Nino Buonocore, il jazz e la Festa della Musica

Nino Buonocore – Foto Marco Medaglia

21 giugno, Festa della Musica. Come ogni anno, da quarant’anni a questa parte (se l’inventò l’allora Ministero della Cultura Francese diretto da Jack Lang con la dicitura Faites de La Musique), è una giornata dedicate al “fare” musica, Make Music Day per gli anglosassoni, poi diventato in Francia, Spagna e Italia, Fête, Festa (la pronuncia per Faites e Fête è praticamente la stessa). In Italia la si festeggia da 28 anni. Il tema 2022, come si legge sul sito ufficiale della manifestazione, è Recovery Sound Green Music Economy: ovvero, porsi l’obiettivo della ripartenza del settore Musicale attraverso una particolare attenzione e rispetto per l’ambiente…

Fare e festeggiare sono due “azioni” che vanno molto d’accordo. Perché, comunque, suonare implica voglia di ascoltare, divertirsi, ballare, emozionarsi, giocose declinazione del fare. Tra le numerose iniziative organizzate lungo tutta la Penisola, mi focalizzo su una, in Puglia, a Francavilla Fontana (Brindisi), dove, alle 21, in piazza Giovanni XXIII, salirà sul palco Nino Buonocore.

È uno di quegli artisti che ho continuato a seguire negli anni. Napoletano, classe 1958, è famoso per canzoni divenute hit nel mondo, vedi Scrivimi, Rosanna, E se qualcuno domani… Con la sua erre leggermente arrotata e soprattutto con quella raffinata capacità di comporre e arrangiare, ha seguito una strada che lo ha portato inevitabilmente, nel corso della sua lunga attività, dal pop al jazz. 

Nell’album Una città tra le mani, uscito negli inizi del 1988, ha collaborato anche Chet Baker. Se andate in rete trovate le loro esibizioni in alcuni video dell’epoca. La naturale evoluzione al jazz lo ha portato a pubblicare lo scorso anno un gran bel lavoro, In Jazz (live), 14 brani, registrati il 27 Febbraio 2020 a Roma presso l’Auditorium Parco della Musica, tutti suoi lavori già ascoltati, rivisitati con sapienza, e un nuovo brano, Meglio Così.

Un live registrato d’impatto, grazie a un’intesa perfetta con i musicisti, Antonio Fresa al pianoforte, Antonio De Luise al contrabbasso, Amedeo Ariano alla batteria, Flavio Boltro alla tromba e Max Ionata, al sax.

Proprio la Festa della Musica mi ha spinto a chiamarlo e a parlare di musica, linguaggio, spontaneità, generi…

Nino, rispetto al pop anni Ottanta, noti anche tu un certo impoverimento-appiattimento nella musica mainstream?
«Niente di nuovo, siamo in linea con i mutamenti sociali. Il livello culturale si è abbassato tantissimo e le arti ne risentono, sono influenzate da questo nuovo stimolo».

Non sarà anche che, grazie alla tecnologia, non serve sapere suonare…
«Gli strumenti per fare musica oggi sono più semplici, se comparati alle altre arti. Se vuoi dipingere devi avere una certa formazione, lo stesso se vuoi scrivere o scolpire. Mancando questo approccio conoscitivo è ovvio che, grazie alla tecnologia, tutti ci provino. Poi è chiaro che per uno come me, che viene da storie di suono “analogico”, dove si imponeva la conoscenza del linguaggio musicale, questi sono percorsi difficili da capire».

Che concetto hai della musica?
«Molto rispettoso. Sono un autodidatta: vengo da una famiglia che non aveva le possibilità per farmi studiare. L’approccio spontaneo è liberatorio, ma poi arrivi a un punto che senti la necessità di approfondire. Ho dovuto farlo per forza, per poter dialogare con personaggi che non parlano la tua stessa lingua! La musica è un linguaggio condiviso, invece dell’inglese ho imparato quest’altro idioma…».

Con la musica non hai mai avuto ostacoli linguistici…
«Se conosci la musica parli la stessa lingua degli altri musicisti. Ci si capisce perfettamente così, non servono le parole».

È quello che hai fatto con Chet Baker?
«Sì, era un personaggio affascinante, un artista che mi ha molto emozionato».

Ha collaborato nel tuo album Una città tra le mani, giusto?
«Sì, in più brani. Il suono della sua tromba era perfetto per quel lavoro. Il mio staff riuscì a contattarlo. Ci siamo incontrati in un bar. La notte prima ero andato in paranoia, l’ho passata trascrivendo tutti i brani in modo dettagliato. Il giorno dopo mi sono presentato consegnandogli gli spartiti. Lui li ha guardati, li ha messi da parte (non sapevo che non leggesse la musica) e mi ha detto: “Fammi ascoltare qualcosa tu”. Dopo pochi minuti ha risposto: “Ok, lo faccio”».

Così avete registrato…
«In sala d’incisione è stato lapidario: “Tu canta che io suono”, la riprova che la musica è un’entità libera, dove basta saper parlare la stessa lingua per realizzare cose fantastiche».

A Sanremo ci sei stato più d’una volta… Oggi ci andresti?
«In quegli anni il Festival era un grande trampolino di lancio anche per chi faceva una musica di livello diverso. Portavi una canzone che, se al pubblico non piaceva, attirava però l’attenzione della critica. Oggi è cambiato tantissimo, è più votato allo spettacolo, un grandissimo show in cui la musica non è l’elemento essenziale. All’epoca, ci si metteva a studiare mesi e mesi prima per trovare la canzone giusta, quella che riuscisse a rappresentare il tuo repertorio, un brano che dovesse durare nel tempo».

Nino Buonocore – Foto Franco Medaglia

Torno alla musica come linguaggio: sei una persona molto riservata, che parla poco, non certo un presenzialista!
«I musicisti veri hanno dentro un bisogno che esprimono scrivendo canzoni. Credo che tutto sia partito da un disagio verso un modo tradizionale di comunicare. Quelli come me che vengono da una scuola cantautorale sanno che la musica è importante, ha cambiato persino gli Stati, è un forte volano culturale. Oggi non c’è questa urgenza di esprimere contenuti sociali, che comunque ci sono, piuttosto condizioni personali. Non è più pilota di cambiamento».

Come ti sei avvicinato al jazz?
«Non amo fare catalogazioni estreme, per me la musica è una sola. L’unica suddivisione è in bella o brutta! La musica ha bisogno di libertà espressiva: dopo anni alla ricerca di una tua precisa identità, il jazz ti permette di prendere strade più… avventurose, diverse».

Un punto consapevole di arrivo e non una partenza…
«È un percorso naturale legato anche alla crescita artistica, c’è da aspettarselo. I musicisti che suonano con me arrivavano tutti da varie estrazioni, rock, funk, blues… Il jazz non è un punto di arrivo ma una delle tante fermate di questo treno meraviglioso che è la comunicazione musicale».

Per suonarlo devi avere però molti strumenti culturali a disposizione…
«È una forma di grande libertà espressiva, la differenza che c’è tra un amico e un conoscente. All’amico dici tutto, puoi aprirti, mentre con un conoscente sei portato a essere più riservato. Il jazz è un amico».

Al concerto di domani sera a Francavilla Fontana suonerai jazz?
«Se vado in un posto dove il pubblico sceglie di venire perché è consapevole di quello che faccio, posso permettermelo. Altrimenti, in un luogo dove sono stato invitato e le persone arrivano non solo perché ci sono io a suonare, penso sia giusto fornire una proposta più fruibile. È una questione di rispetto».

Giusto. Nei tuoi ultimi lavori stai puntando all’essenziale, forme più ricercate prive di sovrascritture…
«Sì, credo che spogliarsi del superfluo sia una necessità. Ho un progetto parallelo dove propongo canzoni per voce, chitarra e fisarmonica. Il fatto è che inizi a scavare, arrivi all’osso, ti appassioni per una piccola suggestione, appena appena… quello!».

Un suono più vicino al tuo essere artista oggi?
«È una condizione di grande intimità. Prima ero molto legato agli arrangiamenti, ora mi interessa più l’etica della musica piuttosto che l’estetica».

Etica in che senso?
«La musica ti insegna a vivere, a stare in questo mondo. Non è soltanto volta al divertimento. È denuncia, protesta, un’altra visione, come giustamente veniva considerata negli anni Settanta».

Sei di Napoli, cosa pensi dei neomelodici?
«Li considero un po’ come il liscio per la Romagna, una musica popolare. Sono una degenerazione della musica popolare, in tempi dove c’è tanta meno cultura».

Te l’ho chiesto perché Eduardo De Crescenzo ha appena pubblicato Avvenne a Napoli, passione per voce e piano, un libro e un Cd con i quali ha scavato nella prolifica canzone napoletana dall’Ottocento ai primi del Novecento…
«Un bellissimo lavoro! Ed è vero: l’aria di un’Operetta è una canzone; la musica napoletana l’ha presa a modello, rigenerandola. Ha migliorato sicuramente l’impostazione della musica “leggera” prima del Ventennio fascista, con strutture armoniche e melodiche importanti».

