popOFF: Zecchino d’Oro e jazz. Intervista a Cristina Zavalloni

Quarantaquattro gatti
In fila per sei col resto di due
Si unirono compatti
In fila per sei col resto di due…

Sfido chiunque a non averla cantata almeno una volta nella vita. Quarantaquattro Gatti del modenese Pippo Casarini (anno domini 1968) è una della dodici canzoni scelte tra i grandi successi dello Zecchino d’Oro, pubblicate in un album dal titolo popOFF, in versione jazz, da Paolo Fesu, Cristina Zavalloni, Cristiano Arcelli, Dino Rubino, Marco Bardoscia e il Quartetto Alborada per la Tŭk Music (etichetta dello stesso Fresu), nel catalogo “Kids”.

Un’idea brillante e unica, le canzoni per bimbi trasformate in musica dotta per un pubblico adulto, ma anche un modo per far conoscere ai più piccoli la bellezza della fantasia, della composizione e dell’improvvisazione, ovvero di ciò che la musica ha di più caro e sacro.

Non un’operazione furba, mettiamolo subito in chiaro, piuttosto una delle tante genialità del musicista sardo che, proprio per questo, si conferma uno degli artisti più creativi degli ultimi anni. Sarà che condivido con Fresu lo stesso anno di nascita, il 1961, a dirla tutta lui è qualche mese più anziano di me! – sarà che lo Zecchino d’Oro è stato uno dei momenti formativi della nostra fanciullezza, sarà che porto rispetto e ascolto tutta la musica e che adoro il jazz, sta di fatto che riascoltare brani che avevo chiuso nel baule dei ricordi nella soffitta della mia mente, riproposti con un’esplosione dinamica e fantastica da jazzisti internazionali di prima fila mi ha galvanizzato, stimolando la curiosità di ascoltare questo lavoro per capire come Lettera a Pinocchio o il Valzer del Moscerino o Popoff, potessero ritornare con una partitura fedele nella struttura ma con la libertà di reinterpretazioni e improvvisazioni.

Non a caso, all’interno del Cd è riportata una frase di Claudio Abbado: «Non si deve insegnare la musica ai bambini per farli diventare grandi musicisti, ma perché imparino ad ascoltare e, di conseguenza, ad essere ascoltati». La certezza, dunque, di avere in mano un lavoro che non ha alcuna pretesa, se non quello di omaggiare la musica nel suo insieme, dare il giusto valore anche a una canzone scritta per fanciulli dai quattro anni in su. Sulla stessa onda, la cover e le illustrazioni dei testi delle canzoni, frutto dell’opera di Lorenzo Mattotti.

Scrive Fresu: «Quando ho pensato a un progetto musicale che fosse il racconto di Bologna, il mio pensiero è andato immediatamente alle canzoni dello Zecchino d’Oro. Perché le ho ascoltate da bambino e perché rappresentano la città che mi ha accolto e che mi ha offerto l’opportunità di occuparmi di infanzia contribuendo a sviluppare e rafforzare l’importante messaggio della musica nella scuola e nella società».

Anche la voce per interpretare questi brani è stata scelta con cura. Ancora il musicista sardo: «popOFF doveva necessariamente trovare un canto che fosse adulto ma che, nel medesimo tempo, conoscesse la lievità e la maternità. Ancora una volta la mente è andata all’unica artista capace di incarnare questo doppio ruolo…».

Cristina Zavalloni – Foto Marcella Fierro

Lei è Cristina Zavalloni, classe 1973, figlia di Paolo Zavalloni (aka Zavallone), l’uomo, il musicista, che per anni è stato l’anima dello Zecchino d’Oro, da direttore artistico dell’Antoniano (1989-2003). L’ho contattata perché mi raccontasse il suo approccio e la sua esperienza in un lavoro che l’ha coinvolta non solo professionalmente ma anche – e soprattutto – emozionalmente. A proposito: questa sera, lunedì 25 ottobre, Cristina Zavallone sarà in Sala Grande al Teatro Parenti di Milano assieme al pianista Andrea Rebaudengo e al mitico clarinettista Gabriele Mirabassi per un excursus in musica da John Dowland a Frescobaldi, da Gershwin ad Ellington, ai Beatles, fino ai brasiliani Pixinguinha ed Egberto Gismonti. Vivamente raccomandato, io ci sarò!

Le canzoni dello Zecchino in chiave jazz, una gran bella trovata…
«È di Paolo (Fresu, ndr), l’ha avuta lui, mannaggia, come mai non ci ho pensato io? Sto scherzando, ovviamente! Con Paolo ci conosciamo da anni, abbiamo lavorato molto insieme. L’intenzione me l’ha comunicata con un po’ di pudore, facendo leva su due fattori per me importanti, la genitorialità e la mia storia familiare. Ho accettato subito con un entusiasmo liberatorio. Perché lo Zecchino d’Oro e quei brani sono una parte importante della mia vita. Ho una figlia di sette anni che conosce a memoria le canzoni dello Zecchino e un padre che è stato uno degli artefici del festival bolognese».

Hai cantato anche tu allo Zecchino d’Oro?
«No, perché quando mio papà ha deciso di mettere radici a Bologna, città di mia mamma, dopo aver girato per il suo lavoro di musicista ovunque, sono arrivata nel capoluogo emiliano che ero quasi un’adolescente, quindi fuori target Zecchino! Anche se non ero nuova ai palchi e alle trasmissioni televisive: cantavo da quando ero piccola nei programmi di papà, per me, bambina, era un gioco (facevo TipTap su Rai 2 nei primi anni Ottanta). A Bologna mi sono ritrovata solista con le Verdi Note, il coro composto da ex bimbi del Piccolo Coro di Mariele Ventre…».

Cristina Zavalloni – Foto Barbara Rigon

La proposta di Fresu a distanza di anni è stata quanto mai indovinata!
«Paolo mi ha regalato la possibilità di chiudere un cerchio che unisce tre generazioni: mio papà, me, bambina, e mia figlia. Finalmente mi sono potuta togliere, con un codice diverso, jazzistico in questo caso, la soddisfazione di cantare lo Zecchino d’Oro!».

popOFF è un disco raffinato e tu lo hai interpretato cambiando il modo di cantare a seconda delle canzoni…
«Dici? Mi fa sempre molto sorridere questa osservazione. Non sei il primo ad avermela fatta. Me l’ha detto anche il mio compagno! Ero convinta di aver trovato un suono nella mia testa e di seguirlo per tutti i brani. Invece ho capito che il miglior modo per interpretare un brano non è tanto la ricerca quanto ciò che hai intorno, i musicisti, l’ambiente, le sensazioni. Per prepararmi, ad esempio, ho ascoltato molto Johnny Dorelli…».

Ne La Giostra del Carillon (1963) peraltro straordinaria, sembri un’artista degli anni Cinquanta. Per impostazione della voce mi ricordavi qualcuna… poi ho capito chi, Elizeth Cardoso…
«Sono innamorata di Elizeth Cardoso, l’ascolto spesso, è una delle mie artiste preferite. È vero, la sua voce squillante, il suo modo di cantare… Popoff (1967), ad esempio, ricorda tanto Prokofiev nella sua aria lirica, mentre Il Pinguino Belisario (2011) mi riporta alla mente, nel suo andare di marcia, A Banda di Chico Buarque…».

Nel disco c’è molta improvvisazione?
«Come principio generale la stesura doveva essere fedele all’originale. Questo era il punto di partenza. L’approccio di ciascun brano è stato poi deciso in tempo reale in sala d’incisione. L’atteggiamento è jazzistico: tra di noi bastano due segni e ci si intende. Ci sono gli arrangiamenti scritti e le parti lasciate all’interpretazione di ogni musicista. Il disco lo abbiamo registrato in tre giorni, nel marzo scorso. Mezza giornata ce la siamo presa per correggere alcune imperfezioni o rivedere certe parti».

Cosa vi aspettate da popOFF?
«Penso di poter parlare a nome di tutti: non ci aspettiamo niente. Non fraintendermi, non voglio peccare di superbia, ma abbiamo raggiunto un’età dove possiamo prenderci il gusto di fare quello che ci piace. In realtà il disco, uscito a fine settembre, sta avendo un enorme interesse a livello di booking, stampa, richiesta di concerti. Un’attenzione maggiore di quella che ci aspettavamo, ed è quello che conta di più».

