La musica appartiene anche ai sordi

Sean Forbes, frame da “I’m Deaf”

La musica è per tutti? Mi spiego: la fruibilità di centinaia di migliaia di brani, ritmi, voci, pazzie e genialità da rockstar sono un patrimonio a cui ciascuno può attingere? Tecnicamente sì, basta avere un supporto abilitato, dallo smartphone alla banale e ormai introvabile radiolina, al mega impianto analogico o al super diffusore digitale per goderne. Fisicamente però ci sono delle limitazioni. Le persone che soffrono di disfunzioni uditive, sordità dalla nascita o per malattia, apparentemente sono tagliate fuori dal circuito melodico. Giusto? No sbagliato, completamente fuori strada. I sordi possono percepire la musica e anche farla.

Certo, in un altro modo, ma la musica si sa, oltre alla “nuda sequenzialità” delle note è emozione, anima, vita. Ognuno la declina e la percepisce in modo diverso. Tralasciando il sordo più famoso della storia della musica, Ludwig van Beethoven, ci sono molti esempi di artisti che “sentono” la musica, si esprimono con questa e ne hanno fatto il loro lavoro, a parte i vari Eric Clapton, Pete Townshend, Ozzy Osbourne, Neil Young, che hanno perso l’udito a causa della longeva quanto dura attività tra palchi e sale d’incisione colpiti da decibel assordanti.

Ma come può fruire della musica una persona che appartiene alla comunità dei sordi? I mezzi ci sono, la scienza sta facendo ottimi progressi. Da alcuni anni l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) promuove la Giornata Mondiale dell’Udito, il 3 marzo – da tenere a mente, un bambino su mille nasce sordo -, l’occasione perché anche la stampa non specializzata possa parlare dei progressi fatti, ad esempio, con gli impianti cocleari, per le sordità profonde. Un “orecchio elettronico” che richiede un percorso di riabilitazione post operatoria anche per la percezione della musica, veri e propri training musicali fatti in strutture specializzate.

Ignazio Salvatore Samannà, interprete e traduttore professionale LIS

«I sordi essendo tali, affinano gli altri sensi, imparano ad ascoltare con la vista, il tatto, alla stregua dei ciechi che si affidano a udito, tatto e olfatto. Percepiscono vibrazioni che noi, non abituati, nemmeno avvertiamo». A spiegarlo è un tiflologo, interprete e traduttore professionale LIS. Si chiama Ignazio Salvatore Samannà, Salvo per gli amici, ha 41 anni e vive a Trapani ed è socio ANIMU, Associazione Nazionale Interpreti Lingua dei Segni Italiana. LIS è l’acronimo di Lingua dei Segni Italiana. Questa ha una sua struttura e sintassi, solo che per parlarla, anzi, segnarla, usa canali visivi e gestuali. È stata una delle prime lingue nate e strutturate per i sordi e paradossalmente, l’Italia, come spiega lo stesso Salvo, «è l’unico Paese europeo che non l’ha ancora riconosciuta come tale».

Vabbè, i paradossi non sono una novità in questo Paese. Sta di fatto che, grazie agli interpreti e traduttori di questa lingua, il mondo dello spettacolo e della musica si sta aprendo sempre di più alla comunità dei sordi. L’ultimo festival di Sanremo ha avuto uno spettacolo nello spettacolo, a Roma, in uno studio Rai è stato allestito un festival LIS, il Sanremo 2020 LIS, che si sovrapponeva, grazie ai “magheggi” tecnologici oggi possibili – passatemi il termine senza darmi addosso! -, al vero festival. Così i sordi non solo hanno potuto “ascoltare” ciò che veniva detto, ma anche apprezzare le canzoni in gara. Non lo sapevo, Salvo mi ha invitato ad andarmi a vedere il dietro le quinte che vi linko qui. Fatelo anche voi perché è strano, entri in un mondo che nemmeno pensavi esistesse (tutto ciò che non ci tocca tendiamo a trascurarlo o a dichiararlo inesistente).

