Lookin’ For A Leader 2020: Neil Young continua la sua campagna

Dalle parole è passato alle note. Ritorno brevemente sulla dura campagna di Neil Young contro il presidente degli Stati Unit, Donald Trump. Dopo aver annunciato che si rivolgerà a un giudice per tutelare l’uso del suo brano Rockin’in the Free World, notizia di cui vi ho parlato un paio di giorni fa, l’artista ha rilasciato una nuova versione di un suo precedente brano, del 2006, Looking for a Leader (dall’album Living With War, quella volta, al centro delle sue canzoni, erano Bush e la sue bugie che hanno scatenato la guerra contro l’Iraq).

Lo ha battezzato Lookin’ for a Leader 2020 (cliccate sulla foto per ascoltarlo).

Dritto all’obiettivo: chitarra armonica voce e un cajon a scandire il tempo, Young invita gli americani a trovarsi un leader vero, uno che non «fa erigere muri attorno alla nostra casa». In una strofa ricorda Barack Obama: «… and we really need him now/The man who stood behind him has to take his place somehow/», sostenendo senza nominarlo, il vice di Obama e candidato dei democratici alla corsa presidenziale del novembre prossimo, Joe Biden.

Insomma, NY ha iniziato la sua personale campagna contro DJT. E si sa, visto il carattere, che l’osso non lo mollerà facilmente…

Neil Young: quando la musica diventa una questione legale

La domanda non è di poco conto: può un artista rifiutarsi che un suo brano, seppur regolarmente pagato rispettando i diritti, venga utilizzato da qualcuno che nulla ha a che vedere per ideali, impegno politico, storia personale con l’artista medesimo? Mi riferisco alla querelle in corso tra Neil Young e Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti, da sempre fan dell’artista canadese da pochi mesi diventato anche cittadino americano, finisce i propri comizi sempre con la stessa canzone, Rockin’ in the Free World, brano di Young pubblicato nell’album Freedom (1989).

Lo fa da anni, è una sorta di suo “imprinting”, la sua “colonna sonora”. Ed è proprio questo a disturbare Young, come lui stesso ha spiegato qualche giorno fa in un post sul suo sito e a spingerlo a querelare l’uomo (ahinoi) più potente del mondo per vedere tutelato e non travisato il senso del proprio lavoro, la sua forte valenza artistica, insomma il suo pensiero, divergente eccome da quello del capo supremo.

Come la pensi Young sulle modalità di gestione dell’amministrazione Trump – dall’approccio al Covid19 ai tumulti di piazza dopo l’assassinio di Geroge Floyd da parte della polizia, alla violenta reazione delle forze dell’ordine alle manifestazioni che hanno rimesso in discussione la famosa “libertà” americana – lo sappiamo. L’artista non esita a esprimere il suo pensiero critico, soprattutto in vista del voto di novembre che lui, novello cittadino Usa, non vede l’ora di esercitare…

Più chiaro di così: Neil Young non vuole condividere attraverso un suo brano le idee reazionarie e strampalate di Trump. Sono curioso di sapere come la pensiate, gradirei un’interazione su questo. Io sto dalla parte del vecchio, brontolone Neil. Che ha ragione da vendere: pagare semplicemente i diritti di riproduzione e usare un brano quanto, come e dove si voglia non può essere il solo metro di misura. Come ogni opera dell’intelletto anche una canzone va tutelata, rispettando il senso del testo e quello che l’autore, con quelle precise parole e quelle note, voleva dire e immaginare. Non è questione di destra e sinistra, di democratici o repubblicani, è piuttosto un atto di sensibilità e rispetto.

Capisco che lo spiccio e approssimativo palazzinaro miliardario diventato presidente possa non comprenderlo. La musica e l’arte in genere non dovrebbero essere strattonate e forzate da chi cerca interessi e consensi facili, facendo il piacione, magari sostenendo alla lettera – e a suo modo di vedere, plasticamente – che lui non è il Satana che tutti credono, rubando e traslando a suo vezzo sartoriale ciò che il musicista voleva rappresentare (prima strofa di Rockin’ in the Free World):

«There’s colors on the street
Red, white and blue
People shufflin’ their feet
People sleepin’ in their shoes
But there’s a warnin’ sign on the road ahead
There’s a lot of people sayin’ we’d be better off dead
Don’t feel like Satan, but I am to them
So I try to forget it, any way I can».

