Calipso Island, il mondo onirico di Fabrizio Prando

Fabrizio Prando – Foto Daniele Catenazzi

Fabrizio Prando, 29 anni, di Verbania, con studio a Cannobio, lago Maggiore. Chitarrista, diplomato al conservatorio Verdi di Milano, viaggiatore onirico e onnivoro. Mi sono appuntato queste poche parole quando ho ascoltato Calipso Island, disco autoprodotto nel Grottino, il suo studio di registrazione e rifugio, uscito un paio di mesi fa, tutto suonato da lui, eccezione fatta per la fisarmonica con un bell’intervento di Gino Zambelli tutto da ascoltare in Mediterranean Tango e Alessandro Lipari al flicorno in Sky Ship. 

Un disco a cavallo tra jazz, flamenco, atmosfere latino americane, tango alla Astor Piazzolla,  fughe dal sapore gipsy, immaginato come un viaggio molto intimo, personale, tra ricordi, nostalgie e un nuovo presente. Migliore? Forse sì, forse no, il dubbio resta. Un equilibrio ritrovato dopo anni di difficili – sarà lui, tra poco, a spiegarvi il perché – costruito su una favola che Fabrizio s’è immaginato e sul quale ha fondato dieci brani molto espressivi. 

Il mare è mosso, le onde sovrastano le navi, il vento soffia inquieto! Il viaggio che ci aveva portato per terre misteriose ci ha spinto su un’isola molto particolare, Calipso. Un panorama mediterraneo e fiabesco, con giardini naturali, boschi sacri dai grandi alberi, sorgenti magiche e figure soavi piene di mistero che danzano balli sconosciuti. Fino a che Calipso lo desidererà saremo intrappolati sull’isola, rapiti dalla sua bellezza. Un galeone, spinto dal vento di Zefiro vola sopra di noi portandoci in luoghi senza tempo dove una clessidra scandisce le giornate a suo piacere, facendoci viaggiare verso antichi castelli dove risuonano vecchi valzer. Sotto terra, in un luogo enigmatico, creature di vario genere sedute ai tavoli di un vecchio locale giocano a carte fumando grossi sigari, una piccola orchestra di scheletri suona uno swing, mentre nobili vampiri ordinano da bere strani infusi al bancone. Lungo i fiumi, vecchi pirati suonano un tango, rivivendo le loro avventure per mari. Saranno quei mondi onirici e quelle terre distanti da esplorare che spezzeranno l’incantesimo per ripartire verso l’orizzonte, alla scoperta di nuove isole e infiniti universi. 

Un musicista spontaneo Fabrizio, la cui giovinezza tradisce a volte certe ingenuità, tutte perdonate perché, nella sua forma compositiva poco complessa riesce a costruire un qualcosa di bello e intenso, che ti resta dentro. In fondo è questo il valore della musica, colpire, catturare, non essere banale…

Tutto parte da un lavoro precedente, firmato Simone Prando, il fratello di Fabrizio, un contrabbassista affermato e particolarmente dotato che a un certo punto della sua vita scopre di avere un astrocitoma, un tumore al cervello. Simone non si darà per vinto, lotterà duramente per quattro anni, prima di cedere. Lo farà con l’unica arma che conosce e maneggia alla perfezione, la musica, ma anche con le parole, aprendo un blog e scrivendo un libro, Con una Stella nel Cervello (Araba Fenice, 2021). Incide un disco dove suona anche Fabrizio, With A Star In The Brain accompagnato da Achille Succi, Gino Zambelli e Marco Tiraboschi. 

Deve essere stato un cammino difficile per Simone e per tutti voi…
«È stato un disco molto sentito. Non so se hai letto qualche pagina del blog o del libro: è tutta la storia di quello che è successo fino a due anni fa, quando è mancato. Sono stati momenti forti, però da questi eventi è nato questo disco fantastico, elegante nei fraseggi e nell’impostazione. Ci siamo trovati in studio insieme un giorno senza aver mai provato prima. Purtroppo Simone non riusciva tanto a muoversi, non potevamo incontrarci perché eravamo tutti in luoghi diversi. Ci siamo trovati nell’aprile del 2017 e, in un giorno, abbiamo registrato. È stata un’esperienza emotivamente molto forte per tutti noi».

Dove l’avete registrato?
«Da Carlo Cantini a Mantova, è un bravo un violinista». 

Due fratelli musicisti, una bella fortuna!
«Mio papà suonava nella banda del paese, a Cannobio. In casa c’era sempre musica, bella musica. Sono cresciuto ascoltando e vedendo mio fratello suonare nei primi gruppi, rockband fine anni Novanta primi anni Duemila. Da lì la cosa si è tramutata in iazz, musica sempre più ricercata. Poi sono venuto a Milano, per frequentare il Conservatorio». 

La storia di Calipso, questa isola misteriosa che ti sei inventato da dove è partita?
«Da un viaggio fatto un paio d’anni fa, a quasi due anni e mezzo da Wind Rose, il mio primo disco da solista, attraverso l’Europa, soprattutto tra Spagna e Italia. È così che mi sono innamorato di queste atmosfere, del flamenco, del tango, anche se non è prettamente mediterraneo».

Calipso Island l’hai inciso tutto tu?
«Sì, a parte la collaborazione di Gino Zambelli alle fisarmoniche e Alessandro Lipari al flicorno».

Sei legato a un pezzo in particolare dell’album?
«A Sky Ship, è l’ultimo brano che ho fatto ascoltare a mio fratello Simone. Mi sono immaginato questa isoletta dove eravamo confinati e ho cercato di uscire da quello spazio finito per cercare un po di infinito… È un brano magico, ancora oggi quando lo ascolto dico: “Boh, l’ho scritto io?”. Quando lo suono mi lascia sempre qualcosa, riesce a emozionare. Sarà per il periodo che ho passato, però mi lascia ogni volta quella magia che tanti altri brani non fanno».

È un’isola affascinante e rigogliosa ma che ti sta stretta…
«Non per forza un’isola che ti fa star bene. Rimanere troppo non va bene, bisogna muoversi per progredire, e forse è un po’ anche quello il messaggio che ho voluto dare. C’è bisogno di stimoli, di staccare, di andare oltre, di nuove energie».

Oltre a essere un musicista, insegni?
«Sì, nel mio studio a Cannobio ma anche a Verbania in scuole di musica. Poi, faccio concerti, sia in Svizzera sia in Italia».

Gli svizzeri hanno un altro modo di ascoltare la musica, rispetto a noi?
«Sono più disposti, ma forse dipende dalla loro cultura. Spesso quando suono in Italia in qualche locale o club, ti usano come sottofondo, come se stessero ascoltando la radio. Non frega niente a nessuno di capire quello che voglio dire con quel brano… Invece gli svizzeri vengono, soprattutto se è un artista poco conosciuto, perché vogliono capire che musica fai, per ascoltarti».

Fabrizio Prando – Foto Davide Colombo

Che cos’è – o cosa dovrebbe essere – per te la musica?
«La musica rispecchia il momento storico che stai vivendo. Ascolto di tutto, non ho preferenze di generi o artisti. È un po come chiedere qual è il tuo colore preferito? Boh… Oggi è stata una bellissima giornata, ho apprezzato il blu del cielo, l’azzurro del lago, il verde fantastico delle piante. Ecco, questo per me è musica. Una cosa che mi fa stare bene. Vista dalla parte di chi la musica la fa… beh, la considero una missione. Il musicista dovrebbe essere una sorta di sacerdote del suono, vedila come un’iperbole».

Vuoi dire che offrire cultura è una missione?
«Dev’essere un’azione che ti deve far stare bene, rappresentare, ma non per forza deve piacere agli altri».

Condivido, altrimenti cadresti nel commerciale…
«È come un pittore che fa un quadro, non è che lo faccia per venderlo, ma per trasmettere qualcosa di suo all’interno della tela… Le canzoni sono quadri, la mostra allestita è l’album. Poi, se fai il vernissage e vengono tre persone o ne arrivano tremila, non importa. Certo che a un artista farebbe piacere vedere il tutto esaurito. Però, l’importante è che devi comunque rappresentare te stesso. I miei brani sono per lo più di facile ascolto. Potresti chiedermi se l’ho fatto apposta per ampliare il pubblico… ti rispondo che mi sono venuti così, questo sono io che mi metto a nudo».

C’è comunque un appiattimento nella musica…
«Uno schiacciamento verso il basso, si tende a sfruttare canali che tendono a bruciarti, e magari sei pure un talento! Purtroppo le regole del gioco sono quelle e noi, essendo “piccolini”, possiamo fare poco, se non educare i nostri allievi, mandando dei messaggi chiari. Però da lì a far la rivoluzione…».

Non siamo più negli anni Settanta…
«Il gioco è quello, devi stare alle regole o sei un pesce fuor d’acqua. Purtroppo è così. Che senso ha per me mettermi a fare un disco che strizza l’occhio al mainstream? Devi essere un pittore che fai il suo quadro, basta! Se piace bene, altrimenti… Amen!».

Se potessi cambiare questa situazione, visto che la musica si evolve in base alla società, cosa faresti?
«Ultimamente vedo sempre meno interesse per la musica. In generale è dei giovani: ai miei allievi, per esempio, chiedo cos’abbiano ascoltato durante la settimana. Mi rispondo: “Boh, non ricordo, nulla”! La musica adesso scorre nelle storie di TikTok, sottofondo veloce, purtroppo è così. Non c’è più nessuno che ascolta un album intero».

Hai 29 anni, sei praticamente un “quasi” un nativo digitale!
«Sono nato senza Internet, lo smartphone l’ho avuto quando ho finito le superiori. I social li uso per lavoro. Per fortuna o purtroppo! Le regole del gioco sono quelle lì, se non sei in queste dinamiche sei fuori».

Noto una certa rassegnazione in quello che stai dicendo.
«Non è rassegnazione, è che oggi il mondo cambia velocemente, mese dopo mese, devi stare al passo. Con i social sono risuscito a crearmi un mio bacino d’utenza, un piccolo pubblico che mi supporta e mi ascolta. Grazie a un crowdfunding ho potuto pubblicare il disco… Se sfruttato bene, è un’ottimo mezzo da utilizzare».

Una nota di favore alla cover del disco…
«È di Giulio Noccesi, un artista di Firenze che ha disegnato anche la copertina del mio primo disco. Gli ho mandato da ascoltare i brani e dicendogli solo: “Vai!”. È molto bella, sono proprio quelle atmosfere che mi ero immaginato componendo, perfette».

Cosa ti piacerebbe dire con la musica?
«Il messaggio che sto dando è proprio quello contenuto nell’ultimo disco, un mondo meticcio. È questo il filone che sento mio ora, che mi fa dire “sono sulla strada giusta!”. Poi, magari, l’anno prossimo mi metterò a fare musica elettronica…».

Antonio Faraò, il cuore eclettico della musica al GaiaJazz

Antonio Faraò – Foto Marco Glaviano

Mi trovo per lavoro a Chianale, in Val Varaita, sopra Cuneo, a pochi chilometri dalla Francia. Un borgo a 1800 metri d’altezza, lì vicino il confine, appena 22 abitanti, la metà giovani che hanno scelto di costruirsi la vita qui, mettendo a frutto studi, competenze, aspirazioni. Parlano l’occitano, lingua romanza diffusa tra Francia Piemonte, Liguria e, in un’enclave, anche in Calabria. Danzano nelle tante feste estive, al passo dei suoni tradizionali, l’organetto diatonale e la ghironda, un cordofono d’origini antichissime…

Dall’altra parte della pianura Padana, nel borgo medievale di Portobuffolè (Treviso), si sta tenendo un festival arrivato al suo decimo anno di vita, il GaiaJazz Musica & Impresa, nato grazie a Dotmob, associazione culturale fondata con l’obiettivo di diffondere la conoscenza delle imprese e delle professionalità che valorizzano il territorio. Il jazz c’entra più di quanto possiamo pensare: caparbietà, cultura, studio, creatività lo rendono sintesi di come dovrebbe essere l’impresa nel nostro Paese.

Sotto lo stesso cielo, dal Piemonte al Veneto, c’è sempre la musica. Veicolo per tenere vive tradizioni o per connettere e segnare nuove strada. Sono tracce, indizi di un progredire verso obiettivi, che poi riguardano tutti, penso alla sostenibilità ambientale, a un certo modo tollerante e costruttivo di relazionarsi, a una cultura diffusa. Un mondo che rispetta le diversità, anzi si nutre di queste, che promuove connessioni umane fatte di linguaggi diversi, che considera l’arte un mezzo di riflessione su tutto quello che ci sta accadendo.

Chi lavora su questi binari è un geniale pianista romano, Antonio Faraò, jazzista di fama mondiale. Da tre anni è il direttore artistico del GaiaJazz. Il suo percorso artistico rispetta tutto quello che vi sto raccontando: la musica non ha confini, non si etichetta, perché la creatività non si imbriglia… La musica non viaggia per sotterfugi, si dichiara apertamente: in fin dei conti è questo lo spirito del jazz, libertà di movimento nel rispetto dell’altro, dialogo soavemente dolce o intimamente aspro, in ogni caso, linguaggio il più aperto possibile.

Il 2 luglio Antonio chiuderà il festival con un suo concerto nella Tenuta Polvaro ad Annone Veneto presentando il progetto Eklektik, che poi è anche il titolo di un suo disco uscito nel 2017, dove la contaminazione di generi e l’annullamento di limiti, in questo caso letti come generi musicali, sono temi dominanti. Con lui, in quintetto, Simona Bencini alla voce, Enrico Solazzo alle tastiere ed elettronica, Aldo Mella al basso e Lele Melotti alla batteria.

Il suo disco ha visto, invece, numerose e “forti” collaborazioni: Snoop Dog, Marcus Miller, Manu Katché, Krayzie Bone, Didier Lockwood, Walter Ricci, Brareli Lagrène, Lenny White, Luigi Di Nunzio, Claudia Campagnol, Mike Clark… Dodici brani nei quali tutto si tiene tra jazz, lounge, funk, brazilian, rap, soul e sonorità anni Settanta. Più che uno strizzare l’occhio a nuove possibili platee d’ascolto, il progetto di Antonio Faraò è un aprirsi al mondo, un atto di fede verso la musica vista come parabola del mondo, un percorso dove il jazz fa da collante, una sorta di filtro magico che assorbe note e restituisce armonia.

