Giovanni Amighetti e la musica secondo Ahymé

Giovanni Amighetti

Un festival dove si parla di condivisione, di cultura degli altri. Non fusioni a freddo, né tantomeno contaminazioni superficiali. Questo è Ahymé, nato nel 2019 a Parma per iniziativa dell’associazione Colori d’Africa, presieduta da Bessou Gnaly Woh e da Giovanni Amighetti, musicista e produttore parmigiano. Quest’anno la manifestazione ha guadagnato più spazi, più location d’ascolto, tra Emilia Romagna e Lombardia. Iniziata il 23 giugno scorso, chiuderà i battenti il 20 e il 21 luglio con un concerto decisamente interessante: Genesis Piano Project dell’americano Adam Kromelow. Un appuntamento da non lasciarsi scappare per chi ama il rock prog, il 20 al Parco Ducale di Parma e il 21, nell’ambito della rassegna Arena Milano Est 2022, a Lambrate, in via Riccardo Pitteri, accanto al cinema teatro Martinitt. 

Più che un semplice festival, Ahymé è un fantastico meeting sonoro, luogo di incontri e discussione, dove la lingua parlata è quella della musica. Che ha tanti “dialetti” diversi, lo si è visto sui palchi di questa edizione, ma che riesce sempre a creare un luogo di incontro melodico anche dove sembra impossibile. Giovanni Amighetti è un veterano di questi palchi. È sempre stato attratto dalla musica “altra”, dai colori del Sahel, dai griot, dal Desert Blues, ma anche dalle diverse manifestazioni sonore racchiuse nel nostro Paese, dalla Taranta salentina al liscio dei Casadei, due esempi non a caso, tra poco lo vedremo insieme. Questa sua passione è nata tutta grazie ai Genesis e a Peter Gabriel, l’artista che ha fondato la Real World, label che ha dato il via alla conoscenza “strutturata” del concetto di World Music. Giovanissimo li ha contattati e ha iniziato a lavorare e produrre per loro. Erano i primi anni Novanta…

Gabin Dabiré

Giovanni, un bilancio su Ahymé 2022?
«Funziona piuttosto bene. Abbiamo trovato soprattutto più interesse del previsto quando abbiamo fatto delle serate in cui si sono create “cose”. Ad esempio, con Gabin Dabiré, il griot del Burkina Faso – ed è parte di un nuovo progetto – che ha incontrato musicisti di diversa provenienza ed estrazione, dai salentini della Taranta al chitarrista Luca Nobis, a Petit Solo Diabatè: il pubblico è curioso di ascoltare musica nata lì sul palco. Stimoliamo i presenti, li coinvolgiamo, chiedendo magari di darci una nota su cui lavorare… Certo, lo puoi fare solo in concerti più “intimi” con alcune centinaia di persone. È piaciuto e sarà una delle direzioni  prossime del festival. Poi ci sono i soliti temi come quello dell’interculturalità».

Mi riallaccio alla condivisione, argomento che mi preme molto…
«Vale per l’Ahymé ma anche per me, mi sono sempre mosso in questa direzione. Ho cominciato a lavorare nel ’92 con la Real World, la casa discografica fondata Peter Gabriel (nel 1989, ndr). Selezionare vari musicisti e provare a creare una musica contemporanea dove ognuno conservava la propria lingua ma allo stesso tempo cercava di creare un qualcos’altro di nuovo insieme è stato sempre il mio desiderio. Sì direi che in un modo o nell’altro ho continuato a fare comunque questo. Molto all’estero, in questi due anni con un focus più mirato in italia, a causa del Covid, soprattutto in Puglia, con la Taranta, collaborando con Daniele Durante, il direttore artistico della Notte della Taranta, scomparso lo scorso anno, o con Moreno il Biondo Conficconi che lavorava con Casadei e ora con gli Extraliscio, o con Luca Nobis, direttore didattico della CPM la scuola di musica fondata da Franco Mussida. Luca, magari è sconosciuto ai più, ma è un grande musicista. Suonando insieme riusciamo a entrare in sintonia molto più che con le parole!».