Fa dunque bene Young, come hanno fatto i Rolling Stones e la famiglia di Tom Petty sempre nei confronti di Trump e del suo uso di loro brani, a rimarcare il diverso modo di intendere la vita, l’impegno, la politica, a difendere i concetti che sono alla base del suo lavoro artistico. Fa bene a tutelarsi portando la faccenda davanti a un giudice. Ne va della libertà di espressione, della giusta pretesa di non ribaltare concetti e parole in modo strumentale. «This is not OK for me», ha twittato Young nel vedere la sua canzone usata nell’ennesimo “rally” alle Black Hills, luogo sacro per i Lakota Sioux: «I stand in solidarity with the Lakota Sioux & this is NOT ok with me». 

 

Breaknotes/ Donald Trump e la Bibbia… vanità e pregiudizio

Non so se lo avete notato, ma Donald Trump in foto viene più o meno sempre allo stesso modo:  un simil ghigno accentuato dalla pettinatura improbabile. Il personaggio in questione ha un bel po’ di problemi ultimamente. La pessima gestione della pandemia di coronavirus lo ha fatto cadere nei sondaggi – e le elezioni sono prossime. In aggiunta, le rivolte scatenate in tutto il Paese a seguito dell’assassinio a sangue freddo, impietoso e spietato, di George Floyd, afroamericano soffocato dal ginocchio di un poliziotto dall’aria e dai modi piuttosto criminali, ha costretto l’uomo più potente della Terra (dovremo iniziare a rivedere questa definizione guardando a Oriente…) in un angolo del ring dove da qualche anno saltella, si scansa e tira pugni ai suoi avversari.

Per riprendersi, tre giorni fa è uscito in passerella dal bunker della Casa Bianca per farsi una foto davanti a una chiesa, con la Bibbia in mano. Assomigliava tanto alle passeggiate/sfilate solitarie di Kim Jong Un. L’immagine mi ha colpito quanto quella dell’omicidio di Floyd. La faccio semplice, ma quell’uomo solitario, dritto come uno stoccafisso, che con il solito ghigno mostra la Bibbia davanti alla St. John’s Church, a due passi dalla Casa Bianca, superprotetto da poliziotti in tenuta antisommossa che pochi minuti prima, per permetterne l’esibizione, avevano sparato lacrimogeni e proiettili di gomma contro le persone che stavano manifestando, ha fatto incazzare molti, anche la reverenda Mariann Budd, vescovo episcopale di Washington, che ha definito l’incursione davanti all’edificio di culto «Un abuso di simboli sacri» e «un messaggio antitetico agli insegnamenti di Gesù e a tutto ciò che le nostre chiese rappresentano». Quale canzone poteva meglio rappresentare The Donald in quel momento? Non ho dubbi: You’re So Vain di Carly Simon. Qui sotto il testo…

You walked into the party

Like you were walking on to a yacht

Your hat strategically dipped below one eye

Your scarf, it was apricot

You had one eye in the mirror

As you watched yourself Gavotte

And all the girls dreamed that they’d be your partner

They’d be your partner, and

You’re so vain

You probably think this song is about you

You’re so vain (you’re so vain)

I’ll bet you think this song is about you

Don’t you?

Don’t you?

Oh, you had me several years ago

When I was still quite naive

When you said that we made such a pretty pair

And that you would never leave

But you gave away the things you loved

And one of them was me

I had some dreams, they were clouds in my coffee

Clouds in my coffee, and

You’re so vain

You probably think this song is about you

You’re so vain (you’re so vain)

I’ll bet you think this song is about you

Don’t you?

Don’t you?

Don’t you?

I had some dreams, they were clouds in my coffee

Clouds in my coffee, and

You’re so vain

You probably think this song is about you

You’re so vain (you’re so vain)

I’ll bet you think this song is about you

Don’t you?

Don’t you?

