Pensieri in musica/ Virus, panico e futuro: rivoglio indietro Milano!

«Posso sentire il battito del tuo cuore, sei spaventato, sì, sì». Quando il rapper 50 Cent, al secolo Curtis James Jackson III, scrisse Psycho, brano tratto dall’album Before I self destruct (2009), cantandolo con Eminem, raccontava in modo crudo e trucido una storia di violenza («mi vedi, sono uno psicopatico, un fuori di testa, un pazzo»). Ripensavo a quei versi in metropolitana, ieri. Milano praticamente deserta, in trincea, incellofanata. Metropolitana da “crime”, poca gente, molti con le mascherine (servissero a qualcosa…), evitare contatto fisico ma anche visivo sembrava la preoccupazione maggiore. Solo che a rappare su quei beat oggi c’è MC CoronaV, al secolo Covid19, un “vairus” per dirla con il nostro Ministro degli Esteri, cattivo, pericoloso, subdolo. Uno psicopatico, un fuori di testa, un pazzo, appunto. Ok. Ma non più psico, pazzo e fuori di testa di qualsiasi altro virus “serio” … Seduto alla fermata di Moscova in attesa del mio treno riflettevo sulla carica di ansia e terrore montata nel nostro Paese in pochi giorni. Il Coronavirus, o meglio, la paura del Coronavirus, sta paralizzando anche Milano, città dagli anticorpi robusti, di gente abituata a essere realista, con i piedi per terra, a pensare prima di agire. Salvo sparute eccezioni, siamo andati in cortocircuito. Tutti siamo concentrati sul virus, accendi la tivù e c’è lui, apri un giornale, ed eccolo lì, bellino che sembra un fiore tropicale, sullo smartphone ti arrivano in tempo reale i bollettini: contagiati, morti, guariti. Quanto potremo durare così? Björk nella sua Virus (dall’album Biophilia del 2011) canta: «Busso alla tua pelle e sono dentro. Il match perfetto, io e te. Mi adatto, contagioso. Tu ti apri, mi dai il benvenuto, come una fiamma che cerca l’esplosivo, come la polvere da sparo ha bisogno di una guerra. Ti banchetto dentro, il mio ospite sei tu…».

La paura d’essere “banchettati” c’è ovviamente. Ma la voglia di vita normale, ancora di più. “Virus”, per chi ha vissuto gli anni Ottanta a Milano, era un animato e frequentato centro sociale, tempio del mondo punk nazionale e internazionale. Tempi che cambiano: ieri lo si cercava, oggi è lui a cercarti! Sempre rimanendo “in musica”, personalmente non ho nessuna intenzione di «Mangiare semi per ingannare il tempo» e assistere «alla tossicità della nostra città», per citare Serj Tankian e soci, dei System of a Down, in Toxicity. E nemmeno ridurmi a un prigioniero del Covid19: «La tua mente è solo un programma e io sono il virus. Cambierò il tuo status, aumenterò i tuoi limiti, ti trasformerò in un superdrone e tu ucciderai al mio comando e io non sarò il responsabile», gridano i Muse in Psycho, da Drones (2015). Appunto, non voglio diventare uno schiavo del piccolo, bastardo virus. Rivoglio la mia quotidianità, le quattrochiacchiere al bar, i volti di chi mi siede accanto sui mezzi pubblici, i concerti e le reunion… Altrimenti mi tocca dar ragione ad Anastasio, Rosso di Rabbia… «Panico panico, sto dando di matto. Qualcuno mi fermi. Fate presto per favore, per pietà».

Interviste/ Walzer, dal Persia’s Got Talent a un disco. Tutto suo!

