Paul McCartney: un remix e un libro in arrivo

A quasi 79 anni, li compirà il prossimo 18 giugno, Paul McCartney non ha nessuna intenzione di andare in pensione. Anzi, rilancia e rilancia ancora, si confronta con rapper, rocker, musicisti indie e pop e lo fa con la spensieratezza e la testardaggine di un ragazzino che vuole farsi strada nella musica.

Dopo aver pubblicato il suo McCartney III a dicembre dello scorso anno (album interamente suonato e prodotto da lui durante il lockdown, da notare la scelta di non mettere filtri alla sua voce, una sfida nella sfida) ha scelto – e invitato – suoi colleghi molto più giovani di lui a reinterpretare gli undici brani che compongono l’album. Il disco uscirà il prossimo 16 aprile.

Alcuni artisti sono vecchie conoscenze di Macca, con cui ha collaborato, penso a Josh Homme, frontman dei Queens of the Stone Age. Assieme al baronetto, a Trent Reznor e Stevie Nicks, hanno contribuito nel 2012 a comporre la colonna sonora di Sound City, il docufilm di Dave Grohl (ascoltate Cut Me Some Slack).

Nel progetto di un McCartney III mixato e reinterpretato ci sono anche Beck, i Khruangbin, Phoebe Bridgers, EOB, al secolo Ed O’Brian dei Radiohead, St. Vincent,  Blood Orange, Damon Albarn, 3D RDN, Anderson .Paak e persino l’attore e musicista Idris Elba. Per la presentazione del progetto, l’ex Beatle ha scelto The Kiss of Venus, cantata da Dominic Fike

E non finisce qui. Il 2 novembre uscirà un corposo libro ideato dall’artista: Paul McCartney The Lyrics: 1965 to the Present, volume curato e presentato dal Premio Pulitzer Paul Muldoon (in Italia uscirà per Rizzoli). Come precisa lo stesso Macca, non si tratta di un’autobiografia, cosa che, alla sua età, molti scelgono di scrivere, una sorta di diario della propria vita. Ha, invece, deciso di parlare di sé attraverso i testi di 154 canzoni da lui scritte. Dalle primissime, quando era un ragazzo, al decennio con i Beatles, al periodo Wings e a quello da solista. Testi accompagnati da foto inedite e da particolari che hanno ispirato quei testi, situazioni, episodi di vita, esperienze. Molto più di un’autobiografia. In perfetto stile McCartney!

Astor Piazzolla, oggi il centenario della nascita

Giusto cento anni fa nasceva a Mar de Plata (Argentina) Astor Piazzolla, il musicista che ha trasformato il tango, rendendolo oltre alla danza, una musica complessa, ricca di sfumature, figlia delle sue esperienze. Figlio di italiani (il padre Vicente era originario di Trani, la madre Assunta di Massa Sassorosso, borgo toscano in Garfagnana), Astor studiò musica a New York dove la famiglia si trasferì quando lui aveva appena tre anni. Nella Grande Mela, dopo gli studi classici, fu catturato dalla libertà contagiosa ed espressiva del jazz. Il suo strumento era il bandoneón, quella strana fisarmonica importata in Argentina a metà Ottocento da un  tedesco che è diventata l’anima di un’orchestra di tango. Narrano le cronache che, ad appena 12 anni, incontrò il re del tango dei primi anni del Novecento, Carlos Gardel, che lo volle al suo fianco in una tournée. Era il 1934. Il padre Vicente, probabilmente intimorito per l’a giovane età, non glielo permise. Gardel morì l’anno successivo a Medellin in Colombia.

Ma torniamo alla musica di Piazzolla: con lui, a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, il tango da musica romantica alla Gardel, appunto, diventa più ritmico, complesso. Piazzolla introduce chitarre elettriche, i primi sintetizzatori, suonati dal figlio Daniel nel periodo dell’Octeto Electronico, formazione che durò appena quattro anni. Per questo si attirò le ire dei conservatori del tango e persino da Borges che lasciò sdegnato la sala durante un suo concerto. Ma lui credeva nella sua musica. Non a caso le contaminazioni con il jazz con il mitico sassofonista Gerry Mulligan o il vibrafonista Gary Burton diedero vita a quel tango nuevo di gran successo negli States e in Europa ma non nel suo Paese. Ascoltatevi Close Your Eyes and Listen con Gerry Mulligan, alla batteria il nostro grande Tullio De Piscopo, brano del 1974, dall’album Summit, o Vipraphonissimo dall’album The New Tango registrato dal vivo nell’88 al Mountreux Jazz Festival.

Dei tanti lavori prodotti in vita (poi sono usciti un sacco di dischi postumi… e qui sapete come la penso, una sorta di “esplorazione” di artisti che non avevano, per ovvie ragioni, più motivo decisionale su brani, sequenze, arrangiamenti) c’è Adiòs Nonino (1969), Libertango (1974), Tango: Zero Hour (1988), quest’ultimo l’album preferito dallo stesso musicista… Astor scrisse anche colonne sonore: per Sur di Fernando Solanas con la mitica canzone Vuelvo al Sur, le parole (qui sotto) sono dello stesso Solanas, brano interpretato anche da uno strepitoso Caetano Veloso. Per il film Solanas vinse la miglior regia al quarantunesimo Festival di Cannes. Compose anche le musiche per l’Enrico IV di Marco Bellocchio (1984).

