Rossella Seno: le note? Un pretesto per le parole…

Rossella Seno – Foto Carlo Bellincampi

Testi e musica sono un binomio pressoché inscindibile. Il fatto che una canzone emozioni, catturi, piaccia, dipende dalla melodia, certo, ma anche dalle parole che l’accompagnano. Di questo ne avevo parlato il 21 ottobre scorso intervistando Claudio Sanfilippo.

Oggi, con il primo post del 2021, voglio ritornare sul tema. E lo faccio assieme a un’artista veneziana, dotata di una gran bella voce, una straordinaria capacità di fondere musica e teatro e un’innata propensione a schierarsi dalla parte degli ultimi, a non scegliere le vie più facili, “annusando” perennemente la strada. Lei è Rossella Seno, tipico cognome dell’isola di Burano, tiene a precisare, cresciuta a Mestre. Da anni vive a Roma.

È attrice, di cinema e televisione, ma ha trovato nella canzone d’autore e nel teatro il luogo naturale dove esprimersi. Il 31 marzo dello scorso anno, in piena pandemia, ha pubblicato un disco complesso, tagliente, ricco di spunti per riflettere, Pura come una bestemmia, un lavoro che vuole scuotere “anime e coscienze”, andare contro il perbenismo, come canta nel brano Puri come una bestemmia:

Hanno tutti il cuore puro

Puro come una bestemmia

Scagliano pietre e lanciano bengala

Mettono al rogo la madre e la bambina

Hanno un Vangelo per la cena di gala

E un kyrie eleison per la messa alla mattina

Il grano per la mietitura

Il sangue per la vendemmia

Hanno tutti il cuore puro

Puro come una bestemmia

Le atmosfere sono quelle intense e toste (ma non pallose!) del cantautorato anni Settanta, se proprio dobbiamo inquadrarla. Vengono in mente Fabrizio De André e la compagnia dei “liguri”, qualche accenno degregoriano e spunti alla Ivano Fossati – per inciso, il suo artista preferito – senza dimenticarne uno a cui Rossella è particolarmente legata, sempre per rimanere nel campo degli “irriducibili ultimi”, Piero Ciampi.

Con Ciampi c’è più di un una semplice affezione, come vedremo… Con lei, in questa avventura, Massimo Germini, chitarrista e compositore, noto per la sua lunga collaborazione con Roberto Vecchioni, Pino Pavone, che ha firmato gran parte della discografia di Piero Ciampi, Piero Pintucci, storico autore per Renato Zero, il poeta Michele Caccamo, i musicisti Matteo Passante e Lino Rufo e poi Federico Sirianni…

Rossella, parlando di te ti definisci una cantattrice, non è una semplice crasi…
«È il modo di concepire il mio lavoro. Uso il canto per trasmettere quello che sento e che ho l’esigenza di raccontare e rappresentare. Per questo è importante il testo, la musica sono io, quello che sento. Sono una persona riflessiva, sai, noi del segno del Cancro stiamo sempre a rimuginare sull’insostenibile pesantezza dell’essere, che tiro fuori con la musica…».

Il testo prevale sulla musica?
«La nota è un pretesto per appropriarmi della parola. In Pura come una bestemmia ho chiesto a Massimo Germini, che ha curato la parte musicale, di non avere né batteria né effetti, né elettronica. Nessun suono invadente che potesse distrarre».

La musica in secondo piano?
«No affatto, per me, però, è più importante il messaggio che voglio portare attraverso un brano. Amo la musica. A casa ho un pianoforte, tre chitarre e un contrabbasso che ho battezzato Filippo. È con loro che ho passato il mio lockdown!».

Rosssella Seno – Foto Carlo Bellincampi

Veniamo a Pura: un disco complesso, provocatorio, a partire dalla cover dove tu sei a seno nudo crocefissa…
«Il titolo dell’album non è opera mia, ma di Giuseppe De Grassi (giornalista, storico della canzone, scrittore, produttore discografico, ndr), un “ciampiano”, doveva fare uno spettacolo che non ha più realizzato. Mi ha donato il titolo. Che ho usato tre anni fa per portare in scena con Lino e Yuki Rufo uno spettacolo con tematiche sociali. Poi, da quell’esperienza è nata l’idea di un disco che parlasse degli ultimi…».

Atti d’amore e di orrore…
«Sì, e proprio questo la cover disegnata dallo street Artist Moby Dick (Marco Tarascio, ndr), voleva significare: una denuncia verso una società capitalista che ha messo in croce il mondo. La mia figura a seno nudo non rappresenta solo la donna, così maltrattata, ma l’essere umano e la Natura stessa. La croce è piantata su un mare di rifiuti, sacrificati nel nome del dio denaro. Dietro a me c’è Cristo… nemmeno lui è riuscito a salvarci».

Sei stata criticata per questa cover.
«Nella versione digitale dell’album il seno è stato tagliato. È difficile da comprendere, non è stata una censura per blasfemia, ma per quel seno nudo… ancora oggi un seno nudo femminile è tabù, e intanto siamo circondati dalla pornografia…».

Per i testi hai scelto gli autori con certosina pazienza e conoscenza. A partire da Mare Nostro, preghiera laica scritta da Erri De Luca, giusto per calibrare il senso del lavoro: “Mare nostro che non sei nei cieli, ti abbiamo seminato di annegati più di qualunque età delle tempeste…”.
«Ho scelto di partire con la preghiera di De Luca per parlare dei migranti. Poi segue l’unica canzone già scritta e pubblicata dell’album, Ascoltami o Signore, di Federico Sirianni (dall’album Il Santo, 2017, ndr). Un percorso di 13 brani che finisce con Puri come una Bestemmia, che dovrebbe far riflettere su tutto quanto ascoltato prima».

Lo so che non sono affari miei, ma tu credi in Dio?
«Con lui ho un rapporto molto strano, mi incazzo molto, lo sfido di continuo: “scendi e parliamone”. Mi piace però pensare che c’è qualcuno, una speranza per l’umanità. Come diceva Giorgio Caproni, “Non si prega Dio perché esiste, ma perché esista”…».

Rossella Seno – Foto Carlo Bellincampi

C’è anche una canzone dedicata a Stefano Cucchi, Gli occhi di Stefano, una poesia di Edoardo Sanguineti, La ballata delle donne, e un brano Luna su di me, per gli orsi tibetani, costretti a vivere in gabbie anguste perché viene prelevata loro la bile usata nella medicina tradizionale asiatica…E poi una canzone dedicata a Simona Kossak, la zoologa polacca che scelse di vivere in mezzo alla foresta di Bialowieza tra gli animali, senza elettricità né acqua corrente…».
«Non sono mai stata attratta dai vincenti, da quello che per riuscire nella vita ti truffa, che non guarda in faccia nessuno. Agli inviti negli yacht preferisco le spiaggette deserte. Quello è il mio mondo. E poi, chi ha problemi ha molto più da raccontarti».

E arriviamo a Piero Ciampi. Cosa ti ha attratto di lui, del suo lavoro? Nel 2008 hai pubblicato un EP con quattro suoi brani, E il tempo se ne va… Ciampi non era certo una persona dal carattere facile
«Piero non l’ho cercato io. Stavo lavorando a un progetto su Milly, Carla Mignone, e mi è stato proposto un ruolo come attrice nel docufilm su Piero Ciampi (Adius, Piero Ciampi e altre storie di Ezio Alovisi, ndr). Sono stata portata nel mondo di Piero e sono stata adottata da i suoi amici, con cui collaboro ancora oggi, come una figlia. Piero era un uomo senza compromessi, estremamente vero e sincero, il poeta della realtà. L’eredità di Piero Ciampi è quanto mai attuale. Vorrei riprendere altri suoi brani praticamente inediti, bellissimi. Oggi tutto è al servizio del nostro ego, dell’apparire. Hai visto la fila alla Lidl per comprasi quelle orribili scarpe diventate tendenza? Tutti omologati. Non capisco queste cose e a un certo punto ti viene da deporre le armi…».

Per questo che, in Puri come una Bestemmia, canti: E se per strada non c’è amore o poesia/ e non c’è spirito che sciolga i cuori/è meglio starsene in retrovia in attesa di tempi migliori». Se non ci fosse stato il Covid avresti già portato in teatro il tuo disco…
«Lo spettacolo è pronto: sul palco solo una violinista coreana, un chitarrista e io, le canzoni e un video della Fidu, la Federazione Italiana Diritti Umani. Spero di portarlo in giro quest’anno. E poi sono stata chiamata per un nuovo progetto, ma è ancora presto per parlarne. È la vita che fa… Vediamo che cosa mi propone, soprattutto ora che è tutto relativo…».

Pippi Dimonte, jazz e sonorità mediterranee, cocktail perfetto

Pippi Dimonte, 29 anni, è nato a Bernalda in Basilicata – Foto Simone Petracchi

Di musica buona anche in Italia ce n’è, e tanta. Basta saper cercare. Attività che include una buona dose di passione, e una equivalente di pazienza. In una di queste mie sessioni giornaliere mi sono imbattuto in un nome che, ammetto, non conoscevo abbastanza. Uno di quelli che ti metti da parte perché magari hai ascoltato qualcosa e che ti riproponi di approfondire in un prossimo futuro. Lui è Giuseppe Pippi Dimonte. Musicista, artista, compositore, classe 1991. Il suo strumento? Il contrabbasso che suona cercando sonorità sempre diverse, portandolo a nuovi orizzonti sonori. Approfondisco: quattro dischi all’attivo, lucano di Bernalda, il borgo rinascimentale da dove proviene anche Francis Ford Coppola. Da una decina d’anni vive nei pressi di Bologna, trasferito per frequentare e perfezionarsi al conservatorio Martini del capoluogo emiliano-romagnolo e qui rimasto.

L’ho ascoltato, visto in alcuni suoi video pubblicati sui canali social. L’ho cercato e intervistato. Il perché lo scoprirete durante questa chiacchierata. Pippi Dimonte viene da studi classici, e si sente, ama il jazz tanto quanto la musica popolare che sta riabilitando in maniera sorprendente (e solo su questa bisognerebbe aprire più di un lungo capitolo, mi impegno a farlo in un prossimo futuro), quella della sua terra, la Basilicata, ma anche le altre del mediterraneo, la greca, la turca, la maghrebina, la balcanica. Il risultato è una fusione di stili che potremmo battezzare folk-jazz o meglio jazz-pop-world.

Alcuni se la cavano definendolo jazz contemporaneo, che, per la musica che fa, vuol dire tutto e niente. Se dovessi fare un paragone, con le debite distinzioni del caso, direi che Pippi è sulla stessa lunghezza d’onda di Luke Stewart, trentatreenne contrabbassista americano che adora suonar jazz traendo scorribande da punk e rock. Insomma artisti aperti, in cerca di nuove sonorità con uno strumento che così estroverso non è, anche se si presta a essere piuttosto trasversale. E qui sta la bravura…

Pippi, dicevo, ha all’attivo quattro album, Morning Session (2014), Hieronymus (2016), Trio Mezcal (2018)  e Majara, uscito quest’anno, oltre a un lungo elenco di collaborazioni con jazzisti internazionali come Adrien Moignard, Sebastien Giniaux, Nilza Costa, brava interprete brasiliana di Bahia, un timbro di voce molto particolare. Pippi si circonda di musicisti, amici, molto diversi tra loro, per studi e interessi personali. Eppure questo bell’ensemble ha creato nei suoi lavori quella sapidità che esalta le differenze, unendole.

Pippi Dimonte – Foto Niccolò Dimonte

Siamo in un altro lockdown, quest’anno va così. Per voi musicisti è stato piuttosto difficile…
«Sì, questo è un anno particolare per tutti. Io sono di indole positiva o forse non sono ancora troppo maturo ma, nella mia innocenza, da questa situazione ho tratto il dono più grande: il tempo».

E quindi?
«Mi sono messo a studiare contrabbasso come non lo facevo dal conservatorio. Ho vissuto in maniera, se vuoi, egoistica il tempo che mi era stato dato. Non possiamo farci niente, tutto è “rimandato” al 2021. Anche se quel verbo, in Italia spesso assume un significato diverso, più definitivo, e cioè, “annullato”. Penso che il Covid abbia palesato difficoltà come queste, che già esistevano».

