Nino Buonocore, il jazz e la Festa della Musica

Nino Buonocore – Foto Marco Medaglia

21 giugno, Festa della Musica. Come ogni anno, da quarant’anni a questa parte (se l’inventò l’allora Ministero della Cultura Francese diretto da Jack Lang con la dicitura Faites de La Musique), è una giornata dedicate al “fare” musica, Make Music Day per gli anglosassoni, poi diventato in Francia, Spagna e Italia, Fête, Festa (la pronuncia per Faites e Fête è praticamente la stessa). In Italia la si festeggia da 28 anni. Il tema 2022, come si legge sul sito ufficiale della manifestazione, è Recovery Sound Green Music Economy: ovvero, porsi l’obiettivo della ripartenza del settore Musicale attraverso una particolare attenzione e rispetto per l’ambiente…

Fare e festeggiare sono due “azioni” che vanno molto d’accordo. Perché, comunque, suonare implica voglia di ascoltare, divertirsi, ballare, emozionarsi, giocose declinazione del fare. Tra le numerose iniziative organizzate lungo tutta la Penisola, mi focalizzo su una, in Puglia, a Francavilla Fontana (Brindisi), dove, alle 21, in piazza Giovanni XXIII, salirà sul palco Nino Buonocore.

È uno di quegli artisti che ho continuato a seguire negli anni. Napoletano, classe 1958, è famoso per canzoni divenute hit nel mondo, vedi Scrivimi, Rosanna, E se qualcuno domani… Con la sua erre leggermente arrotata e soprattutto con quella raffinata capacità di comporre e arrangiare, ha seguito una strada che lo ha portato inevitabilmente, nel corso della sua lunga attività, dal pop al jazz. 

Nell’album Una città tra le mani, uscito negli inizi del 1988, ha collaborato anche Chet Baker. Se andate in rete trovate le loro esibizioni in alcuni video dell’epoca. La naturale evoluzione al jazz lo ha portato a pubblicare lo scorso anno un gran bel lavoro, In Jazz (live), 14 brani, registrati il 27 Febbraio 2020 a Roma presso l’Auditorium Parco della Musica, tutti suoi lavori già ascoltati, rivisitati con sapienza, e un nuovo brano, Meglio Così.

Un live registrato d’impatto, grazie a un’intesa perfetta con i musicisti, Antonio Fresa al pianoforte, Antonio De Luise al contrabbasso, Amedeo Ariano alla batteria, Flavio Boltro alla tromba e Max Ionata, al sax.

Proprio la Festa della Musica mi ha spinto a chiamarlo e a parlare di musica, linguaggio, spontaneità, generi…

Nino, rispetto al pop anni Ottanta, noti anche tu un certo impoverimento-appiattimento nella musica mainstream?
«Niente di nuovo, siamo in linea con i mutamenti sociali. Il livello culturale si è abbassato tantissimo e le arti ne risentono, sono influenzate da questo nuovo stimolo».

Non sarà anche che, grazie alla tecnologia, non serve sapere suonare…
«Gli strumenti per fare musica oggi sono più semplici, se comparati alle altre arti. Se vuoi dipingere devi avere una certa formazione, lo stesso se vuoi scrivere o scolpire. Mancando questo approccio conoscitivo è ovvio che, grazie alla tecnologia, tutti ci provino. Poi è chiaro che per uno come me, che viene da storie di suono “analogico”, dove si imponeva la conoscenza del linguaggio musicale, questi sono percorsi difficili da capire».

Che concetto hai della musica?
«Molto rispettoso. Sono un autodidatta: vengo da una famiglia che non aveva le possibilità per farmi studiare. L’approccio spontaneo è liberatorio, ma poi arrivi a un punto che senti la necessità di approfondire. Ho dovuto farlo per forza, per poter dialogare con personaggi che non parlano la tua stessa lingua! La musica è un linguaggio condiviso, invece dell’inglese ho imparato quest’altro idioma…».

Con la musica non hai mai avuto ostacoli linguistici…
«Se conosci la musica parli la stessa lingua degli altri musicisti. Ci si capisce perfettamente così, non servono le parole».

È quello che hai fatto con Chet Baker?
«Sì, era un personaggio affascinante, un artista che mi ha molto emozionato».

Ha collaborato nel tuo album Una città tra le mani, giusto?
«Sì, in più brani. Il suono della sua tromba era perfetto per quel lavoro. Il mio staff riuscì a contattarlo. Ci siamo incontrati in un bar. La notte prima ero andato in paranoia, l’ho passata trascrivendo tutti i brani in modo dettagliato. Il giorno dopo mi sono presentato consegnandogli gli spartiti. Lui li ha guardati, li ha messi da parte (non sapevo che non leggesse la musica) e mi ha detto: “Fammi ascoltare qualcosa tu”. Dopo pochi minuti ha risposto: “Ok, lo faccio”».

Così avete registrato…
«In sala d’incisione è stato lapidario: “Tu canta che io suono”, la riprova che la musica è un’entità libera, dove basta saper parlare la stessa lingua per realizzare cose fantastiche».

A Sanremo ci sei stato più d’una volta… Oggi ci andresti?
«In quegli anni il Festival era un grande trampolino di lancio anche per chi faceva una musica di livello diverso. Portavi una canzone che, se al pubblico non piaceva, attirava però l’attenzione della critica. Oggi è cambiato tantissimo, è più votato allo spettacolo, un grandissimo show in cui la musica non è l’elemento essenziale. All’epoca, ci si metteva a studiare mesi e mesi prima per trovare la canzone giusta, quella che riuscisse a rappresentare il tuo repertorio, un brano che dovesse durare nel tempo».

