk, anche rap e trap».

Perché avete deciso di dedicarvi alla musica strumentale?
«Il non avere una voce è stata una scelta ben precisa. La musica strumentale permette all’ascoltatore di fantasticare, immaginare senza essere influenzato da un testo. Ciascuno decide come “sentire” quel brano. Nella musica pop e cantautorale la gente si rivede in quello che l’artista canta, in quella strumentale, invece, ci puoi vedere molte cose. È il fascino dell’immaginazione. E poi perché, a livello tecnico, suonare una chitarra o una batteria è più semplice, la voce, invece, è uno strumento chiuso dentro di te. Ora la pensiamo così. Poi vedremo, magari potremo cambiare idea».

Torniamo ai Treetops: posso chiamarti frontwoman della band?
«No, non facciamo musica solipsistica. Io mi vedo come… una guida. Siamo tutti protagonisti allo stesso modo, non c’è una “voce” che vada più alta di un altro, nessuno prevarica. È questa la nostra forza, non c’è egocentrismo. Anche sul palco abbiamo cercato di sistemarci in modo che, visivamente, risultino tutti ugualmente visibili».

Veniamo alla cover: molto bella l’immagine di Demetra che racchiude in sé tuta la purezza della Natura e gli errori dell’uomo in nome della modernità e della tecnologia…
«È stata disegnata da Marco Brancato, lo stesso giovane illustratore che ci aveva creato il logo della band. Rispecchia esattamente quello che volevamo dire. A Marco abbiamo inviato i brani e lui, dopo averli ascoltati, ha realizzato quest’immagine incredibile! Sulla storia di Demetra ci siamo fatti un trip gigantesco. Abbiamo talmente fantasticato che alla fine, grazie a Marco, Demetra è diventata reale. La dea che si sveglia dal letargo, che vede gli scempi compiuti dall’uomo e che decide di ritornare in letargo per lasciare all’uomo, ancora una volta, la speranza e il potere di cambiare le cose. Il finale è aperto…».

Quali sono le vostre aspettative sul disco?
«Lo apprezziamo molto, è un nostro figlio abbiamo impiegato ore e ore per crearlo, un duro lavoro, ci abbiamo messo l’anima. Certo che abbiamo aspettative, speriamo che possa colpire, coinvolgere. Ora puntiamo sui live, è qui che ci esprimiamo al meglio, perché ci ritagliamo un pizzico di libertà. Suoniamo dal vivo veramente, non abbiamo musica campionata. Solo così, sul palco possiamo mostrare tutti i colori della nostra tavolozza».

Nico Morelli e il suo American Trio per rivivere la pizzica in jazz

Nico Morelli – Foto Pino Mantenuto

Il motivo del post di oggi ha un nome, un cognome e anche un indirizzo. Nico Morelli, di Crispiano, paese del tarantino di 13mila abitanti, parigino d’adozione da oltre 20 anni. Residenza: via del Jazz, angolo vicolo della musica popolare. 

Sono affascinato dalle contaminazioni, come mi racontava l’altro ieri Lorenzo Pasini, perché creano sempre qualcosa di nuovo e di interessante. Nico Morelli, di professione pianista e compositore – lavori che con lui diventano sempre viaggi e incanti – è un contaminatore culturalmente attento e creativo. Il centro del suo studio, che dura da molti anni, è fondere la cultura popolare della sua terra, la Pizzica e la Tarantella, con quella del jazz di tradizione americana. 

Due mondi che hanno più punti di contatto di quanti possiamo immaginare. La prova è la musica di Nico. La ragione per cui ve ne parlo è che il pianista tarantino è in tournée in trio con due musicisti americani, il versatile contrabbassista dell’Indiana Hilliard Greene e l’altrettanto fantastico batterista canadese Karl Jannuska. Partito dalla Francia, il Nico Morelli American Trio sarà in Italia da domani e ci resterà sino al 10 maggio, per una serie di concerti fra Taranto, Torino, Andria e Biella. Ne approfitto: per chi sarà a Milano, il 22 maggio, nella cornice di Piano City, Nico suonerà al Magnete, quartiere Adriano…

Ammetto, sono curioso di ascoltare questo trio. Soprattutto di capire come Greene e Jannuska interpretano il folk pugliese rivisto dagli arrangiamenti jazz di Morelli. Il jazz che sposa la pizzica, è un bel matrimonio, se consideriamo quanto, grazie alla Festa della Taranta, il folk pugliese abbia catalizzato l’attenzione di appassionati e musicisti di tutto il mondo. 

Del connubio ne avevo parlato già quando vi presentai l’Orchestra Popolare del Saltarello e il suo ideatore, Danilo Di Paolonicola. Lì c’era più World Music, qui è più espressamente un linguaggio jazz, la ratio comunque non cambia. Il progetto che i tre musicisti stanno portando in giro lo si può spiegare con un neologismo che l’artista tarantino ha coniato ormai da da anni, Un(folk)ettable (che poi è il titolo di due suoi album, Un(folk)ettable, del 2007 e Un(folk)ettable Two del 2016: vi invito ad ascoltare alcuni brani). E cioè, ridare freschezza e attenzione, attraverso nuovi spunti e sonorità, alle canzoni tradizionali, creando così un qualcosa di nuovo, potente, allegro. C’è festa, danza, canto, poesia in tutto questo. Una carica vitale che non può lasciare indifferenti.