È un problema non solo di lavoro ma anche psicologico…
«Ora non sto lavorando. Vuol dire che non sono più un musicista? O che la musica, come spesso si crede, non è un lavoro? Al momento sto vivendo da quindicenne: studio e basta, studio perché provo piacere a restare ore concentrato sullo strumento, mi piace dedicare tempo ad ascoltare gli altri musicisti, cerco di crescere ancora, perfezionarmi sempre di più».

Dopo quattro album, che si trovano anche sulla piattaforma Bandcamp, come definiresti il tuo stile?
«Sono sempre stato affascinato da tante “robe”, e il contrabbasso è uno strumento che si impone in maniera trasversale. Ho studiato musica classica, mi piace il jazz e ora mi sono concentrato sulla world music, musica etnica, musica turca, musica dei Balcani. Questa curiosità mi obbliga a cercare connessioni nuove e, dunque, stimoli nuovi».

Sto ascoltando con grande attenzione Majara, il tuo ultimo lavoro, che è diventato anche un progetto musicale.
«È uscito ai primi di febbraio e, ovviamente non abbiamo potuto promuoverlo a causa della pandemia. Siamo partiti in quattro, Mario Brucato, al clarinetto, Francesco Paolino alla chitarra e alla mandola (strumento a corde della famiglia dei liuti, simili all’oud, in voga nel Cinquecento), Emiliano Alessandrini al pandeiro (tamburo brasiliano usato nel Samba e nello Choro, una piccola batteria portatile!) e io, al contrabbasso. Quello che ne è uscito, è stato un lavoro apprezzato dal pubblico e dalla critica. Ora sto già cambiando, è un progetto che sto perfezionando, espandendolo ad altri musicisti che hanno altre provenienze. C’è Giulia Meci cantante jazz, il nostro amico greco Vaggelis Merkouris all’oud e Alberto Mammollino alle percussioni, esperto di tamburi a cornice (qui potete ascoltarli nel nuovo ensemble in una registrazione dell’estate scorsa, ndr).

La nuova formazione del progetto Majara. Da sinistra a destra, Francesco Paolino, Giulia Meci, Vaggelis Merkouris, Pippi Dimonte, Emiliano Alessandrini, Alberto Mammollino, Mario Brucato – Foto Simone Petracchi

Continuo su Majara, il disco: ti sei riavvicinato alle sonorità della tua terra. I titoli dei brani riportano tutto lì, all’essenza, a quello che sei…
«Anche se sono anni che non abito più in Basilicata, ora vivo vicino a Bologna, in un paesino sull’Appennino, sento molto la mia “lucanità” Mi piace la genuinità. In Basilicata siamo veramente pochi, lo spazio è tanto e la natura incontaminata. Certe sovrastrutture verbali lì è come se non esistessero. Majara, in dialetto, è la fattucchiera. Di lei ne parlava l’antropologo Ernesto De Martino nel suo libro Sud e Magia (1959, ndr). Majara era una donna, una strega buona, l’incontro tra il sacro e il profano. Ricorda riti pagani, è profana al massimo! Ma, come spesso accade, in un ambiente geograficamente chiuso, tutti sono religiosissimi però credono anche in lei. Il disco – e anche il nome del progetto – è un omaggio alla mia terra e alla commistione di generi e culture (ascoltate Grancìa…)».

Parlando della composizione, parte tutto da te giusto?
«Compongo musiche e arrangiamenti. Poi, per il fatto di essere molto eterogenei tra noi, il pezzo si perfeziona, prende corpo e forma. Vedi, Alberto Mammollino, il percussionista, viene dalla tradizione popolare italiana, ma ha studiato anni la percussione mediterranea. Francesco Paolino ha studiato chitarra classica, è un mandolinista e apprezza anche la musica popolare, come Mario Brucato, clarinettista classico ma appassionato di musica rinascimentale. Suona anche il cornetto, uno strumento a fiato usato dal Medioevo fino al periodo rinascimentale. Giulia Meci, invece, ha studiato canto jazz, mentre Vaggelis Merkouris, il nostro oudista suona la musica Makam, della tradizione turca…

Tu, invece “lavori” con un classico contrabbasso…
«Ne suono uno normale a quattro corde. Quest’anno mi sono comprato quello a cinque corde. Di solito viene usato per aggiungerci una corda ancora più grave, in modo da ottenere suoni più profondi. Io, invece, ho montato una corda più alta, per avere un suono più lirico. Sembra quasi un violoncello… Ecco, l’ho detto, e ora mi attirerò le reprimenda dei violoncellisti!».

Ho letto da qualche parte che un critico musicale americano, all’uscita del tuo album Hieronymus, 2016, ti ha annoverato tra i più creativi bassisti in circolazione, uno in particolare mi ha colpito perché lo ammiro da sempre, Flea dei Red Hot Chili Peppers…
«Troppo buono, un complemento immeritato, Flea è uno dei più grandi bassisti al mondo, non esageriamo! Però, dai, va bene tutto».

Che musica ascolti, quali i tuoi riferimenti?
«Sono uno youtuber dipendente! Dedico ore al giorno a cercare musicisti e musiche che mi interessano. Grazie a queste ricerche ho avuto modo di ascoltare personaggi incredibili. Queste piattaforme sono veri propri banchi dati della musica. Torniamo agli ascolti: al momento mi sto dedicando di più a quello che mi interessa per il lavoro che sto facendo, ascolto molti musicisti turchi, arabi, spagnoli, quelli che hanno in comune contaminazioni panmediterranee. Oltre a questi, mi piace molto la corrente jazz nordeuropea, ad esempio, il contrabbassista svedese Lars Danielsson, musicisti che suonano jazz ma che hanno un background classico. Tra i miei preferiti ci sono Ibrahim Maalouf (trombettista jazz franco libanese, ndr), Dhafer Youssef (oudista tunisino, ndr), Ross Daly (inglese, specialista nella Lira Cretese, ndr), Efrén López (polistrumentista spagnolo, appassionato di musica medievale, ndr), Stelios Petrakis (greco, polistrumentista)…».

Tutti nomi che con il mainstream musicale non ci azzeccano proprio
«La musica che in questo momento ha più risonanza fa semplicemente sembrare che non ci sia altro in circolazione. Mi piace, invece, pensare che altra musica, di minor valore commerciale, possa, un domani, avere molta più eco di questa. È un sogno, un augurio…».

Interviste/ Claudio Sanfilippo e la sua canzone d’Arte

Claudio Sanfilippo – Foto Lorenzo De Simone

Provenendo dagli anni Settanta, oltre a bigoi in salsa, birramedia e rock, da adolescente sono cresciuto anche a soppressa, vinrosso e cantautori, quel particolare e molto personale genere che noi italiani abbiamo esercitato in maniera egregia per oltre un ventennio. Forse, meglio ancora dei nostri cugini francesi, concentrati su storie malinconiche, chansonnier dalla voce profonda e impostata, come Jacques Brel e Leo Ferré, che raccontavano di passioni e nostalgie, mettendo in musica veri e propri romanzi.

«Noi cantautori italiani siamo da sempre più inclini alla poesia, una questione culturale». Incontro via whatsapp – per esigenze di tempi e lavoro – Claudio Sanfilippo, milanese, 60 anni, cantautore, scrittore, poeta, comunicatore… Insomma, personaggio eclettico che di musica e versi non può proprio farne a meno.

Ascoltatevi l’ultimo suo lavoro, nato e stimolato dal lockdown, dal titolo Contemporaneo. Quattordici brani, alcuni scritti di getto, altri tenuti nel cassetto e rielaborati, un paio presi a prestito da due mostri sacri della musica e rivisti… «Mi sono fermato a 14 perché me lo sono imposto, ma avrei continuato a scrivere e comporre», precisa rollandosi una sigaretta e guardandomi dritto in camera.

Claudio ti ho cercato perché, parlando di musica, non posso tralasciare il capitolo “cantautori”, genere che ha plasmato più di una generazione. Come definiresti oggi la canzone d’autore?
«Difficile e lunga risposta. Ho iniziato ad avvicinarmi alla musica e a suonare negli anni Settanta quando la canzone d’autore era nella sua massima espressione. C’erano grandi protagonisti, c’era una scuola importante. Lucio Dalla e Francesco De Gregori riempivano gli stadi, c’erano Pino Daniele e Francesco Guccini. Artisti molto diversi tra loro per musica e testi, ma che, comunque, stavano tutti sotto lo stesso cappello, quello della canzone d’autore, appunto. Le cose sono radicalmente cambiate con l’avvento dell’Mp3 e la conseguente fine dei dischi e dei Cd, supporti fisici. Il valore che davi prima lo testimoniavi con l’acquisto del disco, dal desiderarlo perché, di fatto, premiavi il lavoro e il percorso di un artista. Con l’Mp3 la musica è stata sdoganata come un prodotto praticamente gratuito».

Si è passati anche a una musica di più facile presa
«La canzone d’autore non è mai stata musica di consumo. Detto ciò, abbiamo assistito a un progressivo scadimento della proposta musicale, di quei generi che puntavano alla qualità e all’autenticità».

Claudio Sanfilippo – Foto Lorenzo De Simone

Più che canzone d’autore ami definirla canzone d’Arte…
«Non vorrei apparire un “trombone”, ma sì, credo che sia la definizione più corretta di quello che faccio. Nel senso più semplice del termine, una musica d’artigianato, dove tutto è fatto e pensato dall’artista, come un dipinto o una scultura. Canzone d’Arte perché – e qui sta la differenza con gli altri generi – si scrive e si compone senza avere un legame con il mercato, perché cerca una cifra stilistica che piaccia, innanzitutto, all’autore. Con Contemporaneo ho ricevuto recensioni molto buone dai critici musicali, mi ha fatto molto piacere, ma queste, oggi, non valgono granché se non per una soddisfazione professionale».

Anche la critica musicale è in crisi?
«Sì, perché non è più il baricentro, quel filtro che guardava all’effettivo valore del lavoro e dell’artista, nel bene e nel male. I critici facevano sì che certe proposte non potessero avere accesso al mondo della musica ascoltata, guardavano alla sostanza. Oggi succede l’opposto».

Capita anche nell’editoria… tu ne sai qualcosa, visto che sei anche uno scrittore, e hai pubblicato diversi libri.
«Il discorso qui è un po’ diverso: i libri, forti delle esperienze musicali, hanno tenuto botta. Nel mondo dell’editoria c’è ancora gente più competente rispetto a quello discografico, dove il livello è sceso in una decrescita costante. Non si richiedono più competenze musicali ma di marketing. Pensa solo al concetto di “radio libera”. Oggi fa sinceramente sorridere…».

Tornando alla canzone d’autore…
«È l’espressione migliore della musica italiana dopo la canzone napoletana. Da Modugno in poi, passando per Tenco, De Andrè e via elencando. Una scuola valida quanto quella degli chansonnier francesi. L’Italia è un Paese di poeti, la Francia, di romanzieri, qui sta la vera differenza tra le due anime».

Veniamo a Contemporaneo: dentro c’è bossa nova, americana, cantautorato più puro. E poi… c’è la bella El Pepe. Insomma, oltre che musicista, poeta e scrittore tu sei anche un grande esperto di calcio e un tifoso del Milan…
« (Ride, n.d.r.). Con El Pepe, il mitico uruguaiano di origini italiane Juan Alberto Schiaffino, uno dei calciatori più dotati di tutti i tempi, volevo celebrare il calcio ma soprattutto ricordare mio padre. Per lui El Pepe era il più grande, quando lo si nominava gli si illuminavano gli occhi. Il testo l’ho scritto a quattro mani con il mio amico Gino Cervi».