Nino Buonocore – Foto Franco Medaglia

Torno alla musica come linguaggio: sei una persona molto riservata, che parla poco, non certo un presenzialista!
«I musicisti veri hanno dentro un bisogno che esprimono scrivendo canzoni. Credo che tutto sia partito da un disagio verso un modo tradizionale di comunicare. Quelli come me che vengono da una scuola cantautorale sanno che la musica è importante, ha cambiato persino gli Stati, è un forte volano culturale. Oggi non c’è questa urgenza di esprimere contenuti sociali, che comunque ci sono, piuttosto condizioni personali. Non è più pilota di cambiamento».

Come ti sei avvicinato al jazz?
«Non amo fare catalogazioni estreme, per me la musica è una sola. L’unica suddivisione è in bella o brutta! La musica ha bisogno di libertà espressiva: dopo anni alla ricerca di una tua precisa identità, il jazz ti permette di prendere strade più… avventurose, diverse».

Un punto consapevole di arrivo e non una partenza…
«È un percorso naturale legato anche alla crescita artistica, c’è da aspettarselo. I musicisti che suonano con me arrivavano tutti da varie estrazioni, rock, funk, blues… Il jazz non è un punto di arrivo ma una delle tante fermate di questo treno meraviglioso che è la comunicazione musicale».

Per suonarlo devi avere però molti strumenti culturali a disposizione…
«È una forma di grande libertà espressiva, la differenza che c’è tra un amico e un conoscente. All’amico dici tutto, puoi aprirti, mentre con un conoscente sei portato a essere più riservato. Il jazz è un amico».

Al concerto di domani sera a Francavilla Fontana suonerai jazz?
«Se vado in un posto dove il pubblico sceglie di venire perché è consapevole di quello che faccio, posso permettermelo. Altrimenti, in un luogo dove sono stato invitato e le persone arrivano non solo perché ci sono io a suonare, penso sia giusto fornire una proposta più fruibile. È una questione di rispetto».

Giusto. Nei tuoi ultimi lavori stai puntando all’essenziale, forme più ricercate prive di sovrascritture…
«Sì, credo che spogliarsi del superfluo sia una necessità. Ho un progetto parallelo dove propongo canzoni per voce, chitarra e fisarmonica. Il fatto è che inizi a scavare, arrivi all’osso, ti appassioni per una piccola suggestione, appena appena… quello!».

Un suono più vicino al tuo essere artista oggi?
«È una condizione di grande intimità. Prima ero molto legato agli arrangiamenti, ora mi interessa più l’etica della musica piuttosto che l’estetica».

Etica in che senso?
«La musica ti insegna a vivere, a stare in questo mondo. Non è soltanto volta al divertimento. È denuncia, protesta, un’altra visione, come giustamente veniva considerata negli anni Settanta».

Sei di Napoli, cosa pensi dei neomelodici?
«Li considero un po’ come il liscio per la Romagna, una musica popolare. Sono una degenerazione della musica popolare, in tempi dove c’è tanta meno cultura».

Te l’ho chiesto perché Eduardo De Crescenzo ha appena pubblicato Avvenne a Napoli, passione per voce e piano, un libro e un Cd con i quali ha scavato nella prolifica canzone napoletana dall’Ottocento ai primi del Novecento…
«Un bellissimo lavoro! Ed è vero: l’aria di un’Operetta è una canzone; la musica napoletana l’ha presa a modello, rigenerandola. Ha migliorato sicuramente l’impostazione della musica “leggera” prima del Ventennio fascista, con strutture armoniche e melodiche importanti».

In Jazz (Live) è stato un esperimento?
«È il mio unico disco registrato dal vivo e al netto di prove, dove c’è stata la massima libertà per i musicisti. Una sorpresa molto formativa, da quel concerto ho imparato molte cose che applico oggi nei miei concerti».

La cover del tuo lavoro è un camaleonte non a caso…
«Sì, quel camaleonte mi rappresenta, la copertina l’ha disegnata mia figlia Nadia, che è una brava illustratrice…».

Rumatera: “Made in Veneto”, punk rock… in dialetto

I Rumatera – foto Davide Carrer

Quando ho ascoltato il disco l’effetto è stato spiazzante. Non capivo se i quattro forsennati che, con chitarre, basso, batteria e voci pompavano un classico punk californiano brillante e un po’ cazzone, mi stessero prendendo in giro o insistessero molto, ma veramente tanto, a voler essere liquidati come un banale prodotto goliardico da serate alcoliche e rutto libero.