Avete idea, dunque, di farne una serie di concerti?
«Non abbiamo l’idea, lo abbiamo già deciso! Garantiamo di farne uno spettacolo che stiamo già preparando e che porteremo al pubblico nel 2022!».

Voglio finire con una dichiarazione d’amore, presa sempre dal libretto incluso nel Cd. È di Paolo Zavalloni rivolta alla figlia. Lui è ancora in forma, con i suoi 89 anni portati con la voglia e l’entusiasmo di suonare e comporre ancora. «Ha scritto un pezzo per Natale», mi conferma Cristina. Eccola: «Cara Cris, riuscire, attraverso le note, a farsi capire dagli altri non è cosa da poco e noi, in casa, lo sappiamo bene. In questo disco ti sei vestita di semplicità e hai reso brani come Popoff, Lettera a Pinocchio o Volevo un Gatto Nero (per citarne alcuni), unici».

Alberto Pederneschi, la batteria e un enigmatico Microcosmo

Dopo Alessandro Deledda, vi propongo un altro viaggio personale nella musica alla ricerca di suoni ed emozioni diverse. Questa volta non c’è il pianoforte ma una batteria. Esatto, avete capito bene: un disco intero eseguito soltanto usando una batteria. L’artista in questione si chiama Alberto Pederneschi, classe 1971, abita in provincia di Pavia e insegna batteria a Milano. È uno dei batteristi più quotati della – permettetemi di chiamarla così – “controcultura musicale” milanese. Ha appena pubblicato il suo primo disco per batteria preparata intitolato Microcosmo, per l’etichetta inglese FMR Records. Ascoltarlo è un’esperienza, anche perché sono partito con l’idea tradizionale che ho dello strumento batteria, base ritmica d’accompagnamento. Ebbene, ho dovuto resettare le mie convinzioni per lasciarmi trasportare in un mondo onirico. Un viaggio che ha dell’avventuroso ma soprattutto dello spirituale, attraverso tamburi, rullante, timpani, piatti e grancassa. E ho scoperto che la batteria è uno strumento versatile, molto più di altri… Ieri pomeriggio mi sono fatto una chiacchierata con Alberto, volevo capire la genesi del disco ma anche come sia diventato uno dei pochi in Italia a perfezionare lo studio della batteria preparata.

Un intero disco dove a suonare è solo una batteria…
«Già, non è di tutti i giorni. L’ascoltatore che non ha un imprinting specifico, rimane disorientato si allontana… Però mi è sempre piaciuto rendere la batteria uno strumento in grado di essere ascoltato da solo, perché ha una estesa capacità melodica, con particolare attenzione al timbro».

Sei uno studioso, un ricercatore della batteria preparata. Che cosa si intende con questo termine?
«In Italia non è molto diffusa, a parte Roberto Dani, uno dei batteristi più importanti in Europa, lui è a livelli stellari. È uno studio continuo, sono scoperte continue. Per esempio, mettendo dei comuni posacenere da 5 euro comprati dai cinesi sul rullante e farli vibrare con un archetto ottieni dei suoni inaspettati. Come usare il nastro adesivo sui piatti per tagliare le frequenze. La batteria preparata è una sfida, un foglio bianco dove puoi disegnarci un bozzetto; un po’ come il gioco del Piccolo Chimico, solo che qui non rischi di far saltare niente!».

In giro, però, c’è molta confusione sulla batteria preparata…
«Vero, prendere un sacchetto pieno di cose e buttarle su un tamburo non è batteria preparata, e nemmeno lanciare un portafogli su un rullante. Preparare lo strumento implica sapere cosa tu vuoi ottenere, puoi suonare come un’orchestra, ma per fare ciò devi dedicarti a un lavoro meticoloso».

Dunque una batteria preparata diventa un altro strumento, anzi, tanti altri strumenti.
«Di base la batteria ha uno spettro creativo più ampio rispetto agli altri strumenti musicali. Per esempio, mettere cascate di piatti sul timpano, in modo che uno rifletta l’altro, produce dei suoni incredibili. O ancora, anche se non l’ho usata per questo disco: mettere delle corde di chitarra tese sul rullante sollevate da un tappo di sughero, sembra di suonare un banjo, ma più cupo. Se invece usi l’archetto il suono diventa simile a quello di un violoncello. Il bello della batteria preparata è che ogni giorno scopri piccole sfumature nuove, un viaggio interessante!».

Non c’è freno alla creatività e alla fantasia…
«No. Dopo anni di esperimenti e prove sono nella fase della scrematura degli oggetti da usare, c’è sempre una costante evoluzione, ed è proprio questa la cosa bella».

Oltre agli oggetti è necessario avere altri requisiti…
«Devi avere una visione di scrittura della musica e una buona capacità di improvvisazione. È piuttosto difficile: la gestione della batteria preparata in quel determinato modo richiede uno studio e una conoscenza di tutto quello che stai usando, perché scegli quel determinato oggetto piuttosto che un altro, perché decidi una certa timbrica. Devi dimenticare gli schemi della batteria classica, ma allo stesso tempo saper suonare la batteria…».

Come e quando hai iniziato a suonare?
«Ho incominciato piuttosto tardi, verso i 16 anni. Un mio vicino di casa, appassionato di hard rock, un giorno mi ha messo in mano due bacchette e un fustino di detersivo di quelli di cartone  e plastica che si usavano una volta. Ha iniziato a suonare un brano degli AC/DC e mi ha detto solo: segui il tempo. Era la prima volta che prendevo in mano delle bacchette, mi è venuto spontaneo e lui è rimasto stupito. Da allora è stato un vortice. Sono un autodidatta, fondamentalmente si tratta tutto di auto-istruzione. Ho frequentato numerosi seminari con musicisti che mi interessavano, ho studiato e studio ancora tanto».

Sei anche insegnante di batteria…
«Sì, alla scuola civica di Peschiera Borromeo, vicino Milano, e poi faccio lezioni private per chi è interessato ad approfondire la batteria preparata. E devo dirti che a me l’insegnamento piace moltissimo, perché cerco di trasmettere la mia passione e i miei studi».

Cosa ti piace ascoltare?
«Di tutto, musica classica, adoro Haydn e Stravinskij, musica contemporanea, me la impongo per capire i percorsi usati nelle composizioni, jazz, da Bill Frisell a John Zorn, musica etnica, africana, brasiliana. Faccio fatica ad ascoltare solo l’opera, non è nelle mie corde».

Hai registrato il disco a Milano nello studio Maxine di Rinaldo Donati, una vecchia conoscenza di Musicabile
«È stato un grosso lavoro di suoni a livello ingegneristico. Devo ringraziare Rinaldo per la cura che ci ha messo. Rinaldo ha anche prodotto il disco».

Veniamo a Microcosmo, sono attratto da come hai titolato i brani. Immagino non siano casuali!
«Innanzitutto in Microcosmo ci sono composizioni e improvvisazioni. Queste ultime le ho chiamate Instant…».

Ti interrompo! Mi ha intrigato l’Instant III che hai chiamato Torbidi Risvegli. Perché?
«Sono quei risvegli improvvisi, quelli dove tu sei pacifico in un’altra dimensione e una sveglia o un rumore secco di riporta alla tua realtà. In pratica, un trauma. Nel primo Instant, Cosmos Voices, invece, mi sono immaginato i suoni che produce lo spazio, mentre in Sfere Celesti, il primo brano del disco, ho pensato alle distanze tra i pianeti e, come metro di misura, ho usato le vibrazioni delle sfere».

In Infanzie Alterate (Freud) hai usato anche il suono di un carillon…
«Sì volevo creare un contrasto tra la melodia rassicurante di un carillon, quello che una volta le mamme usavano per metterci i gioielli, e “sfregiare” il candore della canzone con interruzioni cruente. Si creano così suoni contrastanti, conflittuali, provocatori e dissacranti finché mi arrendo e sfumo finendo il brano insieme al carillon. Fragments, invece, è il pezzo più elaborato. C’è un tema riproposto in modo sempre diverso, spezzato, rallentato, frenato. In mezzo a questi frammenti di suono c’è anche un Fra Martino Campanaro inquietante perché si sposta di un semitono alla volta. Passando a Ritual: è l’unico pezzo che ho eseguito con la batteria classica suonandolo, però, con le mani, senza bacchette».

