Javier Subatin, l’improvvisazione e un nuovo jazz all’orizzonte…

Javier Subatin – Foto Raquel Nobre G.

Sei di Buenos Aires? Dall’altro capo del collegamento Skype, Javier Subatin, argentino, 36 anni, chitarrista virtuoso, mi risponde di sì con la testa sorseggiando un mate, suggellando così la tradizione con la propria terra d’origine. Da pochi giorni si è trasferito ad Anversa, in Belgio, a due ore di strada da Amsterdam, luogo d’elezione per i giovani jazzisti in cerca di fortuna in Europa. Di lui – ed è questo il motivo dell’intervista – mi hanno attirato il suo modo di comporre, un jazz innovativo nel suo ultimo album, Mountains, uscito poco più di un mese fa, che per provocazione ho definito “un non-jazz” (leggerete la sua risposta), e il suo vivace attivismo nel coinvolgere giovani e talentuosi colleghi musicisti in progetti, fondando una community e, quindi, una casa discografica, la Habitable Records, composta solo da artisti. Javier e i suoi colleghi stanno cercando di rendere sostenibile la professione del musicista, un lavoro che permetta la crescita di ogni singolo componente. Vi consiglio di ascoltare i quattro album che ha pubblicato, Autotelic (2018), Variaciones e Trance (usciti entrambi nel 2020) e, appunto, Mountains (2021). Un percorso di maturità espressiva che lo ha portato all’ultimo disco dove l’improvvisazione regna sovrana…

La tua musica è stata cataloga nella famiglia del jazz contemporaneo. Sei d’accordo? È davvero jazz il tuo?
«Sostieni che non faccio jazz? A mio modo di vedere è relativo: il jazz oggi è quello che è. Importante è che io lo reputi tale. Il jazz si è evoluto, non è più quello di un tempo».

Javier, dammi una definizione del “tuo” jazz…
«È il risultato di molte cose. Ho studiato improvvisazione jazz e quindi composizione. Ogni volta che mi insegnavano scale nuove, un’armonia o elementi nuovi utili per improvvisare con la chitarra, componevo una musica per esercitarmi. Così nascevano musiche nuove che non facevano parte dello standard jazz. Improvvisare e comporre è strettamente collegato. Questa musica ha tutto, jazz, ma anche rock, pop, ma anche Piazzolla, il folclore argentino, una delle cose che mi piace di più utilizzare ora. Del folk non prendo riferimenti diretti, ma uso il ritmo e alcune armonie. Mi è sempre piaciuto il contrappunto e come la musica si costruisce con più “strati”. Senza rendermene conto, ha a che vedere anche con la classica!».

Vieni da una famiglia di musicisti?
«Nella mia casa c’è sempre stata musica. I miei, però, non sono musicisti. Mio padre adorava la musica, suonava il pianoforte e a mia madre piaceva ascoltare. Il fratello di mio papà è musicista. Da piccolo ho studiato piano, mi attiravano i suoni che riuscivo a fare pigiando i tasti. Mio papà adorava il jazz e la musica classica, così, nel fine settimana, c’era musica a tutto volume. Io non avevo scelta, ero un bimbo non potevo oppormi!, mi chiamava per ascoltare, focalizzando la mia attenzione sui singoli strumenti. Ricordo che a due anni, al posto delle canzonette per bimbi, volevo che mi mettessero di continuo la colonna sonora di Mission (Ennio Morricone, ndr)».

Ora abiti ad Anversa, dopo aver vissuto a Lisbona. Perché molti giovani musicisti jazz da tutto il mondo scelgono l’Europa, soprattutto il Belgio e l’Olanda per suonare?
«Mi sono trasferito da Lisbona ad Anversa qualche giorno fa. Ho deciso che per percorrere la mia strada, dedicarmi alla mia musica, dovevo venire in Europa. A Lisbona mi sono sentito a casa, avevo il mio professore di composizione e poi è una città bellissima, si vive bene, fa caldo (ride, ndr). Per il jazz Amsterdam e Bruxelles eccellono, ritengo si tratti proprio del sistema educativo adottato in quei Paesi che porta i ragazzi ad approfondire lo studio di questo genere musicale. Il conservatorio di Amsterdam è molto importante, ha una bella e solida struttura, è la porta di entrata per la scena europea».

Parliamo di Mountains: lo sto ascoltando e mi sta piacendo. Perché hai deciso di chiamare l’album così?
«Il titolo non è introspettivo come può apparire, semplicemente ho avuto un aiuto per registrare un disco e non sapevo bene cosa fare. Avevo molte composizioni già fatte, avevo una montagna di idee custodite. Così ho deciso di selezionare brani che già avevo messo via. Il titolo viene da qui, da una montagna di registrazioni ho scelto un percorso per me logico in modo da comporre il disco».

Mi incuriosiscono anche i titoli: si inizia con Mountain #1, poi si passa a un brano dal titolo Rocks per finire a Mountain #5, a sua volta seguito da Birds, quindi Mountain #3… Sto cercando una logica…
«Quando compongo di solito ho un’idea base, non c’è un concetto. Poi devo trovare un significato per questa musica nel disco. Vado per blocchi di musiche e queste devono avere una consequenzialità. Mountain #1 è stata la prima che ho composto, poi ho cercato di dare una narrativa che avesse diversi momenti, ritmi diversi, una parte più lenta, l’altra più forte, una più introspettiva…».

Questi brani li hai suonati direttamente con tutti i musicisti?
«No, li ho composti a casa, con la chitarra. Volevo scrivere con più dettagli per poi offrire ai musicisti un modo di improvvisare liberamente. Il disco si fonda sull’improvvisazione e ho lasciato che i miei compagni di viaggio si sentissero totalmente liberi nelle esecuzioni».

Hai un rapporto di simbiosi con i tuoi colleghi…
«Avevamo deciso di suonare le parti comuni e poi metterci le improvvisazioni. Per fare questo lavoro ci siamo chiusi in una casa e abbiamo vissuto e lavorato insieme. L’idea era che la musica si creasse al momento. Abbiamo tirato fuori tanto materiale. La registrazione è finita con un concerto, praticamente un altro disco, tutto di improvvisazioni, pronto per essere pubblicato. Durante le registrazioni, i singoli musicisti intervenivano con spunti e idee, come Demian Cabaud, il contrabbassista, che ha tirato fuori suoni che assomigliavano al canto degli uccelli … e così è nata Birds. D’altronde, in montagna ci sono il canto degli uccelli, il rumore del vento, il fragore delle rocce, i giochi d’ombra…».

Un mix perfetto di composizione e improvvisazione. Che differenza c’è tra Mountains e il tuo disco precedente, Variaciones (uscito nel 2020)?
«Variaciones (qui Solo#3, ndr) è stato un processo che è iniziato con il primo disco Autotelic (qui #3). Quest’ultimo è stato, fondamentalmente, un dialogo con un pianista (il lisboeta João Paulo Esteves da Silva, ndr), quasi tutto scritto, con grandi momenti di improvvisazione, ma, di fatto, jazz standard (ve lo consiglio!, ndr). Con Variaciones, c’è stata un’evoluzione, e cioè, cercare una musica più complessa, che fosse più fluida, pensata per improvvisare. È stato un punto intermedio tra Autotelic e Mountains. Molto diverso anche da Trance (qui Trance#1) ancora molto nei canoni standard, un tema A, uno B e un’improvvisazione. Mountains credo sia un lavoro più maturo, merito di ulteriori tecniche estese di studio e a un set di chitarra che mi sono costruito con effetti ottenuti grazie anche all’uso del computer. Ho registrato da solo in casa durante la pandemia, studiando in quale modo rivedere la chitarra jazz, trasformandola in un qualcosa d’altro. Dici che questo non è jazz, infatti, cerco di trovare un nuovo modo di suonarlo».