«Chi aveva iniziato per prima tanti anni fa a dare questo servizio è stata Mediaset a Rete 4», continua Salvo, «Esperimento poi abbandonato, perché probabilmente troppo costoso». Ma torniamo alla musica: «È stato tradotto anche il concerto del Primo Maggio e, qualche giorno prima è stato riproposto in forma interamente accessibile al pubblico italiano il concerto-evento del 2014 che segnò il debutto televisivo di Laura Pausini Stasera Laura! Ho creduto in un sogno», spiega sempre il nostro esperto. Ci sono performer che, attraverso la LIS e marcando bene il ritmo con appositi movimenti del corpo, riescono a trasmettere il significato di quella canzone. Ovviamente si specializzano: chi in musica classica, chi in rap, chi nel pop o rock. Ancora Salvo a venirci in aiuto: «Siamo in un momento di concitazione e di scoperta della Lingua dei Segni come strumento di integrazione e accessibilità». Ma non è un mestiere che s’improvvisa: «Per questo è fondamentale rivolgersi e affidarsi a veri professionisti del settore, riconosciuti da una legge, la 4 del 2013, proprio a tutela dei fruitori finali». In Inghilterra, per esempio, c’è un’organizzazione benefica fondata da un pianista cieco, Danny Lane, che si chiama Music and the Deaf, creata apposta per avviare i bimbi sordi al piacere della musica suonata e “ascoltata”.

Evelyn Glennie – frame video

Dunque, sempre Salvo mi rende edotto, i sordi percepiscono le vibrazioni. E da qui si parte: «Nei concerti forniamo al pubblico un palloncino gonfio d’aria che va tenuto tra le mani. Il suono che esce dalle casse produce vibrazioni che, in base all’intensità, si propagano sul palloncino: «Attraverso le mani si avverte il ritmo, la forza. Aggiunto all’interprete che sta sul palco che segna i testi accentuando il significato dello stesso con i movimenti del corpo, la musica nel suo insieme prende forma per la persona sorda. In più, il sordo leggendo con la vista, oltre al segnare del traduttore, rileva i giochi di luce, il modo in cui i musicisti si muovono sul palco, il pathos, la rabbia, la tristezza… così il brano si “materializza”». Ciascuno, poi, elabora la musica come l’ha assorbita in base a questi stimoli.

A proposito di ritmo, c’è una bravissima percussionista scozzese, Evelyn Glennie, profondamente sorda da quando aveva 12 anni, ha suonato con Björk, Elton John e Sting, per citarne alcuni, ha all’attivo molti album, soprattutto collaborazioni, e un mare di performance in giro per il mondo. Suona scalza, per percepire meglio le vibrazioni, il suo corpo le assorbe e lei le sente (ascoltatela in questo interessante TED di qualche annetto fa, o nella recentissima lezione sulla diversa percezione del suono di un tamburo). Un esempio della usa musica lo trovate qui.

Brazzo – frame video

Come Evelyn anche altri musicisti “deaf” usano la musica per divulgare il loro modo di sentirla e, dunque, suonarla. Il rap è uno dei generi preferiti dagli artisti sordi perché già molto fisicamente espressivo di suo. In Italia ha acquistato una certa fama Francesco Brizio, nome d’arte Brazzo, un tarantino, a Milano da una decina d’anni, figlio di sordi e sordo dalla nascita che, aiutato da una brava amica logopedista, riesce a rappare in modo estremamente fluido ed efficace. Nel 2016 si fa conoscere con Sono sordo mica scemo, l’ultima sua uscita è a Italia Got’s Talent di quest’anno con un inedito Volere è Potere, che ha mandato in sollucchero i giudici.

Altro rapper, ma oltreoceano è Sean Forbes, nato 38 anni fa a Detroit, la città di Eminem, e sordo da quando aveva un anno d’età. Proprio grazie a Eminem riesce a pubblicare I’m Deaf (Sono Sordo), l’Ep di debutto nel 2010. L’ultimo lavoro l’ha pubblicato a febbraio di quest’anno e si intitola Little Victories (Piccole Vittorie). Sean oltre a essere un artista è anche in un attivista per la causa dei non udenti.