Vuelvo al Sur, como se vuelve siempre al amor

vuelvo a vos con mi deseo, con mi temor

Llego al Sur como un destino del corazón

soy del Sur como los aires del bandoneón

Sueño el Sur, inmensa luna, cielo al revés

busco el Sur el tiempo abierto, y su después.

Quiero el Sur, su buena gente, su dignidad,

siento el Sur, como tu cuerpo en la intimidad.

Vuelvo al Sur, llego al sur te quiero

Dunque, se volete approfondire il tema, oggi a Trani, città d’origine dei Piazzolla, ci sarà un collegamento con Mar de Plata, per ricordare il grande bandeonista e artista. Diretta streaming alle 14 sulle pagine Facebook Festival del Tango Trani del Centenario Piazzolla e sulla pagina ufficiale della Città di Trani. Ovviamente, festeggiamenti anche a Massa Sassorosso in Garfagnana con l’arrivo dei consoli e dell’ambasciatore argentino in Italia.

Da “Carnage” a QAnon il passo è breve (e dannoso)

Piccoli esperimenti sociali in corso. Il 26 febbraio ho pubblicato una recensione su Carnage, gran bel disco di Nick Cave e Warren Ellis, uscito il giorno prima per la Goliath Enterprises Limited.

Ho lanciato un post sulla pagina Facebook di Musicabile intitolandolo: “Carnage, il lato oscuro della pandemia”, motivando l’interesse per la pubblicazione come “Un lavoro che mette a nudo l’uomo, l’esperienza estrema, il senso della vita. L’ultima frase del disco, in Balcony Manœ, è la sintesi di tutto: «Ciò che non ti uccide ti rende solo più pazzo». Atmosfere cupe, pressanti, alternate a momenti di leggerezza e speranza. Da ascoltare e riascoltare…”.

Mi sarei aspettato un giudizio sull’album, certo di non facile ascolto, soprattutto per chi non segue Cave. In realtà i tanti commenti che si sono aggiunti poco per volta, hanno per lo più ignorato il lavoro degli artisti australiani e scolpito nella mente di chi li ha scritti un solo pensiero: concentrarsi su chi fosse il colpevole della pandemia.

La conseguenza, una rabbia incontrollata. E poiché quest’ultima dev’essere scaricata, sono stati additati i colpevoli del virus, del lockdown, del clima di tensione che si è creato. Ovviamente al primo posto c’è “la sinistra”, fatto che mi lascia perplesso ogni volta che mi imbatto in simili dichiarazioni tombali sui social. La sinistra? Dov’è, qualcuno me lo dica, perché di sinistra nel nostro Paese da decenni vedo solo annebbiate forme protozoiche, altro che frange criminali organizzate…

Ce n’è anche per i soliti colpevoli di tutto (QAnon e il complottismo insegnano), gli immancabili George Soros, Bill Gates e Klaus Schwab, a cui si aggiunge, visto il virus, l’immunologo Anthony Fauci, tutti colpevoli della diffusione del Covid19 per non meglio e sottintese operazioni di guadagno sulla pelle dei poveri cittadini indifesi.

Abbiamo imboccato da tempo una deriva pericolosa. Informarsi, conoscere, capire, ragionare costa fatica. E sempre meno persone vi si dedicano: la conoscenza è un duro lavoro, che va coltivato passo dopo passo. E la musica, quella mainstream, rispecchia la tendenza: il più piatta e simile possibile a se stessa, di presa facile, così si fanno soldi, si costruiscono successi che durano giusto quelle tre ore e poi via un altro, sempre uguale al precedente ma da vendere come nuovo prodotto dell’inconsistenza sociale…

Frame da “Ritchie Sacramento” dei Mogwai

L’indigesto (perché reale) contenuto di Carnage (a proposito il settimanale britannico NME, New Musical Express, alcuni giorni fa lo ha eletto il miglior album pubblicato durante il lockdown, prima di Folklore di Taylor Swift – qui Exile, con Bon Iver, e di As The Love Continues dei Mogwai, uscito il 19 febbraio – qui Ritchie Sacramento), avrebbe potuto stimolare una discussione su ciò che è davvero importante e necessario in questo momento, una riflessione sui morti, un pensiero concreto su rabbia, pietà, solitudine, sui vaccini e sulla speranza di uscirne.

Da parte mia continuerò a proporre musicisti che hanno qualche cosa di interessante da dire attraverso le loro note e parole, ignorando prese di posizione qualunquiste, per sentito dire. La vita è già complicata così. Perdonatemi lo sfogo…

Auguri a David Gilmour, 75 anni!

Marzo è un mese di ricorrenze per i Pink Floyd. Oggi David Gilmour, il mitico chitarrista della band, festeggia i suoi magnifici 75 anni. Per chi non lo avesse ancora visto, andatevi a cercare il docufilm del 2015 David Gilmour: Wider Horizons, un intimo ritratto del Gilmour artista, della sua storia, della sua infinita passione per la musica…

Il primo di marzo del 1973, 48 anni fa, la band inglese pubblicava negli States, e dopo tre settimane nel Regno Unito, The Dark Side of the Moon, uno dei capolavori assoluti del rock, nono album in studio, 943 settimane di permanenza in classifica, oltre 50 milioni di copie vendute, rientrato nella Billboard Top 200 nel 2019, a 46 anni dall’uscita.