In Jazz (Live) è stato un esperimento?
«È il mio unico disco registrato dal vivo e al netto di prove, dove c’è stata la massima libertà per i musicisti. Una sorpresa molto formativa, da quel concerto ho imparato molte cose che applico oggi nei miei concerti».

La cover del tuo lavoro è un camaleonte non a caso…
«Sì, quel camaleonte mi rappresenta, la copertina l’ha disegnata mia figlia Nadia, che è una brava illustratrice…».

Solitudine, Edonismo, Consumo secondo Francesco Sacco

Francesco Sacco – Foto Lucrezia Testa Iannilli

Ieri è uscito un EP composto da sei brani, opera di un giovane musicista italiano, Francesco Sacco. Il titolo, A – Solitudine, Edonismo, Consumo, fa intendere che è il primo passo di un progetto che troverà compimento attraverso un altro EP, un lato B che completerà un lavoro piuttosto complesso.

Un giovane musicista che ha qualcosa da dire e lo dice bene è una manna per chi è in cerca di buona musica. E uno come Francesco, profondo nei testi, pignolo nella composizione e negli arrangiamenti, che non è mai banale e riesce a stupirti, non può non meritare attenzione. Infatti, dopo averlo incontrato e averci fatto una bella chiacchierata, molto istruttiva, sono curioso di andarlo ad ascoltare live oggi, alle 18:30 al Giardino della Triennale di Milano (ingresso libero, prenotazione consigliata, qui) dove presenterà il disco con Luca Pasquino, suo amico da sempre e anima gemella musicale, alle tastiere e basso, e Pit Coccato alla chitarra elettrica.

Testi ben scritti, vi stavo spiegando. Sarà per i suoi studi classici, per la particolare sensibilità a temi che includono, nella sua accezione più ampia, il “sociale”, per una facilità nel sintetizzare i concetti in brevi quanto esaustivi claim, vedi in Kabul: Bum Bum Bum, scalare scalare scavare, sta di fatto che Francesco ha una una spiccata predisposizione linguistica e musicale nel presentare le ansie e le deviazioni della società, intesa come insieme di persone che portano avanti, sempre più frequentemente e in modo schizzato, una forma di democrazia solipsistica, che si riassume, appunto, in Solitudine, Edonismo e Consumo.

Ritornando a Kabul: è un brano che racchiude più punti di osservazione e riflessione. Leggete le prime due strofe: 

Hanno sparato a Kennedy e a Martin Luther King
E in Cina sono rimasti solo i vasi della dinastia dei Ming
Tè verdi cinesi, petrolio nei mari, amici iracheni, tappeti persiani
L’oriente è un piatto piccante al gusto di diritti umani
Ma l’importante è entrare in playlist, scalare la classifica
Così ti canto una storia d’amore che finisce male: io amo il capitale
Ma senti come pompa questa cassa a Kabul… 

Lo stesso dicasi per il brano che apre il lavoro, Ogni uomo e ogni donna è una stella: inizia con una chitarra distorta intenta in un passaggio dellAria sulla Quarta Corda di Bach (che troverà più volte accenni nel corso della canzone), una sorta di colonna sonora stilizzata che ricorda tanto Quark. In questo studio televisivo Francesco, novello Piero Angela, affronta con corrosiva lucidità il difficile rapporto giovani-lavoro. Le responsabilità per un mondo, quello del lavoro, degenerato e non più sostenibile, vengono descritte con pennellate acide, raccolte in un pantheon di divinità negative e senza speranza. Leggete attentamente il testo prima di ascoltare il brano:

Sono sicuro che se i lupi hanno un dio
È fatto a forma di lupo
Che se le papere avessero un dio
Sarebbe un pennuto
Ma i bambini lo immaginano vecchio
E i vecchi non sono capaci
Anche se siamo la specie
Che ha inventato lo specchio
Il dio degli Ingordi è uno chef
Più buono del corpo di Cristo
Ma il dio dei soldi finora
Non si era mai visto
Ma quando la zampa dell’uomo
È diventata una mano
Il dio dei piccioni ha cagato
Su piazza del Duomo
Il dio dei piccioni ha cagato
In centro a Milano
Quando scagliate le frecce
E nascondete le mani
Io prego e progetto vendette
Con il dio dei cani
Sono sicuro che se i pesci hanno un dio
Assomiglia a uno squalo
E il dio di Milano è a pescare
Con una mazzetta sull’amo
Il dio dei coglioni è al tg
Il dio dei cantanti a Sanremo
Tutti ascoltiamo e preghiamo
Soltanto gli dei in cui crediamo davvero
Più che mercanti nel tempio
Ho visto dei preti al mercato
Ho visto persone comprare
Pregare ore d’aria al mercato del tempo
Ma una volta un ateo mi ha detto
Che ogni uomo e ogni donna è una stella
E il dio dei cavalli ha allentato le briglie
E il re è caduto di sella
Quando scagliate le frecce
E nascondete le mani
Io prego e progetto vendette
Con il dio dei cani
Io prego e progetto vendette
Con il dio dei cani
Io prego e progetto vendette
Con il dio dei cani 

Francesco è un musicista curioso: polistrumentista, attratto dal cantautorato delle origini ma anche dalla musica elettronica, è un performer e un sound designer. Ha “musicato” sfilate di moda, creando concept tra fashion, musica e teatro. Una bella energia creativa, onnivora, che coltiva mettendoci passione e acquisendo esperienze… 

Ne La Voce Umana, il tuo primo lavoro eri più intimista. Lo hai scritto a Venezia e hai fatto tutto da solo. In questo nuovo lavoro si avverte una certa maturità, è più estroverso, complesso, corrosivo…
«È un album più consapevole. Più di qualcuno nel giro dei musicisti mi ha detto: “Non ti preoccupare per il primo disco che pubblichi, tanto poi lo butti via…”. Buttarlo via proprio no, perché fa parte di un mio percorso, ma ad ascoltarlo e riascoltarlo senti tutte le cazzate che hai fatto. A – Solitudine, Edonismo, Consumo suona diverso perché è il primo lavoro dove ho voluto affiancare dei musicisti. Il primo è un disco citazionista, viene dai miei ascolti, dal cantautorato, dalla scuola di Tenco. Qui c’è la cassa techno, l’aria sulla Quarta Corda di Bach, il folk americano…».

È vero, ci sono molti richiami in quest’album. Non disturbano, anzi valorizzano il lavoro…
«Mi piace inserire citazioni della mia formazione musicale, il pericolo è farsi prendere la mano. In questo mi ha aiutato molto il lavoro di squadra con Luca Pasquino, che ha arrangiato i pezzi e con i producer, xx.buio e paralisi».

Quanto ai i testi, si vede che hai fatto il liceo Classico! Qual è il tuo processo creativo?
«Il disco può sembrare un concept album, però faccio fatica a usare questo termine parlando di me. Concept erano i lavori dei King Crimson… Comunque sì, l’album ha un fil rouge. Per esempio, prendi Kabul: l’ho scritta in diverse fasi. L’idea mi era venuta quando i talebani hanno ripreso il potere in Afghanistan. Seguivo tutti i ragionamenti alla Goffredo di Buglione (il nobile francese crociato che “liberò” Gerusalemme instaurando di fatto un regno e diventando un re, anche se si faceva chiamare Advocatus Sancti Sepulchri, il difensore del Santo Sepolcro, ndr), che non tenevano conto delle grosse responsabilità dell’Occidente. Avevo l’inciso ma non il riff. Mi è venuto mentre ero in tram, l’ho annotato subito sul telefono (Bum Bum Bum, scalare scalare scavare)».

Come ti è scattata la passione per la musica?
«Da piccolo mi piaceva ascoltare musica, mi divertiva. Gli inglesi non a caso usano lo stesso verbo per due azioni, to play, suonare e giocare. Sono connessi. Mio papà lavorava in De Agostini e portava a casa molti cd. Andavo pazzo per Mozart e Vivaldi, quando li ascoltavo mi pareva di stare sulle montagne russe! Così a sei anni decisi che volevo suonare il violino. I miei, credendolo un capriccio passeggero, cercarono di farmi ragionare. Sono sempre stato uno testardo, non mollai, e il compromesso fu studiare la chitarra classica. Non mi piaceva l’insegnamento, lo trovavo palloso, ma ho continuato. Da adolescente, normale periodo di ribellione, ho scoperto il rock anni Settanta, il blues, ritrovando quel fuoco che avevo da bambino con Mozart e Vivaldi».

Francesco Sacco “live” – Foto Agnese Carbone

Francesco, a freddo: andresti a Sanremo?
«Non so, forse con il pezzo giusto e la voglia di scommettere. Per come sono fatto, mi trovo lontano dal concetto di gara. Nell’arte non esiste competizione, mi sentirei molto fuoriposto. E poi, non vorrei passare per l’“intellettuale” e, dunque, sicuramente non capito…».

Come Giovanni Truppi nell’ultima edizione…
«Esatto, Truppi è un cantautore molto interessante, bravo, ma lì era decontestualizzato».

Difficile essere compresi non solo nel Festival…
«Anche discograficamente in Italia facciamo schifo. Aspettiamo che arrivino le mode dall’estero e non abbiamo la capacità di promuovere noi stessi qualcosa di nuovo».

