Giovanni Amighetti e la musica secondo Ahymé

Giovanni Amighetti

Un festival dove si parla di condivisione, di cultura degli altri. Non fusioni a freddo, né tantomeno contaminazioni superficiali. Questo è Ahymé, nato nel 2019 a Parma per iniziativa dell’associazione Colori d’Africa, presieduta da Bessou Gnaly Woh e da Giovanni Amighetti, musicista e produttore parmigiano. Quest’anno la manifestazione ha guadagnato più spazi, più location d’ascolto, tra Emilia Romagna e Lombardia. Iniziata il 23 giugno scorso, chiuderà i battenti il 20 e il 21 luglio con un concerto decisamente interessante: Genesis Piano Project dell’americano Adam Kromelow. Un appuntamento da non lasciarsi scappare per chi ama il rock prog, il 20 al Parco Ducale di Parma e il 21, nell’ambito della rassegna Arena Milano Est 2022, a Lambrate, in via Riccardo Pitteri, accanto al cinema teatro Martinitt. 

Più che un semplice festival, Ahymé è un fantastico meeting sonoro, luogo di incontri e discussione, dove la lingua parlata è quella della musica. Che ha tanti “dialetti” diversi, lo si è visto sui palchi di questa edizione, ma che riesce sempre a creare un luogo di incontro melodico anche dove sembra impossibile. Giovanni Amighetti è un veterano di questi palchi. È sempre stato attratto dalla musica “altra”, dai colori del Sahel, dai griot, dal Desert Blues, ma anche dalle diverse manifestazioni sonore racchiuse nel nostro Paese, dalla Taranta salentina al liscio dei Casadei, due esempi non a caso, tra poco lo vedremo insieme. Questa sua passione è nata tutta grazie ai Genesis e a Peter Gabriel, l’artista che ha fondato la Real World, label che ha dato il via alla conoscenza “strutturata” del concetto di World Music. Giovanissimo li ha contattati e ha iniziato a lavorare e produrre per loro. Erano i primi anni Novanta…

Gabin Dabiré

Giovanni, un bilancio su Ahymé 2022?
«Funziona piuttosto bene. Abbiamo trovato soprattutto più interesse del previsto quando abbiamo fatto delle serate in cui si sono create “cose”. Ad esempio, con Gabin Dabiré, il griot del Burkina Faso – ed è parte di un nuovo progetto – che ha incontrato musicisti di diversa provenienza ed estrazione, dai salentini della Taranta al chitarrista Luca Nobis, a Petit Solo Diabatè: il pubblico è curioso di ascoltare musica nata lì sul palco. Stimoliamo i presenti, li coinvolgiamo, chiedendo magari di darci una nota su cui lavorare… Certo, lo puoi fare solo in concerti più “intimi” con alcune centinaia di persone. È piaciuto e sarà una delle direzioni  prossime del festival. Poi ci sono i soliti temi come quello dell’interculturalità».

Mi riallaccio alla condivisione, argomento che mi preme molto…
«Vale per l’Ahymé ma anche per me, mi sono sempre mosso in questa direzione. Ho cominciato a lavorare nel ’92 con la Real World, la casa discografica fondata Peter Gabriel (nel 1989, ndr). Selezionare vari musicisti e provare a creare una musica contemporanea dove ognuno conservava la propria lingua ma allo stesso tempo cercava di creare un qualcos’altro di nuovo insieme è stato sempre il mio desiderio. Sì direi che in un modo o nell’altro ho continuato a fare comunque questo. Molto all’estero, in questi due anni con un focus più mirato in italia, a causa del Covid, soprattutto in Puglia, con la Taranta, collaborando con Daniele Durante, il direttore artistico della Notte della Taranta, scomparso lo scorso anno, o con Moreno il Biondo Conficconi che lavorava con Casadei e ora con gli Extraliscio, o con Luca Nobis, direttore didattico della CPM la scuola di musica fondata da Franco Mussida. Luca, magari è sconosciuto ai più, ma è un grande musicista. Suonando insieme riusciamo a entrare in sintonia molto più che con le parole!».

I Mokoomba – Foto Eric Van Nieuwland

Hai lavorato fino agli albori della World Music!
«Ero giovane, avevo meno di 18 anni. Seguivo Gabriel, i suoi lavori. Avevo ascoltato il soundtrack di Passion, film di Martin Scorsese: i musicisti che collaboravano con Gabriel erano molto validi, c’era per esempio Geoffrey Oryema, all’epoca prodotto da Brian Eno. Riflettevo sul perché uno così bravo non fosse diventato famoso come Sting. Non era un discorso di qualità, entrambi erano grandi artisti, la differenza stava tutta nel luogo in cui erano nati, uno in Inghilterra, l’altro in Uganda. Così ho contattato Real World e ho iniziato a lavorare con loro nella produzione, soprattutto con Mari Boine (artista e attivista norvegese, ndr), con Ayub Ogada, con cui ho suonato parecchi anni, con David Rodhes… Con lui abbiamo fatto un disco che uscirà agli inizi del prossimo anno assieme ad alcuni astrofisici del JPL della Nasa, dov’è coinvolto anche un chitarrista lappone. Poi mi sono successe cose strane qui in Italia, per esempio con i Casadei».