Lloyd Grossman, nella sua recensione di The Dark Side, scriveva nel 1973 su Rolling Stone: «Più che un album di canzoni appare come un singolo pezzo esteso, che sembra parlare della fugacità e della depravazione della vita umana, argomento non proprio tipico del rock». Unica critica, proprio per trovare il pelo nell’uovo, Grossman la rivolge proprio alla voce di Gilmour in The Great Gig in the Sky (traccia che chiudeva il primo lato del vinile) secondo lui troppo debole e spenta.

In realtà questo brano resta uno dei più famosi della band, grazie anche all’intervento di Clare Torry, vocalist chiamata da Alan Parsons, producer e tecnico del suono agli Abbey Road Studios di Londra, dove venne registrato l’album. Il suo assolo intrigante e forte, che sembrava provenire da un’altra dimensione, è impresso nella mente di intere generazioni. Come il sax di Dick Perry in Money e nella spettacolare Us and Them.

In marzo, rispettivamente il 21 del 1983 e il 28 del 1994 i Pink Floyd pubblicarono The Final Cut e The Division Bell. Quest’ultimo è l’album che in un certo modo ratifica la rottura con Roger Waters, avvenuta sette anni prima: qui Gilmour, Wright e Mason costruiscono un nuovo capitolo della storia musicale del gruppo, senza l’influenza del geniale bassista e compositore.

Comunque sia, per chi ne avesse voglia, tutti questi anniversari sono l’occasione per riascoltare nel fine settimana una band leggendaria. Una full immersion nella psichedelia di Gilmour e soci, al di là del tempo e dello spazio.

Sanremo 2021 e il Gioco dell’Oca…

Scrivo questo post mentre sto ascoltando l’ultimo lavoro di Paolo Simoni, Anima, uscito il 5 febbraio scorso, giorno del 36esimo compleanno del musicista di Comacchio. Simoni non pubblicava un album dal 2016. S’era dato da fare componendo per Gianni Morandi e Loredana Bertè e anche con la letteratura, pubblicando Un pesce rosso, due lesbiche e un camper per la Compagnia Editoriale Aliberti (2018), e facendo l’ospite dell’Infinito Tour di Roberto Vecchioni, due anni fa.

Lui e il pianoforte per dieci canzoni, la prima L’Anima Vuole, con un intervento proprio di Vecchioni, che raccontano speranze, sogni, amori, ansie, con ironia e una vena di drammatica verità. Paolo Simoni è uno dei tanti cantanti che ha visto il palco dell’Ariston a Sanremo, nel suo caso, nel 2013, con Le Parole.

Ieri sera, uno dei tanti, mi sono visto la prima serata del Festival edizione 2021. Sala per forza vuota, varietà allo stato puro – e non poteva essere altro – con il gran mattatore Fiorello, con Amadeus “soggiogato” da Ibrahimovic, con la brava Matilde De Angelis. Format impeccabile. La musica? Sonnolenta, fatta eccezione per pochi casi. Insomma niente di nuovo, nonostante i critici si affrettino a dare voti, fare classifiche, raccontare le esibizioni, sempre freddine per assenza di pubblico, cercando di tirar fuori il meglio anche dove il meglio non c’è.

È curioso come Sanremo sia da sempre un gioco di società, una sorta di Gioco dell’Oca, dove vai avanti e indietro ma sempre su un percorso ben definito. Disprezzato, amato, criticato, forzato, per certi versi innaturale, ma evidentemente in sintonia con il Paese.

A maggior ragione in questo momento, tra nuovi Decreti della Presidenza del Consiglio, scandalo mascherine, persone sollevate dagli incarichi, nuovo governo, chiusure e mezze chiusure, vaccini chissàquando, smart working, scuole chiuse, aperte, dipende dai contagi, Dad a manetta…

Sanremo è il buonismo, un mix dove trovano posto la denuncia per i femminicidi, le violenze contro le donne e la liberazione di Patrick Zaki, con l’esibizione della Bertè, che a 70 anni ha ancora una grinta da rocker mai in pensione, e le mise di Achille Lauro che a forza di stupire, non stupisce più. Cose talmente preoccupanti e dure passano tra un applauso, una canzone e un sorriso, lampi di vita reale citati in pochi secondi ma necessari allo spettacolo. Il tanto abusato The show must go on qui è d’obbligo.

«Non sono altro che un artista, un giocoliere di altre vite, con un fiato da centravanti e un cuore a dinamite…» canta Paolo Simoni in Non sono altro che un artista. L’Ariston è un palco difficile, lo dicono tutti quelli che lo hanno calcato. Eppure anche Laura Pausini, recente vincitrice di un Golden Globe come Miglior Canzone Originale per Io sì (Seen), brano tratto dal film La vita davanti a sé di Edoardo Ponti con protagonista Sofia Loren, ha fatto carriera grazie a Sanremo, edizione 1993 cantando La Solitudine. E prima di lei, Vasco Rossi, nel 1983 con Vita Spericolata: arrivò penultimo, brano non da Sanremo, che però contribuì a fare la fortuna del rocker di Zocca. O, ancora prima, nel 1971, un ventottenne Lucio Dalla cantò 4 marzo 1943: Lucio si classificò al terzo posto con un testo “ammorbidito” perché troppo audace… A dirla tutta, Dalla si trovava a suo agio a Sanremo: aveva partecipato giovanissimo all’edizione del 1966 con Pafff…Bum, brano troppo avanti per il tempo, all’edizione maledetta (quella della morte di Tenco) del 1967 con Bisogna saper perdere, e nel 1972 con la splendida Piazza Grande.

