Gegè Telesforo: la musica in testa e l’arte nel cuore

Gegè Telesforo, classe 1961, foggiano. Musicista, polistrumentista, ma anche conduttore, ricercatore affamato di nuovi talenti, professore, cantante, jazzista con il funk nel cuore, onnivoro ascoltatore di note dal mondo… Inquadrarlo non è facile. Si è esibito e ha collaborato con i grandi nomi del jazz internazionale e non solo. Comunque la giri, lui è un esperto. Sarà il carattere, una naturale predisposizione al pentagramma, un genio eternamente curioso e vorace, sta di fatto che Gegè sta alla musica come la batteria al ritmo, l’improvvisazione al jazz… Insomma, due atomi inscindibili. Con lui, che del suo divertimento ne ha fatto una professione ad altissimi livelli, ho voluto scambiare quattro chiacchiere (forse qualcuna in più, concedetemela!), sul suo nuovo lavoro uscito in pieno lockdown, Il Mondo in Testa, su cosa significhi musica di qualità oggi e sugli artisti che preferisce.  Importante: il prossimo 29 ottobre, in occasione del JazzMi, sarà al Blue Note di Milano, con un quintetto fantastico: oltre a lui, Domenico Sanna al pianoforte, Ameen Saleem al contrabbasso, Michele Santoleri alla batteria e Alfonso Deidda al sassofono, voce e tastiere. Torniamo all’intervista e mettetevi comodi…

Gegè, iniziamo con Il Mondo in Testa, il tuo lavoro uscito il 27 marzo scorso…
«Ho deciso di esprimere in un nuovo album tutto quello che ho imparato e assimilato negli anni, libero di fondere vari linguaggi e basi ritmiche che ho adattato alle mie composizioni. Un impegno notevole, abbiamo impiegato un anno e mezzo per confezionarlo. È stata una produzione vera e propria che mi ha occupato tantissimo. I tempi di realizzazione si sono dilatati perché ho voluto che suonassero con me musicisti che conosco e apprezzo, sia affermati sia emergenti, rispettando i loro impegni di lavoro. Inevitabilmente i tempi si sono allungati… È una produzione indipendente, artigianale, che ha richiesto una cura notevole».

A sei mesi dall’uscita com’è stato accolto il disco?
«Mi sta dando molte soddisfazioni. Ho deciso, vista la situazione, di presentare dal vivo i brani del disco il prossimo anno. È un lavoro che richiede la presenza di più musicisti sul palco. Quest’anno ho deciso di proporre solo alcuni brani del disco dal vivo e portare un repertorio adatto al mio quintetto…».

Perché questo titolo?
«Il Mondo in Testa si presta a una doppia lettura. Perché ho viaggiato tanto, e in tutti questi miei viaggi ho scoperto e imparato a usare le tante spezie che esaltano il sapore della musica. E poi perché il mondo in questo momento è una priorità, visto tutto quello che sta succedendo. Questo mio lavoro vuole essere una riflessione sulla vita, sulla natura».

Gegè Telesforo a Rovigo il 20 settembre scorso nel suo primo concerto dopo il lockdown – Foto Claudio Cecchetti

Hai deciso di cantare in Italiano…
«Sì, ci sono tre brani cantati (Il Mondo in Testa, Genetica dell’Amore e Mille Petali, n.d.r.), nei restanti uso la vocalità. Non sono un cantautore che parte dalle parole e le mette poi in musica. Faccio il processo inverso: scrivo la melodia e poi cerco di dare un senso letterario al brano. Ho utilizzato l’italiano come si fa con l’inglese, assegnando a ogni nota una sillaba. La scelta delle parole è stata un lavoro molto complicato, per agevolare il canto di chi ha collaborato al disco».

Sei famoso per usare la vocalità nella tua musica. Insomma, sei il re dello scat!
«Servirsi della vocalità è come suonare uno strumento, bisogna allenarsi tanto, impararla. Nei conservatori che hanno aperto al jazz si studia la voce e lo scat. In sostanza, si creano frasi musicali sillabando parole senza senso. Non sono il solo in Italia a praticare questa disciplina. Ti cito, ad esempio, Maria Pia De Vito, Roberta Gambarini, Walter Ricci. E poi c’è una siciliana, una musicista completa, Daniela Spalletta, che ha cantato nel mio disco, un’artista devota allo studio, completa, canta lirica e jazz contemporaneo. È bravissima. Questi sono i musicisti che mi piacciono, onnivori, versatili».

Tu come hai scoperto lo scat?
«Una mania che avevo da bambino, senza ovviamente sapere cosa fosse. Papà, che di professione è architetto, ama il jazz, in particolare quello del periodo bebop. E io da piccolo ascoltavo quei dischi, memorizzavo tutto e li “suonavo” con la voce. Era una vera fissazione, passavo le ore, tanto che i miei a un certo punto si erano anche preoccupati. Per me era soltanto il mio gioco preferito e su questo gioco ho costruito una carriera».