Eklektik è stato un disco “inclusivo”…
«Si tratta di un progetto pensato a lungo, per una decina d’anni, e che poi, stimolato dalla casa discografica Warner Music, ha visto la luce cinque anni fa. È un lavoro vario, più “elettrico” rispetto ai miei precedenti, dove ho lasciato più spazio alla musica. Un disco meditato: ho impiegato un paio d’anni nella post-produzione… Lo sai che sono stato contestato per questo album?».

Non stento a crederci…
«Me lo aspettavo, per questo il primo brano, Eklektik Intro, è uno spoken recitato dall’attore Robert Davi, con il quale vengono esplicitate le intenzioni del disco».

Ci sarà un Eklektic 2?
«Sì, l’ho abbozzato…».

Restando su questi concetti, mi piace quello di musica messa in relazione con imprese e lavoro.
«Gaia quest’anno celebra i suoi primi dieci anni di vita, io sono direttore artistico da tre edizioni. È una rassegna incentrata per lo più su musicisti nazionali, su giovani talenti (come Raffaele Fiengo, sassofonista presente in quartetto), che mantiene una programmazione varia e – fondamentale – uno spessore artistico».

Antonio Faraò – Foto Roberto Cifarelli

Che musica ti piace ascoltare?
«Classica, jazz, brasiliana, praticamente di tutto, anche una Mazurka di Casadei, l’importante è che sia fatta bene e sia autentica. Adoro Tom Jobim, Chico Buarque e Ivan Lins, che ha messo i testi su due miei brani. E poi c’è Frank Zappa, un grande musicista, uno sempre avanti. Lo è ancora adesso a quasi trent’anni dalla morte. Scommetto che tra 100 anni sarà ancora avanti!».

Il panorama attuale della musica, soprattutto mainstream, non è confortante…
«Purtroppo ci sono logiche diverse dall’autenticità. Per quanto mi riguarda esistono dei… “clan” che fanno conoscere volutamente la parte mediocre della musica. Siamo immersi in un “provincialismo” che limita molto, ed è un sistema che funziona così da anni. Sembra che esistano solo pochi musicisti, che poi sono quelli che riescono a relazionarsi politicamente, frequentando i palazzi e i ministri di turno, ed è un peccato, perché di materia prima ne abbiamo molta e valida, musicisti che ci invidiano nel mondo».

Possibili soluzioni?
«Ognuno per il suo dovrebbe andare contro questo sistema, prendersi la possibilità di divulgare la propria arte. Perché non è giusto che giovani talenti vengano sfruttati e poi snobbati. E questo avviene anche nel jazz, tutto ruota attorno ai soldi. GaiaJazz si propone, nei fatti, di invertire questo sistema». 

Mi sembra difficile riuscire a cambiare…
«La questione, secondo me, va  ben oltre il linguaggio e la cultura. Banalmente, se non fai parte di un certo “rango” non suoni».

Non sei per niente ottimista!
«Il problema non è il mio ottimismo, ma l’essere realisti: devi convivere con queste realtà assurde che fanno perdere di vista il ruolo e il senso dell’essere un musicista. Ho suonato recentemente a Villa del Grumello, a Como. È stata una serata bellissima che mi ha emozionato. Questo sistema povero d’anima e di vibrazione ti fa dimenticare quanto importante sia entrare in contatto con il pubblico. Per me la musica è emozione: se riesco a emozionare chi mi sta ascoltando, lo percepisco e mi commuovo io stesso, so che ho dato qualcosa a chi mi ascolta, che poi mi ritorna».

Uno scambio continuo di energie, così dovrebbe essere…
«Però tutto è finalizzato al business, ed è una bestemmia per un musicista: la musica è un’arte che fa brillare il mondo, dovrebbe esserci più rispetto nell’emozionare e nell’emozionarsi».

Come nasce una tua composizione?
«Dipende, da una melodia, un accordo, una base ritmica. In quello che faccio sono sempre legato al mio passato, alla mia famiglia, ai genitori. Anche il canto di un uccellino può essere un input… ma poi, sapessi quanti brani ho buttato nel cestino!».

Da pianista e musicista, come vedi le “giovani leve”?
«La cosa che mi stupisce negli allievi è che conoscono Brad Mehldau, ma non Bill Evans. O anche Jackie McLean (uno dei più grandi sassofonisti e compositori jazz del Novecento, ndr). Noto che tecnicamente sono ben preparati, però spesso c’è poca anima, si rischia di perdere il pathos, la parte istintiva. Il jazz va respirato, dev’essere virale dentro di te. Insomma, non bisogna suonare per mostrare quanto sei bravo, ma perché ami quello che fai. È una missione…».

Monique Chao: il Subconscious Trio e le forme dell’acqua

Oggi vi racconto una bella storia. Di musica e amicizia, Tre giovani musiciste che si sono conosciute al conservatorio di Milano e che non si sono più lasciate. Una la conoscete già, ve ne ho parlato spesso, si chiama Francesca Remigi, batterista talentuosa che dopo un perfezionamento alla Berklee School of Jazz di Boston ha deciso di vivere negli States, a New York. L’altra è una ragazza bulgara, Victoria Kirilova: il suo strumento è il contrabbasso che suona meravigliosamente, vive e lavora a Vienna. Last but not least, una cantante e pianista taiwanese, Monique Chao, che ha scelto Milano come casa.

Esperienze, culture diverse, passione per la musica, soprattutto per il jazz, le hanno portate a costituire, ormai sette anni fa, ancora studentesse, il Subconscious Trio, formazione che ha dato alla luce il suo primo lavoro in uscita proprio oggi, che porta un titolo, Water Shapes, le forme dell’acqua, perfetto, oserei, autobiografico.

Il trio proprio in questi giorni è impegnato in una serie di concerti che le porterà dall’Austria in Italia, al Gezmataz Festival di Genova e al Lucca Jazz Donna Festival.

Mi ha incuriosito molto Monique. L’ho vista suonare con Francesca all’Après Coup di Milano assieme al contrabbassista Giacomo Marzi. Il suo modo di cantare, la sua voce profonda, il suo approcciarsi al pianoforte, un dialogo continuo, mi hanno incuriosito non poco. Così, come faccio ormai da tempo, l’ho contattata per farmi raccontare la sua storia.

Diplomata in canto a Taiwan, arrivata in Italia per amore, ha scoperto il jazz: s’è iscritta al conservatorio di Milano, s’è laureata in piano jazz e con lode in composizione, scrive partiture per Orchestra e per Big Band, una delle sue grandi passioni, e guarda al mondo con un sorriso contagioso.

Monique, innanzitutto perché proprio Milano, l’Italia?
«Sono arrivata per amore, un ragazzo calabrese. Devo però ringraziare il vostro Paese perché mi ha fatto innamorare anche del jazz. Rispetto a Taiwan, l’ambito jazzistico italiano è molto più sviluppato. Musicalmente veniamo formati ancora con una rigida educazione classica, su questo siamo bravissimi. Nel jazz siamo ancora “freschi”, ci sono pochissime università con un dipartimento jazz, un paio, tre al massimo».

È un problema culturale?
«In realtà è strano, perché noi taiwanesi siamo sempre stati affascinati dalla cultura musicale europea. Per esempio, ci sono tantissimi appassionati d’Opera lirica, viene accettata più facilmente perché si pensa sia la via più tradizionale, corretta. Il jazz, soprattutto come studio, è stato più difficile da accogliere. Negli anni Settanta e Ottanta era visto come una novità. Ora, grazie a una nuova generazione di musicisti trentenni, come me, è stato sdoganato. In Italia credo di essere l’unica jazzista taiwanese, mentre ci sono tantissimi colleghi che, dopo aver studiato in Europa sono tornati a casa, portando una ventata d’aria fresca, importando un jazz classico, tradizionale, degli anni Venti del Novecento, ma anche quello contemporaneo».

Stanno educando il Paese…
«Sì, negli ultimi sei, sette anni c’è stato un forte interesse da parte degli studenti del Conservatorio per il jazz. Gli insegnanti sono miei giovani colleghi, molto appassionati nello sviluppare un nuovo linguaggio musicale. I corsi stanno crescendo a una velocità incredibile. Una volta a settimana anch’io insegno in streaming in una scuola jazz».

Da musicista cosa vedi nel jazz?
«Una creazione, l’esposizione di un linguaggio molto personale. Per me sarebbe più facile suonare e avere seguito nel canto e nella musica classica. Con un limite: canti e suoni musica di altri, mentre nel jazz puoi presentare una tua musica. Trovo interessante che questo genere ti permetta di creare un linguaggio individuale, identificativo e creativo. È un modo per mostrami al pubblico attraverso il mio carattere, comunicare quello che sento, anziché diventare una virtuosa che cerca una anonima perfezione».

Il tuo modo di cantare è unico, risente dei tuoi studi classici e del tuo imprinting orientale, dunque frutto di una fusione più complessa, con un’escursione vocale che parte da bassi profondi ad acuti sottili…
«È vero! Posso sempre dire che non trovo qualcuno con la voce simile alla mia. In questo sono unica! Ho tanti interessi: il canto, lo studio del pianoforte, la composizione, sia per orchestra sia per big band. Quando insegno, soprattutto canto, non mi stanco mai di ripetere ai miei allievi che se qualcuno ti dice che sembri Billy Holiday o Ella Fitzgerald, non lo devi considerare un complimento, vuol dire che non sei riuscito a tirare fuori quello che hai veramente dentro. Se un giorno qualcuno, sentendo i miei album, riuscirà a distinguere il mio stile, la mia voce, vorrà dire che sono sulla strada giusta».

Corretta osservazione…
«Mi dà quasi fastidio se mi dicono che canto come qualcun altro. Non è lo spirito del Jazz. Ecco perché mi trovo bene con il Subconscious Trio: con Francesca e Victoria siamo soprattutto grandi amiche».

Dove vi siete incontrate?
«Ci siamo conosciute a Milano, al Conservatorio. Francesca e Victoria sono più giovani di me, siamo diventate amiche così, spontaneamente, abbiamo legato subito. Così mi son detta: “Caspita, io sono una pianista, Victoria una contrabbassista e Francesca una batterista. Siamo un trio perfetto!».

Siete tutte compositrici, con passioni diverse: Francesca è votata al jazz contemporaneo, Victoria è in cerca di strade sempre nuove, tu vieni da una matrice classica…
«Abbiamo iniziato a suonare fin dal 2015: eravamo alle prime armi, non sapevamo come far dialogare gli strumenti in modo efficace. Dalla nostra avevamo una solida amicizia. Poi, credo molto nel destino. Insieme siamo molto creative, anche se non ci vediamo spesso perché Francesca abita negli Stati Uniti e Victoria a Vienna, ognuna di noi continua a comporre per il trio e quando ci vediamo “fondiamo” i nostri lavori».

Il Subconscious Trio: da sinistra Victoria Kirilova, Francesca Remigi, Monique Chao – Foto Arianna Ciattini

Il jazz è per lo più un ambiente maschile. Solo da pochi anni si vedono musiciste protagoniste…
«È un’osservazione che voi giornalisti mi fate spesso. Seguita da altre, del genere: sei una musicista femminista? Prima di questa generazione tantissimi brani jazz sono stati scritti da musiciste, che spesso non apparivano. Oggi è diverso, sono contenta che ci siano compositrici, artiste, musiciste. Alla fine, però, per chi cerca musica di qualità, non importa il genere. Se tutti la pensassero così sarebbe un mondo perfetto».

…E bellissimo!
«Quando abbiamo iniziato eravamo insicure, ancora “scarse” quanto a tecnica. Ci stava che chi ci ascoltava non apprezzasse. Capita a tutti i musicisti, noi ci sentivamo molto frustrate per questo. Ma abbiamo insistito. Mi sono resa conto di essere diventata brava, abbiamo preso consapevolezza della nostra preparazione. E ho pensato che nei musicisti c’è una bravura, a prescindere dal sesso. Solo così la gente ti porta rispetto e ti ammira e ha voglia di ascoltare la tua musica, perché questa viene dal cuore. È la dignità del musicista».

A Taiwan ti sei diplomata al conservatorio in canto. Poi sei venuta a Milano e ti sei iscritta a pianoforte jazz, una bella forza di volontà!
«Sono passata dal canto e dalla musica classica allo studio del pianoforte jazz. Sono stata molto criticata per questo. Però sono andata avanti, sentivo che era la strada giusta. Solo due persone mi hanno sempre sostenuta: Francesca e Victoria. “Noi crediamo in te”, mi dicevano. Ne ho tratto un insegnamento che ora trasmetto ai miei allievi. Se ci credi sei come un seme che diventa una piantina e dopo si fortifica e si trasforma in albero. Ho creduto e voluto diventare una pianista, e ci sono riuscita. Se hai dubbi su te stesso e sulle tue capacità non andrai mai lontano».

Raccontami di Water Shapes, il vostro album fresco di giornata!
«Abbiamo iniziato a pensarlo un anno prima della pandemia. Poi ho avuto gravi lutti in famiglia, e si è sommato il primo lockdown. Così ho iniziato a comporre. L’anno scorso Francesca è arrivata dagli States. Ci siamo incontrate nonostante il lockdown, dovevamo vederci, parlare di musica, confrontarci! Con Victoria in videochat da Vienna ci siamo dette: “andiamo avanti, abbiamo tutte dei brani composti, facciamo il disco!”».

Componi da poco, quindi?
«Sì, da circa tre anni. Con tutto quello che mi era successo in famiglia, poi il lockdown ho scritto la mia composizione jazz da presentare al Conservatorio. Pino Iodice, il mio severo maestro di composizione, che considero un padre, mi ha fatto i complimenti perché ascoltandolo ha visto una luce in quel periodo di chiusura e pandemia. Se sei capace di comporre puoi portare gioia e speranza per gli altri, mi ha detto».