Il materiale e le idee ci sarebbero, dal mio piccolo osservatorio…
«Il problema è anche dei grandi operatori streaming. Spotify non dà fama e nemmeno soldi. Se non fai live non guadagni. Purtroppo, questi canali sono visti da molti artisti che vogliono farsi conoscere come un obiettivo».

La legge degli algoritmi è altrettanto fatale. A proposito perché A – Solitudine, Edonismo, Consumo? A sta per lato A del disco?
«Sì ho previsto un Lato A e un Lato B, che uscirà prossimamente. Per ragioni contorte, Apple non accetta la parola “lato”, perché fa pensare a un qualcosa di fisico, mentre tutto deve essere digitale…».

Come ti è venuto il titolo?
«È nato in modo del tutto casuale. Quando scrivo tendo a non darmi limiti. Una volta finito devi fare la Track List, lavoro che a me piace moltissimo, ed è anche molto importante. La pignoleria e l’estrema attenzione a questo passaggio l’ho ereditate dall’arte e dal teatro contemporaneo, dove c’è una cura che i musicisti si sognano».

Torniamo al fil rouge del disco…
«Riordinando il materiale che avevo scritto è apparso un filo conduttore di temi. Stavo cercando il titolo da dare al lavoro, lasciando decantare, in attesa che mi venisse qualche idea. Poi mi è venuto in mente di ricollegarmi a un social che era in voga alcuni anni fa, Chatlet, sito che, con l’andar degli anni era diventato l’impero degli esibizionisti e avevo, per questo, abbandonato. Ho pensato: chissà se esiste ancora, e se sì, come sarà diventato? C’è, eccome! Ma ho trovato solo chiacchiere di una desolazione pazzesca. L’avventura di “archeologia web” mi ha lasciato una tristezza infinita, così ho annotato sul taccuino tre parole, Solitudine, Edonismo, Consumo…».

E queste riassumono al meglio il senso del tuo lavoro…
«Il periodo funesto del Covid, il processo di digitalizzazione improvviso di qualsiasi cosa, da cui ormai non si scappa, ha avuto l’effetto di isolare maggiormente le persone. Mentre ha colto preparati i ragazzi – in quanto nativi digitali hanno imparato presto a stare sui social – i quarantenni li ha presi in pieno. Solitudine, dunque, accompagnata da Edonismo: fanno parte di questo periodo. Consumo è una parola ambivalente: inteso come consunzione dell’individuo ma anche come rapporto viziato tra chi compra e la merce che acquista. Credo sia doveroso fermarsi e riflettere su tutto questo».

Concordo…
«Il Consumo è molto presente nel disco, in Fantasmino o in Je suis resté seul, il corpo è provato, consunto, avrebbe bisogno di un bel massaggio rinvigorente. Poi brani come Kabul, dove canto io amo il Capitale, o il primo, Ogni uomo e ogni donna è una stella, in cui parlo di lavoro e di giovani. Mi innervosisco quando sento ripetere la stessa frase: i giovani non hanno più voglia di lavorare. Non è così, forse i ragazzi vedendo i loro genitori condannati a un certo modo di vita, dove lavorare consuma, pensano: è proprio così che voglio vivere la mia vita? Sono condannato o è possibile costruire un mondo migliore?».

Che ritorno ti aspetti dal disco?
«È un lavoro difficile, con brani cazzuti, contemporanei. Ammetto, i testi sono complessi, ma vedo che si sta creando una scena, ascolto tanti cantautori validi e innovativi. Progetti nuovi che stanno recuperando il senso di quel bel cantautorato anni Sessanta/Settanta che aveva molti contenuti».

Un piccolo divertissement: tre cantautori vecchia guardia che reputi indispensabili per te e altrettanti delle nuove generazioni…
«Ok, parto: Leonard Cohen, Francesco Guccini e Luigi Tenco (concedimi, e tutta la sua scuola!). Di “nuovi”, Tutti Fenomeni (Giorgio Quarzo Guarascio, ndr), bello, strafottente, duro, ironico; Cosmo, il suo ultimo disco è bellissimo; Morgan, è un vero musicista. Ne avrei altri, ma poi il gioco non vale più…».

Franz Campi, il teatro-canzone e quel Sentimento prevalente

Oggi voglio tornare sul teatro-canzone. Genere che ha un suo perché: musica, creatività e recitazione sono una delle classiche forme di intrattenimento, probabilmente la più antica. Vi ho  già parlato di alcuni artisti che – vedi Roberta Giallo, Sergio Malpelo Gaggiotti, Rossella Seno, o anche Paolo Fresu – lo propongono in modo intelligente. C’è anche un altro musicista che ne ha fatto lo scopo della propria vita creativa. È un bolognese, 60 anni freschi di festeggiamenti, una verve da ragazzino e un’ironia schietta, contagiosa. Il suo nome? Franz Campi.

Un artista “regionale” come si definisce, visto che per lo più lavora nella sua terra, l’Emilia Romagna. Uno che è tante cose, comunicatore, organizzatore di eventi, attore, conduttore radiofonico e televisivo e, soprattutto, musicista. È riuscito a portare il suo spettacolo su Fred Buscaglione persino in Galles, ha partecipato nel ’93 alle selezioni di Sanremo Giovani (che passò) e nel ’94 al festival («che esperienza…»); tra le tante operazioni culturali messe a punto, s’è inventato pure la Premiata Palestra Atlas per muscoli del cervello, concorso per nuovi poeti… «visto il successo, alcuni concorrenti si montarono la testa e finì a schiaffi e pugni… alla faccia delle anime gentili…», scherza.

Il 19 novembre del 2021 è uscito un suo album dal titolo Il Sentimento Prevalente, 12 canzoni  firmate con Davide Belviso, che parlano della complessità del mondo, della pandemia, della violenza, dello scordarsi del passato, del ripetersi inutile della storia. Brani caustici, Venda l’Oro, appassionati, Lettera di un condannato a morte della Resistenza, ironici, Ridateci Fellini, o Stammi bene… In mezzo a tutto questo caos organizzato c’è un inguaribile ottimista che guarda il vorticar delle cose, le annota con la precisione di un notaio e la consapevolezza di essere altro da questo modo di vivere.

Eccoci qua, Franz! Come ti definisci: artista, cantautore, attore di teatro-canzone, organizzatore, conduttore, hai un programma televisivo, che parla di Green, Zorba, arrivato alla terza stagione…
«Sono fondamentalmente un comunicatore, mi piace raccontare, coinvolgere la gente, se riesco, con un sorriso e un filo di ironia. È la mia cifra stilistica principale. Lo faccio attraverso diversi canali, quello che mi affascina di più è certamente la musica, essere un musicista».

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E il teatro-canzone?
«Se vuoi vivere di dischi, o vai in cima alle classifiche o devi lasciar perdere! Quindi, una quindicina di anni fa ho deciso di dedicarmi al teatro-canzone. Ho iniziato con un tributo a Giorgio Gaber (Ciao Signor G.!), poi sono passato a Fred Buscaglione (Sono Fred, dal whisky facile): pensa, quest’anno sono undici anni di repliche…».

A proposito come sei finito in Galles con Fred?
«L’ho portato un po’ ovunque, in Svizzera e, sì, anche in Galles, dove nessuno lo conosceva! È stato uno di quei cortocircuiti della vita: un gallese che stava aprendo uno studio di registrazione e che aveva fatto l’Erasmus a Torino, s’era innamorato di Buscaglione a tal punto da cercare artisti italiani che lo facessero molto bene. Mi scoprì via Internet e mi chiamò là a suonare. Una bella esperienza!».

Nel tuo repertorio di teatro-canzone non ci sono solo le vite dei musicisti…
«L’ho declinato attraverso tanti altri temi, che poi coincidono con i miei interessi. C’è il cibo, ovviamente, con uno spettacolo chiamato Canzoni da Mangiare. A proposito: sono anche il portavoce della storia della Mortadella per il Consorzio della Mortadella di Bologna Igp… Ho raccontato la storia dell’Arte con Intonati a regole d’arte, e quella del manouche Django Reinhardt (Lo zingaro miracoloso – l’incredibile storia di Django Reinhardt) e ora quella di Alberto Rabagliati (Quando canta Rabagliati!)Grazie a lui mi sono innamorato dello swing!».

Immagino che la pandemia abbia fermato anche i tuoi spettacoli…
«Beh, sì, con i teatri chiusi s’è smesso di recitare e guadagnare! Però non sono riuscito a star fermo, così mi sono ritrovato a fare i concerti… da casa mia, gratuitamente! Appuntamenti fissi, sei settimane, sei sabati di seguito… socc’mel, era diventato un gran lavoro! Mio figlio (Andrea, uno bravo davvero, ha 24 anni ma è un bravo musicista!) faceva qualche pezzo con me, c’erano le dirette su Facebook, 1000, 1500 persone alla volta che mi seguivano. La gente mi mandava continue richieste di brani da suonare. Era diventato un bell’impegno!».

