Monique Chao: il Subconscious Trio e le forme dell’acqua

Oggi vi racconto una bella storia. Di musica e amicizia, Tre giovani musiciste che si sono conosciute al conservatorio di Milano e che non si sono più lasciate. Una la conoscete già, ve ne ho parlato spesso, si chiama Francesca Remigi, batterista talentuosa che dopo un perfezionamento alla Berklee School of Jazz di Boston ha deciso di vivere negli States, a New York. L’altra è una ragazza bulgara, Victoria Kirilova: il suo strumento è il contrabbasso che suona meravigliosamente, vive e lavora a Vienna. Last but not least, una cantante e pianista taiwanese, Monique Chao, che ha scelto Milano come casa.

Esperienze, culture diverse, passione per la musica, soprattutto per il jazz, le hanno portate a costituire, ormai sette anni fa, ancora studentesse, il Subconscious Trio, formazione che ha dato alla luce il suo primo lavoro in uscita proprio oggi, che porta un titolo, Water Shapes, le forme dell’acqua, perfetto, oserei, autobiografico.

Il trio proprio in questi giorni è impegnato in una serie di concerti che le porterà dall’Austria in Italia, al Gezmataz Festival di Genova e al Lucca Jazz Donna Festival.

Mi ha incuriosito molto Monique. L’ho vista suonare con Francesca all’Après Coup di Milano assieme al contrabbassista Giacomo Marzi. Il suo modo di cantare, la sua voce profonda, il suo approcciarsi al pianoforte, un dialogo continuo, mi hanno incuriosito non poco. Così, come faccio ormai da tempo, l’ho contattata per farmi raccontare la sua storia.

Diplomata in canto a Taiwan, arrivata in Italia per amore, ha scoperto il jazz: s’è iscritta al conservatorio di Milano, s’è laureata in piano jazz e con lode in composizione, scrive partiture per Orchestra e per Big Band, una delle sue grandi passioni, e guarda al mondo con un sorriso contagioso.

Monique, innanzitutto perché proprio Milano, l’Italia?
«Sono arrivata per amore, un ragazzo calabrese. Devo però ringraziare il vostro Paese perché mi ha fatto innamorare anche del jazz. Rispetto a Taiwan, l’ambito jazzistico italiano è molto più sviluppato. Musicalmente veniamo formati ancora con una rigida educazione classica, su questo siamo bravissimi. Nel jazz siamo ancora “freschi”, ci sono pochissime università con un dipartimento jazz, un paio, tre al massimo».

È un problema culturale?
«In realtà è strano, perché noi taiwanesi siamo sempre stati affascinati dalla cultura musicale europea. Per esempio, ci sono tantissimi appassionati d’Opera lirica, viene accettata più facilmente perché si pensa sia la via più tradizionale, corretta. Il jazz, soprattutto come studio, è stato più difficile da accogliere. Negli anni Settanta e Ottanta era visto come una novità. Ora, grazie a una nuova generazione di musicisti trentenni, come me, è stato sdoganato. In Italia credo di essere l’unica jazzista taiwanese, mentre ci sono tantissimi colleghi che, dopo aver studiato in Europa sono tornati a casa, portando una ventata d’aria fresca, importando un jazz classico, tradizionale, degli anni Venti del Novecento, ma anche quello contemporaneo».

Stanno educando il Paese…
«Sì, negli ultimi sei, sette anni c’è stato un forte interesse da parte degli studenti del Conservatorio per il jazz. Gli insegnanti sono miei giovani colleghi, molto appassionati nello sviluppare un nuovo linguaggio musicale. I corsi stanno crescendo a una velocità incredibile. Una volta a settimana anch’io insegno in streaming in una scuola jazz».

Da musicista cosa vedi nel jazz?
«Una creazione, l’esposizione di un linguaggio molto personale. Per me sarebbe più facile suonare e avere seguito nel canto e nella musica classica. Con un limite: canti e suoni musica di altri, mentre nel jazz puoi presentare una tua musica. Trovo interessante che questo genere ti permetta di creare un linguaggio individuale, identificativo e creativo. È un modo per mostrami al pubblico attraverso il mio carattere, comunicare quello che sento, anziché diventare una virtuosa che cerca una anonima perfezione».

Il tuo modo di cantare è unico, risente dei tuoi studi classici e del tuo imprinting orientale, dunque frutto di una fusione più complessa, con un’escursione vocale che parte da bassi profondi ad acuti sottili…
«È vero! Posso sempre dire che non trovo qualcuno con la voce simile alla mia. In questo sono unica! Ho tanti interessi: il canto, lo studio del pianoforte, la composizione, sia per orchestra sia per big band. Quando insegno, soprattutto canto, non mi stanco mai di ripetere ai miei allievi che se qualcuno ti dice che sembri Billy Holiday o Ella Fitzgerald, non lo devi considerare un complimento, vuol dire che non sei riuscito a tirare fuori quello che hai veramente dentro. Se un giorno qualcuno, sentendo i miei album, riuscirà a distinguere il mio stile, la mia voce, vorrà dire che sono sulla strada giusta».

Corretta osservazione…
«Mi dà quasi fastidio se mi dicono che canto come qualcun altro. Non è lo spirito del Jazz. Ecco perché mi trovo bene con il Subconscious Trio: con Francesca e Victoria siamo soprattutto grandi amiche».

Dove vi siete incontrate?
«Ci siamo conosciute a Milano, al Conservatorio. Francesca e Victoria sono più giovani di me, siamo diventate amiche così, spontaneamente, abbiamo legato subito. Così mi son detta: “Caspita, io sono una pianista, Victoria una contrabbassista e Francesca una batterista. Siamo un trio perfetto!».

Siete tutte compositrici, con passioni diverse: Francesca è votata al jazz contemporaneo, Victoria è in cerca di strade sempre nuove, tu vieni da una matrice classica…
«Abbiamo iniziato a suonare fin dal 2015: eravamo alle prime armi, non sapevamo come far dialogare gli strumenti in modo efficace. Dalla nostra avevamo una solida amicizia. Poi, credo molto nel destino. Insieme siamo molto creative, anche se non ci vediamo spesso perché Francesca abita negli Stati Uniti e Victoria a Vienna, ognuna di noi continua a comporre per il trio e quando ci vediamo “fondiamo” i nostri lavori».

Il Subconscious Trio: da sinistra Victoria Kirilova, Francesca Remigi, Monique Chao – Foto Arianna Ciattini

Il jazz è per lo più un ambiente maschile. Solo da pochi anni si vedono musiciste protagoniste…
«È un’osservazione che voi giornalisti mi fate spesso. Seguita da altre, del genere: sei una musicista femminista? Prima di questa generazione tantissimi brani jazz sono stati scritti da musiciste, che spesso non apparivano. Oggi è diverso, sono contenta che ci siano compositrici, artiste, musiciste. Alla fine, però, per chi cerca musica di qualità, non importa il genere. Se tutti la pensassero così sarebbe un mondo perfetto».

…E bellissimo!
«Quando abbiamo iniziato eravamo insicure, ancora “scarse” quanto a tecnica. Ci stava che chi ci ascoltava non apprezzasse. Capita a tutti i musicisti, noi ci sentivamo molto frustrate per questo. Ma abbiamo insistito. Mi sono resa conto di essere diventata brava, abbiamo preso consapevolezza della nostra preparazione. E ho pensato che nei musicisti c’è una bravura, a prescindere dal sesso. Solo così la gente ti porta rispetto e ti ammira e ha voglia di ascoltare la tua musica, perché questa viene dal cuore. È la dignità del musicista».

A Taiwan ti sei diplomata al conservatorio in canto. Poi sei venuta a Milano e ti sei iscritta a pianoforte jazz, una bella forza di volontà!
«Sono passata dal canto e dalla musica classica allo studio del pianoforte jazz. Sono stata molto criticata per questo. Però sono andata avanti, sentivo che era la strada giusta. Solo due persone mi hanno sempre sostenuta: Francesca e Victoria. “Noi crediamo in te”, mi dicevano. Ne ho tratto un insegnamento che ora trasmetto ai miei allievi. Se ci credi sei come un seme che diventa una piantina e dopo si fortifica e si trasforma in albero. Ho creduto e voluto diventare una pianista, e ci sono riuscita. Se hai dubbi su te stesso e sulle tue capacità non andrai mai lontano».

Raccontami di Water Shapes, il vostro album fresco di giornata!
«Abbiamo iniziato a pensarlo un anno prima della pandemia. Poi ho avuto gravi lutti in famiglia, e si è sommato il primo lockdown. Così ho iniziato a comporre. L’anno scorso Francesca è arrivata dagli States. Ci siamo incontrate nonostante il lockdown, dovevamo vederci, parlare di musica, confrontarci! Con Victoria in videochat da Vienna ci siamo dette: “andiamo avanti, abbiamo tutte dei brani composti, facciamo il disco!”».

Componi da poco, quindi?
«Sì, da circa tre anni. Con tutto quello che mi era successo in famiglia, poi il lockdown ho scritto la mia composizione jazz da presentare al Conservatorio. Pino Iodice, il mio severo maestro di composizione, che considero un padre, mi ha fatto i complimenti perché ascoltandolo ha visto una luce in quel periodo di chiusura e pandemia. Se sei capace di comporre puoi portare gioia e speranza per gli altri, mi ha detto».

Quindi Water Shapes racchiude tutti i vostri sentimenti in questi anni difficili…
«Sì, è così! È un disco democratico dove ci sono le fantasie, i sogni, le pazzie, le esperienze di tre donne. È il frutto di una grande amicizia. Qui dentro ci siamo noi, la sensibilità di Francesca, il coraggio di Victoria, le mie esperienze. Poi, essendo tutte e tre lontane, mi sono presa carico del mixaggio, lavorando per mesi con un bravo ingegnere del suono di Taiwan, Jason Huang. Ammetto, sono una rompipalle, ho impiegato quasi un anno a fare un master…».

Tour?
«Ora siamo a Vienna per una serie di concerti in Austria. Poi saremo in Italia, a Genova al Gezmataz Festival e al Lucca Jazz Donna Festival. Ad agosto andrò a suonare a Taiwan, dove proporrò mie composizioni».

Cosa preferisci fra trio, orchestra e big band?
«Il trio, è più immediato. Scrivere per orchestra e dirigere, però, è bellissimo».

Ti piace la direzione d’orchestra?
«Molto, però non è facile! Davanti a te hai dei professionisti di grande qualità e questo spaventa. Ma poi quando sali sul palco hai in mano questa bacchetta magica che ti fa passare tutte le paure! Dirigere musicisti che suonano tuoi pezzi è straordinario».

Monique, i tuoi ascolti?
«Sempre musica classica, adoro Puccini, lo ascolto tutti i giorni. Poi mi piace il pop, Bruno Mars, il jazz nordeuropeo, la musica indiana, giapponese e taiwanese…Ah, anche l’hip hop!».

Dona Flor et ses voyages extraordinaires…

Settimana scorsa, parlando con Riccardo Ruggeri, sono usciti più volte i concetti di musica come condivisione, che lui declina nel busking e nel teatro canzone. La strada non è come il palco, la strada unisce, calàmita emozioni reciproche. Oggi facciamo un ulteriore passo avanti, restando sempre su questi ragionamenti, parlando di musica nomade. Condivisione non solo di emozioni ma anche di culture. Che non è contaminazione, quella classica della World Music, bensì il cercare e trovare, attraverso una ricerca di logica armonica e melodica, un punto d’incontro fra tradizioni popolari.

Ho avuto modo di ascoltare una band che viene, come Ruggeri, dalla provincia, questa volta lombarda, dove tutti e quattro i componenti vivono e lavorano. Si chiama Dona Flor, sì, come il famoso personaggio nato dalla fantasia tropicale di Jorge Amado, scrittore bahiano che ha rappresentato la sua terra, mix di razze, culture e religioni, in memorabili libri.