Quindi Water Shapes racchiude tutti i vostri sentimenti in questi anni difficili…
«Sì, è così! È un disco democratico dove ci sono le fantasie, i sogni, le pazzie, le esperienze di tre donne. È il frutto di una grande amicizia. Qui dentro ci siamo noi, la sensibilità di Francesca, il coraggio di Victoria, le mie esperienze. Poi, essendo tutte e tre lontane, mi sono presa carico del mixaggio, lavorando per mesi con un bravo ingegnere del suono di Taiwan, Jason Huang. Ammetto, sono una rompipalle, ho impiegato quasi un anno a fare un master…».

Tour?
«Ora siamo a Vienna per una serie di concerti in Austria. Poi saremo in Italia, a Genova al Gezmataz Festival e al Lucca Jazz Donna Festival. Ad agosto andrò a suonare a Taiwan, dove proporrò mie composizioni».

Cosa preferisci fra trio, orchestra e big band?
«Il trio, è più immediato. Scrivere per orchestra e dirigere, però, è bellissimo».

Ti piace la direzione d’orchestra?
«Molto, però non è facile! Davanti a te hai dei professionisti di grande qualità e questo spaventa. Ma poi quando sali sul palco hai in mano questa bacchetta magica che ti fa passare tutte le paure! Dirigere musicisti che suonano tuoi pezzi è straordinario».

Monique, i tuoi ascolti?
«Sempre musica classica, adoro Puccini, lo ascolto tutti i giorni. Poi mi piace il pop, Bruno Mars, il jazz nordeuropeo, la musica indiana, giapponese e taiwanese…Ah, anche l’hip hop!».

Nino Buonocore, il jazz e la Festa della Musica

Nino Buonocore – Foto Marco Medaglia

21 giugno, Festa della Musica. Come ogni anno, da quarant’anni a questa parte (se l’inventò l’allora Ministero della Cultura Francese diretto da Jack Lang con la dicitura Faites de La Musique), è una giornata dedicate al “fare” musica, Make Music Day per gli anglosassoni, poi diventato in Francia, Spagna e Italia, Fête, Festa (la pronuncia per Faites e Fête è praticamente la stessa). In Italia la si festeggia da 28 anni. Il tema 2022, come si legge sul sito ufficiale della manifestazione, è Recovery Sound Green Music Economy: ovvero, porsi l’obiettivo della ripartenza del settore Musicale attraverso una particolare attenzione e rispetto per l’ambiente…

Fare e festeggiare sono due “azioni” che vanno molto d’accordo. Perché, comunque, suonare implica voglia di ascoltare, divertirsi, ballare, emozionarsi, giocose declinazione del fare. Tra le numerose iniziative organizzate lungo tutta la Penisola, mi focalizzo su una, in Puglia, a Francavilla Fontana (Brindisi), dove, alle 21, in piazza Giovanni XXIII, salirà sul palco Nino Buonocore.

È uno di quegli artisti che ho continuato a seguire negli anni. Napoletano, classe 1958, è famoso per canzoni divenute hit nel mondo, vedi Scrivimi, Rosanna, E se qualcuno domani… Con la sua erre leggermente arrotata e soprattutto con quella raffinata capacità di comporre e arrangiare, ha seguito una strada che lo ha portato inevitabilmente, nel corso della sua lunga attività, dal pop al jazz. 

Nell’album Una città tra le mani, uscito negli inizi del 1988, ha collaborato anche Chet Baker. Se andate in rete trovate le loro esibizioni in alcuni video dell’epoca. La naturale evoluzione al jazz lo ha portato a pubblicare lo scorso anno un gran bel lavoro, In Jazz (live), 14 brani, registrati il 27 Febbraio 2020 a Roma presso l’Auditorium Parco della Musica, tutti suoi lavori già ascoltati, rivisitati con sapienza, e un nuovo brano, Meglio Così.

Un live registrato d’impatto, grazie a un’intesa perfetta con i musicisti, Antonio Fresa al pianoforte, Antonio De Luise al contrabbasso, Amedeo Ariano alla batteria, Flavio Boltro alla tromba e Max Ionata, al sax.

Proprio la Festa della Musica mi ha spinto a chiamarlo e a parlare di musica, linguaggio, spontaneità, generi…

Nino, rispetto al pop anni Ottanta, noti anche tu un certo impoverimento-appiattimento nella musica mainstream?
«Niente di nuovo, siamo in linea con i mutamenti sociali. Il livello culturale si è abbassato tantissimo e le arti ne risentono, sono influenzate da questo nuovo stimolo».

Non sarà anche che, grazie alla tecnologia, non serve sapere suonare…
«Gli strumenti per fare musica oggi sono più semplici, se comparati alle altre arti. Se vuoi dipingere devi avere una certa formazione, lo stesso se vuoi scrivere o scolpire. Mancando questo approccio conoscitivo è ovvio che, grazie alla tecnologia, tutti ci provino. Poi è chiaro che per uno come me, che viene da storie di suono “analogico”, dove si imponeva la conoscenza del linguaggio musicale, questi sono percorsi difficili da capire».

Che concetto hai della musica?
«Molto rispettoso. Sono un autodidatta: vengo da una famiglia che non aveva le possibilità per farmi studiare. L’approccio spontaneo è liberatorio, ma poi arrivi a un punto che senti la necessità di approfondire. Ho dovuto farlo per forza, per poter dialogare con personaggi che non parlano la tua stessa lingua! La musica è un linguaggio condiviso, invece dell’inglese ho imparato quest’altro idioma…».

Con la musica non hai mai avuto ostacoli linguistici…
«Se conosci la musica parli la stessa lingua degli altri musicisti. Ci si capisce perfettamente così, non servono le parole».

È quello che hai fatto con Chet Baker?
«Sì, era un personaggio affascinante, un artista che mi ha molto emozionato».

Ha collaborato nel tuo album Una città tra le mani, giusto?
«Sì, in più brani. Il suono della sua tromba era perfetto per quel lavoro. Il mio staff riuscì a contattarlo. Ci siamo incontrati in un bar. La notte prima ero andato in paranoia, l’ho passata trascrivendo tutti i brani in modo dettagliato. Il giorno dopo mi sono presentato consegnandogli gli spartiti. Lui li ha guardati, li ha messi da parte (non sapevo che non leggesse la musica) e mi ha detto: “Fammi ascoltare qualcosa tu”. Dopo pochi minuti ha risposto: “Ok, lo faccio”».

Così avete registrato…
«In sala d’incisione è stato lapidario: “Tu canta che io suono”, la riprova che la musica è un’entità libera, dove basta saper parlare la stessa lingua per realizzare cose fantastiche».

A Sanremo ci sei stato più d’una volta… Oggi ci andresti?
«In quegli anni il Festival era un grande trampolino di lancio anche per chi faceva una musica di livello diverso. Portavi una canzone che, se al pubblico non piaceva, attirava però l’attenzione della critica. Oggi è cambiato tantissimo, è più votato allo spettacolo, un grandissimo show in cui la musica non è l’elemento essenziale. All’epoca, ci si metteva a studiare mesi e mesi prima per trovare la canzone giusta, quella che riuscisse a rappresentare il tuo repertorio, un brano che dovesse durare nel tempo».

Nino Buonocore – Foto Franco Medaglia

Torno alla musica come linguaggio: sei una persona molto riservata, che parla poco, non certo un presenzialista!
«I musicisti veri hanno dentro un bisogno che esprimono scrivendo canzoni. Credo che tutto sia partito da un disagio verso un modo tradizionale di comunicare. Quelli come me che vengono da una scuola cantautorale sanno che la musica è importante, ha cambiato persino gli Stati, è un forte volano culturale. Oggi non c’è questa urgenza di esprimere contenuti sociali, che comunque ci sono, piuttosto condizioni personali. Non è più pilota di cambiamento».

Come ti sei avvicinato al jazz?
«Non amo fare catalogazioni estreme, per me la musica è una sola. L’unica suddivisione è in bella o brutta! La musica ha bisogno di libertà espressiva: dopo anni alla ricerca di una tua precisa identità, il jazz ti permette di prendere strade più… avventurose, diverse».

Un punto consapevole di arrivo e non una partenza…
«È un percorso naturale legato anche alla crescita artistica, c’è da aspettarselo. I musicisti che suonano con me arrivavano tutti da varie estrazioni, rock, funk, blues… Il jazz non è un punto di arrivo ma una delle tante fermate di questo treno meraviglioso che è la comunicazione musicale».

Per suonarlo devi avere però molti strumenti culturali a disposizione…
«È una forma di grande libertà espressiva, la differenza che c’è tra un amico e un conoscente. All’amico dici tutto, puoi aprirti, mentre con un conoscente sei portato a essere più riservato. Il jazz è un amico».

Al concerto di domani sera a Francavilla Fontana suonerai jazz?
«Se vado in un posto dove il pubblico sceglie di venire perché è consapevole di quello che faccio, posso permettermelo. Altrimenti, in un luogo dove sono stato invitato e le persone arrivano non solo perché ci sono io a suonare, penso sia giusto fornire una proposta più fruibile. È una questione di rispetto».

Giusto. Nei tuoi ultimi lavori stai puntando all’essenziale, forme più ricercate prive di sovrascritture…
«Sì, credo che spogliarsi del superfluo sia una necessità. Ho un progetto parallelo dove propongo canzoni per voce, chitarra e fisarmonica. Il fatto è che inizi a scavare, arrivi all’osso, ti appassioni per una piccola suggestione, appena appena… quello!».

Un suono più vicino al tuo essere artista oggi?
«È una condizione di grande intimità. Prima ero molto legato agli arrangiamenti, ora mi interessa più l’etica della musica piuttosto che l’estetica».

Etica in che senso?
«La musica ti insegna a vivere, a stare in questo mondo. Non è soltanto volta al divertimento. È denuncia, protesta, un’altra visione, come giustamente veniva considerata negli anni Settanta».

Sei di Napoli, cosa pensi dei neomelodici?
«Li considero un po’ come il liscio per la Romagna, una musica popolare. Sono una degenerazione della musica popolare, in tempi dove c’è tanta meno cultura».

Te l’ho chiesto perché Eduardo De Crescenzo ha appena pubblicato Avvenne a Napoli, passione per voce e piano, un libro e un Cd con i quali ha scavato nella prolifica canzone napoletana dall’Ottocento ai primi del Novecento…
«Un bellissimo lavoro! Ed è vero: l’aria di un’Operetta è una canzone; la musica napoletana l’ha presa a modello, rigenerandola. Ha migliorato sicuramente l’impostazione della musica “leggera” prima del Ventennio fascista, con strutture armoniche e melodiche importanti».

In Jazz (Live) è stato un esperimento?
«È il mio unico disco registrato dal vivo e al netto di prove, dove c’è stata la massima libertà per i musicisti. Una sorpresa molto formativa, da quel concerto ho imparato molte cose che applico oggi nei miei concerti».

La cover del tuo lavoro è un camaleonte non a caso…
«Sì, quel camaleonte mi rappresenta, la copertina l’ha disegnata mia figlia Nadia, che è una brava illustratrice…».

Dona Flor et ses voyages extraordinaires…

Settimana scorsa, parlando con Riccardo Ruggeri, sono usciti più volte i concetti di musica come condivisione, che lui declina nel busking e nel teatro canzone. La strada non è come il palco, la strada unisce, calàmita emozioni reciproche. Oggi facciamo un ulteriore passo avanti, restando sempre su questi ragionamenti, parlando di musica nomade. Condivisione non solo di emozioni ma anche di culture. Che non è contaminazione, quella classica della World Music, bensì il cercare e trovare, attraverso una ricerca di logica armonica e melodica, un punto d’incontro fra tradizioni popolari.

Ho avuto modo di ascoltare una band che viene, come Ruggeri, dalla provincia, questa volta lombarda, dove tutti e quattro i componenti vivono e lavorano. Si chiama Dona Flor, sì, come il famoso personaggio nato dalla fantasia tropicale di Jorge Amado, scrittore bahiano che ha rappresentato la sua terra, mix di razze, culture e religioni, in memorabili libri.

Mi hanno incuriosito anche per il titolo del disco che hanno pubblicato il 7 maggio scorso per Maremmano Records, Les Voyages Extraordinaires, viaggi straordinari che fanno venire in mente avventure d’altri tempi, una sorta di Phileas Fogg del pentagramma, o uno dei racconti tra santi sincretici, credenze popolari e sudate storie d’amore alla Jorge Amado. Così mi sono messo ad ascoltarlo: malinconia, allegria, tocchi andini, tristezze capoverdiane, ricordi caraibici, suoni dell’Est europeo, accenni jazz, echi nordafricani, puzzle ricomposti a creare un lussureggiante ed esuberante giardino armonico. Accompagnato da una costante: la musica e la poesia di Lhasa de Sela, una meteora della musica “nomade” che una giornalista argentina definì La melanconica errante.

Apro un breve parentesi su Lhasa: nata da genitori hippie, padre messicano, Alejandro Sela, professore e scrittore, madre americana, la fotografa Alexandra Karam, Lhasa abitò con i genitori e le tre sorelle in un autobus adibito anche a scuola, viaggiando tra Messico e Stati Uniti. A 19 anni si trasferì a Montreal, dove si esibì nei locali e club presentando le sue canzoni, che poi costituirono l’ossatura del primo disco La Llorona (consiglio l’ascolto). Incise altri due lavori, The Living Road nel 2003 e Llhasa nel 2009. Quest’ultimo fu visto come un testamento: morì per un tumore a 37 anni, nel 2010. 

Lhasa con quella sua musica che coglieva dalle sue esperienze centro e sudamericane, dalle ballad, dai ritmi klezmer e dalle influenze europee – visse anche in Francia, a Marsiglia, dove si trasferì nel 1999 per lavorare con le sorelle in un circo-compagnia teatrale chiamato Pocheros, creò un mix tutto suo, molto suggestivo e profondo.

