Maurizio Petrelli, crooner per mosche e zanzare

Scrivo canzoni per mosche e zanzare. È il curioso titolo del disco in uscita domani firmato da Maurizio Petrelli, farmacista di Monteroni in provincia di Lecce e musicista per passione e studio. Petrelli, 67 anni, è un simpatico signore innamorato di un modo di concepire la musica legato agli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. Brani costruiti per durare, dove il valore sta in un’alchimia di strumenti, in un buon testo e in arrangiamenti orchestrali. I suoi punti di riferimento non possono che essere Domenico Modugno e Frank Sinatra. Crooner, roba del secolo scorso, direte. Eppure, rifletto, ci vuole un ostinato coraggio per proporre in anni veloci e digitali come i nostri, dove le canzoni le fanno i computer e il canto è adattato alle mode del momento, un passo diverso, arioso, pignolo, orchestrato. Proprio questo mi è piaciuto di lui. L’essere controcorrente al limite della provocazione, il ribadire con leggerezza e autoironia uno spaccato di vita e note che diventa senza tempo, un pianeta lontano ma raggiungibile da tutti.  Continua a leggere

Rohma, le dualità dell’essere umano in @arroboboy

Volutamente spiazzante, istintivamente provocatorio, scariche improvvise di elettronica “metal”, richiami di synth patinati anni Ottanta, chitarre acide e distorte. Echi di Bowie, di Prodigy, di Nine Inch Nails raccontano un personaggio non facile. Entrare nell’universo musicale di Rohma è come avventurarsi in un lisergico mondo dove le dualità diventano confuse, tutto tende a unirsi e a risepararsi in nuova vita, lava che esce da un vulcano e si solidifica in tante forme, nessuna uguale all’altra. 

Incontro Sergio Romanelli, Rohma, in un grigio pomeriggio milanese in un bar vicino alla stazione Centrale. È in Italia in ferie e ne ha approfittato per registrare un brano con Saturnino che uscirà tra qualche mese. Salernitano di nascita, cresciuto nel bergamasco, da 25 anni in Brasile. Una laurea in lettere, vari master ottenuti in prestigiose università e una cattedra di Lingua italiana, linguistica e teoria della traduzione all’Università Federale di Santa Catarina, nel Sud del Brasile. Sergio, però, è anche Rohma, un’altra persona, trasgressiva, impegnata, fieramente omosessuale. Uno che nella vita ne ha vissute di esperienze, belle e brutte, comunque significative che lo hanno segnato e forgiato. 

Tutto ciò comporta una riflessione: Sergio, il professore, e Rohma, l’artista, sono due personalità diverse che convivono in uno stesso corpo: E se mi trucco e metto i tacchi di sera sarò meno educativo? E se mi vesto con giacca e cravatta sarò meno trasgressivo? si domanda in Tabula Rasa. 

Il suo lavoro @rroboboy, uscito nell’agosto dell’anno scorso in Brasile, terzo disco pubblicato, porta la firma negli arrangiamenti di Thiago Nassif (di lui ne ho parlato su questo blog un paio d’anni fa, uno dei pupilli del grande Arto Lindsay) e dei fratelli Pedro e Jonas Sá, tre musicisti a cui piace sperimentare, lavorare sul suono. Dunque un bel viatico per Rohma.

Davanti a un te mi ha raccontato la sua vita – avventurosa – i suoi sogni e le sue aspettative – poche –  in un mondo, nonostante tutto ancora molto chiuso.

Sergio come sei finito in Brasile?
«Mi sono laureato in Lettere a Milano nel 1996. Volevo andarmene dall’Italia, fare esperienza all’estero. Avendo due zii che abitano a Salvador de Bahia ho deciso di andare là. A Bahia mi sono messo a lavorare e studiare, canto lirico all’università Federale, quindi danza, la mia vera passione, che ho fin da quando ero bambino. Come lavoro ho fatto di tutto, sono molto intraprendente, il traduttore, persino di pellicole porno. Parallelamente studiavo Letteratura e traduzione, facendo master, dottorato, insomma tutto il percorso accademico. A Bahia sono rimasto dieci anni poi mi sono reso conto che, per la mia salute fisica e mentale dovevo andarmene…».