Il lockdown è stato il “responsabile” del tuo disco?
« (Finisce di rollarsi l’ennesima sigaretta, n.d.r.) In quei giorni mi aggiravo per casa facendo telefonate di lavoro, poi mi è caduto l’occhio su un testo che avevo scritto lo scorso anno e di cui me ne ero completamente scordato. Era Contemporaneo, brano che poi ha dato il titolo al disco uscito a metà maggio. Parlava di un mondo “post tutto”, molto attuale per la situazione che stiamo vivendo. Per la prima volta ho scritto una canzone “politica”. L’ho pubblicata in aprile. Doveva essere parte di una sorta di Q-disc (oggi si chiamerebbe EP, n.d.r.). Ho cominciato a incidere tre, quattro brani, chiedendo l’aiuto, ognuno a casa propria, di amici musicisti (Danilo Boggini, Max De Bernardi, Claudio Farinone, Rino Garzia, Massimo Gatti, Domenico Lopez, Danilo Minotti, Cesare Picco, Francesco Saverio Porciello, Marco Ricci, Val Bonetti, Umberto Tenaglia, oltre ai figli di Claudio, Emma e Giacomo, quest’ultimo autore anche della bella copertina, n.d.r.). Ero entrato in una specie di bolla, una “fregola” durata una quindicina di giorni. Alla fine mi son fermato a 14 brani, ma ne avrei scritti molti altri. Tutto è stato registrato a casa, da me».

Ci sono anche due pezzi tratti da canzoni di due mostri sacri, Nick Drake e Bob Dylan…
«Un paio d’anni fa avevo adattato Northern Sky di Nick Drake in italiano (Cieli del Nord), costruendo un arrangiamento per chitarra in accordatura aperta. Ho chiamato Cesare Picco, musicista che conosco da una vita, fin da quando, lui ventenne, io trentenne, suonava il pianoforte (già allora, meravigliosamente bene) di casa mia, nelle serate indimenticabili del “tempo dell’adunanza”. Trattasi di “pianoforte visionario”. Quanto a Dylan il discorso è diverso. Nel cassetto ho 26 sue canzoni che ho tradotto in italiano. Nessuna, è pura coincidenza, appartiene a quelle che Francesco De Gregori ha usato per il suo album (De Gregori canta Bob Dylan – Amore e Furto, 2015, n.d.r.). Ho un progetto: realizzare un doppio album scegliendo canzoni poco conosciute. Oltre la montagna è la rivisitazione di Cross the Green Mountain, brano scritto per il film Gods and Generals sulla guerra civile americana, del 2003».

L’anno scorso hai confezionato anche un altro gran bel disco, molto intimista, chitarra e voce, Boxe. E qui c’è anche lo zampino di un altro straordinario musicista e producer, Rinaldo Donati, artista che ho intervistato qualche mese fa…
«Tutto è nato proprio dalle serate che s’era inventato Rinaldo nel suo studio, i “Maxine Live”. La puntata numero zero l’ha fatta con me. Doveva servire a provare una chitarra classica baritono fatta apposta per me da Fabio Zontini, liutaio di Gorra (Savona). Le canzoni, 14, le avevo scelte tra quelle composte tra il 1981 e il 2017. Da lì è nato il tutto, registrato in due pomeriggi alla Maxine Production. Un instant album registrato in poche ore, un mio piccolo manifesto personale, nella più pura canzone d’autore – che sta in piedi con voce e chitarra – completamente fuori tempo, doveva essere pubblicato 30, 40 anni fa. È una testimonianza, e per questo l’ho voluta incidere solo su cd e, da qualche settimana, su vinile. Non esiste in streaming, la voglio preservare in “dimensione pura”».

Claudio Sanfilippo – Foto Lorenzo De Simone

Se non sbaglio hai altri progetti oltre al “Dylan Album”.
«Sì altri due. Il primo è ILZENDELSWING, progetto che sto portando avanti con amici musicisti da alcuni anni (brani swing cantati in milanese, n.d.r.) che dovrebbe vedere un album nel 2021 dal titolo Americana. Il secondo, ispirato da un libro di Giorgio Terruzzi pubblicato nel 2004, Fondocorsa. Mille Miglia, una vita e un gatto, un episodio romanzato nella vita di Alberto Ascari, grande pilota. Ho scritto otto canzoni, tutte intorno a questo mondo, dove si parla di velocità, morte e scaramanzia. Tre concetti fondamentali. Se l’album Automobili di Lucio Dalla (1976, n.d.r.) narrava storie ed emozioni vissute dall’esterno, quello che sto cercando di fare è trasmettere le stesse emozioni viste dai protagonisti. Lui estroverso, io introverso».

Canti anche in milanese. In Contemporaneo c’è Viandant
«Le mie produzioni musicali sono sempre state in italiano e in milanese, mi sono sempre diviso tra blues acustico e swing. Sono sempre stato bipolare (ride, n.d.r.). I dischi che mi porterei nella famosa isola deserta sono Amoroso di João Gilberto e Blood on the Tracks di Bob Dylan. Due lavori che non hanno nulla a che vedere uno con l’altro. Bipolare, appunto!».

Ultima domanda, giuro! Cosa ascolta Claudio Sanfilippo?
«Sono sempre stato onnivoro. Da giovane sono stato travolto dalle passioni, jazz e Bossa Nova, da Chico Buarque e Tom Jobim. Ascoltavo anche rock e musica classica, avevo l’abbonamento ai pomeriggi musicali del Conservatorio di Milano. Ultimamente sto tornando ad ascoltare musica classica, le mie vecchi passioni, Chopin e Mahler. Mi piace il jazz del chitarrista norvegese Terje Rypdal, un grande, e il bluegrass – swing del chitarrista Tony Rice».

Gegè Telesforo: la musica in testa e l’arte nel cuore

Gegè Telesforo, classe 1961, foggiano. Musicista, polistrumentista, ma anche conduttore, ricercatore affamato di nuovi talenti, professore, cantante, jazzista con il funk nel cuore, onnivoro ascoltatore di note dal mondo… Inquadrarlo non è facile. Si è esibito e ha collaborato con i grandi nomi del jazz internazionale e non solo. Comunque la giri, lui è un esperto. Sarà il carattere, una naturale predisposizione al pentagramma, un genio eternamente curioso e vorace, sta di fatto che Gegè sta alla musica come la batteria al ritmo, l’improvvisazione al jazz… Insomma, due atomi inscindibili. Con lui, che del suo divertimento ne ha fatto una professione ad altissimi livelli, ho voluto scambiare quattro chiacchiere (forse qualcuna in più, concedetemela!), sul suo nuovo lavoro uscito in pieno lockdown, Il Mondo in Testa, su cosa significhi musica di qualità oggi e sugli artisti che preferisce.  Importante: il prossimo 29 ottobre, in occasione del JazzMi, sarà al Blue Note di Milano, con un quintetto fantastico: oltre a lui, Domenico Sanna al pianoforte, Ameen Saleem al contrabbasso, Michele Santoleri alla batteria e Alfonso Deidda al sassofono, voce e tastiere. Torniamo all’intervista e mettetevi comodi…

Gegè, iniziamo con Il Mondo in Testa, il tuo lavoro uscito il 27 marzo scorso…
«Ho deciso di esprimere in un nuovo album tutto quello che ho imparato e assimilato negli anni, libero di fondere vari linguaggi e basi ritmiche che ho adattato alle mie composizioni. Un impegno notevole, abbiamo impiegato un anno e mezzo per confezionarlo. È stata una produzione vera e propria che mi ha occupato tantissimo. I tempi di realizzazione si sono dilatati perché ho voluto che suonassero con me musicisti che conosco e apprezzo, sia affermati sia emergenti, rispettando i loro impegni di lavoro. Inevitabilmente i tempi si sono allungati… È una produzione indipendente, artigianale, che ha richiesto una cura notevole».

A sei mesi dall’uscita com’è stato accolto il disco?
«Mi sta dando molte soddisfazioni. Ho deciso, vista la situazione, di presentare dal vivo i brani del disco il prossimo anno. È un lavoro che richiede la presenza di più musicisti sul palco. Quest’anno ho deciso di proporre solo alcuni brani del disco dal vivo e portare un repertorio adatto al mio quintetto…».

Perché questo titolo?
«Il Mondo in Testa si presta a una doppia lettura. Perché ho viaggiato tanto, e in tutti questi miei viaggi ho scoperto e imparato a usare le tante spezie che esaltano il sapore della musica. E poi perché il mondo in questo momento è una priorità, visto tutto quello che sta succedendo. Questo mio lavoro vuole essere una riflessione sulla vita, sulla natura».

Gegè Telesforo a Rovigo il 20 settembre scorso nel suo primo concerto dopo il lockdown – Foto Claudio Cecchetti

Hai deciso di cantare in Italiano…
«Sì, ci sono tre brani cantati (Il Mondo in Testa, Genetica dell’Amore e Mille Petali, n.d.r.), nei restanti uso la vocalità. Non sono un cantautore che parte dalle parole e le mette poi in musica. Faccio il processo inverso: scrivo la melodia e poi cerco di dare un senso letterario al brano. Ho utilizzato l’italiano come si fa con l’inglese, assegnando a ogni nota una sillaba. La scelta delle parole è stata un lavoro molto complicato, per agevolare il canto di chi ha collaborato al disco».

Sei famoso per usare la vocalità nella tua musica. Insomma, sei il re dello scat!
«Servirsi della vocalità è come suonare uno strumento, bisogna allenarsi tanto, impararla. Nei conservatori che hanno aperto al jazz si studia la voce e lo scat. In sostanza, si creano frasi musicali sillabando parole senza senso. Non sono il solo in Italia a praticare questa disciplina. Ti cito, ad esempio, Maria Pia De Vito, Roberta Gambarini, Walter Ricci. E poi c’è una siciliana, una musicista completa, Daniela Spalletta, che ha cantato nel mio disco, un’artista devota allo studio, completa, canta lirica e jazz contemporaneo. È bravissima. Questi sono i musicisti che mi piacciono, onnivori, versatili».

Tu come hai scoperto lo scat?
«Una mania che avevo da bambino, senza ovviamente sapere cosa fosse. Papà, che di professione è architetto, ama il jazz, in particolare quello del periodo bebop. E io da piccolo ascoltavo quei dischi, memorizzavo tutto e li “suonavo” con la voce. Era una vera fissazione, passavo le ore, tanto che i miei a un certo punto si erano anche preoccupati. Per me era soltanto il mio gioco preferito e su questo gioco ho costruito una carriera».

Gegè Telesforo a Rovigo il 20 settembre scorso nel suo primo concerto dopo il lockdown – Foto Claudio Cecchetti

Passiamo alle mille altre cose che fai. Uno degli appuntamenti fissi (che io ascolto con interesse perché non finisco mai di imparare) è SoundCheck il programma che da anni tieni su Radio24…
«La radio di Confindustria mi dà la possibilità di lavorare in assoluta libertà e trattare, dunque, la musica in maniera assolutamente naturale per me. Vedi (sorride, n.d.r.), tu e io, coetanei, siamo arrivati a un’età che ci permette di dire quello che pensiamo. E questa libertà me la prendo anche nel presentare la musica che mi piace. Faccio un programma da musicista e racconto di musica. Quando presento gli artisti mi informo, voglio sapere tutto, il loro background, da dove arrivano, come si sono formati. Non ho nessuna casa discografica che mi impone questo o quell’altro».

SoundCheck va alla grande…
«Sì, sono contento. Sebastiano Barisoni, il vicedirettore di Radio24, ogni volta mi dice che supero me stesso. Il programma va bene, ci sono ascoltatori, c’è pubblicità, c’è interesse per una musica diversa dal mainstream. SoundCheck lo posso fare perché viviamo nell’era digitale. Ai tempi in cui ho iniziato avevamo contatti diretti con le case discografiche. Era la musica che ci raggiungeva e si parlava di quegli artisti che le case discografiche volevano spingere. Oggi questo non succede più. Per fortuna possiamo bypassare le discografie ufficiali e cercare su siti che propongono artisti straordinari, molto interessanti, come SoundCloud o Bandcamp. Basta saper cercare».

Ti impegna molto?
«Dedico due giorni alla settimana alla ricerca, all’acquisto, all’ascolto. Poi catalogo e quindi inizio a formare i vari airplay…».

