Libano: un disco per la ricostruzione culturale del Paese

4 agosto 2020: un’esplosione potentissima causata da un deposito di nitrato di ammonio distrugge la zona portuale di Beirut. Il bilancio è di quasi 200 morti, migliaia di feriti, e oltre trecentomila persone che hanno perso casa e lavoro.

Danni per miliardi di dollari. La tempesta perfetta per un Paese, il Libano, già tecnicamente fallito, sepolto da un indebitamento spaventoso e quel martedì d’agosto anche dalle macerie. Si sta scavando ancora tra i palazzi crollati per cercare corpi e, magari, anche qualche persona ancora viva…

In tutto questo pauroso disastro, pochi giorni fa l’esercito libanese ha scoperto altre quattro tonnellate di nitrato di ammonio chiuso in quattro container, sempre nella stessa zona, all’ingresso del porto, come riportato dall’agenzia di stampa ufficiale Nna, news ripresa anche da Al Jazeera.

Vi sto raccontando tutto questo perché il 4 settembre scorso, a un mese esatto dall’esplosione, Ma3azef, rivista online di musica con sede a Tunisi, in collaborazione con Bandacamp (organizzazione creata per divulgare la musica di artisti indipendenti) ha rilasciato un disco di musica elettronica dal titolo Nisf Madeena, i cui proventi dalla vendita andranno alla raccolta fondi per la ricostruzione culturale del Paese (Fundraising Campaign for the Arts and Culture Community in Beirut, coordinata dall’AFAC, Arab Fund for Arts and Culture, e dal Beirut Musicians’ Fund, creato da Tunefork Studios e dall’organizzazione no-profit Beit el Baraka.

Si tratta di diciassette brani per altrettanti artisti internazionali e locali lavorati e mixati con la collaborazione di Heba Kadry, brillante mastering engineer cresciuta in Egitto e perfezionatasi negli States, dove attualmente vive (a Brooklyn, New York, per esser precisi). Sempre per inquadrare il lavoro di Heba, lei lavora con artisti del calibro di BjörkMarissa Nadler, Josiah Wise (aka Serpentwithfeet), gli inglesi Slowdive, le Girlpool, e la polistrumentista Kristin Hayter conosciuta come Lingua Ignota, musicista classica con escursioni nel noise e nel Metal più spinto…

Toni cupi, densi, noise pesante, passaggi molto acidi, alla Daniel Blumberg per intenderci (muscista istrionico e alternativo inglese che ha firmato la colonna sonora di uno dei più apprezzati film presentati a alla Mostra del cinema di Venezia in questi giorni The World To Come di Mona Fastvold), ma anche interventi ariosi e liberatori come quelli di Deena Abdelwahed – Wein Al Malayeen e di DJ Plead – Marcel.

Tra gli altri contributi, Fatima Al Qadiri, Nicolás Jaar, ZULI, Slikback… Come si legge nella presentazione del disco sulla pagina di Bandcamp: «Riunendo i suoni dalle diverse fessure della musica elettronica, è un umile tentativo di galvanizzare musicisti e ascoltatori a sostenere una città che è stata parte integrante della scena musicale contemporanea della regione». Ve l’ho segnalato, ascoltatelo e, se volete, contribuite con 10 euro…

Bruce Hornsby e il suo nuovo “Non-Secure Connection”…

Vi ricordate The Way it is, fortunato brano uscito nel 1986, ripreso anche da 2Pac con il titolo di Changes? Portava la firma di un musicista istrionico, Bruce Hornsby, allora con i Range. Di strada il pianista della Virginia (ha suonato per due anni anche con i Grateful Dead, agli inizi dei Novanta) ne ha fatta, e tanta. Con una coerenza di fondo mai dimenticata: il non voler pervicacemente essere etichettato in un genere. Hornsby ha percorso – e continua a percorrere – tutte le strade della musica.

Soul, funk, rock, jazz, bluegrass, pop mainstream, tutto e il suo contrario. L’ultimo lavoro – ed è per questo che ve ne parlo – Non-secure Connection, uscito ad agosto, ritrova un Hornsby in gran vena creativa. Confesso, mi piace molto!

Rock, prog, jazz spalmato in maniera coscienziosa, pop quanto basta, sembra di ascoltare i Genesis e Peter Gabriel, soprattutto, quest’ultimo, nell’intonazione vocale metallica. Parallelamentei a un ventennale sodalizio fortunato e simbiotico con il regista Spike Lee, Bruce non ha mai smesso di pubblicare gran bei lavori, come l’ultimo.

Molta attenzione sia alla partitura sia ai testi, un lavoro altamente critico verso il mondo web – per capirlo basti ascoltare Porn Hour: “We got everything we want with a mouse click, The innovation of the Internet. We thank the hard boys and the naked girls For the coming of our beautiful cyber world” – con lo spazio alle solite sue collaborazioni di massimo livello.

Come quelle con Vernon Reid, chitarrista dei Living Colour e la cantautrice e poetessa Jamila Woods (Bright Star Cast) e con il violinista (polistrumentista) Rob Moose (The Rat King). C’è persino Leon Russell, artista di culto, mancato nel 2016, in una registrazione che Bruce aveva fatto insieme un quarto di secolo fa (Anything Can Happen) e una solida My Resolve, suonata con James Mercer (The Shins, Broken Bells).