Di lui mi aveva parlato quel pusher di nuovi musicisti che è Alberto Riva (ricordate? il creatore di colonne sonore per le sfilate di moda), ancor prima che il Nostro se ne uscisse con quella provocazione che di lì a pochi giorni, lo avrebbe portato a una notorietà inaspettata… Così, in un piovoso lunedì di febbraio, ci siamo dati appuntamento alla libreria Feltrinelli di corso Buenos Aires a Milano. Capello lungo, baffo folto, una giacca militare d’antan… Walter Carluccio, in arte Walzer, nato 36 anni fa in un paesino vicino a Legnano, padre italiano madre spagnola, mi guarda incuriosito. «Non sono abituato a questo genere di cose», mi spiega. «Improvvisamente sono diventato uno riconoscibile. Mi fermano, mi intervistano, sono quello della goliardata persiana». Facciamo un passo indietro. Qualche settimana fa Walzer ha fatto il botto di ascolti, visualizzazioni e fama mettendo on line la sua esibizione al Persia’s Got Talent, show per gli spettatori di lingua farsi nel mondo, ripreso a Stoccolma un paio di mesi fa. Se volete leggere sulla sua stravagante esibizione, qui una sua intervista su tgcom.24.it. Insomma, viene voglia di saperne di più su questo artista che vive ancora nel paradiso dei menestrelli, compone ma non si decide a pubblicare, frequenta fior di nomi “pesanti” della musica italiana ma non si lancia. Partecipa a un talent lontano anni luce dalla nostra cultura musicale e lo fa con la consapevolezza che una provocazione sia una possibile e fruttuosa contaminazione tra culture, non ha uno smartphone ma si muove tra i social con passo felpato…

Solo una domanda sulla tua partecipazione al Persia’s Got Talent. Hai portato sul palco Ascanio, mito del web demenziale, e la canzone Esce ma non mi rosica, rielaborata nel testo, su uno dei brani più amati dai persiani, Pariya, di Shahram Shabpareh. Una provocazione?
«È stata una goliardata pura. Una cosa che volevo fare, senza nessuna pretesa. La produzione lo sapeva, ne erano ignari, invece, i giudici. Infatti, non hanno capito l’operazione. Ma la cosa bella è che il pubblico s’è messo a cantare il vero testo, mentre io quello di CelestinoCamicia. Una fusione di culture, quella tradizionale e l’altra, giocosa e spensierata, della rete».

Chi è Walzer?
«Sono uno di provincia, cresciuto in provincia. Ho iniziato a suonare la chitarra di mio fratello maggiore a 14 anni – l’aveva ricevuta in regalo ma non la toccava mai – e a cantare a quattro. Mi ricordo che, fin da piccolo, ascoltando una canzone ponevo sempre più attenzione all’armonia che alla melodia. Mi affascinavano i percorsi sonori di un brano. Al liceo artistico, a Busto Arsizio, ero diventato il menestrello della scuola. Ho iniziato a cantare in vari gruppi della zona. Ancora oggi continuo a esibirmi con la mia prima band, Mike Pastori and his New Dodos, facciamo cover di qualsiasi genere: siamo quattro persone con ascolti decisamente diversi, ed è questa la nostra forza che ci tiene ancora insieme».

Quando hai iniziato a suonare da solo?
«Nel 2010 e ho cominciato suonando proprio Esce ma non mi rosica al mio primo concerto. A Stoccolma mi sono presentato sul palco del Persia’s Got Talent vestito esattamente come il mio primo concerto. Poi, nel 2011, ho avuto la mia “svolta” più importante: ho conosciuto i Selton (fresca ed esplosiva band brasiliana formatasi a Milano, ndr). È iniziata un’amicizia e una collaborazione, con loro ho fatto i miei primi concerti “grossi”. Quindi ho incontrato Dario Ciffo, Roberto Dell’Era, gli altri Afterhours…».

Walzer, ma cosa vuoi dalla tua vita? Oltre alla provocazione che ti ha reso famoso, c’è dell’altro, mi sembra…
«Da cinque anni ho iniziato a scrivere canzoni mie, spronato dai Selton e da altri amici musicisti…».

E…
«Ne ho scritte una quindicina. Lino Gitto e Roberto Dell’Era, che assieme a Enrico Gabrielli fanno gli Winstons (uno dei gruppi più interessanti della scena indie-prog italiana, ndr) si sono offerti di aiutarmi a produrre il disco. Mi piacerebbe incidere ogni pezzo con uno dei miei amici artisti, ospiti, guest star… Devo fare questo passo, è importante, decisivo, altrimenti rischio di rimanere negli annali del web come il pagliaccio di Esce ma non mi rosica…».