Mi hanno incuriosito anche per il titolo del disco che hanno pubblicato il 7 maggio scorso per Maremmano Records, Les Voyages Extraordinaires, viaggi straordinari che fanno venire in mente avventure d’altri tempi, una sorta di Phileas Fogg del pentagramma, o uno dei racconti tra santi sincretici, credenze popolari e sudate storie d’amore alla Jorge Amado. Così mi sono messo ad ascoltarlo: malinconia, allegria, tocchi andini, tristezze capoverdiane, ricordi caraibici, suoni dell’Est europeo, accenni jazz, echi nordafricani, puzzle ricomposti a creare un lussureggiante ed esuberante giardino armonico. Accompagnato da una costante: la musica e la poesia di Lhasa de Sela, una meteora della musica “nomade” che una giornalista argentina definì La melanconica errante.

Apro un breve parentesi su Lhasa: nata da genitori hippie, padre messicano, Alejandro Sela, professore e scrittore, madre americana, la fotografa Alexandra Karam, Lhasa abitò con i genitori e le tre sorelle in un autobus adibito anche a scuola, viaggiando tra Messico e Stati Uniti. A 19 anni si trasferì a Montreal, dove si esibì nei locali e club presentando le sue canzoni, che poi costituirono l’ossatura del primo disco La Llorona (consiglio l’ascolto). Incise altri due lavori, The Living Road nel 2003 e Llhasa nel 2009. Quest’ultimo fu visto come un testamento: morì per un tumore a 37 anni, nel 2010. 

Lhasa con quella sua musica che coglieva dalle sue esperienze centro e sudamericane, dalle ballad, dai ritmi klezmer e dalle influenze europee – visse anche in Francia, a Marsiglia, dove si trasferì nel 1999 per lavorare con le sorelle in un circo-compagnia teatrale chiamato Pocheros, creò un mix tutto suo, molto suggestivo e profondo.

Dona Flor – Cecilia Fumanelli

Tutto quello che vi ho raccontato è determinante per capire la formazione dei Dona Flor. Nel loro pantheon musicale Lhasa è sulla vetta, poi viene il resto, ad esempio, una sentita riedizione di Veinte Años, di Maria Teresa Vera – vi ricordate la strepitosa versione dei Buena Vista Social Club? – l’unico brano non firmato dalla band meratese. Cecilia Fumanelli, cuore dei Dona Flor, gestisce un circo-centro teatrale, chiamato Spazio Bizzarro, dove lavora con bimbi e adulti. È anche musicoterapeuta, oltre che musicista con una solida esperienza di canto. Ama contaminare, e con lei anche gli altri tre ottimi musicisti, Simone Riva (chitarra e charango), Max Confalonieri (basso e contrabbasso) e Max Malavasi (batteria, percussioni). Nel disco compaiono anche Raffaele Kholer alla tromba, perfetto in Llanto Y Ardor, brano che apre il disco, Giulia Larghi al violino e Miriam Valvassori all’arpa.

Dodici brani che corrono veloci, coinvolgono, invitano a una una sorta di giro del mondo giocoso in poco meno di 40 minuti. Ho incontrato i Dona Flor in streaming un paio di settimane fa…

Come siete nati?
Cecilia: «Sentivo l’urgenza interiore di realizzare un progetto musicale e ho cercato dei musicisti che credessero alla mia storia, una condivisione di intenti e di interesse. Ho incontrato Max Confalonieri e quindi Simone. Cercavo un percussionista e ho trovato Max Malavasi, che abita a un chilometro da casa mia…».
Max Malavasi: «E non ci eravamo mai incontrati!».
Simone: «In realtà ai tempi cantavo nel coro che aveva organizzato la Ceci, lei sapeva che ero un chitarrista. Abbiamo fatto una sorta di prova. Quello che ci ha unito subito è stato l’interesse comune per Lhasa de Sela».

Siete tutti comunque appassionati degli stessi generi musicali?
Simone: «No, in realtà siamo arrivati tutti da strade diverse, poi abbiamo creato una via più larga dove ci stiamo dentro tutti».

Simone, tu da dove arrivi?
Simone: «Classico percorso con chitarra elettrica, nel mio caso con gruppi cover dei Pink Floyd. Poi ho frequentato la Scuola civica di jazz di Franco Cerri, la stessa che ha fatto Max (Malavasi, ndr). Il jazz è presente nel disco, per esempio in Mírame La Cara c’è quel metro proposto da Max che cambia nel frattempo o Evora. La musica modale applicata alle tradizioni mi ha sempre intrigato».

Massimiliano qual è la tua strada?
Max Malavasi: «Da zona piazza Greco, a Milano, perché sono nato là! Scherzo… Ho qualche anno in più rispetto a loro. La mia formazione, ciò che mi ha condizionato di più, è il periodo degli anni Settanta. Sono cresciuto ascoltando le prime radio private. La mia passione era sintonizzarmi sul canale che trasmetteva la musica che mi piaceva: disco music e Motown. La mia influenza nasce dal groove. Ho uno zio famoso, Enrico Maria Papes (fondatore e batterista de I Giganti, ndr)… Per combinazione lo zio di Cecilia aveva suonato nei Giganti col mio, l’abbiamo scoperto quando ci siamo conosciuti! Accompagnavo la radio battendo sulle pentole. La musica per me doveva essere gioia, il groove è gioia, ti fa ballare. Ho seguito sempre quell’idea di musica, anche se mi son trovato a percorrere tanti cammini diversi: dal rock’n’roll son passato alla musica brasiliana. Seguendo l’idea della musica come medicina, quest’ultima era un’iniezione di gioia. Ho iniziato con Daniela Mercury per poi arrivare a Marisa Monte. Quindi, ho iniziato a interessarmi di danze popolari con Il Paese delle Mille Danze, ensemble di Pier Paolo Perazzini, abbandonando l’idea del mainstream e prendendo direzioni diverse…».

Dona Flor – Max Confalonieri

Siete musicisti di professione?
Max Malavasi: «Simone, Cecilia e io sì»
Cecilia: «La musica come medicina, salvezza, ci accomuna».
Max: «Freud diceva che tutti gli artisti in realtà rappresentano una psicosi e noi siamo la conferma!».

Torniamo al disco: qual è stato il motore creativo di questo album così… denso?
Simone: «Abbiamo lavorato sempre a più mani, strutturando i pezzi, poi i dettagli li abbiamo fatti in studio. Avendo una formazione base, io stesso ho fatto varie sovraincisioni. In realtà questi brani hanno visto in studio una nuova vita. C’era sempre uno spunto nuovo che ci spingeva a migliorare».

Mi piace perché trasmette gioia!
Cecilia: «Ci diciamo spesso, invece, che i nostri brani finiscono per essere sempre in minore, dando un’atmosfera vissuta. Non si possono fare generalizzazioni, ovviamente! Non sei il primo che lo sostiene, e sentirlo dire mi commuove. È vitale per noi».
Max Malavasi: «Il concetto maggiore/minore è occidentale. La gioia ha diverse forme, può essere raccontata anche suonando in minore. In Giappone, brani così non sono necessariamente pezzi tristi, addirittura vengono usati per celebrare l’imperatore».
Cecilia: «Il fil rouge del disco è una tavolozza di emozioni!».
Max Malavasi: «Faccio un paragone culinario, uno ha la pasta, l’altro il basilico, un altro l’olio pugliese, l’altro ancora i pomodorini dell’orto appena raccolti. Da soli sono ottimi prodotti, insieme fanno un gustoso piatto di pasta. Noi siamo così, Cecilia è una trovatrice di melodie incredibili, io butto lì una cosa e Simone crea un mondo sonoro fantastico, Max, il contrabbassista, fa lo stesso…».

Quando suonate dal vivo usate basi?
Max Malavasi: «No facciamo tutto noi».

Dona Flor – Simone Riva

Il titolo dell’album è più che azzeccato…
Cecilia: «L’abbiamo cercato per sei mesi, e questo è stato uno dei motivi delle nostre discussioni!».
Simone: «Abbiamo letto anche libri esoterici, lanciando un sacco di proposte, ma…».
Cecilia: «In Internet avevo trovato Nadia Radic, artista argentina che fa collage molto belli. L’ho contattata e lei ha fatto un lavoro fantastico, senza conoscerci, dall’altra parte del mondo. Le avevo suggerito alcune parole chiave ma senza il titolo, perché non si trovava. È stata lei a proporre Les Voyages Extraordinaires. Abbiamo molto dibattuto, per me era un po’ difficile da pronunciare…  ma alla fine l’abbiamo scelto!».
Max: «Nadia è riuscita a sintetizzare bene questo nostro lungo viaggio».
Cecilia: «Per noi, comporlo è stato davvero un viaggio straordinario, scritto anche durante il lockdown».

Oltre al fil rouge delle emozioni, c’è anche quello delle percussioni…
Cecilia: «Hanno un ruolo fondamentale (Simone annuisce, ndr)…»

Max che percussioni hai usato?
Max Malavasi: «A parte il drum set, con cautela, le percussioni più caratteristiche sono state la darabouka magrebina, che c’è in più pezzi, e il daf turco come in Bonjour Soleil. Mi piace mettere più mondi a confronto».

Tra le varie culture musicali a cui avete attinto quale vi ispira di più?
Cecilia: «Bella domanda! Probabilmente quella sudamericana. Ma non è poi così. C’è anche la parte mediterranea e qualcosa di più nordico. L’ultimo brano, Wild Wind, è una suggestione, un gioco di suoni, un’immagine magica ma non ha una tradizione sua a cui è legato. Così come Utopia…».
Simone: «Cecilia ti ha raccontato la storia pazzesca di Utopia?».

No…
Simone: «Ho scritto la melodia, l’ho mandata e Cecilia, ne era entusiasta: “Mi piacerebbe fosse dedicata a Mario Benedetti, poeta uruguaiano», mi disse. Ci manda la bozza della voce e anche una poesia letta dallo stesso Benedetti, sembrava uscita da una radio anni Settanta. Era alla stessa velocità del brano, spaccata, perfetta, sembrava fatta apposta. Prima di inserirla abbiamo chiesto l’autorizzazione in Uruguay, ma ce l’hanno negata…».

Vi sentite completi o sul palco avvertite l’esigenza di qualche altro strumento?
Simone: «Dipende dai pezzi che suoniamo. Llanto y Ardor come fai a farlo senza tromba? Altri brani funzionano benissimo con noi quattro…».
Cecilia: «Quando possiamo e loro pure suoniamo con Raffaele Kholer e Giulia Larghi. Alla presentazione del disco c’eravamo tutti ed è stato fantastico. Abbiamo questa idea vecchio stile che più si è meglio è, però questa cosa non collima col mercato».

Avete date fissate per l’estate?
Cecilia: «Sì, qualcosa, adesso ci piacerebbe trovare un booking serio. È stancante fare tutto, montare strumenti, fare il sound check, smontare».

A quale festival vi piacerebbe essere invitati?
Max Malavasi: «Amo molto il Montreaux Jazz Festival. Ho suonato tanto e abitato per anni in quelle zone, mi piacerebbe tornare».
Cecilia: «Il premio Andrea Parodi a Cagliari, spazio per la World Music rivisitata».

Nel frattempo si materializza l’altro Max, Confalonieri…
«Eccomi qui sto guidando! Ce l’ho fatta a essere con voi stasera, perché, con Cecilia, sono stato uni dei fondatori dei Dona Flor. Sono felicissimo di fare parte di questo gruppo…».

Ragazzi, ma a Milano ci arrivate o no?
Cecilia: «Prima dobbiamo uscire dalla Brianza! Saremo in Svizzera sabato prossimo….».
Max: «A Milano c’è traffico!»