Torniamo ad Ahymé: non noti dissonanze tra le ragioni del festival e la cultura musicale italiana di questo periodo?
«Non sono così ferrato con la musica italiana, avendo lavorato tantissimo all’estero. Quello che vedo, però – e un po’ lo si è sempre visto – è che manca una cultura musicale. O meglio, c’è stata, poca, sulla musica classica, che però resta legata alla storia, quindi s’è fatto un salto netto al pop commerciale. Manca totalmente la cultura musicale del periodo storico che stiamo vivendo. C’è sempre la solita glorificazione di Mozart, che va benissimo, ma anche un Jan Garbarek e un Morricone sono musicisti importanti della nostra epoca, degni di studio e attenzione».

Chi viene ad ascoltarvi è un pubblico più preparato, dunque?
«Noi siamo un’opzione rispetto alla musica mainstream. Spesso mi sento dire: “Ah, ma questo è il più bello spettacolo che abbia mai sentito”. La verità è che, spesso, si va ai concerti solo perché s’è sentito parlare di questo o di quell’altro artista, magari perché è stato visto sui social o ha fatto parlare di sé nei giornali di gossip. La sensazione all’estero è nettamente diversa. A giugno siamo stati come Ahymé in Germania con Mauro Durante, del canto salentino, per un concerto-omaggio a Daniele Durante. Avevamo un direttore d’orchestra finlandese, Tarmo Peltokoski che dirigeva la Deutsche Kammerphilharmonie Bremen. Oltre a me, che suonavo i synth analogici e il pianoforte, c’erano Luca Nobis… che faceva Luca Nobis!, Mauro Durante (al violino e tamburello), Giulio Bianco (ai fiati mediterranei), Leonardo Cordella (agli organetti e fisarmonica), Francesca della Monaca (alla voce e tamburello) e Valerio “Combass” Bruno (al basso elettrico). Avevamo davanti quattromila persone che non avevano mai sentito la Taranta. Ma tutti hanno ascoltato con grandissimo interesse».

Credo si tratti anche di mancanza di cultura musicale nelle scuole…
«Lo penso anch’io… Musica la fai pochissimo a scuola, è vista come intrattenimento, spettacolo, non come cultura, eccetto che per la Classica. Il rendere cultura solo un certo periodo storico aiuta chi gestisce determinati teatri… Ricordo, anni fa, che a Parma si tenne un concerto di Ryūichi Sakamoto: gli organizzatori non sono riusciti a farlo passare come evento culturale, dunque avendo un costo di affitto della struttura pubblica calmierato, perché solo alla Classica spetta questo “privilegio”. Manca anche un altro fattore culturale: da spettatore, mi piace questo artista e vado a supportarlo. Molti si aspettano che il concerto di un musicista non “famoso” perché non lo hanno mai sentito nominare sia gratuito, mentre per il superconcerto della rockstar si è disposti a pagare centinaia di euro».

Genesis Piano Project – Adam Kromelow

A proposito di World Music, anche il mainstream piatto sta attingendo a piene mani dalla musica mediterranea, nordafricana, rischiando di banalizzarla…
«C’è una globalizzazione generale anche nella musica ma poi si cercano nuovi inserimenti per basi che sono sempre tutte uguali. Per me resta la distinzione tra musica che si suona, di ricerca, e musica da inserire su basi. Quest’ultima mi interessa poco. Ho fatto un disco con un musicista Tuareg, Faris Amine, che aveva suonato con i Tinariwen. Era stato candidato a un premio nei Songlines Award per il disco Mississippi to Sahara, perché era andato alla ricerca delle radici del Blues americano. Quando i musicisti Tuareg sono stati arruolati in Libia da Gheddafi, hanno avuto le chitarre elettriche e si sono resi conto che quello che facevano con i loro strumenti tradizionali, con la chitarra suonavano sostanzialmente… Blues. Ne parla il docufilm-serie di Martin Scorsese The Blues. C’è sempre una correlazione, Mahmood alla Notte della Taranta, due anni fa, rende bene quello che voglio dire. Anche se a me può stancare questo auto-tune costante…».

Viene usato per coprire errori dei cantanti…
«È una moda come lo è stato il riverbero Gated sul rullante negli anni Ottanta. Finirà anche questa…».