Mi sbagliavo! Made in Veneto, settimo lavoro della band formatasi nel 2007 nella provincia veneziana, è esattamente l’opposto. Tanta ironia, passione, goliardia, per sfatare il mito di un Veneto ricco – l’operoso Nordest! – chiuso, poco accogliente, credulone. Le chitarra distorte che disegnano incrollabili riff, la batteria che carica a cento all’ora raccontano altro: la voglia dissacrante di cancellare i luoghi comuni per offrire una narrazione diversa. In queste brillanti demolizioni c’è posto anche per Fossimo nati a Napolibrano dedicato al capoluogo campano e alla sua grande cultura musicale, visto ovviamente, con gli occhi dei Rumatera – a proposito, il nome della band è quello, in dialetto, del carassio, pesce d’acqua dolce, immangiabile, che fruga nel fango in perenne ricerca di cibo… 

La parte musicale è ben costruita, un punk rock anni Novanta, alla Blink-182, Rancid, Green Day, per capirci. Sentire punk della costa Ovest degli States applicato al dialetto veneto fa ancora più effetto, ne amplifica quell’anima sarcastica e demolitrice che il genere si porta dietro. 

I testi sono espliciti, senza filtri, come d’altronde gli argomenti trattati: Daniele Russo (Bullo), Giorgio Gozzo (Gosso), Luca Perin (Sciukka) e Giovanni Gatto (Rocky Giò) quasi fossero degli esperti etologi, scavano, o meglio, “i ruma”, nella loro esegetica “venetitudine” per dar vita a personaggi che poi esistono davvero: quello che, in piena crisi di mezza età, si fa incidere tatuaggi che costano mezo million (il veneto conta ancora in lire), per poi pentirsi (Tatuajo), quell’altro che soffre di perenne priapismo fisico e mentale (Cuco Duro), i commenti nella piazza del paese al passaggio di una bella ragazza (Cueatte). Insomma, ritratti, macchiette che non è difficile incontrare al bar davanti a uno spriss. Oltre le fulminanti bordate ci sono le riflessioni: sull’amicizia Semo ancora qua, sull’amore e la nostalgia, Camponogara e il brano d’apertura, che porta il titolo dell’album, Made in Veneto, una sorta di prefazione a quello che si ascolterà… Made in Veneto/ che par sempre sarà casa mia/ anca quando so distante/ Nisun capisse niente/ E pena verzo boca i sente che mi so da qua…

Ho chiamato Daniele Russo, il Bullo, frontman della band, per una chiacchierata sul disco e la band. Assieme a Giovanni Gatto ha suonato nei Catarrhal Noise, per dirla in dialetto veneto, grupo heavy metal demensiale del Vèneto nasesto a Noałe, in provincia de Venessia, intel setenbre 1994. Ultima annotazione: è un appassionato della musica di Davide Van De Sfroos.

I Rumatera son tornati riaffermando la loro provenienza: come il Prosecco, non siete solo Doc, ma addirittura Docg!
«Made in Veneto è un punk hardcore melodico scritto da Giorgio Gozzo, Gosso (il bassista della band). È il nostro modo di dire cosa significhi il Veneto per noi. Spesso siamo visti come gente che pensa solo ai soldi, all’azienda di famiglia, non parliamo in dialetto per non farci capire ma perché siamo così, attaccati ai luoghi dove siamo nati e cresciuti…».

Passo subito a Fossimo nati a Napoli: cosa significa?
«Sembra una presa in giro, ma non lo è. Anzi, è l’esatto contrario. Siamo partiti da questo pensiero comune: se fossimo nati in America, ora saremmo dei musicisti milionari? E se fossimo nati a Napoli, sarebbe stato lo stesso? In quella città si sente che c’è qualcosa di diverso. Se fossimo nati a Napoli… probabilmente avremmo avuto più successo. Perché la canzone napoletana è affermata nel mondo, è riconosciuta e riconoscibile, un marchio. Noi veneti ci dobbiamo accontentare. E poi, per inciso, di cognome faccio Russo, mio nonno era campano!».

Chi canta con accento napoletano?
«Enzo Savastano, ha voluto cimentarsi in una parodia del cantante neomelodico napoletano…».

Vivete di musica?
«Giorgio e io lavoriamo nel settore; ho una casa di edizioni musicali, Giovanni si occupa di informatica, Luca è un videomaker».

Curiosità: chi sono i tosi de campagna?
«Era il titolo di un format che ci eravamo inventati su una televisione locale (noi pagavamo gli spazi) nello stesso studio allestito per registrare una trasmissione di liscio, tutto tende e paillettes… I tosi de campagna è il nostro modo di essere, di vivere. Un modo semplice, come cantiamo in Made in Veneto, dove ti ritrovi con gli amici, senti che c’è un forte legame fra te e il luogo in cui sei nato e cresciuto».

Amicizia, semplicità, divertimento sano, non essere schiavi di mode e social. Siete di un’altra epoca…
«Abbiamo l’impressione che ci sia una parte della cultura veneta che non sia rappresentata. Prevale l’idea del Veneto legato alla politica, agli affari, all’economia e poco, a una visione più… artistica, la parola giusta è più… napoletana. Eppure la nostra è una regione bellissima a livello estetico, di paesaggio. Offre tante opportunità, non solo economiche, di socializzazione. La gente del Veneto è molto inclusiva…».

L’idea, invece, è quella di una regione poco ospitale, che non vuole immigrazione straniera… insomma capisaldi di certi partiti politici che hanno fatto fortuna da queste parti…
«Sì brontolano contro gli immigrati ma poi ci vanno d’accordo, diventano amici, si ritrovano al bar».

