Hip Hop: Denise Chaila e Pan Amsterdam, due artisti fuori dal coro

Oggi vi voglio parlare di hip hop. O meglio, di un certo tipo di hip hop, non propriamente di largo consumo e appiattito su canoni commerciali. Me ne hanno dato l’occasione due album usciti lo stesso giorno agli inizi di ottobre. Si tratta di due artisti molto diversi tra loro, per provenienza e formazione, ma che, seppure con tutte le dovute e rispettabili differenze, hanno in comune quel certo modo di sentire e interpretare un genere, riportandolo alla sua essenza primordiale con freschezza e coscienza musicale.

Passiamo ai nomi. La prima è una giovane zambese naturalizzata irlandese. Si chiama Denise Chaila. Nata a Chicankata, Zambia, da anni residente in Irlanda, a Limerick, dove vive tuttora. Padre neurologo, madre radiologa, lei una laurea in sociologia, anche se la madre, come ha dichiarato la stessa artista recentemente in un’intervista, la vedeva un avvocato di successo. Denise s’è avvicinata al rap nel 2012, collaborando con i Rusangano Family, crew di Limerick e con altri artisti irish.

Giusto aprire un inciso: l’Irlanda sta vivendo un buon momento quanto a hip hop. La versione irlandese vanta buoni nomi, Costello, Ophelia McCabe, Lethal Dialect (al secolo Paul Alwright), Mango X Mathman, Kojaque, e ora anche Chaila. In un bell’articolo su The Journal of Music di qualche settimana fa Andrea Cleary, l’autrice, sintetizzo, scrive che può apparire un ossimoro che il paese di Joyce, Beckett, della giovane Sally Rooney e di Yeats si stia spostando nella metrica hip hop. Eppure non è così: l’Irlanda ha i suoi nuovi poeti, «il prossimo, logico passo per la nostra nazione di parolieri», scrive la Cleary. E Denise Chaila con il suo primo album pubblicato il 2 ottobre dal titolo Go Bravely contenente il brano Chaila, diventato l’hit dell’estate irlandese, è certamente su questa strada.

Testi ricercati, sfrutta la sua identità multietnica per intrecciare storie che racchiudono culture e modi di vedere diversi, che parlano della sua esperienza, del razzismo, dell’integrazione… in Chaila rappa: «Sono di parola/E il mio nome è la mia parola/ L’anima del mio mondo (e)/ Non è Chillay/ Non è Chilala/ Non un boccone amaro da mandare giù/ Chailie o Chalia/ Chia, Chilla, Dilla/ Quello non è il mio nome/ Dì Il mio nome/ Chaila/ Chaila/ Chaila/ Chaila/ Chaila…». In Go Bravely, brano che chiude il disco, interpretata con il rapper MuRLI va oltre: «Sii l’intrepido esploratore di ciò che è sconosciuto, ignora le persone che non riescono a capire che sei molto di più, più del tuo dolore, più del tuo trauma, più delle persone che conosci, delle cose che fai o del modo in cui sei cresciuta. Prenditi del tempo per studiare la tua anima, osserva e vedi, punta in alto e pensa intensamente, vai e basta, coraggiosamente!». Con Denise Chaila le parole vengono prima della musica, a costo di rendere quest’ultima un etereo ma efficace e solido scheletro su cui appoggiare i concetti che le interessa sostenere.

Lo stesso giorno dell’uscita di Go Bravely, vedeva la luce anche HA Chu, nuovo lavoro di Pan Am (che sta per Amsterdam). E qui entriamo in un altro mondo. Pan Am è l’alter ego di un musicista jazz, un trombettista, adocchiato agli inizi del Duemila come una delle promesse del jazz newyorkese, Leron Thomas. Molto critico con le label jazz ed evidentemente deluso da un mondo che non immaginava così, ha deciso di vivere una vita parallela, fondendo stili, sperimentando, usando l’hip hop come filo conduttore. Quello che ne è uscito (Pan Am è in attività da un paio d’anni) è «un’altra musica», come l’ha definita lui stesso, «collisioni a ruota libera di generi e collaborazioni». Nello specifico, HA Chu è il frutto di una tournée che il trombettista ha fatto con Iggy Pop lo scorso anno. L’Iguana, lo aveva chiamato per scrivere e produrre il suo album Free, pubblicato il 6 settembre del 2019.