Dona Flor – Cecilia Fumanelli

Tutto quello che vi ho raccontato è determinante per capire la formazione dei Dona Flor. Nel loro pantheon musicale Lhasa è sulla vetta, poi viene il resto, ad esempio, una sentita riedizione di Veinte Años, di Maria Teresa Vera – vi ricordate la strepitosa versione dei Buena Vista Social Club? – l’unico brano non firmato dalla band meratese. Cecilia Fumanelli, cuore dei Dona Flor, gestisce un circo-centro teatrale, chiamato Spazio Bizzarro, dove lavora con bimbi e adulti. È anche musicoterapeuta, oltre che musicista con una solida esperienza di canto. Ama contaminare, e con lei anche gli altri tre ottimi musicisti, Simone Riva (chitarra e charango), Max Confalonieri (basso e contrabbasso) e Max Malavasi (batteria, percussioni). Nel disco compaiono anche Raffaele Kholer alla tromba, perfetto in Llanto Y Ardor, brano che apre il disco, Giulia Larghi al violino e Miriam Valvassori all’arpa.

Dodici brani che corrono veloci, coinvolgono, invitano a una una sorta di giro del mondo giocoso in poco meno di 40 minuti. Ho incontrato i Dona Flor in streaming un paio di settimane fa…

Come siete nati?
Cecilia: «Sentivo l’urgenza interiore di realizzare un progetto musicale e ho cercato dei musicisti che credessero alla mia storia, una condivisione di intenti e di interesse. Ho incontrato Max Confalonieri e quindi Simone. Cercavo un percussionista e ho trovato Max Malavasi, che abita a un chilometro da casa mia…».
Max Malavasi: «E non ci eravamo mai incontrati!».
Simone: «In realtà ai tempi cantavo nel coro che aveva organizzato la Ceci, lei sapeva che ero un chitarrista. Abbiamo fatto una sorta di prova. Quello che ci ha unito subito è stato l’interesse comune per Lhasa de Sela».

Siete tutti comunque appassionati degli stessi generi musicali?
Simone: «No, in realtà siamo arrivati tutti da strade diverse, poi abbiamo creato una via più larga dove ci stiamo dentro tutti».

Simone, tu da dove arrivi?
Simone: «Classico percorso con chitarra elettrica, nel mio caso con gruppi cover dei Pink Floyd. Poi ho frequentato la Scuola civica di jazz di Franco Cerri, la stessa che ha fatto Max (Malavasi, ndr). Il jazz è presente nel disco, per esempio in Mírame La Cara c’è quel metro proposto da Max che cambia nel frattempo o Evora. La musica modale applicata alle tradizioni mi ha sempre intrigato».

Massimiliano qual è la tua strada?
Max Malavasi: «Da zona piazza Greco, a Milano, perché sono nato là! Scherzo… Ho qualche anno in più rispetto a loro. La mia formazione, ciò che mi ha condizionato di più, è il periodo degli anni Settanta. Sono cresciuto ascoltando le prime radio private. La mia passione era sintonizzarmi sul canale che trasmetteva la musica che mi piaceva: disco music e Motown. La mia influenza nasce dal groove. Ho uno zio famoso, Enrico Maria Papes (fondatore e batterista de I Giganti, ndr)… Per combinazione lo zio di Cecilia aveva suonato nei Giganti col mio, l’abbiamo scoperto quando ci siamo conosciuti! Accompagnavo la radio battendo sulle pentole. La musica per me doveva essere gioia, il groove è gioia, ti fa ballare. Ho seguito sempre quell’idea di musica, anche se mi son trovato a percorrere tanti cammini diversi: dal rock’n’roll son passato alla musica brasiliana. Seguendo l’idea della musica come medicina, quest’ultima era un’iniezione di gioia. Ho iniziato con Daniela Mercury per poi arrivare a Marisa Monte. Quindi, ho iniziato a interessarmi di danze popolari con Il Paese delle Mille Danze, ensemble di Pier Paolo Perazzini, abbandonando l’idea del mainstream e prendendo direzioni diverse…».

Dona Flor – Max Confalonieri

Siete musicisti di professione?
Max Malavasi: «Simone, Cecilia e io sì»
Cecilia: «La musica come medicina, salvezza, ci accomuna».
Max: «Freud diceva che tutti gli artisti in realtà rappresentano una psicosi e noi siamo la conferma!».

Torniamo al disco: qual è stato il motore creativo di questo album così… denso?
Simone: «Abbiamo lavorato sempre a più mani, strutturando i pezzi, poi i dettagli li abbiamo fatti in studio. Avendo una formazione base, io stesso ho fatto varie sovraincisioni. In realtà questi brani hanno visto in studio una nuova vita. C’era sempre uno spunto nuovo che ci spingeva a migliorare».

Mi piace perché trasmette gioia!
Cecilia: «Ci diciamo spesso, invece, che i nostri brani finiscono per essere sempre in minore, dando un’atmosfera vissuta. Non si possono fare generalizzazioni, ovviamente! Non sei il primo che lo sostiene, e sentirlo dire mi commuove. È vitale per noi».
Max Malavasi: «Il concetto maggiore/minore è occidentale. La gioia ha diverse forme, può essere raccontata anche suonando in minore. In Giappone, brani così non sono necessariamente pezzi tristi, addirittura vengono usati per celebrare l’imperatore».
Cecilia: «Il fil rouge del disco è una tavolozza di emozioni!».
Max Malavasi: «Faccio un paragone culinario, uno ha la pasta, l’altro il basilico, un altro l’olio pugliese, l’altro ancora i pomodorini dell’orto appena raccolti. Da soli sono ottimi prodotti, insieme fanno un gustoso piatto di pasta. Noi siamo così, Cecilia è una trovatrice di melodie incredibili, io butto lì una cosa e Simone crea un mondo sonoro fantastico, Max, il contrabbassista, fa lo stesso…».

Quando suonate dal vivo usate basi?
Max Malavasi: «No facciamo tutto noi».

Dona Flor – Simone Riva

Il titolo dell’album è più che azzeccato…
Cecilia: «L’abbiamo cercato per sei mesi, e questo è stato uno dei motivi delle nostre discussioni!».
Simone: «Abbiamo letto anche libri esoterici, lanciando un sacco di proposte, ma…».
Cecilia: «In Internet avevo trovato Nadia Radic, artista argentina che fa collage molto belli. L’ho contattata e lei ha fatto un lavoro fantastico, senza conoscerci, dall’altra parte del mondo. Le avevo suggerito alcune parole chiave ma senza il titolo, perché non si trovava. È stata lei a proporre Les Voyages Extraordinaires. Abbiamo molto dibattuto, per me era un po’ difficile da pronunciare…  ma alla fine l’abbiamo scelto!».
Max: «Nadia è riuscita a sintetizzare bene questo nostro lungo viaggio».
Cecilia: «Per noi, comporlo è stato davvero un viaggio straordinario, scritto anche durante il lockdown».

Oltre al fil rouge delle emozioni, c’è anche quello delle percussioni…
Cecilia: «Hanno un ruolo fondamentale (Simone annuisce, ndr)…»

Max che percussioni hai usato?
Max Malavasi: «A parte il drum set, con cautela, le percussioni più caratteristiche sono state la darabouka magrebina, che c’è in più pezzi, e il daf turco come in Bonjour Soleil. Mi piace mettere più mondi a confronto».

Tra le varie culture musicali a cui avete attinto quale vi ispira di più?
Cecilia: «Bella domanda! Probabilmente quella sudamericana. Ma non è poi così. C’è anche la parte mediterranea e qualcosa di più nordico. L’ultimo brano, Wild Wind, è una suggestione, un gioco di suoni, un’immagine magica ma non ha una tradizione sua a cui è legato. Così come Utopia…».
Simone: «Cecilia ti ha raccontato la storia pazzesca di Utopia?».

No…
Simone: «Ho scritto la melodia, l’ho mandata e Cecilia, ne era entusiasta: “Mi piacerebbe fosse dedicata a Mario Benedetti, poeta uruguaiano», mi disse. Ci manda la bozza della voce e anche una poesia letta dallo stesso Benedetti, sembrava uscita da una radio anni Settanta. Era alla stessa velocità del brano, spaccata, perfetta, sembrava fatta apposta. Prima di inserirla abbiamo chiesto l’autorizzazione in Uruguay, ma ce l’hanno negata…».

Vi sentite completi o sul palco avvertite l’esigenza di qualche altro strumento?
Simone: «Dipende dai pezzi che suoniamo. Llanto y Ardor come fai a farlo senza tromba? Altri brani funzionano benissimo con noi quattro…».
Cecilia: «Quando possiamo e loro pure suoniamo con Raffaele Kholer e Giulia Larghi. Alla presentazione del disco c’eravamo tutti ed è stato fantastico. Abbiamo questa idea vecchio stile che più si è meglio è, però questa cosa non collima col mercato».

Avete date fissate per l’estate?
Cecilia: «Sì, qualcosa, adesso ci piacerebbe trovare un booking serio. È stancante fare tutto, montare strumenti, fare il sound check, smontare».

A quale festival vi piacerebbe essere invitati?
Max Malavasi: «Amo molto il Montreaux Jazz Festival. Ho suonato tanto e abitato per anni in quelle zone, mi piacerebbe tornare».
Cecilia: «Il premio Andrea Parodi a Cagliari, spazio per la World Music rivisitata».

Nel frattempo si materializza l’altro Max, Confalonieri…
«Eccomi qui sto guidando! Ce l’ho fatta a essere con voi stasera, perché, con Cecilia, sono stato uni dei fondatori dei Dona Flor. Sono felicissimo di fare parte di questo gruppo…».

Ragazzi, ma a Milano ci arrivate o no?
Cecilia: «Prima dobbiamo uscire dalla Brianza! Saremo in Svizzera sabato prossimo….».
Max: «A Milano c’è traffico!»

Dona Flor – Max Malavasi

Quanto ha influito nella vostra musica l’essere nati e vivere in provincia, a parte i due Max, milanesi doc?
Cecilia: «Sono una brianzola verace, la mancanza di stimoli che c’è qui ti obbliga a cercare, e questo è un pregio».
Simone: «Sono cresciuto in campagna, rastrellando l’erba tagliata per ore ore e ore, è una tecnica zen. Ricordo i pomeriggi a sgusciare piselli o a preparare il prezzemolo… Piccole cose che, anche nella musica, vivono grazie a una forte connessione con la Natura. Sono sempre stato così. C’è un’energia che arriva da qualcosa di atavico, sono sensazioni che avvertiamo tutti, un richiamo ancestrale, legato alla terra».
Max Confalonieri: «Ho vissuto a Milano fino a 32 anni, le opportunità per suonare erano moltissime. Mio figlio in Brianza fa un po’ fatica, qui ci si muove solo se hai la macchina o il motorino. Le relazioni sono più complicate, ma c’è un grande fermento».
Max Malavasi: «Ho lasciato Milano e non mi è dispiaciuto. Sono stato anni in giro per il mondo a suonare, in Europa, negli Stati Uniti, ho conosciuto un sacco di culture, ho arricchito il mio modo di essere musicista. Fondersi con altre culture è fondamentale!».
Cecilia: «Mi sembra che Milano sia un po’ autoreferenziale, un luogo difficile dove poter entrare se vieni dalla provincia. Andrei, invece, a suonare in Francia domani!».

Prima di lasciarvi, allora: che genere di musica fate?
Cecilia: «Prendo la definizione data a un disco di Lhasa de Sera: nomadismo musicale. Ecco, è questo che ci sentiamo. Più che una definizione è dare un colore alla nostra musica».
Simone: «Per i miei vicini di casa, una coppia di ottantenni, facciamo latino americano!».
Max Confalonieri: «Secondo me è World Music».
Max Malavasi: «Portando i miei figli a scuola ho notato che alcuni genitori che di solito ascoltavano in auto musica commerciale, avevano iniziato a mettere il nostro disco. Mi ha confortato, perché quello di cui si ha bisogno nella vita è avere alternative, la possibilità di conoscere altro…».

Riccardo Ruggeri, la libertà di cantare

Riccardo Ruggeri – Le foto nel post sono di Leo Camante

Oggi vi presento un artista che, nonostante faccia il musicista da anni e abbia un background di grandissimo rispetto, ha pubblicato a metà aprile il suo primo disco da solista, Non ci aspetta nessuno (se non miliardi di foto), per Vina Records/ADA Music Italy. Si chiama Riccardo Ruggeri, è piemontese di Biella, ha 42 anni ed è uno che sulla sua voce ha scommesso tutto. Anni di studio, una laurea al Conservatorio di Alessandria in canto jazz e improvvisazione, un master in vocologia, e poi studi ancora più approfonditi di canto funzionale, canto armonico e canto estremo, e una venerazione da ricercatore per Demetrio Stratos e il canto dei pigmei 

In una parola: sostanza. Nella musica, dove l’elettronica, i richiami dance e funk con uno sguardo al miglior pop internazionale sono il filo conduttore. E nei testi stimolanti, provocatori, a uso di una voce con cui riesce a fare praticamente di tutto. Se mettete in cuffia Un POPulista, capirete ciò di cui sto parlando!

Vi consiglio vivamente l’ascolto! E lo suggerirei soprattutto ai tanti trapper e rapper nostrani, specialmente nell’uso sapiente e centellinato dell’Auto-Tune, impiegato per esaltare la vocalità e non per nascondere le incapacità. Avrete capito che il personaggio mi intriga non poco.

Ruggeri è un artista particolare: non cerca il successo ma il pubblico. In base a questa filosofia – corretta per un musicista – persegue una politica di intrattenimento tutta sua. La situazione ideale per esprimersi è la strada, da vero busker, dove può entrare in contatto con chi lo sta ascoltando che si ferma solo perché interessato alla sua musica. La maggior soddisfazione. Ha suonato in molte parti del mondo, all’Ansan Street Arts Festival in Corea, al Nature and Art Festival di Shenzhen, in Cina, al Cirk! in Belgio, Imaginarius in Portogallo, Olla in Austria, Spoffin in Danimarca… tutti grandi festival dedicati agli artisti di strada.