Gegè Telesforo a Rovigo il 20 settembre scorso nel suo primo concerto dopo il lockdown – Foto Claudio Cecchetti

Passiamo alle mille altre cose che fai. Uno degli appuntamenti fissi (che io ascolto con interesse perché non finisco mai di imparare) è SoundCheck il programma che da anni tieni su Radio24…
«La radio di Confindustria mi dà la possibilità di lavorare in assoluta libertà e trattare, dunque, la musica in maniera assolutamente naturale per me. Vedi (sorride, n.d.r.), tu e io, coetanei, siamo arrivati a un’età che ci permette di dire quello che pensiamo. E questa libertà me la prendo anche nel presentare la musica che mi piace. Faccio un programma da musicista e racconto di musica. Quando presento gli artisti mi informo, voglio sapere tutto, il loro background, da dove arrivano, come si sono formati. Non ho nessuna casa discografica che mi impone questo o quell’altro».

SoundCheck va alla grande…
«Sì, sono contento. Sebastiano Barisoni, il vicedirettore di Radio24, ogni volta mi dice che supero me stesso. Il programma va bene, ci sono ascoltatori, c’è pubblicità, c’è interesse per una musica diversa dal mainstream. SoundCheck lo posso fare perché viviamo nell’era digitale. Ai tempi in cui ho iniziato avevamo contatti diretti con le case discografiche. Era la musica che ci raggiungeva e si parlava di quegli artisti che le case discografiche volevano spingere. Oggi questo non succede più. Per fortuna possiamo bypassare le discografie ufficiali e cercare su siti che propongono artisti straordinari, molto interessanti, come SoundCloud o Bandcamp. Basta saper cercare».

Ti impegna molto?
«Dedico due giorni alla settimana alla ricerca, all’acquisto, all’ascolto. Poi catalogo e quindi inizio a formare i vari airplay…».

Gegè Telesforo a Rovigo il 20 settembre scorso nel suo primo concerto dopo il lockdown – Foto Claudio Cecchetti

Ultimamente mi sono appassionato al trombettista Christian Scott aTunde Adjuah. Non smetto di ascoltarlo… ha una sezione ritmica incredibile…
«L’ho conosciuto e intervistato. È un ragazzone atletico, simpatico e aperto, non si droga né beve, il classico bravo ragazzo. Vive per la musica, fa tutto in funzione della musica. È questa dedizione, come ti dicevo prima, che mi fa apprezzare il lavoro di artisti come lui. Hai notato, parte con una tromba dal sapore messicano per buttarsi poi in altri territori d’improvvisazione…».

Tu hai un mentore e amico, il mitico Renzo Arbore. Possiamo definirlo musicista o è riduttivo?
«Lo conosco da quando ero piccolo, è amico di papà da sempre. Renzo secondo me è l’Artista, nel vero senso della parola. Una persona squisita, di grande cultura, un grande appassionato di jazz, un grande conoscitore della musica napoletana, uno che ha rivoluzionato la televisione. E poi conosce repertori messicani, portoghesi, spagnoli, segue concerti di jazz contemporaneo. Ha una memoria incredibile, ricorda nomi di musicisti, dischi, tutto! Penso che molti degli artisti di oggi debbano qualcosa a lui e a Gianni Boncompagni. Sì, poi Renzo è anche un musicista, uno che ha calcato palcoscenici importanti in tutto il mondo».

Hai lavorato molto con lui…
«Stavo negli Stati Uniti e collaboravo con Ben Sidran, il mitico Ben Sidran. Si era creato un’etichetta musicale sua, la Go Jazz e, oltre a pubblicare se stesso, cercava e spingeva giovani talenti. Ho inciso per la sua etichetta. Nel 1998 Renzo mi chiese di partecipare alla sua tournée sudamericana. Così sono rientrato in Italia per seguirlo. A fine tour, il suo manager, Adriano Aragozzini, mi fece la proposta di restare per 70 date. È finita che sono rimasto con Renzo per vent’anni, sempre in tour. Finché il tam tam primordiale, la mia passione, complice un esaurimento nervoso (stavamo fuori casa per 250 giorni all’anno), mi ha fatto dire basta e sono ritornato all’attività da solista, fondando una mia etichetta, la Groove Master Edition, assieme a Roberto Lamberti, che è anche il mio manager».

Gegè Telesforo a Rovigo il 20 settembre scorso nel suo primo concerto dopo il lockdown – Foto Claudio Cecchetti

Da Arbore hai imparato tanto?
«Nella musica c’è sempre da imparare. Il problema è fermarsi. Si apprende dai grandi maestri ma anche dai giovani talenti. Quelli nei quali ho visto e vedo una luce, come Stefano Di Basttista, Tosca, Giorgia, il pianista Domenico Sanna, i batteristi Michele Santoleri (che con Sanna suona nel mio quintetto) e Dario Panza.

