Nuova Musica/ Alcune riflessioni su Billie Eilish…

Dunque, a 18 anni Billie Eilish Pirate Baird O’Connell, questo il suo nome completo, è la vera, grande, e per ora, unica, rivelazione della musica dei prossimi anni. Cinque Grammy, gli Oscar della musica, vinti. Si è aggiudicata il Big Four, miglior canzone (Bad Guy), miglior album (When We All Fall Asleep, Where Do We Go?), miglior registrazione dell’anno e miglior cantante esordiente. Meglio di lei, parlando “in Grammy”, a questa età non c’era riuscito nessuno/a (solo Cristopher Cross si aggiudicò i Big Four nel 1981 ma a 29 anni). Billie, in armoniosa verve creativa con il fratello Finneas, che di anni ne ha 22, musicista, produttore e attore (è Alistair nella serie televisiva Glee), porta dentro di sé quel genio, come si dice nel calcio, che bacia solo qualche persona nel corso di un secolo.

La cover di “When We All Fall Asleep, Where Do We Go?”

Da mesi le grandi major e chi organizza la musica in streaming sul pianeta terra, Apple Music in testa, la stanno osservando con occhi avidi. In tema di record: Billie sarà anche la prima artista a cantare, a 18 anni, il tema principale del nuovo film di James Bond (No time to die). D’altronde, business is business: per un’adolescente che ha postato la sua prima canzone scritta con il fratello in casa su SoundCloud (Ocean Eyes) e che oggi ha 54 milioni di ascoltatori su Spotify e 50 milioni (in crescita costante) su Instagram vuol dire essere una potenziale e formidabile macchina da soldi, tanti soldi, e vista la giovane età e la testa sulle spalle, ancorché con le paturnie e le depressioni adolescenziali humus per la sua creatività, una vita di infiniti successi davanti. Andatevi a vedere i filmati di lei e del fratello mentre compongono: nella sua cameretta, con un pianoforte a muro e un vortice di idee che ballano, il cielo in una stanza, parafrasando Gino Paoli. Musica innovativa? Piuttosto musica ispirata, quella che solo gli adolescenti ancora ricchi di sogni e aspettative possono partorire. Musica essenziale, ridotta all’osso, come sarebbe piaciuta al primo David Byrne.

Tracce solide su cui ricamare con la voce, bassi a tratti cupi, sprazzi di trap, melodie ipnotiche, tristezza e allegria (moderata). Ocean Eyes, la canzone che l’ha fatta conoscere in un dilagante passa parola, è composta da tre accordi su cui giocano voce e interpretazione. Basta poco per non essere banali, basterebbe anche poco non uniformarsi alle correnti che oggi vedono i giovani artisti in cerca di successo per lo più dirottati su rap e trap, canzoni fatte in serie per raccattare soldi e fama ma sostanza vicina al nulla. Come rappa un provocatorio e realista J-Ax in Mainstream (La Scala Sociale del Rap),primo brano del suo nuovissimo lavoro, ReAle: “Oh! Qui tocca essere mainstream, Se no a quest’ora lavoravo per Just Eat, In provincia industriale con l’economia a puttane… Oh! Piuttosto che tornare lì, Mi lecco pure il palo come i Maneskin, Questo è ciò che devo fare altro che scala sociale…”. Poi ci si accontenta sempre. Il materiale umano è quello è, ce lo teniamo/subiamo, ovviamente salvo alcune rare eccezioni. Con Billie la musica trova un’altra fonte di ispirazione e magari nuovi modelli su cui lavorarci sopra. Vedremo…

Incontri/ Ludwig van Beethoven, Freddie Mercury and… friends

Il 2020 sarà l’anno di Ludwig van Beethoven. Si festeggiano, infatti, i 250 anni dalla nascita del compositore che, tra il XVIII e il XIX secolo, ha sovvertito la musica gettando le basi per le moderne evoluzioni del pentagramma. È un’iperbole, ma senza l’arte del musicista di Bonn forse non avremmo avuto Eminem (parentesi: il suo nuovo Music to be Murdered By, rilasciato qualche giorno fa, è davvero un gran bel lavoro…).

Per chi fosse interessato alle iniziative (sono tantissime e in tutto il mondo) può collegarsi al sito BHTVN2020 (è l’abbreviazione del cognome usata dallo stesso maestro per firmare le sue composizioni). Che Beethoven, sordo, burbero, più propenso a omaggiare la borghesia piuttosto che nobili e imperatori, sia stato un genio della musica è incontestabile. Erano anni che non lo ascoltavo più. Mi sono rimesso in cuffia tutte le nove sinfonie, le sonate per pianoforte e violino e confesso che più lo ascoltavo e più mi veniva voglia di risentirlo.