Cosa ti aspetti da questo lavoro?
«Senza pretenziosità: chi ascolta questo breve disco riesce ad assorbire qualcosa che non vede e non sente nei normali canali di musica. In termine di diffusione, invece, poco o nulla. Ne sono consapevole. Però Rinaldo mi ha spronato, l’etichetta FMR ha accettato di pubblicarlo, perché è piaciuto molto… io sono soddisfatto così. Ho deciso di fare questo passo con estrema convinzione, perché non ho usato l’elettronica ma ho voluto presentarmi nudo e crudo, servendomi di pochi pezzi di metallo e delle pelli. È il primo tassello di un progetto che ho in testa, il secondo sarà più evoluto. Credo sia un progetto che può dare qualcosa».

A proposito di progetti, collabori con vari artisti, cosa stai preparando ora?
«Sto lavorando con la danzatrice e performer Francesca Cervellino. Avremmo dovuto debuttare a ottobre per JAZZ MI, ma il lockdown ha fatto saltare la data. Speriamo di recuperare presto. L’abbiamo chiamato Fabula Rara e siamo solo in due sul palco. La musica, creata con la batteria preparata (in parte), la batteria e il log drum, dialoga incessantemente con il movimento-danza sia nelle parti “scritte” sia in quelle improvvisate. Il tutto inizia da un canovaccio creato a stanze immaginarie. Si parte dalla genesi, passando per la conoscenza, l’illusione, il dolore, il disincanto, per culminare poi nell’epilogo che lascio avvolto nell’enigma. Si va da momenti di silenzio carichi di tensione a masse sonore turbolente ad attimi di dolcezza. Mi piace chiamarla una fiaba contemporanea».

Rossella Seno: le note? Un pretesto per le parole…

Rossella Seno – Foto Carlo Bellincampi

Testi e musica sono un binomio pressoché inscindibile. Il fatto che una canzone emozioni, catturi, piaccia, dipende dalla melodia, certo, ma anche dalle parole che l’accompagnano. Di questo ne avevo parlato il 21 ottobre scorso intervistando Claudio Sanfilippo.

Oggi, con il primo post del 2021, voglio ritornare sul tema. E lo faccio assieme a un’artista veneziana, dotata di una gran bella voce, una straordinaria capacità di fondere musica e teatro e un’innata propensione a schierarsi dalla parte degli ultimi, a non scegliere le vie più facili, “annusando” perennemente la strada. Lei è Rossella Seno, tipico cognome dell’isola di Burano, tiene a precisare, cresciuta a Mestre. Da anni vive a Roma.

È attrice, di cinema e televisione, ma ha trovato nella canzone d’autore e nel teatro il luogo naturale dove esprimersi. Il 31 marzo dello scorso anno, in piena pandemia, ha pubblicato un disco complesso, tagliente, ricco di spunti per riflettere, Pura come una bestemmia, un lavoro che vuole scuotere “anime e coscienze”, andare contro il perbenismo, come canta nel brano Puri come una bestemmia:

Hanno tutti il cuore puro

Puro come una bestemmia

Scagliano pietre e lanciano bengala

Mettono al rogo la madre e la bambina

Hanno un Vangelo per la cena di gala

E un kyrie eleison per la messa alla mattina

Il grano per la mietitura

Il sangue per la vendemmia

Hanno tutti il cuore puro

Puro come una bestemmia

Le atmosfere sono quelle intense e toste (ma non pallose!) del cantautorato anni Settanta, se proprio dobbiamo inquadrarla. Vengono in mente Fabrizio De André e la compagnia dei “liguri”, qualche accenno degregoriano e spunti alla Ivano Fossati – per inciso, il suo artista preferito – senza dimenticarne uno a cui Rossella è particolarmente legata, sempre per rimanere nel campo degli “irriducibili ultimi”, Piero Ciampi.

Con Ciampi c’è più di un una semplice affezione, come vedremo… Con lei, in questa avventura, Massimo Germini, chitarrista e compositore, noto per la sua lunga collaborazione con Roberto Vecchioni, Pino Pavone, che ha firmato gran parte della discografia di Piero Ciampi, Piero Pintucci, storico autore per Renato Zero, il poeta Michele Caccamo, i musicisti Matteo Passante e Lino Rufo e poi Federico Sirianni…

Rossella, parlando di te ti definisci una cantattrice, non è una semplice crasi…
«È il modo di concepire il mio lavoro. Uso il canto per trasmettere quello che sento e che ho l’esigenza di raccontare e rappresentare. Per questo è importante il testo, la musica sono io, quello che sento. Sono una persona riflessiva, sai, noi del segno del Cancro stiamo sempre a rimuginare sull’insostenibile pesantezza dell’essere, che tiro fuori con la musica…».

Il testo prevale sulla musica?
«La nota è un pretesto per appropriarmi della parola. In Pura come una bestemmia ho chiesto a Massimo Germini, che ha curato la parte musicale, di non avere né batteria né effetti, né elettronica. Nessun suono invadente che potesse distrarre».

La musica in secondo piano?
«No affatto, per me, però, è più importante il messaggio che voglio portare attraverso un brano. Amo la musica. A casa ho un pianoforte, tre chitarre e un contrabbasso che ho battezzato Filippo. È con loro che ho passato il mio lockdown!».

Rosssella Seno – Foto Carlo Bellincampi

Veniamo a Pura: un disco complesso, provocatorio, a partire dalla cover dove tu sei a seno nudo crocefissa…
«Il titolo dell’album non è opera mia, ma di Giuseppe De Grassi (giornalista, storico della canzone, scrittore, produttore discografico, ndr), un “ciampiano”, doveva fare uno spettacolo che non ha più realizzato. Mi ha donato il titolo. Che ho usato tre anni fa per portare in scena con Lino e Yuki Rufo uno spettacolo con tematiche sociali. Poi, da quell’esperienza è nata l’idea di un disco che parlasse degli ultimi…».

Atti d’amore e di orrore…
«Sì, e proprio questo la cover disegnata dallo street Artist Moby Dick (Marco Tarascio, ndr), voleva significare: una denuncia verso una società capitalista che ha messo in croce il mondo. La mia figura a seno nudo non rappresenta solo la donna, così maltrattata, ma l’essere umano e la Natura stessa. La croce è piantata su un mare di rifiuti, sacrificati nel nome del dio denaro. Dietro a me c’è Cristo… nemmeno lui è riuscito a salvarci».

Sei stata criticata per questa cover.
«Nella versione digitale dell’album il seno è stato tagliato. È difficile da comprendere, non è stata una censura per blasfemia, ma per quel seno nudo… ancora oggi un seno nudo femminile è tabù, e intanto siamo circondati dalla pornografia…».

Per i testi hai scelto gli autori con certosina pazienza e conoscenza. A partire da Mare Nostro, preghiera laica scritta da Erri De Luca, giusto per calibrare il senso del lavoro: “Mare nostro che non sei nei cieli, ti abbiamo seminato di annegati più di qualunque età delle tempeste…”.
«Ho scelto di partire con la preghiera di De Luca per parlare dei migranti. Poi segue l’unica canzone già scritta e pubblicata dell’album, Ascoltami o Signore, di Federico Sirianni (dall’album Il Santo, 2017, ndr). Un percorso di 13 brani che finisce con Puri come una Bestemmia, che dovrebbe far riflettere su tutto quanto ascoltato prima».

Lo so che non sono affari miei, ma tu credi in Dio?
«Con lui ho un rapporto molto strano, mi incazzo molto, lo sfido di continuo: “scendi e parliamone”. Mi piace però pensare che c’è qualcuno, una speranza per l’umanità. Come diceva Giorgio Caproni, “Non si prega Dio perché esiste, ma perché esista”…».