D’effetto anche Cleopatra Drones, canzone che apre il disco e ben dispone all’ascolto. Se volete approfondire l’artista, ascoltatevi un altro paio di album, Hot House del 1995: molto jazz e funk con collaborazioni eccellenti come Béla Fleck, il virtuoso del banjo, Pat MethenyJimmy Haslip, bassista e fondatore degli Yellowjackets, e il doppio Spirit Trail, uscito nel 1998. Ah dimenticavo, un altro album bellissimo: Absolute Zero, del 2019, che il New York Times ha definito “ccmplesso e per nulla alla moda, dunque, ottimo”! Anche qui collaborazioni di sostanza, con il batterista jazz Jack DeJhonette nel brano che dà il titolo all’album, per proseguire con Justin Vernon (Bon Iver) – uno dei suoi “giovani colleghi” preferiti – in Cast OffBuon Bruce, dunque!

Charlie Parker, Richard Brody e l’essenza del ricordo

Tra i tanti articoli che stanno ricordando il centenario della nascita di Charlie “Bird” Parker, uno dei musicisti dirimenti del Novecento (nato il 29 agosto 1919 a Kansas City), ha attirato la mia attenzione quello scritto da Richard Brody sul New Yorker. Brody è un famoso e preparato critico cinematografico, nominato dal governo francese cavaliere dell’Ordine della Arti e delle Lettere, ed è anche uno storico collaboratore del magazine americano da oltre vent’anni.

Nel suo articolo dal titolo How Charlie Parker Defined the Sound and Substance of Bebop Jazz ha centrato la potenza dirompente di Parker inserendolo nel periodo storico vissuto dall’artista, quell’America pre e post bellica, dove il razzismo verso gli afroamericani era pesante e la Black people era mandata al fronte (con divise diverse, si badi bene) a combattere per gli Stati Uniti, lo stesso paese che poi vietava loro i diritti civili più elementari.

La fine del Secondo conflitto mondiale, il ritorno dalla guerra degli eroi neri  – non riconosciuti come tali -, la droga diffusa nelle grandi città, eroina che catturò anche Charlie (oltre ad alcol e tranquillanti), sono parte di un pezzo importante di storia a stelle e strisce. In questa situazione, l’autore ricorda anche l’uccisione di un soldato nero, Robert Bandy, da parte di un ufficiale di polizia bianco che provocò una rivolta ad Harlem, nell’agosto del 1943 (molte cose non sono proprio cambiate negli States!). Ma anche la difficile lotta per le conquiste civili degli afroamericani che si fece sempre più consapevole a partire dai primi anni Cinquanta e che Parker non riuscì a vivere, vista la prematura scomparsa, ad appena 34 anni.

In tutto ciò c’è il genio di questo musicista che, stanco delle partiture di swing e jazz “classico” delle grandi orchestre – dove suonò, assieme ai big del tempo come Dizzy Gillespie – cercò di rompere quelle armonie precostituite, spingendosi a riscrivere nuovi percorsi sonori sempre più audaci, apparentemente frammentati, veloci, intensi, per i tempi, difficili da comprendere, ma che altri musicisti che si stavano affacciando sulla scena, vedi Miles Davies, ne fecero tesoro.

Spiega Brody: “Quello che Orson Welles ha fatto per la regia e Jackson Pollock per la pittura, Charlie Parker, in particolare, ha fatto per il jazz, rappresentando l’irrappresentabile». Ecco dunque, la nascita del bebop, di cui Parker ne è considerato il padre, anche se le radici di questo genere si formarono negli anni Trenta con Thelonious Monk, quando suonava sperimentando per pochi amici e fan a New York, Dizzy Gillespie che «faceva brillare la sezione di trombe di Cab Calloway, Kenny Clarke, che ha ridisegnato la sua batteria nella band di Teddy Hill…».

Ma chi ha tirato le fila di questo nuovo modo di interpretare il jazz è stato lui Charlie Bird Parker. Riporto un altro interessante ragionamento di Brody: «Le astrazioni della sua arte esprimevano la violenza, l’orrore, il pericolo esistenziale del tempo di guerra; oltretutto, la sua arte ha anche dato voce al fragore della mobilitazione di tutti alla ricerca della vittoria nella guerra – e alle ingiustizie e alle umiliazioni sopportate dai neri americani in patria, che deridevano gli ideali di quello sforzo nazionale».

Parker, insomma, così fragile nei suoi incubi che cercava di lenire con eroina, alcol e antidepressivi (nel 1946 fu ricoverato in ospedale psichiatrico a Camarillo in California per sei mesi, e qui compose la famosa Relaxin’ at Camarillo) era il figlio di quei tempi, ne aveva assorbito e ne sopportava tutto il peso. I suoi assoli erano una cavalcata veloce, con cambi di passo, armonie dissonanti ma coerenti, rincorrersi compulsivo di note apparentemente slegate tra loro. Continua Brody: «La musica di Parker ha avuto un effetto simile a quello delle complessità profonde di Orson Welles in Quarto Potere, unendo il primo piano e lo sfondo, rendendo evidente la complessa struttura musicale. Come l’espressionismo astratto, rendeva le superfici della musica turbolente e cosmicamente intricate».