Ritorno sull’Ahymé: lo fate solo in Italia?
«L’Ahymé come tale è nato nel 2019, perché mi era stato chiesto da un’associazione di africani di Parma di pensare un’integrazione attraverso la musica. Il primo anno è stato organizzato al museo Etnografico di Parma, c’erano Ray Lema, musicista del Congo, i Mokoomba dallo Zinbabwe, che hanno suonato anche questa’anno, e Gasandji, giovane musicista francese. Mi piaceva il significato della parola Ahymé: in una delle lingue africane significa, andiamo insieme. Poi ci sono alcune iniziative che faccio all’estero, collaborazioni con il nome Ahymé».

Cosa stai preparando ora?
«Con Luca Nobis abbiamo fatto un disco lo scorso anno, Play@esagono, Vol I, è in fase di missaggio il Volume II, lo pubblicheremo a ottobre. Cerchiamo di divulgare una musica italiana contemporanea. Con il Covid ci siamo concentrati di più sull’Italia e abbiamo trovato musicisti molto validi, soprattutto nel Meridione. L’anno scorso abbiamo coinvolto Fiorenzo Tassinari dei Casadei, Jeff Coffin della Dave Matthews Band, Petit Solo del Burkina Faso…».

Cos’è, dunque, per te la musica?
«Suoni che si mettono insieme. Non è un discorso di note, perché queste portano già a schemi predefiniti. Ognuno emette i suoni che sente e insieme si cerca di creare un’emozionalità. Poi c’è il discorso ritmico, ma ci riteniamo comunque molto liberi nel creare insieme. Un’emozione che è prima dei musicisti, che poi trasmettono al pubblico».

Che generi musicali preferisci?
«Sono quelli della mia formazione, musica classica, i Genesis, Laurie Andreson, poi ci sono musicisti di tradizione musicale differente con cui mi piace molto suonare insieme, cercare con loro un punto d’incontro. Se c’è capacità e disponibilità d’ascolto ci si trova. Torno al discorso delle scuole: per i ragazzi sarebbe indispensabile più ascolto…».

Disco del Mese: “Amanti, Santi e Naviganti”: la Sicilia di Antonio Smiriglia

Antonio Smiriglia – Foto Charley Fazio

Ci sono state buone uscite nel mese di febbraio. L’altro giorno i Rehab con Sand Castles, e i Caroline, otto elementi al loro primo disco, ipnotico e riflessivo, con un lavoro che porta il loro stesso nome. Quindi gli Electric Sheep Collective, anche questi artisti al primo disco pubblicato, dieci musicisti per un contemporary jazz frizzante, elaborato, complesso ma seducente (ne riparlerò sicuramente, me lo sono ripromesso!). Quindi c’è il ritorno di Hurray for the Riff Raff con un disco dai contenuti forti, Life On Earth

Ma ce n’è uno che mi ha folgorato, una World Music di marca italiana davvero interessante. E, sì: è proprio lui il Disco del Mese di febbraio. L’autore è Antonio Smiriglia, un artista siciliano, di Galati Mamertino, paese di 2700 anime sui Monti Nebrodi, vicino a Capo d’Orlando, più o meno a metà strada tra Catania e Palermo. Il disco, invece, Amanti, Santi e Naviganti, uscito il 19 febbraio per Aventino Music/Opensound Music, è un piccolo, prezioso gioiello, uno spaccato di vita raccontato in siciliano.

Smiriglia è un musicista che da anni sta dedicando buona parte della propria attività artistica alla ricerca della musica popolare sicula. È un nome affermato nel giro della musica popolare d’autore. Collabora da anni con Ambrogio Sparagna – è voce solista dell’orchestra Tavola Tonda di Palermo, e ha aperto in diverse occasioni concerti all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Ha all’attivo quattro lavori discografici, Ventu d’amuri con i Discanto Siculo, Vinni a cantare e Susiti bedda con i Cantori Popolari dei Nebrodi. Ha collaborato anche con Franco Battiato. Grazie a questa straordinaria passione, riesce a raccontare e trasferire nella sua musica atmosfere e ritmi unici. Parliamo di World Music, quella vera.

Devo confessarvi che il lavoro di Smiriglia mi ha incuriosito e stregato non poco. C’è un che di ancestrale che attrae inesorabilmente, una sirena che ti cattura in una rete di spunti sonori, mediterraneità allo stato puro, storia, attualità. 

Arrangiamenti mai scontati, dove tamburi a cornice e bouzuki insieme agli strumenti tradizionali siculi – vedi il friscalettu di canna o il tamburo Marranzano – si amalgamo nella composizione di melodie e armonie che riportano a ritmi antichissimi ma anche a quella certa World Music colta, Peter Gabriel ne è stato un maestro, dove viene sfruttata la bellezza e la potenza melodica in un compiuto e dovuto omaggio a una terra meravigliosa, abitata e conquistata da numerose etnie che ne hanno rafforzato carattere e genio artistico.