Vale la pena citare un’altra artista, americana di Cincinnati, Mandy Harvey, 32 anni, diventata sorda per una malattia a 18 anni. Mandy ha sempre studiato musica, fin da piccola. Adora cantare jazz ma non disdegna il pop, ha frequentato il conservatorio e, quando le hanno detto che forse non sarebbe più riuscita a cantare né suonare, ha raddoppiato la sua volontà e passione per la musica. Ascoltatela in un brano dei Radiohead (già presentato) ma contenuto nell’ultimo album rilasciato lo scorso anno dal titolo Nice To Meet You: la dolcissima Creep. A voi il giudizio!

Ingannare la quarantena/ I lavori delle rockstar

Non mi faccio vivo da alcuni giorni. Chiedo venia. Ahimè sono caduto anch’io nella rete della febbre. Non so se sia “il maledetto” o qualche altra forma virale più banale. So che respiro bene ma la febbre mi arriva improvvisa e poi come arriva se ne va… In quest’altalena non proprio salubre mi hanno fatto visita un po’ di idee per aiutarvi ad alleggerire la quarantena. Come Francesco (Guccini) nella sua Opera Buffa, vale la pena che la riscoltiate perché è sempre fantastica, me ne stavo disteso nel mio candido lettino a riflettere quando ho sentito una voce (la febbre gioca brutti scherzi)… Non mi è apparso nessuno, premetto, ma mi è venuto in mente Ozzy Osbourne e con lui  le battute che stanno circolando a questo proposito sul coronavirus e la proverbiale resistenza a qualsiasi forma patogena dell’ex Black Sabbath. Così, sempre nell’ottica di passare alcuni minuti sereni, oggi vi voglio divertire con un breve post. Vi siete mai domandati che mestiere facessero le rockstar prima di diventare… rockstar? Cosa faceva Ozzy?

Tra le star della musica c’è di tutto. Il parterre è ampio, nella storia della musica, prima di sfondare e diventare famosi i nostri eroi hanno dovuto stringere la cinghia e adattarsi a fare i lavori più umili. Con qualche eccezione: Il maestro Vinicius De Morães per esempio cantava, componeva, scriveva versi, poesie, e romanzi per passione ma la sua vera attività era quella diplomatica. Qui con Toquinho in Canto de Ossanha. Dall’altra parte dell’Oceano, in Scozia, Rod Stewart, anni più tardi, era una promettente stella del calcio dei Celtic (ancora oggi a 75 anni il terribile Rod the Mod fa parte di un team seniores). Vale la pena riascoltarlo nella splendida  You’re in My Heart (The Final Acclaim). Insomma, personcine a modo, come si diceva un tempo, forse un po’ troppo “agitate”, ma a modo, anche se si favoleggia che Rod abbia lavorato per un certo periodo in un camposanto come becchino…

Dunque, vediamone alcuni. E iniziamo proprio da zio Ozzy, il quale non ha mai fatto mistero di aver lavorato anche in un macello: era l’addetto a svuotare gli stomaci degli animali macellati e lui, come ha più volte ricordato, continuava a vomitare, come dargli torto. Non so se gli sia venuto in mente di azzannare il naso di una mucca, non credo… intanto ascoltiamolo in Under The Graveyard. Ma anche Johnatan Davis 49enne leader dei Korn, non aveva scelto una professione facile. Lui proprio ha studiato e s’è laureato in tecniche di imbalsamazione. Ha lavorato per alcuni anni nel settore, è stato pure assistente del dipartimento del coroner della contea di Kern in California. Fino a quando non ce l’ha fatta più e si è ammalato di Distrubo da Stress Post Traumatico. Ascoltiamo i Korn in You’ll Never Find Me, dall’album The Nothing del 2019.

Anche il frontman dei Clash il grande Joe Strummer, ha avuto un passato da “gravedigger”, insomma, becchino, al St. Woolos Cemetery di Newport, Galles per pagarsi gli studi artistici. Ecco la mitica band in Rock In The Casbah. E chi l’avrebbe mai detto che il settantenne Gene Simmons la lingua più lunga del rock, avesse insegnato in un college e fosse stato anche aiuto editor di Vogue? Qui in God Of Thunder  dall’album Destroyer uno dei grandi classici della band. E chiudiamo con la settantatreenne poetessa del rock, Patti Smith. Da ragazza ha lavorato in un’azienda di giocattoli e lei ricorderà quell’esperienza come una delle più brutte della sua vita per come la giovane Patti fu martirizzata dai suoi colleghi. Qui in Redondo Beach, dal mitico album Horses del 1975.