Tosca, la adoro! La sua versione di Piazza Grande di Lucio Dalla a Sanremo con Silvia Pérez Cruz, per me, è stata l’unica nota di vera musica del festival…
«Tosca è la mia cantante preferita in Italia. Quando inizia a cantare senti il grande studio che c’è dietro, è un’artista che sa stare sul palco, lo avverti il fuoco della musica».

La musica mainstream è piuttosto piatta, non trovi?
«Perché mercato e comunicazione dettano legge. In televisione anni fa c’erano programmi che cercavano di raccontare storie, indagavano, informavano. Oggi si cercano popstar che possono durare solo una stagione… Quando appare il grande talento, questo è preso dalla casa discografica e spremuto perché c’è necessità di fare numeri. I ragazzi da parte loro hanno un unico obiettivo, quello di raggiungere il successo immediatamente. Il risultato è che quest’ultimo arriva su pattern noiosi. Hai notato che il nostro Paese d’estate diventa tropicale? Ascolti solo basi Reggaeton, si cerca di semplificare al massimo, tutto deve essere ridotto a prodotto facile, che non impegna, da consumare subito».

Una specie di fast food della musica. Ma per fortuna non è tutto così…
«Esistono i musicisti, cioè quelli che, usciti dal conservatorio, non si vedono destinati all’insegnamento, ma vogliono imparare l’arte del vivere di musica. Un’arte che si apprende scoprendola sulla propria pelle. Ci sono ragazzi che scrivono con una certa complessità, che non passano in radio perché il pop deve fare visualizzazioni, streaming, download. Nessuno li conosce. Io sì, li cerco e spesso incidono con la mia etichetta indipendente».

Secondo te questo decadente appiattimento culturale è una fase di passaggio?
«Ora è tutto indie-trap-hip hop, un miscuglio di vari stilemi. Ma chi è appassionato di musica va a cercare altro. C’è tanta musica di qualità, credimi! Perciò, no, non penso che stiamo vivendo un periodo decadente».

Musica e… crisi 2/ Ritorno al lavoro, futuro, speranze, progetti

Giusto una settimana fa vi ho raccontato la giornata passata nel teatro di Gonzaga con un gruppo di tecnici, fonici, security, esperti di video e luci per girare uno spot a favore dei lavoratori del Dietro le Quinte, totalmente penalizzati dal lockdown a seguito della pandemia. Ore intense di lavoro, tutti, per una volta, concentrati sul realizzare qualcosa per se stessi, un atto di sensibilizzazione verso il pubblico a cui questo mondo deve praticamente tutto.

Oggi potete vedere il risultato di quel lavoro, racchiuso nello spot diretto e montato da Giampaolo Damato (cliccate sulla foto qui in basso). Nell’idea del bolognese Paolo “Red” Talami, 61 anni, del mantovano Vittorio “Vitty” Magro, 53, e del torinese Massimo “Max” Vigliotti, 45, i tre organizzatori dell’iniziativa, i primi due, fonici di sala, di palco e tecnici del suono, il terzo project manager e operatore mediaserver, dovrebbe essere proiettato prima di ogni spettacolo dal vivo, sia questo un concerto, un evento o una rappresentazione teatrale.

Ormai ci siamo: oggi, 15 giugno, riaprono cinema, teatri, manifestazioni all’aperto. Con molte restrizioni, ma a questo punto saranno i promoter e gli artisti a doversi adattare: più serate nello stesso posto per compensare la richiesta del pubblico e coprire le spese, accettare di rivedere i cachet di tutti, come saggiamente sostiene Beppe Carletti, leader dei Nomadi, band che vive di pubblico, serate, in contatto continuo con i fan. Artisti, di lungo pedigree e giovani “leve”, hanno voluto contribuire all’iniziativa degli “invisibili” inviando video di sostegno (cliccate sulla foto in basso, la prima per Carletti, la seconda per Ghigo Renzulli dei Litfiba). Se ne stanno aggiungendo ogni giorno. Sono tutti musicisti che hanno lavorato con loro, si conoscono, stimano, affezionano. Insomma, un atto dovuto, come in ogni grande famiglia degna di questo nome, spontaneo e confortante per chi ama la musica in tutti i suoi aspetti.

 

Ho fatto quattro chiacchiere con Red, Vitty e Max, anche loro felici di tanta solidarietà, dagli amici artisti ma soprattutto dai tanti interventi sui social di persone normali che li incitano a non mollare, ad andare avanti.

Come per molte cose, la pandemia e la quarantena stanno cambiando profondamente questo mondo, il fatto di essersi tutti bloccati ha interrotto bruscamente – per fortuna! – certe abitudini che si trascinavano pigramente, ha fatto riflettere e, sì, magari un mondo migliore è possibile anche da queste parti…Vitty: «Non credo si tornerà mai più come prima. A quello che eravamo si aggiunge la frustrazione di un futuro poco chiaro… Ora stiamo pensando solo a ripartire, questo è il nostro obiettivo…».
Red: «Una cosa è sicura, cambierà il pubblico in base a quando finirà quest’emergenza – oggi, meglio dire, mezza emergenza. Se continua così, dovremmo adattarci, abituarci a convivere fino a quando non ci sarà il vaccino… e forse tutto tornerà come prima».
Max: «Il mio futuro e quello della nostra professione? Al momento mi sono (ci siamo) dedicati a questo progetto lavorativo. Credo che la ripresa porterà con sé una maggiore consapevolezza di quello che è il mondo dello spettacolo».