Perché?
«Perché ho vissuto a mille all’ora, ho fatto e provato tutto, sono stato sequestrato due volte, quei rapimenti lampo per svuotarti il bancomat, grosso problema in Brasile. Quindi ho scelto Florianópolis, capitale dello stato di Santa Catarina, nel sud del Brasile. Un posto molto bello, tranquillo, un Brasile diverso. Lì ho iniziato a insegnare e, parallelamente, a coltivare la mia passione per la musica e per la danza. Un mio studente di master, musicista fantastico di rock prog, un giorno mi ha cercato perché voleva che gli traducessi un testo di una canzone in italiano per il suo gruppo. L’ho fatto e mandato con il mio cantato. Si sono innamorati della mia voce e hanno voluto che lo incidessi con loro. Insieme abbiamo costituito un gruppo di Krautrock (una delle mie passioni) chiamato Vita-Balera (nome estrapolato dal testo di Non sono una Signora di Loredana Bertè)».

Veniamo ad @arroboboy: è un lavoro sugli opposti che si attraggono, sull’amore, anche verso se stessi, giustamente provocatorio… c’è anche una versione in portoghese di Kobra della Rettore, a proposito di anni Ottanta!
«Quel brano s’è pensato di inserirlo durante la lavorazione con Jonas e Thiago, una hit armonica al disco, cantata con Letrux, bravissima artista brasiliana. Oltre a Kobra c’è un altro brano non mio, Solo io: è la versione italiana di Enrico Ruggeri di Esquinas di Djavan. È stata la canzone che ha acceso il mio interesse per il Brasile, quando ho ascoltato la versione di Loredana Berté, registrata nell’85. È la canzone che mi commuove di più e che, in questo disco, rappresenta il mio momento attuale, senza rinunciare alla mia parte trasgressiva. Per il resto, sono io: ogni parola che canto l’ho vissuta. È la mia forza, non sono “costruito”. Sono disinvolto sui tacchi 17 perché li so portare, sorrido quando vedo, anche in Italia, artisti che per forza devono strizzare l’occhio al mondo Lgbtq senza conoscerlo, vendono una trasgressione che non esiste. Nel 2019 con il rapper Raphael Warlock, ho pubblicato Macho Discreto, un brano hip-hop con inserti metal e rock dove denunciavo il falso perbenismo sul mondo Lgbtq. Si fa ma non si dice, anzi si critica. Si è ma non lo si deve far sapere. Non ho mai sopportato tutto questo, anche se il mondo Lgbtq brasiliano all’uscita del brano s’è diviso. Molti lo hanno trovato giusto, altri eccessivo. L’estetica Lgbtq ama il pop leggero».

Molto bello l’arrangiamento di Solo io in stile “Nassif”! Torno sulla dualità, sul tuo essere maschile e femminile, italiano e brasiliano, professore e artista: non ti crea problemi?
«Sono un irrequieto da sempre, ma ho imparato ad accettarmi, anzi ne ho tratto la mia forza. Tempo fa al rettorato dell’università ho tenuto una lezione su autori italiani, erano presenti alunni e professori. Quindi sono andato dietro al palco mi sono cambiato, ho messo i tacchi 17 e il reggicalze, e sono uscito con la band a cantare. Ho pensato: la pagherò cara. Invece dal rettore ai professori agli alunni è stata un’ovazione. Il teatro mano a mano s’è riempito: “C’è un prof che sta facendo la storia venite a vederle!”, si chiamavano tra loro i ragazzi». 

Mi ricordi Ney Matogrosso, uno dei grandi della Musica Popular Brasileira…
«È un grande artista, lui sì ha rischiato davvero: negli anni Settanta salire sul palco vestito con abiti femminili e sgargianti, con piume e paillettes, e cantare con quella sua voce acuta, potente e cristallina era un vero atto provocatorio».

Cosa ti spetti dal disco?
«Ho imparato a vivere senza grandi ambizioni. Certo mi fa piacere che la mia musica sia apprezzata. Il video di Kobra in Brasile è arrivato in finale al Music Video Festival di São Paulo. Le critiche sono positive, ma preferisco stare con i piedi per terra».