Memento/ Lucio Dalla, una canzone e un ricordo…

4/3/20. Sono bastati 12 giorni a Ozzy Osbourne per scalare le classifiche mondiali e posizionare il suo Ordinary Man al top di vendite e ascolti. Come lui, sulla cresta dei 70 e oltre ci sono altri ex-ragazzi ribelli in piena attività, Mick Jagger, Keith Richards, Elton John, Paul McCartney… Lucio Dalla, oggi avrebbe compiuto 77 anni, la stessa età del baronetto Paul, un anno in meno di Charlie Watts, impenetrabile batterista dei Rolling Stones. Non ho citato questi nomi a caso. Tutti, incluso Dalla, erano e sono animali da palcoscenico. Artisti che si alimentano dell’energia del pubblico, caricano la loro creatività e “istrionicità” per restituirla, attraverso emozioni, a quello stesso pubblico. Oggi è il compleanno di Lucio Dalla e la musica italiana – ma anche quella internazionale – a otto anni dalla sua morte ne avverte sempre di più la sua mancanza.

Non voglio ricordare quanto grande sia stato il piccolo e peloso bolognese che della sua statura e irsutezza era riuscito a trarne punti di forza e tipicità, e della sua straordinaria dote di combinare con eleganza e ironia parole e note, la sua profonda bellezza. Oggi tutti i giornali lo stanno facendo. Voglio, invece, raccontarlo attraverso un mio piccolo ricordo. Profondo Veneto, adolescenti. Mattina al liceo classico tra Kant, Dante e lettura di giornali (obbligatoria), pomeriggi, dopo lo studio, ad arrangiarsi sulla tastiera di un pianoforte o sulle corde della chitarra. Ragazzi di provincia. Nella seconda metà degli anni Settanta alle pendici del Monte Grappa si vivevano gli anni della contestazione e del terrorismo cercando di canalizzare la nostra giovane e vigorosa dose di insoddisfazione contro un establishment logoro e decadente con parole e musica. I nostri strumenti? Un foglietto ciclostilato che chiamavamo giornale, diventato poi un giornale, e una stanza dove ci si trovava a suonare. Tra le prime cover, tra Dylan, Santana, Beatles e Cat Stevens, c’era anche Dalla con il suo omonimo disco pubblicato nel 1979. L’anno che verrà, ma anche Anna e Marco, a dire il vero il brano più gettonato nelle nostre “uscite” iperlocal. A oltre quarant’anni di distanza mi chiedo perché, tra le tante canzoni famose che si strimpellavano con chitarratastierabassobatteria, proprio Anna e Marco, che iniziava con un piano elettrico sommesso, era quella che colpiva di più: in una canzone, che in realtà è una breve, completa e cruda storia con un inizio e una fine, quella di due giovani di provincia, ci si rispecchiava tutti. Era esattamente così: le domeniche oziose, il ritrovo al bar, quella malinconia costante e la voglia di fare qualcosa di diverso, i sogni, la voglia di volare e di conquistare la luna, infranti sempre dal semplice “abbaiare di un cane”, e l’inevitabile ritorno alle proprie giovani vite. Un circuito “eterno”, un limbo che in tanti abbiamo cercato di rompere, riuscendoci?, in anni dove Internet, cellulari e social erano realtà inimmaginabili e la provincia era… provincia, punto. Eravamo tanti Anna e Marco, da Nord a Sud. Grazie anche a Lucio Dalla ne abbiamo preso coscienza, scegliendo le nostre future vite.

Ozzy Osbourne, arriva “Ordinary Man”, ma non è il solo… uomo comune

Oggi esce il tanto atteso disco di Ozzy Osbourne, Ordinary Man, un gran bell’album, perfetto, rètro al punto giusto, chitarre cupe ed esplosive, voce metallica ancora da “Principe delle Tenebre”, collaborazioni prestigiose (sir Elton John, Post Malone, Tom Morello, Trevis Scott, il produttore Andrew Watt alla chitarra, Duff McKagan dei Guns N’ Roses al basso, Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers alla batteria, Slash nell’assolo finale del brano che apre l’album, Streight To Hell, e in Ordinary Man).