Qual è il tuo genere di riferimento?
«Pop/rock con influenze anni Sessanta e Settanta, Beatles, Beach Boys, Elvis Costello per intenderci…».

Scusa, ma perché tutta questa indecisione sui pezzi che hai scritto? Cosa stai aspettando?
«Il 2020 sarà l’anno decisivo, lo dico a te ma lo dico anche a me! Sono fondamentalmente pigro, vero. Però la mia apparente pigrizia nasconde in realtà quello che sono, e cioè, cauto e riflessivo. Mi impongo standard molto alti, sono sempre molto critico con me stesso. Ho bisogno di consensi continui su quello che faccio…».

Cioè, ti sottovaluti…
«Forse. Però non vorrei essere ricordato soltanto per una guasconata, anche se la partecipazione al talent è stata l’occasione per parlare di me. Ora ho in testa tante cose. Devo sentire Daniel (dei Selton, ndr) perché ha avuto l’idea di lanciare un crowdfunding per produrre il mio disco».

Una genialità guascona quella del Persian’s Got Talent! I tuoi cosa hanno detto del tuo exploit?
«Mia madre, che vive alle Canarie, è persona pragmatica. Mi ha fatto una sola domanda: “Ma ti hanno pagato per quello che hai fatto?».

Tu usi i social ma, in realtà, sei un po’ lontano da quel mondo…
«È vero, non ho uno smartphone, non sono un nativo digitale. Mi hanno detto che ciò potrebbe essere un detrimento per il mio lavoro, ma io vado avanti per la mia strada…».

Ma hai bisogno della gente, tutti gli artisti ne hanno.
«Come attitudine sono molto vicino agli artisti di strada. Mi piace suonare nei mercatini, alle feste di paese. E questa, mi rendo conto, è la dimensione più lontana possibile dai social, intesa come modo di accattivarsi la gente. Mettiamola così, la mia è una sfida…».

Walzer, il tuo obiettivo.
«Mantenere la libertà che ho adesso ma esprimere quella creatività organizzata per far conoscere la mia musica. Sono il musicista dei musicisti: tutti mi conoscono nell’ambiente ma pochi al di fuori di questo…».

Annotazione. Alla fine dell’intervista “in libreria”, davanti a un tazzina di caffè ormai fredda, finiamo per parlare di libri, ovviamente di musica. Gli chiedo se mi fa ascoltare uno dei suoi brani: «Sono tutti molto artigianali, registrati in casa. Insomma roba “roots”», si schernisce. Insisto: la voglio pubblicare sul blog, sono curioso, e poi, prima o poi, ti devi decidere. Acconsente: «Ok, ti mando un link dal mio SoundCloud». Quindi, eccolo (il link)! Ascoltiamolo insieme e immaginiamolo “lavorato” con quell’armonia che gli sta tanto a cuore… Io l’arrangiamento me lo sono creato, nella mia testa, ovviamente, con la certezza che da una radice può nascere un gran bel fiore!

Ozzy Osbourne, arriva “Ordinary Man”, ma non è il solo… uomo comune

Oggi esce il tanto atteso disco di Ozzy Osbourne, Ordinary Man, un gran bell’album, perfetto, rètro al punto giusto, chitarre cupe ed esplosive, voce metallica ancora da “Principe delle Tenebre”, collaborazioni prestigiose (sir Elton John, Post Malone, Tom Morello, Trevis Scott, il produttore Andrew Watt alla chitarra, Duff McKagan dei Guns N’ Roses al basso, Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers alla batteria, Slash nell’assolo finale del brano che apre l’album, Streight To Hell, e in Ordinary Man).