Anche la cover dell’album lo rappresenta, un rinoceronte con un orecchino d’oro, i suoi occhi azzurri e la bocca aperta nell’atto del cantare. Altra particolarità di Riccardo: non sopporta i dischi mono-genere e neppure l’accademismo fine a se stesso. 

Lo raggiungo al telefono in Francia, dove sta portando in giro con una compagnia teatrale uno spettacolo. La telefonata arriva mentre stanno cercando il teatro dove dovranno esibirsi. «Gira di qua». «Ok, ora dritto, il navigatore mi dà così, ecco, ora vai a destra…». 

Riccardo, mi senti? Hai un attimo per me?
«Eccomi! Scusami siamo praticamente arrivati… dimmi pure!».

Ti chiamo per il disco, mi è piaciuto molto. So che non sopporti gli album mono-genere però ci sarà pure un filo conduttore in questi 12 brani…
«Certo, è il canto!».

Come ti è venuta la passione?
«Ai tempi del liceo avevamo dato vita a una band. Suonavo la chitarra, poi, visto che non c’era il cantante, ho iniziato a cantare. L’avevo sempre fatto, ascoltavo i vinili di mio nonno, mi piaceva la voce di Claudio Villa… poi ho conosciuto il lavoro di Demetrio Stratos. È stata una deflagrazione: pensa a quello che ha fatto, una tangente che è partita da John Cage ed è arrivata al Rock’n’Roll. È stato una meteora, purtroppo. Riascoltando i suoi lavori da solista, dentro ho ritrovato e ritrovo i suoi esperimenti vocali, utilissimi in campo didattico. A 18, 19 anni mi mettevo in sala prove cercando di ripetere i suoni che uscivano dalla sua bocca».

Hai studiato anche canto funzionale…
«Lo si ritrova in tutte le didattiche. Si tratta di percepire, sentire la propria voce attraverso tutto il corpo in modo da ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Quando si canta si mettono in movimento catene muscolari lungo tutto il nostro corpo. Non è una tecnica sciamanica ma si tratta di ricerca (la scienza ci è arrivata negli ultimi vent’anni). Praticarla mi ha smontato e ricostruito, cambiato il valore del canto, che diventa ascolto, autopercezione, condivisione. In questo modo il virtuosismo passa in secondo piano…».

Mi è piaciuto molto la cover… ma perché proprio un rinoceronte?
«Da piccolo ero affascinato dal mondo animale, avevo l’album di figurine del Wwf. Poi ho trovato la simbologia dei vari animali. Il rinoceronte rappresenta la resistenza, la pazienza e la precarietà…».

Ti riconosci in lui…
«Tendo ad avere passioni forti e intense che durano un paio di mesi, poi passo a un’altra cosa».

Vieni da Biella. Come si sta in provincia? Zerocalcare nel suo Strapapare Lungo i Bordi, l’ha presentata come una cittadina sonnolenta, triste, scatenando l’ira di tanti…
«Zerocalcare ha toccato l’orticello e le sue chiusure. Ci sono nato, ci vivo, ma ho sempre bisogno di scappare per ritrovare equilibrio e soddisfazione nella piccola provincia. E poi si sta bene: a pochi minuti da casa sono a fare il bagno nel torrente in montagna».

Non hai mai pensato di trasferirti? Che ne so, a Milano, a Torino o a Roma?
«La grande città, a livello di offerte, ha grossi vantaggi. Il fatto è che sono un estimatore del caso e del caos: come l’acqua, che va ovunque e si infiltra dappertutto. La provincia ha muri così alti che, per contro, mi spinge a cercarmi le cose…».

Bella teoria: è uno stimolo per aggirare i tanti ostacoli. Lo fai se proprio lo desideri…
«A 16 anni mi andavo a cercare tantissime cose, facevo concorsi, eravamo riusciti a suonare a Torino, Bologna e Milano!».

Veniamo ai brani: Io non sono figlio di Maria, intesa come la Madonna?
«Ma no! Io non sono Figlio di Maria, intesa come la De Filippi. Non ho mai provato il mondo dei talent, per quanto trovo sia efficace. Però non lo farei mai perché mi è sempre piaciuto il valore sociale della musica. Il dover dimostrare quanto si vale non è nelle mie corde: forse è meglio fare quello che ci fa stare bene. Il titolo e un po’ un gioco, ricordi la vecchia cantilena chi fa la spia non è figlio di Maria? Ebbene, voglio essere una spia, intesa come segnale che si accende per segnalare problemi, anomalie…».

Quindi questo disco che cos’è per te?
«Una necessità, avevo bisogno di creare quel tipo di accrocchio di generi. Tutto però si riconduce alla mia esigenza di creare qualcosa legato a una sensibilità condivisa. Come nei miei progetti, ad esempio con i Syndone, band prog rock di Torino (decisamente e meravigliosamente prog!, ascoltateli, ndr) o con Le Lavatrici Rosse (duo con il batterista Andrea Beccaro, con cui canta Giovinezza, brano contenuto nel disco, ndr)».

Una canzone diversa dall’altra quanto a stile e modo di interpretarla…
«Mi sono concesso un momento di libertà creativa, dove non avevo vincoli nello scrivere, basandomi solo sui periodi in cui li ho composti».

Cosa ti aspetti dall’album?
«Di dare una visione sincera semplice di quello che mi piace, arrivare a comunicare in modo intimo con chi mi ascolta. Un condivisione di esperienze e sensibilità. Non ho aspettative commerciali».

Avete fatto anche dei vinili?
«Per ora solo una piccola tiratura di Cd e la versione digitale, ovviamente. Il vinile è una spesa troppo elevata. Ci sarà comunque un secondo tempo, ho già venti brani pronti!».

Deciso appuntamenti live?
«Stiamo organizzandoci. L’estate è l’occasione per sperimentare… il lavoro grosso sarà in autunno, nei club».

Ti definisci, con orgoglio, un busker…
«È la forma di live che preferisco in assoluto. Il busking è post social, mi piace, mi fa impazzire suonare per strada, perché cade tutta la finzione del palco. La strada è spietata, nessuno ti aspetta. Si ferma ad ascoltarti solo chi ritiene che sei degno d’ascolto. È libertà per il musicista e per l’ascoltatore, una palestra di vita. E poi ci si muove facilmente. Prendo la mia orrenda Multipla, carico il borsone con gli strumenti e parto… è un senso di libertà totale!».

La casa armonica di Valerio Corzani ed Erica Scherl

La musica che cattura l’attenzione e dà emozioni è quella che vive nei piccoli particolari. Basta un accento, un semitono, un effetto. Una sensazione che ho provato fin dalle prime note ascoltando Valerio Corzani ed Erica Scherl, gli Interiors, nel loro ultimo lavoro, Overtones + Overtones Remix.

Il nome che si è dato il duo è quanto mai calzante rispetto alla loro idea di musica e, soprattutto, di questo nuovo album. Interni, che possono essere luoghi fisici o mentali. Luoghi, come li intendeva il filosofo Heidegger nei suoi studi ontotopologici, che coincidono con l’edificare e, dunque, l’abitare. Costruire e mettere a dimora la musica è un’immagine che veste perfettamente in Valerio ed Erica.

Vediamo innanzitutto la costruzione fisica di questo nuovo luogo nei luoghi battezzato Overtones: un doppio album, composto da 14 brani originali, dove il duo si avvale di collaborazioni molto azzeccate, da Luca Andriolo, aka, Swanz the Lonely Cat, autore ed esecutore del testo in More Overtones, Luigi Cinque che suona il sax digitale, il mitico Massimo Martellotta, tastierista dei Calibro 35, il batterista e percussionista Marco Zanotti della Classica Orchestra Afrobeat, le chitarre del polistrumentista Massimiliano Amadori, il clarinettista Gianfranco De Franco e l’ukulele di Camilla Serpieri. Questo il primo disco. Il secondo presenta nove remix dei brani precedenti, realizzati dal gotha dei producer italiani Filoq, Vinx Scorza, Manuel Volpe & Rhabdomantic Orchestra, DLewis e Francesco Colagrande. Ciò a significare che la musica può (e deve) rivivere in molti modi, avere più anime, più punti di vista…

La casa è, dunque, solida, ricca di domotica ma dalle robuste pareti classiche, jazz e contemporanee, dove l’elettronica e il digitale si inseriscono in modo omogeneo. La bravura del duo sta proprio nell’equilibrio tra musica analogica ed elettronica. Una dimora senza spigoli, piena di curve armoniche, come sarebbe piaciuta all’architetto Niemeyer! 

Il pezzo d’apertura di Overtones, Little Lullaby è giustamente il manifesto più evidente di quanto vi sto raccontando: il violino di Erica surfa su onde sonore, mentre il basso “dub” di Valerio scandisce il percorso con profondità assolute, accompagnati da una voce femminile, sciamanica… Il violino tesse melodie anche in More Overtones, con la voce di Luca Swanz Andriolo che ci mette la ruvidezza e il pathos del compianto Mark Lanegan… Grazie per la citazione!

Come faccio sempre, per darvi un’identità il più possibile completa degli artisti e degli album che vi presento, li ho contattati. Ne è uscita una interessante chiacchierata a tre su musica, tendenze, elettronica…

Valerio, in attesa che si colleghi Erica, gran bel disco!
«Grazie! È il quarto del nostro sodalizio (gli altri tre sono Liquid, 2013, Plugged, 2016, ed Escape from The War, 2019, ndr). Anche noi siamo contenti, perché lo sentiamo più maturo, siamo riusciti a calibrare ciò che volevamo fare, poi magari può non piacere lo stesso. La poetica che avevamo sognato sta in equilibrio, sia la parte melodica, sia quei piccoli tocchi di noise che arrivano improvvisi. Il glitch c’è spesso, siamo entrambi fan di Arto Lindsay! Ultimamente nei suoi lavori c’è molta melodia ma poi ti arriva quella sciabolata improvvisa che ti stende».

Parliamo di musica elettronica… Aspetta Valerio! Sta arrivando Erica, giusto in tempo… Dunque, Erica, sei una violinista classica ma sei anche una musicista curiosa che prende volentieri altre strade. Cosa vedete tu e Valerio in questo genere musicale?
Erica: «Sicuramente non si può dire che il violino non sia uno strumento acustico con poche possibilità sonore, però, nello sposarsi con strumenti elettronici quali il basso o altre diavolerie che usa Valerio, mi sono trovata spesso a provare la necessità di avere un mezzo che riuscisse a rendere le sfumature di cui il violino è capace senza rinunciare ad aspetti relativi al volume e alla varietà di suoni prodotti. È stato un desiderio espressivo, poter esplorare una gamma molto ampia di sonorità diverse con un mezzo che mi supportasse e consentisse esplorazioni nelle quali il violino da solo non è tanto adatto. Niente di rockettaro, come c’è in tanti violinisti elettronici, piuttosto la volontà di spingere lo strumento violino verso linguaggi extra classici».
Valerio: «È stato strano, rispetto alla mia storia, anche per me. Negli anni Novanta ero legato molto alla patchanka: quando suonavo nei Mau Mau venivamo chiamati una tribù acustica, l’elettronica la intercettavamo. In realtà, come Erica, sono sempre stato uno profondamente bulimico quanto a musica. Ho ascoltato e ascolto di tutto. Mi sono laureato con una tesi su John Cage, che con l’elettronica ante litteram ha fatto molte cose. Quando abbiamo deciso di costituire il duo, abbiamo subito concordato che l’elettronica andava approfondita meglio, sia per quanto riguardava il basso elettrico sia per l’uso di strumentazioni digitali che aprono un mondo di possibilità, grazie a una tavolozza timbrica infinita. Senza abusarne, però: se usata con attenzione dà grandi opportunità. Inoltre, volevamo impiegarla dal vivo con un approccio analogico. Sul palco suono molti strumenti, l’iPad, l’iPhone, il laptop. Lo faccio manualmente, sia utilizzando alcune app in sostituzione di strumenti che altrimenti non potremmo portarci dietro, sia con app che producono suoni».

Il vostro essere un duo, violino, basso più elettronica vi fa sentire completi o sentite la mancanza di altri elementi?
Valerio: «Hai fatto centro! Perché dal vivo, d’ora in avanti, saremo un trio! Abbiamo aggiunto Gaetano Alfonsi alla batteria che usa gli strumenti come noi, dosando l’elettronica. Soprattutto live, sentivamo l’assenza di un gioco con le dinamiche». 

Il basso chiama la batteria…
Valerio: «In effetti, abbiamo fatto le prove proprio ieri e ora godo! Erica ed io veniamo da esperienze di “live vero”. Per questo, come Interiors, non adoperiamo due vestiti diversi, uno per il disco e un altro per il live. Chi ci ascolta e viene a vederci dal vivo sente le stesse musiche dell’album. Capisco, ogni tanto succede che vai a un concerto di elettronica e vedi sul palco due che sembrano impiegati delle poste, non sai bene cosa stiano facendo, sono dietro ai computer, ogni tanto bevono un po’ di vino bianco, ti fidi… Nel nostro caso si percepisce che stiamo lavorando, suonando per davvero…».
Erica: «Abbiamo solo quattro arti per ciascuno. Se nella vita normale vanno bene, sono pochi per rendere al meglio la tessitura delle nostre composizioni. Abbiamo sentito l’esigenza di avere  un batterista per i motivi che ti diceva Valerio, ma anche perché volevamo godercela un po’ di più. Di questi tempi non è semplicissimo, più si è e meno semplice è viaggiare. Uno in più però va bene!».