Chissà dove Parker avrebbe portato il bebop, chissà in cosa lo avrebbe fatto evolvere se non fosse morto giovane, di una polmonite non curata. Lui, che aveva dato il nome persino a un locale “Birdland” dove si esibì svariate volte prima d’essere bandito da tutti i club di New York perché alcol e droghe risvegliavano i suoi demoni più profondi. Sempre Brody: «Quando Parker morì, nel 1955, all’età di trentaquattro anni, il jazz stava subendo un’altra rivoluzione, con Davis in prima linea e altri musicisti emergenti, come John Coltrane e Cecil Taylor. Soprattutto, la società americana era sul punto di uno storico passo avanti, a causa della dedizione e del sacrificio degli afroamericani che chiedevano diritti civili e la fine della segregazione. Parker non ha vissuto per vedere nessuna delle due trasformazioni».

È rimasto sospeso, dopo tanto cercare risposte nelle note spericolate e tra le peripezie della sua vita (come la morte in culla della figlia Pree). Ha lasciato dei brani immortali e dirimenti. E per questo viene ricordato in tutta la sua forza e fragilità.

A febbraio di quest’anno è stato pubblicato un bel cofanetto in vinile e digitale, The Savoy 10-inch LP Collection, contenente le prime quattro serie di The New Sounds in Modern Music, pubblicate agli inizi degli anni Cinquanta dalla Savoy Records, con registrazioni effettuate tra il 1944 e il 1948. Un ascolto essenziale per chi voglia gustare un assaggio di alcune delle session più interessanti del sassofonista, quelle che hanno “definito” il bebop. Sono i grandi brani di Parker come Now’s the Time, Billie’s Bounce, Ko-Ko, Red Cross, Donna Lee, Bluebird, ed è accompagnato in questo immenso parterre di brani da musicisti del calibro di Miles Davis, Dizzy Gillespie, il pianista Bud Powell, il batterista Max Roach e il chitarrista Tiny Grimes.

Briatore, il Billionaire pieno e i mancati concerti dal vivo

Il tema caldo di queste giornate, quello che sta tenendo banco su media e social, è il contagio di Flavio Briatore, negazionista Covid della prima ora. Nel suo Billionaire, che qualcuno, con raffinata ironia, ha ribattezzato Focolaire, c’è stato un contagio genere Codogno, uno dei suoi dipendenti è addirittura intubato e grave, a Sassari. Lui, dal San Raffaele dove è ricoverato, ieri ha invece postato una foto sorridente su Instagram, post rimosso quasi subito (quando la si fa fuori dal vaso…).

Parlo di Briatore perché è “la notizia”, ma l’imprenditore sbruffone, una miniera inesauribile per la comicità di Crozza, mi dà la possibilità di sollevare un tema sul quale sto riflettendo da giorni: perché le discoteche hanno potuto accogliere a braccia aperte orde di giovani stressati dal lockdown in un liberatorio atto di sfida al virus, mentre i concerti dal vivo, con tutte le doverose restrizioni imposte, sono stati nella pratica vietati? Ci sono, sì, coraggiosi tentativi grazie a musicisti impegnati come Paolo Fresu, Stefano Bollani e pochi altri.

Dei tecnici senza lavoro ne ho parlato più volte in questo blog, come dei musicisti costretti a ripensare il loro modo di presentare la loro arte al pubblico. Sono riflessioni al sapore di Covid – anch’io non sono esente da questa sorta di rincoglionimento progressivo, uno stordimento che non fa ragionare con chiarezza e semplicità.

Tutto si complica, tutto si contorce, siamo tante marionette che si agitano perché mosse da altri che a loro volta sono pupazzi in mano ad altri e via dicendo, come in un infinito gioco di specchi. Tornando alla domanda che possiamo riassumere in: perché Briatore sì e Bruce Springsteen no?, ammetto che il quesito non possa avere una risposta. Nella caotica organizzazione che ci stiamo dando a causa del nostro “virus vivendi” ci metto dentro anche i 12 milioni di euro dati dal ministro della cultura Dario Franceschini agli organizzatori di concerti per i live annullati, tramite un decreto firmato l’11 agosto scorso, somma trovata attraverso il fondo emergenze imprese e istituzioni culturali introdotto con il Decreto Rilancio.

Vien da dire, piove sul bagnato. Si presume che gli organizzatori di concerti qualche soldo per vivere se lo siano messo sotto il materasso, ma – e credetemi non faccio populismo, mentre ascolto a tutto volume la sempre grande Highway to Hell degli AC/DC – come la mettiamo con tutti gli operatori degli spettacoli live che se ne stanno forzatamente a casa da mesi, se va bene in cassa integrazione, ma i più, essendo partite iva, senza paracaduti sostanziosi? Come possono uscirne?