Massimo “Max” Vigliotti

Voi siete dei veterani del dietro le quinte, come avete iniziato questo mestiere?Nell’immaginario collettivo è un lavoro meraviglioso, sempre in viaggio, conosci rockstar, una vita avventurosa…
Red:
«Ho iniziato nel 1975. Allora suonavo in una band con Gianfranco Stefanelli (quarto creativo del gruppo, l’art che ha ideato il logo dell’iniziativa, n.d.r.). Avevamo acquistato tutta la strumentazione per suonare dal vivo. Ricordo che andavamo ad appendere i manifesti delle nostre esibizioni di notte perché non avevamo i soldi per pagare le tasse comunali. Dopo un anno di questa vita, facevamo un rock country in controtendenza, ci siamo resi conto di essere fuori strada. Con tutto il materiale di palco che avevamo a disposizione abbiamo deciso di costituire una società e affittarlo alle band, lavoro che è durato per molti anni. Intanto mi ero appassionato al mestiere del fonico… Ho lavorato con Enrico Ruggieri, gli Skiantos, e dall’87 al 2012, con i Litfiba. Poi anche con Jovanotti, Ligabue, Zucchero, Gigi Proietti in teatro. È vero, viaggi, conosci molta gente ma è un mestiere molto faticoso, non hai orari, puoi lavorare anche per 20 ore filate. Ti deve piacere. In tutto questo sono riuscito a farmi una famiglia e a mantenerla!».
Max: «Io nasco come montatore e riparatore di sistemi tecnici. Ho studiato per questo. Crescendo e acquistando abilità, mi sono trovato a lavorare nel mondo del broadcasting, finendo a installare e tarare video proiettori per le proiezioni immersive. Lavoro per eventi, aziende e anche nei concerti, quando c’è da creare i ledwall che servono ad arricchire il concerto. Prima progetto il tutto per dare la mappatura corretta ai videomaker, i quali poi mi danno il video che proietto durante lo show. Ho collaborato come operatore di messa in onda nei concerti di Jovanotti, Ramazzotti, Ligabue (dove ho conosciuto Red), Renato Zero e tanti altri artisti, ma anche grosse aziende come la Fiat. Sono fortunato perché faccio il mestiere per cui ho studiato. Anch’io sono sposato e ho una figlia adolescente».
Vitty: «Ho cominciato suonando la chitarra in un gruppo hard rock nel 1989, nella mia città, Mantova. Poi, grazie a un collega più anziano, Ivo Bottura, che mi ha fatto da maestro, mi sono avvicinato e appassionato al mestiere di fonico. Ho fatto una lunga gavetta assieme a Ivo, decine e decine di concerti estivi… Poi ho iniziato a seguire i Nomadi, prima come backliner del chitarrista poi come fonico di palco. Quindi sono passato a tournée con i Modena City Ramblers, Carmen Consoli, Niccolò Fabi. Sono il fonico di sala di Davide Van De Sfroos dal 2013. Ho fatto il fonico per gli America, questi ultimi li ho seguiti in cinque tour. Con Red ho fatto l’installazione dell’impianto audio dei concerti di Leonard Cohen e Paul MacCartney. Mestiere avventuroso? Ti racconto questa: ad aprile del 1998 mi sono sposato; dopo nemmeno un mese sono partito per un lungo tour e sono ritornato a casa solo a settembre… bel mestiere, sì, ma incredibilmente tosto. Anch’io ho un figlio, di dieci anni».