Quindi, tornando al concetto di tosi de campagna
«Noi lo sentiamo davvero. Abbiamo avuto la fortuna di nascere e crescere in paesini di campagna. Certo anche qui è arrivato un certo “poserismo”, chiamiamolo globalizzazione per comodità di linguaggio, ovvero l’assunzione di modelli culturali che non ci appartenevano. Ciò ha portato a far sentire i giovani inadeguati nel loro modo di vivere, a vedere come giusti quei modelli e, di conseguenza, a sentirsi… sbagliati. I tosi de campagna, invece, sono quelli “resistenti”; quando vedono un “poserista” gli dicono: Ma dove votu ‘ndar? (tradotto: ma dove vai così conciato?)».

La band in concerto – Foto Davide Carrer

E il vostro modo di fare musica…
«Abbiamo attinto da certa musica americana, l’abbiamo reinterpretata parlando delle nostre storie. Anche in questo ci riconosciamo come tosi de campagna. Raccontare le nostre differenze è una sorta di resistenza artistica, che poi è quello che fanno a Napoli. Su questo sono inarrivabili».

Tornando ai modelli, cosa pensi della musica prevalente, penso alla trap, al rap italiano degli ultimi anni…
«Trap e rap sono tendenze diffuse, dobbiamo farne i conti. Possiamo discutere se siano un’evoluzione o un’involuzione, una cosa è sicura: sono il segno dei tempi. Ci sono più artisti singoli che band tradizionalmente intese. Però questi ragazzi si organizzano ugualmente in gruppo, uno canta, l’altro prepara le basi, l’altro fa le foto, un altro ancora i video. Sono una crew, una compagnia, appunto. Questo lavoro di gruppo per me è l’aspetto positivo, il riuscire a relazionarsi con altra gente».

Siete degli animali da palco, i vostri concerti sono esperienze di coinvolgimento, avete un seguito fedele come le band degli anni Settanta…
«Suonare con gli strumenti sul palco per noi è come chiacchierare tra amici, è una magia, una cosa fisica, corpi che si muovono a ritmo, intesa che riusciamo a trasmettere a chi ci ascolta. Abbiamo fan in tutto il Triveneto, ma anche in Lombardia e in Piemonte».

Avete citato anche un must della disco Simbaweda di Lady Brian…
«Brian è un vocalist di culto transgenerazionale. Assieme a Igor S. è stato per anni dj resident a Jesolo e in altre grosse discoteche del Veneto ma non solo. Pensa, da giovane, metallaro fino all’osso che odiava le discoteche, sono finito a suonare con lui, siamo diventati amici, suoniamo insieme».

I Rumatera sono andati a finire persino a Los Angeles…
«È stato nel 2015, quando Rocky Giò ha deciso di uscire dalla band. Rimasti senza un chitarrista abbiamo pensato a come trovarne uno, ma a modo nostro…».

Capovolgendo l’ovvietà!
«Sì, Abbiamo deciso di andare a Los Angeles, creare un talent e cercare un chitarrista americano che avesse le qualità per suonare con noi. Siamo rimasti in California tre mesi».

Quali erano i requisiti richiesti, se non sono indiscreto?
«Prove di “italianità” basate su stereotipi: saper fare la pasta, sedurre una persona di sesso opposto, una prova in lingua italiana orale e scritta e preparare uno spritz come si deve. L’abbiamo messo a punto con un titolo, The Italian Dream, abbiamo trovato un regista, il mitico Jako, Andrea Giacomini, il nostro manager s’è attivato dall’Italia e ha contattato la Campari e così abbiamo ottenuto lo sponsor. È stato davvero divertente»…

Ma il concorso ha avuto un vincitore?
«Certo! Una davvero tosta, Jen Razavi, musicista di origini iraniane, chitarrista delle The Bombpops, band californiana di punk rock. È stata con noi in tour dalle nostre parti per cinque mesi. Una gran bella esperienza, siamo diventati molto amici. A Los Angeles ci siamo tornati un altro paio di volte, poi la pandemia ha chiuso tutto».

Dario Sansone: Napoli, i Foja, i miracoli e le tante rivoluzioni

Esce oggi per l’etichetta indipendente Full Heads Miracoli e Rivoluzioni, ultimo lavoro dei Foja. La band rock folk partenopea capitanata da Dario Sansone ha all’attivo tre album e una peculiarietà: canta in napoletano. Il 1 aprile, su al Nord, nel profondo Veneto da cui provengo, un’altra rockband, anch’essa da anni in azione, i Rumatera, ha pubblicato Made in Veneto, album ironico e istrionico con la medesima caratteristica: cantato rigorosamente in veneto.

Entrambi i lavori sono pieni di energia, ricchi di contenuti, affascinanti. Dei Rumatera parlerò venerdì prossimo, ora è il tempo dei Foja e del loro album che, a partire dal titolo, Miracoli e Rivoluzioni, racchiude tutta la napoletanità più autentica. 

Nel capoluogo campano ci sono molte realtà musicali interessanti, il binomio Napoli-Musica è vivo e profondo, oserei, “tradizionale”. Non sto pensando ai grandi interpreti della musica napoletana, ma a un rinnovato parterre di artisti che ha attinto da questa lunga storia, innovando. D’altronde, ai tempi, anche Renato Carosone, ora nell’Olimpo della napoletanità in musica, è stato un artista “contaminante”. Per non parlare di Pino Daniele! Nuove strade musicali, stesso spirito. Su Musicabile nei mesi scorsi vi avevo presentato Fede ’n’ Marlen, due brave e interessanti artiste con il loro Terre di Madonne, e i Little Pony, band capitanata da un eclettico americano di Minneapolis, musicista e pittore, che ha trovato la sua ragione d’espressività in Italia e in Napoli, usciti recentemente con il disco Vodoo We Do.