Gegè Telesforo a Rovigo il 20 settembre scorso nel suo primo concerto dopo il lockdown – Foto Claudio Cecchetti

Ultimamente mi sono appassionato al trombettista Christian Scott aTunde Adjuah. Non smetto di ascoltarlo… ha una sezione ritmica incredibile…
«L’ho conosciuto e intervistato. È un ragazzone atletico, simpatico e aperto, non si droga né beve, il classico bravo ragazzo. Vive per la musica, fa tutto in funzione della musica. È questa dedizione, come ti dicevo prima, che mi fa apprezzare il lavoro di artisti come lui. Hai notato, parte con una tromba dal sapore messicano per buttarsi poi in altri territori d’improvvisazione…».

Tu hai un mentore e amico, il mitico Renzo Arbore. Possiamo definirlo musicista o è riduttivo?
«Lo conosco da quando ero piccolo, è amico di papà da sempre. Renzo secondo me è l’Artista, nel vero senso della parola. Una persona squisita, di grande cultura, un grande appassionato di jazz, un grande conoscitore della musica napoletana, uno che ha rivoluzionato la televisione. E poi conosce repertori messicani, portoghesi, spagnoli, segue concerti di jazz contemporaneo. Ha una memoria incredibile, ricorda nomi di musicisti, dischi, tutto! Penso che molti degli artisti di oggi debbano qualcosa a lui e a Gianni Boncompagni. Sì, poi Renzo è anche un musicista, uno che ha calcato palcoscenici importanti in tutto il mondo».

Hai lavorato molto con lui…
«Stavo negli Stati Uniti e collaboravo con Ben Sidran, il mitico Ben Sidran. Si era creato un’etichetta musicale sua, la Go Jazz e, oltre a pubblicare se stesso, cercava e spingeva giovani talenti. Ho inciso per la sua etichetta. Nel 1998 Renzo mi chiese di partecipare alla sua tournée sudamericana. Così sono rientrato in Italia per seguirlo. A fine tour, il suo manager, Adriano Aragozzini, mi fece la proposta di restare per 70 date. È finita che sono rimasto con Renzo per vent’anni, sempre in tour. Finché il tam tam primordiale, la mia passione, complice un esaurimento nervoso (stavamo fuori casa per 250 giorni all’anno), mi ha fatto dire basta e sono ritornato all’attività da solista, fondando una mia etichetta, la Groove Master Edition, assieme a Roberto Lamberti, che è anche il mio manager».

Gegè Telesforo a Rovigo il 20 settembre scorso nel suo primo concerto dopo il lockdown – Foto Claudio Cecchetti

Da Arbore hai imparato tanto?
«Nella musica c’è sempre da imparare. Il problema è fermarsi. Si apprende dai grandi maestri ma anche dai giovani talenti. Quelli nei quali ho visto e vedo una luce, come Stefano Di Basttista, Tosca, Giorgia, il pianista Domenico Sanna, i batteristi Michele Santoleri (che con Sanna suona nel mio quintetto) e Dario Panza.

Tosca, la adoro! La sua versione di Piazza Grande di Lucio Dalla a Sanremo con Silvia Pérez Cruz, per me, è stata l’unica nota di vera musica del festival…
«Tosca è la mia cantante preferita in Italia. Quando inizia a cantare senti il grande studio che c’è dietro, è un’artista che sa stare sul palco, lo avverti il fuoco della musica».

La musica mainstream è piuttosto piatta, non trovi?
«Perché mercato e comunicazione dettano legge. In televisione anni fa c’erano programmi che cercavano di raccontare storie, indagavano, informavano. Oggi si cercano popstar che possono durare solo una stagione… Quando appare il grande talento, questo è preso dalla casa discografica e spremuto perché c’è necessità di fare numeri. I ragazzi da parte loro hanno un unico obiettivo, quello di raggiungere il successo immediatamente. Il risultato è che quest’ultimo arriva su pattern noiosi. Hai notato che il nostro Paese d’estate diventa tropicale? Ascolti solo basi Reggaeton, si cerca di semplificare al massimo, tutto deve essere ridotto a prodotto facile, che non impegna, da consumare subito».

Una specie di fast food della musica. Ma per fortuna non è tutto così…
«Esistono i musicisti, cioè quelli che, usciti dal conservatorio, non si vedono destinati all’insegnamento, ma vogliono imparare l’arte del vivere di musica. Un’arte che si apprende scoprendola sulla propria pelle. Ci sono ragazzi che scrivono con una certa complessità, che non passano in radio perché il pop deve fare visualizzazioni, streaming, download. Nessuno li conosce. Io sì, li cerco e spesso incidono con la mia etichetta indipendente».

Secondo te questo decadente appiattimento culturale è una fase di passaggio?
«Ora è tutto indie-trap-hip hop, un miscuglio di vari stilemi. Ma chi è appassionato di musica va a cercare altro. C’è tanta musica di qualità, credimi! Perciò, no, non penso che stiamo vivendo un periodo decadente».

Com’è nata la musica? Risponde Stefano Zenni

Vi siete mai chiesti, almeno una volta, come e quando sia nata la musica? Chi abbia cantato per la prima volta, chi, dei nostri antichi progenitori, abbia avuto l’intuizione di inventare un flauto, pizzicare una corda, far vibrare un tronco, insomma trasformare un semplice rumore in suono? Ultimamente sto leggendo alcuni libri che parlano proprio di questo. Uno in particolare mi ha colpito: si intitola Musica dal Profondo (Codice Edizioni) lo ha scritto un musicologo e musicista americano, Victor Grauer, nel 2011.

Nove anni fa fece molto scalpore per le ipotesi che lo studioso metteva a disposizione dopo anni di ricerca (Grauer ha lavorato anche con il famoso etnomusicologo Alan Lomax, con lui ha messo a punto la cantometrica, un sistema di codifica dei popoli in base ai canti): per riassumere velocemente la teoria dello studioso, sappiate che la musica per Grauer è nata in Africa, e questo è assodato da tempo.

Quando parlo di musica, però, intendo quella polifonica, costruita, pensata con uno sviluppo preciso dove anche l’improvvisazione libera era incanalata in una forma ragionata e condivisa. Una musica che forse risale a ventimila anni fa, creata da Boscimani e Pigmei, popolazioni che abitavano il continente africano in zone molto distanti tra loro. Alcuni erano raccoglitori, cioè vivevano dei frutti della terra, altri erano cacciatori. Proprio attraverso i canti tradizionali di questi due popoli, Grauer ha notato come ci fossero molte basi comuni, ipotizzando dunque una lontana matrice comune. Queste popolazioni, poi, hanno dato vita a migrazioni (la teoria dell’out of Africa) che nei millenni li ha fatti disperdere in molte aree del mondo portandosi dietro anche il canto, dote straordinaria, aspetto culturale e spirituale…

Chi ha scritto la prefazione di Musica dal Profondo per l’Italia è stato un musicologo, docente e musicista. Uno dei maggiori esperti internazionali di musica afroamericana, Stefano Zenni. Classe 1962, Zenni, titolare della cattedra di Storia del jazz e della musica afroamericana al Conservatorio di Bologna, dove insegna anche Analisi delle forme compositive e performative del  jazz, è stato l’unico vero “addetto ai lavori”, pianista, jazzista, studioso di musica, ad aver scritto l’introduzione del libro a Grauer. Negli altri Paesi dove è stato publicato, il compito è stato affidato ad antropologi ed etnomusicologi… «Il sostegno di Zenni è stato di gran lunga il più entusiasta ed efficace…» confidava Grauer in un’intervista rilasciata allora al quotidiano Il Manifesto.

Stefano Zenni, 58 anni, è musicologo, docente al conservatorio di Bologna e musicista jazz

Dunque Stefano, da dove iniziamo? Partiamo dal libro di Grauer…
«Devo dirti che la teoria di Grauer, seppur continui a essere valida nell’intuizione primaria, è stata radicalmente sovvertita dai nuovi studi sul DNA antico. Anzi, tutte le teorie più importanti sulla nascita e la diffusione di homo sapiens sono state messe in dubbio dai nuovi approcci scientifici sullo studio del genoma attraverso le mappe genetiche ricavate da ossa millenarie. A una decina d’anni dalla pubblicazione di Musica dal Profondo, le cose sono cambiate molto. L’intuizione di Grauer, e cioè che la musica sia un’attività coltivata da ben prima di quanto si sia pensato finora, è giusta. Ma quello che s’è rivelato sbagliato è tutto il resto, soprattutto le ipotesi sulle migrazioni, che si basavano su studi come quelli del genetista e antropologo Luigi Luca Cavalli Sforza, poi superati proprio da un allievo di Sforza, David Reich, autore di uno splendido libro pubblicato lo scorso anno, Chi siamo e come siamo arrivati fin qui (Raffaello Cortina Editore) dove lo scienziato racconta i progressi enormi fatti sul DNA antico che hanno rivisto – e continuano a rivedere – la storia dell’uomo».

Grauer ha comunque avuto un grande merito…
«Con Grauer il tema di una storia “profonda” della musica è diventato un fatto assodato. Da tempo, grazie alla tecnologia e ai progressi nella genetica siamo stati in grado di estendere il concetto di storia dell’uomo retrocedendo di millenni. La storia “profonda” ha partorito riflessioni inevitabili sulla cultura che spesso sono ancora senza risposta. Per esempio: come e quando è nato il linguaggio? Cosa ci dicono i manufatti o le pitture rupestri scoperti negli anni? Sono segni simbolici, segni culturali? Si discute molto anche se anche l’uomo di Neanderthal manifestasse un comportamento simbolico. Ora il discorso si fa ben più complesso: le ricerche sul DNA hanno portato addirittura alla scoperta di popoli di cui non si conosceva l’esistenza, quelli che Reich nel suo libro definisce “fantasmi”, di cui abbiamo le tracce genetiche ma non archeologiche, sviluppati, cresciuti ed estinti nell’arco di pochi secoli».

Sulla musica cosa possiamo sapere o intuire?
«La musica è sempre stata estranea a queste riflessioni, per il fatto che non abbiamo tracce concrete, come le pitture rupestri, che impongono riflessioni e consentono una convergenza tra studiosi. Questo, secondo me, è accaduto per due motivi. Il primo, oggettivo: la musica lascia molte meno tracce di una pittura rupestre. La prova fattuale più antica della musicalità di Sapiens sono dei flauti d’osso risalenti a 35mila anni fa scoperti in Germania. Ma non sappiamo che tipo di musica venisse suonata con questi strumenti… ciò scoraggia i musicologi dal fare ipotesi. Il secondo è la chiusura culturale che la musicologia ha avuto verso le conoscenze delle discipline storiche. Il musicologo lavora su documenti scritti, l’etnomusicologo su culture esistenti. Nessuno si azzarda a fare ipotesi senza alcuna prova. È un modo di studiare tipicamente anglosassone: si rimane attaccati alle prove più palpabili ma si fanno poche ipotesi».

Qual è la tua opinione in proposito?
«Se posso, io sono ancora più audace di Grauer. Fare musica implica determinate capacità cognitive, per cui possiamo parlare di musica anche dove non ci sono manufatti a supportarne l’esistenza. Pensa, ad esempio, a un un nostro progenitore che migliaia di anni fa ha concepito una pietra tagliente bifacciale. Progettare e realizzare un simile manufatto implica il riuscire a concepire ragionamenti complessi, avere in testa un set di operazioni ben precise, un progetto e una finalità… Perché mai, quindi, un essere dotato di queste capacità progettuali e cognitive non avrebbe potuto fare anche musica?».

La tavoletta di Blombos

Cioè mi stai dicendo che era impossibile che un nostro progenitore capace di progettare utensili complessi non facesse anche musica…
«Ti faccio un esempio: hai presente le tavolette di Blombos? Un tesoro ritrovato in una grotta a 300 chilometri da Città del Capo negli anni Novanta. Oltre a vari manufatti (punte di pietra finemente lavorate, gusci forati per farne collane, N.d.R.) ci sono, appunto, due tavolette di ocra rossa incise con decorazioni geometriche risalenti a 75mila anni fa. Osservale: pensare ed eseguire incisioni così perfette che danno vita a figure geometriche è esattamente l’espressione di quanto sostenevo prima: per concepire un simile manufatto questi individui dovevano essere dotati di un principio combinatorio, su una base di linee astratte hanno creato il concetto di angolo per poi formare un rombo… Se 75mila anni fa erano capaci di questo, certamente potevano anche combinare un set di altezze musicali, cioè cantare e suonare delle melodie».