Vittorio “Vitty” Magro

Ritorniamo alla vostra iniziativa: è difficile raccogliere gli operatori dello spettacolo, fare battaglie e iniziative insieme…
Max: «Il fermo obbligato di questi mesi mi ha portato a pensare molto e a condividere i miei pensieri sul nostro futuro professionale con altri amici. Ho spolverato la mia agenda per contattare i colleghi e sottoporre quella che era un’idea embrionale per farsi sentire. Non potevamo rimanere in silenzio, senza lavoro così d’improvviso. Sentivo la necessità di parlare alla gente, dire loro che gli artisti se vogliono esibirsi hanno bisogno di un fonico, se vogliono fare un concerto servono altre maestranze decisive alla buona riuscita dello show…».
Vitty: «Ti confesso che in questi tre mesi di fermo ho pensato anche di cambiare mestiere. Ma poi ho pensato: che cosa faccio? Mi sono passate davanti interminabili notti di concerti, l’adrenalina prima dell’inizio, poi alla fine, hai quella sensazione indescrivibile di aver fatto un gran lavoro. Un aneddoto: ho lavorato per un bel po’ di date con B.B. King. Tutte le sere, a fine concerto, veniva da me e mi ringraziava. L’ultima sera mi ha stretto la mano ringraziandomi ancora per l’ottimo lavoro e la collaborazione. Il giorno dopo sono andato a fare il fonico per un concerto locale. Sul palco c’era un ragazzino con chitarra e amplificatore costosissimi, accompagnato dal padre. Mi chiama: «Ehi, tipo, non mi sento…». Sono andato da lui e gli ho spiegato un po’ di cosette. Ecco, la complicità e la stima tra artista e tecnico è indispensabile e si ha solo quando entrambi sono veri professionisti. Tornando a noi, è difficile fare un censimento su quanti siamo in Italia. Ultimamente c’è un fiorire di ragazzi che escono da scuole di specializzazione disposti a tutto… la situazione sta scappando di mano. Per risparmiare, certe produzioni contattano giovani ancora inesperti, pagandoli ovviamente poco. Non ci sono regole».
Red: «Proprio per questo – e lo sto dicendo da anni – la nostra categoria deve essere regolamentata da un Ordine professionale. Vanno stabilite le modalità di ingresso, la formazione continua, ma è necessario avere un patentino, un’abilitazione per lavorare. In questo modo si fa selezione con aumento di professionalità. Ho insegnato un anno al Polo Scientifico Universitario di Firenze a 30 ragazzi che sarebbero poi usciti con un diploma che permetteva di accedere anche a un corso universitario. Era un insegnamento impostato sul “live”. Di questi 30 ragazzi solo uno ha fatto il magazziniere per un anno in una produzione. Per tornare al lavoro avventuroso che attira molti ragazzi, questi spesso si ricredono dopo aver visto, e vissuto, la fatica e il duro lavoro che viene richiesto. Anche la normativa non aiuta. Dopo gli incidenti che sono costati due vite a Trieste, nel 2011, nel tour di Jovanotti, e a Reggio Calabria nel 2012, nel concerto della Pausini, l’organizzazione di un concerto viene considerata alla stregua di un cantiere edile, con tutte le distorsioni del caso. Si cerca di evitare incidenti mettendo paletti, si aggiungono normative che “incasinano” il settore, invece di rendere tutto più fluido e sicuro».

Paolo “Red” Talami

Quindi, fatemi capire: regolamentazione del settore e creazione di un albo secondo voi sono la strada giusta per cercare di risolvere i vostri problemi?
Red: «In un periodo di vacche grasse, quando gli affari vanno a gonfie vele per tutti, pochi ci pensano. Sei coinvolto dal lavoro, vedi le cose che non vanno, ti riprometti di migliorarle, ma poi sei sempre in giro per il mondo e tutto passa in secondo piano. Il lockdown, il trovarsi improvvisamente senza occupazione, ha fatto riflettere».
Vitty: «All’estero, in Germania, Francia, Svizzera ci sono regolamentazioni più ferree che da noi. In una mia giornata tipo, le 16/18 ore di lavoro, sono la regola. Lì viene riconosciuto il lavoro serale e quello logorante con limiti all’orario e riconoscimenti anche economici…».

Cosa succederà adesso che si riapre?
Vitty: «La mia paura, visto che per un po’ non ci saranno grossi investimenti, è che si scateni una guerra al ribasso che costringerà a scendere a compromessi. Ma non voglio essere negativo; grazie al mestiere che facciamo abbiamo imparato a “saltar fuori” dai problemi in un modo o nell’altro. D’altronde, il “live” è così».
Max: «Nel bene e nel male non sarà più come prima. Non possiamo più vivere di compromessi. Spero che torni di nuovo la professionalità, che non si parli più di risparmi economici, ma di qualità. Le persone in questo mestiere fanno al differenza».

 

 

Interviste/ Paolo Alessandrini e la sua… “Matematica Rock”

Paolo Alessandrini, 49 anni, è l’autore di “Matematica Rock” – Foto Walter Criscuoli.

L’ho scoperto per caso, in una delle mie incursioni in libreria. E il titolo mi ha subito attirato: Matematica Rock. Il sottotitolo, Storie di musica e numeri dai Beatles ai Led Zeppelin, mi ha convinto all’acquisto. Per uno che di matematica non ha voluto mai capirne nulla, averlo tra le mani è stata una sfida. E confesso: fin dalle prime pagine mi ha catturato. Si sa, l’ignoto attira… Vabbè, non vorrei farvi credere che sono uno “zero assoluto” a far di conti, come si diceva un tempo, ma l’approccio ai temi promessi nel titolo è stato per me l’inizio di una gran bella avventura. Leggerlo, per chi è appassionato di rock e storie al limite dell’assurdo, è stato come divertirsi sulle pagine di un libro d’avventure, ricco di colpi di scena e spunti di riflessione. Al punto che ho preso il telefono e ho chiamato l’autore di questo “romanzo professionale” di 237 pagine pubblicato nel luglio dello scorso anno per Hoepli. Lui è Paolo Alessandrini, veronese, classe 1971, professore di matematica in un istituto professionale in provincia di Treviso e, nella precedente vita, ingegnere informatico di laurea e professione.