L’ex-frontman dei Black Sabbath è un signore di 71 anni che ha vissuto senza risparmiarsi tra droghe, alcol e mattane varie, da vera rockstar. Si rende conto che sta invecchiando e che deve fare i conti con la propria vita, a maggior ragione ora che ha annunciato d’essere ammalato di Parkinson. Addio alle provocazioni, dunque? C’è da dubitarne, anche se Ozzy appare più riflessivo. Ma come dimenticare, tra le mille, quella che fece esattamente 38 anni e tre giorni fa, il 19 febbraio del 1982, quando venne arrestato a San Antonio (Texas) per aver urinato sul monumento in ricordo degli americani che morirono nella battaglia di Alamo? Intervistato, calcò la mano, dichiarando che il suo prossimo obiettivo era pisciare sul prato della Casa Bianca a Washington (allora era presidente Ronald Reagan).

Visto che stiamo parlando di Ozzy, tanto per rimanere in tema riflessivo, anche la sequenza dei titoli delle canzoni rientrano in questa sua elaborata cupezza senile. Provate a recitarli, tradotti, come se fossero l’insieme di un testo poetico…

Straight To Hell
All My Life
Goodby
Ordinary Man
Under The Graveyard
Eat Me
Scary Little Green Men
Holy For Tonight
It’s A Raid
Take What You Want

Dritto all’inferno,
Tutta la mia vita…
Arrivederci
Uomo Comune.
Sotto la tomba,
Mangiami.
Oggi è la Fine,
Spaventoso, piccolo uomo Verde,
Santo per questa notte.
È un assalto
Prendi quello che vuoi…

Oltre all’Ordinary Man di Ozzy – qui sotto le prime strofe del brano – nella storia recente della musica ci sono molti brani (e qualche titolo di disco) che portano lo stesso nome, “Uomo Comune”. Ne ho selezionati alcuni, tra i più conosciuti. 

I was unprepared for fame
Then everybody knew my name
No more lonely nights, it’s all for you
I have traveled many miles
I’ve seen tears and I’ve seen smiles
Just remember that it’s all for you
Don’t forget me as the colors fade
When the lights go down, it’s just an empty stage

Non ero pronto per la fama
Poi tutti hanno conosciuto il mio nome
Non più notti solitarie, e tutto per te
Ho percorso molte miglia
Ho visto lacrime e sorrisi
Ricorda che è tutto per te
Non dimenticarmi mentre i colori sbiadiscono
Quando le luci calano, è soltanto un palco vuoto…

 

Christy Moore artista folk irlandese impegnato, pubblica nel 1985 Ordinary Man. Il brano è stato ripreso anche da altri musicisti, come il chitarrista inglese Alvin Lee.
«I’m an ordinary man, nothing special nothing grand
I’ve had to work for everything I own
I never asked for a lot, I was happy with what I got
Enough to keep my family and my home
Now they say that times are hard and they’ve handed me my cards
They say there’s not the work to go around
And when the whistle blows, the gates will finally close
Tonight they’re going to shut this factory down
Then they’ll tear it d-o-w-n…»

«Sono un uomo normale, niente di speciale, niente di eccezionale
Ho dovuto lavorare per tutto ciò che possiedo
Non ho mai chiesto molto, ero contento di quello che avevo
Abbastanza per mantenere la mia famiglia e la mia casa
Ora dicono che i tempi sono difficili e mi hanno dato le mie carte
Dicono che non c’è lavoro abbastanza per tutti
E quando il fischio soffia, le porte si chiuderanno finalmente
Stasera chiuderanno questa fabbrica
Visto che poi l’abbatteranno…»

Eels, Una versione molto sentita questa Ordinary Man di Mark Everett, leader della band indie rock americana.
«Well, it’s another warm day in the city of cold hearts
They all just play the part of who they are
And I’m here on my own, I’d rather be alone
Than try to be someone that I’m not
And you seem like someone who could
Appreciate the fact that I’m no ordinary man…»

«Va bene, è un altro giorno caldo nella città dei cuori freddi
Tutti recitano la parte di quello che sono
Io sono qui da solo, preferirei essere solo
Piuttosto che cercare di apparire qualcuno che non sono
E tu sembri quello che potrebbe
apprezzare il fatto che non sono un uomo normale…»