Il vostro “ascoltatore tipo”?
Valerio: «Il violino è un piccolo lasciapassare per gente che non ascolterebbe quello che facciamo, ha comunque un appeal. Stiamo sempre molto attenti a collocare la nostra musica nei luoghi adatti. Abbiamo suonato nei festival del cinema sonorizzando documentari, perché la nostra musica si presta bene anche a questo, ci siamo esibiti nella Grotta del Bue Marino a Cala Gononea Chamois in Valle d’Aosta, dove c’è un bellissimo festival, il CHAMOISic Altra Musica in Alta Quota. Ma anche in gallerie d’arte, o in festival Off e non Off che hanno un perimetro d’azione stilistica piuttosto dilatato. Alla fine la gente è diversificata, il target è comunque abbastanza giovanile, anche se, quando abbiamo sonorizzato i documentari e i super8 sperimentali di Derek Jarman o, quello che stiamo preparando ora, Fata Morgana di Herzog, il pubblico è decisamente molto più anziano. Sono coinvolti, vogliono anche loro entrare nel nostro trip!».

A proposito di trip, la vostra è una musica che fa viaggiare. Quando la concepite avete un’idea del luogo dove vorreste collocarla?
Erica: «Siamo viaggiatori molto appassionati, quindi nel momento in cui componiamo è come se tutte le esperienze di viaggio che abbiamo fatto nella nostra vita – e che si spera faremo – decantassero nella musica. Non ci sono collocazioni precise, è come un altrove generico non vuole avere appartenenze particolari, anche se certe atmosfere potrebbero richiamare alla World Music. Auspichiamo che possa essere la sonorizzazione di un bosco di un laghetto di un mare».
Valerio: «Ci sono alcuni pezzi, tipo Walking Wild, che già nel titolo si portano dietro un piccolo passaporto di attitudine nomade. Non è detto che, componendola, volessimo andare in un posto preciso, abbiamo la stessa attitudine nel cercare la natura selvaggia e nel suggerirla attraverso le note. Così come nel nostro primo disco, Liquid, c’era un’attenzione speciale al mondo liquido. Con il brano Blue Darkness e il relativo video, che mostra il tuffo nel lago di un ragazzo in slowmotion, girato dal regista canadese Justin Bolduc-Turpin (con il quale abbiamo vinto un concorso per musiche che sonorizzavano video con oggetto lacustre), non era un lago preciso, poteva essere il padre di tuti i laghi!».

Veniamo al disco: mi ha incuriosito la zona Remix…
Valerio: «Abbiamo tanti amici, molti hanno suonato anche nella prima parte di Overtones. La nostra idea è stata chiedere, a costo di rischiare, di trasformare un nostro brano in qualcosa di nuovo, come se ci fosse uno sguardo su un tuo sguardo. Filoq, per esempio, musicista che stimiamo moltissimo, è anche il responsabile di tutta la parte elettronica dell’Istituto Italiano di Cumbia, progetto nato per volontà di Davide Toffolo (Tre Allegri Ragazzi Morti, ndr), ha reso il nostro pezzo Walking Wild un’altra cosa, completamente diversa, ci piace molto. La parte Remix è molto più variegata e, allo stesso tempo, ci troviamo le tracce del nostro lavoro».
Erica: «È stata una scommessa, come quando tu chiedi a un pittore che apprezzi che ti dipinga un ritratto: può essere che ti faccia cubista oppure molto verosimile, ma alla fine se ti piace l’artista ti piace anche il ritratto…».

Vi è piaciuto tutto del Remix, dunque!
Valerio: «Ci è piaciuto talmente tanto che due pezzi li abbiamo remixati noi. Massimo Martellotta ci aveva mandato, un po’ in extremis, una parte piuttosto lunga per Due di Due, nel disco principale. Non volevamo sprecare il suo lavoro, quindi abbiamo deciso di remixarla puntando quasi esclusivamente sulle tastiere di Massimo».

Com’è il vostro processo creativo?
Valerio: «Quasi sempre nasce da qualcosa che ho “stropicciato” con l’elettronica o con il basso; poi Erica scrive, molto spesso ci aggiunge la melodia principale. Poi lo teniamo per un po’ in brutta copia, registrandolo con l’iPhone, per averlo sempre a portata di mano. Quando ci spostiamo in studio di registrazione – lavoriamo sempre con il nostro tecnico del suono di fiducia, Roberto Passuti – scatta qualcosa di magico e fila tutto liscio, si lavora intensamente, senza intoppi. È successo così per tutti e quattro gli album. In passato ho ricordi di registrazioni di dischi che diventavano dei calvari, si sfaldavano anche band solo per alzare di due tacche il volume di una chitarra elettrica. In questo caso è quasi sempre piatto, in senso buono però!».

Come vedete la musica italiana in questo momento? Tanti bravi artisti sconosciuti e un mainstream senz’anima…
Erica: «Secondo me è una scena estremamente vitale con un sacco di musicisti pazzeschi. Purtroppo, però, lo sai che esistono se te li vai a cercare. È come se ci fosse una sorta di forbice molto larga tra quello che ascolta la maggior parte delle persone e quella che è la realtà della musica italiana, al di là dei generi molto variegati: e cioè, molta qualità e di altissimo livello. Vorrei invitare tutti a non fermarsi alla superficie delle cose, ma a scavare…».
Valerio: «Sono d’accordo con Erica, ho poco da aggiungere, la vorrei lasciare così, perché lei ci ha messo l’afflato positivo. Volendo proprio dire qualcosina in più, una piccola ombra su quello che è successo negli ultimi tempi è che rimangono sì tantissimi artisti nascosti che continuano a produrre, ma ci sono molti altri, anche quelli che arrivano dal cosiddetto mondo indie, che hanno calato le braghe. È come se si fosse abbassata l’asticella della difficoltà d’ascolto, dell’introspezione nei testi, della ricerca nei suoni. È, ovviamente, una scorciatoia che rende! Se me l’aspettavo da alcuni, perché quello è sempre stato il loro mondo, rimane il fatto che c’è un bel plotoncino di gente che ho avuto sempre al mio fianco e che ha ceduto. Ciò mi provoca un piccolo moto di saudade. Mi riaccodo al sentimento entusiastico di Erica che bisogna continuare a essere curiosi, sia noi musicisti, sia i giornalisti che si occupano di musica e soprattutto mettere dei piccoli “shining” nel pubblico, farglieli arrivare, stai sicuro che la gente si lascia attrarre…».

Erica: «Non me l’hai chiesto ma lo dico lo stesso: se dovessi dare un consiglio a musicisti che hanno voglia di fare musica, suggerisco di essere coraggiosi e curiosi, di curare sempre molto la qualità a qualsiasi genere ci si dedichi. Un lavoro ben fatto si riconosce sempre, anche in molta musica mainstream, nonostante il ben fatto non coincida con creativo. Siccome la felicità in quello che si fa è fondamentale, direi di ricercare sempre un cuore nelle cose che si producono».

Pop Coreano: KBLUE, un italiano a Seul

Può sembrare strano che vi parli di Kpop, il pop Coreano, genere mainstream costruito a tavolino dove la musica non è la protagonista principale, ma appena una comprimaria. Dove tutto viene deciso fin nei minimi particolari, in una sorta di rigorosa catena di montaggio che finisce per rappresentare la negazione della musica e dell’artista stesso, sacrificati a un bene maggiore: la felicità dell’ascoltatore e i conseguenti lauti introiti di un sistema oliato alla perfezione.

Il Kpop andrebbe studiato a fondo per capire come sia riuscito a sfondare nel mondo occidentale, quali siano i suoi segreti per conquistare a strascico migliaia di adolescenti e giovanissimi adulti.

Ho deciso di parlarne perché ho conosciuto un trentenne romano, Fabio Demofonti, in arte KBLUE, che s’è innamorato del genere al punto da farlo diventare il suo lavoro. Da un paio d’anni vive in Corea del Sud, s’è messo a studiare Kpop con abnegazione, ogni giorno ore e ore di concentrazione e fatica tra lezioni di canto, lingue, ballo, esercizi obbligatori in palestra, prove su prove. Diventare un “Idol” è difficile, come vincere al Superenalotto, ma chi ci riesce si aggiudica il jackpot!

Ora mi direte: ma cos’è, uno scherzo? No affatto, anche perché Fabio ha una solida cultura orientale alle spalle, coltivata sin da piccolo. Sa parlare correttamente il cinese – lo ha studiato in una università in Cina – il coreano, il tagalog, la lingua filippina, oltre, ovviamente all’inglese e ad altre lingue/dialetti asiatici. Nelle Filippine è diventato una star, grazie ad alcuni fortunati singoli.

Dopo averci riflettuto a lungo, ho deciso di chiamarlo. Ci siamo dati appuntamento a un’ora accettabile per lui e per me visto il fuso orario e i suoi impegni di studio e lavoro, e ci siamo presentati… Due realtà opposte a confronto!

Fabio raccontami di te: perché ti sei appassionato al Kpop e alla Corea del Sud?
«Probabilmente in più vite precedenti devo essere stato un coreano o quanto meno, un asiatico, perché ho sempre avuto un’attrazione per tutto ciò che riguarda l’Asia e la sua cultura in generale. Dieci anni fa sono andato a studiare il cinese in Cina, all’università. Il Kpop l’ho scoperto lì: in quel periodo lavoravo in una discoteca. Una sera, il dj mette una canzone e vedo che tutti quanti iniziano a ballare allo stesso modo, all’unisono. Sorpreso, vado subito dal disk jockey a chiedere informazioni. Era una band KPop. Quel genere mi ha coinvolto e affascinato fin da subito: come poteva un brano avere la forza di far danzare una discoteca intera allo stesso modo, tutti perfettamente sincronizzati? Quel gruppo non esiste più, s’è sciolto. È un’altra caratteristica del genere: una band non dura più di 7/8 anni, salvo che non rinnovino i contratti. In quell’istante ho deciso che sarei diventato il rappresentante italiano del pop Coreano».

Quanto incidono le label sulla nascita di queste pop band? C’è un mercato mostruoso!
«Le case discografiche sono determinanti. Innanzitutto perché hanno la disponibilità di farti crescere e investono tantissimi soldi. Ti parlo in base alla mia esperienza: la formazione di cantante KPop è un grosso investimento di tempo e di denaro. Non so se hai visto i video dei cantanti coreani: altro mondo rispetto a quelli italiani. Il video è il vero biglietto da visita dell’artista, e, in quanto tale, viene curato nei minimi dettagli. Le case discografiche poi sono fondamentali nella scelta dei componenti del gruppo. Seguono un format oliato: c’è il rapper, immancabile, il ballerino, la voce solista…».

Quindi, le case discografiche fanno molto scouting…
«Sì, in molti modi. Per esempio, qui ci sono tantissimi artisti che cantano per strada. Si propongono apposta nella speranza di essere adocchiati. Poi ci sono i provini, le audizioni. Ti presenti con il tuo brano, canti, balli, in base alle tue competenze. Ogni casa discografica ne organizza in modo costante. È figo perché ci sono tantissime persone che si presentano».

Cos’è che ti colpisce del fenomeno Kpop…
«A livello musicale, respiri il futuro, perché è tutto ricercato, moderno. È l’evoluzione dei generi nati in Occidente. È un pop che ha suoni molto sofisticati e innovativi rispetto al nostro mercato europeo e mondiale. E poi sono super vibe-positive».

Dalla tua esperienza, solo un’evoluzione del pop occidentale?
«Il Kpop, letteralmente, è la versione coreana del pop. I primi gruppi degli anni Novanta, maschili e femminili, si basavano sulle Spice Girl o sui Backstreet Boys. Poi c’è stata un’evoluzione totale. Oggi le boy/girlband mondiali sono pochissime. Di quelle rimaste, praticamente solo le inglesi Little Mix sono le uniche che ballano e cantano. Mentre qui avere una coreografia in quasi tutti i video è importante. Ciò impone una formazione costante, lo vedo io stesso: ore e ore di canto, ballo, preparazione atletica, stretching. Tanta fatica viene ripagata, io stesso ho registrato un miglioramento enorme. I generale, le voci particolari, e noi ne abbiamo tante, vedi per esempio Gianna Nannini, non vengono prese in considerazione perché… non sono “cool”».

Quanti gruppi ci sono attualmente in Corea?
«Non li ho mai contati, comunque tanti, e ne escono continuamente di nuovi. I BTS (quelli che lo scorso anno sono entrati di prepotenza nelle classifiche degli States, ndr) vengono dalla Hybe, casa discografica che ha avuto solo boyband, gruppi di “idol” maschili. Una decina di giorni fa la label ha pubblicato il suo primo gruppo femminile. Le principali case discografiche, vedi la SM, la YG Entertainment, quella delle Blackpink, la P Nation, fondata da PSY (ricordate il tormentone Gangnam Style?, ndr) quest’ultima tratta solo cantanti e non boyband, hanno grandi mezzi a disposizione. Tra l’altro, PSY ha pubblicato recentemente un nuovo disco, PSI 9th, l’hai ascoltato?».

No, ho ricevuto il comunicato stampa ma…
«Ha fatto un brano, That That con Suga dei BTS, fichissimo! È stato numero uno in molte classifiche mondiali. Si tratta di un’operazione sicuramente studiata, comunque ha delle canzoni super orecchiabili, vedi Celeb».

Fabio, tu suoni, componi i tuoi brani?
«Non suono, ma ballo, canto e scrivo le mie canzoni. Poi mi faccio aiutare da un Producer coreano, perché sì, ascolto molto Kpop, ma non è sufficiente, devi affidarti comunque a loro».

Insomma, il Kpop è un fenomeno…
«È uno stile, in questo momento, quello più in voga al mondo, supervirale, grazie ai BTS. Quando ho scoperto il Kpop, dieci anni fa lo suonavano già in tutta Europa, tranne che in Italia dove è apparso da un paio d’anni. Mi ricordo le Girls’ Generation, si erano sciolte nel 2017 dopo dieci anni di attività…».

Curiosità: una volta sciolte le band, i singoli idol continuano la loro professione da solisti?
«È molto difficile che qualcuno rimanga. Secondo me perché, essendoci nel Kpop degli standard per quanto riguarda la costruzione di una band, il rapper, il solista, chi balla, chi fa i cori, nessuno nota i singoli in quanto tali. Vale il gruppo. Anche in Corea c’è la versione del cantante mascherato, quello di Raiuno. Capita molto spesso che  l’artista, una volta tolto il travestimento, non venga riconosciuto. Tutti sanno che è un idol, per evitare imbarazzi viene subito annunciato il suo nome dal presentatore: questo è il tale, degli Winner…».