La genetica sta rivoluzionando l’idea che gli studiosi si erano fatti della diffusione dell’uomo e del suo sviluppo.
«Alcuni mesi fa ho letto un interessantissimo articolo pubblicato sulla rivista Internazionale, dove in sostanza si dice che sulle origini di Sapiens la scienza sta facendo passi talmente veloci che spesso studi e libri freschi di stampa sono già sorpassati. L’affascinante è che in pochi anni le lancette del tempo per lo sviluppo cognitivo dell’uomo si sono spostate indietro in modo drastico. Il DNA antico ha evidenziato molto altro, ad esempio che c’erano molti più gruppi di ominidi, alcuni più sviluppati di altri, gruppi che si sono formati, sviluppati, incrociati con altri, e poi estinti… l’unica cosa chiara è che le vecchie teorie sull’evoluzione umana sono fatalmente cadute. Dopo il libro di Grauer la storia dell’umanità è stata profondamente ridisegnata, soprattutto quando si parla di migrazioni».

Frame dal film di Werner Herzog “Cave of Forgotten Dreams” (2011)

Quindi non possiamo più sostenere un’evoluzione dalla pietra al computer!
«No, questi studi hanno sparigliato le carte. Non è più così chiaro come e quando sono avvenuti certi sviluppi cognitivi. Inevitabilmente anche la musicologia dopo 150 anni di certezze comincia a scontrarsi con l’evidenza. Dovremmo tutti guardare un docufilm illuminante su questi argomenti. Si tratta di Cave of Forgotten Dreams di Werner Herzog, pellicola sugli splendidi disegni trovati nelle grotte di Chauvet in Francia (tra l’altro, splendida la colonna sonora di Ernst Reijseger!). Disegni spettacolari fatti da mani esperte e da menti capaci di elaborare concetti moderni: vedi ad esempio il bufalo in corsa dipinto con molte zampe per simulare, come in un’immagine cinematografica, il movimento… In quel film c’è anche un accenno alla musica che è molto suggestivo. Quello attuale sulla ricerca dell’origine dell’uomo è un momento esaltante, una fase di sviluppo tumultuosa, anche frustrante perché non abbiamo ancora tante risposte, ma in sé straordinaria».

Veniamo a oggi: la musica che ben conosciamo secondo me ha subìto come una improvvisa decelerazione. Mi sembra che ci si appiattisca su modelli oliati senza cercare nuove frontiere, ovviamente le eccezioni ci sono sempre, ma sono poche…
«La musica oggi è frutto della globalizzazione del gusto. All’occidentale, però. Mi viene da pensare alla Cina, con cui intratteniamo rapporti continui. L’Occidente ha influenzato la musica pop e classica in Cina ma non sta succedendo il contrario. Ciò significa che un modello di gusto  occidentale si è imposto e uniforma altri possibili modelli, complice la tecnologia: gli strumenti a disposizione sono gli stessi in tutto il mondo e il mercato detta le sue regole globali. Questo inevitabilmente impone a chi è creativo sfide diverse. Il problema della musica oggi non è la qualità ma la possibilità di farla emergere. Il fatto, poi, che grazie alla tecnologia sono venuti meno gli intermediari (produttori, case discografiche, ecc) amplifica il problema.

Cioè una massificazione che si porta dietro una mediocrità costante?
«Non tanto una mediocrità, quanto uno scollamento dalla realtà. È una mia sensazione, ma rispetto ad altre forme d’arte, come il cinema, il teatro o la letteratura, la musica oggi mi sembra sia meno in grado di raccontare quello che siamo, le nostre inquietudini, le nostre insicurezze. Mi riferisco a tutti i generi, con l’eccezione forse dell’hip hop. Il cinema, ad esempio, racconta le domande che oggi si pone la nostra società, sa tradurle in forme artistiche anche innovative. È come se invece i musicisti fossero disconnessi dal mondo… in questo non vedo segnali di cambiamento a breve termine».

America, l’intervista: musica, live, pandemia e ottimismo

Gerry Beckley e Dewey Bunnell – Foto di Henry Diltz

Quando si dice America – intesa come band – più o meno a tutti gli appassionati di quel sound West Coast che ha fatto fortuna negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, viene in mente una canzone, A Horse With No Name: On the first part of the journey, I was looking at all the life, There were plants and birds and rocks and things… Ricordate? Le voci che riecheggiavano quella di Neil Young, le chitarre acustiche leggere e sognanti, il raccontare quell’America “freedom style” con quella punta di sana nostalgia per chi ascoltava… Gerry Beckley, Dewey Bunnel e Dan Peek, i tre adolescenti che si sono incontrati nel college a Londra perché i loro padri lavoravano per l’USAF, l’areonautica militare americana, diventati amici inseparabili, hanno marcato il territorio della musica internazionale con brani diventati dei “classici”: Ventura Highway, Sister Golden Hair, You Can do Magic, All My Life, I Need You, tanto per citarne alcuni.

Dan nel 1977, ha deciso di cambiar strada, pur rimanendo amico di Gerry e Dewey, poi un infarto se l’è portato via a 60 anni, nel 2011. Gerry e Dewey hanno continuato il loro lavoro artistico, entrando nel club delle band Over Fifties in attività, con un enorme lavoro live. Tour continui, concerti su concerti, soprattutto in Europa e in Italia dove hanno un buon numero di appassionati fan. Il Covid19 ha bloccato anche gli America. Di spettacoli dal vivo se ne parlerà nell’estate 2021. Gerry e Dewey sono stati tra i primi a mandare il loro contributo video a supporto dell’associazione Dietro le Quinte, di cui ho ampiamente parlato in vari post precedenti. Così li ho chiamati, per sapere come stanno gestendo lo stop forzato…

Gli America in concerto – Foto di Christie Goodwin

Ciao Dewey, ciao Gerry, come state vivendo questo strano periodo? Dove vi trovate?
Gerry: «Ciao Beppe, bello sentirti! In questo momento mi trovo a Sidney con mia moglie Sally e i suoi bimbi. I miei due ragazzi sono rimasti a Los Angeles. Lei era partita prima per l’Australia, a metà aprile, dopo cinque settimane di lockdown a Los Angeles».
Dewey: «Stiamo cercando, come la maggior parte delle persone nel mondo, di limitare la nostra potenziale esposizione al virus. La band e tutta la crew si trovano nelle loro rispettive case, vivendo questa situazione giorno per giorno.

Componete, vi scambiate idee per nuovi progetti?
Dewey: «In occasione del cinquantesimo anniversario della band abbiamo realizzato vari progetti  (come l’uscita di 50th Anniversary: The Collection, album celebrativo uscito nel luglio 2019, n.d.r.) e molti altri sono in fase di sviluppo. Abbiamo trascorso molti mesi con il nostro archivista, Jeff Larson, a rivedere scatole di nastri, cassette, dischi rigidi, video, film Super 8… Il cofanetto più grande si chiama Half Century e include molte canzoni e immagini inedite. Di recente abbiamo pubblicato la nostra biografia autorizzata America-The Band scritta da Jude Warne (con prefazione di Billy Bob Thornton, n.d.r.).
Gerry: “Mi sono finalmente allestito il tanto agognato studio di registrazione a casa, a Sidney. Un normale banco e un Mac da 16 pollici, collegati e funzionanti… E il risultato è che sto realizzando, dopo anni, delle registrazioni davvero nuove… tutto ciò è molto divertente!».

Credo che il lockdown, sia stato anche un’opportunità: ripensare la propria vita, riconsiderare le priorità, un momento di meditazione…
Dewey: «Sono d’accordo. Nella mia vita non mi è mai capitato tutto quello che sto vivendo ora, che è, in egual misura, liberatorio e frustrante. Siamo stati costretti a rallentare e a lasciare passare i giorni con una nuova velocità».
Gerry: «Hai ragione Beppe… ci è stata data la possibilità di trovare quello che davvero conta nelle nostre vite. Tutti in questo settore hanno perso il lavoro “dal vivo”, ma so anche che non possiamo farci niente per ora. Dispiace dirlo, ma è così…».

America – Foto di Christie Goodwin

Già, non si fanno più concerti, la “cultura attiva” come l’abbiamo conosciuta stenta a ripartire. Si tornerà alla vecchia maniera o ci sarà un’evoluzione nel modi di divulgare la cultura e soprattutto la musica?
Gerry: «Penso che la maggior parte di noi voglia tornare il più presto possibile a quello che era la  normalità; ma che cosa significhi ciò e quando ci si arriverà sono grosse domande che non hanno risposte certe. Noi dovremmo fare un lungo tour in Europa nell’estate del 2021… lo speriamo e preghiamo per questo!».
Dewey: «È difficile prevedere come la nostra cultura verrà cambiata dalla pandemia. Penso che le persone mature, come noi, dovranno impegnarsi a cambiare molto più delle generazioni più giovani, per il solo fatto che noi abbiamo più esperienza di vita da confrontare. Comunque, sono convinto che ci adatteremo e apporteremo tutte le modifiche necessarie per stare fisicamente bene. Resteranno per molto tempo le preoccupazioni sugli assembramenti, il ritrovarsi in molti in uno stesso luogo. Avremo, certo, sempre accesso alla musica e all’arte, in una forma o nell’altra perché viviamo in un’era di comunicazione di massa».

Che tipo di musica state ascoltando ultimamente?
Dewey: «A esser sinceri, non ne sto ascoltando molta in questo periodo. Passo la maggior parte delle mie giornate all’aperto, in mezzo alla natura. Quando cerco musica di solito è per guardare una performance dal vivo su YouTube di un vecchio artista o una band che mi piace… chiamala pure reminiscenza!».
Gerry: «Ne sto ascoltando un sacco, la mia musica preferita. Come Wilco, uno che va a mille, non si scollega mai! E poi… ripasso le colonne sonore di Ennio Morricone, scomparso recentemente. Lui ha molto influenzato le mie composizioni. Le sue musiche per Bugsy, The Mission, Nuovo Cinema Paradiso restano le mie favorite».

Ho visto le vostre dichiarazioni spontanee in favore delle maestranze dello spettacolo attualmente senza lavoro (per ascoltarle cliccate sulle foto qui sotto). Un tour è un grande spettacolo, state insieme per giorni, diventate tutti una grande famiglia…
Dewey/Gerry: «È vero, ci manca l’aspetto “fisico” del tour, lo stare insieme con i nostri amici, il viaggiare in posti nuovi e in quelli già conosciuti, suonare la nostra musica…».

L’anno scorso avete raggiunto un anniversario importante, mezzo secolo di America. Una vita di lavoro, musica e amicizia…
Dewey: «Sono invecchiato nel business della musica. Abbiamo iniziato l’avventura America da adolescenti e per me è stato straordinario aver raggiunto i 50 anni di registrazioni e tournée in tutto il mondo. Significa molto: abbiamo stretto molte amicizie, collaborato con altrettanti musicisti e tecnici in questi decenni. Non vedo l’ora di riprendere da dove avevamo interrotto il 12 marzo 2020!».
Gerry: «Cinquant’anni sono qualche cosa che vale chiaramente la pena celebrare. Dewey e io siamo stati molto fortunati in questo nostro lungo “viaggio” e, ovviamente, entusiasti al pensiero che l’Italia abbia giocato un ruolo così importante della nostro storia».

Qual è il vostro album favorito degli America?
Gerry: «Ne ho due: Homecoming, il nostro secondo lavoro, credo sia molto forte e coerente, perché riassume le nostre migliori caratteristiche. Adoro anche Here&Now disco prodotto per noi dal compianto Adam Schlesinger (dei Fountains of Wyne, mancato lo scorso primo aprile a 52 anni per colpa del Covid19, n.d.r.) e il grande, grande James Iha (chitarrista dei The Smashing Pumpkins, n.d.r.): penso che abbia rappresentato uno dei nostri migliori lavori degli ultimi anni».
Dewey: «Continuo a pensare e ne sono sempre più convinto che sia stato il nostro primo album, America. Un altro disco che davvero mi piace molto è Human Nature (14esimo in studio della band, uscito nel 1998, n.d.r.)».