Ci sono anch’io dentro questo Gioco dell’Oca, visto che ne scrivo. Avrei potuto evitarlo? Può darsi. Ma il Festival è notizia e la notizia va data, nel mio caso, commentata. Guarderò anche stasera? Sì. Come diceva Francesco De Gregori – che non ha mai voluto partecipare come concorrente al Festival (anche se scrisse come autore Mariù, su musica di Ron, per Gianni Morandi, 1980) – nella sua La Leva Calcistica del ’68: Ma Nino non aver paura/ di sbagliare un calcio di rigore/ Non è mica da questi particolari/ che si giudica un giocatore… Andrò fino in fondo. In fin dei conti mi voglio vedere tutta la partita!

Nick Cave e Warren Ellis: Carnage, il lato oscuro della pandemia

Il Covid non molla, si trasforma, diventa altro. Fa paura. E la reazione, dopo un anno di lockdown, morti, zone gialle, arancioni, arancione rinforzato, arancione scuro, rosso, è cercare di pensare alla normalità di cui godevamo solo un paio d’anni fa. Molte volte abbiamo tentato di ritornare alla quotidianità abbandonata, pensando che forse era quella buona. Pensiero e azione sono cani che si mordono la coda. E in questo roteare il virus razzola e occupa. Oltre alle solite congetture da social, da cui fuggo incazzato e perplesso, rimane il fatto che siamo ben lontani dal ritorno alla normalità.

Gli Stati Uniti hanno raggiunto e superato il mezzo milione di morti, il Brasile i 250mila, noi… secondo uno studio della Fondazione di Bill Gates, se non acceleriamo sulle vaccinazioni, potremmo trovarci a marzo e aprile con oltre trentamila morti. L’Unione europea lancia l’allarme, in un terzo dei Paesi membri si stanno di nuovo riempiendo le corsie degli ospedali e le terapie intensive…

La tragedia dello scorso anno che si ripete… In Italia, con Sanremo alle porte, dove tutti sorridono per cercare di rivivere patine di normalità, ieri qualcuno è venuto a ricordarci, con il suo consueto schiaffone in faccia, che la situazione è un’altra. Quel qualcuno ha un nome pesante nella musica: si chiama Nick Cave. Il 25 febbraio ha pubblicato, assieme a Warren Ellis, suo sodale, polistrumentista e membro dei Bad Seeds, la storica band di Cave, un album dal titolo significativo: Carnage, carneficina. Per inciso, dei due artisti ne avevo parlato il 19 gennaio scorso, quando ho ricordato la loro collaborazione con Marianne Faithfull (il 30 aprile uscirà She Walks in Beauty).

Scritto durante il lockdown, è un lavoro di pesante riflessione sulla solitudine arrivata con la pandemia, sul credere in qualcuno o qualcosa, su quello che siamo oggi, con la voce baritonale e praterie di sintetizzatori, piccoli interventi di chitarre elettriche secche come la solitudine, il pianoforte suonato da Nick che tesse melodie che suonano come note di speranza. In Balcony Man, ultimo degli otto brani che compongono questo mosaico baritonale, profondo, essenziale, Nick canta:

This morning is amazing and so are you
This morning is amazing and so are you
This morning is amazing and so are you
You are languid and lovely and lazy
And what doesn’t kill you just makes you crazier

L’ultima frase è epica: «Ciò che non ti uccide ti rende solo più pazzo». Una sintesi perfetta per il momento. In Hand of God, «Hand of God /Coming from the Sky», primo brano, dopo un inizio “classico”, scarica sull’ascoltatore un ritmo ossessivo, profondo. Nella splendida Old Time, dove, per inciso, alla batteria c’è un altro storico “Bad Seeds”, Thomas Wydler, Nick canta:

The trees are black and history
Has dragged us down to our knees
Into a cold time
Everyone’s dreams have died
Wherever you’ve gone, darling
I’m not that far behind

«I sogni di tutti sono morti, ovunque tu sia andata, tesoro, non sono così indietro». Sono tutti tasselli che raccontano la solitudine ma anche la speranza di ritornare un giorno a una normalità. C’è un brano che continuo ad ascoltare, ed è White Elephant, chiaro riferimento all’estrema destra americana. Parte con un’elettronica alla Peter Gabriel anni Ottanta per finire in una sorta di gospel. Qui è il primatista bianco che minaccia di uccidere tutti, si sente dio, «Una Venere di Botticelli con il pene» ma anche «Una scultura di ghiaccio che si scioglie con il sole» e annuncia che «è vicino il tempo per il regno nel cielo».

Ve lo suggerisco, è una bella scossa per questi tempi, una visione del reale lucida e cruda nella sua apparente follia. Ma questo è Cave. E per fortuna che esiste!