Conta il gruppo e non il singolo…
«Sono poche le band che hanno la fortuna di avere idoli riconoscibili, perché personaggi particolari. Una di queste sono i BTS!».

Fabio torniamo a te: quanti anni hai?
«Trentatrè. Di solito l’età standard per un artista di Kpop è 20 anni. Sono visto come un’anomalia qui. Sono straniero e sono anche una testa dura, insisto, devo riuscire a raggiungere i miei obiettivi. L’ho sempre fatto nella mia vita. Ho pensato: parlo numerose lingue asiatiche, sono esperto di Kpop, canto e scrivo in coreano perché non dovrei riuscirci? Quando ho iniziato a bussare alle porte della case discografiche, mi snobbavano. Mi vedevano attraente, ma quando leggevano la mia età si ritraevano. E io spiegavo loro: “guardate che canto, ballo, parlo le lingue asiatiche”. Ho dovuto insistere e quando alla fine sono stato preso dall’agenzia che mi sta preparando, mi hanno messo alla prova facendomi fare il colloquio in mandarino con un’interprete cinese. Alla fine hanno capito che non mentivo e mi hanno scritturato. Una soddisfazione. Ho realizzato pochi giorni fa il mio primo progetto, vediamo quando ci sarà l’uscita ufficiale…».

La tua idea è entrare in un gruppo Kpop?
«Mi intriga tantissimo. È un mio obiettivo, parallelamente alla mia carriera da solista. La mia intenzione è di unire il pop coreano a quello italiano. Mi piace sperimentare…».

In Corea come ti vedono?
«Non ho fatto ancora apparizioni in tivù».

Ma nelle Filippine sei diventato un idolo, hai fatto un gran bel successo…
«Sì, nel 2015, un successo pazzesco. Ho fatto un primo tour di circa tre mesi, poi un altro di quattro mesi. Sono stato invitato in radio, ho fatto apparizioni televisive e concerti. Qui in Corea sono venuto a cercare un’etichetta discografica e a prepararmi, a studiare. Perché altrimenti non si arriva in televisione. Per loro è inconcepibile che uno che canta non sappia anche ballare. Come reputano assurdo che in Italia nelle apparizioni televisive gli artisti possano cantare live. Qui non lo si fa quasi mai, perché tutto deve essere perfetto, nessuna sbavatura. È un’altra visione della musica pop».

Raccontami la tua giornata tipo.
«Mi alzo alle sei. Faccio un’ora di meditazione. Poi studio quattro ore di coreano. Quindi pranzo e subito dopo inizio, con gli insegnati, a fare due ore di preparazione vocale e altrettante di ballo, quindi studio da solo fino a tarda sera. Fosse per loro dovrei farlo 24 ore su 24! All’inizio non riuscivo a tenere questi ritmi, è tutta questione di allenamento».

Hai fatto un video musicale…
«Sono rimasti piacevolmente sorpresi, perché noi italiani siamo molto espressivi, parliamo anche con il corpo, cosa che qui non riescono a fare, perché non fa parte della loro cultura».

Fabio, com’è la vita in Corea? Che tipo di società è?
«Ti racconto sempre in base alla mia esperienza: sono arrivato durante il Covid, quindi immaginati tutte le restrizioni, loro sono generalmente rigidi, fiscali. È pur vero che ho vissuto il Paese in un periodo stressato, al limite. Mi sono innamorato di questo posto perché qui vedi il futuro. Vengo da Roma, una città splendida che amo, però quando sono arrivato a Seul ho percepito che c’è qualcosa di più. È un luogo colorato, un modo diverso di vivere la metropoli. I colori danno positività, energia, fascino. Per quanto riguarda la mia vita personale in Corea, l’ho trovata un po’ difficile. Noi italiani siamo abituati ad abbracciare, baciare, vabbè che c’era il Covid, ma ho percepito molto la distanza, loro sono più timidi, introversi rispetto a noi».

Sono un po’ freddi ma musica e ballo li fa scatenare…
«Chi fa un mestiere come il mio ha ritmi diversi, ma la gente normale è molto tranquilla, in metropolitana ci sono cartelli ovunque che dettano regole: non mangiare, non saltare, non chiacchierare rumorosamente. E tutti normalmente si attengono. Avverti che è un posto sicuro. Di contro, ciò porta a essere meno creativi, meno individualisti… non sono abituati a esprimersi veramente».

I tuoi cosa dicono della tua scelta?
«Ah beh, loro si sono abituati. Sono andato a vivere in Cina a vent’anni, sono avvezzi alle mie particolarità».

Cos’è per te la musica?
«Energia, vibrazioni, divertimento, movimento, suono che ti entra in testa e ti emoziona. È positività».

Ascolti altri generi oltre al Kpop?
«Sì, molto “altro” pop. Di quello italiano sono sempre stato un fan di Alexia, adoro la voce di Elisa, Mahmood, le follie di Blanco, i Måneskin, Laura Pausini secondo me è un genio. Tra le star internazionali, Taylor Swift a Beyoncé che è un cavallo da battaglia, un’artista fenomenale!».

Tornando agli Idol: nelle apparizioni televisive è tutto playback, ma quando suonano in concerto?
«È praticamente tutto live, riescono a farlo perché si dividono le esibizioni, quindi ballano e cantano tenendo un intero show. Poi c’è tutta un’energia diversa, coinvolgi il pubblico…».

E la musica è ovviamente live?
«Affatto. Quella è tutta registrata!».

Marta Giulioni: il musicista, un funambolo sulla corda…

Marta Giulioni in quartetto con Nico Tangherlini al pianoforte, Gabriele Pesaresi al contrabbasso e Andrea Elisei alla batteria

Un uomo che cammina su una corda. Si bilancia con le braccia, gioco d’anche. L’equilibrio è tutto su questo cavo che non ha un inizio né tantomeno una fine. L’immagine della cover di Up On A Taightrope, primo lavoro di Marta Giulioni, giovane cantante jazz marchigiana con una voce di cui si apprezza una calda tenuta nelle note basse e una grande capacità di camminare disinvoltamente lungo il difficile filo del pentagramma, semplice e complessa nel suo insieme, rappresenta quello che è la vita.

Siamo tutti precari, camminiamo sulla nostra corda cercando il giusto equilibrio per non cadere. Non c’è scelta, si va avanti così, a volte tranquilli, altre ricorrendo a evoluzioni che hanno del grottesco, altre ancora cadendo…

La vita dell’equilibrista è, in questo caso, quella del musicista. Questo ci vuole dire Marta. Perché da lassù il mondo ha altri punti di vista, e, se si seguono i propri sogni, si avrà la fortuna di scrutarlo, possederlo, viverlo. Il suo “manifesto” è chiuso ne Il Funambolo, ma è in tutta la costruzione del disco circondato da un’aura eterea di intangibilità, che si scopre una corda che va alto sulle ali, come canta l’artista. Il brano che segue, So What If I Fall, dominato da un piano che lavora su percorsi “collinari” rendendo bene il senso del movimento, la voce, attraverso uno scat leggero, racconta che se si ha uno scopo, un aggancio sicuro, la caduta si trasforma in volo, in opportunità. 

L’ho ascoltato più e più volte Up On A Taightrope. Al di là della indiscussa bravura tecnica di Marta e dei suoi compagni “di corda”, Nico Tangherlini al pianoforte, Gabriele Pesaresi al contrabbasso e Andrea Elisei alla batteria, c’è molto pathos in questo lavoro, molta anima. Brani con testi visionari, aperti, dove la fantasia aiuta le note, agganciando l’attenzione e le emozioni dell’ascoltatore.

L’altra sera ero all’Après Coup, un locale intimo, dove si gusta buona tavola e gustosissimo jazz, in una via nascosta del centro di Milano, per ascoltare il Monique Chao trio. La eclettica pianista taiwanese era accompagnata da un ottimo Giacomo Marzi al contrabbasso e da Francesca Remigi, giovane batterista, conoscenza nota di chi legge il mio blog. Mercoledì sera suonerà con il grande pianista panamense Danilo Pérez a San Lazzaro di Savena (Bologna): andateci se potete! 

Perché vi racconto tutto ciò? C’è un legame fisico e mentale in questa nuova generazione di musiciste e musicisti. Una freschezza e una profondità che va oltre la bravura. Non avevo fatto caso, me lo ha ricordato proprio Francesca: in The Human Web, suo ultimo lavoro di cui vi avevo parlato in questo post, nel primo brano, Metamorfosi, c’è la voce di Marta. Hanno studiato insieme al Koninklijk Conservatorium Brussel (KCB). La corda ti costringe a stare in equilibrio e ti lega indissolubilmente ad altri funamboli come te…

Marta, la passione per il canto?
«Ho iniziato studiando la chitarra classica, che poi ho abbandonato, da che io mi ricordi, mi è sempre piaciuto cantare. Da adolescente ho lasciato la musica per dedicarmi allo sport… continuando, però, a cantare. Intorno ai 20 anni, periodo in cui ero proprio persa, non avevo ben chiaro cosa fare della mia vita, ho scoperto il jazz attraverso la Libera Accademia del Jazz, spin-off dell’Accademia musicale di Ancona. Mi sono appassionata, ho iniziato a studiarlo sempre di più. Da lì in poi è stato un crescendo».

Nell’album hai degli ottimi compagni di viaggio…
«Gabriele (Pesaresi, ndr), il contrabbassista, l’ho conosciuto tramite dei seminari. In realtà, lui era l’insegnante. Negli anni abbiamo iniziato a suonare insieme. Quando mi sono decisa di dare una vita ai miei brani originali, l’ho contattato e coinvolto. Così è stato anche per Andrea (Elisei, ndr), il batterista. Con lui abbiamo altri progetti insieme, da cui è nato un altro disco uscito lo scorso anno, con il gruppo Mantis, A Postcard From Nowhere, un quartetto con il chitarrista Thomas Lasca, il contrabbassista Edoardo Petracci e la partecipazione del sassofonista Simone La Maida. Con Nico, invece, suoniamo insieme da otto anni, per me è una certezza!».

Qual è il tuo processo creativo?
«Per comporre uso il pianoforte. Inizio, di solito, cercando la melodia. Sto provando a seguire altri metodi, che ancora non so affrontare benissimo, e cioè iniziare un brano dall’armonia, oppure partendo dal testo. Nel disco ho fatto questo tentativo con I cieli del Rojava. Il testo non è mio, ma di un caro amico, che è scrittore e poeta, Giovanni Paladini. Era già stato pensato in metrica dall’autore, un ottonario. Dà molta sonorità, ma il rischio era quello di continuare su una melodia che poteva essere abbastanza ripetitiva. Così, una volta finito, ho lavorato per sottrazione, riducendo tutto all’essenziale».

Tra l’altro, ne I cieli del Rojava c’è un lavoro di contrabbasso con l’archetto veramente bello. La tua scelta di cantare in italiano e inglese dipende dalla metrica, da quello che vuoi aggiungere alla musica?
«Ho un triennio in mediazione linguistica, sono sempre stata appassionata di lingue. Questa cosa, al tempo stesso, mi ha creato per tanto tempo un blocco che, se ho risolto nella scrittura in inglese, non l’ho ancora elaborato per quella in italiano. Forse perché l’inglese è quella che sono abituata ad ascoltare. Paladini mi aveva proposto anche la traduzione in inglese dei versi, ma ho scelto di lasciarla nella lingua originale, perché, secondo me, tradotti si perdevano alcuni passaggi stilistici importanti».

Parliamo del brano Colibrì, è un bonus track, giusto? Confesso che mi piace molto, perché legato agli stilemi della musica brasiliana…
«È stato uno dei primi brani che ho scritto. In quel periodo ascoltavo tantissimo Egberto Gismonti, Maria João e Mário Laginha. Ho pensato: bello, bellissimo! Anch’io ne vorrei tanto scrivere un uno su questi metri compositivi. Avevo iniziato a comporlo in parte, poi, come mia abitudine, l’ho lasciato decantare e, quindi, ripreso. L’ho suonato da subito con arrangiamenti diversi a seconda delle formazioni con cui mi sono trovata a collaborare. È stato pubblicato anche in A Postcard From Nowhere, dove, al posto del piano, c’è una chitarra e, in aggiunta un sax, con cui ho potuto interagire. Colibrì è un brano a cui sono molto affezionata, volevo inserirlo nel disco come bonus truck, ma riarrangiato per il quartetto, amalgamarlo all’album facendolo diventare più…intimo».

Colibrì è il beija flor, un uccellino “ritratto” più volte nella musica brasiliana…
«Vero, ma in realtà il nome del brano è nato per caso. Ero in auto con un’amica musicista, glielo stavo facendo ascoltare… cercavo un titolo che non riuscivo a trovare. Le ho domandato: cosa ti ricorda? E lei, un colibrì! Così è rimasto».

Torniamo a Up On A Tightrope e al suo filo conduttore, restare in equilibrio nella vita…
«L’idea del funambolo è quella di una persona che si ritrova, come tante, a vivere in bilico. Ce la farà, non ce la farà? Cadrà, non cadrà? Lei/lui sa che mette in gioco tanto, ma alla fine continua, va avanti comunque… Poi quest’idea di etereo, di restare sospeso in aria affidandosi solo a una corda, mi è piaciuto riportarla anche nel suono. Alla base di tutto, sì, c’è il rischio, soprattutto nella professione del musicista dove…certezze mai! Però fai di tutto per proseguire su quella strada…».

L’uso dello scat è frequente nel disco, è una delle tue forme predilette?
«Mi piace da quando ho scoperto il jazz. Il primissimo strumentista compositore di cui mi sono appassionata è stato Charlie Parker. Mi dicevo: “senti che bella musica, anch’io vorrei fare quello che fa lui, ma con la voce, come si fa?”. Adoro anche il pianoforte, seguirlo con la voce è meraviglioso. Provo sempre, come studio, a improvvisare su qualsiasi cosa: poi, se non ci sta vado per sottrazione, ma comunque ho tentato!».