Rossella Seno – Foto Carlo Bellincampi

C’è anche una canzone dedicata a Stefano Cucchi, Gli occhi di Stefano, una poesia di Edoardo Sanguineti, La ballata delle donne, e un brano Luna su di me, per gli orsi tibetani, costretti a vivere in gabbie anguste perché viene prelevata loro la bile usata nella medicina tradizionale asiatica…E poi una canzone dedicata a Simona Kossak, la zoologa polacca che scelse di vivere in mezzo alla foresta di Bialowieza tra gli animali, senza elettricità né acqua corrente…».
«Non sono mai stata attratta dai vincenti, da quello che per riuscire nella vita ti truffa, che non guarda in faccia nessuno. Agli inviti negli yacht preferisco le spiaggette deserte. Quello è il mio mondo. E poi, chi ha problemi ha molto più da raccontarti».

E arriviamo a Piero Ciampi. Cosa ti ha attratto di lui, del suo lavoro? Nel 2008 hai pubblicato un EP con quattro suoi brani, E il tempo se ne va… Ciampi non era certo una persona dal carattere facile
«Piero non l’ho cercato io. Stavo lavorando a un progetto su Milly, Carla Mignone, e mi è stato proposto un ruolo come attrice nel docufilm su Piero Ciampi (Adius, Piero Ciampi e altre storie di Ezio Alovisi, ndr). Sono stata portata nel mondo di Piero e sono stata adottata da i suoi amici, con cui collaboro ancora oggi, come una figlia. Piero era un uomo senza compromessi, estremamente vero e sincero, il poeta della realtà. L’eredità di Piero Ciampi è quanto mai attuale. Vorrei riprendere altri suoi brani praticamente inediti, bellissimi. Oggi tutto è al servizio del nostro ego, dell’apparire. Hai visto la fila alla Lidl per comprasi quelle orribili scarpe diventate tendenza? Tutti omologati. Non capisco queste cose e a un certo punto ti viene da deporre le armi…».

Per questo che, in Puri come una Bestemmia, canti: E se per strada non c’è amore o poesia/ e non c’è spirito che sciolga i cuori/è meglio starsene in retrovia in attesa di tempi migliori». Se non ci fosse stato il Covid avresti già portato in teatro il tuo disco…
«Lo spettacolo è pronto: sul palco solo una violinista coreana, un chitarrista e io, le canzoni e un video della Fidu, la Federazione Italiana Diritti Umani. Spero di portarlo in giro quest’anno. E poi sono stata chiamata per un nuovo progetto, ma è ancora presto per parlarne. È la vita che fa… Vediamo che cosa mi propone, soprattutto ora che è tutto relativo…».

Gegè Telesforo: la musica in testa e l’arte nel cuore

Gegè Telesforo, classe 1961, foggiano. Musicista, polistrumentista, ma anche conduttore, ricercatore affamato di nuovi talenti, professore, cantante, jazzista con il funk nel cuore, onnivoro ascoltatore di note dal mondo… Inquadrarlo non è facile. Si è esibito e ha collaborato con i grandi nomi del jazz internazionale e non solo. Comunque la giri, lui è un esperto. Sarà il carattere, una naturale predisposizione al pentagramma, un genio eternamente curioso e vorace, sta di fatto che Gegè sta alla musica come la batteria al ritmo, l’improvvisazione al jazz… Insomma, due atomi inscindibili. Con lui, che del suo divertimento ne ha fatto una professione ad altissimi livelli, ho voluto scambiare quattro chiacchiere (forse qualcuna in più, concedetemela!), sul suo nuovo lavoro uscito in pieno lockdown, Il Mondo in Testa, su cosa significhi musica di qualità oggi e sugli artisti che preferisce.  Importante: il prossimo 29 ottobre, in occasione del JazzMi, sarà al Blue Note di Milano, con un quintetto fantastico: oltre a lui, Domenico Sanna al pianoforte, Ameen Saleem al contrabbasso, Michele Santoleri alla batteria e Alfonso Deidda al sassofono, voce e tastiere. Torniamo all’intervista e mettetevi comodi…

Gegè, iniziamo con Il Mondo in Testa, il tuo lavoro uscito il 27 marzo scorso…
«Ho deciso di esprimere in un nuovo album tutto quello che ho imparato e assimilato negli anni, libero di fondere vari linguaggi e basi ritmiche che ho adattato alle mie composizioni. Un impegno notevole, abbiamo impiegato un anno e mezzo per confezionarlo. È stata una produzione vera e propria che mi ha occupato tantissimo. I tempi di realizzazione si sono dilatati perché ho voluto che suonassero con me musicisti che conosco e apprezzo, sia affermati sia emergenti, rispettando i loro impegni di lavoro. Inevitabilmente i tempi si sono allungati… È una produzione indipendente, artigianale, che ha richiesto una cura notevole».

A sei mesi dall’uscita com’è stato accolto il disco?
«Mi sta dando molte soddisfazioni. Ho deciso, vista la situazione, di presentare dal vivo i brani del disco il prossimo anno. È un lavoro che richiede la presenza di più musicisti sul palco. Quest’anno ho deciso di proporre solo alcuni brani del disco dal vivo e portare un repertorio adatto al mio quintetto…».

Perché questo titolo?
«Il Mondo in Testa si presta a una doppia lettura. Perché ho viaggiato tanto, e in tutti questi miei viaggi ho scoperto e imparato a usare le tante spezie che esaltano il sapore della musica. E poi perché il mondo in questo momento è una priorità, visto tutto quello che sta succedendo. Questo mio lavoro vuole essere una riflessione sulla vita, sulla natura».

Gegè Telesforo a Rovigo il 20 settembre scorso nel suo primo concerto dopo il lockdown – Foto Claudio Cecchetti

Hai deciso di cantare in Italiano…
«Sì, ci sono tre brani cantati (Il Mondo in Testa, Genetica dell’Amore e Mille Petali, n.d.r.), nei restanti uso la vocalità. Non sono un cantautore che parte dalle parole e le mette poi in musica. Faccio il processo inverso: scrivo la melodia e poi cerco di dare un senso letterario al brano. Ho utilizzato l’italiano come si fa con l’inglese, assegnando a ogni nota una sillaba. La scelta delle parole è stata un lavoro molto complicato, per agevolare il canto di chi ha collaborato al disco».

Sei famoso per usare la vocalità nella tua musica. Insomma, sei il re dello scat!
«Servirsi della vocalità è come suonare uno strumento, bisogna allenarsi tanto, impararla. Nei conservatori che hanno aperto al jazz si studia la voce e lo scat. In sostanza, si creano frasi musicali sillabando parole senza senso. Non sono il solo in Italia a praticare questa disciplina. Ti cito, ad esempio, Maria Pia De Vito, Roberta Gambarini, Walter Ricci. E poi c’è una siciliana, una musicista completa, Daniela Spalletta, che ha cantato nel mio disco, un’artista devota allo studio, completa, canta lirica e jazz contemporaneo. È bravissima. Questi sono i musicisti che mi piacciono, onnivori, versatili».

Tu come hai scoperto lo scat?
«Una mania che avevo da bambino, senza ovviamente sapere cosa fosse. Papà, che di professione è architetto, ama il jazz, in particolare quello del periodo bebop. E io da piccolo ascoltavo quei dischi, memorizzavo tutto e li “suonavo” con la voce. Era una vera fissazione, passavo le ore, tanto che i miei a un certo punto si erano anche preoccupati. Per me era soltanto il mio gioco preferito e su questo gioco ho costruito una carriera».

Gegè Telesforo a Rovigo il 20 settembre scorso nel suo primo concerto dopo il lockdown – Foto Claudio Cecchetti

Passiamo alle mille altre cose che fai. Uno degli appuntamenti fissi (che io ascolto con interesse perché non finisco mai di imparare) è SoundCheck il programma che da anni tieni su Radio24…
«La radio di Confindustria mi dà la possibilità di lavorare in assoluta libertà e trattare, dunque, la musica in maniera assolutamente naturale per me. Vedi (sorride, n.d.r.), tu e io, coetanei, siamo arrivati a un’età che ci permette di dire quello che pensiamo. E questa libertà me la prendo anche nel presentare la musica che mi piace. Faccio un programma da musicista e racconto di musica. Quando presento gli artisti mi informo, voglio sapere tutto, il loro background, da dove arrivano, come si sono formati. Non ho nessuna casa discografica che mi impone questo o quell’altro».