Come ti è venuta l’idea di scrivere un libro che parla di formule matematiche e musica?
«È nata tanti anni fa. Nel 2014 avevo scritto e pubblicato un breve e-book dal titolo La matematica dei Pink Floyd, perché avevo notato diversi punti di contatto curiosi, come la strana cover di Ummagumma (disco doppio dei Pink Floyd uscito nel 1969: un incastro di foto scattate nello stesso luogo poste una all’interno dell’altra, apparentemente identiche ma tutte diverse, ndr), il prisma di The Dark Side of The Moon, la canzone Chapter 24 (nona traccia del primo disco della band inglese, The Piper at the Gates of Dawn; Syd Barret nella scrittura si era ispirato al libro cinese dell’I Ching, ndr). Sono sempre stato uno molto curioso, così dai Pink Floyd mi sono allargato a molti altri gruppi o rockstar per scoprire legami tra matematica e questo genere di musica. Dischi, testi, immagini delle coeprtine, così è nato un libro particolare diviso in capitoli che sono le diverse branche della matematica, dall’aritmetica e algebra all’analisi».

Insomma, il rock è trasgressione, libertà vuoi dirmi che i grandi musicisti, da Elvis ai Genesis a Kate Bush ai Tool sono stati o continuano a essere anche delle profonde menti matematiche?
«No, affatto. Non vuol dire che Tony Banks, tastierista dei Genesis nel comporre Firth of Fifth abbia fatto un’operazione intenzionale  considerando i numeri di Fibonacci, probabilmente è stato un caso. Altri, invece, come Kate Bush che ha intitolato un brano Pi (il Pi greco), volevano dire sicuramente qualcosa. O ancora, i Queen in We Will Rock You con il famoso stomp-stomp-clap, brano in cui, per dare il massimo della potenza espressiva, Brian May s’è inventato in base a una sequenza di numeri primi un efficace effetto riverbero. Molti collegamenti matematici sono elaborazioni fatte a posteriori. Prendi, ad esempio, il lavoro che hanno fatto nel 2018 tre accademici americani, uniti dalla passione per i Beatles, sulle attribuzioni delle canzoni della band a Lennon o McCartney, uno dei grandi dilemmi del rock: affrontando il problema attraverso la matematica statistica, hanno concepito un algoritmo intelligente in grado di definire con una certa sicurezza chi tra i due artisti avesse realmente scritto, ad esempio, In my Life o The Word.

Dunque, il rock è spontaneo e la matematica una rigida disciplina?
«No per niente. Voglio pensare che il rock sia rivoluzionario, trasgressivo, libero, spontaneo. E  paradossalmente anche la matematica è così, nonostante sia considerata generalmente arida e rigida. Sapendola interpretare ed esplorare in maniera diversa, non convenzionale, è in realtà una disciplina molto libera, creativa, trasgressiva. Tornando alla musica, questa è profondamente matematica, se n’era accorto già Pitagora notando come i suoni piacevoli non nascessero in modo casuale. Le scale, le armonie, i ritmi hanno a che fare con la matematica, inconsciamente chi fa musica la percepisce. Leibniz diceva “fare musica è contare senza essere consci di contare”. Nel mio libro ho voluto analizzare un lato un po’ insolito della musica e della matematica».

Breve divagazione: suoni qualche strumento?
«Ahimé, sono la pecora nera della famiglia. Mio padre ha insegnato per anni al conservatorio di Verona armonia e contrappunto. Le mie due sorelle sono entrambe musiciste. Sono cresciuto in mezzo alla musica, è stata ed è il mio pane quotidiano, direi che il mio DNA musicale s’è sviluppato sotto forma di matematica. Canto in un coro polifonico a 4 voci, la Corale Ravel, sono un basso. Facciamo di tutto, dal gregoriano alla musica barocca a Mozart, passando per Ravel e anche per brani rock pop come Impressioni di Settembre della PFM  o Barbara Ann dei Beach Boys. Mi diverto molto».

Insegni matematica attraverso la musica?
«No, dai. Voglio solo dimostrare ai miei allievi che la matematica non è qualcosa di noioso e spesso incomprensibile che venuta giù dal cielo, cristallizzata per l’eternità. Come la musica, si evolve, cambia. Nella storia di questa disciplina ci sono state menti trasgressive che hanno dato nuovi impulsi e prospettive allo studio matematico. Prendi, ad esempio, i numeri immaginari inventati da un gruppo di matematici creativi nel Cinquecento: la radice quadrata di -1 non si può calcolare. Ma se una cosa non si può fare si può sempre trovare un modo per farla lo stesso…».