Miracoli e Rivoluzioni è un lavoro che si pone a pieno titolo su questa scia: usare paradigmi sonori differenti senza intaccare quella musicalità che ha fatto grande Napoli. Un disco dove i Foja si fanno molte domande sulla vita, il concetto di libertà, l’immigrazione, le guerre, l’amore. Alcuni esempi? Il valore di comunità che è stato travisato sui social (A cosa stai pensando?: Ma tu magni ‘o si magnato? Sí ‘nu giudice ‘o sí giudicato? Sí ‘o veleno o sí l’avvelenato? Manna ‘nu signale o sí signalato…); la fiducia nell’umanità, nonostante tutto (Nunn’è ancora fernuta: A furia ‘e rirere d’e guaje d’a gente/ c’allantunamme sempe/ e tu nun daje ‘na mano a chi vene ‘a luntano/ ‘sta guerra è pure ‘a toja/ ‘a terra è comme ‘a musica nunn’è ‘e nisciuno/ ma tu te futte ‘e paura/ e nun truove ‘na ragione/ ca te fa sta’ buono…). C’è posto per ballate struggenti come Santa Lucia e per un brano famoso, composto dall’argentino Alejandro Romero, che lega inesorabilmente Buenos Aires a Napoli, dedicato al famoso goal di mano che Maradona infilò all’Inghilterra ai Mondiali in Messico, e che i Foja hanno tradotto, con la partecipazione dello stesso Romero, in A mano ’e D10S

Un album a cuore aperto, dunque, che vede, proprio per questo, belle collaborazioni: Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti, Clementino, Enzo Gragnaniello, il pianista Lorenzo Hengeller, il già citato Alejandro Romero. 

Se dovessi sintetizzare Miracoli e Rivoluzioni in una sola parola, userei Appocundria. Che poi è un pezzo splendido di Pino Daniele da Nero a Metà (1980), dove il mitico artista ne spiegava il significato: “Appocundria me scuppij ogni minuto ‘mpietto/Pecché passanno forte e sconcecato ‘o lietto/ Appocundria ‘e chi è sazio e dice ca è diuno/ Appocundria ‘e nisciuno”. 

Appocundria è come la luso/brasiliana Saudade (ne avevo parlato due anni fa in pieno lockdown). Termine che racchiude tristezza, speranza, nostalgia, desiderio struggente. Che poi è stato – e continua a essere – inevitabilmente tradotto in musica. Tra Napoli e Salvador da Bahia, credetemi, c’è un legame fortissimo. Entrambe le città sono musicalmente magiche e portate naturalmente alla musica. È l’Appocundria/Saudade che le rende gemelle nella creatività e nella poetica. 

Ne ho parlato con Dario Sansone, frontman dei Foja. È l’autore dei testi (eccetto L’Urdema Canzone, di Alessio Lollo), cantautore nell’animo, divide ed esprime la sua creatività tra musica e disegno, i suoi sogni di bambino…

Miracoli e Rivoluzioni, bel titolo…
«Sono le due anime dell’album che rispecchiano l’essere di Napoli, città di grandi fedi e altrettante rivoluzioni sociali. Il disco si interroga sull’amore, inteso come miracolo, perché indipendente dalla nostra volontà, e su tutti quegli atti legati all’introspezione umana e sociale dovuti alle nostre decisioni».

Quando avete iniziato a scriverlo?
«Prima della pandemia e rivisto praticamente… fino a oggi! È stato come attraversare un mare profondo con tutto quello che è successo».

Nel disco c’è, molto forte, il concetto di comunità, convivenza, pace, rispetto…
«Sono canzoni che non danno risposte, piuttosto si pongono tante domande. Che hanno a che fare con l’umanità, una riflessione su dove stiamo andando, su cosa sta succedendo, partita prima del Covid e della guerra in Ucraina. Ci troviamo su una strada molto complicata. Oggi è necessario parlare molto più di pace che di guerra. Siamo in mezzo a una lotta che non vede la fine: no vax, sì vax, no Russia sì Ucraina. Dobbiamo imparare a osservare e stare calmi, perché l’odio va più veloce dell’amore».

A proposito di convivenza e contaminazioni: ci sono belle “featuring” nell’album…
«Sì, e ne siamo contenti. C’è un intervento prezioso di Michele Signore, della Nuova Compagnia di Canto Popolare, con la sua Lira Pontiaca in Nunn’è ancora fernuta; il pianoforte di Lorenzo Hengeller in Stella, la partecipazione di Davide Toffolo in A cosa stai pensando, quella di Clementino che ha voluto rappare su Santa Lucia, il grande Enzo Gragnaniello in ‘Nmiezzo a niente, una canzone “denudata”, quasi brasiliana. Sono orgoglioso: lui è Napoli fino all’osso e ha cantato le parole scritte da me!».

E poi c’è anche Alejandro Romero…
«Quando gli abbiamo chiesto l’autorizzazione di cantare il suo brano, non solo ha acconsentito, ha voluto esserci anche lui…».