SoundCheck va alla grande…
«Sì, sono contento. Sebastiano Barisoni, il vicedirettore di Radio24, ogni volta mi dice che supero me stesso. Il programma va bene, ci sono ascoltatori, c’è pubblicità, c’è interesse per una musica diversa dal mainstream. SoundCheck lo posso fare perché viviamo nell’era digitale. Ai tempi in cui ho iniziato avevamo contatti diretti con le case discografiche. Era la musica che ci raggiungeva e si parlava di quegli artisti che le case discografiche volevano spingere. Oggi questo non succede più. Per fortuna possiamo bypassare le discografie ufficiali e cercare su siti che propongono artisti straordinari, molto interessanti, come SoundCloud o Bandcamp. Basta saper cercare».

Ti impegna molto?
«Dedico due giorni alla settimana alla ricerca, all’acquisto, all’ascolto. Poi catalogo e quindi inizio a formare i vari airplay…».

Gegè Telesforo a Rovigo il 20 settembre scorso nel suo primo concerto dopo il lockdown – Foto Claudio Cecchetti

Ultimamente mi sono appassionato al trombettista Christian Scott aTunde Adjuah. Non smetto di ascoltarlo… ha una sezione ritmica incredibile…
«L’ho conosciuto e intervistato. È un ragazzone atletico, simpatico e aperto, non si droga né beve, il classico bravo ragazzo. Vive per la musica, fa tutto in funzione della musica. È questa dedizione, come ti dicevo prima, che mi fa apprezzare il lavoro di artisti come lui. Hai notato, parte con una tromba dal sapore messicano per buttarsi poi in altri territori d’improvvisazione…».

Tu hai un mentore e amico, il mitico Renzo Arbore. Possiamo definirlo musicista o è riduttivo?
«Lo conosco da quando ero piccolo, è amico di papà da sempre. Renzo secondo me è l’Artista, nel vero senso della parola. Una persona squisita, di grande cultura, un grande appassionato di jazz, un grande conoscitore della musica napoletana, uno che ha rivoluzionato la televisione. E poi conosce repertori messicani, portoghesi, spagnoli, segue concerti di jazz contemporaneo. Ha una memoria incredibile, ricorda nomi di musicisti, dischi, tutto! Penso che molti degli artisti di oggi debbano qualcosa a lui e a Gianni Boncompagni. Sì, poi Renzo è anche un musicista, uno che ha calcato palcoscenici importanti in tutto il mondo».

Hai lavorato molto con lui…
«Stavo negli Stati Uniti e collaboravo con Ben Sidran, il mitico Ben Sidran. Si era creato un’etichetta musicale sua, la Go Jazz e, oltre a pubblicare se stesso, cercava e spingeva giovani talenti. Ho inciso per la sua etichetta. Nel 1998 Renzo mi chiese di partecipare alla sua tournée sudamericana. Così sono rientrato in Italia per seguirlo. A fine tour, il suo manager, Adriano Aragozzini, mi fece la proposta di restare per 70 date. È finita che sono rimasto con Renzo per vent’anni, sempre in tour. Finché il tam tam primordiale, la mia passione, complice un esaurimento nervoso (stavamo fuori casa per 250 giorni all’anno), mi ha fatto dire basta e sono ritornato all’attività da solista, fondando una mia etichetta, la Groove Master Edition, assieme a Roberto Lamberti, che è anche il mio manager».

Gegè Telesforo a Rovigo il 20 settembre scorso nel suo primo concerto dopo il lockdown – Foto Claudio Cecchetti

Da Arbore hai imparato tanto?
«Nella musica c’è sempre da imparare. Il problema è fermarsi. Si apprende dai grandi maestri ma anche dai giovani talenti. Quelli nei quali ho visto e vedo una luce, come Stefano Di Basttista, Tosca, Giorgia, il pianista Domenico Sanna, i batteristi Michele Santoleri (che con Sanna suona nel mio quintetto) e Dario Panza.

Tosca, la adoro! La sua versione di Piazza Grande di Lucio Dalla a Sanremo con Silvia Pérez Cruz, per me, è stata l’unica nota di vera musica del festival…
«Tosca è la mia cantante preferita in Italia. Quando inizia a cantare senti il grande studio che c’è dietro, è un’artista che sa stare sul palco, lo avverti il fuoco della musica».

La musica mainstream è piuttosto piatta, non trovi?
«Perché mercato e comunicazione dettano legge. In televisione anni fa c’erano programmi che cercavano di raccontare storie, indagavano, informavano. Oggi si cercano popstar che possono durare solo una stagione… Quando appare il grande talento, questo è preso dalla casa discografica e spremuto perché c’è necessità di fare numeri. I ragazzi da parte loro hanno un unico obiettivo, quello di raggiungere il successo immediatamente. Il risultato è che quest’ultimo arriva su pattern noiosi. Hai notato che il nostro Paese d’estate diventa tropicale? Ascolti solo basi Reggaeton, si cerca di semplificare al massimo, tutto deve essere ridotto a prodotto facile, che non impegna, da consumare subito».

Una specie di fast food della musica. Ma per fortuna non è tutto così…
«Esistono i musicisti, cioè quelli che, usciti dal conservatorio, non si vedono destinati all’insegnamento, ma vogliono imparare l’arte del vivere di musica. Un’arte che si apprende scoprendola sulla propria pelle. Ci sono ragazzi che scrivono con una certa complessità, che non passano in radio perché il pop deve fare visualizzazioni, streaming, download. Nessuno li conosce. Io sì, li cerco e spesso incidono con la mia etichetta indipendente».

Secondo te questo decadente appiattimento culturale è una fase di passaggio?
«Ora è tutto indie-trap-hip hop, un miscuglio di vari stilemi. Ma chi è appassionato di musica va a cercare altro. C’è tanta musica di qualità, credimi! Perciò, no, non penso che stiamo vivendo un periodo decadente».

Musica e… crisi 2/ Ritorno al lavoro, futuro, speranze, progetti

Giusto una settimana fa vi ho raccontato la giornata passata nel teatro di Gonzaga con un gruppo di tecnici, fonici, security, esperti di video e luci per girare uno spot a favore dei lavoratori del Dietro le Quinte, totalmente penalizzati dal lockdown a seguito della pandemia. Ore intense di lavoro, tutti, per una volta, concentrati sul realizzare qualcosa per se stessi, un atto di sensibilizzazione verso il pubblico a cui questo mondo deve praticamente tutto.

Oggi potete vedere il risultato di quel lavoro, racchiuso nello spot diretto e montato da Giampaolo Damato (cliccate sulla foto qui in basso). Nell’idea del bolognese Paolo “Red” Talami, 61 anni, del mantovano Vittorio “Vitty” Magro, 53, e del torinese Massimo “Max” Vigliotti, 45, i tre organizzatori dell’iniziativa, i primi due, fonici di sala, di palco e tecnici del suono, il terzo project manager e operatore mediaserver, dovrebbe essere proiettato prima di ogni spettacolo dal vivo, sia questo un concerto, un evento o una rappresentazione teatrale.

Ormai ci siamo: oggi, 15 giugno, riaprono cinema, teatri, manifestazioni all’aperto. Con molte restrizioni, ma a questo punto saranno i promoter e gli artisti a doversi adattare: più serate nello stesso posto per compensare la richiesta del pubblico e coprire le spese, accettare di rivedere i cachet di tutti, come saggiamente sostiene Beppe Carletti, leader dei Nomadi, band che vive di pubblico, serate, in contatto continuo con i fan. Artisti, di lungo pedigree e giovani “leve”, hanno voluto contribuire all’iniziativa degli “invisibili” inviando video di sostegno (cliccate sulla foto in basso, la prima per Carletti, la seconda per Ghigo Renzulli dei Litfiba). Se ne stanno aggiungendo ogni giorno. Sono tutti musicisti che hanno lavorato con loro, si conoscono, stimano, affezionano. Insomma, un atto dovuto, come in ogni grande famiglia degna di questo nome, spontaneo e confortante per chi ama la musica in tutti i suoi aspetti.

 

Ho fatto quattro chiacchiere con Red, Vitty e Max, anche loro felici di tanta solidarietà, dagli amici artisti ma soprattutto dai tanti interventi sui social di persone normali che li incitano a non mollare, ad andare avanti.