Nella storia non sono esistiti i matematici puri, questi erano filosofi, storici, teologi, giuristi e anche matematici…
«Esatto, oggi le discipline sono settoriali, non c’è solo il matematico, ma chi si occupa di specifiche sue aree, a differenza, per esempio, di Cartesio che era filosofo e grande appassionato di matematica; essendo ricco di famiglia, ha vissuto la sua vita studiando. Secondo me la matematica non è una vecchia disciplina ma un’arte. Fa parte della cultura di un popolo, come la musica, il cinema, la pittura. È una forma di espressione umana. Brian May, chitarrista dei Queen è un fisico, Johnny Buckland, il chitarrista dei Coldplay, è laureato in matematica…».

Paolo Alessandrini in una delle sue presentazioni-spettacolo assieme al chitarrista Stefano Zamuner e alla cantante Giorgia Pramparo

Torniamo al tuo libro, lo stai presentando in modo particolare…
«Avevo due strade. La prima, istituzionale, una classica esposizione con risposta a eventuali domande. Ma l’argomento del libro si presta particolarmente a una conferenza-spettacolo sulla materia, dove trovano posto la matematica e anche la musica. Sfruttando la collaborazione di un amico chitarrista, Stefano Zamuner, e della cantante Giorgia Pramparo abbiamo preparato quindi una presentazione che è anche uno spettacolo vero e proprio. L’abbiamo portato in molti luoghi, al Festival della Statistica di Treviso o a quello della Scienza a Genova, ma anche a Dolomiti in Scienza a Belluno. Per i lettori del libro ho preparato una playlist su Spotify, con tutti i brani citati in sequenza di capitoli».

Prima di chiudere, quali sono le tue passioni musciali?
«Chi mi conosce lo sa: sono un beatlesiano incallito. Da sempre. Sono stato fortunato: qualche anno fa credevo che i Fab Four non avessero spunti matematici, invece ne hanno, eccome! Mi piace il rock progressivo, ascolto i Radiohead. Ma non solo: amo immensamente anche molta parte della musica classica e del jazz. Sono uno curioso, te l’ho detto, cerco di cogliere il meglio da tutta la musica!».

Interviste/ Walzer, dal Persia’s Got Talent a un disco. Tutto suo!

Di lui mi aveva parlato quel pusher di nuovi musicisti che è Alberto Riva (ricordate? il creatore di colonne sonore per le sfilate di moda), ancor prima che il Nostro se ne uscisse con quella provocazione che di lì a pochi giorni, lo avrebbe portato a una notorietà inaspettata… Così, in un piovoso lunedì di febbraio, ci siamo dati appuntamento alla libreria Feltrinelli di corso Buenos Aires a Milano. Capello lungo, baffo folto, una giacca militare d’antan… Walter Carluccio, in arte Walzer, nato 36 anni fa in un paesino vicino a Legnano, padre italiano madre spagnola, mi guarda incuriosito. «Non sono abituato a questo genere di cose», mi spiega. «Improvvisamente sono diventato uno riconoscibile. Mi fermano, mi intervistano, sono quello della goliardata persiana». Facciamo un passo indietro. Qualche settimana fa Walzer ha fatto il botto di ascolti, visualizzazioni e fama mettendo on line la sua esibizione al Persia’s Got Talent, show per gli spettatori di lingua farsi nel mondo, ripreso a Stoccolma un paio di mesi fa. Se volete leggere sulla sua stravagante esibizione, qui una sua intervista su tgcom.24.it. Insomma, viene voglia di saperne di più su questo artista che vive ancora nel paradiso dei menestrelli, compone ma non si decide a pubblicare, frequenta fior di nomi “pesanti” della musica italiana ma non si lancia. Partecipa a un talent lontano anni luce dalla nostra cultura musicale e lo fa con la consapevolezza che una provocazione sia una possibile e fruttuosa contaminazione tra culture, non ha uno smartphone ma si muove tra i social con passo felpato…

Solo una domanda sulla tua partecipazione al Persia’s Got Talent. Hai portato sul palco Ascanio, mito del web demenziale, e la canzone Esce ma non mi rosica, rielaborata nel testo, su uno dei brani più amati dai persiani, Pariya, di Shahram Shabpareh. Una provocazione?
«È stata una goliardata pura. Una cosa che volevo fare, senza nessuna pretesa. La produzione lo sapeva, ne erano ignari, invece, i giudici. Infatti, non hanno capito l’operazione. Ma la cosa bella è che il pubblico s’è messo a cantare il vero testo, mentre io quello di CelestinoCamicia. Una fusione di culture, quella tradizionale e l’altra, giocosa e spensierata, della rete».