America – Foto di Christie Goodwin

Avete voglia di parlarmi un po’ di Dan Peek, della sua scelta di lasciare la band all’apice del successo in cerca di altri valori?
Dewey: «Dan è stato uno dei membri fondatori della band. Eravamo tre grandi amici che hanno condiviso le esperienze della vita insieme fin dall’adolescenza. Ed era un musicista di talento, intelligente che sapeva anche essere divertente. Credo che il grande successo della band abbia schiacciato Dan. Ci siamo tutti dovuti adeguare alle fatiche dei tour, alla necessità di scrivere nuove canzoni, fare nuovi album. E, allo stesso tempo, stavamo anche sviluppando le nostre vite personali, sposandoci oppure creando relazioni “off the road”. Nel 1977 Dan ha deciso che non voleva più tenere quel ritmo. Così ha iniziato un nuovo viaggio che includeva il seguire le sue credenze religiose…».
Gerry: «Onoriamo l’immenso contributo che Dan Peek ha dato ogni singola notte (quando suonavamo insieme nei concerti). Io e Dew abbiamo bei ricordi di Dan, lui era un uomo davvero divertente».

In Italia avete tanti fan. Cosa vi piace del nostro Paese? Avete spesso dichiarato che vi piace venire a suonare qui…
Dewey: «Fin dalla prima volta che abbiamo girato l’Italia in tour abbiamo concordato che è un Paese bellissimo. Le magnifiche città e i borghi storici adagiati su terreni e coste meravigliose lo rendono geograficamente attraente. Poi le persone, le tradizioni, la cucina danno una buona energia a tutti noi. Ci divertiamo sempre durante i nostri viaggi in Italia e non vediamo l’ora di tornare di nuovo nel 2021…».
Gerry: «L’Italia è e rimarrà sempre una delle nostre tappe favorite durante i nostri viaggi e tour. Anche se adoriamo il cibo e la storia, la gemma più preziosa sono le persone, gli italiani: hanno così tanto amore per la vita!».

La situazione negli Stati Uniti, con l’esplosione della pandemia, le rivolte, un razzismo dilagante, non è delle migliori. Cosa sta succedendo?
Gerry: «Siamo tutti rattristati per la dura situazione in tutto il mondo, in modo particolare per i nostri amici e familiari negli States. Anche se io e mia moglie la stiamo vivendo dalla nostra casa di Sidney ogni giorni ci informiamo sull’andamento e i numeri della pandemia. È una tragedia in evoluzione. Ci troviamo tutti nel mezzo della storia oggi, che lo vogliamo o meno…».
Dewey: «Gli Stati Uniti stanno certamente attraversando un grande momento di transizione. La pandemia e lo stop della vita economica e sociale hanno focalizzato l’attenzione delle persone su problemi già esistenti nella nostra società, che ora richiedono dei cambiamenti. Penso che il nostro Paese sia ancora molto giovane rispetto a un luogo come l’Italia. Abbiamo molte questioni sociali ancora aperte, come il razzismo e il diritto all’uguaglianza. Fino a quando non saranno risolte, le tensioni non cesseranno».

Alessandro Gottardo: musica e disegno? L’arte primordiale

Alessandro Gottardo (Shout) – Foto di Nicola Boccaccini

Musica e fumetto. Musica e graffiti, Musica e illustrazioni. Sembra un’attrazione fatale, arte su arte, a comporre il puzzle perfetto. Complementari – se si pensa bene, come fa notare Alessandro Gottardo, aka Shout, classe 1977, friulano di nascita e milanese d’adozione, famoso quanto talentuoso e creativo illustratore che collabora con testate prestigiose, da Time a The New Yorker – musica e disegno insieme da sempre, in quanto “arte primordiale”. Ho fatto una lunga chiacchierata con Alessandro proprio su questo tema, apparentemente semplice, in realtà molto sfaccettato.

Perché, se la “banana” di Andy Wharol per la cover dei The Velvet Underground & Nico è storia, come le centinaia di comics pubblicati in tutto il mondo sulle avventure e canzoni dei Beatles, le illustrazioni che accompagnano gli album di artisti e rockstar oggi sembrano meno incisive, anzi, poco interconnesse. Insomma, operazioni piuttosto “fredde”. Non sono tutte così, ovvio, a generalizzare non si fa mai un buon servizio, ma quel famoso “matrimonio perfetto” sembra aver perso slancio e creatività… Certo è che l’uso delle illustrazioni “graffitate” sono sempre più frequenti per arricchire singoli pezzi e album urban. Anche un certo cantautorato “colto” ritorna alle illustrazioni, vedi il video illustrato da Clelia Catalano per Mammut, nuovo brano del romano Gimbo…

Musica e disegno (fumetto, graffiti…) da sempre si attraggano. Perché?
«Mia figlia, che ha 3 anni, da quando è nata disegna e balla. Come tutti: fin da bambini il disegno e la musica sono le cose che impariamo per prima e quasi in contemporanea. Mi piace pensare che la connessione tra le due arti sia, quindi, primordiale».

Le cover accese dei Gorillaz, l’uso dei graffiti nel mondo rap, le astrazioni dei Depeche Mode e, ancor prima, Beatles (protagonisti di centinaia di fumetti in tutto il mondo) e Pink Floyd: l’immagine racconta la musica, è un’anteprima di quello che si troverà nell’album, o sono solo vezzi, mode?
«C’è stata una corrente di copertinisti negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso che hanno fatto storia. Penso a Milton Glaser, Andy Wharol o Alton Kelley, ma di esempi ce ne sono davvero tanti. L’arte della cover rappresentava non solo la musica contenuta nell’album ma anche il momento storico in cui quell’album e quella musica nascevano. Non erano sicuramente vezzi, ma un matrimonio, e spesso felice. Pensiamo alla banana di Wharol appunto, o alla linguaccia di John Pashe. I Grateful Dead testimoniavano con la loro musica la scoperta dell’LSD, il suo impatto nelle loro vite. La psichedelia e tutto il movimento culturale che ne è derivato poi esplodeva nelle copertine di Kelley. Da noi c’è stato Andrea Pazienza che ha firmato molte cover, penso, ad esempio, a quelle di Roberto Vecchioni (Montecristo, Il Grande Sogno, Vorrei…) o della PFM (Passpartu). Oggi gli esempi sono più rari, credo si sia persa la volontà di produrre arte dentro e fuori il disco. La cover dei Gorillaz ha delle caratteristiche, in chiave pop, che ricordano le grandi collaborazioni del passato tra musica e arte, ma meno nobili, mi pare. Chi usa l’arte oggi nelle cover degli album lo fa principalmente come operazione di marketing. Non penso ci sia più la volontà di fare un progetto artistico a 360 gradi».

“Pace”

Tornando a musica e disegno: sono un’unione “naturale” o “forzata”?
«È naturale, sicuramente. Come dicevo in risposta alla tua prima domanda è qualcosa che abbiamo dentro, e non importa se uno ha attitudine al disegno o alla musica, se uno ha talento o meno. Il fatto di poter godere di un bel disegno o di una bella musica, nel vederlo, nell’ascoltarla o nel praticarla, a prescindere dal risultato finale, è qualcosa che appartiene a tutti fin da bambini».

Che rapporto hai con la musica? Quale ti piace?
«Mentre lavoro ascolto molta musica jazz. Musica strumentale, Bill Evans, Ornette Coleman, Miles Davies, John Coltrane e così via. Talvolta la alterno alla musica elettronica: Nils Frahm, Jonny Greenwood, Olafur Arnalds. Per il resto, quando non lavoro sono abbastanza onnivoro, anche la musica classica mi piace, Mahler in particolare. Quella che non ascolto è la musica pop contemporanea mentre ogni tanto qualche vecchio pezzo del pop anni ’70 non mi dispiace».

Hai brani o artisti “tuoi” che ti accompagnano nel tuo lavoro?
«Ho delle playlist sì, le ho composte con Spotify. Jazz, Classica, Elettronica, Funk, Bossa Nova, R&B e via dicendo… ma sicuramente la compilation Jazz è quella che ascolto di più, tutti i giorni. Un pezzo che potrei ascoltare all’infinito è Take five dei The Dave Brubeck Quartet, così come Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davies e Naima di John Coltrane».

“Il Mestiere di Scrivere”

Hai disegnato molte cover di dischi? Ricordo la girella di liquirizia dei Santa Margaret…
«Sì, esatto, ho collaborato con Stefano Verderi e Angelica Schiatti. Stefano aveva in mente proprio quello di cui parlavamo prima, voleva un progetto a 360 gradi, musica e arte a braccetto a rappresentare una cosa unica. È stata una collaborazione bella anche dal punto di vista umano. Poi ho collaborato con Paolo Fresu a un paio di cover, LP e CD. In quei due casi erano riadattamenti di miei lavori d’archivio. Non erano stati fatti originalmente per Paolo, ma sicuramente, dato il mio amore per il jazz, è stata una collaborazione che mi è piaciuta molto. Per di più ero fan di Fresu ben prima di lavorarci insieme. È stato bello ritrovarsi in quelle due occasioni. Poi ho realizzato alcuni poster di festival musicali. Se in futuro capiteranno altri LP da illustrare ne sarò felice, ma penso che ora le dinamiche di marketing vogliano in copertina la cosa che ha più potenzialità di far vendere il disco che, nove volte su dieci, è la faccia del musicista».

A proposito di Paolo Fresu: ti ha coinvolto in un progetto che sta preparando per il decennale della Tǔk Music, la sua casa discografica…
«Ho contribuito alla preparazione di un docufilm prodotto da Ferdinando Vicentini Orgnani e Roberto Minini Merot, che Fresu presenterà al JazzMI a novembre. Nelle intenzioni di Paolo si tratta di un racconto corale fatto dalle tante voci che hanno collaborato negli anni con la sua etichetta, musicisti, illustratori, artisti visivi, grafici, videomaker, uffici coordinatori, agenti, uffici stampa. Insomma, proprio tutti, un puzzle fatto di musica, arte e green…».  

La copertina di Time – “Space”

Cosa rappresenta per te l’illustrazione? La tua è una narrazione apparentemente semplice, in realtà, piuttosto complessa… spinge il lettore a “impegnarsi” su più piani di lettura…
«Tempo fa su Post.it scrissi nel mio blog (che però ora ho chiuso) da dove veniva la mia passione per la narrazione. Soprattutto da adolescente, questa mi ha salvato. Mi riferisco a quella letteraria. Ero un tipico adolescente insicuro, afflitto dall’acne giovanile che la viveva molto peggio di quanto non fosse in realtà. Mi rifugiai nei libri. Pensai: “non può essere tutto solo forma. Non posso essere condizionato dal mio aspetto”. Il primo libro che affrontai con questo stato d’animo fu Il ritratto di Dorian Grey di Oscar Wilde, non penso vi sia un romanzo migliore di quello per un 15enne che affronta una crisi adolescenziale legata al proprio aspetto fisico. Poi ho letto tutto Kundera, da Immortalità in poi, quindi Goethe, Schnitzler e molti, molti altri. Al punto che, a 20 anni, mi iscrissi anche a dei corsi serali di scrittura creativa alla Scuola Holden di Torino. Facevo avanti e indietro da Milano due volte la settimana, tornavo che era quasi mezzanotte. Ricordo il freddo delle giornate di febbraio, la fame perché saltavo i pasti, e la stanchezza dell’andare avanti e indietro, ma fu un periodo meraviglioso. Capii che scrivere era un lavoro complesso per la quale non avevo abbastanza talento, ma realizzai che avrei potuto comunque raccontare storie tramite i miei disegni, dove di talento ne avevo a sufficienza. Fu così che diventai illustratore. Per rispondere alla tua domanda, per me l’illustrazione rappresenta il mezzo per raccontare una storia con un unica immagine».