Ci lasciamo. Mentre si allontana verso la stazione mi viene in mente un verso da DUBABADO (in portoghese do babado è uno slang per definire gay e lesbiche ma anche una persona irrequieta): 

Non voglio seguire il gregge / Non voglio pascolare a testa bassa / Non voglio vivere come un caprone… 

Se volete ascoltare @arroboboy – e ve lo consiglio – cliccate qui.

Tre dischi per la settimana firmati Waters, Iggy e Price

Gennaio si apre con buone prospettive per la musica. Quest’anno, per esempio, vedranno la luce i nuovi lavori di Peter Gabriel e dei Metallica. Sono in tanti ad aspettare un disco da Gabriel, previsto entro la prima metà dell’anno: è dal 23 settembre 2002 con Up che l’ex frontman dei Genesis non pubblica più un lavoro di inediti. La band metal, invece, il 14 aprile rilascerà 72 Seasons. Dell’album si può ascoltare un solo brano Lux Æterna, un ritorno al metallo grezzo di gran valore delle origini.

Per questa settimana vi propongo tre uscite. Si tratta di tre artisti visionari. Due vecchie guardie, monumenti viventi del rock, e un’artista che si sta affermando come la nuova regina del country formato punk rock quando a tenacia e ribellione. I loro nomi? Roger Waters, Iggy Pop e Margo Price.  Continua a leggere

Dan Costa: con “Beams” batte il cuore del latin jazz

Beams, raggi di luce. E proprio la luce è la protagonista del nuovissimo lavoro di Dan Costa. Pianista dai solidi studi e da una raffinata creatività, come avevo scritto nel marzo dello scorso anno in occasione di un brano, Iremia, pubblicato insieme a Randy Brecker, Allora suonava di pace interiore, giusto in un momento in cui l’invasione russa in Ucraina stava iniziando il suo macello disorganizzato. Luce è speranza, vita, invito alla positività.

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“Anì”, la purezza di una nuova vita e della musica

Raffaele Casarano – Foto Roberto Cifarelli

Spingersi oltre, essere curiosi, guardare il mondo. Questo è il presupposto per essere un bravo musicista. Certo, ci vuole lo studio, la determinazione, il duro lavoro, però è la curiosità che ti dà quel tocco int più per fare qualcosa di bello, diverso, unico.

Una riflessione che ho tratto ascoltando un disco molto intrigante – confesso, uno dei più interessanti dell’anno che sta finendo. Si chiama semplicemente Anì, è dedicato a una bimba. L’autore – e il padre – è Raffaele Casarano, uno dei migliori sassofonisti attualmente in circolazione. Otto tracce costruite su solide fondamenta e su ali che ti portano in mondi immaginifici. Continua a leggere

Petardo: ansie, paure e battaglie nel disco Panfobia

Panfobia. Una vaga, costante paura di tutto. Le angosce di questo tempo, tra virus, guerre, incertezze sono uno stimolo per gli artisti. Riccardo Salvini, Petardo in uno dei suoi moniker, è un polistrumentista piemontese, uno che prende con rara passionalità il ruolo di artista. Mettere in scena un lavoro dove prevale il suono di una chitarra e la voce di Riccardo incapsulati in un notevole arrangiamento – opera di Maurizio Borgna – realizzato solo utilizzando synth modulari, significa crederci incondizionatamente, senza strizzare l’occhio a nessuno, nemmeno a i tuoi fan.  Continua a leggere

Oragravity, la musica di Caravaggio

Gli Oragravity, Federica Luna Vincenti e Umberto Iervolino – Foto Azzurra Primavera

La musica come pennellate, i brani come tanti piccoli preziosi particolari di un quadro. Chiaroscuri, fisicità e pensiero. Ascoltare la colonna sonora di un film disgiunta dalle immagini è un interessante percorso mentale. Soprattutto per L’Ombra di Caravaggio, ottimo lavoro di Michele Placido. Gli autori della soundtrack sono gli Oragravity, due musicisti che si sono trovati compatibili per gusti e creatività in un’avventura per nulla scontata. Sono Federica Luna Vincenti, che è anche la produttrice della pellicola nonché la moglie di Placido, e Umberto Iervolino, compositore napoletano con sede a Milano, che nella sua gioventù ha suonato anche con i mitici Napoli Centrale di James Senese. 