Dona Flor – Max Malavasi

Quanto ha influito nella vostra musica l’essere nati e vivere in provincia, a parte i due Max, milanesi doc?
Cecilia: «Sono una brianzola verace, la mancanza di stimoli che c’è qui ti obbliga a cercare, e questo è un pregio».
Simone: «Sono cresciuto in campagna, rastrellando l’erba tagliata per ore ore e ore, è una tecnica zen. Ricordo i pomeriggi a sgusciare piselli o a preparare il prezzemolo… Piccole cose che, anche nella musica, vivono grazie a una forte connessione con la Natura. Sono sempre stato così. C’è un’energia che arriva da qualcosa di atavico, sono sensazioni che avvertiamo tutti, un richiamo ancestrale, legato alla terra».
Max Confalonieri: «Ho vissuto a Milano fino a 32 anni, le opportunità per suonare erano moltissime. Mio figlio in Brianza fa un po’ fatica, qui ci si muove solo se hai la macchina o il motorino. Le relazioni sono più complicate, ma c’è un grande fermento».
Max Malavasi: «Ho lasciato Milano e non mi è dispiaciuto. Sono stato anni in giro per il mondo a suonare, in Europa, negli Stati Uniti, ho conosciuto un sacco di culture, ho arricchito il mio modo di essere musicista. Fondersi con altre culture è fondamentale!».
Cecilia: «Mi sembra che Milano sia un po’ autoreferenziale, un luogo difficile dove poter entrare se vieni dalla provincia. Andrei, invece, a suonare in Francia domani!».

Prima di lasciarvi, allora: che genere di musica fate?
Cecilia: «Prendo la definizione data a un disco di Lhasa de Sera: nomadismo musicale. Ecco, è questo che ci sentiamo. Più che una definizione è dare un colore alla nostra musica».
Simone: «Per i miei vicini di casa, una coppia di ottantenni, facciamo latino americano!».
Max Confalonieri: «Secondo me è World Music».
Max Malavasi: «Portando i miei figli a scuola ho notato che alcuni genitori che di solito ascoltavano in auto musica commerciale, avevano iniziato a mettere il nostro disco. Mi ha confortato, perché quello di cui si ha bisogno nella vita è avere alternative, la possibilità di conoscere altro…».

Riccardo Ruggeri, la libertà di cantare

Riccardo Ruggeri – Le foto nel post sono di Leo Camante

Oggi vi presento un artista che, nonostante faccia il musicista da anni e abbia un background di grandissimo rispetto, ha pubblicato a metà aprile il suo primo disco da solista, Non ci aspetta nessuno (se non miliardi di foto), per Vina Records/ADA Music Italy. Si chiama Riccardo Ruggeri, è piemontese di Biella, ha 42 anni ed è uno che sulla sua voce ha scommesso tutto. Anni di studio, una laurea al Conservatorio di Alessandria in canto jazz e improvvisazione, un master in vocologia, e poi studi ancora più approfonditi di canto funzionale, canto armonico e canto estremo, e una venerazione da ricercatore per Demetrio Stratos e il canto dei pigmei 

In una parola: sostanza. Nella musica, dove l’elettronica, i richiami dance e funk con uno sguardo al miglior pop internazionale sono il filo conduttore. E nei testi stimolanti, provocatori, a uso di una voce con cui riesce a fare praticamente di tutto. Se mettete in cuffia Un POPulista, capirete ciò di cui sto parlando!

Vi consiglio vivamente l’ascolto! E lo suggerirei soprattutto ai tanti trapper e rapper nostrani, specialmente nell’uso sapiente e centellinato dell’Auto-Tune, impiegato per esaltare la vocalità e non per nascondere le incapacità. Avrete capito che il personaggio mi intriga non poco.

Ruggeri è un artista particolare: non cerca il successo ma il pubblico. In base a questa filosofia – corretta per un musicista – persegue una politica di intrattenimento tutta sua. La situazione ideale per esprimersi è la strada, da vero busker, dove può entrare in contatto con chi lo sta ascoltando che si ferma solo perché interessato alla sua musica. La maggior soddisfazione. Ha suonato in molte parti del mondo, all’Ansan Street Arts Festival in Corea, al Nature and Art Festival di Shenzhen, in Cina, al Cirk! in Belgio, Imaginarius in Portogallo, Olla in Austria, Spoffin in Danimarca… tutti grandi festival dedicati agli artisti di strada.

Anche la cover dell’album lo rappresenta, un rinoceronte con un orecchino d’oro, i suoi occhi azzurri e la bocca aperta nell’atto del cantare. Altra particolarità di Riccardo: non sopporta i dischi mono-genere e neppure l’accademismo fine a se stesso. 

Lo raggiungo al telefono in Francia, dove sta portando in giro con una compagnia teatrale uno spettacolo. La telefonata arriva mentre stanno cercando il teatro dove dovranno esibirsi. «Gira di qua». «Ok, ora dritto, il navigatore mi dà così, ecco, ora vai a destra…». 

Riccardo, mi senti? Hai un attimo per me?
«Eccomi! Scusami siamo praticamente arrivati… dimmi pure!».

Ti chiamo per il disco, mi è piaciuto molto. So che non sopporti gli album mono-genere però ci sarà pure un filo conduttore in questi 12 brani…
«Certo, è il canto!».

Come ti è venuta la passione?
«Ai tempi del liceo avevamo dato vita a una band. Suonavo la chitarra, poi, visto che non c’era il cantante, ho iniziato a cantare. L’avevo sempre fatto, ascoltavo i vinili di mio nonno, mi piaceva la voce di Claudio Villa… poi ho conosciuto il lavoro di Demetrio Stratos. È stata una deflagrazione: pensa a quello che ha fatto, una tangente che è partita da John Cage ed è arrivata al Rock’n’Roll. È stato una meteora, purtroppo. Riascoltando i suoi lavori da solista, dentro ho ritrovato e ritrovo i suoi esperimenti vocali, utilissimi in campo didattico. A 18, 19 anni mi mettevo in sala prove cercando di ripetere i suoni che uscivano dalla sua bocca».

Hai studiato anche canto funzionale…
«Lo si ritrova in tutte le didattiche. Si tratta di percepire, sentire la propria voce attraverso tutto il corpo in modo da ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Quando si canta si mettono in movimento catene muscolari lungo tutto il nostro corpo. Non è una tecnica sciamanica ma si tratta di ricerca (la scienza ci è arrivata negli ultimi vent’anni). Praticarla mi ha smontato e ricostruito, cambiato il valore del canto, che diventa ascolto, autopercezione, condivisione. In questo modo il virtuosismo passa in secondo piano…».

Mi è piaciuto molto la cover… ma perché proprio un rinoceronte?
«Da piccolo ero affascinato dal mondo animale, avevo l’album di figurine del Wwf. Poi ho trovato la simbologia dei vari animali. Il rinoceronte rappresenta la resistenza, la pazienza e la precarietà…».

Ti riconosci in lui…
«Tendo ad avere passioni forti e intense che durano un paio di mesi, poi passo a un’altra cosa».

Vieni da Biella. Come si sta in provincia? Zerocalcare nel suo Strapapare Lungo i Bordi, l’ha presentata come una cittadina sonnolenta, triste, scatenando l’ira di tanti…
«Zerocalcare ha toccato l’orticello e le sue chiusure. Ci sono nato, ci vivo, ma ho sempre bisogno di scappare per ritrovare equilibrio e soddisfazione nella piccola provincia. E poi si sta bene: a pochi minuti da casa sono a fare il bagno nel torrente in montagna».

Non hai mai pensato di trasferirti? Che ne so, a Milano, a Torino o a Roma?
«La grande città, a livello di offerte, ha grossi vantaggi. Il fatto è che sono un estimatore del caso e del caos: come l’acqua, che va ovunque e si infiltra dappertutto. La provincia ha muri così alti che, per contro, mi spinge a cercarmi le cose…».

Bella teoria: è uno stimolo per aggirare i tanti ostacoli. Lo fai se proprio lo desideri…
«A 16 anni mi andavo a cercare tantissime cose, facevo concorsi, eravamo riusciti a suonare a Torino, Bologna e Milano!».

Veniamo ai brani: Io non sono figlio di Maria, intesa come la Madonna?
«Ma no! Io non sono Figlio di Maria, intesa come la De Filippi. Non ho mai provato il mondo dei talent, per quanto trovo sia efficace. Però non lo farei mai perché mi è sempre piaciuto il valore sociale della musica. Il dover dimostrare quanto si vale non è nelle mie corde: forse è meglio fare quello che ci fa stare bene. Il titolo e un po’ un gioco, ricordi la vecchia cantilena chi fa la spia non è figlio di Maria? Ebbene, voglio essere una spia, intesa come segnale che si accende per segnalare problemi, anomalie…».

Quindi questo disco che cos’è per te?
«Una necessità, avevo bisogno di creare quel tipo di accrocchio di generi. Tutto però si riconduce alla mia esigenza di creare qualcosa legato a una sensibilità condivisa. Come nei miei progetti, ad esempio con i Syndone, band prog rock di Torino (decisamente e meravigliosamente prog!, ascoltateli, ndr) o con Le Lavatrici Rosse (duo con il batterista Andrea Beccaro, con cui canta Giovinezza, brano contenuto nel disco, ndr)».

Una canzone diversa dall’altra quanto a stile e modo di interpretarla…
«Mi sono concesso un momento di libertà creativa, dove non avevo vincoli nello scrivere, basandomi solo sui periodi in cui li ho composti».

Cosa ti aspetti dall’album?
«Di dare una visione sincera semplice di quello che mi piace, arrivare a comunicare in modo intimo con chi mi ascolta. Un condivisione di esperienze e sensibilità. Non ho aspettative commerciali».

Avete fatto anche dei vinili?
«Per ora solo una piccola tiratura di Cd e la versione digitale, ovviamente. Il vinile è una spesa troppo elevata. Ci sarà comunque un secondo tempo, ho già venti brani pronti!».

Deciso appuntamenti live?
«Stiamo organizzandoci. L’estate è l’occasione per sperimentare… il lavoro grosso sarà in autunno, nei club».

Ti definisci, con orgoglio, un busker…
«È la forma di live che preferisco in assoluto. Il busking è post social, mi piace, mi fa impazzire suonare per strada, perché cade tutta la finzione del palco. La strada è spietata, nessuno ti aspetta. Si ferma ad ascoltarti solo chi ritiene che sei degno d’ascolto. È libertà per il musicista e per l’ascoltatore, una palestra di vita. E poi ci si muove facilmente. Prendo la mia orrenda Multipla, carico il borsone con gli strumenti e parto… è un senso di libertà totale!».

Avvenne a Napoli… che tornò la canzone napoletana

Ne avrete sicuramente sentito parlare nei giorni scorsi. Avvenne a Napoli passione per voce e piano, è un libro e un Cd con venti canzoni, lavoro del grande Eduardo De Crescenzo, del pianista jazz Julian Oliver Mazzariello e del giornalista Federico Vacalebre, capo degli spettacoli de Il Mattino di Napoli. Una di quelle operazioni gradite e intelligenti che non si vedono tutti i giorni, grazie anche alla sensibilità di Elisabetta Sgarbi e della “sua” La Nave di Teseo, casa editrice sempre interessante e mai banale, e dell’etichetta Betty Wrong (la Betty Sbagliata, sempre lei, Elisabetta, in veste di discografica, progetto nato durante la pandemia).

Avvenne a Napoli. Un titolo che richiama un passato glorioso, brillante, avventuroso, un libro di Gabriel García Márquez o di Jorge Amado o di Osvaldo Soriano, uno spaccato di storia e cultura di cui oggi rimane ben poco, se non una annacquata – e spesso inutile – imitazione.

Eduardo De Crescenzo – Foto Peppe Russo

Un libro e un disco che parlano di un momento magico di Napoli, anni irripetibili, che hanno sconvolto i canoni musicali del tempo (stiamo parlando della metà Ottocento e dei primi anni del Novecento) e che hanno, di fatto, portato la città partenopea al centro di una rivoluzione in note. Le canzoni come vengono concepite oggi sono figlie di quei musicisti e parolieri, anzi, più corretto definirli, poeti. La forma canzone attuale, lo ricorda lo stesso De Crescenzo in una bellissima prefazione-diario al libro di Federico Vacalebre, nasce a Napoli e Napoli in quegli anni era diventata davvero la capitale mondiale di un nuovo genere che si è diffuso velocemente lungo tutti i continenti.