L’ex-frontman dei Black Sabbath è un signore di 71 anni che ha vissuto senza risparmiarsi tra droghe, alcol e mattane varie, da vera rockstar. Si rende conto che sta invecchiando e che deve fare i conti con la propria vita, a maggior ragione ora che ha annunciato d’essere ammalato di Parkinson. Addio alle provocazioni, dunque? C’è da dubitarne, anche se Ozzy appare più riflessivo. Ma come dimenticare, tra le mille, quella che fece esattamente 38 anni e tre giorni fa, il 19 febbraio del 1982, quando venne arrestato a San Antonio (Texas) per aver urinato sul monumento in ricordo degli americani che morirono nella battaglia di Alamo? Intervistato, calcò la mano, dichiarando che il suo prossimo obiettivo era pisciare sul prato della Casa Bianca a Washington (allora era presidente Ronald Reagan).

Visto che stiamo parlando di Ozzy, tanto per rimanere in tema riflessivo, anche la sequenza dei titoli delle canzoni rientrano in questa sua elaborata cupezza senile. Provate a recitarli, tradotti, come se fossero l’insieme di un testo poetico…

Straight To Hell
All My Life
Goodby
Ordinary Man
Under The Graveyard
Eat Me
Scary Little Green Men
Holy For Tonight
It’s A Raid
Take What You Want

Dritto all’inferno,
Tutta la mia vita…
Arrivederci
Uomo Comune.
Sotto la tomba,
Mangiami.
Oggi è la Fine,
Spaventoso, piccolo uomo Verde,
Santo per questa notte.
È un assalto
Prendi quello che vuoi…

Oltre all’Ordinary Man di Ozzy – qui sotto le prime strofe del brano – nella storia recente della musica ci sono molti brani (e qualche titolo di disco) che portano lo stesso nome, “Uomo Comune”. Ne ho selezionati alcuni, tra i più conosciuti. 

I was unprepared for fame
Then everybody knew my name
No more lonely nights, it’s all for you
I have traveled many miles
I’ve seen tears and I’ve seen smiles
Just remember that it’s all for you
Don’t forget me as the colors fade
When the lights go down, it’s just an empty stage

Non ero pronto per la fama
Poi tutti hanno conosciuto il mio nome
Non più notti solitarie, e tutto per te
Ho percorso molte miglia
Ho visto lacrime e sorrisi
Ricorda che è tutto per te
Non dimenticarmi mentre i colori sbiadiscono
Quando le luci calano, è soltanto un palco vuoto…

 

Christy Moore artista folk irlandese impegnato, pubblica nel 1985 Ordinary Man. Il brano è stato ripreso anche da altri musicisti, come il chitarrista inglese Alvin Lee.
«I’m an ordinary man, nothing special nothing grand
I’ve had to work for everything I own
I never asked for a lot, I was happy with what I got
Enough to keep my family and my home
Now they say that times are hard and they’ve handed me my cards
They say there’s not the work to go around
And when the whistle blows, the gates will finally close
Tonight they’re going to shut this factory down
Then they’ll tear it d-o-w-n…»

«Sono un uomo normale, niente di speciale, niente di eccezionale
Ho dovuto lavorare per tutto ciò che possiedo
Non ho mai chiesto molto, ero contento di quello che avevo
Abbastanza per mantenere la mia famiglia e la mia casa
Ora dicono che i tempi sono difficili e mi hanno dato le mie carte
Dicono che non c’è lavoro abbastanza per tutti
E quando il fischio soffia, le porte si chiuderanno finalmente
Stasera chiuderanno questa fabbrica
Visto che poi l’abbatteranno…»

Eels, Una versione molto sentita questa Ordinary Man di Mark Everett, leader della band indie rock americana.
«Well, it’s another warm day in the city of cold hearts
They all just play the part of who they are
And I’m here on my own, I’d rather be alone
Than try to be someone that I’m not
And you seem like someone who could
Appreciate the fact that I’m no ordinary man…»