Dario, sei sempre stato a contatto con la musica…
«Mio nonno ha sempre cantato, mio papà suona la chitarra in una cover band di Santana, musicisti operai… Ieri eravamo insieme dal liutaio, lui con la sua Stratocaster, io con la mia Martin. Ci confrontiamo musicalmente, non pensavo di arrivare, un giorno, a fare tutto ciò. A casa non pensavano che questa mia passione diventasse realtà. Mio padre m’ha trovato a fare concerti in piazza San Carlo completamente piena di gente… In famiglia siamo molto sereni, mia madre è la più severa, è lei che giudica le mie canzoni, èfatta così, rigida anche con se stessa».

E il disegno, l’arte visuale?
«È l’altra mia grande passione assieme alla musica. Sono fortunato perché di entrambe ne ho fatto un lavoro».

A Napoli come vi vedono?
«Più che altro non ci vedono proprio e da un bel po’ di tempo! C’è ancora una confusione burocratica che non permette di sbloccare i concerti. Siamo una band di palco, per questo molto seguita, perché i nostri concerti sono comunione, festa, contatto».

Quando avete iniziato come eravate considerati?
«Come degli alieni! Fare rock-folk cantato in napoletano non è stato capito subito. Per noi era naturale e sincero esprimerci nella nostra lingua. Ora s’è capito che non era ardito ma coerente. D’altronde, Renato Carosone è stato il primo a miscelare musica americana e napoletanità. Penso anche al grande Pino Daniele, a James Senese, sono stati il modo di comunicare di una generazione».

Napoli è particolarmente attiva in ambito musicale…
«È una città artisticamente vivissima. Credo che si leghi alla precarietà in cui siamo abituati a vivere da sempre. La nostra creatività, nella musica, nell’arte, nella cucina è conseguenza di questo nostro vivere. E sai qual è la ragione? ‘O Vesuvio! Il simbolo fisico di Napoli. Può esplodere da un momento all’altro, può distruggerci. Questo vivere sempre sul filo, questa schizofrenia fatta anche di miracoli e rivoluzioni dipende dal vulcano, credimi!».

A proposito, la cover è molto bella!
«È un disegno di Alessandro Rak, disegnatore e regista. Collaboriamo insieme da anni, siamo molto amici. Nel film d’animazione di Alessandro, Yaya e Lennie – The Walking Liberty, che uscirà il prossimo novembre nelle sale, ho scritto la colonna sonora, c’è anche un brano che abbiamo inserito in Miracoli e Rivoluzioni, Pe’ te sta’ cchiu’ vicino, che nel film è cantato da Ilaria Graziano».

Interviste: Fede ‘n’ Marlen, Napoli e la Terra di Madonne

Federica Ottombrino e Marilena Vitale, in arte Fede ‘n’ Marlen – Foto Tiziana Mastropasqua

C’è un disco che sto ascoltando da una settimana con una certa frequenza. E dentro a questo album, custodito come in uno scrigno, c’è un brano, vecchio di 70 anni. Una piccola perla, rotonda e struggente, perfetta. Una canzone che in tanti hanno reinterpretato nel corso del tempo e che è diventata un simbolo della “napoletanità”: Malafemmena. Da Totò, che la compose nel 1951 dedicandola all’amore che la gelosia divorava, quello per Diana Bandini Lucchesini Rogliani, che sposò e da cui ebbe una figlia (ci sarebbe da aprire un bel capitolo su questa storia di possesso dei sensi), passando per Renato Carosone, Roberto Murolo, Massimo Ranieri, Mina, Franco Califano, Gigi D’Alessio… Però, che vi devo dire? Dovete ascoltare questa nuova veste minimal! Per niente banale.

È di un duo che viene da Napoli, due donne, due musiciste che lavorano insieme da otto anni, che hanno incontrato le loro voci e non si sono più lasciate. Si tratta di Fede ’n’ Marlen. Il loro album è Terra di Madonne, uscito il 15 dicembre scorso per Full Heads Records & AreaLive. Malafemmena è l’ultimo brano del disco, solo voci, le loro, e un contrabbasso suonato, con un arrangiamento magico, da Ferruccio Spinetti. Un dialogo dove Marlen canta in spagnolo e Fede in napoletano, per 2 minuti e 2 secondi di intensa bellezza.

E proprio Terra di Madonne e Malafemmena mi hanno spinto a chiamare Fede ’n’ Marlen, ovvero, Federica Ottombrino e Marilena Vitale, per farmi raccontare il loro nuovo lavoro. Il titolo è quanto mai azzeccato: Napoli e i suoi capitelli votivi, Napoli e le sue credenze tra il religioso e il pagano, il ritratto di una città che per noi del Nord è un altro mondo.

Per me arrivare a Napoli è come raggiungere Bahia, lo stato brasiliano culla della musica brasileira. Crogiolo di razze, venute per bisogno o portate per forza. Un nuovo popolo che ha dato vita a ritmi e armonie esportate in tutto il mondo. Napoli è la nostra Bahia, penso, città dove non tutto sarà perfetto, ma la fantasia, il ieitinho, direbbero in Brasile, ti fa fare cose grandi. Nove brani, 28 minuti e 28 secondi in totale, con una narrazione fitta dove c’è il posto per il rapporto tra il divino e l’umano, ma anche per altri temi, vedi la solitudine, le incomprensioni, il rispettare chi non è come te. In Isole cantano: Le tempeste vanno dove ha sete/ Dove si può sopravvivere/ e niente le può più spegnere… Le storie continuano, come le melodie. Quello che colpisce è la fluidità con cui Federica e Marilena passano dallo spagnolo al francese all’italiano al napoletano. Passaggi voluti e cercati perché il significato è qualcosa di più alto di una semplice canzone. C’è, appunto, e voglio essere ripetitivo, inclusione, storia, tradizione, amore, consapevolezza.