Ho raggiunto telefonicamente Nico in una delle tappe francesi del suo tour…

Jazz e pizzica hanno origini “comuni”?
«Sono due generi che nascono dal popolo. Il jazz si è arricchito di musiche provenienti da tutto il mondo, in un secolo il suo sviluppo è stato enorme. La musica folk del Sud Italia è rimasta pressoché uguale, anche se poi negli anni ha subito delle mutazioni. Unirli non è una forzatura, anzi, con il jazz il folk pugliese si è sviluppato più armonicamente».

Quando hai deciso di dedicare il tuo studio e lavoro al folk-jazz?
«L’idea mi era venuta negli anni Ottanta da una domanda che mi ero posto (sono uno che se le fa per qualsiasi cosa!): che senso ha che un pugliese si appassioni al jazz? Non è più naturale cercare di seguire la mia cultura? Allora non avevo una risposta perché ero acerbissimo, disponevo ancora degli strumenti per poter realizzare la mia idea. E cioè, seguire la mia passione, che era il jazz, mantenendo salde le mie radici culturali. Nel 2006 ho cominciato a scrivere il primo album Un(folk)ettable, solo che era difficile trovare una casa discografica disposta a pubblicarti».

L’hai trovata poi…
«Sì, in Francia, dove sono molto più attenti e aperti a questi generi. Dopo quel lavoro ho capito che potevo e dovevo continuare su quella strada».

Suoni da anni con jazzisti di tutto il mondo, com’è sentita la tua musica?
«Per i jazzisti è sempre qualcosa di estremamente stimolante, son ben felici di uscire dai binari classici del genere e sempre ben disposti ad aprirsi ad altre culture. Il rapporto con la musica deve essere sempre di “scoperta”. I musicisti, soprattuto quelli d’Oltreoceano, quando ascoltano i miei lavori hanno un atteggiamento di estrema curiosità. Vogliono conoscere tutto su pizzica e tarantella, avere più informazioni possibili, che puntualmente fornisco attraverso storie che racconto sempre con piacere».

Il tuo ultimo album pubblicato, Un(folk)ettable Two, risale a sei anni fa…
«Non avverto tutta questa urgenza di produrre dischi. Perché una volta sugli scaffali fisici e virtuali, dopo 15 giorni dall’uscita sono già dimenticati da tutti».

A cosa serve allora fare un album?
«A fissare un percorso e farlo diventare un biglietto da visita del mio lavoro. Da anni ormai il disco ha perso quella funzione che aveva e che lo rendeva unico e cioè essere opera d’arte. Oggi viene prima la visibilità del musicista non la sua musica».

Parliamo del tour: come l’hai costruito?
«Suoniamo arrangiamenti di musiche del folk pugliese e mediterraneo. Ho preso melodie e ritmi di queste canzoni dando loro sonorità da trio che tengono conto delle personalità dei musicisti che mi accompagnano. A volte c’è più jazz e meno folk, altre il contrario».

Dove stai concentrando le tue ricerche folk?
«Soprattutto nel Salento, dove sono nato. Da adolescente sono cresciuto ascoltando Pino Daniele, per me un esempio, una chiave importante: scrivere canzoni su idee tradizionali aggiungendo tocchi di modernità».

Come sei diventato musicista?
«Da bimbo studiavo pianoforte un po’ controvoglia, tanto che a 11 anni l’ho abbandonato. Poi , da adolescente, sono entrato in gruppi di musica leggera. A 18 anni ho avuto la svolta e mi sono messo a studiare pianoforte al conservatorio. Ma il jazz mi piaceva troppo, quindi ho abbandonato la Classica per concentrarmi su questo genere specializzandomi in varie scuole da Siena Jazz alla Berklee School of Jazz di Boston alla Manhattan School of Jazz di New York e diplomarmi, dunque, in jazz al conservatorio di Bari. Nel 1993 ho pubblicato il mio primo disco, Behind the Window; nel ’98, per una coincidenza, il trombettista Flavio Boltro mi invitò a suonare a Parigi. Decisi di rimanere un mese per vedere com’era il mondo degli artisti nella Ville Lumière. Ne ho conosciuto molti, venivano da tutto il mondo, Argentina, Brasile, Nord Africa, paesi dell’Est e del Nord Europa. Tanti mondi diversi con cui ho collaborato, mettendo nella loro musica anche un po’ della mia storia e viceversa. Ho fatto un periodo di spola tra Italia e Francia per poi, 23 anni fa, decidere di vivere a Parigi, dove tuttora risiedo».

Il tuo amore per il jazz è stato un colpo di fulmine?
«No, un processo lento. Mi piaceva il jazz acustico, non riuscivo ad ascoltare gruppi che usavano suoni edulcorati da tastiere. Poi, come ti dicevo, grazie a Pino Daniele è arrivata la svolta, soprattutto quando invitò Wayne Shorter a suonare con lui. Il sassofonista americano mi fulminò perché non aveva un linguaggio canonico. Così comprai un suo disco e scoprii gli Weather Report, Joe Zawinul che ascoltai anche in un album dove suonava il pianoforte, eccezionale! Quindi Oscar Peterson, che all’inizio non mi piacque, avevo bisogno di sentire l’invenzione in tempo reale. Poi, come in una scala, gradino dopo gradino mi sono trovato dentro senza accorgermene. Il jazz funziona un po’ così, come quando bevi un buon whisky, scoprendone a poco a poco i sentori, i profumi, l’intensità, fino ad accorgerti che… sei diventato un alcolizzato! (Ride, ndr)».

Bello (e sano) ubriacarsi di jazz! Cosa ti ha conquistato del genere?
«Il fatto che nella musica popolare ci sia la stessa passionalità che c’è nel jazz. C’è in lui qualcosa di ancestrale come nel folk. Non è musica solo estetica, ma legata allo stomaco, alla terra».