I Mokoomba – Foto Eric Van Nieuwland

Hai lavorato fino agli albori della World Music!
«Ero giovane, avevo meno di 18 anni. Seguivo Gabriel, i suoi lavori. Avevo ascoltato il soundtrack di Passion, film di Martin Scorsese: i musicisti che collaboravano con Gabriel erano molto validi, c’era per esempio Geoffrey Oryema, all’epoca prodotto da Brian Eno. Riflettevo sul perché uno così bravo non fosse diventato famoso come Sting. Non era un discorso di qualità, entrambi erano grandi artisti, la differenza stava tutta nel luogo in cui erano nati, uno in Inghilterra, l’altro in Uganda. Così ho contattato Real World e ho iniziato a lavorare con loro nella produzione, soprattutto con Mari Boine (artista e attivista norvegese, ndr), con Ayub Ogada, con cui ho suonato parecchi anni, con David Rodhes… Con lui abbiamo fatto un disco che uscirà agli inizi del prossimo anno assieme ad alcuni astrofisici del JPL della Nasa, dov’è coinvolto anche un chitarrista lappone. Poi mi sono successe cose strane qui in Italia, per esempio con i Casadei».

Torniamo ad Ahymé: non noti dissonanze tra le ragioni del festival e la cultura musicale italiana di questo periodo?
«Non sono così ferrato con la musica italiana, avendo lavorato tantissimo all’estero. Quello che vedo, però – e un po’ lo si è sempre visto – è che manca una cultura musicale. O meglio, c’è stata, poca, sulla musica classica, che però resta legata alla storia, quindi s’è fatto un salto netto al pop commerciale. Manca totalmente la cultura musicale del periodo storico che stiamo vivendo. C’è sempre la solita glorificazione di Mozart, che va benissimo, ma anche un Jan Garbarek e un Morricone sono musicisti importanti della nostra epoca, degni di studio e attenzione».

Chi viene ad ascoltarvi è un pubblico più preparato, dunque?
«Noi siamo un’opzione rispetto alla musica mainstream. Spesso mi sento dire: “Ah, ma questo è il più bello spettacolo che abbia mai sentito”. La verità è che, spesso, si va ai concerti solo perché s’è sentito parlare di questo o di quell’altro artista, magari perché è stato visto sui social o ha fatto parlare di sé nei giornali di gossip. La sensazione all’estero è nettamente diversa. A giugno siamo stati come Ahymé in Germania con Mauro Durante, del canto salentino, per un concerto-omaggio a Daniele Durante. Avevamo un direttore d’orchestra finlandese, Tarmo Peltokoski che dirigeva la Deutsche Kammerphilharmonie Bremen. Oltre a me, che suonavo i synth analogici e il pianoforte, c’erano Luca Nobis… che faceva Luca Nobis!, Mauro Durante (al violino e tamburello), Giulio Bianco (ai fiati mediterranei), Leonardo Cordella (agli organetti e fisarmonica), Francesca della Monaca (alla voce e tamburello) e Valerio “Combass” Bruno (al basso elettrico). Avevamo davanti quattromila persone che non avevano mai sentito la Taranta. Ma tutti hanno ascoltato con grandissimo interesse».

Credo si tratti anche di mancanza di cultura musicale nelle scuole…
«Lo penso anch’io… Musica la fai pochissimo a scuola, è vista come intrattenimento, spettacolo, non come cultura, eccetto che per la Classica. Il rendere cultura solo un certo periodo storico aiuta chi gestisce determinati teatri… Ricordo, anni fa, che a Parma si tenne un concerto di Ryūichi Sakamoto: gli organizzatori non sono riusciti a farlo passare come evento culturale, dunque avendo un costo di affitto della struttura pubblica calmierato, perché solo alla Classica spetta questo “privilegio”. Manca anche un altro fattore culturale: da spettatore, mi piace questo artista e vado a supportarlo. Molti si aspettano che il concerto di un musicista non “famoso” perché non lo hanno mai sentito nominare sia gratuito, mentre per il superconcerto della rockstar si è disposti a pagare centinaia di euro».