Capite perché parlo di azioni “sclerate”… Non so se vi facciate le mie stesse domande, è che mi sembra tutto molto appiccicaticcio, caotico, ognuno dice e fa quello che vuole. E se in questo bailamme ci si mettono i musicisti negazionisti il caos diventa perfetto. Ed eccovi serviti: il 21 agosto sul suo sito ufficiale Van Morrison ha pubblicato un caloroso invito ai suoi colleghi: alzare la testa e tornare a suonare dal vivo senza ascoltare la scienza, anzi, la pseudo-scienza (Come forward, stand up, fight the pseudo-science and speak up, “Fatevi avanti, fatevi sentire combattete la pseudo-scienza, parlate”)…

In tutto ciò, e finisco, ci metto anche il tanto atteso ritorno alla scuola, quello che, l’infettivologo Matteo Bassetti, da me intervistato per un magazine, ha definito necessario e inevitabile “altrimenti sarebbe il fallimento totale di un Paese”. Con Briatore, la questione scuola è l’altro capitolo che tiene banco da giorni. Capitolo fondamentale per il progresso di una società. Studio, cultura, arte. Evitiamo danni che verranno pagati a caro prezzo da tutti…

In memoria di Stevie Ray Vaughan…

Tra una decina di giorni, esattamente il 27 agosto, ricorreranno i trent’anni dalla morte di Stevie Ray Vaughan. Ebbene sì, dedico un post a questo mitico, dirimente e assolutamente incredibile chitarrista texano con il blues nel sangue, bianco di nascita ma nero tra i neri nell’arte del blues, come lo ricordava B.B. King, uno che è praticamente nato con la chitarra in mano e che, di questo strumento, ne ha fatto la sua vita, la sua professione e la sua arte.

Prima la cronaca: 27 agosto 1990, dopo appena tre album in studio di successo più uno live e il quarto in studio in divenire (verrà pubblicato l’anno dopo la sua morte, nel 1991, dieci tracce inedite incise tra il 1984 e il 1989, dal titolo The Sky is Crying), Stevie Ray partecipa a un concerto all’Alpine Valley Music Theater nel Wisconsin. Con lui si erano appena esibiti Mr. Eric Clapton, Buddy Guy, Robert Cray e il fratello Jimmie Vaughan, altro incredibile chitarrista blues – è stato grazie a lui, più anziano di alcuni anni, che il giovanissimo Stephen si era innamorato della chitarra elettrica. A fine spettacolo, Stevie insiste per prendere il posto di Clapton sull’elicottero che lo deve portare a Chicago. Era stanco, aveva sostenuto, voleva riposarsi. “Slowhand” acconsente, aspettando un passaggio successivo. Assieme al texano un paio di tecnici dello staff di Clapton. Colpa della nebbia e anche di un pilota non molto esperto in viaggi in simili condizioni atmosferiche, l’elicottero precipita e muoiono tutti. Della tragedia si saprà solo il mattino seguente.

Fine della carriera di Stevie Ray, il ragazzo del blues. Chissà cosa avrebbe fatto di bello e grande se il dio della musica gli avesse concesso ancora un po’ di tempo sulla terra. Lui e la sua Fender Strato, modello che si era adattato e che la casa americana fondata da Leo Fender stava studiando come special edition firmata SRV (uscirà nel 1992). Blues, ma anche rock, una mano felice, un modo tutto suo di pizzicare quelle corde da cui uscivano fraseggi ipnotizzanti. Con lui la chitarra piangeva, si straziava, diventava improvvisamente allegra, cavalcava le onde su centinaia di note che il virtuoso suonava con una facilità senza precedenti. Chissà cosa sarebbe diventato SRV: avrebbe ceduto alle mode o sarebbe rimasto quel texano tutto di un pezzo, cappello a larghe tese e stivaloni tirati a lucido d’ordinanza?

Lui, scoperto per puro caso da Mick Jagger che lo segnalò al produttore Jerry Wexler. Quest’ultimo nel 1982 lo porta al festival di Montreaux assieme ai suoi Double Trouble, al secolo, Tommy Shannon al basso, Chris Layton alla batteria e Reese Wynans alle tastiere, ultimo arrivato e membro di diritto aggiunto al forsennato trio chitarra-basso-batteria con cui Stevie aveva dato inizio alla sua fortunata quanto veloce carriera da star. In Svizzera la band si prende sonore fischiate, troppo fuori dal coro per un festival d’essai.

Quella sera, ad ascoltarlo, c’era anche David Bowie che lo coinvolse nel suo album Let’s Dance (collaborazione che non finì molto bene…). Ma torniamo al texano: Stevie Ray nella sua breve e intensa carriera ha “violato” un altro tempio del jazz, molto più aperto del precedente, Umbria Jazz. E lì io c’ero. Era il 14 luglio 1985, una domenica sera. Ero andato apposta con alcuni amici per vedere l’asso del blues esibirsi dal vivo. Quell’edizione è stata davvero straordinaria. Il 7 luglio aveva suonato Miles Davis, allo stadio Renato Curi (saranno quattro le partecipazioni del trombettista a UJ). Con lui il grande John Scofield alla chitarra.

Quella domenica Perugia ha visto e ascoltato grande musica. Prima della star che doveva chiudere la serata, Stevie Ray, appunto, aveva suonato Art Blakey con i suoi Jazz Messengers. Sia Stevie Ray sia Art se ne andranno lo stesso anno, il 1990, il primo ad agosto, il secondo a ottobre. Miles Davis, invece, morirà l’anno successivo, il 28 settembre. Un paio di mesi prima aveva tenuto il suo ultimo concerto in Italia, a Castelfranco Veneto.