Johnatan Coulton Anche il 49enne artista indie folk newyorkese ha la sua Ordinary Man dall’album Solid State del 2017…
«Now your heart’s all done
But your head won’t let you run
You’re dying where you stand.
All this “wait and see”,
All this “what will be, will be”,
That sounds like the plan
Of an ordinary man…»

«Ora il tuo cuore è finito
Ma la tua testa non ti lascia correre
Stai morendo lì dove sei.
Tutto questo “aspetta e vedi”,
Tutto questo “ciò che sarà, sarà”,
Sembra essere il piano
Di un uomo normale…»

Mika Michael Holbrook Penniman Jr., in arte Mika, può vantare una emozionante Ordinary Man, tratta dall’album No Place in Heaven del 2015.
«So you say it’s ordinary, love?
That’s impossible to do.
No such thing as ordinary, love.
I was ordinary just to you…»

«Quindi dici che è comune, amore?
Questo è impossibile.
Non esiste una cosa che sia normale, amore.
Ero normale solo per te…»

Lloyd Parks, in versione reggae pubblicata nel 1972 dal musicista jamaicano, ecco la sua Ordinary Man.
«Something told me, it was like an holiday,
And something say now: that I should stay.
It’s that crazy kind of feeling in my soul!
It’s that crazy kind of feeling, that sets me wheeling.
Why should I, now, be working this way?
And when I work, yeh, I can’t get my pay.
See, I’m just an ordinary man, yeh, yeh, yeh.
I’m just an ordinary man and you know it’s true…»

«Qualcosa mi dice che era come una vacanza
e qualcosa mi dice ora che dovrei restare.
È quella folle sensazione nella mia anima!
È quella folle sensazione, che mi fa muovere.
Perché, ora, dovrei lavorare così?
E quando lavoro, non vengo pagato.
Vedi, sono solo un uomo normale, sì, sì, sì.
Sono solo un uomo normale e sai che è vero…»

The Doobie Brothers C’è un Ordinary Man tratto da Sibling Rivalry (2000) anche per la longeva rock blues band a stelle e strisce…
«In between the doubts and the dreamin’
Comes my humble quest for a plan.
I’ve been out there hoverin’ by,
Don’t forget to pull me in sometimes.
Will you be with me as I make my journey
Through the labyrinth of time?
And I’m still waitin’ for the good Lord
To show me the way, babe.
This is who you see, this is who I am.
Please forgive me if I fall sometimes,
Just an ordinary man…»

«Tra i dubbi e il sogno
Arriva la mia sommessa ricerca di un piano.
Sono stato là fuori in bilico,
Non dimenticare di coinvolgermi qualche volta.
Verrai con me nel mio percorso
Attraverso il labirinto del tempo?
E sto ancora aspettando il buon Dio
che mi mostri la strada, piccola.
Questo è quello che vedi, questo è quello che sono.
Per favore, perdonami se a volte cado,
Sono solo un uomo normale…»

The MacQueens Una coppia nella vita e un duo alternative folk indie nel lavoro. Così cantano la loro Ordinary Man
«I’m not a hero or a villain too,
I’m not a liar, I’m an honest dude.
I might have a complex but so do you
I’ve got no love for all yours rules.
I’m just my own kind of ordinary man…»

«Non sono un eroe e nemmeno un malvagio,
Non sono un bugiardo, sono un tipo onesto.
Potrei avere un problema, ma così anche tu
Non mi appassiono per tutte le tue regole.
Sono solo il tipo di uomo normale…»

Oltre a questi autori, molti altri hanno intitolato la loro canzone Ordinary Man, dall’irlandese John Donohoe con la sua musica “folk gospel” ai Chinese Man, collettivo di dj francese, ai veronesi Kiowa, stoner rock band che ha appena rilasciato il suo primo lavoro, Bloom. E ancora, la metal band americana del Connecticut GoRJA, i Day One, band di Bristol, il cui primo album, pubblicato 20 anni fa, si intitolava proprio Ordinary Man.