Come per molte cose, la pandemia e la quarantena stanno cambiando profondamente questo mondo, il fatto di essersi tutti bloccati ha interrotto bruscamente – per fortuna! – certe abitudini che si trascinavano pigramente, ha fatto riflettere e, sì, magari un mondo migliore è possibile anche da queste parti…Vitty: «Non credo si tornerà mai più come prima. A quello che eravamo si aggiunge la frustrazione di un futuro poco chiaro… Ora stiamo pensando solo a ripartire, questo è il nostro obiettivo…».
Red: «Una cosa è sicura, cambierà il pubblico in base a quando finirà quest’emergenza – oggi, meglio dire, mezza emergenza. Se continua così, dovremmo adattarci, abituarci a convivere fino a quando non ci sarà il vaccino… e forse tutto tornerà come prima».
Max: «Il mio futuro e quello della nostra professione? Al momento mi sono (ci siamo) dedicati a questo progetto lavorativo. Credo che la ripresa porterà con sé una maggiore consapevolezza di quello che è il mondo dello spettacolo».

Massimo “Max” Vigliotti

Voi siete dei veterani del dietro le quinte, come avete iniziato questo mestiere?Nell’immaginario collettivo è un lavoro meraviglioso, sempre in viaggio, conosci rockstar, una vita avventurosa…
Red:
«Ho iniziato nel 1975. Allora suonavo in una band con Gianfranco Stefanelli (quarto creativo del gruppo, l’art che ha ideato il logo dell’iniziativa, n.d.r.). Avevamo acquistato tutta la strumentazione per suonare dal vivo. Ricordo che andavamo ad appendere i manifesti delle nostre esibizioni di notte perché non avevamo i soldi per pagare le tasse comunali. Dopo un anno di questa vita, facevamo un rock country in controtendenza, ci siamo resi conto di essere fuori strada. Con tutto il materiale di palco che avevamo a disposizione abbiamo deciso di costituire una società e affittarlo alle band, lavoro che è durato per molti anni. Intanto mi ero appassionato al mestiere del fonico… Ho lavorato con Enrico Ruggieri, gli Skiantos, e dall’87 al 2012, con i Litfiba. Poi anche con Jovanotti, Ligabue, Zucchero, Gigi Proietti in teatro. È vero, viaggi, conosci molta gente ma è un mestiere molto faticoso, non hai orari, puoi lavorare anche per 20 ore filate. Ti deve piacere. In tutto questo sono riuscito a farmi una famiglia e a mantenerla!».
Max: «Io nasco come montatore e riparatore di sistemi tecnici. Ho studiato per questo. Crescendo e acquistando abilità, mi sono trovato a lavorare nel mondo del broadcasting, finendo a installare e tarare video proiettori per le proiezioni immersive. Lavoro per eventi, aziende e anche nei concerti, quando c’è da creare i ledwall che servono ad arricchire il concerto. Prima progetto il tutto per dare la mappatura corretta ai videomaker, i quali poi mi danno il video che proietto durante lo show. Ho collaborato come operatore di messa in onda nei concerti di Jovanotti, Ramazzotti, Ligabue (dove ho conosciuto Red), Renato Zero e tanti altri artisti, ma anche grosse aziende come la Fiat. Sono fortunato perché faccio il mestiere per cui ho studiato. Anch’io sono sposato e ho una figlia adolescente».
Vitty: «Ho cominciato suonando la chitarra in un gruppo hard rock nel 1989, nella mia città, Mantova. Poi, grazie a un collega più anziano, Ivo Bottura, che mi ha fatto da maestro, mi sono avvicinato e appassionato al mestiere di fonico. Ho fatto una lunga gavetta assieme a Ivo, decine e decine di concerti estivi… Poi ho iniziato a seguire i Nomadi, prima come backliner del chitarrista poi come fonico di palco. Quindi sono passato a tournée con i Modena City Ramblers, Carmen Consoli, Niccolò Fabi. Sono il fonico di sala di Davide Van De Sfroos dal 2013. Ho fatto il fonico per gli America, questi ultimi li ho seguiti in cinque tour. Con Red ho fatto l’installazione dell’impianto audio dei concerti di Leonard Cohen e Paul MacCartney. Mestiere avventuroso? Ti racconto questa: ad aprile del 1998 mi sono sposato; dopo nemmeno un mese sono partito per un lungo tour e sono ritornato a casa solo a settembre… bel mestiere, sì, ma incredibilmente tosto. Anch’io ho un figlio, di dieci anni».

Vittorio “Vitty” Magro

Ritorniamo alla vostra iniziativa: è difficile raccogliere gli operatori dello spettacolo, fare battaglie e iniziative insieme…
Max: «Il fermo obbligato di questi mesi mi ha portato a pensare molto e a condividere i miei pensieri sul nostro futuro professionale con altri amici. Ho spolverato la mia agenda per contattare i colleghi e sottoporre quella che era un’idea embrionale per farsi sentire. Non potevamo rimanere in silenzio, senza lavoro così d’improvviso. Sentivo la necessità di parlare alla gente, dire loro che gli artisti se vogliono esibirsi hanno bisogno di un fonico, se vogliono fare un concerto servono altre maestranze decisive alla buona riuscita dello show…».
Vitty: «Ti confesso che in questi tre mesi di fermo ho pensato anche di cambiare mestiere. Ma poi ho pensato: che cosa faccio? Mi sono passate davanti interminabili notti di concerti, l’adrenalina prima dell’inizio, poi alla fine, hai quella sensazione indescrivibile di aver fatto un gran lavoro. Un aneddoto: ho lavorato per un bel po’ di date con B.B. King. Tutte le sere, a fine concerto, veniva da me e mi ringraziava. L’ultima sera mi ha stretto la mano ringraziandomi ancora per l’ottimo lavoro e la collaborazione. Il giorno dopo sono andato a fare il fonico per un concerto locale. Sul palco c’era un ragazzino con chitarra e amplificatore costosissimi, accompagnato dal padre. Mi chiama: «Ehi, tipo, non mi sento…». Sono andato da lui e gli ho spiegato un po’ di cosette. Ecco, la complicità e la stima tra artista e tecnico è indispensabile e si ha solo quando entrambi sono veri professionisti. Tornando a noi, è difficile fare un censimento su quanti siamo in Italia. Ultimamente c’è un fiorire di ragazzi che escono da scuole di specializzazione disposti a tutto… la situazione sta scappando di mano. Per risparmiare, certe produzioni contattano giovani ancora inesperti, pagandoli ovviamente poco. Non ci sono regole».
Red: «Proprio per questo – e lo sto dicendo da anni – la nostra categoria deve essere regolamentata da un Ordine professionale. Vanno stabilite le modalità di ingresso, la formazione continua, ma è necessario avere un patentino, un’abilitazione per lavorare. In questo modo si fa selezione con aumento di professionalità. Ho insegnato un anno al Polo Scientifico Universitario di Firenze a 30 ragazzi che sarebbero poi usciti con un diploma che permetteva di accedere anche a un corso universitario. Era un insegnamento impostato sul “live”. Di questi 30 ragazzi solo uno ha fatto il magazziniere per un anno in una produzione. Per tornare al lavoro avventuroso che attira molti ragazzi, questi spesso si ricredono dopo aver visto, e vissuto, la fatica e il duro lavoro che viene richiesto. Anche la normativa non aiuta. Dopo gli incidenti che sono costati due vite a Trieste, nel 2011, nel tour di Jovanotti, e a Reggio Calabria nel 2012, nel concerto della Pausini, l’organizzazione di un concerto viene considerata alla stregua di un cantiere edile, con tutte le distorsioni del caso. Si cerca di evitare incidenti mettendo paletti, si aggiungono normative che “incasinano” il settore, invece di rendere tutto più fluido e sicuro».

Paolo “Red” Talami

Quindi, fatemi capire: regolamentazione del settore e creazione di un albo secondo voi sono la strada giusta per cercare di risolvere i vostri problemi?
Red: «In un periodo di vacche grasse, quando gli affari vanno a gonfie vele per tutti, pochi ci pensano. Sei coinvolto dal lavoro, vedi le cose che non vanno, ti riprometti di migliorarle, ma poi sei sempre in giro per il mondo e tutto passa in secondo piano. Il lockdown, il trovarsi improvvisamente senza occupazione, ha fatto riflettere».
Vitty: «All’estero, in Germania, Francia, Svizzera ci sono regolamentazioni più ferree che da noi. In una mia giornata tipo, le 16/18 ore di lavoro, sono la regola. Lì viene riconosciuto il lavoro serale e quello logorante con limiti all’orario e riconoscimenti anche economici…».