Avevi i tuoi fan…
«Ti racconto questa: c’era una signora che viveva con la badante proprio sotto di me, al terzo piano. Era molto anziana e malata, poi è mancata, poverina. Nei miei concerti casalinghi mettevo le casse fuori in terrazza, e suonavo. Un giorno la signora, non potendo venire da me, causa lockdown, è scesa aiutata dalla badante all’ingresso del palazzo e mi ha citofonato (immaginate il dialogo con inflessione bolognese, ndr): “Senta signor Campi, sono la Wanda, la Rizzoli… Volevo ringraziarla, che lei ci ha dato tanta felicità in questi momenti! Avrei una richiesta da farle…”. Eccola là ho pensato, chissà che canzone vuole che le canti, invece: “Potrebbe spostare di più le casse verso la mia terrazza, così sento meglio, grazie sa!».

Franz, veniamo a Il Sentimento Prevalente
«Come già detto, non riuscivo a star fermo in casa. Avevo canzoni nel cassetto, altre idee in testa, altrettante cose da dire, così, con Davide Belviso, polistrumentista, abbiamo messo su il disco. Ci siamo ingegnati, come tutti, a farlo da lontano: mandavamo le canzoni ai vari musicisti perché suonassero la loro parte, per il bandoneon a Udine, il piano in Puglia il sax a Guastalla… Poi Davide ha mixato il tutto. C’è una canzone che avevo scritto anni prima con Daniele Furlati, lo stesso che aveva composto le musiche con Marco Biscarini del film L’Uomo che verrà, sulla strage di Marzabotto, Lettera di un condannato a morte della Resistenza. Volevo ricordare a quelli che parlavano e parlano tanto di dittatura sanitaria e paragonavano il governo ai fascisti e ai nazisti, quello che era successo davvero durante una feroce dittatura. Certi paragoni sono inappropriati, offensivi. Avevo letto le lettere di saluti che i condannati a morte facevano recapitare alle loro famiglie, e lì mi sono ispirato. Alla pandemia s’è aggiunta la guerra: mi attacco alla musica cercando di portare positività di pensiero a chi ascolta».

Qual è il sentimento prevalente…
«Ogni giorno ci sentiamo oppressi, schiacciati verso terra. Lo pensavamo anche prima della pandemia, soprattutto noi della nostra generazione, triturata tra le responsabilità verso i figli, il lavoro stressante, i genitori anziani da gestire. Quando arriva sera, dopo una giornata intensa dove succede di tutto, si finisce per credere che le emozioni prevalenti della nostra vita siano solo quelle negative. L’ho vissuto anch’io: faccio uno sforzo per salvare me stesso, sennò mi butto dalla finestra. E poi rifletti: se hai la finestra hai anche una casa, un tetto dove vivere, una famiglia a cui vuoi bene, gli amici con cui incontrarti e parlare, molti interessi, un lavoro… sei un privilegiato, in una società ricca come la nostra! La morale è che il sentimento prevalente deve essere positivo. In questo disco, costruito a capitoli come un libro, ho cercato di spiegare tutto questo. Spero di esserci riuscito».

Che genere di musica ascolti?
«A essere onesti ne ascolto sempre meno. Mi piacciono le canzoni del passato, più che altro mi piace leggere. Penso con tenerezza al periodo in cui la gente andava ad ascoltare le orchestre. Qui a Bologna, a metà Ottocento, c’erano i venerdì dell’Antonelli, la prima banda della città. Tutti andavano in piazza Galvani ad ascoltarla, c’erano le belle da marito e i maschi che le scrutavano. Erano momenti di grande socialità. Venendo alla mia giovinezza: con i miei amici facevamo tutto insieme, compravamo i dischi a turno, andavamo a casa di uno o dell’altro, aprivamo gli album insieme, con attenzione per non rovinarli, insieme leggevamo le note, i nomi dei musicisti, guarda! C’è lui, ma no! C’è anche quell’altro, deve essere bellissimo… Poi, si mettevano i dischi sul piatto e si ascoltavano, condividendone le emozioni. Mi manca questa socialità, ora abbiamo una fruizione onanistica, tutti con le cuffie in testa ad ascoltare l’ultima playlist imposta da Spotify. C’è un pensiero unico anche nella musica. Siamo tutti uguali, ascoltiamo tutti le stesse cose…».

Hai iniziato a portare di nuovo in giro gli spettacoli? Hai intenzione di presentare anche il disco?
«Stanno iniziando a richiamarmi, ribadisco, sono uno “locale”. Ho iniziato con Canta che ti passa, spettacolo piccolino, liberatorio, antistress. Sul palco siamo tutti vestiti da medici, io sono un neurologo, l’altro uno psicologo, l’altro ancora è un proctologo (eh eh eh!), cantiamo tutti pezzi belli della canzone d’autore, divertenti, e lo facciamo assieme al pubblico. Sto preparando anche lo spettacolo per Il sentimento prevalente, lo sta scrivendo Alessandro Vanoni, scrittore che ha lavorato per il teatro: sul palco interagisco con una mia voce della coscienza e con immagini che scorrono dietro di me. Inizieremo a portarlo sui palchi a fine ottobre. Sempre in Emilia Romagna, a meno che non ci sia qualche teatro che ci chiami fuori regione!».

Fai tutto dal vivo?
«Sì tutto, atmosfera liberatoria…».

Rivango il passato: come sei finito a Sanremo?
«Facevo le mie canzoni e stavo vincendo un sacco di concorsi. Una sera faccio un concerto a Bologna,  mi viene a vedere la Iskra Menarini e mi dice: “Hai un repertorio bellissimo perché non lo fai sentire a Gianni Morandi che sta finendo il disco?”. Così io e Maurizio Minardi (autori di Banane e Lamponi, ndr) andiamo nello studio di Morandi e lasciamo una cassetta. Dopo due tre giorni, visto che non avevamo avuto risposta, siamo tornati. Suoniamo, ci apre Mauro Malavasi che chiama Morandi. C’era un lungo corridoio e nel mezzo un pianoforte. Abbiamo fatto un concerto per loro: “Fammi sentire questa, poi quest’altra, e questa?”. A Morandi piace Banane e Lamponi, una canzone goliardica che avevo scritto ai tempi dell’università, di quelle un po’… porno. “Sai non la posso cantare, con quel testo, ho un’immagine…”. Noi assicuriamo che in pochi giorni avrebbe ricevuto un altro testo. Malavasi e Morandi sono perplessi. In due giorni l’abbiamo portata, è andata bene ed è diventata un successo. Forte di quell’aggancio, sono andato a Sanremo Giovani dove ho vinto due serate. A febbraio ero sul paco dell’Ariston, ma mi son trovato la strada leggermente chiusa, era un anno particolarmente ricco, c’erano Francesca Schiavo, Joe di Tonno, Irene Grandi, Giorgia, Bocelli…».

Quando componi scrivi testo e musica o prima uno e poi l’altra?
«Ultimamente scrivo sempre meno musica. La musica è un’amante abbastanza severa, non puoi farla così così. Sulla composizione ho un po’ mollato, ho tanti altri impegni, ma a Bologna organizziamo spesso residenze artistiche. Ne ascolto tanta di musica, e quanto sento qualcuno di bravo, inizio con lui delle collaborazioni».

Nel tuo mondo ideale cos’è per te la musica?
«Una grande gioia. Lucio Dalla diceva che il successo è avere un pezzo del mio cuore dentro il cuore degli altri. La musica accende le coscienze. Pensa a Faletti con Minchia signor tenente; se pensi più in grande, anche contro l’Apartheid in Sud Africa la musica ha avuto il suo ruolo determinante, vedi Peter Gabriel con Biko o Carlos Santana. Non credo che si riuscirà a fermare Putin con una canzone, ma una canzone può provocare una grande onda».

Ci vorrebbe un nuovo Live Aid…
«Ognuno pensa al suo tour, al suo disco, non esiste più un Bob Geldof perché non c’è più un “noi”. Oggi… stiamo cotonando il nulla. Ognuno, salvo rari casi, pensa a se stesso, e non solo nella musica. Per cercare cose interessanti devi andare nei locali piccoli. Non ci sono più i talent scout… Lo scouting viene praticato davanti al computer, la prima cosa che si fa è andare a vedere le visualizzazioni, i “mi piace”… Se uno riesce a smanettare bene sui social può anche non saper suonare o cantare, e fare ugualmente successo. È tutta una grande truffa…».

Ciò si riflette inevitabilmente sull’ascoltatore…
«La velocità oggi è un dato indispensabile. Ci sono i tempi di lettura sui giornali, che trovo aberranti, e i brani corti, di facile e pronto consumo. Tutto deve essere ridotto a una cosa semplice, per nulla complessa. La complessità pretende attenzione, sacrificio, approfondimento, non puoi cavartela con uno slogan. Ascoltare di più, leggere di più ti dà più armi per crescere».

Interviste: Davide Zilli e il suo swing da… psicanalisi

Davide Zilli – Foto Laila Pozzo

Continua il mio viaggio tra i cantautori italiani, ne troverete altri in questo 2022. Questo volta vi parlo di Davide Zilli, 44 anni, piacentino di nascita ora a Parma. Un diploma al Conservatorio di Milano in pianoforte, una laurea in lettere a Pavia e una carriera divisa tra insegnamento e musica. Di mattina è professore di lettere e storia, la sera un musicista (con predilezione per jazz e swing), cantautore graffiante e divertente.