Partiamo da Malafemmena…
Marilena: «È stato un omaggio a Totò per i 70 anni del brano. L’arrangiamento lo ha fatto Ferruccio Spinetti. Quando siamo entrati in sala di registrazione eravamo nel panico più totale. Massimo De Vita (il produttore artistico dell’album, ndr) ci ha messo a disposizione due salette di registrazione, preparate in modo da esaltare le nostre voci. Abbiamo registrato contemporaneamente. Una gran bella esperienza».
Federica: «È un brano che proponiamo spesso ai nostri live, come bis. Così ci siamo dette che lo dovevamo ai nostri ascoltatori che ci hanno seguito in otto anni di concerti. Marilena ha adattato il testo in spagnolo, Ferruccio Spinetti ha trovato un arrangiamento bellissimo e ci siamo lanciate».
Marilena: «È un regalo a noi stesse e al pubblico!».

Così è nato un piccolo gioiello! Voi usate spesso, oltre all’italiano e al napoletano, anche il francese e lo spagnolo.
Federica: «Napoli è terra di francesi e spagnoli. Questo è il motivo “storico”. Poi c’è anche una sonorità in queste lingue che ci permette di esprimerci al meglio. Il napoletano ti dà un certo ritmo. E poi le parole sono fondamentali, il suono ha un significato. Se parlo di pancia, parole viscerali, carnali, è come se parlassi a mia madre e parlo in napoletano. Se devo calibrare le parole, come se mi rivolgessi a mio padre, uso la testa e, quindi, l’italiano viene spontaneo. Non so spiegarti il perché, da sempre è così».
Marilena: «Le parole hanno una grande importanza per noi, al punto che la produzione artistica può mettere becco sulla musica ma non sul testo. L’italiano ha tante sfumature per dire la stessa cosa, il napoletano ne ha una, ed è quella. Per farti un esempio, la parola gabbia ti fa venire in mente la prigione, la gabbia dove rinchiudere grossi animali, un posto chiuso da dove non si esce. Invece, se dico caiola, questa in napoletano ha un solo significato: la gabbietta per gli uccellini (citazione da Fantasma, brano scritto da Marilena, ndr), una gabbietta con la chiave che puoi aprire quando vuoi. Il napoletano è uno strumento sonoro ma anche molto settoriale».

Come vi siete trovate? Avete delle voci complementari…
Federica: «Non siamo noi che ci siamo trovate ma le nostre voci. Queste sono diventate amiche molto prima di noi. Devi trattare bene la voce, è come un’altra persona che ti abita, la devi accudire, rispettare, amare. Otto anni fa le nostre voci si sono incontrate. Da allora abbiamo fatto tre dischi insieme».
Marilena: «Vero, è andata così, e poi abbiamo un modo simile di intendere la vita».

Foto Tiziana Mastropasqua

Come nascono le vostre canzoni?
Federica: «Scriviamo separate perché abbiamo diversi modi di lavorare. Io prima scrivo i testi poi la melodia. Marilena, invece, fa tutto contemporaneamente…».
Marilena: «Suono un giro di accordi, quando vedo che hanno un senso, inizio a cantare una melodia».
Federica: «Devo ritagliare degli spazi per me. Tre anni fa sono diventata mamma e tutto, ovviamente si è complicato. Ma va bene così. Quando è possibile mi chiudo nella mia stanza al pomeriggio con la chitarra e compongo. Scrivere è terapeutico».

Poi sottoponente una all’altra le vostre idee?
Federica: «Per farti venire l’ispirazione ti compri un libro, ti vai a vedere una mostra. Le parole le studiamo una a una, possiamo stare anche cinque mesi su una sola che non ci convince».

Federica, tu suoni anche la fisarmonica?
«Una passione nata per caso quando sono andata a vedere un concerto di Dolores Melodia (nome d’arte di Antonella Monetti, musicista e attrice, ndr). Quella donna che suonava la fisarmonica sul palco, mi ha provocato un impatto così forte di bellezza e potenza che mi ha spinto a studiare questo strumento. Ne suono uno che ha un secolo di vita, è del nonno di mia moglie. Comunque è uno strumento molto difficile…».

Marilena tu, invece, suoni la chitarra?
«Ho iniziato presto, a 13 anni. Suonavo le canzoni di Carmen Consoli. Mi piaceva come cantava, mi piace come ha affrontato la sua carriera artistica. Ha iniziato a studiare musica dopo aver pubblicato tre o quattro album, quando era già famosa. Peccato che sia sottovalutata come cantautrice».

Foto Tiziana Mastropasqua

A questo proposito: che cosa vi piace ascoltare?
Marilena: «Posso dirti che non ascolto musica così. Piuttosto mi fisso su un genere, un autore. Ho delle specie di ossessioni, magari per un anno mi dedico solo a Caetano Veloso, un altro anno ai Tinariwen, un altro ancora voglio sapere tutto sulla musica russa… Sono convinta che se fai ascolti generici assorbi poco, per capire è necessario apprendere con calma, così vai in profondità. Oltre alla Consoli, comunque, mi piace anche Cristina Donà».
Federica: «Il mio modo di ascoltare musica in questo momento è focalizzato allo studio. Dunque, ascolto per imparare, capire. Ultimamente sto sentendo molto La Rappresentante di Lista…».