Chi è Walzer?
«Sono uno di provincia, cresciuto in provincia. Ho iniziato a suonare la chitarra di mio fratello maggiore a 14 anni – l’aveva ricevuta in regalo ma non la toccava mai – e a cantare a quattro. Mi ricordo che, fin da piccolo, ascoltando una canzone ponevo sempre più attenzione all’armonia che alla melodia. Mi affascinavano i percorsi sonori di un brano. Al liceo artistico, a Busto Arsizio, ero diventato il menestrello della scuola. Ho iniziato a cantare in vari gruppi della zona. Ancora oggi continuo a esibirmi con la mia prima band, Mike Pastori and his New Dodos, facciamo cover di qualsiasi genere: siamo quattro persone con ascolti decisamente diversi, ed è questa la nostra forza che ci tiene ancora insieme».

Quando hai iniziato a suonare da solo?
«Nel 2010 e ho cominciato suonando proprio Esce ma non mi rosica al mio primo concerto. A Stoccolma mi sono presentato sul palco del Persia’s Got Talent vestito esattamente come il mio primo concerto. Poi, nel 2011, ho avuto la mia “svolta” più importante: ho conosciuto i Selton (fresca ed esplosiva band brasiliana formatasi a Milano, ndr). È iniziata un’amicizia e una collaborazione, con loro ho fatto i miei primi concerti “grossi”. Quindi ho incontrato Dario Ciffo, Roberto Dell’Era, gli altri Afterhours…».

Walzer, ma cosa vuoi dalla tua vita? Oltre alla provocazione che ti ha reso famoso, c’è dell’altro, mi sembra…
«Da cinque anni ho iniziato a scrivere canzoni mie, spronato dai Selton e da altri amici musicisti…».

E…
«Ne ho scritte una quindicina. Lino Gitto e Roberto Dell’Era, che assieme a Enrico Gabrielli fanno gli Winstons (uno dei gruppi più interessanti della scena indie-prog italiana, ndr) si sono offerti di aiutarmi a produrre il disco. Mi piacerebbe incidere ogni pezzo con uno dei miei amici artisti, ospiti, guest star… Devo fare questo passo, è importante, decisivo, altrimenti rischio di rimanere negli annali del web come il pagliaccio di Esce ma non mi rosica…».

Qual è il tuo genere di riferimento?
«Pop/rock con influenze anni Sessanta e Settanta, Beatles, Beach Boys, Elvis Costello per intenderci…».

Scusa, ma perché tutta questa indecisione sui pezzi che hai scritto? Cosa stai aspettando?
«Il 2020 sarà l’anno decisivo, lo dico a te ma lo dico anche a me! Sono fondamentalmente pigro, vero. Però la mia apparente pigrizia nasconde in realtà quello che sono, e cioè, cauto e riflessivo. Mi impongo standard molto alti, sono sempre molto critico con me stesso. Ho bisogno di consensi continui su quello che faccio…».

Cioè, ti sottovaluti…
«Forse. Però non vorrei essere ricordato soltanto per una guasconata, anche se la partecipazione al talent è stata l’occasione per parlare di me. Ora ho in testa tante cose. Devo sentire Daniel (dei Selton, ndr) perché ha avuto l’idea di lanciare un crowdfunding per produrre il mio disco».

Una genialità guascona quella del Persian’s Got Talent! I tuoi cosa hanno detto del tuo exploit?
«Mia madre, che vive alle Canarie, è persona pragmatica. Mi ha fatto una sola domanda: “Ma ti hanno pagato per quello che hai fatto?».

Tu usi i social ma, in realtà, sei un po’ lontano da quel mondo…
«È vero, non ho uno smartphone, non sono un nativo digitale. Mi hanno detto che ciò potrebbe essere un detrimento per il mio lavoro, ma io vado avanti per la mia strada…».

Ma hai bisogno della gente, tutti gli artisti ne hanno.
«Come attitudine sono molto vicino agli artisti di strada. Mi piace suonare nei mercatini, alle feste di paese. E questa, mi rendo conto, è la dimensione più lontana possibile dai social, intesa come modo di accattivarsi la gente. Mettiamola così, la mia è una sfida…».

Walzer, il tuo obiettivo.
«Mantenere la libertà che ho adesso ma esprimere quella creatività organizzata per far conoscere la mia musica. Sono il musicista dei musicisti: tutti mi conoscono nell’ambiente ma pochi al di fuori di questo…».

Annotazione. Alla fine dell’intervista “in libreria”, davanti a un tazzina di caffè ormai fredda, finiamo per parlare di libri, ovviamente di musica. Gli chiedo se mi fa ascoltare uno dei suoi brani: «Sono tutti molto artigianali, registrati in casa. Insomma roba “roots”», si schernisce. Insisto: la voglio pubblicare sul blog, sono curioso, e poi, prima o poi, ti devi decidere. Acconsente: «Ok, ti mando un link dal mio SoundCloud». Quindi, eccolo (il link)! Ascoltiamolo insieme e immaginiamolo “lavorato” con quell’armonia che gli sta tanto a cuore… Io l’arrangiamento me lo sono creato, nella mia testa, ovviamente, con la certezza che da una radice può nascere un gran bel fiore!