L’abruzzese Francesco Paolo Tosti e il poeta napoletano Salvatore Di Giacomo erano personaggi famosissimi, un po’ come Lucio Battisti e Mogol. Vacalebre del loro sodalizio compositivo scrive: «Come Lennon & McCartney, Jagger&Richards, Rodgers&Hart, Brecht&Weill». Tosti, amico di Gabriele D’Annunzio, fu prolifico compositore, le sue romanze per pianoforte e voce si dispersero per il mondo, a Londra entrò alla corte della regina Vittoria e del re Edoardo VII come maestro di canto. Per i suoi meriti, ricorda sempre Vacalebre, venne nominato baronetto, lo diventeranno poi i Beatles… Sono gli autori di Marechiare, composta nel 1885…

Salvatore Di Giacomo strinse una fitta collaborazione anche con il musicista pugliese Mario Pasquale Costa, pure lui una celebrità a Londra, qui la versione De Crescenzo/Mazzzariello di Era de maggio (1885). Mentre Eduardo Di Capua, il musicista che scrisse ‘O Sole Mio, leggenda sostiene l’avesse composta a Odessa, collaborò proficuamente con Vincenzo Russo. Ancora Federico Vacalebre: «Rimase sempre Vincenzino perché morì giovane e povero… Di lui esistono troppe leggende…». Insieme crearono Maria Marì (la donna amata da Vincenzo Russo) e I’ te vurria vasa’, capisaldi della canzone partenopea…

Julian Oliver Mazzariello

Canzoni da salotto, appannaggio della ricca borghesia, la quale poteva permettersi il pianoforte in casa, che però, ed è un’altra delle magie di Napoli, si diffuse tra la gente comune, dando per la prima volta una caratterizzazione piena e condivisa della canzone napoletana. Invece del pianoforte si usava la fisarmonica (strumento prediletto di Eduardo De Crescenzo), cambiava lo stile del testo, si trasformava anche l’interpretazione. Racconta De Crescenzo: «L’enorme successo della Canzone napoletana ha contagiato il popolo tutto, che tutto si scopre incline alla musica e alla poesia. Fuori dai conservatori e dalle accademie culturali, la composizione si fa più schietta…». 

L’operazione di filologia musicale è stata lunga e difficile. Perché De Crescenzo è artista estremamente rigoroso, e Julian Oliver Mazzariello, inglese, prodigio della tastiera, che ha scelto di vivere a Cava de’ Tirreni, ha dovuto lavorare non poco per riuscire a rendere il più possibile le atmosfere del tempo. Sono state necessarie ore e ore di studio, lontani durante il lockdown e insieme dopo, prove, ascolti, riletture, interpretazioni. Unica concessione alla contemporaneità la parte finale di Scétate, di Ferdinando Russo e Mario Pasquale Costa (1887), dove Julian pennella accordi jazz mentre Eduardo infiamma con uno scat strepitoso

Raggiungere la purezza originale per alcuni brani è stata impresa titanica, dato che non c’era molto materiale. Un esempio? La canzone che apre il disco, Fenesta Vascia, scritta da un anonimo poeta seicentesco, adattata nel 1825 con versi di Giulio Genoino e con le musiche di Guglielmo Cottrau. Federico annota: «Guglielmo Cottrau, compositore ed editore… trascrisse, editò e rielaborò, appropriandosene, canzoni popolari di cui fino a quel momento c’era qualche traccia testuale e nessuna musicale…».

Federico Vacalebre

Se volete comprendere la genesi, i timori, le ansie, le soddisfazioni di De Crescenzo durante questa intensa e intima avventura, leggete con attenzione la parte iniziale del libro, magari mettendovi in cuffia il disco. Capirete molte cose. Innanzitutto, sulla scelta molto attenta dei brani. ‘O sole mio, non la trovate, perché troppo calpestata, abusata, stuprata. Un lavoro all’incontrario che ha ridicolizzato la napoletanità, riducendo tutto a luoghi comuni, pizza e mandolino! Le canzonette dei neo melodici, hanno fatto il resto, degradando e decomponendo la forma canzone. Una sconfitta per la Napoli della musica colta e dei quattro Conservatori…

Quella di Eduardo De Crescenzo è una faccenda personale: un cantante, un musicista, un compositore che avverte il richiamo di una musica che è stata, per i tempi, rivoluzionaria, e da cui lui, consapevolmente, proviene: «… Si ripresentava un incubo di cui mi ero un po’ scordato e che vivevo a ogni provino quando agli inizi cercavo un posto nella musica: “Sei un cantante napoletano?” “No” dovevo rispondere, nonostante quella definizione fosse per me lusinghiera. Avrei dovuto aggiungere: “Ma se rispondo di sì, tu cosa ti aspetti che sia un cantante napoletano?” Al tempo un cantante napoletano era già un preconcetto, la “Canzone napoletana” era già un caotico preconcetto e non era il mio…».

La ricerca di un suono e di un testo il più possibile attinenti al periodo in cui fu scritto diventa un’esigenza impellente per Eduardo e Julian, ormai in piena sintonia artistica. In fin dei conti leggere e ascoltare Avvenne a Napoli è come fissare nella propria memoria un punto fermo della propria italianità. Non sono napoletano, ma Napoli è orgogliosamente una fonte copiosa di cultura italica, come lo è stato Bahia per la musica brasiliana. 

…«Mi chiamo Eduardo De Crescenzo, sono un musicista, un cantante-interprete, un compositore. Sono nato a Napoli, quando la canzone napoletana era già finita, ma imparai a suonarla… Ricordarla è stato un tuffo al cuore. Ricantarla, un dovere di testimonianza… Era un suono “dolcemente sussurrato” per voce e pianoforte…».

La casa armonica di Valerio Corzani ed Erica Scherl

La musica che cattura l’attenzione e dà emozioni è quella che vive nei piccoli particolari. Basta un accento, un semitono, un effetto. Una sensazione che ho provato fin dalle prime note ascoltando Valerio Corzani ed Erica Scherl, gli Interiors, nel loro ultimo lavoro, Overtones + Overtones Remix.

Il nome che si è dato il duo è quanto mai calzante rispetto alla loro idea di musica e, soprattutto, di questo nuovo album. Interni, che possono essere luoghi fisici o mentali. Luoghi, come li intendeva il filosofo Heidegger nei suoi studi ontotopologici, che coincidono con l’edificare e, dunque, l’abitare. Costruire e mettere a dimora la musica è un’immagine che veste perfettamente in Valerio ed Erica.

Vediamo innanzitutto la costruzione fisica di questo nuovo luogo nei luoghi battezzato Overtones: un doppio album, composto da 14 brani originali, dove il duo si avvale di collaborazioni molto azzeccate, da Luca Andriolo, aka, Swanz the Lonely Cat, autore ed esecutore del testo in More Overtones, Luigi Cinque che suona il sax digitale, il mitico Massimo Martellotta, tastierista dei Calibro 35, il batterista e percussionista Marco Zanotti della Classica Orchestra Afrobeat, le chitarre del polistrumentista Massimiliano Amadori, il clarinettista Gianfranco De Franco e l’ukulele di Camilla Serpieri. Questo il primo disco. Il secondo presenta nove remix dei brani precedenti, realizzati dal gotha dei producer italiani Filoq, Vinx Scorza, Manuel Volpe & Rhabdomantic Orchestra, DLewis e Francesco Colagrande. Ciò a significare che la musica può (e deve) rivivere in molti modi, avere più anime, più punti di vista…

La casa è, dunque, solida, ricca di domotica ma dalle robuste pareti classiche, jazz e contemporanee, dove l’elettronica e il digitale si inseriscono in modo omogeneo. La bravura del duo sta proprio nell’equilibrio tra musica analogica ed elettronica. Una dimora senza spigoli, piena di curve armoniche, come sarebbe piaciuta all’architetto Niemeyer! 

Il pezzo d’apertura di Overtones, Little Lullaby è giustamente il manifesto più evidente di quanto vi sto raccontando: il violino di Erica surfa su onde sonore, mentre il basso “dub” di Valerio scandisce il percorso con profondità assolute, accompagnati da una voce femminile, sciamanica… Il violino tesse melodie anche in More Overtones, con la voce di Luca Swanz Andriolo che ci mette la ruvidezza e il pathos del compianto Mark Lanegan… Grazie per la citazione!

Come faccio sempre, per darvi un’identità il più possibile completa degli artisti e degli album che vi presento, li ho contattati. Ne è uscita una interessante chiacchierata a tre su musica, tendenze, elettronica…

Valerio, in attesa che si colleghi Erica, gran bel disco!
«Grazie! È il quarto del nostro sodalizio (gli altri tre sono Liquid, 2013, Plugged, 2016, ed Escape from The War, 2019, ndr). Anche noi siamo contenti, perché lo sentiamo più maturo, siamo riusciti a calibrare ciò che volevamo fare, poi magari può non piacere lo stesso. La poetica che avevamo sognato sta in equilibrio, sia la parte melodica, sia quei piccoli tocchi di noise che arrivano improvvisi. Il glitch c’è spesso, siamo entrambi fan di Arto Lindsay! Ultimamente nei suoi lavori c’è molta melodia ma poi ti arriva quella sciabolata improvvisa che ti stende».

Parliamo di musica elettronica… Aspetta Valerio! Sta arrivando Erica, giusto in tempo… Dunque, Erica, sei una violinista classica ma sei anche una musicista curiosa che prende volentieri altre strade. Cosa vedete tu e Valerio in questo genere musicale?
Erica: «Sicuramente non si può dire che il violino non sia uno strumento acustico con poche possibilità sonore, però, nello sposarsi con strumenti elettronici quali il basso o altre diavolerie che usa Valerio, mi sono trovata spesso a provare la necessità di avere un mezzo che riuscisse a rendere le sfumature di cui il violino è capace senza rinunciare ad aspetti relativi al volume e alla varietà di suoni prodotti. È stato un desiderio espressivo, poter esplorare una gamma molto ampia di sonorità diverse con un mezzo che mi supportasse e consentisse esplorazioni nelle quali il violino da solo non è tanto adatto. Niente di rockettaro, come c’è in tanti violinisti elettronici, piuttosto la volontà di spingere lo strumento violino verso linguaggi extra classici».
Valerio: «È stato strano, rispetto alla mia storia, anche per me. Negli anni Novanta ero legato molto alla patchanka: quando suonavo nei Mau Mau venivamo chiamati una tribù acustica, l’elettronica la intercettavamo. In realtà, come Erica, sono sempre stato uno profondamente bulimico quanto a musica. Ho ascoltato e ascolto di tutto. Mi sono laureato con una tesi su John Cage, che con l’elettronica ante litteram ha fatto molte cose. Quando abbiamo deciso di costituire il duo, abbiamo subito concordato che l’elettronica andava approfondita meglio, sia per quanto riguardava il basso elettrico sia per l’uso di strumentazioni digitali che aprono un mondo di possibilità, grazie a una tavolozza timbrica infinita. Senza abusarne, però: se usata con attenzione dà grandi opportunità. Inoltre, volevamo impiegarla dal vivo con un approccio analogico. Sul palco suono molti strumenti, l’iPad, l’iPhone, il laptop. Lo faccio manualmente, sia utilizzando alcune app in sostituzione di strumenti che altrimenti non potremmo portarci dietro, sia con app che producono suoni».

Il vostro essere un duo, violino, basso più elettronica vi fa sentire completi o sentite la mancanza di altri elementi?
Valerio: «Hai fatto centro! Perché dal vivo, d’ora in avanti, saremo un trio! Abbiamo aggiunto Gaetano Alfonsi alla batteria che usa gli strumenti come noi, dosando l’elettronica. Soprattutto live, sentivamo l’assenza di un gioco con le dinamiche». 

Il basso chiama la batteria…
Valerio: «In effetti, abbiamo fatto le prove proprio ieri e ora godo! Erica ed io veniamo da esperienze di “live vero”. Per questo, come Interiors, non adoperiamo due vestiti diversi, uno per il disco e un altro per il live. Chi ci ascolta e viene a vederci dal vivo sente le stesse musiche dell’album. Capisco, ogni tanto succede che vai a un concerto di elettronica e vedi sul palco due che sembrano impiegati delle poste, non sai bene cosa stiano facendo, sono dietro ai computer, ogni tanto bevono un po’ di vino bianco, ti fidi… Nel nostro caso si percepisce che stiamo lavorando, suonando per davvero…».
Erica: «Abbiamo solo quattro arti per ciascuno. Se nella vita normale vanno bene, sono pochi per rendere al meglio la tessitura delle nostre composizioni. Abbiamo sentito l’esigenza di avere  un batterista per i motivi che ti diceva Valerio, ma anche perché volevamo godercela un po’ di più. Di questi tempi non è semplicissimo, più si è e meno semplice è viaggiare. Uno in più però va bene!».