Un lavoro pignolo, sia nella composizione sia negli arrangiamenti, una registrazione altrettanto attenta che nobilita strumenti e voce, ne fanno uno dei più belli e interessanti dell’ultimo periodo. L’attacco del primo brano, Naviganti, un contrabbasso che inizia a narrare una litania propiziatoria per la gente che esce in mare, seguito da una chitarra in arpeggio e una serie di vocalizzi di Antonio, una voce acuta e struggente, araba, valgono l’ascolto del disco. Perché lì, in quelle prime frasi sta scritto tutto quello che ascolterete nel disco. Lì, proprio lì, inizia un racconto fantastico fatto di salsedine, afrori amorosi, santi, devozioni, pescatori e migranti. Il Mediterraneo è croce e delizia, soprattutto in questi ultimi anni, vita e morte, amore e sofferenza, calore e gelo… Un disco che puoi annusare, ascoltare con tutti i sensi, e che percepisci subito come tattile.

Dentro Amori, Santi e Naviganti c’è, dunque, un piccolo grande mondo, quello della Sicilia, un’isola che ha migliaia di storie – belle e tragiche – da raccontare e noi, per fortuna, da ascoltare. La cultura musicale mediterranea rivive in preziosi accenti, nessuno prevaricante, piccoli inserti jazz – vedi la batteria in Tempu, suonata da Stefano Sgrò -, frammenti di rock prog – in alcuni punti ci sono echi dei Jethro Tull, di Ian Anderson -, ascoltate il flauto traverso di Fabio Sodano in Controvento -, quindi, il fado non convenzionale di Dulce Pontes (in Si Li Me Paroli).

Il mare porta e confonde tutto, va e viene, e in questo fluttuare galleggiano ritmi e poesie del mondo dove non manca nemmeno il Brasile, con quegli interventi nell’uso dei fiati e dei cambi di ritmo tipici della scuola mineira di Milton Nascimento. Vanno e vengono, naturalmente. L’inizio di Terra lo conferma: un bouzouki metallico suonato da Socrate Verona, a scandire, e il flauto traverso sempre di Sodano a introdurre: brano che racconta il mare degli sbarchi: “Varda la navi ca staci partennu/ Cu li migranti a sbarcari/ Varda la navi ca staci partennu/ Pi farli jri a muriri”, canta Antonio.

Permettetemi un’annotazione sulla voce e sul canto: meriterebbe un post a parte tanto è attento, complesso, teatrale, profondamente legato alla terra. Credo che la summa del canto di Smiriglia la si trovi in Donna Gintili, dove la voce dell’artista si fonde con quella della musicista messinese Oriana Civile, al punto da non percepire più quale sia una e quale l’altra. Perfettamente in sincrono, armonicamente fuse. Un piccolo capolavoro.

Sì, mi ha intrigato molto questo Amanti Santi e Naviganti. Come mi spiegava Ilaria Pilar Patassini nel post pubblicato la scorsa settimana, «quando un disco mi piace lo ascolto, riascolto e ascolto ancora…». Per questo ho chiamato Antonio, per fare quattro chiacchiere con lui.

Bello il titolo Amanti, Santi, Naviganti
«Raffigura e sintetizza la mia terra. L’aspetto amoroso viene dalla tradizione popolare a cui ho voluto dare una nobiltà propria: le serenate, l’amore cantato, contrastato, bello, fatto di passioni, dove ci sono le partenze, la nostalgia i cuori affranti. Santi, perché da sempre qui il sacro convive con il profano. Basti pensare alla commistione in tempo pasquale nel venerdì santo dove convivono riti cattolici e feste pagane. O per esempio, la festa del Muzzuni il 24 giugno, che coincide con la ricorrenza di San Giovanni e il solstizio d’estate. Il Muzzuni è una brocca mozza rivestita di tele e oro pregiati, riempita di sementi fatti germogliare. Un rito propiziatorio in onore della Madre Terra che si rifà alle feste dionisiache…».

E poi ci sono i Naviganti…
«Siamo un’isola, una terra circondata dal mare. Sono numerosi i riti devozionali, chiamati Cialome, che servivano ai pescatori, per una buona pesca, per un ritorno a casa, alla famiglia. Le invocazioni si manifestano in vocalizzi quasi da muezzin, un richiamo di voci per farsi forza durante la pesca del corallo. Invocazioni e ritmo per incitare a remare. Naviganti sono anche i migranti che arrivano sulle nostre coste, gente che spera in una vita migliore e che invece trova, nel mare, la morte».