Javier Subatin al lavoro – Foto Raquel Nobre G.

Hai previsto di presentare il disco in Italia e in Europa?
«Con la pandemia è cambiato molto. Ho deciso, visto che il Covid ha aumentato la difficoltà di suonare live, di perfezionarmi nel suono e nella composizione. Ho un altro disco pronto, con Francesca Remigi (altro interessante nome del nuovo jazz d’improvvisazione di cui vi ho parlato alcuni mesi fa, ndr) e Federico Calcagno (grande clarinettista milanese di base ad Amsterdam che ha lavorato al bel disco di Francesca Il Labirinto dei Topi, ndr). Non so ancora quando porterò in concerto Mountains, non ho fatto un disco per poter suonare nei teatri ma per far conoscere la mia musica. Dal vivo, poi, potrà diventare un’altra cosa».

Nel marzo di quest’anno hai contribuito a far nascere la Habitable Records, casa discografica fondata da nove musicisti… Sei il leader se non sbaglio…
«Non è proprio così. Tutto è nato durante la pandemia quando ho fondato la Composers & Improvisers Community Project, un progetto collettivo, di cui sono direttore artistico: con il lockdown si pubblicava solo on line e sembrava che tutti si fossero messi a competere su chi faceva uscire più video, una sorta di guerra e una specie di catarsi. Ho pensato che, forse, era meglio unire più musicisti per indirizzare questo flusso massiccio di pubblicazioni in qualcosa di compiuto e maggiormente visibile. Quello che realmente è successo è che si è creato un bel gruppo di musicisti, dai video si è passati allo scambiarsi progetti, musiche. Così ho conosciuto Francesca e Federico, per esempio. Su whatsapp mi sono trovato a discutere con loro su come pubblicare un disco, trovare una casa discografica. Ed è nata l’idea di diventare “editori di noi stessi”, progetto a cui avevo già pensato. Così s’è creato un gruppo di nove persone, tra cui anche Francesca e Federico. Habitable Records non ha un capo, siamo tutti leader: far musica, produrre il più liberamente possibile, avere supporti di comunicazione e marketing. A sostegno del progetto abbiamo creato un’associazione culturale in Portogallo (che ha un nome legale ma non ancora uno ufficiale per il pubblico) con l’obiettivo di pagare un musicista perché produca musica. Nel caso di Mountains sono stato pagato perché ho avuto un aiuto, ma creare con più facilità un circuito virtuoso sarebbe il nostro obiettivo. Con Antena 2 – RTP (la radio portoghese) abbiamo stretto un accordo  per montare una serie di concerti on line con programmazioni a distanza: organizzo un duo, ognuno vive nel proprio paese, e li faccio suonare insieme. Questo, tutti i mesi. Si chiama Intersections: un musicista inizia a suonare e alla fine si fonde la performance di un altro per un totale di mezz’ora di concerto. I musicisti per questo vengono pagati. Il cachet è diretto dalla radio al musicista. Questo è il nostro spirito. È giusto che un musicista sia pagato per il proprio lavoro».

Un altro ritratto di Javier Subatin – Foto Raquel Nobre G.

Come vedi la professione del musicista in un mondo di musica mainstream dove c’è poco spazio per giovani di certo valore?
«C’è un mercato per il tipo di musica che facciamo noi. Che non sarà mai mainstream. Ci sono due scelte: la prima, è fare molti concerti (in questo momento non è molto facile), la seconda, insegnare. Mi sono sempre mantenuto insegnando musica. La produzione musicale mi dà un extra. Il mio obiettivo è quello di invertire le mie fonti di reddito!».

Fare concerti è complicato anche senza pandemia…
«Certo, perché il musicista dovrebbe fare anche l’agente. Quello che sta succedendo ora è che gli agenti guadagnano molto di più insegnando ai musicisti a diventare anche agenti. Un paradosso…».

Changüí: storia degli autostoppisti musicali. Parola di Gianluca Tramontana

Il 30 luglio scorso è uscito un box set, tre compact disc più un libro di 124 pagine, dedicato alla musica Changüí, dal titolo, Changüí – The Sound of Guantánamo. Molti si staranno chiedendo che tipo di musica sia. Riassumendo in poche parole, una musica folk, nata nell’Oriente di Cuba, nel distretto di Guantánamo, nella seconda metà dell’Ottocento. Musica contadina, musica delle piantagioni, qualche etnomusicologo sostiene sia l’antesignano del son cubano, quello dei Buena Vista Social Club, per intenderci, di cui vi ho parlato qui. Una rarità, se si considera che, dopo oltre un secolo, è una musica che si suona ancora – e in modo effervescente – nei centri rurali del distretto. Per chi ha conosciuto Cuba, la sua storia, i suoi abitanti, e se ne è innamorato, il Changüí è un capitolo che vale la pena leggere e ascoltare. È nato a Baracoa, la Ciudad Primada, qui sbarcò Cristoforo Colombo e con lui, la forza bruta della colonizzazione spagnola, che almeno ha lasciato una bella cittadina coloniale, dall’aria decadente, di grande attrazione, e un popolo formato a forza tra indios, europei e africani, portati in schiavitù sull’isola. Culture che si sono fuse, ritmi e suoni che hanno cambiato per sempre il cuore musicale degli abitanti.

Storie già viste in altri luoghi dell’America Latina, a partire dal Brasile. Permettetemi una breve digressione: sono stato a Cuba nei primi anni Novanta (allora lavoravo in un giornale che era una sorta di bibbia del viaggiatore, Weekend Viaggi, finito poi miseramente). Era il cosiddetto Periodo Especial, la grande crisi che colse l’isola dopo la dissoluzione dell’Impero Sovietico. Tutti stavano male, nessuno aveva più nulla e ciascuno si arrangiava come poteva. Con il mitico Marco Casiraghi, fotografo di grande abilità ed esperienza, andammo a Baracoa. Un posto meraviglioso, e poi a Guantánamo, dove fummo portati nella base dell’esercito cubano che aveva il compito di controllare la base americana. Qui, davanti a un plastico che riproduceva l’”angolo Usa” ci spiegarono con dovizie di particolari cosa stessero facendo gli yankee in quel momento. C’era persino un mirador, un belvedere, con tanto di binocolo e bar, dove sorseggiando una birra si potevano osservare “da vicino” portaerei, corazzate, sommergibili all’ancora nella base. Altri tempi. In quei giorni frequentammo quasi tutte le sere la Casa de La Trova, un locale aperto a tutti i musicisti, dove chi voleva entrava, saliva su un palchetto malconcio e suonava. La gente, ascoltava, cantava, ballava. Serate indimenticabili. La più bella e organizzata era la Trova di Santiago de Cuba. Però Baracoa aveva un che di assolutamente magico che mi porterò per sempre nel cuore.

Gianluca Tramontana intervistato alla BBC – Foto Jack Howson

Torniamo a questo capitolo: a scriverlo e a registrarlo in presa diretta in due anni di ricerca, dal 2017 al 2019, è stato un italiano, milanese, da oltre trent’anni a New York, Gianluca Tramontana. Classe 1966, musicista, giornalista, appassionato di roots music, sia americana sia latino-americana, Gianluca è stato collaboratore di testate musicali storiche, come Rolling Stone, e lavora tutt’ora per l’inglese Mojo. Ha un programma radiofonico molto seguito su Radio Free Brooklyn, Sitting With Gianluca, dove, tutte le settimane, tiene conversazioni legate alla musica con artisti famosi e meno famosi purché abbiano qualcosa di interessante da raccontare. L’ho contattato e, settimana scorsa, abbiamo fatto una lunga e bella chiacchierata via Skype.