Cosa succederà adesso che si riapre?
Vitty: «La mia paura, visto che per un po’ non ci saranno grossi investimenti, è che si scateni una guerra al ribasso che costringerà a scendere a compromessi. Ma non voglio essere negativo; grazie al mestiere che facciamo abbiamo imparato a “saltar fuori” dai problemi in un modo o nell’altro. D’altronde, il “live” è così».
Max: «Nel bene e nel male non sarà più come prima. Non possiamo più vivere di compromessi. Spero che torni di nuovo la professionalità, che non si parli più di risparmi economici, ma di qualità. Le persone in questo mestiere fanno al differenza».

 

 

Interviste/ Paolo Alessandrini e la sua… “Matematica Rock”

Paolo Alessandrini, 49 anni, è l’autore di “Matematica Rock” – Foto Walter Criscuoli.

L’ho scoperto per caso, in una delle mie incursioni in libreria. E il titolo mi ha subito attirato: Matematica Rock. Il sottotitolo, Storie di musica e numeri dai Beatles ai Led Zeppelin, mi ha convinto all’acquisto. Per uno che di matematica non ha voluto mai capirne nulla, averlo tra le mani è stata una sfida. E confesso: fin dalle prime pagine mi ha catturato. Si sa, l’ignoto attira… Vabbè, non vorrei farvi credere che sono uno “zero assoluto” a far di conti, come si diceva un tempo, ma l’approccio ai temi promessi nel titolo è stato per me l’inizio di una gran bella avventura. Leggerlo, per chi è appassionato di rock e storie al limite dell’assurdo, è stato come divertirsi sulle pagine di un libro d’avventure, ricco di colpi di scena e spunti di riflessione. Al punto che ho preso il telefono e ho chiamato l’autore di questo “romanzo professionale” di 237 pagine pubblicato nel luglio dello scorso anno per Hoepli. Lui è Paolo Alessandrini, veronese, classe 1971, professore di matematica in un istituto professionale in provincia di Treviso e, nella precedente vita, ingegnere informatico di laurea e professione.

Come ti è venuta l’idea di scrivere un libro che parla di formule matematiche e musica?
«È nata tanti anni fa. Nel 2014 avevo scritto e pubblicato un breve e-book dal titolo La matematica dei Pink Floyd, perché avevo notato diversi punti di contatto curiosi, come la strana cover di Ummagumma (disco doppio dei Pink Floyd uscito nel 1969: un incastro di foto scattate nello stesso luogo poste una all’interno dell’altra, apparentemente identiche ma tutte diverse, ndr), il prisma di The Dark Side of The Moon, la canzone Chapter 24 (nona traccia del primo disco della band inglese, The Piper at the Gates of Dawn; Syd Barret nella scrittura si era ispirato al libro cinese dell’I Ching, ndr). Sono sempre stato uno molto curioso, così dai Pink Floyd mi sono allargato a molti altri gruppi o rockstar per scoprire legami tra matematica e questo genere di musica. Dischi, testi, immagini delle coeprtine, così è nato un libro particolare diviso in capitoli che sono le diverse branche della matematica, dall’aritmetica e algebra all’analisi».

Insomma, il rock è trasgressione, libertà vuoi dirmi che i grandi musicisti, da Elvis ai Genesis a Kate Bush ai Tool sono stati o continuano a essere anche delle profonde menti matematiche?
«No, affatto. Non vuol dire che Tony Banks, tastierista dei Genesis nel comporre Firth of Fifth abbia fatto un’operazione intenzionale  considerando i numeri di Fibonacci, probabilmente è stato un caso. Altri, invece, come Kate Bush che ha intitolato un brano Pi (il Pi greco), volevano dire sicuramente qualcosa. O ancora, i Queen in We Will Rock You con il famoso stomp-stomp-clap, brano in cui, per dare il massimo della potenza espressiva, Brian May s’è inventato in base a una sequenza di numeri primi un efficace effetto riverbero. Molti collegamenti matematici sono elaborazioni fatte a posteriori. Prendi, ad esempio, il lavoro che hanno fatto nel 2018 tre accademici americani, uniti dalla passione per i Beatles, sulle attribuzioni delle canzoni della band a Lennon o McCartney, uno dei grandi dilemmi del rock: affrontando il problema attraverso la matematica statistica, hanno concepito un algoritmo intelligente in grado di definire con una certa sicurezza chi tra i due artisti avesse realmente scritto, ad esempio, In my Life o The Word.

Dunque, il rock è spontaneo e la matematica una rigida disciplina?
«No per niente. Voglio pensare che il rock sia rivoluzionario, trasgressivo, libero, spontaneo. E  paradossalmente anche la matematica è così, nonostante sia considerata generalmente arida e rigida. Sapendola interpretare ed esplorare in maniera diversa, non convenzionale, è in realtà una disciplina molto libera, creativa, trasgressiva. Tornando alla musica, questa è profondamente matematica, se n’era accorto già Pitagora notando come i suoni piacevoli non nascessero in modo casuale. Le scale, le armonie, i ritmi hanno a che fare con la matematica, inconsciamente chi fa musica la percepisce. Leibniz diceva “fare musica è contare senza essere consci di contare”. Nel mio libro ho voluto analizzare un lato un po’ insolito della musica e della matematica».

Breve divagazione: suoni qualche strumento?
«Ahimé, sono la pecora nera della famiglia. Mio padre ha insegnato per anni al conservatorio di Verona armonia e contrappunto. Le mie due sorelle sono entrambe musiciste. Sono cresciuto in mezzo alla musica, è stata ed è il mio pane quotidiano, direi che il mio DNA musicale s’è sviluppato sotto forma di matematica. Canto in un coro polifonico a 4 voci, la Corale Ravel, sono un basso. Facciamo di tutto, dal gregoriano alla musica barocca a Mozart, passando per Ravel e anche per brani rock pop come Impressioni di Settembre della PFM  o Barbara Ann dei Beach Boys. Mi diverto molto».

Insegni matematica attraverso la musica?
«No, dai. Voglio solo dimostrare ai miei allievi che la matematica non è qualcosa di noioso e spesso incomprensibile che venuta giù dal cielo, cristallizzata per l’eternità. Come la musica, si evolve, cambia. Nella storia di questa disciplina ci sono state menti trasgressive che hanno dato nuovi impulsi e prospettive allo studio matematico. Prendi, ad esempio, i numeri immaginari inventati da un gruppo di matematici creativi nel Cinquecento: la radice quadrata di -1 non si può calcolare. Ma se una cosa non si può fare si può sempre trovare un modo per farla lo stesso…».

Nella storia non sono esistiti i matematici puri, questi erano filosofi, storici, teologi, giuristi e anche matematici…
«Esatto, oggi le discipline sono settoriali, non c’è solo il matematico, ma chi si occupa di specifiche sue aree, a differenza, per esempio, di Cartesio che era filosofo e grande appassionato di matematica; essendo ricco di famiglia, ha vissuto la sua vita studiando. Secondo me la matematica non è una vecchia disciplina ma un’arte. Fa parte della cultura di un popolo, come la musica, il cinema, la pittura. È una forma di espressione umana. Brian May, chitarrista dei Queen è un fisico, Johnny Buckland, il chitarrista dei Coldplay, è laureato in matematica…».

Paolo Alessandrini in una delle sue presentazioni-spettacolo assieme al chitarrista Stefano Zamuner e alla cantante Giorgia Pramparo

Torniamo al tuo libro, lo stai presentando in modo particolare…
«Avevo due strade. La prima, istituzionale, una classica esposizione con risposta a eventuali domande. Ma l’argomento del libro si presta particolarmente a una conferenza-spettacolo sulla materia, dove trovano posto la matematica e anche la musica. Sfruttando la collaborazione di un amico chitarrista, Stefano Zamuner, e della cantante Giorgia Pramparo abbiamo preparato quindi una presentazione che è anche uno spettacolo vero e proprio. L’abbiamo portato in molti luoghi, al Festival della Statistica di Treviso o a quello della Scienza a Genova, ma anche a Dolomiti in Scienza a Belluno. Per i lettori del libro ho preparato una playlist su Spotify, con tutti i brani citati in sequenza di capitoli».