Perché hai scelto di chiamarti “Shout”?
«Era il titolo di una mia illustrazione per un nuovo portfolio di immagini realizzato nel 2005. Non c’è un motivo, suonava bene, volevo dare una svolta al mio linguaggio illustrativo e ho scelto di presentarlo con uno pseudonimo di modo che non si confondesse con ciò che avevo fatto sino ad allora e che firmavo con il mio nome vero».

“Prima”

Ancora sul tuo lavoro: perché secondo te l’illustrazione nella stampa non è tenuta così in considerazione in Italia, mentre è un valore aggiunto nei Paesi anglosassoni? Vedi The New Yorker, NYT, Monocle
«Bella domanda. Faccio questo mestiere da 20 anni, produco circa 200 illustrazioni all’anno ma non con l’Italia… A dire il vero alcuni miei colleghi lavorano molto con il nostro Paese, io invece ho fatto una scelta esterofila già nel lontano 2003, dopo le prime esperienze con alcuni periodici italiani e dopo dei lavori mal pagati e mal capiti. Una volta trovata l’America, non mi sono più voltato indietro e non ho fatto nulla per promuovere il mio lavoro da noi. Per cui, magari, è anche colpa mia. In ogni caso ho una teoria: l’illustrazione, a differenza del fumetto  o delle vignette, è l’arte commerciale che si avvicina di più all’arte tradizionale, e proprio per questo motivo, come succede quando con il digitale tenti di replicare un volto umano realistico, più ti ci avvicini alla verosimiglianza più ti disturba. Nel nostro paese chi osserva un’illustrazione fa fatica a incasellarla e questo la rende dimenticabile. O è Arte o è nulla. Per cui penso sia un’arte non capita. Io, per esempio, non vivo il mio lavoro come un’arte ma come un mestiere. Forse basterebbe non prenderla troppo sul serio, accettarla per quello che è, non è fumetto, non è vignetta, non è Arte, è illustrazione. È arte commerciale che richiede molta creatività».

“Tourette”

Dunque, cos’è per te l’arte? In alcune interviste hai detto che non ami definirti un artista. Perché? Mi riallaccio alla musica: secondo te è sempre e comunque arte?
«Sai, ritengo che dal momento in cui realizzi un lavoro a pagamento, su commissione, l’onestà intellettuale alla base del lavoro che stai eseguendo è già stata viziata. Meglio, quindi, mettere da parte l’idea di fare arte e, semplicemente, fare il bravo professionista, che è cosa comunque degnissima a mio avviso. Ammiro chi fa il proprio lavoro bene, qualunque esso sia. Alcuni mi hanno replicato: “E gli artisti rinascimentali, allora? Lavoravano su commissione!”… Ho risposto: “Vuoi davvero paragonare un artista rinascimentale che lavorava su temi religiosi di straordinaria importanza con un’illustrazione sull’articolo scritto da “tal dei tali” sul New Yorker?”. All’epoca gli artisti dipingevano tutti le stesse cose, i temi erano i medesimi, solo che ognuno li interpretava a suo modo. Nella religione troviamo i temi più alti per un artista, e cioè,  la vita e, soprattutto, la morte. Io ho illustrato articoli sul diritto all’eutanasia ma non direi che è la stessa cosa. Venendo alla musica: non è sempre arte, così come non lo è sempre un dipinto. Una volta ho sentito Philippe Daverio dire che l’arte è tecnica più poesia, se manca l’uno o l’atra cosa allora non è arte. Idea assolutamente condivisibile, che poi è un concetto dell’arte che deriva dagli antichi greci. Per me l’arte, più in generale, è il nostro punto di vista, una nostra opinione, scevra da qualsiasi condizionamento esterno (penso al denaro, alla fama o all’approvazione), espresso tramite una forma d’arte che possa essere condivisa con gli altri. A mio avviso, non ha importanza se l’opinione espressa sia particolarmente originale o illuminata, l’importante è che sia un’opinione sincera. Alla base ci deve essere l’onestà intellettuale di voler dire qualcosa che sia autenticamente importante per noi. Poi, è chiaro che non tutto può essere salvato dalle generazioni che verranno. C’è arte che sopravvive e arte che verrà dimenticata. Molta viene dimenticata, poca sopravvive. Ma chi produce Arte non se ne deve preoccupare».

Mario Mariani: la musica come ricerca del proprio cuore

Mario Mariani -Foto Gloria Mancini

Cominciamo con un acronimo: V.I.T.R.I.OL. Che sta per Visita Interiora Terrae, Rectificando Invenies Occultum Lapidem, Ispeziona l’interno della terra, operando con rettitudine troverai la pietra nascosta. Acronimo comparso agli inizi del Seicento in un trattato di alchimia e mutuato anche dalla massoneria: lo si trova inciso nel gabinetto di riflessione, dove gli iniziandi sostano prima del rito di affiliazione. Penserete che sia impazzito di colpo, magari fulminato sulla via dell’esoterismo…

L’acronimo ha catturato la mia attenzione perché è anche il titolo di un disco in uscita l’11 luglio. L’autore è Mario Mariani, musicista, compositore, concertista, pianista di 49 anni, nato a Pesaro. È tutto fuorché mainstream, aperto alla sperimentazione, fuori dal coro ma talmente dentro il suono da dedicare la sua vita alla sperimentazione di un unico strumento, il pianoforte. Che usa non solo pigiando i tasti ma divertendosi con palline da tennis, frullini montalatte, catene, in modo da ottenere suoni simili a xilofoni, calvicembali, scratch da consolle… Per capire ciò di cui sto scrivendo andate a vedervi il personalissimo curriculum vitae dell’artista e vi renderete conto immediatamente…

Anche qui, niente di nuovo, non voglio presentarvi l’inventore di un genere, ma il modo in cui certi artisti – e lui è uno di questi – ricercano una propria espressività, ricavando nuove forme armoniche che possano dare un senso non omologabile al loro lavoro. Banalmente: essere se stessi, qualità rara nel continuo orientarsi all’appiattimento musicale e ai conseguenti facili guadagni…

Torniamo a V.I.T.R.I.O.L.: l’album ha una storia lunga dieci anni. Un lavoro fatto per tre quarti dentro una grotta sul monte Nerone nel 2010 e per il restante nello studio di Mariani a Pesaro, quest’anno, durante il lockdown. Un lavoro con un filo di Arianna che corre e serpeggia dalle viscere della terra fino alla città di Gioachino Rossini.

È un album molto particolare, sperimentale e spirituale allo stesso tempo. Com’è nato?
«È iniziata come una sorta di provocazione sociale. Nell’estate del 2010 mi sono ritrovato senza una pianificazione di concerti. Ero stanco, costi assurdi, difficoltà a non finire con organizzatori, teatri, burocrazia. Ho deciso di fare qualcosa senza quelli che io chiamo gli “intermediari ostacolanti”. Ed è nata così l’idea di rinchiudermi nella Grotta dei Prosciutti sul monte Nerone, luogo dove ho una casa, con un pianoforte a coda, un computer, un pannello fotovoltaico e una tenda in cui passare un mese della mia vita a comporre e suonare per chi avesse desiderato ascoltarmi. La mia provocazione, mutuando le parole del Vangelo, è stata: “È più facile portare un pianoforte a coda in una grotta che non su un palcoscenico”».

È stata un’operazione laboriosa?
«Ne ho parlato con l’allora sindaco di Piobbico che ha aderito con entusiasmo. Ottenuto il benestare dell’amministrazione comunale, ho contattato un falegname che ha costruito la custodia per il pianoforte. La stessa, poi, mi è servita per montarci dentro la tenda dove ho dormito. Una squadra di volontari e amici mi ha aiutato nell’impresa: portare lo strumento in questa grotta a circa 450 metri dal rifugio Corsini più o meno a 1100 metri d’altezza».

Sei stato chiuso dall’11 luglio all’11 agosto del 2010. Come passavi le tue giornate?
«Suonavo, componevo, registravo quello che usciva dalla mia testa. Mano a mano che procedevo sentivo che il suono era simile alle pietre che mi circondavano. Lì dentro tenevo anche concerti: da me sono passate un migliaio di persone, ed è stata una bella esperienza. Mi sentivo come Maurizio Montalbini, ti ricordi il sociologo e speleologo che faceva esperimenti di sopravvivenza? Qui sul monte Nerone è stato chiuso per 366 giorni nel 1992… Non so rispondere sul perché l’ho fatto, forse, vivendo in questo luogo, volevo lasciare un segno artistico a contatto con la natura».

Mario Mariani tiene un concerto nella Grotta dei Prosciutti sul Monte Nerone – Foto L. Angelucci

E da questo eremitaggio voluto cos’hai imparato?
«È stata un’esperienza che mi ha lasciato un segno importante. Ho vissuto un mese senza gli obblighi del “consorzio civile”, senza soldi, guardando all’essenziale… in un mese mi son fatto quattro docce usando una mangiatoia delle mucche e un secchio… Ho imparato che i sogni si possono realizzare».

Quindi quest’album, a partire dal titolo, è una sorta di viaggio introspettivo di purificazione e ricerca?
«Visita Interiora Terrae, Rectificando Invenies Occultum Lapidem lo interpreto come un cammino nel nostro inconscio tormentato. Dobbiamo ripulirci dalle cose inutili per arrivare alla nostra essenza, il nostro cuore. Le composizioni le potrei definire “istantanee trasnpersonali”. Riascoltandole dopo ho sentito che mancava qualcosa. Così, una volta finita l’esperienza, l’ho lasciata decantare. Nel frattempo sono usciti altri quattro album. Lo scorso anno sono ritornato in quella grotta per registrare il rumore all’interno. Ho campionato il riverbero dell’ambiente».

Poi è arrivato il lockdown…
«Un’altra chiusura. La mia prima reazione è stata di rabbia per come siamo arrivati a questa quarantena, ho perso anche degli amici, Pesaro è stata una città molto colpita dalla pandemia, poi ho pensato che a dieci anni dalla mia reclusione volontaria, una quarantena obbligata era l’occasione per chiudere un percorso e dare un senso compiuto al mio lavoro. Così ho finito il disco usando il riverbero della grotta campionato in precedenza sui nuovi brani».

Mario Mariani – Foto L. Angelucci

Tu sei un “one man band”, componi, suoni, fai il fonico, il manager di te stesso, registri, produci
«Mi considero un incrocio tra un uomo rinascimentale (sempre desideroso di sapere) e un hacker che viola il “sistema pianoforte”, penetra nel suo interno accedendo alle enormi possibilità della tavola armonica e delle corde. Il tasto è una semplice leva che dà impulso a un martelletto che batte sulla corda. Io cerco di entrare nello strumento, farne uscire suoni diversi. Il frullino montalatte a contatto con la corda provoca un suono che ricorda il mandolino, con le biglie ottengo un effetto bending, le catene sulle corde riportano il pianoforte al suo antenato clavicembalo… Ciò non vuol dire che suono sempre da solo. Mi piace molto lavorare con le orchestre, gli ensemble. Faccio anche “finta” di suonare jazz e un certo tipo di rock, il progressive, genere che ho ascoltato tanto».

La tua è comunque una formazione classica…
«Vengo da lì, ho frequentato il conservatorio Rossini a Pesaro, d’altronde calpesto ogni giorno lo stesso suolo che ha calpestato il maestro oltre due secoli fa… Essendo un “solitario” la musica l’ho sempre vissuta come la mia ancora di salvezza fin da piccolo. A 25 anni mi sono dedicato alla composizione, ho composto per due volte la sigla per la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nel 1999 e nel 2005, oltre ad altre musiche per spettacoli teatrali e televisivi. Tengo anche workshop di creatività musicale, dove invito i musicisti a chiudere gli spartiti e a tuffarsi nell’improvvisazione lasciandosi guidare dalle solide basi costruite con lo studio, che vengono fuori spontaneamente…».

Che musica ti piace ascoltare?
«Apprezzo molto Frank Zappa, un grande musicista. Ha una discografia immensa e mai banale. È l’unico artista che ha coniugato la musica sinfonica con il rock. La sua estetica si rifà a Stravinskij. Poi ascolto volentieri John Zorn, improvvisatore, compositore ed eccellente musicista e Keith Jarret».