Tornando in piazza IV novembre a Perugia, ricordo che Stevie Ray e i suoi Double Trouble iniziarono il concerto tradissimo, problemi di check sound. I muri di amplificatori, non ricordo, ma probabilmente erano dei Marshall, non rispondevano come il texano desiderava. Alla fine, quasi all’una del mattino il suono acuto della sua Fender s’è alzato nel cielo stellato di Perugia. Dopo un paio di pezzi i puristi del jazz avevano lasciato sdegnosamente la piazza. Noi siamo rimasti lì, incollati e ipnotizzati a quei fraseggi blues dove, nella tecnica di assoli si intravvedeva anche il jazz ma usciva prepotente molto il rock. Musica tirata fino alle tre del mattino. Grande concerto e onore agli organizzatori che avevano scelto la strada delle contaminazioni, poi rivelatasi vincente. Non so se Vaughan fosse ubriaco o fatto – sinceramente, erano affari suoi! –  so che quella lunga notte è stata un’immersione di note e stili, un turbinio continuo, ricco, opulento, sontuoso, culminato nella sua personale versione di Voodoo Child (Slight Return) di Hendrix, lui con l’inseparabile cappello da cow boy e gli stivaloni a punta stretta, bianchi, e quella chitarra che maneggiava a volte come una piuma altre come una scure. Sono quelle cose che ti porti scolpite nel cuore e che, quando affiorano ti provocano nostalgia, passione, tristezza, felicità. Anche dopo trenta lunghi anni. Per questo vi ho parlato di Stephen Ray Vaughan, il virtuoso del blues. Un atto dovuto.

Perché i regimi hanno paura della musica?

Frame da Il “Grande Dittatore”, film di Charlie Chaplin (1940)

Le recenti elezioni in Bielorussia, dove il sessantacinquenne Aleksandr G. Lukashenko, al potere da 26 anni, s’è garantito la sesta rielezione, secondo osservatori internazionali e oppositori con brogli elettorali, intimidazioni, arresti e l’oscuramento del web, mi hanno fatto riflettere. Che rapporto c’è tra dittatura e musica? In effetti, quella della Bielorussia è l’unico regime totalitario rimasto nella cara vecchia Europa, almeno così sostengono convinti gli Stati Uniti. Ci sarebbe da discutere al proposito…

Non andiamo a invadere campi che non ci appartengono. Sul rapporto tra dittature e musica ci sono saggi su saggi, anche molto interessanti, soprattutto sul rapporto tra quest’arte e il Nazismo e Fascismo. La musica è troppo destabilizzante per chi deve detenere con pugno di ferro un potere fine a se stesso, con l’alibi del bene del popolo. È risaputo che il Nazismo, che predicava la purezza della razza e, dunque, anche delle maggior espressioni artistiche di un popolo, aborriva il jazz, musica di neri, inascoltabile per un orecchio predestinato alla perfezione, anche se nei campi di concentramento il jazz, per chi soffriva, era una ventata di resistenza. Il Fascismo aveva i suoi aedi, che hanno partorito canzoni decisamente imbarazzanti, intrise di quel semplicistico ornato di parole ridondanti, slogan da grande impero privi di contenuti… Poi sappiamo come sono andate (fortunatamente per noi!) le cose. Rileggetevi i testi di queste preziose perle trasposte in musica, da Faccetta Nera a Me ne Frego! a Vincere Vincere Vincere. Mi permetto la prima strofa di quest’ultima: Temprata da mille passioni La voce d’Italia squillò! “Centurie, coorti, legioni, In piedi chè l’ora suonò”! Avanti gioventù! Ogni vincolo, ogni ostacolo superiamo! Spezziam la schiavitù Che ci soffoca prigionieri nel nostro mar! Non vi tedio oltre.

Venendo a tempi più recenti, anche durante il ventennio di dittatura brasiliana, tanto cara al presidente attuale, Jair Bolsonaro, la musica è stata vista come un pericoloso nemico da combattere. Caetano Veloso, Gilberto Gil, Chico Buarque, ma anche il regista Glauber Rocha oltre a politici e sindacalisti, furono costretti all’esilio. Ascoltatevi Cálice di Chico Buarque e di quel geniaccio incredibile di Milton Nascimento (Pai, afasta de mim esse cálice, Pai, afasta de mim esse cálice, Pai, afasta de mim esse cálice, De vinho tinto de sangue… Padre allontana da me questo calice, Padre, allontana da me questo calice, Padre, allontana da me questo calice, di vino rosso di sangue…), oppure Alegria Alegria di Caetano Veloso, diventati must della musica popolare brasiliana (MPB). Di canzoni simbolo contro poteri e strapoteri anche nelle nostre democrazie ce ne sono molte. Pensiamo a The Revolution Will Not Be Televised (1971) di Gil Scott Heron (di cui vi ho già parlato in questo post) o a Imagine (sempre 1971) di John Lennon, ma anche a God Save The Queen (1977) dei Sex Pistols, a Rock in The Casbah (1982) dei Clash, a Sunday Bloody Sunday (1983) degli U2; e ancora, a Killing in the name (1992) dei Rage Against The Machine, a Idioteque (2000) dei Radiohead o a Psycho (2015) dei Muse.