Qui il testo di Naviganti:
E vidi comu assumma lu curallu
E vidi
E vidi comu assumma lu curallu
E tira
E lu ventu ca lu mari fà strammiari
E vidi e vidi
E vidi comu assumma lu curallu
Comu assumma lu curallu
Ca lu ventu ca sciuscia ora passerà
Ca lu ventu c’acchiana ora carmerà
Amuninni cu li santi ca passari lu fà
Pi la luna e pi li stiddi
Pi li santi piciriddi
La madonna e li santi ni pruteggirà
La madonna e li santi n’accumpagnerà
La madonna e li santi ni pruteggirà
Ca lu ventu ca sciuscia ora passerà
Ca carmerà ca passerà
La madonna e li santi
La madonna e li santi passari lu fà

 

Antonio Smiriglia – Foto Charley Fazio

Antonio cosa ti attrae della musica popolare?
«Ero militare a Caserta. Lì iniziai ad ascoltare la Nuova Compagnia di Canto Popolare, le Villanelle napoletane, Roberto De Simone. Tornato a casa ho studiato la tradizione siciliana, mi incuriosivano i riti, come quello della mietitura, le canzoni che cantavano gli anziani contadini e i pescatori. Sentivo il bisogno di registrarli. Poi… me ne sono innamorato perdutamente. Per questo scrivo e canto solo in siciliano, mi esprimo attraverso la mia lingua, che è vibrante, dagli accenti forti. Nei live mi trasformo, divento tutt’uno con la musica, la tradizione, la vocalità la gestualità, gli spettatori rimangano affascinati da tutto ciò».

Sei nato a Galati Mamertino, paese dei Nebrodi, e hai scelto di vivere qui…
«Sì, sono a mezz’ora dal mare, da Capo d’Orlando, e immerso nell’entroterra dei Nebrodi, un luogo meraviglioso. Sono sempre stato qui, come si dice: le battaglie si fanno sul posto. Avrei potuto andarmene a Roma o a Milano, ma ho preferito rimanere nella mia terra. Ho bisogno di questo posto, mi sento attratto, come se, dentro di me, ci fosse qualcosa che qui trova le pulsazioni giuste. Non riesco a spiegartelo, qui compongo, studio, faccio il musicista, sono me stesso, mi nutro di questo senso di appartenenza. La Sicilia, lo dico sempre, è bedda e maliditta: è un laboratorio a cielo aperto, un luogo che produce storie fantastiche. Ho un rapporto molto bello con lei, anche contrastato, ci sono le difficoltà che si conoscono. Insomma, la Sicilia o la ami o la odi. Qui ci sono molti talenti musicali completamente sommersi, che difficilmente riescono a uscire dai confini isolani. In Puglia, per esempio, è già diverso, grazie all’ormai più che decennale progetto Puglia Sounds, attraverso il quale gli artisti riescono ad avere una certa visibilità».

Oltre alla Sicilia, ti senti attratto da altri luoghi?
«Amo il Portogallo, è un altro posto dove le tradizioni sono ancora forti, ricco di storia di musica. Si Li Me Paroli ha tanto fado dentro».

È, dunque, un bel lavoro di World Music…
«Anche su questo sto molto attento. Fare World Music non significa semplicemente aggiungere uno strumento etnico. È un linguaggio che richiede la conoscenza di tempi musicali scomposti, di accostamenti fra strumenti e voce…».

Quali sono i tuoi ascolti?
«Peter Gabriel, Enzo Avitabile, David Bowie, The Smiths, Simon & Garfunkel. Poi ascolto di tutto, non ho barriere. Quello che non riesco a capire è il nuovo pop italiano. Non è nelle mie corde».

Sei laureato in legge, giusto?
«Sì ho anche fatto pratica. Poi – è un ricordo che non ho mai raccontato – un giorno in cancelleria, dove stavo depositando un atto, ho incontrato un giudice che mi aveva visto suonare e cantare in uno dei miei concerti. Mi disse: “Che ci fai qui? Questo non è il tuo posto, vai a fare Arte”. Così ho deciso una volta per tutte cosa sarei stato!».

Naviganti e Sognatori, un disco per fantasticare…

In questa giornata milanese un po’ così, grigia, con una pioggerella gelata pronta a ricordare che, nonostante il sole intraprendente delle scorse settimane, siamo ancora in pieno inverno, mi sono deciso di riorganizzare gli ascolti degli ultimi mesi. Da buon meteoropatico, una scusa per togliermi dalla testa quel senso di stanca tristezza che non approda a nulla… encefalogramma piatto. Tralasciando la mia cupa condizione, mi è capitato tra le mani un disco uscito il 14 ottobre scorso per Abeat Records.

Si tratta di Naviganti e Sognatori, una cover bellissima, una vecchia nave che scorre in un mare giallo, in una notte di mezza luna. È il lavoro strumentale di tre musicisti di rango, il chitarrista Luca Falomi, il contrabbassista Alessandro Turchet e il batterista Max Trabucco. Assieme a loro, in tre brani suona anche il bandeonista Daniele Di Bonaventura, uno dei musicisti che venero nel mio personale pantheon dei “geniali artisti italiani”.

Un disco di forte potenza espressiva, un lavoro dotto e delicato che unisce alcune canzoni della tradizione – napoletana, genovese, veneziana e friulana – a brani composti dal trio in una lunga e atemporale traversata fatta di suoni e ritmi del nostro mondo mediterraneo, ma non solo. Il mare è il tema del disco, è avventura, speranza, coscienza, ricerca. E nel mare c’è anche il sogno, perché, senza la libertà di fantasticare, immaginare, non si va mai lontano.