Il 21 gennaio scorso ha pubblicato, a sette anni dal suo ultimo lavoro, Il Congiuntivo se ne va, Psicanaliswing, otto brani scanditi da swing, pop e anche “liscio” con la Mirko Casadei Orchestra (ne Il Complottista). Insomma un lavoro intrigante quanto basta per ascoltarlo. Garantisco che non riuscirete a stare fermi, verrete colti da una voglia irrefrenabile di ballare, nella migliore teoria di Gianluca Tramontana, musicista e giornalista newyorkese d’adozione che, parlando del Changuï cubano, mi disse: «La musica è fatta per ballare, se ti fa muovere anche solo un piede, vuol dire che ha raggiunto il suo scopo». Oltre a quella di Casadei ci sono le collaborazioni di Paolo Rossi ne L’Amico Ricco, e delle Sorelle Marinetti in Psicanaliswing, canzone che apre il disco omonimo.

Otto fotografie che parlano delle paure che divorano come un virus l’italiano medio. Cantautorato, swing e anche Cabaret… C’è chi va in analisi per restarci una vita e chi ha il terrore dell’aereo (Icaro qua, Icaro là: Quanto Modugno che ci vuole per volare? si domanda Davide). Ma anche chi si fida de L’Amico Ricco (Cosa si può chiedere alla Madonna Addolorata? Un fido!), interpretato magistralmente in duo con Paolo Rossi e chi ha il terrore di tutto (Cinque Miliardi: Tra cinque miliardi di anni il Sole ci divorerà, che bastardo!… saremo due atomi nella galassia… con una degna conclusione: Fate l’amore non fate la Scienza! Il racconto, che di surreale ha ben poco, contiene riflessioni, come su La cena di classe, uno dei dilemmi di tutti, su coloro vedono complotti dappertutto (Il Complottista), ironico profilo del social-allarmista, a tempo di cha cha cha, e chi raggiunge l’apice del precariato, l’umiliazione più profonda, in Auto-Erotismo

Episodi di vita comune, brevi racconti caustici e fulminanti, tra il filosofico e il cabaret. Storie di precariato, di aspettative, di luoghi comuni, scritte con un linguaggio attento e leggero, ironico e graffiante, mentre l’orchestra pompa note su note, decollando (per usare un l’indimenticabile gerundio di Paolo Conte) e galvanizzando l’attenzione.

Stasera Davide presenterà Psicanaliswing al Blue Note di Milano con il suo gruppo storico, i Jazzabbestia.

Doppia vita: musica e insegnamento. Quale preferisci?
«Non ho mai voluto scegliere una o l’altro. Mi piacciono entrambi e molto. Fare due lavori così implica un sacrificio: dormire poco. C’è voluto del tempo per adattarmi e ormai non ci faccio più caso. Tornare alla tre del mattino dopo un concerto ed essere in classe alle 8 per parlare di Dante richiede allenamento! E poi la musica mi aiuta molto anche a scuola, i versi di una canzone e quelli di una poesia non sono poi così distanti nella loro costruzione».

Ti sei diplomato al Conservatorio di Milano in pianoforte… come hai scelto la strada del cantautorato?
«Ho un impianto classico, ho suonato musica classica per anni. Poi mi sono avvicinato al jazz, mi incuriosiva, l’ho studiato, ma non sono un jazzista puro. Mi piace contaminarlo con swing e pop, pur conservando molte delle sue soluzioni. Prendi, ad esempio, Psicanaliswing: ho inserito il pop delle Sorelle Marinetti in uno swing con base più elettronica. Sono diventato cantautore perché ho scoperto di avere anche una voce (ride, ndr) e di poterla usare per raccontare delle storie…».

I testi riflettono molto le paranoie di questi ultimi due anni di Covid…
«In realtà li ho scritti prima di tutto questo, nel 2019. Sono vizi e comportamenti che ci portiamo dietro da sempre ma che la pandemia ha aumentato. Prendi ad esempio, Italiano all’estero, parla della fuga dei cervelli, o Il Complottista, testo nato dall’idea di tutti quei frequentatori social che producono post su post nei quali vedono macchinazioni ovunque. Ho pensato alle vite di questi che passano il loro tempo costruendo grandi cospirazioni, e me li sono immaginati quando si innamorano. Cosa potrà mai succedere? Andranno in cortocircuito?».

Davide Zilli in concerto – Foto Leonardo Ranzuglia

Mi è piaciuta l’ultima traccia del disco, Auto-Erotismo, musicalmente la più “jazz” di tutte. Parlare di “camporella” riporta alla gioventù con tanti sogni e pochi soldi in tasca…
«In un mondo dove tutto è così precario, anche l’amore lo diventa. Il precariato amoroso è il punto più triste, estremo di una vita senza sicurezze, soprattutto economiche… vissuto in una piccola Punto. (Un giorno avremo anche il lusso di dormire in uno spazio più grande di un sedile…, canta Davide, ndr)».

Da insegnante e musicista: cosa pensi della musica mainstream, quella che ascoltano i ragazzi oggi?
«Se parli del rap, della trap, spesso ci sono testi ricchi di riferimenti culturali che i ragazzi ascoltano ma a volte non capiscono. Prendi Salmo, lui è uno davvero bravo, in 1984 parla di Craxi e fa riferimenti a film usciti negli anni Novanta, come Trainspotting. Con i miei studenti ho letto e commentato il testo in classe. Quanto al mainstream: lo fa la tecnologia. Oggi con Spotify puoi ascoltare di tutto, molto più facile che andare in un negozio di dischi come si faceva un tempo. Ascolti per qualche secondo, poi passi ad altro, muovendoti orizzontalmente e non verticalmente. I ragazzi mi stupiscono perché, nonostante questa fruizione convulsa, scelgono i loro brani e li raccolgono in playlist. Grazie a queste mi hanno fatto scoprire artisti interessanti. La musica che ascoltano si basa tutta sul ritmo, la melodia praticamente non esiste. Vedi per esempio Young Signorino, ha testi che ti catturano seppur nella sua totale follia…».

Quali sono i tuoi ascolti?
«La musica italiana l’ho scoperta tardissimo, sono sempre stato attratto da autori di lingua inglese, Elvis Costello, Randy Newman, Joe Jackson. Mi piacciono molto, li adoro, i Twenty One Pilots, ma anche Stromae e The Weeknd…».

Quando ti sei innamorato dello Swing?
«L’ho scoperto per caso all’università. Allora suonavo il pianoforte, musica classica, e anche in una cover band che faceva molto punk… ero schizzato! Poi un amico d’università mi ha fatto ascoltare un disco, Jazz a Mezzanotte, e lì ho scoperto In a Sentimental Mood cantato da Ella Fitzgerald. È stato un colpo di fulmine, si è aperto un mondo. Poi sono approdato, inevitabilmente, anche allo Swing».

Davide “psicanalista” a Milano – Foto Laila Pozzo

Stasera al Blue Note ti esibirai con i Jazzabbestia…
«Suoniamo insieme da anni e siamo grandi amici. Sono Gianni Satta, trombettista, Alessandro Cassani, bassista, e Alberto Venturini, batterista».

Hai stretto anche legami con il Cabaret…
«Mi sono avvicinato a questo mondo per caso, mentre cercavo locali dove andare a suonare. Ho iniziato al Circolo Arci Cicco Simonetta di Milano, dove si faceva del gran Cabaret. È diventato la mia casa per un periodo, ho conosciuto molti artisti e, frequentandoli, sono stato sicuramente influenzato da loro. Mi piaceva – e secondo me è una cosa bellissima – lo scambio continuo tra il palco e il pubblico. Quindi, metto del Cabaret nel cantautorato!».

Cosa ti aspetti da Psicanaliswing?
«Di contribuire a far stare bene le persone. Che chi mi ascolta, pensi: “Che bello, mi ha sollevato la giornata!”. Credo sia la ricompensa più grande. Sono uno pignolo, lungo a scrivere perché sto attento a testo e musica, voglio che siano il più possibile perfette. Il lockdown da questo punto di vista mi è servito perché, grazie a mio figlio che ha tre anni, mi sono avvicinato al gioco, imparandone il vero significato. Così, per la prima volta, mi sono divertito a fare dell’instant music, scrivendo un pezzo su Giuseppe Conte e uno su Mario Draghi!».

Interviste: Cisco, il folk, la politica e le sue Canzoni dalla Soffitta

Stefano Cisco Bellotti – Foto IlariaDRPhoto

Me ne sto su in montagna, Veneto, massiccio del Grappa, in una casa che domina la pianura. Neve e silenzio, il fuoco che arde nel caminetto e in cuffia I Contain Multitudes di Bob Dylan da Rough and Rowdy Days. Mi sono scelto con cura la canzone perché mi accingo a scrivere un’intervista a cui tengo molto. L’artista in questione, non a caso un appassionato di Dylan, è un menestrello nostrano, che in trent’anni di attività non ha mai lasciato i binari di un certo tipo di musica, quella che negli anni Settanta veniva definita “impegnata”. Nelle sue ballate c’è sempre un perché, sia esso sociale, sia politico, sia il ricordo di un amico prezioso che il Covid s’è portato via, armoniche che riportano a un certo modo di concepire la musica, un mezzo per dialogare non solo di futilità ma anche e soprattutto di “Essere”.