Gianluca, roots music, amore a prima vista…
«Sono un appassionato, e il Changüí ne è uno straordinario esempio. È come il primo blues del Mississippi. D’altronde, Guantánamo è un po’ come il Sud degli Stati Uniti, tradizionalmente povero, una zona agricola. Anche il periodo in cui è comparso si avvicina a quello del Blues americano e, se vogliamo, dello Choro brasiliano, nella seconda metà dell’Ottocento».

Dunque, ha poco a che vedere con il son cubano che conosciamo…
«Il Changüí non è la musica cubana che siamo abituati ad ascoltare, quella che potremmo definire straight time, dove il ritmo è lineare, non sincopato. Mi ha catturato proprio perché ha swing, inizia in un modo ma non sai mai dove va a parare, prende direzioni diverse, ha cambi improvvisi di ritmo. La sua origine, per ritornare alla storia, è più o meno coincidente con le guerre indipendentiste cubane che poi hanno generato la nascita di Cuba come stato indipendente, avvenuto nel 1902. Riflette lo stato d’animo, la cultura, dei lavoratori delle piantagioni, le loro provenienze. C’è l’Africa, l’indigeno nelle maracas (il Changüí di Baracoa, per esempio, è molto più indio di quello di Guantánamo), quindi ci sono elementi francesi provenienti dalla vicina Haiti…».

Bello il paragone con Blues e Choro. Sono tutti generi che implicano improvvisazione. Come quello con la storia americana e quella brasiliana. A Cuba le guerre indipendentiste contro la Spagna, le pulsioni americane di conquista dell’isola già a quei tempi, l’avvento di José Martí, considerato il padre della Patria, morto combattendo nella Guerra Necesaria…
«La musica delle radici è quella della propria storia. Gli storici normalmente partono, nelle loro esposizioni dei fatti, dall’alto verso il basso, dalla situazione generale, dai governi e mai dalla gente. La testimonianza storica di questi agricoltori, lavoratori delle piantagioni è riposta nel Changüí. Nelle loro canzoni si trova tutta la narrazione della loro vita, delle gioie, dei dolori, dei problemi di tutti i giorni. Come esiste il terroir nel vino, esiste anche il terroir di Guantánamo, che è questa musica. La storia del distretto è raccontata nei minimi particolari, giorno dopo giorno, da questi artisti, tutte persone che, per vivere, fanno due o tre lavori. Come giornalista mi attraggono le storie non ancora scritte. Benjamin Lapidus (musicista ed etnomusicologo newyorkese, ndr) ha scritto un libro sul Changüí, Origins of Cuban Music and Dance: Changüí (2008). Non sono un etnomusicologo, non ho gli strumenti per elaborare certe teorie. Ti dico solo che il Changüí tradizionale non è molto conosciuto fuori da Guantánamo e che, per questo, conserva tutto il suo potenziale espressivo».

Come ne sei venuto a conoscenza?
«Quindici anni fa mi trovavo a Manzanillo (città sul golfo di Guacanayabo, nel distretto di Granma, ndr), inviato da NPR (National Public Radio, una delle maggiori emittenti americane, ndr). Dovevo andare in onda, c’era Fidel Castro che parlava. Qualcuno aveva una cassetta di Changüí tradizionale che faceva suonare in un registratore. Incuriosito, ho chiesto in giro che tipo di musica fosse e tutti mi risposero che il Changüí erano Elio Revé e suo figlio Elito. Invece non era quella la musica che mi aveva incuriosito, era come se avessi ascoltato Robert Johnson e mi fosse stato detto degli Allman Brothers o di Eric Clapton. Per anni ho continuato a chiedere informazioni sulla tradizione Changüí, ma nessuno mi ha potuto dire altro se non che gli esponenti del genere erano Los Van Van e Revé, tutti musicisti che fanno ottima musica, ma moderna e urbana. Questa è considerata Changüí dalla maggior parte dei cubani e dai fan della musica cubana in tutto il mondo, ma non era quella che avevo sentito, un suono “rustico”, acustico come dire, loose but tight. L’unico modo per saperne di più era andare direttamente a Guantánamo e scoprirlo da solo. La mia intenzione originale era confezionare un pezzo per NPR di cinque minuti su quella musica, ma nessuno aveva dei Cd, quindi ho dovuto registrarli mentre suonavano. Il progetto originale s’è sviluppato in un altro e sono caduto in un vortice di due mesi durante il mio primo viaggio, che poi è diventato un’odissea di registrazione di due anni e mezzo».

Dovevi fare un semplice servizio e invece…
«…Invece sono stato coinvolto in un mondo incredibile. Dal “semplice” lavoro che dovevo preparare mi sono ritrovato a viaggiare per due anni nei paesi del distretto di Guantánamo, ascoltando vari gruppi e registrando oltre 250 brani. Nel box set ne ho selezionati 51 (qui il video promo del lavoro, ndr). Come avrai potuto sentire, c’è una caratteristica fusione di culture che trovi solo in questo luogo. Ti consiglio di leggere Cuba and Its Music: From the First Drums to the Mambo di Ned Sublette, quasi settecento pagine, un libro scintillante, dove capisci come il rock’n’roll proviene da Cuba, passando prima da New Orleans con il Rhythm&Blues. È una collisione di ritmi africani, melodie spagnole che portano con sé un bagaglio di influenze arabe. Insomma questi musicisti sono degli autostoppisti musicali!».

Finora abbiamo parlato della musica, ma, come ho letto in alcune altre interviste che hai rilasciato negli Usa e in Francia, il Changúí è molto altro…
«È danza, la musica senza ballo non esiste, ma è soprattutto comunità. Non si suona per farsi ascoltare, ma per stare insieme. Tutti possono intervenire, è un sistema aperto dove ognuno può interagire. È questa la bellezza. Su una struttura di canto fissa, un verso che viene ripetuto più volte, si inizia a inventare, inventa chi interviene nel canto, che però deve essere attinente al tema, inventano i musicisti che si chiamano ai cambi di ritmo con gli strumenti».

Gianluca Tramontana registra Las Flores del Changüí – Fotografo sconosciuto

Quali sono gli strumenti musicali generalmente usati?
«Di base sono tre, il Tres, tipo di chitarra che esiste solo a Cuba, con sei corde raggruppate in tre coppie, la Marímbula (una sorta di cassa acustica con delle linguette di acciaio, un basso ante litteram, ndr) e il bongo, l’equivalente del nostro “chitarra, basso e batteria”! In più ci sono il guayo (strumento idiofono a raschiamento, ndr) e le maracas. Gli strumenti in genere sono costruiti in casa, sono “rustici”. Quando se lo possono permettere, i musicisti si comprano anche ottime chitarre. C’è un gruppo che mi è rimasto nel cuore, Las Flores del Changüí, composto da sole donne. Floridia Hernández Daudinot, la fondatrice, suonava un Tres ridotto male. Quando le ho registrate e portate a mixare, non si potevano ascoltare. Quindi, sono ritornato a Cuba, con un Tres nuovo che le ho regalato e abbiamo inciso nuovamente». Ascoltate Guarijira.