Il vostro “ascoltatore tipo”?
Valerio: «Il violino è un piccolo lasciapassare per gente che non ascolterebbe quello che facciamo, ha comunque un appeal. Stiamo sempre molto attenti a collocare la nostra musica nei luoghi adatti. Abbiamo suonato nei festival del cinema sonorizzando documentari, perché la nostra musica si presta bene anche a questo, ci siamo esibiti nella Grotta del Bue Marino a Cala Gononea Chamois in Valle d’Aosta, dove c’è un bellissimo festival, il CHAMOISic Altra Musica in Alta Quota. Ma anche in gallerie d’arte, o in festival Off e non Off che hanno un perimetro d’azione stilistica piuttosto dilatato. Alla fine la gente è diversificata, il target è comunque abbastanza giovanile, anche se, quando abbiamo sonorizzato i documentari e i super8 sperimentali di Derek Jarman o, quello che stiamo preparando ora, Fata Morgana di Herzog, il pubblico è decisamente molto più anziano. Sono coinvolti, vogliono anche loro entrare nel nostro trip!».

A proposito di trip, la vostra è una musica che fa viaggiare. Quando la concepite avete un’idea del luogo dove vorreste collocarla?
Erica: «Siamo viaggiatori molto appassionati, quindi nel momento in cui componiamo è come se tutte le esperienze di viaggio che abbiamo fatto nella nostra vita – e che si spera faremo – decantassero nella musica. Non ci sono collocazioni precise, è come un altrove generico non vuole avere appartenenze particolari, anche se certe atmosfere potrebbero richiamare alla World Music. Auspichiamo che possa essere la sonorizzazione di un bosco di un laghetto di un mare».
Valerio: «Ci sono alcuni pezzi, tipo Walking Wild, che già nel titolo si portano dietro un piccolo passaporto di attitudine nomade. Non è detto che, componendola, volessimo andare in un posto preciso, abbiamo la stessa attitudine nel cercare la natura selvaggia e nel suggerirla attraverso le note. Così come nel nostro primo disco, Liquid, c’era un’attenzione speciale al mondo liquido. Con il brano Blue Darkness e il relativo video, che mostra il tuffo nel lago di un ragazzo in slowmotion, girato dal regista canadese Justin Bolduc-Turpin (con il quale abbiamo vinto un concorso per musiche che sonorizzavano video con oggetto lacustre), non era un lago preciso, poteva essere il padre di tuti i laghi!».

Veniamo al disco: mi ha incuriosito la zona Remix…
Valerio: «Abbiamo tanti amici, molti hanno suonato anche nella prima parte di Overtones. La nostra idea è stata chiedere, a costo di rischiare, di trasformare un nostro brano in qualcosa di nuovo, come se ci fosse uno sguardo su un tuo sguardo. Filoq, per esempio, musicista che stimiamo moltissimo, è anche il responsabile di tutta la parte elettronica dell’Istituto Italiano di Cumbia, progetto nato per volontà di Davide Toffolo (Tre Allegri Ragazzi Morti, ndr), ha reso il nostro pezzo Walking Wild un’altra cosa, completamente diversa, ci piace molto. La parte Remix è molto più variegata e, allo stesso tempo, ci troviamo le tracce del nostro lavoro».
Erica: «È stata una scommessa, come quando tu chiedi a un pittore che apprezzi che ti dipinga un ritratto: può essere che ti faccia cubista oppure molto verosimile, ma alla fine se ti piace l’artista ti piace anche il ritratto…».

Vi è piaciuto tutto del Remix, dunque!
Valerio: «Ci è piaciuto talmente tanto che due pezzi li abbiamo remixati noi. Massimo Martellotta ci aveva mandato, un po’ in extremis, una parte piuttosto lunga per Due di Due, nel disco principale. Non volevamo sprecare il suo lavoro, quindi abbiamo deciso di remixarla puntando quasi esclusivamente sulle tastiere di Massimo».

Com’è il vostro processo creativo?
Valerio: «Quasi sempre nasce da qualcosa che ho “stropicciato” con l’elettronica o con il basso; poi Erica scrive, molto spesso ci aggiunge la melodia principale. Poi lo teniamo per un po’ in brutta copia, registrandolo con l’iPhone, per averlo sempre a portata di mano. Quando ci spostiamo in studio di registrazione – lavoriamo sempre con il nostro tecnico del suono di fiducia, Roberto Passuti – scatta qualcosa di magico e fila tutto liscio, si lavora intensamente, senza intoppi. È successo così per tutti e quattro gli album. In passato ho ricordi di registrazioni di dischi che diventavano dei calvari, si sfaldavano anche band solo per alzare di due tacche il volume di una chitarra elettrica. In questo caso è quasi sempre piatto, in senso buono però!».

Come vedete la musica italiana in questo momento? Tanti bravi artisti sconosciuti e un mainstream senz’anima…
Erica: «Secondo me è una scena estremamente vitale con un sacco di musicisti pazzeschi. Purtroppo, però, lo sai che esistono se te li vai a cercare. È come se ci fosse una sorta di forbice molto larga tra quello che ascolta la maggior parte delle persone e quella che è la realtà della musica italiana, al di là dei generi molto variegati: e cioè, molta qualità e di altissimo livello. Vorrei invitare tutti a non fermarsi alla superficie delle cose, ma a scavare…».
Valerio: «Sono d’accordo con Erica, ho poco da aggiungere, la vorrei lasciare così, perché lei ci ha messo l’afflato positivo. Volendo proprio dire qualcosina in più, una piccola ombra su quello che è successo negli ultimi tempi è che rimangono sì tantissimi artisti nascosti che continuano a produrre, ma ci sono molti altri, anche quelli che arrivano dal cosiddetto mondo indie, che hanno calato le braghe. È come se si fosse abbassata l’asticella della difficoltà d’ascolto, dell’introspezione nei testi, della ricerca nei suoni. È, ovviamente, una scorciatoia che rende! Se me l’aspettavo da alcuni, perché quello è sempre stato il loro mondo, rimane il fatto che c’è un bel plotoncino di gente che ho avuto sempre al mio fianco e che ha ceduto. Ciò mi provoca un piccolo moto di saudade. Mi riaccodo al sentimento entusiastico di Erica che bisogna continuare a essere curiosi, sia noi musicisti, sia i giornalisti che si occupano di musica e soprattutto mettere dei piccoli “shining” nel pubblico, farglieli arrivare, stai sicuro che la gente si lascia attrarre…».

Erica: «Non me l’hai chiesto ma lo dico lo stesso: se dovessi dare un consiglio a musicisti che hanno voglia di fare musica, suggerisco di essere coraggiosi e curiosi, di curare sempre molto la qualità a qualsiasi genere ci si dedichi. Un lavoro ben fatto si riconosce sempre, anche in molta musica mainstream, nonostante il ben fatto non coincida con creativo. Siccome la felicità in quello che si fa è fondamentale, direi di ricercare sempre un cuore nelle cose che si producono».

Disco del Mese: Afrikan Culture, Shabaka Hutchings

Maggio è volato, tra interviste, discussioni e concerti, segno che la musica sta ritrovando lentamente una nuova normalità. Fra le tante uscite di questo mese ci sono lavori interessanti. A partire da Dropout Boogie dei The Black Keys, pubblicato il 13 maggio, con un ritorno del duo Auerbach-Carney a un sound delle origini. 

In Italia oltre alle solite uscite rap/trap, spiccano di gran lunga gli Zen Circus con il loro Cari fottuitissimi amici, disco che ha visto la luce il 27 maggio. Ascoltatelo, ne vale la pena, una delle migliori produzioni italiane di questo 2022. Tante belle feauturing, Brunori SAS, Management, Luca Carboni, Motta, Claudio Santamaria, Emma Nolde, per citarne alcuni.

Maggio ha visto anche una pubblicazione storica: Brian Jackson, il mitico pard di Gil Scott-Heron è ritornato a incidere dopo un lungo silenzio. Negli anni Settanta la loro musica di denuncia ha sollevato le coscienze, smontando pezzo dopo pezzo l’ipocrisia americana in tempi duri e violenti. Brian il 27 maggio ha pubblicato This is Brian Jackson, gran bel lavoro di inediti scritti nel corso degli ultimi 20 anni. L’avrei messo sulla vetta, la merita tutta! 

Però una settimana prima, il 20 maggio, ha fatto capolino Afrikan Culture, solo digitalmente per ora, primo lavoro da “puro” solista di uno dei miei miti, il sassofonista britannico Shabaka Hutchings, artista prolifico a cui piace esplorare tutte le sue infinite creatività dando vita a progetti che rappresentano tanti mondi diversi. Vedi i Sons of Kemet, di cui vi avevo parlato esattamente un anno fa, jazz-hip hop eseguito solo con fiati e percussioni, con l’intervento, in Hustle, brano densissimo, dello spoken word di Kojey Radical. Il basso lo fa una tuba suonata magistralmente da Theon Cross in perfetta sincronia con la sessione ritmica composta da Seb Rochford e Tom Skinner. Shabaka anima i Comet Is Coming con i quali si diverte a sperimentare un soul-prog e i Shabaka and the Ancestors, band con la quale suona spiritual jazz.

Questa volta il sassofonista di origini barbadiane si spoglia del cognome e di tutti i suoi ritmi “politici” per diventare, come un monaco francescano, solo Shabaka. Cover con un suo intenso ritratto per un EP di otto brani che hanno qualcosa di ancestrale.

La necessità di purificarsi, di andare alle origini, le sue origini, scarnificare la sua bravura di compositore e musicista per disegnare ambienti sonori che richiamano a un desiderio interiore meditativo, segnano un evidente cambio di passo nella creatività di uno dei jazzisti più influenti della Gran Bretagna (oserei dire del mondo…).

Anche gli strumenti scelti per esprimersi non sono affidati al caso. Innanzitutto la kora, una sorta di liuto, il cui suono metallico scandisce da secoli i brani dei griot del Gambia; quindi la mbira (lamelle metalliche fatte vibrare su una tavoletta di legno) da cui ha avuto origine la kalimba caraibica ben nota al musicista, o lo shakuhachi, il magico flauto giapponese. Anche le percussioni appaiono come pulviscoli ritmici, pioggia leggera di campanelle. Il linguaggio del jazz c’è ancora – e non potrebbe essere altrimenti – ma portato all’astrazione.

Da Black Meditation, prima traccia, alla splendida Call It A European Paradox, con una struggente kora e lo shakuhachi, a  Memories don’t live like people do, un incasellarsi di strumenti con l’effetto di una risonanza continua, è tutto un sovrapporsi di ricordi stratificati, sprazzi che si accendono e che velocissimi finiscono per lasciare il posto a un Ritual Awakening, brano che trasmette una felicità d’animo, seppur brevissima, con un flauto che “cinguetta” canterino. Ampia riflessione invece, 6:24 minuti, per Explore Inner Space, che prelude a una “dimensione di sottile consapevolezza”, The Dimension of subtle awareness, che conduce, finalmente, alla rinascita, Rebirth, ultimo brano di questo EP velocissimo, mezz’ora d’ascolto, ma concentrato, visionario, ontologico.

Viene voglia di riascoltarlo, ancora e ancora, come un mantra, affascinati da ogni nota…

Daniele Falasca: Triade, famiglia, fisarmonica e jazz

Non so voi, ma quando sento suonare una fisarmonica o un bandoneon entro in catalessi. Assieme al contrabbasso e al violoncello sono gli strumenti che più modellano le mie emozioni. Vi dico questo perché mi è capitato tra le mani un lavoro uscito agli inizi di maggio dall’abruzzese Daniele Falasca, fisarmonicista e pianista di grande bravura, dal titolo Triade, pubblicato dall’etichetta Ars Spoletium – Publishing & Recording.