Lui è Cisco, al secolo Stefano Bellotti da Carpi, 53 anni, una vita artistica spesa soprattutto nei Modena City Ramblers come frontman e una scelta, tanti anni fa, sempre per via di quei binari dove corre da sempre la sua vita, di mettere su famiglia e raccontare il mondo da una posizione più tranquilla.

L’ho chiamato perché, oltre a sentire il suo punto di vista sulla musica italiana corrente, volevo parlare con lui anche del doppio disco che ha pubblicato il 29 ottobre scorso, Canzoni dalla Soffitta. Folk, chitarre aperte e sincere, brani scritti nel suo studio-soffitta di casa dove ha passato i lockdown di questi due anni assurdi.

Ballate dove si racconta e narra storie importanti, belle, aperte dove trovano luogo naturale collaborazioni con musicisti e artisti molto interessanti, dall’ex Roxy Music Phil Manzanera con i The Solidarity Express – band composta, oltre che da Phil, da musicisti di varie provenienze ed estrazione che mandano un messaggio di integrazione, fusion sociale e musicale, lo scorso aprile ha pubblicato il suo primo album, Radio Ubuntu a Simone Cristicchi, a Franco D’Aniello, mitico flautista, uno dei “padri fondatori” dei MCR con il suo inconfondibile tin whistle.

Nel secondo disco, i Live dalla Soffitta, una selezione di brani che Cisco ha suonato in streaming – uno ogni giorno – durante il lockdown, per chi voleva ascoltarlo. Qui, c’è anche una bella versione di Ovunque Proteggi di Vinicio Capossela…

Eccoci qua Cisco, prima di parlare del tuo disco – mia indagine personale – voglio chiederti un parere sulla situazione della musica italiana, quella mainstream per intenderci…
«Che ti devo dire? Terribile. In 15 anni siamo riusciti a tirare fuori il peggio del peggio che abbiamo, incapaci di valorizzare qualcosa che c’era già, trasformando la musica in un nulla cosmico! Quello che conta è il fatturato. A dir la verità, la situazione risale a molto tempo fa, quando le case discografiche non sono state in grado reggere le nuove tecnologie. Ricordi quando è uscito Napster? Si sono messe tutte a fargli la guerra non rendendosi conto che lì dovevano lavorare, non combattere. Ora si scelgono i gruppi in base alla visualizzazioni sui social. L’ultima ondata di musicisti scelti perché avevano qualcosa da dire risale agli anni Novanta, quando Stefano Senardi, alla Polydor, aveva intuito la potenzialità di alcuni gruppi sconosciuti, ecco come sono esplosi i CSI, i Modena City Ramblers, i Negrita, gli Africa United. Oggi nel mainstream non c’è più diversità, ma omologazione».

Vale per il nuovo pop, rap e trap?
«Non solo ma penso anche – ed è un mio parere personale, forse un po’ naïf – alla nuova scena cantautore italiana, dove nessuno degli artisti prende una posizione. Ho visto un’intervista a Lodo Guenzi, de Lo Stato Sociale, si stupiva proprio di questo e lo diceva anche di se stesso e della band».

Cioè, hai successo se non rompi le palle con testi impegnati?
«Più o meno così, la scena più “impegnata” lavora nei bassifondi. Esiste, certo! Ma non trova uno spazio. Non è che mi rifiuto di ascoltare rap o trap, tanto per fare un esempio tra i tanti mi piace Willie Peyote, fa cose bellissime, ma il problema è che tutti devono rincorrere il mainstream per emergere».

Con i Modena City Ramblers facevate politica?
«Non eravamo un gruppo legato a un partito. Avevamo le nostre idee, che a volte coincidevano con certe aree politiche, ma sempre aperti a chi la pensava come noi. Il problema  è arrivato poco prima degli anni 2000, quando è iniziato un costante lavoro di delegittimazione da parte di una parte politica, di tutti quei pensieri che si potevano ricondurre alla sinistra, sostenendo che, tanto è tutto uguale, che  non esiste più né la destra né la sinistra. Ci è stato detto e ripetuto per anni sui giornali al punto che oggi, dichiararsi fascista, per alcuni è una cosa di cui fregiarsi. Sono spariti i freni inibitori e così viene sdoganato il peggio del peggio che c’è in Italia. Ma va tutto bene, tanto la vita è un circo, il tempo passa e tutto può succedere, il problema è che si stanno minando le radici della nostra storia».

Cisco in concerto – Foto IlariaDRPhoto

In tutto ciò anche la musica…
«Sì anche la musica ha subito questa omologazione. Ho letto di artisti impegnati che si sono lamentati di non essere stati scelti a Sanremo… Il Festival non c’entra niente, non è lui il problema, piuttosto il fatto che non esistano altri contenitori musicali dove possa trovare spazio un altro tipo di musica. In Italia non esiste qualcuno che abbia la forza e la voglia di costruire un canale di musica impegnata. Così, nonostante la nostra storia millenaria rimaniamo un paese provinciale dove, per esistere, come artisti siamo ridotti a sperare di andare a Sanremo…».

Veniamo al tuo disco, Canzoni dalla Soffitta, un bel titolo…
«Vuol essere un riassunto di questi due ultimi anni vissuti pericolosamente. Sono istanti fissati, ma anche un lavoro che guarda al futuro».

Tra le tante canzoni, ben 24, che proponi, c’è anche una rivisitazione in italiano del mitico The Ghost of Tom Joad di Bruce Springsteen (album del 1995), che si rifà a Furore di Steinbeck, il  cantore della Grande Depressione…
«È un regalo a Luca Taddia (FEV, ndr). È un brano che dice tutto, per Springsteen è la sua Cent’anni di Solitudine, ma che racconta ancora con estrema modernità, quello che siamo noi stessi oggi. Una trasformazione che sta accadendo e che della quale nemmeno ci accorgiamo».

Mi incuriosiscono tanti brani, uno mi ha colpito in particolare, Lucho
«È dedicata al nostro amico Luis Sepúlveda, che familiari e amici hanno sempre chiamato amichevolmente Lucho. Sepúlveda è stato un grande amico dei MCR, un mio amico, ci siamo visti più volte, abbiamo suonato anche alla sua festa di compleanno quando ha compiuto cinquant’anni. È parte della nostra storia, mi sembrava giusto dedicargli una canzone, omaggiarlo…».

E poi ci sono La Finestra sul Cortile e Leonardo Nimoy…
«(Ride, ndr) La prima è un omaggio a Hitchcock. Quando eravamo in lockdown, guardavo fuori dalla finestra e vedevo un mondo intorno a me e mi è venuto naturale pensare al grande regista e al suo film, la seconda, invece, è un brano che guarda al futuro, un modo per accompagnare i figli (io ne ho cinque!) nella loro crescita, permettendo che commettano i loro errori, imparando da questi, senza preoccuparci di evitare che non cadano nei nostri. I ragazzi devono saper distinguere da soli, perché i costumi li vestono i supereroi ma anche i pagliacci…».

Mentre la seconda parte, il Live dalla soffitta?
«Un live senza pubblico presente. Mi collegavo dalla mia soffitta-studio ogni giorno durante il lockdown, un appuntamento per chi mi seguiva, un modo per dire ci sono, condividiamo. Sono brani con arrangiamenti minimali, chitarra e voce. Chitarra e voce è la prova del nove di una canzone, se regge, vuol dire che è buona».

Qui, hai voluto omaggiare altri artisti…
«In Manifesto ho voluto ricordare Erriquez (Bandabardò, ndr) mancato nel febbraio scorso, un messaggio d’amore, per lui e per la sua arte. In Ovunque Proteggi, ho celebrato uno dei miei artisti preferiti, Vinicio Capossela».

Cisco cosa stai ascoltando?
«Sto regredendo. Dopo aver cercato di restare al passo con i tempi, mi sto reinnamorando di chi mi ha fatto innamorare della musica. Dunque, Bob Dylan e il suo Rough and Rowdy Ways, un lavoro magnifico! Poi, rileggendone i testi, gli U2, Sunday Bloody Sunday fa venire i brividi ancora oggi, quella è la musica che mi piace. Ascoltavo con piacere anche i Mumford & Sons e in questi giorni Raise of the Roof, il secondo album che, a distanza di 14 anni hanno pubblicato Robert Plant e Allison Krauss…».

Cisco, come ti definiresti?
«Sono un ottimista di natura, penso di aver capito qual è il mio posto nel mondo. L’abbiamo ereditato e abbiamo l’impegno di lasciarlo al meglio. Pensa, noi stiamo vivendo 80 anni di pace, non c’è mai stato un tempo così lungo senza conflitti in Europa. E penso anche ai miei, a tutti coloro che, prima di noi, non sono vissuti senza guerre. Molta gente, questo, non lo capisce…».

Eccoci arrivati alla fine. Parlare con Cisco è come stare un sabato pomeriggio qualsiasi seduti a un tavolino con un buon rosso davanti e un saggio amico che ti fa riflettere. Ascoltare il suo folk senza età, è un ottimo esercizio per la memoria e il pensiero. Atto che in questi anni è quanto mai necessario.