Il suono di Tres, Marímbula e bongo creano quell’atmosfera festosa…
«I tre strumenti si connettono e si chiamano tra loro, improvvisando uno sull’altro. Il Changüí è come un brano pop. C’è un verso, che poi nessuno ricorda, poi c’è un coro che va e va e va e non finisce più. Un brano può durare pochi minuti come mezz’ora o più, dipende dalla situazione in cui ci si trova. Ci sono feste che continuano un intero weekend. Alcuni brani esistono come canzoni, con musica e parole codificate, ma in genere è tutto una “chiamata e risposta”. È musica per la comunità dove tutta la comunità può collaborare. Il circolo è aperto, si canta, si balla, il Tres chiama il bongo che a sua volta chiama la Marímbula. Quando lo ascolti dal vivo cadi in questa spirale, è una sensazione indescrivibile. Nelle registrazioni ho cercato di farla percepire. Ho lasciato che i musicisti si disponessero nel modo migliore, normalmente in cerchio, e ho registrato. In alcuni brani si sentono in lontananza gli uccelli che cantano e i maiali che grufolano. Ho fatto il giornalista, non il produttore. Volevo testimoniare un’esperienza e una storia».

Gianluca Tramontana – Foto di Kate Peila

Il box set è uscito il 30 luglio: com’è stato recepito negli Stati Uniti?
«Molto bene, sono soddisfatto! Nelle classifiche del circuito NACC (North American College and Community Radio Chart, ndr), è stato al primo posto per il genere Latin otto settimane consecutive, nella top assieme a Yola e Billie Eilish… L’ascolto delle radio dei college è molto importante, perché vuol dire che i ragazzi hanno trovato nel Changüí una ragione di divertimento, musica e ballo, significa che è un genere che ha colpito il cuore! Quando fai un progetto non sai se piacerà o meno. Volevo presentare la musica per quello che è, tradizionale ma anche moderna. L’ho proposta come se fosse una collezione pop, perché è accessibile e importante visto che ti racconta una storia».

Gianluca tu hai una teoria sulla musica, giusto?
«Per me la musica senza ballo non esiste. Mi spingo a dire che non è un’arte ma un’esigenza primaria per l’uomo, come bere, mangiare, dormire. Era così mille, duemila, diecimila anni fa, e la musica e il ballo viaggiano insieme. Volendo fare una distinzione, secondo me esiste la “Musica Arte”, che si fa in privato, vene scritta, prodotta a casa propria e, magari, un disco nato quattro anni prima, vede la luce senza un’attualizzazione perché si decide di proporlo al mercato. E poi c’è la “Musica folclorica”. Non è un genere, è musica che si suona all’aperto, dove la gente può partecipare. Una musica che si crea lì e che rimane irripetibile, perché è stata eseguita in quel preciso momento. Nel box set, c’è un brano, De aqui pa’ Italia, di Mikiki and his Brothers, che racconta proprio di me. Se la sono inventata al momento e l’ho cristallizzata nella mia registrazione».

Avrei potuto restare a parlare con Gianluca per ore. Con questo box set è riuscito a costruire un piccolo capolavoro in nome del valore sociale e artistico della musica, ad aprire uno spaccato su una piccola regione cubana e su una delle più belle e interessanti storie dell’isola. Come scrive nella presentazione Arturo O’Farrill, musicista, compositore e fondatore della Afro Latin Jazz Orchestra: «Gianluca Tramontana ha scoperto che l’essenza della vita può essere ridotta (o amplificata) alla semplice pratica di suonare il tres, pizzicare la marímbula, percuotere il bongo o “grattare” il guayo. Ha scoperto che nel pantheon degli eventi della vita niente – e sottolineo, niente – è più importante di afferrare la nostra vita e usare la musica del changüí per prendere in mano e plasmare i nostri cuori in modo da averne sempre il controllo, non importa quale sia il nostro quotidiano».

Intervista: NicoNote, le Limbo Session e un disco prezioso

Nicoletta Magalotti, aka NicoNote – Foto Giada De Nigris

È da sempre un’attenta studiosa della voce e del linguaggio. Ma è soprattutto un’ottima cantante, dotata di una gran bella voce, impostata e potente, ed è pure una brava attrice. Adora insegnare, didattica della vocalità, che non significa solo canto, ma impostazione della voce, public speaking… Un paio di mesi fa ha pubblicato con Wang inc., uno dei tanti moniker di Bartolomeo Sailer, quello più politico e combattivo, un disco chiamato Limbo Session 1. Poi ci arriveremo al titolo, ma prima vi presento Nicoletta  Magalotti, italo austriaca, nata a Rimini 59 anni fa. In arte è NicoNote ed è stata la cantante e il perno dei Violet Eves, band importantissima della New Wave italiana, negli anni Ottanta, molto apprezzata anche all’estero. Con lei, autrice dei testi delle canzoni, c’erano Franco Caforio, Gabriele Tommasini, Leonardo Militi e Renzo Serafini. Coloro che hanno vissuto la giovinezza in quel periodo li ricorderanno di sicuro. Pubblicavano per I.R.A. Records, casa discografica dove, nello stesso periodo, incidevano anche i Litfiba, i Moda (a proposito, l’ex cantante, Andrea Chimenti, proprio stasera, nella notte di San Lorenzo, pubblicherà il suo nuovo singolo Milioni, preannuncio del nuovo album, nei negozi a novembre, Il Deserto La Notte Il Mare), gli Underground Life e i Diaframma. Ascoltate qui la bellissima Aaria dall’album Promenade.

Veniamo a Limbo Session 1. Un lavoro ricercato, dove l’elettronica di Wang inc. interagisce con  le escursioni vocali di NicoNote. Qui due brani che trovo significativi del lavoro proposto, La Buddessa motociclista del Ladakh e Iam Lucet. Episodi diversi tra loro, dove si mescolano la passione di Nico per autori, come la poesia civile di Amelia Rosselli, i riferimenti beat di Lawrence Ferlinghetti, andatosene a 101 anni nel febbraio scorso, i versi e le testimonianze del poeta barbadiano Kamau Brathwaite che bene descrisse (e studiò) la diaspora africana. Le sue improvvisazioni vocali si fondono con i pattern di Wang inc., tappeti misteriosi dove NicoNote può lavorare su ambienti jazz, accenti post punk e clubbing. Un disco difficile, che necessita di più ascolti, prodotto dal collettivo Rizosfera e distribuito dall’inglese Rough Trade. Ma che poi, improvvisamente, si svela in tutta la sua bellezza e solidità. Non è mai semplice improvvisare, bisogna conoscere e studiare molto, avere la padronanza dello strumento, in questo caso della voce, divertirsi a scoprire nuovi fonemi, cercare una complicità continua con la musica per ottenere effetti che possono sembrare dissonanti ma che in realtà sono il sale del lavoro.

La chiamo un venerdì pomeriggio. Mi risponde dal salisburghese, dove sta trascorrendo un periodo rigenerativo di ferie e stimoli culturali. Iniziamo subito a parlare di musica. Chiacchierando si arriva all’uso della voce nel rap e nella trap. «Hai notato che mozzano le parole?», mi dice. «Quando li ho ascoltati per la prima volta ho provato una curiosità enorme: se decidi di lavorare sulla lingua e cambi le parole fai un atto fortissimo. Ciò mi fa riflettere, senza giudizi sul genere musicale».