Si tratta di registrazioni catturate, molti vocali di amici che ha incontrato durante i concerti. Un album strano, dark, con inevitabili accenti jazz, trombe nostalgiche. Ascoltate Carrot Cake, costruita su una base tipicamente afro-disco anni Settanta, dove “rappa”: «Trying to control my fate?/ Have a talk with your mom after I’m done with carrot cake», «Stai cercando di controllare il mio destino? Parla con tua madre dopo che ho finito la torta di carote». Molto bello il breve intervento di tromba che chiude il pezzo.

Probabilmente è stato un caso, ma sempre il 2 ottobre Leron Thomas ha pubblicato un altro disco, questa volta con il suo vero nome, per l’inglese Lewis Recordings dal titolo More Eevator Music. Anche qui grandi contaminazioni e la collaborazione con musicisti di molte estrazioni, dal rocker Iggy Pop al rapper poeta Malik Ameer Crumpler, dal jazzista Florian Pellissier, al bassista Kenny Ruby e al batterista Tibo Brandalise sezione ritmica che ha suonato con Iggy. Se non lo conoscete, ascoltatelo, ne vale la pena.

Gianluca Lalli: così insegno ai bimbi ad amare la musica

Gianluca Lalli

Oggi vi voglio raccontare una storia. Una bella storia, che ha a che fare con le favole e la musica. Un argomento non nuovo, se ne parla da decenni, però, una storia è una storia, soprattutto se il personaggio principale è un musicista, scrittore e regista che da anni si occupa di diffondere tra bimbi, adolescenti e ragazzi un modello di scrittura non banale su cui aggiungere una melodia. Lui si chiama Gianluca Lalli, ha 44 anni, è marchigiano, di Colle d’Arquata, piccola frazione di Arquata del Tronto, provincia di Ascoli Piceno.

È un cantautore, di quelli “impegnati” avremmo detto negli anni Settanta. Non a caso ha collaborato con il bolognese Claudio Lolli (ve lo ricordate? Ho visto anche degli zingari felici, Aspettando GodotBorgesia…) mancato nell’agosto di due anni fa. Nel 2005 ha vinto il premio Rino Gaetano, a cui poi ha dedicato una canzone e anche un docufilm, titolati entrambi Rino, nel 2019. Per completarne il profilo artistico, nel 2013 il video del suo brano Il lupo vince il premio Hard Rock Café nella sezione video musicale alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. In più Lalli è un educatore, di formazione e anche di professione, anche se la musica resta il suo interesse primario. Dopo il terremoto del 2016 che ha raso al suolo il paese dov’era nato e cancellato casa sua, oggi vive a San Benedetto del Tronto.

Mi ha catturato l’attenzione perché sta pubblicando (sarà disponibile a fine estate) un nuovo album, Favole al telefono (qui un’anteprimatratto dall’omonima raccolta di racconti del 1962 di Gianni Rodari. Favole che sono per piccoli ma anche per adulti, come del resto tutta la letteratura dello scrittore di Omegna: la sua bravura stava proprio nel riuscire a raccontare la stessa storia disponendola su più piani. Quest’anno, il 23 ottobre, si celebrano i cento anni dalla sua nascita.

 

Perché un disco dedicato a Rodari?
«È un lavoro che viene da lontano, dalla lunga esperienza acquisita grazie al laboratorio di scrittura creativa che da anni porto nelle scuole, Il Cantafavole, dove Rodari ha un posto fisso. Il disco è un omaggio a questo grande scrittore e alla sua fantasia. Ho sottoposto il progetto alla famiglia Rodari e ho avuto un felice riscontro. In realtà l’album sarebbe dovuto uscire prima dell’estate, e in questi mesi sarei dovuto stare in giro per l’Italia a promuoverlo. Ma il virus ha scombussolato tutto…».