Sulle note che chiudono la Settima Sinfonia (il IV Movimento, Allegro con brio), simile alle chiuse delle opulente opere rock con crescendo, timpani a scandire il rincorrersi di archi e fiati uguali a chitarre elettriche, basso e batteria che pompano senza tregua, ho iniziato a fare un gioco: se Ludwig van Beethoven fosse vissuto ai giorni nostri chi avrebbe potuto incarnare? I primi che mi sono venuti in mente sono stati i Queen: la loro versione “fast” di We Will Rock You eseguita nel memorabile concerto al Forum de Montréal il 24 novembre del 1981 (poi pubblicato in un doppio cd nel 2007) ne è una plastica dimostrazione.

La stessa, eterna, Bohemian Rhapsody potrebbe essere il concentrato di una sinfonia beethoveniana: gli stilemi ci sono tutti nella apparente folle, ma tecnicamente perfetta, creazione di Freddie, Brian, John e Roger.

Nella ricerca di nuovi orizzonti complessi, Master Ludwig avrebbe potuto sedersi al posto di Rick Wakeman, il tastierista degli Yes, che nel 1973 compose una delle pietre miliari del genere prog: The Six Wives of Henry VIII: da riascoltare Anne of Cleaves o Catherine Howard.

Il rock s’è sempre interessato al musicista tedesco, A partire dal lontano 1956, quando uno scatenato Chuck Barry cantava Roll Over Beethoven (qui, una clip) non proprio un inno al compositore: “Roll over Beethoven And tell Tchaikovsky the news” (Passa sopra Beethoven e dà la notizia a Tchaikovsky), cantava lo scatenato padre del rock.

Mentre gli Ekseption, gruppo rock olandese, nel 1969 pubblicano The Fifth, personale rielaborazione del lavoro beethoveniano e, nel 1977, in piena agitazione disco, Walter Murphy fa ballare, sempre sulle note della Quinta, una generazione di scatenati “febbricitanti del sabato sera”. Anche Billy Joel, in onore del suo passato di pianista “classico” innamorato della musica di Ludwig dichiarò il suo amore per il tedesco: il refrain di This Night (dal disco An Innocent Man del 1983) è sulle note de La Patetica, la Sonata per pianoforte n. 8 dell’artista.

Mentre un disco latin-jazz uscito il 25 ottobre 2019, dei Klazz Brothers & Cuba Percussion (formazione tedesca con innesto di percussioni cubane) rilegge le composizioni del maestro con congas e timbales. Non poteva mancare la melodia più famosa (oltre a l’Ode alla Gioia, diventato inno dell’Unione Europea): Für Elise

Per terminare il nostro divertissement,  c’è anche la trasposizione, osiamo, beethoveniana!, dal rock alla classica. Nel caso specifico dei Queen: due musicisti classici, il violinista Vlad Maistorovici e il pianista Dario Bonuccelli, hanno rivisitato i più famosi brani della band inglese. Qui una versione di Maistorovici con i The Mercury Quartet.

Musica e Società/La Musica? È una Scienza Sociale

Musica come scienza sociale, capace di raccogliere e offrire stimoli di riflessione, elaborare impegno civile, affrontare temi complessi, dalla politica all’integrazione, dall’ambiente alla cultura. Musica senza barriere, che non ha paura di contaminarsi, anzi, scava nei generi, li plasma, fonde, elabora.

Mi ha molto colpito Waiting Game, il nuovo doppio album di Terri Lyne Carrington & Social Science (dal sito di Terri Lyne potete ascoltare un’anteprima) uscito l’8 novembre dello scorso anno per Motéma Music. Terri Lyne, nata il 4 agosto del 1965 a Medford, una manciata di chilometri da Boston, Massachusetts, è una brillante musicista jazz, suona le percussioni, alla batteria è un’esplosione programmata di ritmi che ti ammaliano, ha suonato con grandi nomi da Herbie Hancock a Wayne Shorter e insegna alla prestigiosa Berklee College of Music dove è anche direttrice dell’Institute of Jazz and Gender Justice, dipartimento da lei stessa fondato per rendere consapevoli allievi e musicisti come anche nel jazz ci sia da sempre una grande discriminazione di genere (le donne musiciste sono rarissime, è loro concesso solo cantare…).

Insieme a lei, un gruppo di altrettanto solidi artisti che si sono uniti nel progetto Social Science, il pianista e tastierista Aaron Parks, il chitarrista canadese Matthew Stevensil polistrumentista, produttore e compositore Morgan Guerin al basso e sassofono, la cantante Debo Ray e Kassa Overall, MC/DJ, artista che unisce jazz e hip hop (s’è esibito a Milano lo scorso novembre al JazzMi). Insomma, un bel parterre, ma non basta: al lungo lavoro di composizione e registrazione dell’album, durato due anni e mezzo, hanno partecipato anche ospiti d’eccezione come i rapper Kokayi in Purple Mountains, Maimouna Youssef in If Not Now, Rapsody, The Anthem, Raydar Ellis in Pray The Gay Away o i “parlati” dell’attore Malcolm-Jamal Warner in Bells (Ring Loudly) e della cantautrice e bassista Meshell Ndegeocello, in No Justice (For Political Prisoners).