Nico, come è iniziata la tua vita artistica. O, forse è meglio dire, le tue vite?
«Ho iniziato a 16 anni, con il francese Roy Hart Theatre e successivamente con Yoshi Oïda e quindi con la polacca Akademia Ruchu. Sapevo di avere una voce e lavorare con questi istituti e queste persone mi è servito molto nella formazione. Crescendo, tra i 25 e 30 anni, ho incontrato Tiziana Ghiglioni (grande cantante jazz, amante della sperimentazione e docente, n.d.r.) e poi la straordinaria Gabriella Bartolomei che è stata importantissima per me nell’apertura della vocalità. Ho iniziato a fare workshop molto presto, focalizzando la mia professionalità negli ultimi 15 anni».

Poco più che ventenne hai fatto parte dei Violet Eves, band leggendaria nel panorama della New Wave italiana…
«Mi è sempre piaciuto far parte di progetti che sono mondi a sé. Uno di questi è stata l’esperienza con i Violet Eves. Abbiamo pubblicato tre dischi dischi, Listen over the Ocean (1985), Incidental Glance (1986, uscito anche in Giappone via Nippon Philips) e Promenade (1988, uscito anche in Francia per Ira /Barclay, prodotto da Roberto Colombo con ospiti Patrizio Fariselli e Mauro Pagani). Abbiamo tenuto concerti in tutta Italia, Francia, Svizzera, Austria, Grecia, partecipato a festival e circuiti underground. Il nostro suono era tra new wave, dream pop e indie. È stata un’esperienza molto interessante, un momento molto nuovo, l’inizio di una scena, sono felice e orgogliosa di esserne stata parte».

NicoNote – Foto Giada De Nigris

Oltre ai Violet tu hai cantato usando vari moniker…
«Il primo che mi sono data, attorno ai vent’anni, è stato Fräulein Rogèe, facevo performance con la Sguinc Way, collettivo di artisti di base tra Romagna e Milano, installazioni e musica… Poi ho fatto album come AND, collettivo nato nel 1999 con Andrea Felli, compositore e producer, e David Love Calò, dj con cui ho poi lavorato al Cocoricò…».

NicoNote…
«È un progetto sonoro, poi diventato un nome d’arte che ho usato per firmare progetti dal 1996. L’ho vissuto come un nuovo corso musicale. NicoNote nasce nel clubbing».

Prima di arrivare a Limbo Session 1 c’è un passaggio fondamentale, il Morphine…
«Il Morphine è stato un’altra grande esperienza. L’abbiamo creato nella cattedrale techno del Cocoricò. Venivo dalla New Wave, avevo inciso sempre con etichette indipendenti, alcune affiliate a grandi major. Questa situazione mi stava stretta, ero anche un po’ delusa e ferita. Per cui ho dovuto ritrovare un punto con me stessa e l’ho visto nella performance situazionista e nel teatro. Nel ’93 ero sul punto di sospendere tutto. Lavoravo al Cocoricò. Mi chiama Romeo Castellucci per interpretare, nell’Orestea, il ruolo di Cassandra. Un lavoro molto visionario che mi ha segnato, rendendomi ancora più radicale. In questa particolare situazione della mia vita si inserisce il Morphine…».

Avete iniziato nel 1994 e siete andati avanti fino al 2007…
«È stata una grande esperienza Un laboratorio dove, con Davide Love Calò, dj resident, abbiamo sperimentato davvero di tutto. Da noi sono venuti grossi nomi, come Arto Lindsay, Roberto Cacciapaglia, Hector Zazou… C’è passato anche Franco Battiato. Era un posto dadaista, molto wharoliano. Ho iniziato a improvvisare con la voce sui suoni di Davide. Mi piaceva cantare senza essere sul palco, nascosta, per vedere le reazioni del pubblico. Sono state esperienze uniche… Loris Riccardi, direttore artistico del Cocoricò, mi chiese così di mettere il mio nome sui flyer che venivano stampati di continuo. Così, non potendo chiamarmi solo Nico, perché c’era la ben più famosa – e da me amata – Nico (The Velvet Underground, ndr) ed essendo Blue Note la mia etichetta del cuore, sono diventata NicoNote! E qui, nella cornice del Morphine, sono nate le Limbo Session.».

Bartolomeo Sailer aka Wang inc. – Foto Giada De Nigris

Limbo Session che hai ripreso nel tuo ultimo lavoro…
«Nelle Limbo ho messo tutta la mia esperienza, lavori non solo musicali ma anche teatrali, nel definire il suono, gli spazi, le luci i colori. Una voce che non fa del marketing la sua direzione ma che si ricollega a un vissuto, a mondi epocali che talvolta non hanno a che vedere con il mercato. Ero e sono una presenza indipendentissima. Con Wang inc., con cui avevo collaborato già in precedenza, ho una bella intesa. Abbiamo voluto fissare un momento, un flusso emozionale capace di rappresentare ciò che le Limbo Session sono diventate oggi, frutto di una lunga, instabile, stratificazione culturale. I Rizosfera ci hanno chiesto di fare un album rigorosamente live, di improvvisare. Esperienza interessante, soprattutto quando si è trattato di scegliere i brani da mettere nel disco. Dove si trovano aspetti più umorali, ogni frammento in questa session ne ha. Post clubbing, direbbero i miei editori. Le Limbo sono, appunto, una condizione di indefinizione totale, dove tutto può accadere».

Il lavoro è uscito solo in vinile?
«Anche in Cd. Supporti materiali con cui riesco a spiegare il mio concept attraverso un booklet con una grafica bellissima, anche se, per chi acquista il vinile dal sito, Rizosfera dà la possibilità di avere via mail uno streaming personalizzato illimitato».

Un’espressione di ciò che è stato il clubbing…
«Era un laboratorio dove far accadere delle cose. Non aveva nulla a che fare con la discoteca. Un luogo dove sperimentare delle visioni. È generazionale, quasi sociologico. In quegli anni ho ibridato situazioni, come ad esempio forme teatrali con la Societas Raffaello Sanzio e Romeo Castellucci. Ho cercato di unire clubbing, teatro d’avanguardia e musica elettronica».

NicoNote e Wang inc. – Foto Giada De Nigris

A proposito, che genere di musica ascolti?
«Non ho generi definiti, per lo più molta classica e jazz. Ascolto anche il silenzio, John Cage ne ha fatto una bandiera. Posso dirti cosa sto ascoltando adesso, per lo più Mozart. In genere, mi piace incontrare musica che mi piace, ma ascolto anche musica che non è nelle mie corde, ma che mi serve per una determinata drammaturgia».

Dopo il Morphine hai abbandonato il clubbing?
«Ho continuato a nutrire molta curiosità per il clubbing. Con Piefrancesco Pacoda, giornalista e saggista, abbiamo ideato un format, Tenera è la Notte, dedicato a Dino D’Arcangelo, giornalista de La Repubblica che ha capito e interpretato la nascita e lo sviluppo della Club Culture in Italia nella sua storica e omonima rubrica, presentata al MIR Tech di Rimini. Che poi è diventato un libro, Tenera è la Notte. La club culture di Dino D’Arcangelo. E anche un premio. Faccio parte della giuria assieme a Ernesto Assante, Pierfrancesco Pacoda, Simona Faraone, Francesco Costantini, Principe Maurice, Pierluigi Pierucci, Claudio Coccoluto, Damir Ivic… È uscito a luglio anche un bellissimo docufilm che racconta la storia di quegli anni, Disco Ruin, di Lisa Bosi e Francesca Zerbetto.