Tre dischi in arrivo: Pat Metheny, Valerie June e Morcheeba

Ci sono tre dischi per altrettanti artisti che sto aspettando. Sono musicisti molto diversi tra loro per generi, storie e percorsi musicali. Ve lo dico, li ho già prenotati. Il mio personale metodo di scelta non guarda a chi sia più famoso o meno (essere una star non è sinonimo di bravura eterna), ma a quello che mi dicono, all’emozione che mi danno, allo stupore che mi lasciano, a quel senso di soddisfazione che provo nell’ascolto. Criteri soggettivi, ovviamente, che voglio condividere con voi. Poi mi direte se siete dalla mia o se mi manderete a quel paese…

Parto forte: il 5 marzo sarà disponibile per la Modern Recordings, etichetta in seno alla BMG dedicata a classica, jazz ed elettronica, l’ultimo lavoro di Pat Metheny, Road To The Sun. Sono pochi i musicisti che dopo aver vinto 20 Grammy, pubblicato 40 album, suonato con decine di mostri sacri della musica riesce a tirar fuori dal suo magico cappello un lavoro per certi versi spiazzante, diverso dagli altri, mantenendo però l’imprinting “Metheny”. Come sempre, direte voi. Esatto, ribatto. Come sempre. Metheny è una garanzia. Questa volta la chitarra è protagonista con il suo suono puro. Un disco diviso in tre parti, Four Paths of Light, dove, con lui suona con Jason Vieaux, chitarrista classico (qui Four Paths of Light Pt. II), una seconda, Road To The Sun, sei tracce che danno il titolo all’album, eseguite con i LAGQ, Los Angeles Guitar Quartet, al secolo John Dearman, William Kanengiser, Scott Tennant e Matthew Greif. Ascoltate Road To The Sun Pt. II. L’ultima parte è un riarrangiamento di Für Alina, uno dei brani storici dell’ottantacinquenne compositore estone Arvo Pärt, musica per pianoforte suonata nel 1976, arrangiata da Metheny che la suona con la sua mitica chitarra a 42 corde.

Il 12 marzo, invece, cambiando del tutto genere, uscirà un disco attendevo da un po’. Si tratta di The Moon And The Stars: Prescription For Dreamers di Valerie June, via Fantasy Records. La trentanovenne cantante e compositrice polistrumentista del Tennessee dotata di una voce molto particolare, ha prodotto il disco con Jack Splash (producer anche di Kendrick Lamar, John Legend, Alicia Keys). Il risultato è un lavoro che giustifica l’attesa. Dalle canzoni che preannunciano l’album, Call Me A Fool e le prime tre Stay / Stay Meditation / You And I, traspare un progetto ambizioso (erano quattro anni che non pubblicava più nulla) quanto profondo. C’è blues, R&B, un pizzico di psichedelia e una generosa dose di folk pop.

Il 14 maggio, mi prendo per tempo, sarà nei negozi Blackest Blues il nuovo album dei Morcheeba, via Kartel Music. Il duo britannico, autore di un pop molto raffinato, ha composto 10 brani, disponibile all’ascolto per ora, solo Sounds of Blue, con un video dove Sky Edwards e Ross Godfrey, il chitarrista, navigano in una barca in mezzo al mare e Sky in acqua si muove cantando avvolta nel profondo blu. L’album contiene anche due apprezzati interventi, quelli di Duke Garwood (in The Edge of The World) e Brad Barr (in Say It’s Over). Trip hop, raffinate armoniche della chitarra di Godfrey e la voce inebriante di Sky ne fanno un lavoro preciso ed emozionale, da ascoltare con cura.

Amarcord: la Musica secondo Duke Ellington…

Stamattina ascoltavo un lavoro del 2012 di Terri Lyne Carrington, Money Jungle – Provocative in Blue. La batterista, jazzista, docente al Berklee College of Music, aveva pubblicato il disco come un personale omaggio per i 50 anni dall’uscita del geniale Money Jungle registrato da Duke Ellington, Charles Mingus e Max Roach nel 1962. Al posto di Mingus e Roach, con Terri ci sono Christian McBride e Gerald Clayton

Terri rivede le composizioni originali, le reinterpreta con la consapevolezza e la bravura che la caratterizzano, aggiungendoci tre brani, Grass RootsNo Boxes (No Words) e un cameo, Rem Blues/Music: mette in musica brani tratti dall’autobiografia di Ellington, del 1973, intitolata Music Is My Mistress, interpretati da Shea Rose ed Herbie Hancock che, per l’occasione, fa la parte del Duca. L’avevo dimenticato.

Nel “Act Five” del libro (sono oltre 500 pagine) c’è un poemetto dal titolo What Is Music? In questi versi è racchiuso tutto il significato della Musica secondo Ellington. Ve lo ripropongo…

What is music to you?
What would you be without music?
Music is everything.
Nature is music (cicadas in the tropical night).
The sea is music. The wind is music.
Primitive elements are music, agreeable or discordant.
The rain drumming on the roof,
And the storm raging in the sky are music.
Every country in the world has its own music,
And the music becomes an ambassador;
The tango inArgentina and calypso in Antilles.
Music is the oldest entity.
A baby is born, and music puts him to sleep.
He can’t read, he can’t understand a picture,
But he will listen to music.
Music is marriage.
Music is death.
The scope of music is immense and infinite.
It is the “esperanto” of the world.
Music arouses courage and leads you to war.
The Romans used to have drums rolling before they attacked.
We have the bugle to sound reveille and pay homage to the brave warrior.
The Marseillaise has led many generations to victories or revolutions;
It is a chant of wild excitement, and delirium, and pride.
Music is eternal, Music is devine.
You pray to your God with music.
Music can dictate moods,
It can ennerve or subdue,
Subjugate, exhaust, astound the heart.
Music is a cedar,
An evergreen tree of fragrant, durable wood.
Music is like honor and pride,
Free from defect, damage, or decay.
Without music I may feel blind, atrophied, incomplete, inexistent.