Terri Lyne Carrington con i Social Cience – Photo Credit: Delphine Diallo

Si tratta, dunque, di un sofisticato progetto musicale, ma non solo: è anche un gran bel lavoro sociale e culturale che, invece di prendere la forma di un libro, ha assunto quella di uno spartito. 

Curioso, come ha raccontato la stessa Terri Lyne nelle interviste rilasciate in occasione dell’uscita del disco, chi sia stato l’inconsapevole motore della nascita dei Social Science: Donald Trump e la sua elezione a presidente degli Stati Uniti. Il dovere da cittadini di non stare zitti, la forma di protesta tradotta in parole e musica per le idee oltranziste del miliardario-presidente hanno unito questi artisti pronti a spaziare tra i generi musicali (dall’hip hop al brasiliano maracatu) e a mettere a fuoco i problemi che, secondo loro ovviamente, stanno affliggendo l’America.

Nella seconda parte del disco, il gruppo si abbandona a 40 difficili minuti di improvvisazione pura chiamati Dreams and Desperate Measures (Sogni e provvedimenti disperati) con il contributo della mitica bassista Esperanza Spalding.

Un messaggio libertario forte e chiaro, testimoniato proprio dalla volontà del gruppo di non legarsi a generi musicali definiti ma di collegare, in un universo liquido di note e ritmi, generi profondamente diversi, come bene hanno spiegato i Social Science: «Un’eclettica alternativa al mainstream. La musica trascende, rompe le barriere, ci rafforza, guarisce vecchie ferite. La Musica è Scienza Sociale».

Musicabile, il blog in sette note

Foto Beppe Ceccato

Non sono un musicista né, tantomeno un critico musicale. Sono un giornalista, che si è occupato (e continua a farlo) dei più svariati argomenti, dai viaggi al life style, dal food alla musica, al gossip. Ho scritto di cronaca nera e giudiziaria, mi sono ritrovato persino a fare casting di modelle per servizi di moda (attività che non mi è dispiaciuta affatto…). Ma soprattutto sono un tipo curioso. Per dovere di professione e per una innata tendenza a cercare di capire tutto ciò che mi circonda. E la musica, cosa c’entra con tutto ciò?

C’entra, c’entra. Perché in tutto quello che faccio ogni giorno ci sono sempre note che si rincorrono, a comporre una colonna sonora lunga quanto la mia vita. Avrò avuto sette anni quando i miei genitori mi regalarono per Natale un mangiadischi arancione brillante che si inghiottiva i 45 giri e li sputava alla velocità della luce: una molla feroce. Allora erano le canzoni per bimbi, poi sono arrivati i primi gruppi rock British come i Christie con la loro Yellow River (per la cronaca, Jeff Christie, 73 anni, è ancora in servizio attivo): avevo 9 anni e quel vinile me lo sono letteralmente consumato… Con loro arrivarono i Beatles e i Rolling Stone, i Pink Floyd e i Genesis, i Jethro Tull, gli Yes e i King Crimson (adolescenza e prog sono stati indissolubili…), e ancora, Deep Purple, Talking Heads, Clash, Police…

Allora le conoscenze musicali erano dettate dai passaparola, dalle prime radio private, da giornali come Muzak, Gong e il contestato Ciao2001… Sembrano secoli fa. Quella musica, che i giovani ascoltavano assetati di suoni e ritmi nuovi e liberatori, rientrava sotto quel grande e confuso cappello che era la controcultura alla cultura borghese dominante. Musica e politica, musica e sesso, musica e letteratura, musica e parole, musica e azione…

Domanda: oggi, nel Terzo Millennio, la musica continua ad avere quella stessa valenza, quelle stesse ansie e aspettative, quella stessa forza vitale? Le note possono essere ancora atti di protesta, cultura che scuote coscienze e pone interrogativi? Ed ecco il motivo di questo blog, condividere con voi le riflessioni su cosa sia musica oggi, come s’inserisca nel tessuto sociale, come si trasformi… Ma anche scoprire insieme tendenze, mode, passioni e, soprattutto, come questa, qualsiasi essa sia, si leghi alle nostre vite in modo indissolubile, lasciando tracce che il nostro cervello trova, riportandoci alla consapevolezza di periodi, amori, lavori, stati d’animo, passioni che abbiamo vissuto.

Quindi, ecco a voi Musicabile. Qui troverete le mie riflessioni, ma anche interviste, paralleli, spaccati di vita, storie epiche, con il solo filo conduttore della musica, quel linguaggio universale che da millenni gioca con le nostre emozioni. Il bello di quest’arte è che, come tutte le arti, non avrà mai fine. Ce ne sarà sempre di musica, e sarà ogni volta diversa, per tecniche, tecnologia, ricerca, intelligenza, genio. Ma, quel che è più incredibile e affascinante, è che sarà sempre la combinazione (infinita) di appena sette note. Buon ritmo a tutti!