Nico, la tua vita artistica è ricchissima, musica, cinema, teatro, organizzatrice di eventi, ma anche la didattica della voce…
«È un altro aspetto del mio lavoro. Lo faccio come libera professionista a Bologna. Ho allievi di ogni tipo, dal cantante all’attore al manager che vuole imparare a catturare l’attenzione durante un discorso. Insegno a usare la propria voce. In alcuni casi c’è anche un risvolto di consapevolezza e benessere. Sono sempre stata attratta dalla voce. Il mio bilinguismo (sono austriaca da parte di madre), credo abbia contribuito al mix dei miei suoni e del mio immaginario».

Intervista: Marisa Monte e le sue “Portas” aperte sul futuro

Marisa Monte – Foto Leo Aversa

Oggi vi voglio portare ancora in Brasile. Questa volta per parlarvi di un’artista che, in molti anni di attività, è diventata di diritto una delle musiciste internazionali più ascoltate, quotate e influenti del paese sudamericano. Lei è Marisa Monte, carioca di nascita, una voce estremamente raffinata, una cultura musicale vastissima che spazia dalla musica popolare alla classica, dal jazz al samba e alla bossanova e una vita dedicata alla contaminazione, alle collaborazioni con musicisti dalle provenienze più disparate.

Il 2 luglio scorso ha pubblicato Portas, album composto da 16 tracce, un racconto, per chi la conosce, che ha del cinematografico. Sedici brani che catturano, conquistano, raccontano storie. In Portas c’è amore, romanticismo, passione, tristezza, allegria, speranza, futuro. Se dovessi fare un paragone, è come vedersi un film alla La La Land. Basta ascoltare il brano Portasquello che dà il titolo all’album, per capire quale sia la direzione del nuovo lavoro della Monte. Qual é a melhor?/ Não importa qual/ Não é tudo igual/ Mas todas dão em algum lugar/ E não tem que ser uma única/ Todas servem pra sair ou para entrar/ É melhor abrir para ventilar/ Esse corredor… Qual è la porta migliore? si chiede. La risposta arriva subito dopo: non ha importanza quale sia, non è tutto uguale. Ma tutte le porte aprono in un qualche posto. E, non necessariamente deve essere una porta sola, tutte servono per uscire e per entrare. È comunque meglio aprire per far cambiare aria a questo corridoio. Metafora dei tempi correnti…

Ho l’appuntamento su Zoom. Lei mi risponde da Rio de Janeiro, elegante come sempre, seduta su sfondo nero dietro diverse chitarre, se ne intuiscono le silhouette.

Prima dell’intervista torniamo un attimo alle collaborazioni, perché dicono molto: innanzitutto c’è quel geniaccio di Arto Lindsay, vecchia amicizia di Marisa, grandi collaborazioni, una su tutte, il secondo disco, Mais, prodotto da Arto. E poi Arnaldo Antunes, ex Titãs e compagno nell’avventura Tribalistas con Carlinhos Brown. Il fado Vagalumes è un piccolo omaggio, un gioiello incastonato nelle terre lusitane. Carlinhos non c’è in Portas, in compenso è presente il figlio, Chico, nipote di Chico Buarque de Hollanda, uno dei miti della musica brasileira (ascoltatevi Calma).

C’è anche Nando Reis, altro Titãs (vi consiglio, se ne avete voglia, di mettere sul piatto un po’ di album della rock band nata a São Paulo negli anni Ottanta), Dadi Carvalho, bassista che ha suonato nei Novos Baianos e nei Barão Vermelho (ascoltatevi la bella A Língua dos Animais, frutto della collaborazione tra Marisa, Arnaldo e Dadi) e poi Marcelo Camelo, polistrumentista e anima dei Los Hermanos, gruppo pop rock della fine anni Novanta, quindi Seu Jorge, con cui Marisa ha collaborato più volte, qui in Portas con la figlia Flor, grande voce, nell’ultimo brano, Pra Melhorar! Per continuare con Pretinho da Serrinha, compositore di samba, per un brano tutto da godere, Elegante Amanhecer dedicato alla Portela, scuola di samba carioca, di cui Marisa è sostenitrice, tra cavaquinho, cuica e surdo: Foi lindo de ver a Portela/ O sol raiando/ Elegante amanhecer/ Seu canto ecoou na passarela/ Auê auê salve o samba, salve ela…

La cover dell’album e l’intero concept visivo del disco sono opera dell’artista Marcela Cantuária. «Il progetto è diventato un dialogo audiovisivo tra due donne contemporanee che hanno prestato la oro sensibilità al servizio dell’arte», spiega la musicista. «Marcela è riuscita a rappresentare sia me sia le mie canzoni».

Marisa, un disco di 16 tracce dopo dieci anni dall’ultimo tuo lavoro, come mai tanto tempo?
«Mi sono dedicata a tantissime altre collaborazioni e progetti, come il tour con Paulinho da Viola (uno dei grandi artisti di samba brasiliani, ndr). Doveva essere un minitour in Brasile e si è trasformato in un grande successo! Poi ho lavorato a un progetto d’archivio, Cinephonia, (trent’anni di carriera con inediti audiovisivi, raccolti e catalogati, inaugurato nel marzo dello scorso anno, ndr), ho pubblicato con Carlinhos e Arnaldo il secondo disco Tribalistas… Nel frattempo ho continuato a scrivere, comporre. Non è stato un disco programmato. Quando ho deciso di trasformare quel materiale in un album, avevamo deciso di iniziare a registrare nel maggio 2020 a New York, con Arto Lindsay. Ma con la diffusione della pandemia e il lockdown è saltato tutto. Abbiamo, quindi, rinviato a novembre. Ma poi, vista l’impossibilità di trovarci fisicamente, abbiamo provato a registrare un paio di basi via Zoom tra Rio e New York. Il lavoro stava venendo bene, quindi abbiamo iniziato a lavorare insieme, ho incontrato tanti collaboratori internazionali senza muovermi da Rio! Così abbiamo lavorato a Rio de Janeiro, Los Angeles, New York, Lisbona, Madrid, Barcellona, Seattle…».

Foto Leo Aversa

Sedici canzoni sono tante in un disco…
«In realtà sarebbero 18 tracce,  mi rimangono ancora due brani che pubblicherò, il primo tra poco, e il secondo lo terrò per quando inizierò il tour, il prossimo anno».

Parlami di Portas. Il mondo è pieno di porte che si aprono e si chiudono…
«Volevo cantare un po’ di speranza, fornire uno sguardo diverso, positivo del mondo, visto che, soprattutto in questi due anni, siamo stati molto negativi, insicuri. Nonostante tutto quello che è successo con il Covid19, penso che oggi noi siamo comunque migliori di 50 anni fa. Credo che sia meglio vivere il presente, nonostante tutto quello che è accaduto, perché in questo presente abbiamo intavolato molti temi di discussione, dal guardare il mondo con più attenzione e rispetto, al lavorare per una società più aperta, rispettosa dei diritti di tutti. Il mio è stato un lavoro all’opposto del negazionismo, diciamo di “affermazionismo”. Una resistenza poetica e amorosa, una forma di protesta fatta in tutte le forme possibili. Ci vuole molto coraggio nel difendere l’amore!».

Frame dal brano “Portas” che apre il disco.

A proposito di negazionismo, la situazione politica in Brasile non è delle migliori. Hai voglia di parlarmene un po’, mi interessa sapere come la pensi…
«In Brasile c’è stata una sovrapposizione di crisi, la pandemia e una crisi democratica senza precedenti. Non è molto diverso dal resto del mondo occidentale, però. Lo stesso problema c’è stato in America con Trump, c’è in Europa, lo avete avuto anche in Italia. Credo, voglio credere, che questa sia un situazione che non potrà durare ancora a lungo. Passerà, perché questa crisi democratica genererà una gestione futura del progresso».