Genesis Piano Project – Adam Kromelow

A proposito di World Music, anche il mainstream piatto sta attingendo a piene mani dalla musica mediterranea, nordafricana, rischiando di banalizzarla…
«C’è una globalizzazione generale anche nella musica ma poi si cercano nuovi inserimenti per basi che sono sempre tutte uguali. Per me resta la distinzione tra musica che si suona, di ricerca, e musica da inserire su basi. Quest’ultima mi interessa poco. Ho fatto un disco con un musicista Tuareg, Faris Amine, che aveva suonato con i Tinariwen. Era stato candidato a un premio nei Songlines Award per il disco Mississippi to Sahara, perché era andato alla ricerca delle radici del Blues americano. Quando i musicisti Tuareg sono stati arruolati in Libia da Gheddafi, hanno avuto le chitarre elettriche e si sono resi conto che quello che facevano con i loro strumenti tradizionali, con la chitarra suonavano sostanzialmente… Blues. Ne parla il docufilm-serie di Martin Scorsese The Blues. C’è sempre una correlazione, Mahmood alla Notte della Taranta, due anni fa, rende bene quello che voglio dire. Anche se a me può stancare questo auto-tune costante…».

Viene usato per coprire errori dei cantanti…
«È una moda come lo è stato il riverbero Gated sul rullante negli anni Ottanta. Finirà anche questa…».

Ritorno sull’Ahymé: lo fate solo in Italia?
«L’Ahymé come tale è nato nel 2019, perché mi era stato chiesto da un’associazione di africani di Parma di pensare un’integrazione attraverso la musica. Il primo anno è stato organizzato al museo Etnografico di Parma, c’erano Ray Lema, musicista del Congo, i Mokoomba dallo Zinbabwe, che hanno suonato anche questa’anno, e Gasandji, giovane musicista francese. Mi piaceva il significato della parola Ahymé: in una delle lingue africane significa, andiamo insieme. Poi ci sono alcune iniziative che faccio all’estero, collaborazioni con il nome Ahymé».

Cosa stai preparando ora?
«Con Luca Nobis abbiamo fatto un disco lo scorso anno, Play@esagono, Vol I, è in fase di missaggio il Volume II, lo pubblicheremo a ottobre. Cerchiamo di divulgare una musica italiana contemporanea. Con il Covid ci siamo concentrati di più sull’Italia e abbiamo trovato musicisti molto validi, soprattutto nel Meridione. L’anno scorso abbiamo coinvolto Fiorenzo Tassinari dei Casadei, Jeff Coffin della Dave Matthews Band, Petit Solo del Burkina Faso…».

Cos’è, dunque, per te la musica?
«Suoni che si mettono insieme. Non è un discorso di note, perché queste portano già a schemi predefiniti. Ognuno emette i suoni che sente e insieme si cerca di creare un’emozionalità. Poi c’è il discorso ritmico, ma ci riteniamo comunque molto liberi nel creare insieme. Un’emozione che è prima dei musicisti, che poi trasmettono al pubblico».

Che generi musicali preferisci?
«Sono quelli della mia formazione, musica classica, i Genesis, Laurie Andreson, poi ci sono musicisti di tradizione musicale differente con cui mi piace molto suonare insieme, cercare con loro un punto d’incontro. Se c’è capacità e disponibilità d’ascolto ci si trova. Torno al discorso delle scuole: per i ragazzi sarebbe indispensabile più ascolto…».

Bruce Hornsby e il suo nuovo “Non-Secure Connection”…

Vi ricordate The Way it is, fortunato brano uscito nel 1986, ripreso anche da 2Pac con il titolo di Changes? Portava la firma di un musicista istrionico, Bruce Hornsby, allora con i Range. Di strada il pianista della Virginia (ha suonato per due anni anche con i Grateful Dead, agli inizi dei Novanta) ne ha fatta, e tanta. Con una coerenza di fondo mai dimenticata: il non voler pervicacemente essere etichettato in un genere. Hornsby ha percorso – e continua a percorrere – tutte le strade della musica.

Soul, funk, rock, jazz, bluegrass, pop mainstream, tutto e il suo contrario. L’ultimo lavoro – ed è per questo che ve ne parlo – Non-secure Connection, uscito ad agosto, ritrova un Hornsby in gran vena creativa. Confesso, mi piace molto!

Rock, prog, jazz spalmato in maniera coscienziosa, pop quanto basta, sembra di ascoltare i Genesis e Peter Gabriel, soprattutto, quest’ultimo, nell’intonazione vocale metallica. Parallelamentei a un ventennale sodalizio fortunato e simbiotico con il regista Spike Lee, Bruce non ha mai smesso di pubblicare gran bei lavori, come l’ultimo.