Suoni il pianoforte?
«So accompagnarmi, compongo al pianoforte, ma non affronterei un intero concerto musica e voce. Lascio fare ai professionisti!».

Cosa vuol essere questo disco per te?
«Up On a Tightrope è una raccolta di brani che ho scritto nel tempo. Il filo conduttore l’ho trovato dopo, amalgamando il lavoro, ed è stata una bella scoperta. Quello che voglio fare è divertirmi con la musica, mi piace scrivere, comporre mi emoziona, adoro sperimentare, cercare nuovi input, ma anche rimodellare cose già fatte. Voglio continuare a produrre, pubblicare dischi, come solista o insieme ad altri gruppi».

Concerti?
«Sto pianificando per l’estate, aspettando conferme e risposte da festival. Sono stata a Parigi per un mese a marzo per il progetto del MIDJ (nel 2019 Marta Giulioni è stata una delle vincitrici del bando AIR: Artisti in Residenza, promosso da MIDJ, Musicisti Italiani Di Jazz e sponsorizzato da SIAE, ndr). Lì ho trovato un ambiente ricchissimo, molto stimolante per i giovani jazzisti come me». 

Solitudine, Edonismo, Consumo secondo Francesco Sacco

Francesco Sacco – Foto Lucrezia Testa Iannilli

Ieri è uscito un EP composto da sei brani, opera di un giovane musicista italiano, Francesco Sacco. Il titolo, A – Solitudine, Edonismo, Consumo, fa intendere che è il primo passo di un progetto che troverà compimento attraverso un altro EP, un lato B che completerà un lavoro piuttosto complesso.

Un giovane musicista che ha qualcosa da dire e lo dice bene è una manna per chi è in cerca di buona musica. E uno come Francesco, profondo nei testi, pignolo nella composizione e negli arrangiamenti, che non è mai banale e riesce a stupirti, non può non meritare attenzione. Infatti, dopo averlo incontrato e averci fatto una bella chiacchierata, molto istruttiva, sono curioso di andarlo ad ascoltare live oggi, alle 18:30 al Giardino della Triennale di Milano (ingresso libero, prenotazione consigliata, qui) dove presenterà il disco con Luca Pasquino, suo amico da sempre e anima gemella musicale, alle tastiere e basso, e Pit Coccato alla chitarra elettrica.

Testi ben scritti, vi stavo spiegando. Sarà per i suoi studi classici, per la particolare sensibilità a temi che includono, nella sua accezione più ampia, il “sociale”, per una facilità nel sintetizzare i concetti in brevi quanto esaustivi claim, vedi in Kabul: Bum Bum Bum, scalare scalare scavare, sta di fatto che Francesco ha una una spiccata predisposizione linguistica e musicale nel presentare le ansie e le deviazioni della società, intesa come insieme di persone che portano avanti, sempre più frequentemente e in modo schizzato, una forma di democrazia solipsistica, che si riassume, appunto, in Solitudine, Edonismo e Consumo.

Ritornando a Kabul: è un brano che racchiude più punti di osservazione e riflessione. Leggete le prime due strofe: 

Hanno sparato a Kennedy e a Martin Luther King
E in Cina sono rimasti solo i vasi della dinastia dei Ming
Tè verdi cinesi, petrolio nei mari, amici iracheni, tappeti persiani
L’oriente è un piatto piccante al gusto di diritti umani
Ma l’importante è entrare in playlist, scalare la classifica
Così ti canto una storia d’amore che finisce male: io amo il capitale
Ma senti come pompa questa cassa a Kabul… 

Lo stesso dicasi per il brano che apre il lavoro, Ogni uomo e ogni donna è una stella: inizia con una chitarra distorta intenta in un passaggio dellAria sulla Quarta Corda di Bach (che troverà più volte accenni nel corso della canzone), una sorta di colonna sonora stilizzata che ricorda tanto Quark. In questo studio televisivo Francesco, novello Piero Angela, affronta con corrosiva lucidità il difficile rapporto giovani-lavoro. Le responsabilità per un mondo, quello del lavoro, degenerato e non più sostenibile, vengono descritte con pennellate acide, raccolte in un pantheon di divinità negative e senza speranza. Leggete attentamente il testo prima di ascoltare il brano:

Sono sicuro che se i lupi hanno un dio
È fatto a forma di lupo
Che se le papere avessero un dio
Sarebbe un pennuto
Ma i bambini lo immaginano vecchio
E i vecchi non sono capaci
Anche se siamo la specie
Che ha inventato lo specchio
Il dio degli Ingordi è uno chef
Più buono del corpo di Cristo
Ma il dio dei soldi finora
Non si era mai visto
Ma quando la zampa dell’uomo
È diventata una mano
Il dio dei piccioni ha cagato
Su piazza del Duomo
Il dio dei piccioni ha cagato
In centro a Milano
Quando scagliate le frecce
E nascondete le mani
Io prego e progetto vendette
Con il dio dei cani
Sono sicuro che se i pesci hanno un dio
Assomiglia a uno squalo
E il dio di Milano è a pescare
Con una mazzetta sull’amo
Il dio dei coglioni è al tg
Il dio dei cantanti a Sanremo
Tutti ascoltiamo e preghiamo
Soltanto gli dei in cui crediamo davvero
Più che mercanti nel tempio
Ho visto dei preti al mercato
Ho visto persone comprare
Pregare ore d’aria al mercato del tempo
Ma una volta un ateo mi ha detto
Che ogni uomo e ogni donna è una stella
E il dio dei cavalli ha allentato le briglie
E il re è caduto di sella
Quando scagliate le frecce
E nascondete le mani
Io prego e progetto vendette
Con il dio dei cani
Io prego e progetto vendette
Con il dio dei cani
Io prego e progetto vendette
Con il dio dei cani 

Francesco è un musicista curioso: polistrumentista, attratto dal cantautorato delle origini ma anche dalla musica elettronica, è un performer e un sound designer. Ha “musicato” sfilate di moda, creando concept tra fashion, musica e teatro. Una bella energia creativa, onnivora, che coltiva mettendoci passione e acquisendo esperienze… 

Ne La Voce Umana, il tuo primo lavoro eri più intimista. Lo hai scritto a Venezia e hai fatto tutto da solo. In questo nuovo lavoro si avverte una certa maturità, è più estroverso, complesso, corrosivo…
«È un album più consapevole. Più di qualcuno nel giro dei musicisti mi ha detto: “Non ti preoccupare per il primo disco che pubblichi, tanto poi lo butti via…”. Buttarlo via proprio no, perché fa parte di un mio percorso, ma ad ascoltarlo e riascoltarlo senti tutte le cazzate che hai fatto. A – Solitudine, Edonismo, Consumo suona diverso perché è il primo lavoro dove ho voluto affiancare dei musicisti. Il primo è un disco citazionista, viene dai miei ascolti, dal cantautorato, dalla scuola di Tenco. Qui c’è la cassa techno, l’aria sulla Quarta Corda di Bach, il folk americano…».

È vero, ci sono molti richiami in quest’album. Non disturbano, anzi valorizzano il lavoro…
«Mi piace inserire citazioni della mia formazione musicale, il pericolo è farsi prendere la mano. In questo mi ha aiutato molto il lavoro di squadra con Luca Pasquino, che ha arrangiato i pezzi e con i producer, xx.buio e paralisi».

Quanto ai i testi, si vede che hai fatto il liceo Classico! Qual è il tuo processo creativo?
«Il disco può sembrare un concept album, però faccio fatica a usare questo termine parlando di me. Concept erano i lavori dei King Crimson… Comunque sì, l’album ha un fil rouge. Per esempio, prendi Kabul: l’ho scritta in diverse fasi. L’idea mi era venuta quando i talebani hanno ripreso il potere in Afghanistan. Seguivo tutti i ragionamenti alla Goffredo di Buglione (il nobile francese crociato che “liberò” Gerusalemme instaurando di fatto un regno e diventando un re, anche se si faceva chiamare Advocatus Sancti Sepulchri, il difensore del Santo Sepolcro, ndr), che non tenevano conto delle grosse responsabilità dell’Occidente. Avevo l’inciso ma non il riff. Mi è venuto mentre ero in tram, l’ho annotato subito sul telefono (Bum Bum Bum, scalare scalare scavare)».

Come ti è scattata la passione per la musica?
«Da piccolo mi piaceva ascoltare musica, mi divertiva. Gli inglesi non a caso usano lo stesso verbo per due azioni, to play, suonare e giocare. Sono connessi. Mio papà lavorava in De Agostini e portava a casa molti cd. Andavo pazzo per Mozart e Vivaldi, quando li ascoltavo mi pareva di stare sulle montagne russe! Così a sei anni decisi che volevo suonare il violino. I miei, credendolo un capriccio passeggero, cercarono di farmi ragionare. Sono sempre stato uno testardo, non mollai, e il compromesso fu studiare la chitarra classica. Non mi piaceva l’insegnamento, lo trovavo palloso, ma ho continuato. Da adolescente, normale periodo di ribellione, ho scoperto il rock anni Settanta, il blues, ritrovando quel fuoco che avevo da bambino con Mozart e Vivaldi».

Francesco Sacco “live” – Foto Agnese Carbone

Francesco, a freddo: andresti a Sanremo?
«Non so, forse con il pezzo giusto e la voglia di scommettere. Per come sono fatto, mi trovo lontano dal concetto di gara. Nell’arte non esiste competizione, mi sentirei molto fuoriposto. E poi, non vorrei passare per l’“intellettuale” e, dunque, sicuramente non capito…».

Come Giovanni Truppi nell’ultima edizione…
«Esatto, Truppi è un cantautore molto interessante, bravo, ma lì era decontestualizzato».

Difficile essere compresi non solo nel Festival…
«Anche discograficamente in Italia facciamo schifo. Aspettiamo che arrivino le mode dall’estero e non abbiamo la capacità di promuovere noi stessi qualcosa di nuovo».

Il materiale e le idee ci sarebbero, dal mio piccolo osservatorio…
«Il problema è anche dei grandi operatori streaming. Spotify non dà fama e nemmeno soldi. Se non fai live non guadagni. Purtroppo, questi canali sono visti da molti artisti che vogliono farsi conoscere come un obiettivo».

La legge degli algoritmi è altrettanto fatale. A proposito perché A – Solitudine, Edonismo, Consumo? A sta per lato A del disco?
«Sì ho previsto un Lato A e un Lato B, che uscirà prossimamente. Per ragioni contorte, Apple non accetta la parola “lato”, perché fa pensare a un qualcosa di fisico, mentre tutto deve essere digitale…».

Come ti è venuto il titolo?
«È nato in modo del tutto casuale. Quando scrivo tendo a non darmi limiti. Una volta finito devi fare la Track List, lavoro che a me piace moltissimo, ed è anche molto importante. La pignoleria e l’estrema attenzione a questo passaggio l’ho ereditate dall’arte e dal teatro contemporaneo, dove c’è una cura che i musicisti si sognano».

Torniamo al fil rouge del disco…
«Riordinando il materiale che avevo scritto è apparso un filo conduttore di temi. Stavo cercando il titolo da dare al lavoro, lasciando decantare, in attesa che mi venisse qualche idea. Poi mi è venuto in mente di ricollegarmi a un social che era in voga alcuni anni fa, Chatlet, sito che, con l’andar degli anni era diventato l’impero degli esibizionisti e avevo, per questo, abbandonato. Ho pensato: chissà se esiste ancora, e se sì, come sarà diventato? C’è, eccome! Ma ho trovato solo chiacchiere di una desolazione pazzesca. L’avventura di “archeologia web” mi ha lasciato una tristezza infinita, così ho annotato sul taccuino tre parole, Solitudine, Edonismo, Consumo…».

E queste riassumono al meglio il senso del tuo lavoro…
«Il periodo funesto del Covid, il processo di digitalizzazione improvviso di qualsiasi cosa, da cui ormai non si scappa, ha avuto l’effetto di isolare maggiormente le persone. Mentre ha colto preparati i ragazzi – in quanto nativi digitali hanno imparato presto a stare sui social – i quarantenni li ha presi in pieno. Solitudine, dunque, accompagnata da Edonismo: fanno parte di questo periodo. Consumo è una parola ambivalente: inteso come consunzione dell’individuo ma anche come rapporto viziato tra chi compra e la merce che acquista. Credo sia doveroso fermarsi e riflettere su tutto questo».

Concordo…
«Il Consumo è molto presente nel disco, in Fantasmino o in Je suis resté seul, il corpo è provato, consunto, avrebbe bisogno di un bel massaggio rinvigorente. Poi brani come Kabul, dove canto io amo il Capitale, o il primo, Ogni uomo e ogni donna è una stella, in cui parlo di lavoro e di giovani. Mi innervosisco quando sento ripetere la stessa frase: i giovani non hanno più voglia di lavorare. Non è così, forse i ragazzi vedendo i loro genitori condannati a un certo modo di vita, dove lavorare consuma, pensano: è proprio così che voglio vivere la mia vita? Sono condannato o è possibile costruire un mondo migliore?».

Che ritorno ti aspetti dal disco?
«È un lavoro difficile, con brani cazzuti, contemporanei. Ammetto, i testi sono complessi, ma vedo che si sta creando una scena, ascolto tanti cantautori validi e innovativi. Progetti nuovi che stanno recuperando il senso di quel bel cantautorato anni Sessanta/Settanta che aveva molti contenuti».

Un piccolo divertissement: tre cantautori vecchia guardia che reputi indispensabili per te e altrettanti delle nuove generazioni…
«Ok, parto: Leonard Cohen, Francesco Guccini e Luigi Tenco (concedimi, e tutta la sua scuola!). Di “nuovi”, Tutti Fenomeni (Giorgio Quarzo Guarascio, ndr), bello, strafottente, duro, ironico; Cosmo, il suo ultimo disco è bellissimo; Morgan, è un vero musicista. Ne avrei altri, ma poi il gioco non vale più…».