Un disco scritto di getto, come spiegato dallo stesso artista, prodotto e confezionato ancora caldo, dove troviamo jazz, tango, samba, frammenti di world music, citazioni classiche, richiami alla musica popolare della sua terra d’origine, elaborati in seducenti percorsi sonori che rimandano da un capo all’altro dell’Atlantico in un suggestivo vai e vieni di ritmi e armonie. 

Un bel disco, aperto, gioioso, che l’autore ha dedicato alla sua “piccola” famiglia.  Come spesso accade nel jazz, il titolo di un brano è l’input per immaginare visioni sonore, renderle quasi palpabili. Prendete Lety, la prima traccia, dove Daniele “racconta” la figlia Letizia. Un tema orecchiabile che parte sommesso e maestoso per poi esplodere in un carnevale carioca dove ballo, fiori, sole, caldo, tamburi esprimono tutta la carica vitale di una bimba ai suoi primi anni di vita. Triade, brano che dà il titolo all’album, descrive, invece, la vita frenetica del suo piccolo nucleo familiare composto da tre persone, un tango per immaginare e scandire la giornata tipo di casa Falasca. 

Daniele Falasca – Foto di Sergio Rapagnà

Esperienze, conoscenze reciproche. In questi otto episodi che si susseguono in una sarabanda di note, hanno dato il loro apporto Arturo Valiante al pianoforte, Marcello Manuli al basso e Glauco Di Sabatino alla batteria. C’è spazio anche per due featuring: il pianista Vincenzo Di Sabatino in Città delle Rose e Linda Valori nel riarrangiamento di uno standard, What a Wonderful World, eseguito magistralmente grazie a quella voce soul da pelle d’oca di cui Madre Natura l’ha dotata. 

In quest’ode alla felicità che è Triade, What a Wonderful World può suonare a prima vista “stonato”, estraneo. Eppure, a pensarci bene, è il timbro di gioia che Daniele ha voluto stampigliare sul suo lavoro. Il mondo è meraviglioso, soprattutto se il padre che stravede per la figlia piccola esprime con le note l’avventura di essere genitore, una piccola vita su cui si ripongono aspettative, sogni, desideri. Falasca nel 2017 aveva addirittura dedicato un intero album all’attesa e alla nascita della bimba …Aspettando Letizia.

Unico brano ammantato di un velo di tristezza, anzi, mi correggo, di nostalgia, è Chet, dedicato a Beker. Daniele non è nuovo a questi inserimenti, omaggi ad artisti che hanno contribuito alla sua formazione.

Per concludere: Triade è un disco ben riuscito dedicato agli affetti e all’amore, per la famiglia, per la fisarmonica, per la musica. Ho letto da qualche parte che Daniele quando è triste suona il pianoforte e quando è allegro sceglie la fisarmonica. Strumento popolare, accompagnamento degno di feste, tradizioni e balli. Si aprano le danze, dunque!

Consigliato: un antidoto allo stress e alla tristezza…

Marta Giulioni: il musicista, un funambolo sulla corda…

Marta Giulioni in quartetto con Nico Tangherlini al pianoforte, Gabriele Pesaresi al contrabbasso e Andrea Elisei alla batteria

Un uomo che cammina su una corda. Si bilancia con le braccia, gioco d’anche. L’equilibrio è tutto su questo cavo che non ha un inizio né tantomeno una fine. L’immagine della cover di Up On A Taightrope, primo lavoro di Marta Giulioni, giovane cantante jazz marchigiana con una voce di cui si apprezza una calda tenuta nelle note basse e una grande capacità di camminare disinvoltamente lungo il difficile filo del pentagramma, semplice e complessa nel suo insieme, rappresenta quello che è la vita.

Siamo tutti precari, camminiamo sulla nostra corda cercando il giusto equilibrio per non cadere. Non c’è scelta, si va avanti così, a volte tranquilli, altre ricorrendo a evoluzioni che hanno del grottesco, altre ancora cadendo…

La vita dell’equilibrista è, in questo caso, quella del musicista. Questo ci vuole dire Marta. Perché da lassù il mondo ha altri punti di vista, e, se si seguono i propri sogni, si avrà la fortuna di scrutarlo, possederlo, viverlo. Il suo “manifesto” è chiuso ne Il Funambolo, ma è in tutta la costruzione del disco circondato da un’aura eterea di intangibilità, che si scopre una corda che va alto sulle ali, come canta l’artista. Il brano che segue, So What If I Fall, dominato da un piano che lavora su percorsi “collinari” rendendo bene il senso del movimento, la voce, attraverso uno scat leggero, racconta che se si ha uno scopo, un aggancio sicuro, la caduta si trasforma in volo, in opportunità. 

L’ho ascoltato più e più volte Up On A Taightrope. Al di là della indiscussa bravura tecnica di Marta e dei suoi compagni “di corda”, Nico Tangherlini al pianoforte, Gabriele Pesaresi al contrabbasso e Andrea Elisei alla batteria, c’è molto pathos in questo lavoro, molta anima. Brani con testi visionari, aperti, dove la fantasia aiuta le note, agganciando l’attenzione e le emozioni dell’ascoltatore.

L’altra sera ero all’Après Coup, un locale intimo, dove si gusta buona tavola e gustosissimo jazz, in una via nascosta del centro di Milano, per ascoltare il Monique Chao trio. La eclettica pianista taiwanese era accompagnata da un ottimo Giacomo Marzi al contrabbasso e da Francesca Remigi, giovane batterista, conoscenza nota di chi legge il mio blog. Mercoledì sera suonerà con il grande pianista panamense Danilo Pérez a San Lazzaro di Savena (Bologna): andateci se potete! 

Perché vi racconto tutto ciò? C’è un legame fisico e mentale in questa nuova generazione di musiciste e musicisti. Una freschezza e una profondità che va oltre la bravura. Non avevo fatto caso, me lo ha ricordato proprio Francesca: in The Human Web, suo ultimo lavoro di cui vi avevo parlato in questo post, nel primo brano, Metamorfosi, c’è la voce di Marta. Hanno studiato insieme al Koninklijk Conservatorium Brussel (KCB). La corda ti costringe a stare in equilibrio e ti lega indissolubilmente ad altri funamboli come te…

Marta, la passione per il canto?
«Ho iniziato studiando la chitarra classica, che poi ho abbandonato, da che io mi ricordi, mi è sempre piaciuto cantare. Da adolescente ho lasciato la musica per dedicarmi allo sport… continuando, però, a cantare. Intorno ai 20 anni, periodo in cui ero proprio persa, non avevo ben chiaro cosa fare della mia vita, ho scoperto il jazz attraverso la Libera Accademia del Jazz, spin-off dell’Accademia musicale di Ancona. Mi sono appassionata, ho iniziato a studiarlo sempre di più. Da lì in poi è stato un crescendo».

Nell’album hai degli ottimi compagni di viaggio…
«Gabriele (Pesaresi, ndr), il contrabbassista, l’ho conosciuto tramite dei seminari. In realtà, lui era l’insegnante. Negli anni abbiamo iniziato a suonare insieme. Quando mi sono decisa di dare una vita ai miei brani originali, l’ho contattato e coinvolto. Così è stato anche per Andrea (Elisei, ndr), il batterista. Con lui abbiamo altri progetti insieme, da cui è nato un altro disco uscito lo scorso anno, con il gruppo Mantis, A Postcard From Nowhere, un quartetto con il chitarrista Thomas Lasca, il contrabbassista Edoardo Petracci e la partecipazione del sassofonista Simone La Maida. Con Nico, invece, suoniamo insieme da otto anni, per me è una certezza!».

Qual è il tuo processo creativo?
«Per comporre uso il pianoforte. Inizio, di solito, cercando la melodia. Sto provando a seguire altri metodi, che ancora non so affrontare benissimo, e cioè iniziare un brano dall’armonia, oppure partendo dal testo. Nel disco ho fatto questo tentativo con I cieli del Rojava. Il testo non è mio, ma di un caro amico, che è scrittore e poeta, Giovanni Paladini. Era già stato pensato in metrica dall’autore, un ottonario. Dà molta sonorità, ma il rischio era quello di continuare su una melodia che poteva essere abbastanza ripetitiva. Così, una volta finito, ho lavorato per sottrazione, riducendo tutto all’essenziale».

Tra l’altro, ne I cieli del Rojava c’è un lavoro di contrabbasso con l’archetto veramente bello. La tua scelta di cantare in italiano e inglese dipende dalla metrica, da quello che vuoi aggiungere alla musica?
«Ho un triennio in mediazione linguistica, sono sempre stata appassionata di lingue. Questa cosa, al tempo stesso, mi ha creato per tanto tempo un blocco che, se ho risolto nella scrittura in inglese, non l’ho ancora elaborato per quella in italiano. Forse perché l’inglese è quella che sono abituata ad ascoltare. Paladini mi aveva proposto anche la traduzione in inglese dei versi, ma ho scelto di lasciarla nella lingua originale, perché, secondo me, tradotti si perdevano alcuni passaggi stilistici importanti».

Parliamo del brano Colibrì, è un bonus track, giusto? Confesso che mi piace molto, perché legato agli stilemi della musica brasiliana…
«È stato uno dei primi brani che ho scritto. In quel periodo ascoltavo tantissimo Egberto Gismonti, Maria João e Mário Laginha. Ho pensato: bello, bellissimo! Anch’io ne vorrei tanto scrivere un uno su questi metri compositivi. Avevo iniziato a comporlo in parte, poi, come mia abitudine, l’ho lasciato decantare e, quindi, ripreso. L’ho suonato da subito con arrangiamenti diversi a seconda delle formazioni con cui mi sono trovata a collaborare. È stato pubblicato anche in A Postcard From Nowhere, dove, al posto del piano, c’è una chitarra e, in aggiunta un sax, con cui ho potuto interagire. Colibrì è un brano a cui sono molto affezionata, volevo inserirlo nel disco come bonus truck, ma riarrangiato per il quartetto, amalgamarlo all’album facendolo diventare più…intimo».

Colibrì è il beija flor, un uccellino “ritratto” più volte nella musica brasiliana…
«Vero, ma in realtà il nome del brano è nato per caso. Ero in auto con un’amica musicista, glielo stavo facendo ascoltare… cercavo un titolo che non riuscivo a trovare. Le ho domandato: cosa ti ricorda? E lei, un colibrì! Così è rimasto».

Torniamo a Up On A Tightrope e al suo filo conduttore, restare in equilibrio nella vita…
«L’idea del funambolo è quella di una persona che si ritrova, come tante, a vivere in bilico. Ce la farà, non ce la farà? Cadrà, non cadrà? Lei/lui sa che mette in gioco tanto, ma alla fine continua, va avanti comunque… Poi quest’idea di etereo, di restare sospeso in aria affidandosi solo a una corda, mi è piaciuto riportarla anche nel suono. Alla base di tutto, sì, c’è il rischio, soprattutto nella professione del musicista dove…certezze mai! Però fai di tutto per proseguire su quella strada…».

L’uso dello scat è frequente nel disco, è una delle tue forme predilette?
«Mi piace da quando ho scoperto il jazz. Il primissimo strumentista compositore di cui mi sono appassionata è stato Charlie Parker. Mi dicevo: “senti che bella musica, anch’io vorrei fare quello che fa lui, ma con la voce, come si fa?”. Adoro anche il pianoforte, seguirlo con la voce è meraviglioso. Provo sempre, come studio, a improvvisare su qualsiasi cosa: poi, se non ci sta vado per sottrazione, ma comunque ho tentato!».

Suoni il pianoforte?
«So accompagnarmi, compongo al pianoforte, ma non affronterei un intero concerto musica e voce. Lascio fare ai professionisti!».

Cosa vuol essere questo disco per te?
«Up On a Tightrope è una raccolta di brani che ho scritto nel tempo. Il filo conduttore l’ho trovato dopo, amalgamando il lavoro, ed è stata una bella scoperta. Quello che voglio fare è divertirmi con la musica, mi piace scrivere, comporre mi emoziona, adoro sperimentare, cercare nuovi input, ma anche rimodellare cose già fatte. Voglio continuare a produrre, pubblicare dischi, come solista o insieme ad altri gruppi».