Molta attenzione sia alla partitura sia ai testi, un lavoro altamente critico verso il mondo web – per capirlo basti ascoltare Porn Hour: “We got everything we want with a mouse click, The innovation of the Internet. We thank the hard boys and the naked girls For the coming of our beautiful cyber world” – con lo spazio alle solite sue collaborazioni di massimo livello.

Come quelle con Vernon Reid, chitarrista dei Living Colour e la cantautrice e poetessa Jamila Woods (Bright Star Cast) e con il violinista (polistrumentista) Rob Moose (The Rat King). C’è persino Leon Russell, artista di culto, mancato nel 2016, in una registrazione che Bruce aveva fatto insieme un quarto di secolo fa (Anything Can Happen) e una solida My Resolve, suonata con James Mercer (The Shins, Broken Bells).

D’effetto anche Cleopatra Drones, canzone che apre il disco e ben dispone all’ascolto. Se volete approfondire l’artista, ascoltatevi un altro paio di album, Hot House del 1995: molto jazz e funk con collaborazioni eccellenti come Béla Fleck, il virtuoso del banjo, Pat MethenyJimmy Haslip, bassista e fondatore degli Yellowjackets, e il doppio Spirit Trail, uscito nel 1998. Ah dimenticavo, un altro album bellissimo: Absolute Zero, del 2019, che il New York Times ha definito “ccmplesso e per nulla alla moda, dunque, ottimo”! Anche qui collaborazioni di sostanza, con il batterista jazz Jack DeJhonette nel brano che dà il titolo all’album, per proseguire con Justin Vernon (Bon Iver) – uno dei suoi “giovani colleghi” preferiti – in Cast OffBuon Bruce, dunque!

Interviste/ Paolo Alessandrini e la sua… “Matematica Rock”

Paolo Alessandrini, 49 anni, è l’autore di “Matematica Rock” – Foto Walter Criscuoli.

L’ho scoperto per caso, in una delle mie incursioni in libreria. E il titolo mi ha subito attirato: Matematica Rock. Il sottotitolo, Storie di musica e numeri dai Beatles ai Led Zeppelin, mi ha convinto all’acquisto. Per uno che di matematica non ha voluto mai capirne nulla, averlo tra le mani è stata una sfida. E confesso: fin dalle prime pagine mi ha catturato. Si sa, l’ignoto attira… Vabbè, non vorrei farvi credere che sono uno “zero assoluto” a far di conti, come si diceva un tempo, ma l’approccio ai temi promessi nel titolo è stato per me l’inizio di una gran bella avventura. Leggerlo, per chi è appassionato di rock e storie al limite dell’assurdo, è stato come divertirsi sulle pagine di un libro d’avventure, ricco di colpi di scena e spunti di riflessione. Al punto che ho preso il telefono e ho chiamato l’autore di questo “romanzo professionale” di 237 pagine pubblicato nel luglio dello scorso anno per Hoepli. Lui è Paolo Alessandrini, veronese, classe 1971, professore di matematica in un istituto professionale in provincia di Treviso e, nella precedente vita, ingegnere informatico di laurea e professione.

Come ti è venuta l’idea di scrivere un libro che parla di formule matematiche e musica?
«È nata tanti anni fa. Nel 2014 avevo scritto e pubblicato un breve e-book dal titolo La matematica dei Pink Floyd, perché avevo notato diversi punti di contatto curiosi, come la strana cover di Ummagumma (disco doppio dei Pink Floyd uscito nel 1969: un incastro di foto scattate nello stesso luogo poste una all’interno dell’altra, apparentemente identiche ma tutte diverse, ndr), il prisma di The Dark Side of The Moon, la canzone Chapter 24 (nona traccia del primo disco della band inglese, The Piper at the Gates of Dawn; Syd Barret nella scrittura si era ispirato al libro cinese dell’I Ching, ndr). Sono sempre stato uno molto curioso, così dai Pink Floyd mi sono allargato a molti altri gruppi o rockstar per scoprire legami tra matematica e questo genere di musica. Dischi, testi, immagini delle coeprtine, così è nato un libro particolare diviso in capitoli che sono le diverse branche della matematica, dall’aritmetica e algebra all’analisi».