Urban Indie/1 – Roberto Cibelli, Giuliano Saglia e la rivoluzione della musica

Ok, il discorso va affrontato, e lo dico da vecchio rocker quale sono. L’ormai rugginosa “guerra” tra rock e rap all’alba del 2020 non ha più nessun senso. Il rap ormai è stato introiettato e digerito come genere “storico” acquisito. Ha la sua lunga storia  – dagli anni Settanta a oggi di “rappate” per le strade e nei palchi del mondo ne sono passate tante – e, come è accaduto per il rock, va considerato come una delle “stagioni” della musica, quei particolari, intensi, momenti di cambiamenti sociali e culturali che rendono quest’arte una delle antenne principali per captare i cambiamenti in corso. Dunque, eccoci qua. Con una notizia arrivata fresca proprio oggi – l’assassinio di Pop Smoke, 20 anni, rapper newyorkese stimato dai grandi nomi del genere, da Nicki Minaj a Cardi B, per citarne un paio – che non smentisce la fama ribelle e trucida dell’hip hop d’oltreoceano. Quello italico è profondamente diverso, di sicuro non fisicamente violento. Non si parla più di disagio e riscatto sociale, com’era per il rap, ma di esibizione e voglia d’avercela fatta, di soldi e lusso, di un machismo ostentato, con un uso snervante dell’autotune sul cantato (trap) e una libertà di esecuzione vocale non legata al beat, che nella trap è più accelerato (vedi Sfera Ebbasta, Ghali, il giovane Shiva). Salvo rare eccezioni il trapper è un artista solitario che non si associa in crew: se ce la fa, emerge e diventa famoso ed è solo per merito suo e di nessun altro… La trap sta evolvendo a sua volta, nascono nuove correnti con nomi coniati dagli stessi artisti… C’è chi paragona – per certi aspetti a ragione – questa “rivoluzione” musicale al punk degli anni Settanta, come corrente di rottura, che sa parlare la lingua del disagio giovanile…

Il nostro viaggio nel mondo rap/trap, inizia in una tranquilla via di Milano, a due passi da Paolo Sarpi, nel quartiere cinese. Qui ha sede la Red Music edizioni musicali. Al timone Giuliano Saglia, 67 anni, e Roberto Cibelli, 60. Più che una label è una “talent scout house”, una “casa sicura” dove, chi ha talento, può emergere e viene aiutato in tutto, dalla costruzione del personaggio alla mera burocrazia.

Roberto Cibelli, a sinistra, e Giuliano Saglia, a destra, della Red Music

Come siete entrati nel mondo dell’Urban? Nel corso degli anni avete anche intercettato il fenomeno della Disco Music italiana mietendo più che rispettosi successi (tanto per ricordarne uno, Giuliano Saglia nel 1998 ha coprodotto con Alex Farolfi e Mario Fargetta, Feel it, arrivando al top delle classifiche inglese ed europee)…
Roberto: «Siamo entrati nell’Urban Indie per necessità. Con la crisi del 2008 ci siamo ritrovati a decidere su cosa fare della nostra attività, così abbiamo puntato su quella fetta di musica indipendente che le grandi case discografiche, per motivi di struttura e tipo di lavoro, non consideravano… È andata bene. Tra 10, 15 anni questa musica sarà considerata il pop italiano».

Secondo voi perché ha preso piede divorando fette di mercato sempre maggiori?
Roberto: «Mi rifaccio alle parole di J-Ax: l’Urban Indie si è affermato grazie a Internet, Spotify, i social media. Le major non hanno più il potere di decidere quali artisti siano da promuovere e mandare avanti e quali no. Questi ragazzi non devono ringraziare nessuno se non loro stessi e la loro creatività… Tra il 2010 e 2015 non ascoltavi un brano urban in radio, oggi è tutta un’altra storia».
Giuliano: «Il pubblico è cambiato. I ragazzi si identificano perché nei brani di artisti che hanno la loro stessa età e che sono cresciuti negli stessi luoghi, vengono affrontate tematiche reali. Diventare famoso è uno degli obiettivi futuri dei giovani ascoltatori. Devi saper esprimere quello che stai vivendo, sei arrabbiato, non hai soldi, hai un’infanzia difficile… il gergo è lo stesso da Milano a Catania».
Roberto: «I social sono stati importantissimi. Come artista puoi interagire immediatamente con chi ti segue. Prima la comunicazione la faceva la casa discografica ed era distaccata, non coinvolgente. Il pubblico, il tuo pubblico che si riconosce in quello che tu dici, ti sente vicino, un amico».