Qui si sogna, e molto, mentre ci si lascia trasportare dai tre timonieri su questo veliero armonico che dispiega le vele al vento e scivola verso l’ignoto. Falomi è genovese, Trabucco mestrino, Turchet friulano. Genova, Venezia e Trieste, ma anche “altro” Adriatico, quello dei lidi marchigiani, da dove proviene Daniele Di Bonaventura.

Da sinistra, Max Trabucco, Alessandro Turchet, Luca Falomi – Foto di Fabio Marcoleoni

Un lavoro prezioso per l’alta qualità della musica e dei musicisti, dove il jazz c’è ma viaggia nella stessa classe della musica popolare, delle melodie mediterranee e di quelle d’oltreoceano, grazie alla sapiente presenza ritmica di Trabucco, sempre attento a pennellare con batteria e percussioni il ricamo di armonie di Turchet, gran maestro nell’uso del contrabbasso: il ritmo è ricordo, e qui c’è tutta l’essenza del viaggiar per mare e di un’Italia contaminata da secoli di domini e scoperte. Le chitarre di Falomi arrivano pulite e affascinanti, splendide in dialogo con il bandoneon di Daniele Di Bonaventura. Basta ascoltare la seconda traccia, Rotte Mediterranee per avvertirlo…

La barcarola napoletana La nova gelosia, ripresa anche da Fabrizio De Andrè nell’album Le Nuvole del 1990, è un esempio di questa personalissima World Music: tamburi maghrebini, chitarra che traccia la melodia prima di lanciarsi in una sostanziosa improvvisazione, con il contrabbasso che diventa strumento multiforme, suonato magistralmente ad archetto o percosso al punto da sembrare un berimbau, passaggi di collegamento dove echeggiano accordi e melodie di bossanova…

Anche Naviganti e sognatori richiama al Sudamerica, ancora bossa, ancora ricordi di rotte di migranti, passaggi di moltitudini e note, accenni di classici argentini, una solida imbarcazione che ti spinge a conoscere le nostre radici trasferite dall’altra parte del mondo in cerca di una nuova vita, nei tanti viaggi della speranza di oltre un secolo fa.

C’è un che di ipnotico nel lavoro del trio, quella ineluttabile sensazione di lasciarsi imbrigliare in una flessuosa rete armonica. Va così in questo freddo e grigio martedì di febbraio…

Interviste: Danilo di Paolonicola, la World Music e il Saltarello abruzzese…

Danilo di Paolonicola e l’Orchestra Popolare del Saltarello – Foto di Emidio Sciannella

Un disco di World Music in Italia è sempre una benedizione. Il recupero di tradizioni sonore che si sono contaminate nei secoli grazie a scambi culturali e conflittuali, imposti o mutuati, sono la base di un’ulteriore “fusione” per chi ha la voglia, l’intelligenza e le capacità di addentrarsi in un mondo musicale che può offrire infinite combinazioni.

Danilo di Paolonicola, 44 anni, abruzzese di Teramo, fisarmonicista che ha solcato i palchi di mezzo mondo, con la sua Orchestra Popolare del Saltarello ha pubblicato il 28 dicembre scorso Abruzzo, primo disco ufficiale dell’Orchestra, che va ascoltato con molta attenzione. Perché, in otto brani, molti dei quali famosissimi anche fuori regione, ha dimostrato che la musica è un’arte senza tempo e che le canzoni popolari, quelle che si ballano alle feste paesane, possono diventare musica colta.

Voci potenti, che da un abruzzese stretto improvvisamente volano nel jazz o raggiungono accenti blues, saltarelli che si fondano in metriche jazz, escursioni balcaniche alla Bregović, strumenti mediterranei come il bouzouki greco uniti a percussioni sudamericane…

Sempre con un accento originario forte, ben marcato: d’altronde resta pur sempre una musica da ballo, canzoni che uniscono, creano comunità, condividono gioie e dolori, amori e fatica (non a caso i live dell’Orchestra sono sempre accompagnati da ballerini professionisti, a testimonianza del serio lavoro storico che sta alla base dell’operazione creativa).

Essendo molto curioso, soprattutto su dischi di questo genere, ho chiamato Danilo per farmi raccontare la genesi dell’album…

Un gran bel disco, pura Italian World Music!
«(sorride, ndr) Di base, le melodie sono rimaste le stesse, il resto è stato completamente rivisitato. Il lavoro che ho fatto nella maggior parte dei brani è stato contaminarli con i suoni e i ritmi che nascono lungo il percorso della transumanza. Siamo abruzzesi, conserviamo nel DNA l’antica tradizione dei pastori che facevano la transumanza verso la Puglia lungo il tratturo Magno (244 km da L’Aquila a Foggia, il più lungo d’Italia, ndr). Facendo questo percorso la musica popolare si trasforma: dal Saltarello diventa Ballarella, poi passa alla Tammurriata, quindi alla Tarantella del Gargano fino ad arrivare alla Pizzica…».