Insomma, il rock è trasgressione, libertà vuoi dirmi che i grandi musicisti, da Elvis ai Genesis a Kate Bush ai Tool sono stati o continuano a essere anche delle profonde menti matematiche?
«No, affatto. Non vuol dire che Tony Banks, tastierista dei Genesis nel comporre Firth of Fifth abbia fatto un’operazione intenzionale  considerando i numeri di Fibonacci, probabilmente è stato un caso. Altri, invece, come Kate Bush che ha intitolato un brano Pi (il Pi greco), volevano dire sicuramente qualcosa. O ancora, i Queen in We Will Rock You con il famoso stomp-stomp-clap, brano in cui, per dare il massimo della potenza espressiva, Brian May s’è inventato in base a una sequenza di numeri primi un efficace effetto riverbero. Molti collegamenti matematici sono elaborazioni fatte a posteriori. Prendi, ad esempio, il lavoro che hanno fatto nel 2018 tre accademici americani, uniti dalla passione per i Beatles, sulle attribuzioni delle canzoni della band a Lennon o McCartney, uno dei grandi dilemmi del rock: affrontando il problema attraverso la matematica statistica, hanno concepito un algoritmo intelligente in grado di definire con una certa sicurezza chi tra i due artisti avesse realmente scritto, ad esempio, In my Life o The Word.

Dunque, il rock è spontaneo e la matematica una rigida disciplina?
«No per niente. Voglio pensare che il rock sia rivoluzionario, trasgressivo, libero, spontaneo. E  paradossalmente anche la matematica è così, nonostante sia considerata generalmente arida e rigida. Sapendola interpretare ed esplorare in maniera diversa, non convenzionale, è in realtà una disciplina molto libera, creativa, trasgressiva. Tornando alla musica, questa è profondamente matematica, se n’era accorto già Pitagora notando come i suoni piacevoli non nascessero in modo casuale. Le scale, le armonie, i ritmi hanno a che fare con la matematica, inconsciamente chi fa musica la percepisce. Leibniz diceva “fare musica è contare senza essere consci di contare”. Nel mio libro ho voluto analizzare un lato un po’ insolito della musica e della matematica».

Breve divagazione: suoni qualche strumento?
«Ahimé, sono la pecora nera della famiglia. Mio padre ha insegnato per anni al conservatorio di Verona armonia e contrappunto. Le mie due sorelle sono entrambe musiciste. Sono cresciuto in mezzo alla musica, è stata ed è il mio pane quotidiano, direi che il mio DNA musicale s’è sviluppato sotto forma di matematica. Canto in un coro polifonico a 4 voci, la Corale Ravel, sono un basso. Facciamo di tutto, dal gregoriano alla musica barocca a Mozart, passando per Ravel e anche per brani rock pop come Impressioni di Settembre della PFM  o Barbara Ann dei Beach Boys. Mi diverto molto».

Insegni matematica attraverso la musica?
«No, dai. Voglio solo dimostrare ai miei allievi che la matematica non è qualcosa di noioso e spesso incomprensibile che venuta giù dal cielo, cristallizzata per l’eternità. Come la musica, si evolve, cambia. Nella storia di questa disciplina ci sono state menti trasgressive che hanno dato nuovi impulsi e prospettive allo studio matematico. Prendi, ad esempio, i numeri immaginari inventati da un gruppo di matematici creativi nel Cinquecento: la radice quadrata di -1 non si può calcolare. Ma se una cosa non si può fare si può sempre trovare un modo per farla lo stesso…».

Nella storia non sono esistiti i matematici puri, questi erano filosofi, storici, teologi, giuristi e anche matematici…
«Esatto, oggi le discipline sono settoriali, non c’è solo il matematico, ma chi si occupa di specifiche sue aree, a differenza, per esempio, di Cartesio che era filosofo e grande appassionato di matematica; essendo ricco di famiglia, ha vissuto la sua vita studiando. Secondo me la matematica non è una vecchia disciplina ma un’arte. Fa parte della cultura di un popolo, come la musica, il cinema, la pittura. È una forma di espressione umana. Brian May, chitarrista dei Queen è un fisico, Johnny Buckland, il chitarrista dei Coldplay, è laureato in matematica…».