Frame da “Psycho” – Muse

Torniamo a Lukashenko: la musica fa così tanta paura che l’apparato del governo si prende la briga di ascoltare e leggere tutto (come d’altronde faceva il Minculpop, nel periodo fascista, e fa ogni dittatura oliata) per poi mettere il “visto… si ascolti”. Molte canzoni sono state “tagliate” in modo pretestuoso: testi troppo banali, o non convenienti, o inneggianti alla violenza, non adatti al fiero popolo d’appartenenza… Ne sa qualcosa, per esempio, Siarhei Mikhalok, il frontman della band punk-rock Lyapis Trubetskoy (qui con Kapital) e l’altra da lui  sempre fondata, anarco-rock, Brutto (qui con Giri). Dopo un esilio dai palchi del suo Paese, Mikhalok è potuto rientrare quattro anni fa, apparentemente libero ma… guarda caso i concerti o non potevano tenersi, o venivano rinviati per qualche problema.

La musica fa davvero paura: scuote gli animi, fa riflettere, invita a guardare un altro mondo possibile.

E chiudo: noi, che abbiamo la fortuna di vivere in Paesi dove si può criticare anche aspramente senza il timore di sparire o venire arrestati o esiliati, sappiamo usare questo dono immenso che è la libertà? L’abitudine, spesso gioca brutti scherzi. Non dovremmo mai dimenticare Giorgio Gaber e la sua La Libertà: «La libertà non è star sopra un albero/ Non è neanche il volo di un moscone/ La libertà non è uno spazio libero/Libertà è partecipazione». Pensiamo ai tanti, troppi Lukashenko ancora in giro  – e brutalmente attivi – sparsi nel mondo, pensiamo alla nostra facilità d’espressione che, per ossimoro, troppo spesso diventa difficoltà di esprimersi, pensiamo alla musica, un’arte così immensa e forte da intimorire il forte di turno. Basta, la finisco qui.

Che bella domenica con Paul Weller e il suo “On Sunset”!

Guardo i titoli dei giornali in questa domenica d’agosto. Bollino nero sulle autostrade, il giallo dell’estate servito con il tragico ritrovamento del corpo della donna scomparsa con il figlio piccolo a Messina, Napoli perde tre a uno con il Barça, il Brasile supera i 100mila morti nella pandemia coronavirus e il presidente Bolsonaro non ne parla (politica dello struzzo, quello di cui non si parla non esiste), i nuovi decreti emergenza del governo… Confesso che mi sale un preoccupante stato di impotenza.

Una tranquilla domenica d’agosto con i suoi nuovi contagiati, le solite polemiche di governo, le solite partite/non partite a porte chiuse, gli aridi bollettini giornalieri, senza alcun senso apparente… Tutto normale, mi dico, e meno male che c’è il sole e un vento accondiscendente rende piacevole il caldo di stagione.

Sto ascoltando – ed è questo il motivo di questo post domenicale – l’ultimo lavoro di Paul Weller. Il sessantaduenne artista inglese fa musica da quasi 50 anni: figlio di un tassista e di una “cleaner”, folgorato dai Beatles, dagli Who e Status Quo, è passato nei decenni del rock surfando, sempre sulla cresta dell’onda, dal punk alla new wave al mod revival con i The Jam al blues synth dei The Style Council per poi iniziare una proficua carriera solista. Weller ha un dono: compone con estrema facilità, gioca con i generi, li fa propri, li elabora, li fonde.

On Sunset, uscito a inizio estate, è un lavoro da ascoltare con attenzione, perché lì dentro c’è tutto il Weller pensiero, insomma un filo conduttore della sua vita artistica, fusione di generi, brillantezza, gioia, romanticismo, ricordi. Bellissimo in alcuni brani l’inserimento dell’organo Hammond (più che uno strumento un mito per la mia generazione) suonato dal suo amico Mick Talbot, tastierista anche negli Style Council, come in Baptiste, piccolo capolavoro: “I never used to pray I never been to church, But when I hear that sound, It goes to my heart, Straight to my soul…”. On Sunset, il brano che dà il titolo al disco, porta ad atmosfere che conducono in un mondo fatto di ritmo, sole, riff anni Settanta: “I was gonna say hi, But no one there, There’s me forgetting, Just how long it’s been/ And the palm trees sway, As a warm breeze blew, And the sun was high, On Sunset”…

Poche righe, ma un caldo invito, se non lo avete già fatto, ad ascoltare questo disco. Godetevelo, e la vostra domenica sarà sicuramente diversa!

Canzoni d’agosto, ecco cinque brani da ascoltare…

In questi giorni d’agosto visto che il lavoro inevitabilmente rallenta, mi sono rifugiato in montagna, sul massiccio del Grappa, in Veneto. Un buen retiro per pensare, leggere, ascoltare musica, guardare la natura, ricostruire un filo interrotto da mesi dove la parola “Covid” è stata pronunciata più di “Amore”, e “occupazione” non fa certo rima con “lavoro”. Dunque, divagazioni a parte, ho deciso di rendervi partecipi dei miei “ascolti” liberi, senza prevenzioni di sorta, perché la musica in fin dei conti è questo, libertà di ascoltare, di costruirsi dei mondi sonori, di farsi suggestionare, di viaggiare tra generi e artisti… conoscenza allo stato puro.