Concerti?
«Sto pianificando per l’estate, aspettando conferme e risposte da festival. Sono stata a Parigi per un mese a marzo per il progetto del MIDJ (nel 2019 Marta Giulioni è stata una delle vincitrici del bando AIR: Artisti in Residenza, promosso da MIDJ, Musicisti Italiani Di Jazz e sponsorizzato da SIAE, ndr). Lì ho trovato un ambiente ricchissimo, molto stimolante per i giovani jazzisti come me». 

Solitudine, Edonismo, Consumo secondo Francesco Sacco

Francesco Sacco – Foto Lucrezia Testa Iannilli

Ieri è uscito un EP composto da sei brani, opera di un giovane musicista italiano, Francesco Sacco. Il titolo, A – Solitudine, Edonismo, Consumo, fa intendere che è il primo passo di un progetto che troverà compimento attraverso un altro EP, un lato B che completerà un lavoro piuttosto complesso.

Un giovane musicista che ha qualcosa da dire e lo dice bene è una manna per chi è in cerca di buona musica. E uno come Francesco, profondo nei testi, pignolo nella composizione e negli arrangiamenti, che non è mai banale e riesce a stupirti, non può non meritare attenzione. Infatti, dopo averlo incontrato e averci fatto una bella chiacchierata, molto istruttiva, sono curioso di andarlo ad ascoltare live oggi, alle 18:30 al Giardino della Triennale di Milano (ingresso libero, prenotazione consigliata, qui) dove presenterà il disco con Luca Pasquino, suo amico da sempre e anima gemella musicale, alle tastiere e basso, e Pit Coccato alla chitarra elettrica.

Testi ben scritti, vi stavo spiegando. Sarà per i suoi studi classici, per la particolare sensibilità a temi che includono, nella sua accezione più ampia, il “sociale”, per una facilità nel sintetizzare i concetti in brevi quanto esaustivi claim, vedi in Kabul: Bum Bum Bum, scalare scalare scavare, sta di fatto che Francesco ha una una spiccata predisposizione linguistica e musicale nel presentare le ansie e le deviazioni della società, intesa come insieme di persone che portano avanti, sempre più frequentemente e in modo schizzato, una forma di democrazia solipsistica, che si riassume, appunto, in Solitudine, Edonismo e Consumo.

Ritornando a Kabul: è un brano che racchiude più punti di osservazione e riflessione. Leggete le prime due strofe: 

Hanno sparato a Kennedy e a Martin Luther King
E in Cina sono rimasti solo i vasi della dinastia dei Ming
Tè verdi cinesi, petrolio nei mari, amici iracheni, tappeti persiani
L’oriente è un piatto piccante al gusto di diritti umani
Ma l’importante è entrare in playlist, scalare la classifica
Così ti canto una storia d’amore che finisce male: io amo il capitale
Ma senti come pompa questa cassa a Kabul… 

Lo stesso dicasi per il brano che apre il lavoro, Ogni uomo e ogni donna è una stella: inizia con una chitarra distorta intenta in un passaggio dellAria sulla Quarta Corda di Bach (che troverà più volte accenni nel corso della canzone), una sorta di colonna sonora stilizzata che ricorda tanto Quark. In questo studio televisivo Francesco, novello Piero Angela, affronta con corrosiva lucidità il difficile rapporto giovani-lavoro. Le responsabilità per un mondo, quello del lavoro, degenerato e non più sostenibile, vengono descritte con pennellate acide, raccolte in un pantheon di divinità negative e senza speranza. Leggete attentamente il testo prima di ascoltare il brano:

Sono sicuro che se i lupi hanno un dio
È fatto a forma di lupo
Che se le papere avessero un dio
Sarebbe un pennuto
Ma i bambini lo immaginano vecchio
E i vecchi non sono capaci
Anche se siamo la specie
Che ha inventato lo specchio
Il dio degli Ingordi è uno chef
Più buono del corpo di Cristo
Ma il dio dei soldi finora
Non si era mai visto
Ma quando la zampa dell’uomo
È diventata una mano
Il dio dei piccioni ha cagato
Su piazza del Duomo
Il dio dei piccioni ha cagato
In centro a Milano
Quando scagliate le frecce
E nascondete le mani
Io prego e progetto vendette
Con il dio dei cani
Sono sicuro che se i pesci hanno un dio
Assomiglia a uno squalo
E il dio di Milano è a pescare
Con una mazzetta sull’amo
Il dio dei coglioni è al tg
Il dio dei cantanti a Sanremo
Tutti ascoltiamo e preghiamo
Soltanto gli dei in cui crediamo davvero
Più che mercanti nel tempio
Ho visto dei preti al mercato
Ho visto persone comprare
Pregare ore d’aria al mercato del tempo
Ma una volta un ateo mi ha detto
Che ogni uomo e ogni donna è una stella
E il dio dei cavalli ha allentato le briglie
E il re è caduto di sella
Quando scagliate le frecce
E nascondete le mani
Io prego e progetto vendette
Con il dio dei cani
Io prego e progetto vendette
Con il dio dei cani
Io prego e progetto vendette
Con il dio dei cani 

Francesco è un musicista curioso: polistrumentista, attratto dal cantautorato delle origini ma anche dalla musica elettronica, è un performer e un sound designer. Ha “musicato” sfilate di moda, creando concept tra fashion, musica e teatro. Una bella energia creativa, onnivora, che coltiva mettendoci passione e acquisendo esperienze… 

Ne La Voce Umana, il tuo primo lavoro eri più intimista. Lo hai scritto a Venezia e hai fatto tutto da solo. In questo nuovo lavoro si avverte una certa maturità, è più estroverso, complesso, corrosivo…
«È un album più consapevole. Più di qualcuno nel giro dei musicisti mi ha detto: “Non ti preoccupare per il primo disco che pubblichi, tanto poi lo butti via…”. Buttarlo via proprio no, perché fa parte di un mio percorso, ma ad ascoltarlo e riascoltarlo senti tutte le cazzate che hai fatto. A – Solitudine, Edonismo, Consumo suona diverso perché è il primo lavoro dove ho voluto affiancare dei musicisti. Il primo è un disco citazionista, viene dai miei ascolti, dal cantautorato, dalla scuola di Tenco. Qui c’è la cassa techno, l’aria sulla Quarta Corda di Bach, il folk americano…».

È vero, ci sono molti richiami in quest’album. Non disturbano, anzi valorizzano il lavoro…
«Mi piace inserire citazioni della mia formazione musicale, il pericolo è farsi prendere la mano. In questo mi ha aiutato molto il lavoro di squadra con Luca Pasquino, che ha arrangiato i pezzi e con i producer, xx.buio e paralisi».

Quanto ai i testi, si vede che hai fatto il liceo Classico! Qual è il tuo processo creativo?
«Il disco può sembrare un concept album, però faccio fatica a usare questo termine parlando di me. Concept erano i lavori dei King Crimson… Comunque sì, l’album ha un fil rouge. Per esempio, prendi Kabul: l’ho scritta in diverse fasi. L’idea mi era venuta quando i talebani hanno ripreso il potere in Afghanistan. Seguivo tutti i ragionamenti alla Goffredo di Buglione (il nobile francese crociato che “liberò” Gerusalemme instaurando di fatto un regno e diventando un re, anche se si faceva chiamare Advocatus Sancti Sepulchri, il difensore del Santo Sepolcro, ndr), che non tenevano conto delle grosse responsabilità dell’Occidente. Avevo l’inciso ma non il riff. Mi è venuto mentre ero in tram, l’ho annotato subito sul telefono (Bum Bum Bum, scalare scalare scavare)».

Come ti è scattata la passione per la musica?
«Da piccolo mi piaceva ascoltare musica, mi divertiva. Gli inglesi non a caso usano lo stesso verbo per due azioni, to play, suonare e giocare. Sono connessi. Mio papà lavorava in De Agostini e portava a casa molti cd. Andavo pazzo per Mozart e Vivaldi, quando li ascoltavo mi pareva di stare sulle montagne russe! Così a sei anni decisi che volevo suonare il violino. I miei, credendolo un capriccio passeggero, cercarono di farmi ragionare. Sono sempre stato uno testardo, non mollai, e il compromesso fu studiare la chitarra classica. Non mi piaceva l’insegnamento, lo trovavo palloso, ma ho continuato. Da adolescente, normale periodo di ribellione, ho scoperto il rock anni Settanta, il blues, ritrovando quel fuoco che avevo da bambino con Mozart e Vivaldi».

Francesco Sacco “live” – Foto Agnese Carbone

Francesco, a freddo: andresti a Sanremo?
«Non so, forse con il pezzo giusto e la voglia di scommettere. Per come sono fatto, mi trovo lontano dal concetto di gara. Nell’arte non esiste competizione, mi sentirei molto fuoriposto. E poi, non vorrei passare per l’“intellettuale” e, dunque, sicuramente non capito…».

Come Giovanni Truppi nell’ultima edizione…
«Esatto, Truppi è un cantautore molto interessante, bravo, ma lì era decontestualizzato».

Difficile essere compresi non solo nel Festival…
«Anche discograficamente in Italia facciamo schifo. Aspettiamo che arrivino le mode dall’estero e non abbiamo la capacità di promuovere noi stessi qualcosa di nuovo».

Il materiale e le idee ci sarebbero, dal mio piccolo osservatorio…
«Il problema è anche dei grandi operatori streaming. Spotify non dà fama e nemmeno soldi. Se non fai live non guadagni. Purtroppo, questi canali sono visti da molti artisti che vogliono farsi conoscere come un obiettivo».

La legge degli algoritmi è altrettanto fatale. A proposito perché A – Solitudine, Edonismo, Consumo? A sta per lato A del disco?
«Sì ho previsto un Lato A e un Lato B, che uscirà prossimamente. Per ragioni contorte, Apple non accetta la parola “lato”, perché fa pensare a un qualcosa di fisico, mentre tutto deve essere digitale…».

Come ti è venuto il titolo?
«È nato in modo del tutto casuale. Quando scrivo tendo a non darmi limiti. Una volta finito devi fare la Track List, lavoro che a me piace moltissimo, ed è anche molto importante. La pignoleria e l’estrema attenzione a questo passaggio l’ho ereditate dall’arte e dal teatro contemporaneo, dove c’è una cura che i musicisti si sognano».

Torniamo al fil rouge del disco…
«Riordinando il materiale che avevo scritto è apparso un filo conduttore di temi. Stavo cercando il titolo da dare al lavoro, lasciando decantare, in attesa che mi venisse qualche idea. Poi mi è venuto in mente di ricollegarmi a un social che era in voga alcuni anni fa, Chatlet, sito che, con l’andar degli anni era diventato l’impero degli esibizionisti e avevo, per questo, abbandonato. Ho pensato: chissà se esiste ancora, e se sì, come sarà diventato? C’è, eccome! Ma ho trovato solo chiacchiere di una desolazione pazzesca. L’avventura di “archeologia web” mi ha lasciato una tristezza infinita, così ho annotato sul taccuino tre parole, Solitudine, Edonismo, Consumo…».

E queste riassumono al meglio il senso del tuo lavoro…
«Il periodo funesto del Covid, il processo di digitalizzazione improvviso di qualsiasi cosa, da cui ormai non si scappa, ha avuto l’effetto di isolare maggiormente le persone. Mentre ha colto preparati i ragazzi – in quanto nativi digitali hanno imparato presto a stare sui social – i quarantenni li ha presi in pieno. Solitudine, dunque, accompagnata da Edonismo: fanno parte di questo periodo. Consumo è una parola ambivalente: inteso come consunzione dell’individuo ma anche come rapporto viziato tra chi compra e la merce che acquista. Credo sia doveroso fermarsi e riflettere su tutto questo».