Paolo Alessandrini in una delle sue presentazioni-spettacolo assieme al chitarrista Stefano Zamuner e alla cantante Giorgia Pramparo

Torniamo al tuo libro, lo stai presentando in modo particolare…
«Avevo due strade. La prima, istituzionale, una classica esposizione con risposta a eventuali domande. Ma l’argomento del libro si presta particolarmente a una conferenza-spettacolo sulla materia, dove trovano posto la matematica e anche la musica. Sfruttando la collaborazione di un amico chitarrista, Stefano Zamuner, e della cantante Giorgia Pramparo abbiamo preparato quindi una presentazione che è anche uno spettacolo vero e proprio. L’abbiamo portato in molti luoghi, al Festival della Statistica di Treviso o a quello della Scienza a Genova, ma anche a Dolomiti in Scienza a Belluno. Per i lettori del libro ho preparato una playlist su Spotify, con tutti i brani citati in sequenza di capitoli».

Prima di chiudere, quali sono le tue passioni musciali?
«Chi mi conosce lo sa: sono un beatlesiano incallito. Da sempre. Sono stato fortunato: qualche anno fa credevo che i Fab Four non avessero spunti matematici, invece ne hanno, eccome! Mi piace il rock progressivo, ascolto i Radiohead. Ma non solo: amo immensamente anche molta parte della musica classica e del jazz. Sono uno curioso, te l’ho detto, cerco di cogliere il meglio da tutta la musica!».

Breaknotes/ L’Inghilterra dice addio all’Unione Europea…

Il giorno del divorzio è arrivato. Da oggi, 31 gennaio, l’Inghilterra non farà più parte dell’Unione europea. La snervante attesa, dopo anni di tira e molla, Primi Ministri “bruciati” e una deputata laburista, Joe Cox, uccisa a colpi di pistola e coltello durante la campagna elettorale il 16 giugno 2016 (ricordata l’altro giorno dal presidente del parlamento europeo David Sassoli, durante l’approvazione dell’accordo di recesso del Regno Unito), s’è trasformata in realtà. La votazione nelle sale di Strasburgo è finita in musica, quella intonata dai deputati europei, Auld Lang Syne, conosciuta in Italia come il Valzer delle Candele, canzone scozzese con cui si saluta  tradizionalmente l’anno appena trascorso, o anche chi se ne va. 

In occasione della Brexit, mi ronzava in testa, invece, un refrain di vecchia data, quello di Dancing with the Moonlit Knight, dei Genesis dallo strepitoso album Selling England By The Pound (che si può tradurre con un Svendendo l’Inghilterra un tanto al chilo).

Uscito nel 1973, è considerato uno dei migliori, se non il più elegante, colto e raffinato, “manifesto” del Progressive Rock made in England. Neologismi praticamente impossibili da tradurre frutto della mente creativa di Peter Gabriel, melodie complesse, in sovrapposizione, tortuose, spettacolari, post psichedeliche, opera di Gabriel, Steve Hackett, Mike Rutherford, Tony Banks (tutti classe 1950) e Phil Collins (1951). Riascoltatelo, ne vale la pena…

Qui le prime tre strofe:

«Can you tell me where my country lies?»
said the Unifaun to his true love’s eyes.
«It lies with me!», cried the Queen of Maybe
– for her merchandise, he traded in his prize.

«Paper late!» cried a voice in the crowd.
«Old man dies!».
The note he left was signed ‘Old Father Thames’
– it seems he’s drowned;
Selling England by the pound.

Citizens of Hope & Glory,
Time goes by – it’s “the time of your life”
Easy now, sit you down.
Chewing through your Wimpey dreams,
they eat without a sound;
digesting england by the pound…

 

«Mi puoi dire dove si trova il mio paese?»
Chiese l’Unifaun (gioco di parole tra Uniform e Faun, ndr) al suo amore.
«È con me!» gridò la “Regina del Forse” (altro riferimento a una figura mitica della cultura inglese, la Regina di Maggio, che indica la primavera, ndr)
– per le sua merce ha scambiato il suo premio.

«Ultime notizie», urlò una voce tra la folla.
«Il Vecchio Uomo muore!».
Il promemoria che ha lasciato era firmato “Vecchio Padre Tamigi”
pare sia annegato;
Svendendo l’Inghilterra un tanto al chilo.

Cittadini di Speranza e Gloria (sono i sudditi inglesi, ndr)
Il tempo passa – ed è il “periodo delle vostre vite”
Tranquilli, sedetevi.
Masticando completamente il vostro sogno Wimpey (era una catena di fast food inglese, al tempo, simbolo di massificazione, ndr)
Mangiano senza far rumore;
Mentre l’Inghilterra viene digerita un tanto al chilo…