Inizio con cinque canzoni. Sono brani che sto mettendo in cuffia in questi giorni. Eccetto uno, il primo, un singolo di Billie Eilish pubblicato il 30 luglio scorso, sono contenuti tutti in album  degni di nota, pubblicati recentemente. C’è il sound essenziale e alternativo di Eilish, appunto, il rock new deal, essenziale e irriverente dei tre Dehd, la conversione di una popstar che – ammetto – pochissimo consideravo, con un album davvero ben confezionato e di spessore, Taylor Swift, le melodie psichedeliche dei Khruangbin, un altro trio, e, infine, l’immarcescibile Rufus Wainwright con You Ain’t Big, dal suo Unfollow the Rules.

Veniamo al dunque!

1 – My Future – Billie Eilish Sulla diciottenne artista losangelina avevo scritto uno dei miei primi post del blog. Dopo aver vinto quest’anno cinque Grammy, gli Oscar della musica, tra questi i cosiddetti Big Four, miglior canzone (Bad Guy), miglior album (When We All Fall Asleep, Where Do We Go?), miglior registrazione dell’anno e miglior cantante esordiente, la ragazza, con il fratello Finneas, suo alter ego, attore, produttore e musicista, ha messo a disposizione questo nuovo brano, scritto in periodo di lockdown (e sempre lì si ritorna…). Bello anche il video, dove Billie è in versione “anime”. Cercare di innamorarsi in tempo di clausura, ma non di qualche persona, bensì del proprio futuro. Questo il significato del brano: «’Cause I, I’m in love with my future, Can’t wait to meet her. And I, I’m in love, But not with anybody else, Just wanna get to Know myself»…

2 – Exile – Taylor Swift Come ha ben scritto Tgcom24.it la trentenne artista americana ha battuto ogni record con il nuovo Folklore, album decisamente bello e altrettanto diverso dai precedenti. A 30 anni, si sa, si inizia a vedere la vita in altro modo. Taylor ha cercato preziose collaborazioni nel circuito della musica indie Usa, come Aaron Dessner dei The National Justin Vernon (aka Bon Iver), musicisti come Jack Antonoff, ex chitarrista dei Fun, e tal William Bowery, nome quest’ultimo sconosciuto, probabilmente inventato per nascondere un altro artista. Un po’ di pepe non fa mai male, soprattutto quando tra i fan si accendono interminabili discussioni: c’è chi dice sia Ed Sheeran, chi Lorde (grande amica della Swift), chi addirittura Joni Mitchell, una delle fonti di ispirazione della popstar, o Lana del Rey… Discussioni che mi appassionano poco, ma siccome William Bowery ha scritto con Taylor la splendida Exile, interpretata con Bon Iver, un po’ di curiosità viene naturale…

3 – Loner – Dehd Il trio indie-rock di Chicago composto da Emily Kempf (basso e voce), Jason Balla (chitarra e voce) ed Eric McGrady (batteria) ha pubblicato a metà luglio un album davvero interessante e per certi versi singolare, nella – piuttosto piatta – scena rock di questi ultimi anni, Flower of Devotion. Come ha scritto Bandcamp, recensendo il disco: «An album for remembering the revitalizing feeling of inhaling fresh air – the aural equivalent of a gleam of hope». Anche Pitchfork ha detto la sua, ovviamente in positivo, mettendolo tra i Best Album Rock perché: «Dehd look you straight in the eye, sing you something discomfitingly simple and sincere». Strumenti essenziali, pochi ricami ma tanta passione…

4 – So We Won’t Forget – Khruangbin Un altro trio, composto da Laura Lee, basso, Mark Speer, chitarra, e Donald Ray “DJ” Johnson Jr, batteria, per un album, Mordechai, di bell’ascolto. Come assaggiare un buon vino estivo, che ne so, un bel rosato, frizzantino, dai sentori di pesca e frutta matura, beverino. Così è l’ultimo lavoro della band texana. Una nota di freschezza e spensieratezza per questa strana estate di questo strano anno bisestile. C’è world music, soul, psichedelia anni Settanta, insomma divertimento e relax…

5 – You Ain’t Big – Rufus Wainwright Il 47enne artista newyorkese naturalizzato canadese ha pubblicato il suo ultimo disco, Unfollow The Rules nell’aprile di quest’anno. Dentro c’è il “Rufuspensiero”, ossia quelle melodie pop sdolcinate che tanto piacciono ai suoi fan, ma anche esibizioni della sua bella voce in assoli da manuale. Tra i 12 brani di questo percorso a ritmi alternati ecco la giocosa You Ain’t Big, sound anni Sessanta, per una cavalcata nella pancia d’America, nelle storiche contraddizioni di un Paese, bianchi felici e neri in manifestazioni di protesta. Quanto mai attuale visto quello che è successo con George Floyd (proprio ieri è stato diffuso il video intero dei suoi ultimi attimi di vita) e le manifestazioni che sono seguite… Ironica e apparentemente sbarazzina. Ben riuscita!