Il presidente Bolsonaro non vede di buon occhio la cultura, non tiene molto in considerazione voi artisti.
«Alla base c’è un pensiero retrogrado che non considera la cultura come un potente forza economica che genera indotti, ma piuttosto come un nemico ideologico. Purtroppo per loro, per fortuna non si torna indietro. Non ritorneremo nell’oscurità, si dovrà andare avanti, con orgoglio. Credo che tutti questi problemi che hanno i paesi democratici risiedano nel come è veicolata l’informazione, praticamente senza controllo. Le fake news continuano a essere molto disturbanti per i paesi che credono in certi valori. E non sto parlando solo del Brasile».

Tornando a Portas: hai attinto da tutto il bagaglio della musica brasiliana, dal rock di Rita Lee, alle composizione in bilico tra MPB e jazz di Milton Nascimento, al rock degli anni Ottanta, Titãs, Barõ Vermelho, al Samba, alla bossanova e persino a quel nuovo fado portoghese che negli ultimi anni ha rivoluzionato un genere quasi intoccabile…
«Vero, tutti gli artisti che hai citato e che hanno lavorato in quegli anni incidevano dal vivo in studio, tutti insieme. Questa è la grande forza della collaborazione, del creare qualcosa di unico. Purtroppo la pandemia ci ha costretto a lavorare diversamente: era un mio desiderio ma anche una vera impossibilità. Credo che incida sulla dinamica musicale anche se è stato fatto un ottimo lavoro! Ho sempre voluto collaborare con artisti di generazioni diverse perché credo che queste contaminazioni influiscano positivamente sul pubblico: mi ascoltano la nonna e la nipotina! Anche in questo lavoro ho avuto degli arrangiatori incredibili, da Arthur Verocai, musicista di grande esperienza, al giovane Antonio Neves, al mio coetaneo Marcelo Camelo».

Marisa, un’ultima domanda: cosa ti aspetti da questo nuovo album?
«In Brasile è stato accolto benissimo, oltre tutte le aspettative. Spero che possa portare in questo momento amore, poesia e anche talento».

Thiago Nassif, la nuova musica brasiliana. Parola di Arto Lindsay

Thiago Nassif in un ritratto di Caio de Paiva

Quando si parla di musica brasiliana, quelli della mia “era” – cresciuti tra gli anni Settanta e Ottanta – sono rimasti ancorati ai classici della bossanova (nata alla fine dei Cinquanta) e ai psichedelici Os Mutantes, parte di quel movimento, il Tropicalismo, che ha rivoluzionato la musica brasileira assieme a Caetano Veloso, Gilberto Gil, Gal Costa, Maria Bethania, Tom Zé… ma anche al rock del mitico Raul Seixas, al punk, quello nato a Brasília con gruppi come i Plebe Rude, per intenderci, ai roqueiros di São Paulo, i Barão Vermelho, i Titãs, a Rio de Janeiro i Paralamas do Sucesso, a Porto Alegre gli Engenheiros do Hawaii, nel metal, i Sepoltura… Insomma, un fermento musicale incredibilmente vario che – almeno a me – ha fatto chiudere occhi e orecchie alla musica venuta dopo.

Il mainstream di oggi è quello del resto del mondo: l’urban nelle sue varie declinazioni, il pop di facile successo alle Anitta, che, sinceramente, mi getta in un profondo sconforto. Tutta questa tirata per dirvi che la mia idea su una musica brasiliana ferma, ripetitiva, poco o per nulla creativa, improntata a quel declino culturale che è arrivato – ed è un paradosso – con i social, ha incominciato a incrinarsi quando ho ascoltato Thiago Nassif.

C’è vita su Marte, ho pensato! Qualcosa di davvero originale, nuovo, profondo, ricercato, raggiungeva l’Europa. Thiago ha 41 anni è nato e cresciuto a São Paulo, si è trasferito a Rio de Janeiro «perché c’è più fermento creativo». Ha pubblicato il suo quarto album, Mente, uscito giusto un anno fa, un disco esemplare che ha seguito un percorso coerente, testimoniato dai suoi precedenti lavori, soprattutto Práxis, del 2011, e Três, del 2016 (rieditato due anni dopo per la casa discografica inglese Foom), coprodotto con Arto Lindsay.

Proprio ieri è stato pubblicato un remix firmato da Cornelius, il musicista, produttore e dj giapponese, di Pele de Leopardo, secondo brano di Mente. Così, dopo mesi che lo seguo attraverso la sua musica, ho deciso di chiamarlo via Meet e intervistarlo.

Lui ha accettato volentieri: «Che bello, l’Italia si sta sempre più interessando a me, con lei ho un legame, una connessione, anche perché mia nonna materna era italiana», mi dice contento, sorseggiando il primo bicchiere di un intero bricco di caffè. Mi incuriosiva conoscerlo anche perché, quando uscì Mente, il New York Times lo inserì in una sofisticata playlist estiva. La recensione del disco terminava con un complimento categorico: “It’s music of nowhere and everywhere, disappearance and arrival, the archive becoming the now”.

Se credete, come io credo, alla ripetitività della storia, ebbene, permettetemi questo paragone: se il Tropicalismo si basava su un’antropofagia culturale, presa a modello dal Manifesto Antropofago stilato dal poeta Oswald de Andrade nel primo Novecento, oggi Thiago è uno dei consapevoli esponenti di un’antropofagia cultural-musicale, che si manifesta in un desiderio di usare tutto quello che l’eredità della sua terra – e non solo – mette a disposizione, dai canti indigeni alla bossanova, dal samba al funk brasileiro, proponendo un suono nuovo, dove conta molto il rumore e anche il silenzio. Non è un caso che il grande Arto Lindsay lo abbia capito e spronato. Ora sono grandi amici, compongono insieme, si intendono alla perfezione. Arto di Thiago dice: «È la musa ispiratrice della nuova generazione di compositori brasiliani».

La cover del singolo “Pele de Leopardo”, remix di Cornelius uscito il 28 maggio 2021.

Thiago, sono curioso, ho un sacco di cose da chiederti. È giusta la mia sensazione di un Brasile culturalmente impoverito nell’ultimo ventennio?
«Al contrario, c’è molto movimento, pensa al funk brasileiro, nato nei sobborghi, nelle favelas. Ogni città, ogni stato di questo Paese ha il suo funk, c’è quello carioca, quello Paulista e via dicendo. Anche il funk, come il samba, è una musica che ha una discendenza africana, che è nato dal basso ed è espressione popolare. Credimi, il Brasile oggi ha molto da offrire, grazie alla musica dell’Afro-diaspora. Per esempio, pensa alla musica nordestina, a Siba (artista pernambucano con il quale ha collaborato lo stesso Arto Lindsay, n.d.r.), un costrutto tradizionale che si evolve. Ma anche ai canti indigeni – non dobbiamo dimenticare il loro apporto alla nostra musica, il loro costrutto canoro è molto geometrico, ma non inteso in forma pitagorica! Si tratta di un lavoro a cui ho partecipato come musicista e produttore, è un disco di canti degli indios Huni Kuin. Al canto, Bella e io abbiamo aggiunto delle sculture sonore, Bruno di Lollo il sintetizzatore,  Domênico Lancellotti l’MPC1000. Il tutto per esaltare il potere della voce di Ibã Sales, Uma voz da Floresta Encantada».