Voglio finire lasciandovi il testo di Riportando tutto a casa, brano contenuto nel primo dei due dischi di Canzoni dalla Soffitta. È anche il titolo dell’album d’esordio dei Modena City Ramblers. Un testo autobiografico, che ripercorre i suoi trent’anni di musica, da quando, ragazzo di provincia impallinato con la musica folk irlandese, è salito sul palco durante un concerto “irish” dei Modena, e ha cantato con loro. Da quel palco non è mai sceso: anche se ha lasciato la band da anni è rimasto quel ragazzo che aveva il folk nella testa e le parole giuste nella penna.

Riportando tutto a casa,
in un soffio di polvere e in una maglia da pallone,
col sudore ho scritto anche il mio nome.
In silenzio ci ho messo la mia vita e la mia voce,
e non è un caso se canto in Re minore.
Ho viaggiato in furgone verso la rivoluzione,
ho fatto sosta nei bar di quartiere
come un uomo qualunque, un poeta un po’ cialtrone,
come un piccolo Hemingway senza pretese.
E ancora oggi sono qua tra Spotify e un vecchio disco,
tra una festa di paese, tra i Pogues e il liscio,
da qualche parte tra Carpi e San Francisco,
da qualche parte tra Carpi e San Francisco.
E ancora oggi sono qui tra una pinta e il Lambrusco,
fra il tanto e il poco, tra la roccia e il muschio.
Sulla strada di un sogno e il posto giusto,
sulla strada di un sogno e il posto giusto.
Ho dormito la mattina per rubare via alla sera
e ora porto i miei ricordi sulla schiena.
Ho gambe molli ogni sera prima di tornare in scena,
mangiarmi il mondo o andare a cena con la iena.
Avevo un trono di legno dentro notti illuminate,
l’ho buttato per tornare sulla strada.
Ho gli occhi rossi bagnati dal vento caldo dell’estate,
ho visto il mondo e riportato tutto a casa,
ho visto il mondo e riportato tutto a casa.
E ancora oggi sono qua tra Spotify e un vecchio disco,
tra una festa di paese, tra i Pogues e il liscio,
da qualche parte tra Carpi e San Francisco,
da qualche parte tra Carpi e San Francisco.
E ancora oggi sono qui tra una pinta e il Lambrusco,
fra il tanto e il poco, tra la roccia e il muschio.
Sulla strada di un sogno e il posto giusto,
sulla strada di un sogno e il posto giusto.

Interviste/ Claudio Sanfilippo e la sua canzone d’Arte

Claudio Sanfilippo – Foto Lorenzo De Simone

Provenendo dagli anni Settanta, oltre a bigoi in salsa, birramedia e rock, da adolescente sono cresciuto anche a soppressa, vinrosso e cantautori, quel particolare e molto personale genere che noi italiani abbiamo esercitato in maniera egregia per oltre un ventennio. Forse, meglio ancora dei nostri cugini francesi, concentrati su storie malinconiche, chansonnier dalla voce profonda e impostata, come Jacques Brel e Leo Ferré, che raccontavano di passioni e nostalgie, mettendo in musica veri e propri romanzi.

«Noi cantautori italiani siamo da sempre più inclini alla poesia, una questione culturale». Incontro via whatsapp – per esigenze di tempi e lavoro – Claudio Sanfilippo, milanese, 60 anni, cantautore, scrittore, poeta, comunicatore… Insomma, personaggio eclettico che di musica e versi non può proprio farne a meno.

Ascoltatevi l’ultimo suo lavoro, nato e stimolato dal lockdown, dal titolo Contemporaneo. Quattordici brani, alcuni scritti di getto, altri tenuti nel cassetto e rielaborati, un paio presi a prestito da due mostri sacri della musica e rivisti… «Mi sono fermato a 14 perché me lo sono imposto, ma avrei continuato a scrivere e comporre», precisa rollandosi una sigaretta e guardandomi dritto in camera.

Claudio ti ho cercato perché, parlando di musica, non posso tralasciare il capitolo “cantautori”, genere che ha plasmato più di una generazione. Come definiresti oggi la canzone d’autore?
«Difficile e lunga risposta. Ho iniziato ad avvicinarmi alla musica e a suonare negli anni Settanta quando la canzone d’autore era nella sua massima espressione. C’erano grandi protagonisti, c’era una scuola importante. Lucio Dalla e Francesco De Gregori riempivano gli stadi, c’erano Pino Daniele e Francesco Guccini. Artisti molto diversi tra loro per musica e testi, ma che, comunque, stavano tutti sotto lo stesso cappello, quello della canzone d’autore, appunto. Le cose sono radicalmente cambiate con l’avvento dell’Mp3 e la conseguente fine dei dischi e dei Cd, supporti fisici. Il valore che davi prima lo testimoniavi con l’acquisto del disco, dal desiderarlo perché, di fatto, premiavi il lavoro e il percorso di un artista. Con l’Mp3 la musica è stata sdoganata come un prodotto praticamente gratuito».

Si è passati anche a una musica di più facile presa
«La canzone d’autore non è mai stata musica di consumo. Detto ciò, abbiamo assistito a un progressivo scadimento della proposta musicale, di quei generi che puntavano alla qualità e all’autenticità».

Claudio Sanfilippo – Foto Lorenzo De Simone

Più che canzone d’autore ami definirla canzone d’Arte…
«Non vorrei apparire un “trombone”, ma sì, credo che sia la definizione più corretta di quello che faccio. Nel senso più semplice del termine, una musica d’artigianato, dove tutto è fatto e pensato dall’artista, come un dipinto o una scultura. Canzone d’Arte perché – e qui sta la differenza con gli altri generi – si scrive e si compone senza avere un legame con il mercato, perché cerca una cifra stilistica che piaccia, innanzitutto, all’autore. Con Contemporaneo ho ricevuto recensioni molto buone dai critici musicali, mi ha fatto molto piacere, ma queste, oggi, non valgono granché se non per una soddisfazione professionale».

Anche la critica musicale è in crisi?
«Sì, perché non è più il baricentro, quel filtro che guardava all’effettivo valore del lavoro e dell’artista, nel bene e nel male. I critici facevano sì che certe proposte non potessero avere accesso al mondo della musica ascoltata, guardavano alla sostanza. Oggi succede l’opposto».

Capita anche nell’editoria… tu ne sai qualcosa, visto che sei anche uno scrittore, e hai pubblicato diversi libri.
«Il discorso qui è un po’ diverso: i libri, forti delle esperienze musicali, hanno tenuto botta. Nel mondo dell’editoria c’è ancora gente più competente rispetto a quello discografico, dove il livello è sceso in una decrescita costante. Non si richiedono più competenze musicali ma di marketing. Pensa solo al concetto di “radio libera”. Oggi fa sinceramente sorridere…».

Tornando alla canzone d’autore…
«È l’espressione migliore della musica italiana dopo la canzone napoletana. Da Modugno in poi, passando per Tenco, De Andrè e via elencando. Una scuola valida quanto quella degli chansonnier francesi. L’Italia è un Paese di poeti, la Francia, di romanzieri, qui sta la vera differenza tra le due anime».

Veniamo a Contemporaneo: dentro c’è bossa nova, americana, cantautorato più puro. E poi… c’è la bella El Pepe. Insomma, oltre che musicista, poeta e scrittore tu sei anche un grande esperto di calcio e un tifoso del Milan…
« (Ride, n.d.r.). Con El Pepe, il mitico uruguaiano di origini italiane Juan Alberto Schiaffino, uno dei calciatori più dotati di tutti i tempi, volevo celebrare il calcio ma soprattutto ricordare mio padre. Per lui El Pepe era il più grande, quando lo si nominava gli si illuminavano gli occhi. Il testo l’ho scritto a quattro mani con il mio amico Gino Cervi».

Il lockdown è stato il “responsabile” del tuo disco?
« (Finisce di rollarsi l’ennesima sigaretta, n.d.r.) In quei giorni mi aggiravo per casa facendo telefonate di lavoro, poi mi è caduto l’occhio su un testo che avevo scritto lo scorso anno e di cui me ne ero completamente scordato. Era Contemporaneo, brano che poi ha dato il titolo al disco uscito a metà maggio. Parlava di un mondo “post tutto”, molto attuale per la situazione che stiamo vivendo. Per la prima volta ho scritto una canzone “politica”. L’ho pubblicata in aprile. Doveva essere parte di una sorta di Q-disc (oggi si chiamerebbe EP, n.d.r.). Ho cominciato a incidere tre, quattro brani, chiedendo l’aiuto, ognuno a casa propria, di amici musicisti (Danilo Boggini, Max De Bernardi, Claudio Farinone, Rino Garzia, Massimo Gatti, Domenico Lopez, Danilo Minotti, Cesare Picco, Francesco Saverio Porciello, Marco Ricci, Val Bonetti, Umberto Tenaglia, oltre ai figli di Claudio, Emma e Giacomo, quest’ultimo autore anche della bella copertina, n.d.r.). Ero entrato in una specie di bolla, una “fregola” durata una quindicina di giorni. Alla fine mi son fermato a 14 brani, ma ne avrei scritti molti altri. Tutto è stato registrato a casa, da me».