 

Cos’è Musica per te?
Cosa saresti senza Musica?
La Musica è tutto.
La natura è Musica (le cicale nella notte tropicale).
Il mare è Musica. Il vento è Musica.
Gli elementi primitivi sono Musica, gradevoli o dissonanti.
La pioggia che tamburella  sul tetto
E la tempesta che infuria nel cielo sono Musica.
Ogni Paese del mondo ha la sua Musica,
E la Musica diventa un’ambasciatrice;
Il tango in Argentina e il calypso nelle Antille.
La Musica è l’entità più antica.
Nasce un bambino e la Musica lo fa addormentare.
Non sa leggere, non può capire un quadro,
Ma ascolterà la Musica.
Musica è matrimonio.
Musica è morte.
Lo scopo della Musica è immenso e infinito.
È l”esperanto” del mondo.
La Musica risveglia il coraggio e ti conduce alla guerra.
I Romani facevano rimbombare i tamburi prima dell’attacco.
Usiamo il corno per suonare la sveglia e omaggiare il guerriero coraggioso.
La Marsigliese ha condotto molte generazioni a vittorie o rivoluzioni;
È un canto di sfrenata eccitazione, delirio e orgoglio.
La Musica è eterna, la Musica è divina.
Preghi il tuo Dio con la Musica.
La Musica può dettare gli umori,
Può innervosire o sopraffare,
Dominare, logorare, stupire il cuore.
La Musica è un cedro,
Un albero sempreverde di legno profumato e resistente.
La Musica è come l’onore e l’orgoglio,
Senza difetto, danno o deterioramento.
Senza musica posso sentirmi cieco, atrofizzato, incompleto, inesistente.

Interviste: Francesca Remigi e il Labirinto dei Topi

Francesca Remigi – Foto The Fog House Photography

Confesso, ho una certa soggezione quando mi accingo a telefonare per quest’intervista. Francesca Remigi, bergamasca, 24 anni, figlia e nipote di musicisti, è una batterista jazz. Eccolo lì, sono subito riduttivo… Bisogna aggiungere che è anche una compositrice, e pure molto brava e complessa, dai che ci sono!, e una persona esigente, che tende alla perfezione (sarà perché nata sotto il segno della Vergine, per chi ci crede). Qui, miei cari amici, non è questione di zodiaco, bensì di carattere e amore (sconfinato) per la musica e per il ritmo.

Il 5 gennaio è uscito sulle piattaforme digitali, e due settimane dopo nei negozi fisici, Il Labirinto dei Topi, otto brani di non facile ascolto, ai quali bisogna accostarsi con mente libera e aperta, musica che non possiamo etichettare semplicemente come “jazz contemporaneo”. Detto così, è tutto e niente. Il lavoro è nato da sue composizioni e da un gruppo di musicisti che si è scelta, sempre non per caso. Un ensamble battezzato Archipélagos. Ma vedremo tutto tra poco… Al cellulare mi risponde una voce squillante, simpatica, gentile… «Scusami, oggi la linea dà problemi, non so perché, eccomi qua, pronta!».

Francesca, vado subito al sodo: hai studiato al Conservatorio di Milano, quindi l’ultimo anno, un Erasmus a Maastricht, poi la laurea al Koninklijk Conservatorium di Bruxelles. Ora sei nel pieno di un super master al Berklee Global Jazz Institute di Boston, diretto dal pianista Danilo Pérez, in quella mitica scuola dove insegna anche la grande batterista Terri Lyne Carrington…
«Sì sono stata scelta, è dal novembre del 2019 che ho iniziato il mio percorso per partecipare al master. Ho inviato i miei provini, sai ci sono venti borse di studio, dieci per studenti americani e dieci per il resto del mondo. Il Master costa molto, 70/80mila dollari per un anno. Sono stata ammessa con la borsa di studio, sarei dovuta partire nel settembre dello scorso anno, ma il campus di Boston nel frattempo è rimasto chiuso, causa pandemia, nel primo semestre. Da fine gennaio ha riaperto iniziando alcune lezioni in presenza. A questo punto, vista l’incertezza, ho continuato a frequentare on line. Mi stanno servendo molto, anche se non è come in presenza, ovvio. Sto imparando nozioni importanti di Music Technology, Productions, tutte capacità che, di questi tempi, sono utili a un musicista: imparare a usare programmi complessi che ti permettono di registrare ad alti livelli da solo con evidenti risparmi in un momento in cui non ci sono risorse. Comunque, se tutto va secondo i piani, dovrei partire a maggio per fare, in presenza, gli ultimi quattro mesi e poi rimanere negli Stati Uniti. È il mio sogno restare al Berklee, continuare il mio percorso di perfezionamento…».

Per ora come funziona?
«Per le composizioni intendi? Ci si passa le tracce, è un processo molto lento, estenuante, soprattutto per i batteristi che devono registrare per primi…».