Con quale genere musicale ti sei formato? Cosa ascoltavi da ragazzo?
«Mio padre, Zé Nassif, aveva tantissimi dischi, ascoltava molta musica, soprattutto rock, musica strumentale, adorava l’arpista Andreas Vollenweider e il compositore greco Vangelis Papathanassiou, autore di numerose colonne sonore, tra cui quella di Blade Runner…». Verso i dodici anni mi ha preso il blues, la musica nera americana, il movimento di Chicago che gravitava intorno alla Chess Records. Lo studiavo a fondo, ero rapito e interessato al punto che ero arrivato a una conclusione: volevo suonare il Blues. A mio padre piaceva la musica straniera, io, crescendo, mi sono appassionato alla musica brasiliana tradizionale, grazie a mia nonna che abitava all’interno dello Stato di São Paulo. Adoravo la Moda de Viola, una musica delle radici, legata alla terra, eseguita con quello splendido strumento che è la Viola, una chitarra a dieci corde. Ad ascoltarla potrai notare che ha basi di blues e country, quello del Mississippi. Crescendo ho imparato ad amare lo Choro…».

Lo Choro, un antesignano del jazz…
«Esatto, una musica dove si improvvisava dentro rigidi canoni. La mia svolta musicale l’ho avuta a 13 anni con la chitarra elettrica. Per me è stata un vero impatto, mi affascinava l’elettrificazione dei suoni, come li puoi cambiare. Ricordo che mio papà comprò una pedaliera: non riuscivo ad usarla, non la capivo anche se mi ci applicavo. Un giorno venne un suo amico con un solo pedale, e lì mi si è aperto un mondo, ho iniziato a curiosare tra i suoni, a registrarmi con un registratore a quattro piste, ad ascoltarmi, ad apprezzare il rumore della cassetta che emetteva il suono. A 18 anni ho deciso di registrare un album. Andai in studio di registrazione ma ho odiato il suono che il tecnico mi presentava. Non c’era proprio, dovevo imparare a costruire il suono come lo volevo io…».

Cosa hai fatto per trovarlo?
«Mi sono iscritto a ingegneria del suono negli Stati Uniti, nel Tennessee, a Nashville, nel punto nevralgico della musica americana. Mi sono laureato. In quegli anni di studio avevo messo su una band con altri colleghi e grandi amici, i Cowboy Movie. Facevamo un folk psichedelico con molti interventi di Noise. Tornato a São Paulo con alcuni amici abbiamo formato un’altra band, gli Epicac Tropical Banda (ci trovi su Bandcamp), band concettuale con improvvisazioni quasi jazzistiche».

Quando hai deciso di andare a vivere a Rio de Janeiro?
«Nel 2014. Mi sono trasferito a Rio perché la scena musicale – e non solo – era molto diversa da quella di São Paulo. La libertà era un’altra, c’era una forte relazione tra i vari movimenti culturali, Rio era un frullatore: arti visive si mescolavano a jazz, musica brasiliana a musica sperimentale suonata solo da macchine. Tutti facevano capo per lo più allo studio di registrazione Audio Rebel».

Arto Lindasy e Thiago Nassif – Foto Rogerio Vonkruger

E lì c’era anche Arto Lindsay…
«Sì ci siamo conosciuti in quell’ambiente, ci siamo scambiati idee. Lui ha prodotto il mio terzo album Três, siamo diventati amici, lavoriamo spesso insieme. Arto mi chiama per collaborare a suoi lavori, che sia un disco o un’installazione sonora. Lui suona la chitarra al di fuori delle convenzioni, usando delle melodie con inserti ispidi, rumorosi…».

Veniamo a Mente, lo hai definito un disco di connessioni…
«Perché è proprio questo, un disco costruito su una mia base da molte persone che ho scelto con attenzione. Ciascuna di queste ha dato quello che era necessario al lavoro. Quando componevo con una chitarra elettrica e un semplice pedale Looper pensavo a quali fossero gli artisti giusti che potessero dare il loro apporto in termini estetici, melodici e armonici. In questo viaggio mi hanno accompagnato, formando strati musicali, Pedro Sá, Guilherme Lirio, Menino Brito, un percussionista fantastico che suona samba con Pretinho da Serrinha. Lui ha portato il suo bagaglio, che è diverso dal mio, suonando la cuica in Vóz Unica Foto Sem Calcinha. Lo stesso dicasi per Sergio Azul: viene da Bahia suona in un afro-bloco gigantesco di percussionisti. Il suo “toque” viene dal Candomblé, è diverso da quello carioca. Ognuno ha il suo timbro…».

Thiago Nassif – foto Hick Duarte

Al disco ha partecipato anche Vinícius Cantuária…
«Sì, lui vive a New York, ma era a Rio de Janeiro, così sono riuscito a coinvolgerlo. È un “violonista”, suona la chitarra, ma per caso l’ho sentito suonare la batteria: aveva un suono e una tecnica tutta sua, parte dell’universo di Vinícius. Così, in Soar Estranho e Plástico lui suona la batteria».

Non ci sono solo musicisti in Mente. O meglio, sono anche musicisti ma si occupano d’altro…
«Ho chiamato anche Bella, artista che fa una musica di ricerca, lei si costruisce gli strumenti. Ha messo strati ai brani, approfondendo sempre di più la complessità del suono. Come vedi, questo disco non l’ho fatto solo io, ma anche Arto e tutti gli amici coinvolti. È frutto della ricerca di ciascuno. Il disco cerca proprio questo equilibrio di saperi».

Apriamo una parentesi sul “rumore” a cui tu tieni molto.
«Per me il rumore è ritmo, quello che ti fa danzare, ti dà la carica, l’energia. Può essere anche una prateria testuale o musicale. Comunque è sempre presente nella nostra vita e per me dà il ritmo, scandisce il silenzio».

Perché hai deciso di chiamare il tuo album Mente?
«Mente ha un doppio significato. La mente umana, il pensare in modo razionale ma anche, nella sua forma verbale, il mentire, e mi riferisco alla situazione politica soprattutto attuale. Quest’ultimo è un discorso lungo e complesso da fare, che il Covid ha amplificato. Siamo in un momento di “post verità”, un momento molto delicato per il mio Paese. Allo stesso tempo la mente è uno specchio, una riflessione di se stessi che ci confonde. Non a caso l’immagine della cover rappresenta uno specchio dove io butto un secchio d’acqua. Riprendendo il mito di Narciso che muore affogato nel suo continuo compiacersi e specchiarsi, ecco, lui è la mia speranza, prima o poi deve svegliarsi e non finire preda di se stesso».

Arrivati a questo punto, come posso definire la tua musica? Elettronica? No-wave?
«Non solo, ho cercato di prendere l’essenziale da ogni genere della musica brasiliana una connessione più che una contaminazione per raggiungere l’essenza della musica. Dentro c’è Tropicalismo, jazz, musica sperimentale, funk carioca, musica elettronica, praterie di suoni e ritmi, lo stesso fatto di cantare in portoghese e inglese è una dimostrazione delle connessioni anche attraverso le parole».

La chiudo qui. Vi assicuro che di sostanza nella musica di Thiago Nassif ce n’è molta. I suoi lavori vanno ascoltati con attenzione, vanno apprezzate le texture melodiche, i singoli rumori mai buttati a caso, il gran lavoro percussivo, l’amalgamare suoni che apparentemente stridono. L’antropofagia culturale diventa una necessità, una sorta di chiamata a raccolta del proprio passato e delle esperienze musicali universali. Tutto viene ricondotto in melodie che contengono mondi diversi, generi diversi, strutture diverse. Connessioni reali e non virtuali…Vi lascio con Plástico, suonato con Arto Lindsay, Vinícius Cantuária, Negro Léo e Laura Wrona…