Well I hear you went up to Saratoga

And your horse, naturally, won

Then you flew your Learjet up to Nova Scotia

To see the total eclipse of the sun

Well, you’re where you should be all the time

And when you’re not, you’re with some underworld spy

Or the wife of a close friend

Wife of a close friend, and

You’re so vain

You probably think this song is about you

You’re so vain (so vain)

I’ll bet you think this song is about you

Don’t you?

Don’t you?

Don’t you?

You’re so vain

You probably think this song is about you

You’re so vain

You probably think this song is about you

You’re so vain

Musica e Società/La Musica? È una Scienza Sociale

Musica come scienza sociale, capace di raccogliere e offrire stimoli di riflessione, elaborare impegno civile, affrontare temi complessi, dalla politica all’integrazione, dall’ambiente alla cultura. Musica senza barriere, che non ha paura di contaminarsi, anzi, scava nei generi, li plasma, fonde, elabora.

Mi ha molto colpito Waiting Game, il nuovo doppio album di Terri Lyne Carrington & Social Science (dal sito di Terri Lyne potete ascoltare un’anteprima) uscito l’8 novembre dello scorso anno per Motéma Music. Terri Lyne, nata il 4 agosto del 1965 a Medford, una manciata di chilometri da Boston, Massachusetts, è una brillante musicista jazz, suona le percussioni, alla batteria è un’esplosione programmata di ritmi che ti ammaliano, ha suonato con grandi nomi da Herbie Hancock a Wayne Shorter e insegna alla prestigiosa Berklee College of Music dove è anche direttrice dell’Institute of Jazz and Gender Justice, dipartimento da lei stessa fondato per rendere consapevoli allievi e musicisti come anche nel jazz ci sia da sempre una grande discriminazione di genere (le donne musiciste sono rarissime, è loro concesso solo cantare…).

Insieme a lei, un gruppo di altrettanto solidi artisti che si sono uniti nel progetto Social Science, il pianista e tastierista Aaron Parks, il chitarrista canadese Matthew Stevensil polistrumentista, produttore e compositore Morgan Guerin al basso e sassofono, la cantante Debo Ray e Kassa Overall, MC/DJ, artista che unisce jazz e hip hop (s’è esibito a Milano lo scorso novembre al JazzMi). Insomma, un bel parterre, ma non basta: al lungo lavoro di composizione e registrazione dell’album, durato due anni e mezzo, hanno partecipato anche ospiti d’eccezione come i rapper Kokayi in Purple Mountains, Maimouna Youssef in If Not Now, Rapsody, The Anthem, Raydar Ellis in Pray The Gay Away o i “parlati” dell’attore Malcolm-Jamal Warner in Bells (Ring Loudly) e della cantautrice e bassista Meshell Ndegeocello, in No Justice (For Political Prisoners).

Terri Lyne Carrington con i Social Cience – Photo Credit: Delphine Diallo

Si tratta, dunque, di un sofisticato progetto musicale, ma non solo: è anche un gran bel lavoro sociale e culturale che, invece di prendere la forma di un libro, ha assunto quella di uno spartito. 

Curioso, come ha raccontato la stessa Terri Lyne nelle interviste rilasciate in occasione dell’uscita del disco, chi sia stato l’inconsapevole motore della nascita dei Social Science: Donald Trump e la sua elezione a presidente degli Stati Uniti. Il dovere da cittadini di non stare zitti, la forma di protesta tradotta in parole e musica per le idee oltranziste del miliardario-presidente hanno unito questi artisti pronti a spaziare tra i generi musicali (dall’hip hop al brasiliano maracatu) e a mettere a fuoco i problemi che, secondo loro ovviamente, stanno affliggendo l’America.

Nella seconda parte del disco, il gruppo si abbandona a 40 difficili minuti di improvvisazione pura chiamati Dreams and Desperate Measures (Sogni e provvedimenti disperati) con il contributo della mitica bassista Esperanza Spalding.

Un messaggio libertario forte e chiaro, testimoniato proprio dalla volontà del gruppo di non legarsi a generi musicali definiti ma di collegare, in un universo liquido di note e ritmi, generi profondamente diversi, come bene hanno spiegato i Social Science: «Un’eclettica alternativa al mainstream. La musica trascende, rompe le barriere, ci rafforza, guarisce vecchie ferite. La Musica è Scienza Sociale».