«Va bene, è un altro giorno caldo nella città dei cuori freddi
Tutti recitano la parte di quello che sono
Io sono qui da solo, preferirei essere solo
Piuttosto che cercare di apparire qualcuno che non sono
E tu sembri quello che potrebbe
apprezzare il fatto che non sono un uomo normale…»

Johnatan Coulton Anche il 49enne artista indie folk newyorkese ha la sua Ordinary Man dall’album Solid State del 2017…
«Now your heart’s all done
But your head won’t let you run
You’re dying where you stand.
All this “wait and see”,
All this “what will be, will be”,
That sounds like the plan
Of an ordinary man…»

«Ora il tuo cuore è finito
Ma la tua testa non ti lascia correre
Stai morendo lì dove sei.
Tutto questo “aspetta e vedi”,
Tutto questo “ciò che sarà, sarà”,
Sembra essere il piano
Di un uomo normale…»

Mika Michael Holbrook Penniman Jr., in arte Mika, può vantare una emozionante Ordinary Man, tratta dall’album No Place in Heaven del 2015.
«So you say it’s ordinary, love?
That’s impossible to do.
No such thing as ordinary, love.
I was ordinary just to you…»

«Quindi dici che è comune, amore?
Questo è impossibile.
Non esiste una cosa che sia normale, amore.
Ero normale solo per te…»

Lloyd Parks, in versione reggae pubblicata nel 1972 dal musicista jamaicano, ecco la sua Ordinary Man.
«Something told me, it was like an holiday,
And something say now: that I should stay.
It’s that crazy kind of feeling in my soul!
It’s that crazy kind of feeling, that sets me wheeling.
Why should I, now, be working this way?
And when I work, yeh, I can’t get my pay.
See, I’m just an ordinary man, yeh, yeh, yeh.
I’m just an ordinary man and you know it’s true…»

«Qualcosa mi dice che era come una vacanza
e qualcosa mi dice ora che dovrei restare.
È quella folle sensazione nella mia anima!
È quella folle sensazione, che mi fa muovere.
Perché, ora, dovrei lavorare così?
E quando lavoro, non vengo pagato.
Vedi, sono solo un uomo normale, sì, sì, sì.
Sono solo un uomo normale e sai che è vero…»

The Doobie Brothers C’è un Ordinary Man tratto da Sibling Rivalry (2000) anche per la longeva rock blues band a stelle e strisce…
«In between the doubts and the dreamin’
Comes my humble quest for a plan.
I’ve been out there hoverin’ by,
Don’t forget to pull me in sometimes.
Will you be with me as I make my journey
Through the labyrinth of time?
And I’m still waitin’ for the good Lord
To show me the way, babe.
This is who you see, this is who I am.
Please forgive me if I fall sometimes,
Just an ordinary man…»

«Tra i dubbi e il sogno
Arriva la mia sommessa ricerca di un piano.
Sono stato là fuori in bilico,
Non dimenticare di coinvolgermi qualche volta.
Verrai con me nel mio percorso
Attraverso il labirinto del tempo?
E sto ancora aspettando il buon Dio
che mi mostri la strada, piccola.
Questo è quello che vedi, questo è quello che sono.
Per favore, perdonami se a volte cado,
Sono solo un uomo normale…»

The MacQueens Una coppia nella vita e un duo alternative folk indie nel lavoro. Così cantano la loro Ordinary Man
«I’m not a hero or a villain too,
I’m not a liar, I’m an honest dude.
I might have a complex but so do you
I’ve got no love for all yours rules.
I’m just my own kind of ordinary man…»

«Non sono un eroe e nemmeno un malvagio,
Non sono un bugiardo, sono un tipo onesto.
Potrei avere un problema, ma così anche tu
Non mi appassiono per tutte le tue regole.
Sono solo il tipo di uomo normale…»

Oltre a questi autori, molti altri hanno intitolato la loro canzone Ordinary Man, dall’irlandese John Donohoe con la sua musica “folk gospel” ai Chinese Man, collettivo di dj francese, ai veronesi Kiowa, stoner rock band che ha appena rilasciato il suo primo lavoro, Bloom. E ancora, la metal band americana del Connecticut GoRJA, i Day One, band di Bristol, il cui primo album, pubblicato 20 anni fa, si intitolava proprio Ordinary Man.