FRANCESCA REMIGI – “Adriano Bellucci photographer – Una Striscia di Terra Feconda 2020”

Perché ti sei appassionata alla la batteria?
«Sono nata in mezzo alla musica. Mio padre è un chitarrista, mia madre una pianista, mio nonno suonava la tromba nell’Orchestra Sinfonica della Rai. Insomma, sono cresciuta tra classica e jazz. Ho iniziato prendendo lezioni da mio padre. Padre-figlia, professore-allieva, non sempre funziona. Una volta sono andata ad ascoltare mio padre che suonava con un’orchestra, ero piccola, e c’era anche un batterista che, ai miei occhi di bambina, si stava divertendo tantissimo a suonare. Era Stefano Bertoli, e proprio lui è stato il mio primo insegnante. Così ho lasciato la chitarra… I miei, comunque, sono felici della scelta, vedono quello che faccio, sono contenti».

Veniamo al Labirinto dei Topi. Il titolo fa riferimenti alle teorie di Zygmunt Bauman, ma non solo. Leggo i titoli dei brani: Il Labirinto dei Topi, Gomorra, Be Bear Aware (ascoltateli). Ci sono riferimenti a Noam Chomsky e a Roberto Saviano.
«Sono sempre stata attratta dalla storia, dalla filosofia dalle relazioni umane. Mentre studiavo al Conservatorio, a Milano, mi sono iscritta anche a Interpretariato Parlamentare… La musica è uno strumento per dire qualche cosa, non è solo musica fine a se stessa, va riempita di contenuti. Penso a Eric Dolphy a Charles Mingus. L’arte in generale e, dunque, anche la musica, è un mezzo di denuncia sociale. Questi argomenti mi toccano e mi interessano, mi sono avvicinata anche allo studio della psicologia e della sociologia. Tornando al Labirinto dei Topi: l’idea del titolo ma anche della composizione mi è venuta leggendo La Società sotto assedio di Bauman, una società senza certezze dove le istituzioni non rappresentano più i cittadini ma diventano una oligarchia a sé stante. Ci si trova da soli ad affrontare vita e sfide, i social poi hanno dilatato questo processo… Sto scrivendo un progetto che presenterò alla Berkley dal titolo The Human Web, dove mi concentro ad analizzare l’impatto dei social media, le condizioni economiche e fisiche, uno scontro che la pandemia ha ulteriormente accelerato. Sai sto seguendo quest’aumento vertiginoso di suicidi e tentati suicidi tra adolescenti, mi ha colpito molto. La mia idea è registrare questo nuovo progetto a Boston con musicisti residenti, a maggio».

Ritornando al disco, tutto questo lo hai inserito in una musica che segue anche canoni non propriamente occidentali. Mi riferisco alla tua passione per lo studio della musica carnatica indiana…
«Sono una persona che non si accontenta facilmente, cerco sempre nuove sfide, e una di queste è proprio la musica carnatica indiana. È per questo motivo che mi sono spostata a Bruxelles, dove ho preso lezioni da Stéphane Galland, un grande batterista che da anni la studia. È una musica molto lontana dalla nostra. Usa un unico riferimento armonico melodico per un intero brano (che viene chiamato Raga) e che può durare ore. Non esistono successioni di accordi come nella musica occidentale. A livello melodico parlo di quarti di tono, appoggiature che non sono nostre. Da batterista è super interessante, molto complessa, rigorosa…».

Rigore che ti è servito per rafforzare il significato dei brani, tornando a Bauman, Saviano…
«Il rigore ritmico e matematico che caratterizza le composizioni, vuole far riflettere sulla società “Matrix” che opprime e controlla i singoli tramite uno sfrenato consumismo e un’inarrestabile globalizzazione».

Gli Archipélagos – screenshot video

Veniamo ad Archipélagos, il tuo progetto musicale. Ti sei scelta un gruppo che avesse queste affinità e conoscenze…
«Sì. Con Federico Calcagno (suona il clarinetto) ci conosciamo da quando abbiamo iniziato il conservatorio a Milano. Poi lui si è trasferito ad Amsterdam per perfezionarsi e io a Bruxelles. Siamo rimasti sempre in contatto. Amsterdam e Bruxelles sono vicine, ci vedevamo spesso per suonare, fare concerti. Avevo poi conosciuto, nell’estate del 2019 in Canada, durante una residenza artistica presso il Banff Centre for Arts and Creativity, un trombettista australiano, Niran Dasika, che lo scorso anno si trovava in Europa e aveva accettato di partecipare al lavoro. Si registrava a Roma nel Tube Recording Studio. A causa della pandemia e i continui rinvii, è poi dovuto ripartire per l’Australia. Le tracce le ha registrate da lì e le abbiamo aggiunte poi»…

Archipélagos viene proprio da qui, dal fatto che siete musicisti di varia provenienza (non solo “regionale”) ma anche musicale… Per la cronaca, l’ensemble è stato finalista dei Maastricht Jazz Awards 2020 e vincitore dei concorsi All You Have To Do is Play 2019 Nuova Generazione Jazz 2021 (I-Jazz).
«Con me ci sono amici conosciuti a Bruxelles, come il contrabbassista olandese Ramon van Merkenstein o il pianista francese Simon Groppe. Assieme a loro avevo avviato nel 2018 un altro progetto, i Soul’s Spring, poi abbandonato perché avevo in mente un altro genere di composizioni. Poi c’è la lussemburghese Claire Parsons alla voce: giocando con l’elettronica, riesce a fare cose davvero interessanti. Siamo, insomma, tante isole che però condividono lo stesso modo di fare musica, un arcipelago, appunto».