Prima di chiudere, quali sono le tue passioni musciali?
«Chi mi conosce lo sa: sono un beatlesiano incallito. Da sempre. Sono stato fortunato: qualche anno fa credevo che i Fab Four non avessero spunti matematici, invece ne hanno, eccome! Mi piace il rock progressivo, ascolto i Radiohead. Ma non solo: amo immensamente anche molta parte della musica classica e del jazz. Sono uno curioso, te l’ho detto, cerco di cogliere il meglio da tutta la musica!».

Interviste/ Walzer, dal Persia’s Got Talent a un disco. Tutto suo!

Di lui mi aveva parlato quel pusher di nuovi musicisti che è Alberto Riva (ricordate? il creatore di colonne sonore per le sfilate di moda), ancor prima che il Nostro se ne uscisse con quella provocazione che di lì a pochi giorni, lo avrebbe portato a una notorietà inaspettata… Così, in un piovoso lunedì di febbraio, ci siamo dati appuntamento alla libreria Feltrinelli di corso Buenos Aires a Milano. Capello lungo, baffo folto, una giacca militare d’antan… Walter Carluccio, in arte Walzer, nato 36 anni fa in un paesino vicino a Legnano, padre italiano madre spagnola, mi guarda incuriosito. «Non sono abituato a questo genere di cose», mi spiega. «Improvvisamente sono diventato uno riconoscibile. Mi fermano, mi intervistano, sono quello della goliardata persiana». Facciamo un passo indietro. Qualche settimana fa Walzer ha fatto il botto di ascolti, visualizzazioni e fama mettendo on line la sua esibizione al Persia’s Got Talent, show per gli spettatori di lingua farsi nel mondo, ripreso a Stoccolma un paio di mesi fa. Se volete leggere sulla sua stravagante esibizione, qui una sua intervista su tgcom.24.it. Insomma, viene voglia di saperne di più su questo artista che vive ancora nel paradiso dei menestrelli, compone ma non si decide a pubblicare, frequenta fior di nomi “pesanti” della musica italiana ma non si lancia. Partecipa a un talent lontano anni luce dalla nostra cultura musicale e lo fa con la consapevolezza che una provocazione sia una possibile e fruttuosa contaminazione tra culture, non ha uno smartphone ma si muove tra i social con passo felpato…

Solo una domanda sulla tua partecipazione al Persia’s Got Talent. Hai portato sul palco Ascanio, mito del web demenziale, e la canzone Esce ma non mi rosica, rielaborata nel testo, su uno dei brani più amati dai persiani, Pariya, di Shahram Shabpareh. Una provocazione?
«È stata una goliardata pura. Una cosa che volevo fare, senza nessuna pretesa. La produzione lo sapeva, ne erano ignari, invece, i giudici. Infatti, non hanno capito l’operazione. Ma la cosa bella è che il pubblico s’è messo a cantare il vero testo, mentre io quello di CelestinoCamicia. Una fusione di culture, quella tradizionale e l’altra, giocosa e spensierata, della rete».

Chi è Walzer?
«Sono uno di provincia, cresciuto in provincia. Ho iniziato a suonare la chitarra di mio fratello maggiore a 14 anni – l’aveva ricevuta in regalo ma non la toccava mai – e a cantare a quattro. Mi ricordo che, fin da piccolo, ascoltando una canzone ponevo sempre più attenzione all’armonia che alla melodia. Mi affascinavano i percorsi sonori di un brano. Al liceo artistico, a Busto Arsizio, ero diventato il menestrello della scuola. Ho iniziato a cantare in vari gruppi della zona. Ancora oggi continuo a esibirmi con la mia prima band, Mike Pastori and his New Dodos, facciamo cover di qualsiasi genere: siamo quattro persone con ascolti decisamente diversi, ed è questa la nostra forza che ci tiene ancora insieme».

Quando hai iniziato a suonare da solo?
«Nel 2010 e ho cominciato suonando proprio Esce ma non mi rosica al mio primo concerto. A Stoccolma mi sono presentato sul palco del Persia’s Got Talent vestito esattamente come il mio primo concerto. Poi, nel 2011, ho avuto la mia “svolta” più importante: ho conosciuto i Selton (fresca ed esplosiva band brasiliana formatasi a Milano, ndr). È iniziata un’amicizia e una collaborazione, con loro ho fatto i miei primi concerti “grossi”. Quindi ho incontrato Dario Ciffo, Roberto Dell’Era, gli altri Afterhours…».

Walzer, ma cosa vuoi dalla tua vita? Oltre alla provocazione che ti ha reso famoso, c’è dell’altro, mi sembra…
«Da cinque anni ho iniziato a scrivere canzoni mie, spronato dai Selton e da altri amici musicisti…».

E…
«Ne ho scritte una quindicina. Lino Gitto e Roberto Dell’Era, che assieme a Enrico Gabrielli fanno gli Winstons (uno dei gruppi più interessanti della scena indie-prog italiana, ndr) si sono offerti di aiutarmi a produrre il disco. Mi piacerebbe incidere ogni pezzo con uno dei miei amici artisti, ospiti, guest star… Devo fare questo passo, è importante, decisivo, altrimenti rischio di rimanere negli annali del web come il pagliaccio di Esce ma non mi rosica…».

Qual è il tuo genere di riferimento?
«Pop/rock con influenze anni Sessanta e Settanta, Beatles, Beach Boys, Elvis Costello per intenderci…».

Scusa, ma perché tutta questa indecisione sui pezzi che hai scritto? Cosa stai aspettando?
«Il 2020 sarà l’anno decisivo, lo dico a te ma lo dico anche a me! Sono fondamentalmente pigro, vero. Però la mia apparente pigrizia nasconde in realtà quello che sono, e cioè, cauto e riflessivo. Mi impongo standard molto alti, sono sempre molto critico con me stesso. Ho bisogno di consensi continui su quello che faccio…».

Cioè, ti sottovaluti…
«Forse. Però non vorrei essere ricordato soltanto per una guasconata, anche se la partecipazione al talent è stata l’occasione per parlare di me. Ora ho in testa tante cose. Devo sentire Daniel (dei Selton, ndr) perché ha avuto l’idea di lanciare un crowdfunding per produrre il mio disco».

Una genialità guascona quella del Persian’s Got Talent! I tuoi cosa hanno detto del tuo exploit?
«Mia madre, che vive alle Canarie, è persona pragmatica. Mi ha fatto una sola domanda: “Ma ti hanno pagato per quello che hai fatto?».

Tu usi i social ma, in realtà, sei un po’ lontano da quel mondo…
«È vero, non ho uno smartphone, non sono un nativo digitale. Mi hanno detto che ciò potrebbe essere un detrimento per il mio lavoro, ma io vado avanti per la mia strada…».

Ma hai bisogno della gente, tutti gli artisti ne hanno.
«Come attitudine sono molto vicino agli artisti di strada. Mi piace suonare nei mercatini, alle feste di paese. E questa, mi rendo conto, è la dimensione più lontana possibile dai social, intesa come modo di accattivarsi la gente. Mettiamola così, la mia è una sfida…».

Walzer, il tuo obiettivo.
«Mantenere la libertà che ho adesso ma esprimere quella creatività organizzata per far conoscere la mia musica. Sono il musicista dei musicisti: tutti mi conoscono nell’ambiente ma pochi al di fuori di questo…».

Annotazione. Alla fine dell’intervista “in libreria”, davanti a un tazzina di caffè ormai fredda, finiamo per parlare di libri, ovviamente di musica. Gli chiedo se mi fa ascoltare uno dei suoi brani: «Sono tutti molto artigianali, registrati in casa. Insomma roba “roots”», si schernisce. Insisto: la voglio pubblicare sul blog, sono curioso, e poi, prima o poi, ti devi decidere. Acconsente: «Ok, ti mando un link dal mio SoundCloud». Quindi, eccolo (il link)! Ascoltiamolo insieme e immaginiamolo “lavorato” con quell’armonia che gli sta tanto a cuore… Io l’arrangiamento me lo sono creato, nella mia testa, ovviamente, con la certezza che da una radice può nascere un gran bel fiore!