Con quale pianoforte suoni?
«Uno Steinway&Sons del 1906 restaurato. Uno strumento splendido».

Sul monte Nerone tutti gli anni organizzi un festival…
«Si chiama il Teatro Libero del Monte Nerone, quest’anno sarà dal 31 luglio al 3 agosto. Un festival dove vengono rappresentate tutte le arti e gli artisti improvvisano, creando una comunità con il pubblico: si cena insieme, si fanno attività olistiche e performance collettive. Una sera abbiamo letto un libro intero passandolo tra tutti i presenti. Il festival è diventato un punto di riferimento per la zona, attraendo anche un pubblico internazionale».

Gianluca Lalli: così insegno ai bimbi ad amare la musica

Gianluca Lalli

Oggi vi voglio raccontare una storia. Una bella storia, che ha a che fare con le favole e la musica. Un argomento non nuovo, se ne parla da decenni, però, una storia è una storia, soprattutto se il personaggio principale è un musicista, scrittore e regista che da anni si occupa di diffondere tra bimbi, adolescenti e ragazzi un modello di scrittura non banale su cui aggiungere una melodia. Lui si chiama Gianluca Lalli, ha 44 anni, è marchigiano, di Colle d’Arquata, piccola frazione di Arquata del Tronto, provincia di Ascoli Piceno.

È un cantautore, di quelli “impegnati” avremmo detto negli anni Settanta. Non a caso ha collaborato con il bolognese Claudio Lolli (ve lo ricordate? Ho visto anche degli zingari felici, Aspettando GodotBorgesia…) mancato nell’agosto di due anni fa. Nel 2005 ha vinto il premio Rino Gaetano, a cui poi ha dedicato una canzone e anche un docufilm, titolati entrambi Rino, nel 2019. Per completarne il profilo artistico, nel 2013 il video del suo brano Il lupo vince il premio Hard Rock Café nella sezione video musicale alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. In più Lalli è un educatore, di formazione e anche di professione, anche se la musica resta il suo interesse primario. Dopo il terremoto del 2016 che ha raso al suolo il paese dov’era nato e cancellato casa sua, oggi vive a San Benedetto del Tronto.

Mi ha catturato l’attenzione perché sta pubblicando (sarà disponibile a fine estate) un nuovo album, Favole al telefono (qui un’anteprimatratto dall’omonima raccolta di racconti del 1962 di Gianni Rodari. Favole che sono per piccoli ma anche per adulti, come del resto tutta la letteratura dello scrittore di Omegna: la sua bravura stava proprio nel riuscire a raccontare la stessa storia disponendola su più piani. Quest’anno, il 23 ottobre, si celebrano i cento anni dalla sua nascita.

 

Perché un disco dedicato a Rodari?
«È un lavoro che viene da lontano, dalla lunga esperienza acquisita grazie al laboratorio di scrittura creativa che da anni porto nelle scuole, Il Cantafavole, dove Rodari ha un posto fisso. Il disco è un omaggio a questo grande scrittore e alla sua fantasia. Ho sottoposto il progetto alla famiglia Rodari e ho avuto un felice riscontro. In realtà l’album sarebbe dovuto uscire prima dell’estate, e in questi mesi sarei dovuto stare in giro per l’Italia a promuoverlo. Ma il virus ha scombussolato tutto…».

Raccontami del Cantafavole
«È un progetto didattico, un laboratorio di scrittura creativa che porto in tutte le scuole, pubbliche e paritarie: ovunque vogliano chiamarmi, io arrivo! Sono molto soddisfatto, anche perché, lo dico spesso, mi pagano per imparare».

Ovvero?
«I bambini hanno una grande fantasia. Da loro si apprende molto. Danno delle risposte incredibili perché la loro è un’autenticità senza filtri e una fantasia senza freni. Lo vedi durante il laboratorio che dura quattro ore: prima leggo la favola, poi la metto in musica, con la chitarra. Stanno attenti quando leggo e battono le mani a tempo quando suono. Poi si passa al laboratorio vero e proprio: li divido in gruppi di cinque o sei, ogni gruppo deve provare a scrivere una quartina di canzone in base a quello che hanno ascoltato. Lavorano sulla storia ed è incredibile vedere cosa nasce in quel momento, escono delle rime mai scontate. Quindi, scelgo le migliori quartine, le musico e, a fine lezione, cantiamo la canzone tutti insieme».

Per il tuo disco hai scelto otto favole dal libro di Rodari e le hai trasformate in versi e note.
«Delle 70 favole del libro originale ho scelto quelle che colpivano di più la fantasia dei ragazzi, come Il Paese dei Bugiardi, o Il Giovane Gambero, quello che a dispetto delle convenzioni, s’era messo in testa di poter camminare in avanti invece che all’indietro, o, ancora, La strada che non andava in nessun posto…».

Prepari anche laboratori per i ragazzi delle medie e liceali…
«Con i primi, integro i laboratori con testi più complessi, come La Fattoria degli animali o 1984 di George Orwell, per citare un autore. Assieme al mio violoncellista, che è anche un appassionato studioso di storia, raccontiamo e contestualizziamo le grandi distopie del Novecento. Per i secondi abbiamo messo a punto altri progetti, come Letteratura in Musica, dove trattiamo gli Scapigliati, Arrighi, Boito, Olindo Guerrini…».

Raccontami di Rino Gaetano.
«È sempre stato uno dei miei autori preferiti. Quando ho vinto il premio a lui dedicato, è stato un momento magico. Gaetano veniva da Crotone, io da una minuscola frazione marchigiana di carbonai. Zone rimaste indietro nel tempo, paesi che ci hanno accomunato… per questo le sue canzoni, cariche di ironia e denuncia sociale, sono parte di me».

Oltre alle scuole, usi la musica anche in altre situazioni…
«Un lavoro che mi ha appassionato l’ho fatto nella città dove risiedo, San Benedetto del Tronto, con gli ammalati di Alzheimer in un centro diurno. L’ho chiamato La Musica contro l’Alzheimer. Sono stati mesi intensi, dal settembre 2019 a febbraio di quest’anno. Andavo ogni giorno e facevo cantare gli ammalati. Dopo molti tentativi, nonostante i loro corpi abbandonati a se stessi, smarriti, ho visto dei risultati: iniziavo a cantare e notavo che, poco a poco, le loro labbra si muovevano… cantavano! Un’emozione fortissima».

Musica e libri… come ti sono venute queste passioni?
«A Colle, pochissimi abitanti, tutti, eccetto mio padre che lavorava in un’azienda edile, erano lavoratori autonomi, qui c’era la tradizione della produzione del carbone. Finita la scuola, avevo del tempo libero visto che non dovevo lavorare in famiglia. Così passavo il tempo a leggere. Ho letto tanto e di tutto. La musica, all’inizio la odiavo: colpa del flauto che ci insegnavano a scuola! A 18 anni ho scoperto la chitarra e da lì è partito tutto… Poi, se mi chiedi cos’è per me la musica, posso solo risponderti che è un qualcosa che mi colpisce al punto da stordirmi. La musica non fa parte del mondo razionale: e questo, per una persona curiosa, è il massimo!».

I concerti? A casa dei fan. Il progetto di un giovane musicista

Giulio Voce – foto di Silvia Gerbino

Ci sono tanti modi per fare musica. Soprattutto oggi, un limbo, dove tutto sembra essersi cristallizzato e dove ci si muove a fatica, su strade strette e apparentemente invalicabili. In questo mondo in slow motion, per fortuna, ci sono speranze. Piccole, probabilmente insignificanti comparate al mondo dei live precovid, ma fresche, genuine da cui trarne insegnamento.

E vengo al punto. Lui si chiama Giulio Voce, ha 33 anni, è romano dell’antico e popoloso quartiere San Giovanni, e di professione fa il cantautore. All’attivo ha un album, Lithos, e due Ep, Terra Bruciata e Voce. È un musicista, quindi grande rispetto per il suo lavoro! Uno cresciuto a rock anni Sessanta e Settanta, cantautori alla Guccini e alla Rino Gaetano, fulminato dagli Offspring. Quale mix può esserne uscito dai suoi ascolti e dal suo background lo giudicherà chi vorrà ascoltarlo. In lui ho trovato, data l’età, reminiscenze di quelle estati da adolescenti degli anni Settanta, un po’ impegnate e altrettanto “cazzare”, tra folk americano, rock British e cantautorato impegnato.

Giulio è stato uno di quelli che ha approfittato della quarantena per crescere come artista, cercando aspetti del suo lavoro più umani, contatti, pareri, consigli dai suoi fan, vecchi e nuovi, sparsi lungo tutto lo Stivale. E proprio questo contatto virtuale lo ha reso reale a molti, che hanno iniziato ad apprezzarne la musica e il suo modo di presentarsi. Il motivo per cui l’ho contattato…

Quest’anno niente concerti, niente pubblicazioni, niente di niente…
«Non è un 2020 molto fortunato. In aprile avrei dovuto fare il “concerto della vita”, quello che prepari e speri perché può svoltarti la carriera, nella sala Petrassi all’Auditorium Parco della Musica, quindi in estate sarei dovuto partire per un tour… È saltato tutto, così ho pensato che dovevo ottimizzare le occasioni perse».

Quindi?
«Grazie proprio al lockdown e alla mia presenza sui social che mi ha dato l’occasione di conoscere persone nuove, parlarci, discutere, m’è venuta l’idea di fare ugualmente un tour,  molto particolare, però, andando a suonare nella case di chi mi vuole invitare e ascoltare dal vivo. Ho sondato e molti, tanti, si sono offerti di ricevermi, chi nel giardino del condominio, chi nel salotto di casa, addirittura, questo ad Ancona, a bordo di una barca a vela. Sto ancora mettendo a punto il progetto, probabilmente con me ci sarà un altro musicista, quindi un fonico, un fotografo, un videoreporter e una giornalista. Vorrei ricavare da questo viaggio in musica una sorta di docufilm – mi piace spaziare in altri ambienti. Insomma, un’avventura post-covid a stretto contatto con il pubblico».

Della serie, se il pubblico non può andare dall’artista è l’artista che va a casa del pubblico… Suonerete gratis?
«Ci sono alcune opzioni in discussione: lanciare un crowdfunding – e lo farò in questi giorni – ma anche forme diverse di accoglienza, ad esempio un baratto, scambio di ospitalità per immagine. Stiamo pensando di noleggiare un camper, che sarà la nostra casa per il tour e potrebbe diventare anche un elemento di unione nella nostra avventura musicale».

Dove andrete?
«Al Nordest, dove abbiamo avuto molti inviti, soprattutto in Veneto, San Donà di Piave, Jesolo, Bibione, ma anche in Friuli Venezia Giulia, passando per le Marche. Avrei inviti anche a Sud… vediamo come va il primo esperimento. Mi piacerebbe raccontare l’idea di viaggio, che in realtà sto già elaborando da mesi, con una serie di canzoni che comporranno il mio prossimo disco: mi ha dato lo spunto la Trilogia dei Pirati scritta da Valerio Evangelisti, con cui sono entrato in contatto. Il brano Tortuga fa parte di questo progetto, come l’altro, Penelope, o C’eri Tu, brano contenuto nell’Ep Voce, elemento anch’esso di questa lunga storia: una canzone semplice, estiva, molto pop. Scrivere una cosa apparentemente semplice è difficilissimo, perché facilmente cadi nelle banalità».   

L’idea di avere con te un fonico ti fa onore…
«Se devi presentare un brano lo devi fare bene. E poi, è fondamentale l’empatia che si crea con i tecnici. Senza di loro un concerto non sarebbe tale…».

Cosa ti aspetti dal tuo “personal tour”?
«Anche prima della quarantena molti mi domandavano: ma tu preferisci suonare nelle piazze, nei club o nei caffè letterari? Rispondevo – e ribadisco – che per me i migliori concerti sono i “post cena gucciniani”, quegli attimi dove c’è un vero scambio di emozioni, una sorta di ritorno alle origini, dove io racconto una storia e poi ho il contatto diretto e immediato con il pubblico. Mi aspetto questo. Vorrebbe dire che ho fatto centro!».