Torniamo alla tua musica. Come la puoi definire?
«È uno stile che rientra nella “creative music”, non è solo free jazz alla Ornette Coleman per intenderci. Rientra nella musica creativa, perché collega varie influenze, musica classica contemporanea, rock progressivo, musica carnatica, jazz..».

Francesca Remigi in concerto al Banff Centre, Canada

Il rigore compositivo lascia, però, spazio all’improvvisazione….
«Se hai ascoltato Gomorra, avrai notato che alla fine c’è come un placarsi del dialogo stretto tra strumenti, rimane il pianoforte di Simon e il canto di Claire, un segnale di speranza. In Scherzo e ne Il Labirinto dei Topi cantante e trombettista hanno totale libertà di esplorare; insomma, c’è una giusta dose di libertà. Si tratta di tanti soli che avvengono su metriche molto complesse».

Francesca, un’ultima cosa, anzi due: che musica ascoltavi da adolescente e che musica ascolti oggi?
«La musica è stata una costante nella mia vita. Fin da piccola, a cinque anni, sono stata abituata ad ascoltare Beatles, Queen, Rolling Stones. A 14, 15 anni mi sono avvicinata al jazz, ascoltavo il  progressive rock, King Crimson, Dream Theater (prog virato sul metal) e altri gruppi simili. Sono rimasta intrappolata in quell’estetica lì. Oggi, come ascolti, direi musica classica contemporanea, jazz contemporaneo e tanta musica di artisti emergenti giovani. Ultimamente ho ascoltato Octopus di Kris Davis & Craig Taborn (2018), Musica Ricercata di György Ligeti, Open Form For Society di Christian Lillinger, The African Game di George Russell». 

Addio Chick Corea, benvenuta Dominique Fils-Aimé

Oggi la notizia principale per chi si occupa di musica – e non solo – è la scomparsa a 79 anni di Chick Corea. Se n’è andato un paio di giorni fa per una rara quanto improvvisa forma di tumore, ma la famiglia ha dato la notizia solo nella notte. In questi casi si rischia sempre di cadere nel banale. Un grande musicista che dominava non solo pianoforte e tastiere, ma anche tutti i generi musicali possibili. La sua curiosità lo ha portato ad avere due doti essenziali: l’umiltà di imparare sempre dai suoi colleghi – fossero Miles Davis o Gary Burton o Pat Metheny – e dichiararlo più e più volte, e la curiosità di spingere la sua fantasia sempre più avanti in un mondo melodico che veniva composto, in un puzzle onirico, metrico e sofisticato, da jazz, samba, ritmi latini, rock, classica…

Come dimostra il suo ultimo lavoro uscito nel settembre dello scorso anno, Chick Corea Plays (qui Yesterdays), dove lui al pianoforte suona brani delle più svariate provenienze, Mozart, Antônio Jobim, Evans, Monk, Chopin, Wonder e propri, ovviamente, una scelta di esecuzioni magistrali registrate nei suoi live del 2018. Ad ascoltarlo oggi lo si potrebbe interpretare come una sorta di testamento del suo mondo musicale e della tante strade che ha imboccato. Fusion a tutti gli effetti, evoluzioni acrobatiche, che fosse seduto al mitico Fender Rhodes o a un piano a coda da concerto. Per questo è uno dei musicisti che amo mettere in cuffia: per lasciarmi guidare nei suoi percorsi sonori, sempre nuovi nonostante li ascolti centinaia di volte…

Dopo il doveroso e doloroso saluto a Chick Corea, il post di quest’oggi prevede l’uscita di un nuovo disco. La terza parte di una trilogia, opera di una musicista trentaseienne nata a Montreal ma haitiana di origini, Dominique Fils-Aimé. Una voce spettacolare e un senso della musica e dello spazio musicale pieno.

Three Little Words, uscito oggi nei negozi fisici e virtuali, conclude, come dicevo, un “viaggio” alle origini della musica afroamericana, come viene da lei intesa, ma anche una riflessione su tutto quello che c’è dietro quella musica, conflitti razziali inclusi. Dal primo album dove il blues dominava, Nameless, al secondo, Stay Tuned!, che le ha fatto vincere numerosi premi tra cui il Juno come voce jazz dell’anno e il Félix come disco jazz del 2019, in Three Little Words si dedica al Soul, ed è una rigogliosa avventura dove riesce a tessere armonie tra il Soul anni Sessanta e Settanta e l’evoluzione che lei stessa ha voluto dare al genere. Dunque, un album da ascoltare, pieno di vitalità, idee, sempre con la costante della voce solida di Dominique. Per chi non la conoscesse, invito all’ascolto dei tre dischi, nell’esatta progressione prevista dall’artista. Noterete un crescendo tra la bellissima Birds di Nameless, passando per Big Man do Cry di Stay Tuned!, a Being The Same dell’ultimo lavoro.

Dominique è la dimostrazione che la buona musica e i bravi artisti non smetteranno mai di darci grandi piaceri. Da Chick Corea a Dominique Fils-Aimé, ai tanti musicisti che ci hanno lasciato e agli altri che stanno emergendo, c’è un filo, con le dovute distinzioni, che lega note ed emozioni, una rara capacità che non appartiene a tutti e che per questo rendono loro, speciali, e la nostra vita (per lo meno la mia!) migliore e un po’ più saporita e vivace.