E qui c’è stato il primo livello di “fusion”…
«Esatto, all’interno di questo disco la prima fase di arrangiamento è stato proprio l’inserimento di altri ritmi popolari sulle canzoni abruzzesi, Oltre a questo lavoro, visto che in Abruzzo abbiamo un grande repertorio di canzoni – e di balli – ho deciso di inserire un paio di canzoni completamente rivisitate. La prima, Maria Nicola, ha un ritmo reggaeton, nella seconda, Diasill, che non è una canzone ma una litania, ho inserito una base funk su un testo rap».

Ma anche in Vola Vola Vola, che apre l’album, per esempio, hai lavorato molto, soprattutto nella coralità…
«Sì, i cori sono sempre molto curati. La mia idea di musica prende spunto anche dalla musica pop, dove c’è grande attenzione per cori e arrangiamenti. Abbiamo fatto un grande lavoro sulle voci. Su Vola Vola Vola, il mood è jazz, l’esposizione del tema della strofa mantiene l’armatura jazz con  accordi complessi; sul ritornello, invece, ritorna nella versione originale che tutti conoscono. Ho cercato di renderla più raffinata e, allo stesso tempo, riconoscibile, essendo l’unico brano popolare abruzzese famoso in tutto il mondo. Una vera particolarità, perché le canzoni popolari italiane più famose all’estero sono quelle napoletane…».

Ascoltando come hai rielaborato questi brani hai una visione diversa della canzone popolare, giustamente catalogata come World Music…
«Vengo da altri generi musicali. Sono un jazzista e, oltre al jazz e al pop/rock dove sono laureato, studio da tempo la musica etnica. Penso che le cose più interessanti uscite negli ultimi dieci anni siano venute tutte dalla World Music. Unendo suoni diversi, tipici di altre culture, si creano sonorità molto interessanti e anche, forse, innovative, se me lo permetti. Più correttamente, nuove sonorità, che miscelate con suoni “attuali”, diventano un prodotto interessante».

Foto di Emidio Sciannella

Quello che fa fatto Stweart Copeland con la Taranta…
«Il lavoro di Copeland del 2003 è l’edizione della Notte della Taranta che preferisco. Un brano che non è presente nel disco, il Saltarello Teramano, l’ho arrangiato prendendo spunto proprio dalla Pizzica degli Ucci».

A proposito: come hai scelto i brani da mettere nel disco?
«Nel repertorio dell’Orchestra che proponiamo dal vivo sono di più, ovviamente. Ho voluto prendere delle canzoni che tutti più o meno conoscono e dare loro un vestito nuovo».

Parlami dell’Orchestra, i musicisti che estrazione hanno? Come hanno preso questa idea di World Music in senso lato…
«I musicisti dell’orchestra non vengono dalla musica popolare, a parte i cantanti. Abbiamo una ritmica di jazzisti, ma chiaramente ci sono strumenti popolari come la zampogna, l’organetto, la fisarmonica, che io suono, e i tamburelli. I cantanti principali vengono, appunto, dalla musica popolare, abbiamo, per esempio, un africano – è lui che rappa in Diasill – che canta anche in abruzzese, ed è bello sentire il diverso accento che dà alle parole, poi abbiamo una italo-algerina: anche lei porta il suo bagaglio culturale… Questo ensemble produce un risultato diverso da quello che il pubblico è abituato ad ascoltare.

Gli arrangiamenti dei brani sono tutti opera tua?
«Sì. Li propongo – perché non li preparo a casa, ma lavoro in sala prove con tutti – osservando le facce dei miei musicisti. Quando li vedo tutti sorridenti, vuol dire che piace e che si divertono a suonare. È importante, così facciamo un lavoro di gruppo, dove tutti sono motivati».

L’improvvisazione c’è quasi sempre nella musica popolare, vedi lo Choro brasiliano, il Changuï di Guantanamo… Vale anche per il Saltarello?
«Abbiamo parti scritte e altre lasciate alla libera interpretazione dei musicisti, perché la musica popolare ha bisogno di questo, lo richiede, come il jazz… L’improvvisazione arricchisce un brano, lo cambia sempre, rendendolo in questo modo unico e prezioso».

Di quanti elementi è composta l’Orchestra?
«Undici o dodici. Li abbiamo ridotti, inizialmente l’organico era di diciotto, ensemble molto complicato da portare in giro. In più c’è un gruppo di ballo composto da 4/6 ballerini».

In Abruzzo come hanno preso questa tua rivisitazione popolare?
«Vabbè è normale, c’è sempre qualcuno che storce un po’ il naso, però noi le cose ce le siamo guadagnate sul campo».