Ci sono anche due pezzi tratti da canzoni di due mostri sacri, Nick Drake e Bob Dylan…
«Un paio d’anni fa avevo adattato Northern Sky di Nick Drake in italiano (Cieli del Nord), costruendo un arrangiamento per chitarra in accordatura aperta. Ho chiamato Cesare Picco, musicista che conosco da una vita, fin da quando, lui ventenne, io trentenne, suonava il pianoforte (già allora, meravigliosamente bene) di casa mia, nelle serate indimenticabili del “tempo dell’adunanza”. Trattasi di “pianoforte visionario”. Quanto a Dylan il discorso è diverso. Nel cassetto ho 26 sue canzoni che ho tradotto in italiano. Nessuna, è pura coincidenza, appartiene a quelle che Francesco De Gregori ha usato per il suo album (De Gregori canta Bob Dylan – Amore e Furto, 2015, n.d.r.). Ho un progetto: realizzare un doppio album scegliendo canzoni poco conosciute. Oltre la montagna è la rivisitazione di Cross the Green Mountain, brano scritto per il film Gods and Generals sulla guerra civile americana, del 2003».

L’anno scorso hai confezionato anche un altro gran bel disco, molto intimista, chitarra e voce, Boxe. E qui c’è anche lo zampino di un altro straordinario musicista e producer, Rinaldo Donati, artista che ho intervistato qualche mese fa…
«Tutto è nato proprio dalle serate che s’era inventato Rinaldo nel suo studio, i “Maxine Live”. La puntata numero zero l’ha fatta con me. Doveva servire a provare una chitarra classica baritono fatta apposta per me da Fabio Zontini, liutaio di Gorra (Savona). Le canzoni, 14, le avevo scelte tra quelle composte tra il 1981 e il 2017. Da lì è nato il tutto, registrato in due pomeriggi alla Maxine Production. Un instant album registrato in poche ore, un mio piccolo manifesto personale, nella più pura canzone d’autore – che sta in piedi con voce e chitarra – completamente fuori tempo, doveva essere pubblicato 30, 40 anni fa. È una testimonianza, e per questo l’ho voluta incidere solo su cd e, da qualche settimana, su vinile. Non esiste in streaming, la voglio preservare in “dimensione pura”».

Claudio Sanfilippo – Foto Lorenzo De Simone

Se non sbaglio hai altri progetti oltre al “Dylan Album”.
«Sì altri due. Il primo è ILZENDELSWING, progetto che sto portando avanti con amici musicisti da alcuni anni (brani swing cantati in milanese, n.d.r.) che dovrebbe vedere un album nel 2021 dal titolo Americana. Il secondo, ispirato da un libro di Giorgio Terruzzi pubblicato nel 2004, Fondocorsa. Mille Miglia, una vita e un gatto, un episodio romanzato nella vita di Alberto Ascari, grande pilota. Ho scritto otto canzoni, tutte intorno a questo mondo, dove si parla di velocità, morte e scaramanzia. Tre concetti fondamentali. Se l’album Automobili di Lucio Dalla (1976, n.d.r.) narrava storie ed emozioni vissute dall’esterno, quello che sto cercando di fare è trasmettere le stesse emozioni viste dai protagonisti. Lui estroverso, io introverso».

Canti anche in milanese. In Contemporaneo c’è Viandant
«Le mie produzioni musicali sono sempre state in italiano e in milanese, mi sono sempre diviso tra blues acustico e swing. Sono sempre stato bipolare (ride, n.d.r.). I dischi che mi porterei nella famosa isola deserta sono Amoroso di João Gilberto e Blood on the Tracks di Bob Dylan. Due lavori che non hanno nulla a che vedere uno con l’altro. Bipolare, appunto!».

Ultima domanda, giuro! Cosa ascolta Claudio Sanfilippo?
«Sono sempre stato onnivoro. Da giovane sono stato travolto dalle passioni, jazz e Bossa Nova, da Chico Buarque e Tom Jobim. Ascoltavo anche rock e musica classica, avevo l’abbonamento ai pomeriggi musicali del Conservatorio di Milano. Ultimamente sto tornando ad ascoltare musica classica, le mie vecchi passioni, Chopin e Mahler. Mi piace il jazz del chitarrista norvegese Terje Rypdal, un grande, e il bluegrass – swing del chitarrista Tony Rice».

I concerti? A casa dei fan. Il progetto di un giovane musicista

Giulio Voce – foto di Silvia Gerbino

Ci sono tanti modi per fare musica. Soprattutto oggi, un limbo, dove tutto sembra essersi cristallizzato e dove ci si muove a fatica, su strade strette e apparentemente invalicabili. In questo mondo in slow motion, per fortuna, ci sono speranze. Piccole, probabilmente insignificanti comparate al mondo dei live precovid, ma fresche, genuine da cui trarne insegnamento.

E vengo al punto. Lui si chiama Giulio Voce, ha 33 anni, è romano dell’antico e popoloso quartiere San Giovanni, e di professione fa il cantautore. All’attivo ha un album, Lithos, e due Ep, Terra Bruciata e Voce. È un musicista, quindi grande rispetto per il suo lavoro! Uno cresciuto a rock anni Sessanta e Settanta, cantautori alla Guccini e alla Rino Gaetano, fulminato dagli Offspring. Quale mix può esserne uscito dai suoi ascolti e dal suo background lo giudicherà chi vorrà ascoltarlo. In lui ho trovato, data l’età, reminiscenze di quelle estati da adolescenti degli anni Settanta, un po’ impegnate e altrettanto “cazzare”, tra folk americano, rock British e cantautorato impegnato.

Giulio è stato uno di quelli che ha approfittato della quarantena per crescere come artista, cercando aspetti del suo lavoro più umani, contatti, pareri, consigli dai suoi fan, vecchi e nuovi, sparsi lungo tutto lo Stivale. E proprio questo contatto virtuale lo ha reso reale a molti, che hanno iniziato ad apprezzarne la musica e il suo modo di presentarsi. Il motivo per cui l’ho contattato…

Quest’anno niente concerti, niente pubblicazioni, niente di niente…
«Non è un 2020 molto fortunato. In aprile avrei dovuto fare il “concerto della vita”, quello che prepari e speri perché può svoltarti la carriera, nella sala Petrassi all’Auditorium Parco della Musica, quindi in estate sarei dovuto partire per un tour… È saltato tutto, così ho pensato che dovevo ottimizzare le occasioni perse».

Quindi?
«Grazie proprio al lockdown e alla mia presenza sui social che mi ha dato l’occasione di conoscere persone nuove, parlarci, discutere, m’è venuta l’idea di fare ugualmente un tour,  molto particolare, però, andando a suonare nella case di chi mi vuole invitare e ascoltare dal vivo. Ho sondato e molti, tanti, si sono offerti di ricevermi, chi nel giardino del condominio, chi nel salotto di casa, addirittura, questo ad Ancona, a bordo di una barca a vela. Sto ancora mettendo a punto il progetto, probabilmente con me ci sarà un altro musicista, quindi un fonico, un fotografo, un videoreporter e una giornalista. Vorrei ricavare da questo viaggio in musica una sorta di docufilm – mi piace spaziare in altri ambienti. Insomma, un’avventura post-covid a stretto contatto con il pubblico».

Della serie, se il pubblico non può andare dall’artista è l’artista che va a casa del pubblico… Suonerete gratis?
«Ci sono alcune opzioni in discussione: lanciare un crowdfunding – e lo farò in questi giorni – ma anche forme diverse di accoglienza, ad esempio un baratto, scambio di ospitalità per immagine. Stiamo pensando di noleggiare un camper, che sarà la nostra casa per il tour e potrebbe diventare anche un elemento di unione nella nostra avventura musicale».

Dove andrete?
«Al Nordest, dove abbiamo avuto molti inviti, soprattutto in Veneto, San Donà di Piave, Jesolo, Bibione, ma anche in Friuli Venezia Giulia, passando per le Marche. Avrei inviti anche a Sud… vediamo come va il primo esperimento. Mi piacerebbe raccontare l’idea di viaggio, che in realtà sto già elaborando da mesi, con una serie di canzoni che comporranno il mio prossimo disco: mi ha dato lo spunto la Trilogia dei Pirati scritta da Valerio Evangelisti, con cui sono entrato in contatto. Il brano Tortuga fa parte di questo progetto, come l’altro, Penelope, o C’eri Tu, brano contenuto nell’Ep Voce, elemento anch’esso di questa lunga storia: una canzone semplice, estiva, molto pop. Scrivere una cosa apparentemente semplice è difficilissimo, perché facilmente cadi nelle banalità».   

L’idea di avere con te un fonico ti fa onore…
«Se devi presentare un brano lo devi fare bene. E poi, è fondamentale l’empatia che si crea con i tecnici. Senza di loro un concerto non sarebbe tale…».

Cosa ti aspetti dal tuo “personal tour”?
«Anche prima della quarantena molti mi domandavano: ma tu preferisci suonare nelle piazze, nei club o nei caffè letterari? Rispondevo – e ribadisco – che per me i migliori concerti sono i “post cena gucciniani”, quegli attimi dove c’è un vero scambio di emozioni, una sorta di ritorno alle origini, dove io racconto una storia e poi ho il contatto diretto e immediato con il pubblico. Mi aspetto questo. Vorrebbe dire che ho fatto centro!».