Lookin’ For A Leader 2020: Neil Young continua la sua campagna

Dalle parole è passato alle note. Ritorno brevemente sulla dura campagna di Neil Young contro il presidente degli Stati Unit, Donald Trump. Dopo aver annunciato che si rivolgerà a un giudice per tutelare l’uso del suo brano Rockin’in the Free World, notizia di cui vi ho parlato un paio di giorni fa, l’artista ha rilasciato una nuova versione di un suo precedente brano, del 2006, Looking for a Leader (dall’album Living With War, quella volta, al centro delle sue canzoni, erano Bush e la sue bugie che hanno scatenato la guerra contro l’Iraq).

Lo ha battezzato Lookin’ for a Leader 2020 (cliccate sulla foto per ascoltarlo).

Dritto all’obiettivo: chitarra armonica voce e un cajon a scandire il tempo, Young invita gli americani a trovarsi un leader vero, uno che non «fa erigere muri attorno alla nostra casa». In una strofa ricorda Barack Obama: «… and we really need him now/The man who stood behind him has to take his place somehow/», sostenendo senza nominarlo, il vice di Obama e candidato dei democratici alla corsa presidenziale del novembre prossimo, Joe Biden.

Insomma, NY ha iniziato la sua personale campagna contro DJT. E si sa, visto il carattere, che l’osso non lo mollerà facilmente…

Neil Young: quando la musica diventa una questione legale

La domanda non è di poco conto: può un artista rifiutarsi che un suo brano, seppur regolarmente pagato rispettando i diritti, venga utilizzato da qualcuno che nulla ha a che vedere per ideali, impegno politico, storia personale con l’artista medesimo? Mi riferisco alla querelle in corso tra Neil Young e Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti, da sempre fan dell’artista canadese da pochi mesi diventato anche cittadino americano, finisce i propri comizi sempre con la stessa canzone, Rockin’ in the Free World, brano di Young pubblicato nell’album Freedom (1989).

Lo fa da anni, è una sorta di suo “imprinting”, la sua “colonna sonora”. Ed è proprio questo a disturbare Young, come lui stesso ha spiegato qualche giorno fa in un post sul suo sito e a spingerlo a querelare l’uomo (ahinoi) più potente del mondo per vedere tutelato e non travisato il senso del proprio lavoro, la sua forte valenza artistica, insomma il suo pensiero, divergente eccome da quello del capo supremo.

Come la pensi Young sulle modalità di gestione dell’amministrazione Trump – dall’approccio al Covid19 ai tumulti di piazza dopo l’assassinio di Geroge Floyd da parte della polizia, alla violenta reazione delle forze dell’ordine alle manifestazioni che hanno rimesso in discussione la famosa “libertà” americana – lo sappiamo. L’artista non esita a esprimere il suo pensiero critico, soprattutto in vista del voto di novembre che lui, novello cittadino Usa, non vede l’ora di esercitare…

Più chiaro di così: Neil Young non vuole condividere attraverso un suo brano le idee reazionarie e strampalate di Trump. Sono curioso di sapere come la pensiate, gradirei un’interazione su questo. Io sto dalla parte del vecchio, brontolone Neil. Che ha ragione da vendere: pagare semplicemente i diritti di riproduzione e usare un brano quanto, come e dove si voglia non può essere il solo metro di misura. Come ogni opera dell’intelletto anche una canzone va tutelata, rispettando il senso del testo e quello che l’autore, con quelle precise parole e quelle note, voleva dire e immaginare. Non è questione di destra e sinistra, di democratici o repubblicani, è piuttosto un atto di sensibilità e rispetto.

Capisco che lo spiccio e approssimativo palazzinaro miliardario diventato presidente possa non comprenderlo. La musica e l’arte in genere non dovrebbero essere strattonate e forzate da chi cerca interessi e consensi facili, facendo il piacione, magari sostenendo alla lettera – e a suo modo di vedere, plasticamente – che lui non è il Satana che tutti credono, rubando e traslando a suo vezzo sartoriale ciò che il musicista voleva rappresentare (prima strofa di Rockin’ in the Free World):

«There’s colors on the street
Red, white and blue
People shufflin’ their feet
People sleepin’ in their shoes
But there’s a warnin’ sign on the road ahead
There’s a lot of people sayin’ we’d be better off dead
Don’t feel like Satan, but I am to them
So I try to forget it, any way I can».

Fa dunque bene Young, come hanno fatto i Rolling Stones e la famiglia di Tom Petty sempre nei confronti di Trump e del suo uso di loro brani, a rimarcare il diverso modo di intendere la vita, l’impegno, la politica, a difendere i concetti che sono alla base del suo lavoro artistico. Fa bene a tutelarsi portando la faccenda davanti a un giudice. Ne va della libertà di espressione, della giusta pretesa di non ribaltare concetti e parole in modo strumentale. «This is not OK for me», ha twittato Young nel vedere la sua canzone usata nell’ennesimo “rally” alle Black Hills, luogo sacro per i Lakota Sioux: «I stand in solidarity with the Lakota Sioux & this is NOT ok with me».