La genesi dell’Orchestra?
«È nato tutto per caso, nel 2014, in una giornata di divertimento passata in montagna. In realtà era un’idea che avevo da tempo. Per realizzarla ho chiamato alcuni ignari amici musicisti, tutti provenienti dall’ambiente jazz, giustificando una session estemporanea di musica popolare per puro divertimento. Prove dalle 11 del mattino fino all’una del pomeriggio. Sembrava tutto finito, poi, dopo il pranzo, la sorpresa: un concerto, che nessuno di loro si aspettava. L’ho fatta apposta perché ero sicuro che, vista la loro provenienza artistica, non mi avrebbero seguito nel progetto che avevo in testa. C’è ancora il video sulla nostra pagina Facebook. Da allora non ci siamo più  fermati, ci hanno chiamato ovunque per suonare. Nel 2017 siamo stati invitati al Concerto del Primo Maggio a Roma. Da quel momento siamo diventati di fatto l’Orchestra dell’Abruzzo!».

Vi siete esibiti all’estero, pandemia permettendo?
«Solo a Monaco per un evento dell’ufficio del Turismo. Abbiamo, però, ricevuto molti inviti, in Canada, Stati Uniti, Sudamerica. L’idea c’è, ci stiamo attrezzando per il prossimo anno, ma il grosso scoglio, come potrai capire, sono i costi, soprattutto i biglietti aerei. Stiamo cercando di ottenere sovvenzioni dalle istituzioni, dalla Regione Abruzzo».

Il disco è stato autoprodotto…
«Sì, l’abbiamo voluto così. L’ho arrangiato e prodotto, l’abbiamo pagato di tasca nostra, perché, per il momento, non vogliamo legarci a nessuna etichetta discografica, per avere maggiore libertà di utilizzarlo come meglio crediamo. Non è un’operazione per far soldi, ma per divulgare un’idea di musica in cui crediamo. È… cultura».

Come t’è venuta la passione per la fisarmonica?
«Ho iniziato a suonare l’organetto a sei anni, andando a lezione da Fanciullo Rapacchietta, famoso musicista d’organetto abruzzese. L’elemento fondamentale che ha caratterizzato il mio percorso musicale è stata la vittoria di molti concorsi, nazionali e internazionali… ne ho vinti tantissimi, ero considerato un bimbo prodigio. Sensazione molto bella, che mi ha portato, però, un po’ fuoristrada. L’esperienza mi ha dato una facilità di stare sul palco, il saper lavorare con altri musicisti, ma in quella fase della mia vita, anziché fare il circense super virtuoso, avevo capito che mi mancavano elementi importanti per conoscere e capire bene la musica. Così, ho smesso di esibirmi è ho iniziato a studiare musica jazz, lasciando da parte l’organetto e suonando la fisarmonica. Ho fatto anche lì concorsi, vinto premi e poi ho iniziato a lavorare per ditte di fisarmoniche tra cui la Roland: mi hanno scelto per realizzare un nuovo strumento, la FR18 diatonic, una fisarmonica diatonica che ha avuto un successo planetario. Per divulgarla ho iniziato a fare concerti in tutto il mondo, presentando lo versatilità dello strumento attraverso tutti gli stili della World Music. Ora lavoro con le fisarmoniche di Paolo Soprani… Ho continuato a studiare, mi sono laureato in composizione, il Conservatorio de L’Aquila mi ha chiamato per aprire il corso di fisarmonica diatonica. Ho insegnato anche al Santa Cecilia di Roma e al conservatorio di Catanzaro. La mia soddisfazione è che, grazie a tutto questo lavoro, sono stati istituiti corsi di musica tradizionale con vari indirizzi, canto, zampogna, organetto, chitarra battente…».

E il Saltarello?
«Ho cominciato a proporlo quando ero in Giappone per Roland. Lo suonavo nei concerti e il successo è stato unanime. Da lì, vedendo il grandissimo lavoro della Taranta, mi sono convinto a organizzare un festival simile, ma fondamentalmente diverso. Quest’anno, dopo due anni di fermo, ritorneremo con grosso evento che sarà organizzato nella Valle Subequana, una spettacolare zona interna dell’Abruzzo».

Ultima domanda: questo primo disco è solo un inizio…
«Sì, in realtà è il primo volume dedicato all’Abruzzo. Ne uscirà anche un secondo, presto. In futuro, abbiamo intenzione di lavorare allo stesso modo su altre regioni. Ho già un progetto sulle musiche del Centro Italia, che la pandemia fa frenato… Al di là dell’Orchestra ho un progetto jazz a cui tengo molto, con Nino Buonocore, e un altro disco che uscirà tra un paio di mesi, il sequel di No Gender (album pubblicato nel 2016, ndr), Volume II, dove l’aspetto virtuosistico e jazzistico rappresentano al massimo l’utilizzo dei miei strumenti. Tutte composizioni originali, ispirate alla musica balcanica, con ritmi dispari, allo swing, al bluegrass…».