Avete fatto molti live, finché era permesso…
Federica: «Non ci siamo mai volute fermare solo in Campania. La nostra musica senza il viaggio non è la stessa. Il viaggio è la terza gamba su cui poggiano Fede ’n’ Marlen. In tutti questi anni abbiamo conosciuto molte persone, sono nate tante amicizie. Abbiamo le nostre famiglie ovunque, che andiamo a trovare, dove trascorriamo del tempo insieme, ceniamo, ci divertiamo. Ora il disco lo stiamo portando in giro nella nostra regione causa Covid. Ci fermeremo in tutte le province!».

Prima di salutarvi, un’ultima domanda: che cos’è per voi la “napoletanità”?
Marilena: «Se guardiamo con attenzione, in Italia ci sono due mondi riconoscibili, quello siciliano e quello napoletano. Penso che il luogo ti abiti. La “napoletanità” come modo di vivere, di suonare servirebbe tantissimo a tutti. Ma poi, siamo disorganizzati, poco professionali e poco credibili. Napoli è una città dove “me la suono e me la canto”, quel patriottismo che ti fa essere accogliente e si finisce nei luoghi comuni, molto autoreferenziali e poco curiosi. Che so, a Napoli non esiste che esci una sera e vai a mangiare in un ristorante thailandese…si va a mangiare la pizza!».
Federica: «C’è poi la parte positiva, l’altra faccia della medaglia, abbiamo una grande tradizione, musicale, letteraria, culinaria. Siamo radicati in quello che abbiamo e poco aperti al mondo».
Marilena: «Fuori di qua ci sono dieci mondi! Napoli sta nel settimo. Quando torni qui lo noti subito: ci sentiamo a casa, ovvio, in una città con le sue verità e umanità ma con una burocrazia 0.1! E così è anche nelle produzioni…”.
Federica: «Logisticamente per noi è ottima. Poi, se decidi di vivere qui è una scelta d’amore!».

Maradona: reggae, rap, tango, pop. Così El Pibe ha stimolato la musica

Diego Armando Maradona se n’è andato ieri a 60 anni. Il mondo lo sta celebrando, Napoli piange come l’Argentina, anche il grande Brasile e Pelé si inchinando davanti alla sua morte e al dolore. L’uomo, l’atleta, il mito e il genio, l’eccesso e il pentimento, l’obesità e la forma perfetta, la povertà e la ricchezza, l’amicizia con Fidel Castro e quella con i clan camorristici. Maradona primo e sempre in soccorso degli ultimi.

Diego Armando è stato e sarà ricordato per tutto questo. Lui e il suo opposto. Dio e uomo. Queste sue dualità, diavolo e acquasanta, lo hanno reso famoso anche in musica. Non è un caso che sia venerato e “usato” nel mondo del rap. Di canzoni che portano come titolo il suo nome ce ne sono parecchie. I duri, tutto coca, collane, ganja, soldi, donne a volontà, borse firmate cariche di erba l’hanno visto – e lo vedranno – come esempio da portare e protagonista di rime da costruire.

Ascoltate Diego Armando Maradona dalla romana Dark Polo Gang del 2018: La mia ragazza segue la moda/ Io seguo i soldi e la droga/ DarkSide baby Diego Armando Maradona/ In questa merda corro tipo maratona/ Mi serve una macchina nuova/ Mi serve una due posti rossa…

Anche A.L.A., rapper tunisino, canta e immagina di essere come Maradona che può avere tutto, annessi e connessi. E potremmo continuare con Colza, giovane rapper di Cantù (2019): La vita di Diego i soldi di Pablo, trappa…

Ho pensato così di mettere “in ascolto” alcuni brani che portano il suo nome. C’è di tutto dal rap, appunto, al romantico latino, persino un suo cameo in una canzone, la trovate sul disco del Club Atletico Boca Juniors (2013), dove El Pibe de Oro aveva militato. El Sueño del Pibe, questo è il titolo del tango registrato nel 1942, testo di Reinaldo Yso (fu anche un calciatore) e del musicista e bandeonista Juan Puey. Lui la cantò negli anni Ottanta, inserendo anche se stesso nella consacrazione dei grandi giocatori, e mostrando pure di avere una gran voce… L’altro, con i Pimpinela, (al secolo Joaquín e Lucía Galán) duo argentino di grande successo. Il mio, il nostro piccolo omaggio in dieci canzoni… 

Per ascoltarle, cliccate sulle immagini…

La Mano de Dios (2011)
Rodrigo

Tango de la buena suerte – da Passi d’Autore (2004)
Pino Daniele

El Sueño del Pibe
Diego Armando Maradona

Maradona – da Honestidad Brutal (1999)
Andrés Calamaro

Diego Armando Maradona
Dark Polo Gang

Santa Maradona (Larchuma Football Club) – 1994
Mano Negra

Maradona (2019)
A.L.A. (feat. El Castro)

Maradona – da Avete ragione tutti (2016)
Canova

Querida Amiga – da Lo mejor de Pimpinela 1982
Pimpinela e Diego Armando Maradona

O’ reggae ‘e Maradona – da Senza Limiti (2007)
Jovine