Concordo…
«Il Consumo è molto presente nel disco, in Fantasmino o in Je suis resté seul, il corpo è provato, consunto, avrebbe bisogno di un bel massaggio rinvigorente. Poi brani come Kabul, dove canto io amo il Capitale, o il primo, Ogni uomo e ogni donna è una stella, in cui parlo di lavoro e di giovani. Mi innervosisco quando sento ripetere la stessa frase: i giovani non hanno più voglia di lavorare. Non è così, forse i ragazzi vedendo i loro genitori condannati a un certo modo di vita, dove lavorare consuma, pensano: è proprio così che voglio vivere la mia vita? Sono condannato o è possibile costruire un mondo migliore?».

Che ritorno ti aspetti dal disco?
«È un lavoro difficile, con brani cazzuti, contemporanei. Ammetto, i testi sono complessi, ma vedo che si sta creando una scena, ascolto tanti cantautori validi e innovativi. Progetti nuovi che stanno recuperando il senso di quel bel cantautorato anni Sessanta/Settanta che aveva molti contenuti».

Un piccolo divertissement: tre cantautori vecchia guardia che reputi indispensabili per te e altrettanti delle nuove generazioni…
«Ok, parto: Leonard Cohen, Francesco Guccini e Luigi Tenco (concedimi, e tutta la sua scuola!). Di “nuovi”, Tutti Fenomeni (Giorgio Quarzo Guarascio, ndr), bello, strafottente, duro, ironico; Cosmo, il suo ultimo disco è bellissimo; Morgan, è un vero musicista. Ne avrei altri, ma poi il gioco non vale più…».

Bob Dylan, una biografia per i giovani scritta da giovani

Mi è capitato sotto mano un libro che mi ha incuriosito: Bob Dylan, Sixty Miles of Ways, edito dalla piccola casa editrice indipendente romana Elemento115. Un testo breve, dalla scrittura densa, che si divora in poche ore. Soprattutto perché parla di un artista che non è più un essere umano, ma è asceso al cielo diventando una figura mitologica, una divinità nella trimurti della musica del Novecento, essere imprevedibile, furbo, ossessivo, caparbio, innovatore. Dylan è Dylan. Su di lui è stato scritto tutto e il suo contrario. Saggi, biografie, romanzi. Vi domanderete: c’era bisogno di un altro libro su di lui?

Ho guardato gli autori, due trentenni. E mi sono domandato perché due giovani adulti, nati agli inizi degli anni Novanta, si fossero decisi a scrivere un libro su un artista-monolite, alla 2001: Odissea nello spazio per intenderci! 

Marta Fieramonti e Simone Pitti, romani, entrambi una laurea in lettere in tasca, hanno una passione solida per la musica. Anzi, per certa musica. Quella degli anni Sessanta e Settanta, periodo di grandi scontri e creatività, di rivoluzioni e innovazioni, di discussioni infinite e trip lisergici, di lotte contro il razzismo e le guerre… Marta ascoltando Dylan, Simone, De Andrè.

Un libro scritto da giovani per i giovani. Dove si racconta in modo secco e preciso l’importanza della sua opera, senza fronzoli, in sette capitoli, coincidenti con altrettanti fondamentali accadimenti nella vita artistica e personale del menestrello di Duluth. Non solo musicale ma anche letteraria, visto che nella sua lunga carriera iniziata alla fine degli anni Cinquanta, Dylan ha vinto pure il Nobel per la Letteratura nel 2016.

Il 24 maggio, martedì prossimo, l’artista compirà 81 anni. Età ingombrante… Mi sembra doveroso ricordarlo attraverso questo libro e le parole di Marta e Simone, che ho raggiunto con una videochiamata alcuni giorni fa…

Marta Fieramonti

Leggo testuale sulla terza di copertina: Marta, «cresciuta in una casa di malati di musica». Simone: «Fin da piccolo gli fanno compagnia le storie di un impiegato, il soldato di Samarcanda e il generale dietro la collina…». Come vi è venuta l’idea di scrivere su un personaggio così complesso e pieno di sfaccettature?
Marta: «È vero, i miei genitori hanno sempre frequentato concerti, hanno viaggiato per andare a vedere concerti e io con loro, fin da bambina. Perché Bob Dylan? Innanzitutto perché lo scorso anno ha festeggiato gli 80 anni d’età e i 60 di carriera, e poi perché è nei nostri interessi di studio, visto che ha vinto anche il Premio Nobel per la Letteratura. In Università si è discusso molto su come un musicista possa aver vinto un Nobel per la Letteratura. Secondo me non è così incongruente: l’Arte, in musica o in letteratura, è una cosa indivisa. Da lì abbiamo deciso di approfondire…».
Simone: «Sul Nobel non siamo d’accordissimo! Ci sono brani di Dylan che hanno una forza poetica indubbia. Però, valutando l’artista nell’insieme ci sono molti alti e bassi. Per me la letteratura deve essere un impegno che ti accompagna per tutta la vita. Dylan ha questi slanci di letteratura, si dà all’esplorazione musicale, segue le mode del momento…».

È un artista che non si è mai fermato solo alla musica: ha imboccato tante strade attraverso la musica…
Simone: «Vero, le mie sono solo osservazioni ma non un presa di posizione decisiva. Lo sto studiando ancora…».

Che lavoro fate, collaborate con l’Università, insegnate?
Marta: «Magari! Lavoro con tesi di laurea e insegno in un doposcuola, corsi di lingue. Ho fatto la triennale in lingue e la magistrale in editoria. Con alcuni amici del liceo da una decina d’anni abbiamo attivato un’associazione culturale dove insegniamo».
Simone: «Collaboro con una piccola casa editrice, anche se è davvero faticoso quel mondo. Però insisto, perché è quello che mi piace fare».

Come vi siete conosciuti?
Simone: «Alla facoltà magistrale: ci siamo messi a parlare di musica e abbiamo continuato a farlo! Poi con il doppio compleanno di Dylan ci è venuta l’idea di scriverci sopra. Per cercare di fare una biografia un po’ più… distaccata. Cercando, cioè, di non mettere l’artista sul piedistallo ma nemmeno di affossarlo. Il modo migliore per valutare un artista è attraverso le sue opere, evitando i sensazionalismi della vita privata. Cosa che lui stesso ha sempre tentato di fare. Voleva solo che si leggessero i testi e lo si valutasse per quello che aveva composto. È questo che mi piace di lui».
Marta: «Quando abbiamo deciso di scrivere eravamo molto spaventati. Dovevamo considerare 60 anni di carriera con una produzione enorme, frutto di una mente geniale, di un eclettismo infinito. Abbiamo capito che una biografia poteva lasciarci meno margine di errore: non avendo vissuto quel periodo, se non attraverso le parole dei nostri genitori, rischiavamo di dare un’interpretazione erronea del personaggio. Il format biografico, dunque, si sembrava quello più accessibile per chi, amatore, si sta avvicinando ora al mondo della scrittura dylaniana».

Simone Pitti

Dopo averlo studiato, ascoltato, scritto: che cosa rappresenta Dylan per voi?
Marta: «Un compagno e un esempio di vita. Dare rilevanza all’uomo Dylan, raccontare anche i dieci anni dove non ha più voluto scrivere perché entrato in una crisi profonda nata dal fallimento del suo matrimonio e, nello stesso tempo, prendersi tutto il tempo necessario per rimettere a posto i tasselli della sua vita per poi riuscire a tornare sul palco e riprendersi il successo, dà grande valore alla sua vita artistica e privata. E ancora: normalmente nessuno dà rilevanza al fatto che Dylan abbia avuto una crisi mistica e che per un periodo si sia avvicinato alla religione. Nessuno ricorda che Dylan si è dedicato tanto al teatro, uno dei suoi migliori amici era Allen Ginsberg e la loro vite e le loro arti sono andate di pari passo. Il Never ending tour che ha iniziato giovanissimo e non ha ancora terminato…».
Simone: «La senti? È innamoratissima!».

Siete praticamente figli del nuovo Millennio. Come vedete i lontani anni Sessanta e Settanta, le manifestazioni, le lotte, i Beatles, l’amicizia di Dylan con Harrison, il rock nel suo periodo più espressivo… C’è, oggi, per voi un nuovo Dylan o una nuova stagione di fermento culturale?
Simone: «Per osservare bene un movimento culturale ci vuole un certo orizzonte temporale. Lo potremo dire tra una decina d’anni. Al momento un cantautore come Dylan non c’è, o almeno io non lo vedo».
Marta: «Concordo! Penso che oggi di grandi cantautori ce ne siano veramente pochi. Mi viene in mente Joe Bonamassa, ma non è al livello di Dylan. È pur vero che nessuno ama il proprio tempo, verificheremo più avanti. Esistono realtà che possono essere interessanti. Non li amo, non mi piacciono, ma osserva i Måneskin: sono un gruppo che comunque, a 20 anni, ha deciso di riportare in auge il rock vero. Per quanto possano essere lontani da tematiche che io vivo, hanno deciso di prendere un impegno sociale, parlare di temi delicati e rilevanti come l’anoressia. E, sempre a 20 anni, hanno aperto il concerto dei Rolling Stones, che non è proprio una cosa che fanno tutti quanti. Un interesse per la musica “vera” ancora c’è, ma secondo me i giovani tendono a dire che è una musica vecchia, dunque non meritevole d’ascolto. È inconcepibile: sarebbe come dire non leggo un libro di un autore ottocentesco perché scritto in quel secolo. Prendi i Rolling Stones, sono anziani ma non significa che non abbiano più niente da dire. Nel 2016 sono stati i primi a suonare a Cuba, dopo la storica visita di Obama a La Habana… non hanno chiamato a suonare un quindicenne rapper…».
Simone: «Vabbè, sul palco sbagliano qualche nota, ma glielo si concede…».

La musica, soprattutto per i teenager, oggi è molto “limitata” nei testi. Si parla di ambiti molto personali, ma non si coglie una coscienza sociale…
Marta: «Credo che anche questo sia dovuto al crollo dell’educazione in Italia. Non si sa più scrivere, ma nemmeno più leggere».
Simone: «Non è solo un problema italiano, c’è un individualismo spinto in tutto il mondo occidentale».
Marta: «Nessuno riesce più a mettersi in relazione con la società, come se fossero due entità separate, non c’è la consapevolezza che la cultura, l’arte, i comportamenti li creiamo noi, come società».

Essere Bob Dylan nel 2022 e seguirlo ha ancora un senso?
Marta: «Sì, assolutamente sì! Dovrebbe essere studiato nelle scuole! Ma non soltanto lui… Prendi per esempio un De Andrè…».
Simone: «Ecco, brava, per me non ci sono confronti Anche se De Andrè si è ispirato a Dylan, presentando pure sue cover, lui regna supremo!».
Marta: «Si dovrebbe ridare importanza a questi artisti, approfittare di loro perché possiamo ancora vederli, goderli, ascoltare quello che hanno ancora da dire. Sicuramente Dylan ha perso centralità, anche se per me il suo insegnamento è ancora attuale».
Simone: «Più che centralità ha perso visibilità. Le sue tematiche sono senza tempo, dunque ancora attuali: vedi la lotta al razzismo o lo schierarsi contro ogni tipo di guerra».

I vostri coetanei, amici come hanno valutato il vostro lavoro?
Marta: «Gli amici tutto bene, alla fine uno si circonda di persone che hanno le tue stesse affinità…».
Simone: «Nel nostro gruppo c’è il test d’ingresso: se non conosci Dylan, De Andrè, il rock anni Settanta, meglio rimanere a una bella distanza!».
Marta: «Lo vedo con i ragazzi a cui insegno: ce n’è uno su dieci che conosce Bob Dylan. Quando hanno visto il libro si sono interessati, hanno chiesto, sono stati stimolati…».

Quali sono i vostri ascolti?
Marta: «Venerdì vado a vedere Eric Clapton, il biglietto ce l’ho da prima del Covid! Il 4 giugno sarò a Milano per ascoltare Elton John. Il mio gruppo preferito che ascolto sempre sono i Pink Floyd».
Simone: «Musicalmente parlando siamo in quell’area lì. Qualcosa di “contemporaneo” nei miei ascolti c’è: per esempio, i The Black Keys o Caparezza».

Continuerete questo filone?
Marta: «Sì, avevamo pensato a Lou Reed con i Velvet Underground e a David Bowie. Poi, come gruppi, i Pink Floyd!».
Simone (ride!): «Siamo umili!».