Raccontami del Cantafavole
«È un progetto didattico, un laboratorio di scrittura creativa che porto in tutte le scuole, pubbliche e paritarie: ovunque vogliano chiamarmi, io arrivo! Sono molto soddisfatto, anche perché, lo dico spesso, mi pagano per imparare».

Ovvero?
«I bambini hanno una grande fantasia. Da loro si apprende molto. Danno delle risposte incredibili perché la loro è un’autenticità senza filtri e una fantasia senza freni. Lo vedi durante il laboratorio che dura quattro ore: prima leggo la favola, poi la metto in musica, con la chitarra. Stanno attenti quando leggo e battono le mani a tempo quando suono. Poi si passa al laboratorio vero e proprio: li divido in gruppi di cinque o sei, ogni gruppo deve provare a scrivere una quartina di canzone in base a quello che hanno ascoltato. Lavorano sulla storia ed è incredibile vedere cosa nasce in quel momento, escono delle rime mai scontate. Quindi, scelgo le migliori quartine, le musico e, a fine lezione, cantiamo la canzone tutti insieme».

Per il tuo disco hai scelto otto favole dal libro di Rodari e le hai trasformate in versi e note.
«Delle 70 favole del libro originale ho scelto quelle che colpivano di più la fantasia dei ragazzi, come Il Paese dei Bugiardi, o Il Giovane Gambero, quello che a dispetto delle convenzioni, s’era messo in testa di poter camminare in avanti invece che all’indietro, o, ancora, La strada che non andava in nessun posto…».

Prepari anche laboratori per i ragazzi delle medie e liceali…
«Con i primi, integro i laboratori con testi più complessi, come La Fattoria degli animali o 1984 di George Orwell, per citare un autore. Assieme al mio violoncellista, che è anche un appassionato studioso di storia, raccontiamo e contestualizziamo le grandi distopie del Novecento. Per i secondi abbiamo messo a punto altri progetti, come Letteratura in Musica, dove trattiamo gli Scapigliati, Arrighi, Boito, Olindo Guerrini…».

Raccontami di Rino Gaetano.
«È sempre stato uno dei miei autori preferiti. Quando ho vinto il premio a lui dedicato, è stato un momento magico. Gaetano veniva da Crotone, io da una minuscola frazione marchigiana di carbonai. Zone rimaste indietro nel tempo, paesi che ci hanno accomunato… per questo le sue canzoni, cariche di ironia e denuncia sociale, sono parte di me».

Oltre alle scuole, usi la musica anche in altre situazioni…
«Un lavoro che mi ha appassionato l’ho fatto nella città dove risiedo, San Benedetto del Tronto, con gli ammalati di Alzheimer in un centro diurno. L’ho chiamato La Musica contro l’Alzheimer. Sono stati mesi intensi, dal settembre 2019 a febbraio di quest’anno. Andavo ogni giorno e facevo cantare gli ammalati. Dopo molti tentativi, nonostante i loro corpi abbandonati a se stessi, smarriti, ho visto dei risultati: iniziavo a cantare e notavo che, poco a poco, le loro labbra si muovevano… cantavano! Un’emozione fortissima».

Musica e libri… come ti sono venute queste passioni?
«A Colle, pochissimi abitanti, tutti, eccetto mio padre che lavorava in un’azienda edile, erano lavoratori autonomi, qui c’era la tradizione della produzione del carbone. Finita la scuola, avevo del tempo libero visto che non dovevo lavorare in famiglia. Così passavo il tempo a leggere. Ho letto tanto e di tutto. La musica, all’inizio la odiavo: colpa del flauto che ci insegnavano a scuola! A 18 anni ho scoperto la chitarra e da lì è partito tutto… Poi, se mi chiedi cos’è per me la musica, posso solo risponderti che è un qualcosa che mi colpisce al punto da stordirmi. La musica non fa parte del mondo razionale: e questo, per una persona curiosa, è il massimo!».