Musica ed elettronica. Strumenti fisici (archi) e colori virtuali, dai synth analogici agli strumenti digitali, uniti a una buona dose di spiritualità alla Sigur Ross e alle atmosfere di scuola nordeuropea, costituiscono nella versione disco, 13 brani per 35 minuti, un ascolto denso e profondo. Con una certezza, che la musica (ma anche il film) sono stati pensati, realizzati e diffusi con una logica rigorosa, dove prevale la parte artistica a quella commerciale.  Continua a leggere

Claudio Felici: “Guarda da qui”, è tutta un’altra prospettiva…

Carlo Felici, l’autore. Guarda da qui, il titolo. AlfaMusic (Pop&Roll), l’editore. Una cover ad acquerello dove prevale il rosso. Un altro mondo? Un tramonto? Un invito a guardare da altre prospettive? Di Claudio Felici non ne avevo mai sentito parlare prima, né tantomeno del suo disco, composto da otto tracce, insomma un album degno di questo nome. Un valido motivo, per come la vedo io, di metterlo in cuffia.

Se provate a fare una ricerca in Internet su Felici non c’è nulla, o meglio, qualcosa c’è ma per altri motivi (un pittore)… che sia il moniker di qualche artista? Poi, sui credits leggo un nome che conosco bene, Francesco Bruno, uno dei più bravi, creativi e tecnicamente impagabili chitarristi di cui il nostro Paese può fregiarsi (di lui ne avevo scritto non molto tempo fa sul blog).  Continua a leggere

Caterina Comeglio, un’Isola abitata da Jazz, Soul e Pop

Oggi ritorno con una nuova cantautrice. Si chiama Caterina Comeglio, è milanese, classe 1990, ha una voce molto sofisticata, con la quale può fare tutto, dal jazz al pop al R&B. Ha pubblicato a ottobre un Ep dal titolo Isola (via Hukapan) sei brani composti da lei, nei testi e nella musica, con gli arrangiamenti del pianista Mirko Puglisi.

Gli studi musicali di Caterina sono di grande rispetto: Jazz Trinity College di Londra e quindi Leeds College of Music, come la sua esperienza sul palco che ha condiviso con il sassofonista Bob Mintzer, con Sarah Jane Morris, ma anche con Mika e Roby Fachinetti. Tre anni fa ha vinto il Premio Lelio Luttazzi nella categoria “cantautori”, con un brano Scheletri a Ballare, arrangiato da suo padre, Gabriele Comeglio, sassofonista e direttore d’orchestra. Continua a leggere

Andrea Tarquini: “In fondo al ‘900”, la memoria e il bluegrass

Dove ci vediamo? Boh, dove ci sia un buon bicchiere di vino. Ho fatto presto a mettermi d’accordo con Andrea Tarquini, cantautore romano, classe 1972, di stanza a Milano. Così, puntuale all’appuntamento ci siamo incontrati in una vineria dall’aria parigina. Mi aspettava seduto a un tavolino nella piazzetta chiusa alle auto, strimpellando un mandolino americano. «Stiamo facendo conoscenza, ce l’ho da poco», mi saluta con un sorriso sornione.

Ed eccomi qua, davanti a una bottiglia di Barbera, accarezzato da un vento frizzantino di fine ottobre a farmi raccontare la vita in musica di Andrea accompagnato da splendide tartine al baccalà mantecato. Perché il suo terzo disco uscito nel giugno scorso parla proprio di questo. L’ha intitolato In Fondo al ‘900, ed è un lavoro dove nostalgia, realtà, ricordi, si confondono con melodie confortanti. Per chi, come me, ha vissuto il cantautorato anni Settanta, ascoltare il suo album è stato come entrare in una sorta di comfort zone dove melodie e parole mi hanno riportato a storie vissute, vangando ricordi, incontri, impegno, voglia di cambiare il mondo. Continua a leggere