Ciò ha permesso a molti più artisti di emergere?
Roberto: «Non proprio. Prima c’era l’imbuto della casa discografica: potevi essere un genio, ma se, magari, quel giorno chi ti ha visto non ha capito chi tu fossi veramente, la tua carriera veniva stroncata definitivamente ancor prima di nascere. Oggi a decidere è il pubblico. Se piaci vai avanti altrimenti no. I numeri degli “emergenti” sono gli stessi di quelli che c’erano nell’era del pop».
Giuliano: «È una questione di possibilità, non sono gli altri a decidere la tua carriera, ma sei tu. Se hai le capacità puoi arrivare a sfondare anche da solo. Prendiamo ad esempio Ghali. È stato con noi nella fase iniziale. Era un ragazzo con una vita difficile, abitava in un appartamento minuscolo con la madre in un quartiere difficile e di periferia. Aveva tutta la voglia e la forza di emergere, raccontare, uscire da una esistenza dura. Chi ti ascolta capisce se in te, artista, c’è spessore o meno…».

Insomma, Internet e i social hanno democratizzato la musica…
Roberto: Sì. Pensa solo negli anni Settanta e l’ondata del cambiamento musicale con l’arrivo dei cantautori. Ti sei mai domandato perché emergessero per lo più artisti romani e pochissimi milanesi? A Roma aveva sede l’RCA. La potente etichetta aveva addirittura creato una scuola per cantautori. Oggi il territorio fisico non esiste più, si gioca tutto nel web».

Qual è il futuro della musica italiana?
Giuliano: «Si è partiti con il rap e si va verso un indie che non ha contorni definiti. È come un fiume che scorre impetuoso ma non costretto in un unico letto. L’acqua si spande ovunque… Ora siamo noi discografici che seguiamo l’onda, prima era esattamente l’opposto: si creava la moda e il genere. Oggi si inseguono le mode e i generi si cavalcano».

È corretto definirvi “scopritori di talenti”?
Giuliano: «Vediamo decine di ragazzi ogni settimana, ascoltiamo le loro produzioni. Se scorgiamo del talento creiamo un progetto per loro, gestiamo tutta la parte del copyright e la burocrazia, permettiamo loro di apparire negli store, ma li lasciamo discograficamente liberi».

Il Blues visto dalle donne: star, promesse e genialità

Donne e blues. Che gran binomio! In un mondo prettamente maschile ci sono sempre più artiste che si dedicano all’esplorazione e composizione di questo genere fondamentale, ruvido, evocativo, che tocca le corde più nascoste del nostro “Istinto Musicale”, per citare il titolo di un dirimente libro di Philip Ball del 2010. Nella storia del blues, dal Novecento del secolo scorso a oggi, sempre più artiste si sono “votate” al sacro fuoco delle “blue notes”. Basti ricordare la grande Sister Rosetta Tharp, definita la Godmother (Madrina) del rock’n’roll: la sua musica, dagli anni Quaranta fino alla sua morte, avvenuta nel 1973, tradotta in 17 album, ha influenzato, per loro stessa ammissione, Elvis Presley, Johnny Cash, Chuck Berry, Jerry Lee Lewis, Little Richard, anche se solo nel 2018 la Tharpe è stata insignita di un posto nella Rock and Roll Hall of Fame. Tralasciando altri grandi nomi, da Bessie Smith, The Empress (l’imperatrice) of the Blues, alla mitica Bonnie Raitt, vi voglio segnalare oggi undici blueswomen – le troverete qui sotto in rigoroso ordine alfabetico! – che mi piacciono per passione, grinta, voce, modo di suonare. Alcune sono ben note, come la losangelina Beth Hart, altre, giovanissime e talentuose, come la ventiduenne canadese Angelique Francis, altre ancora, grandi musiciste, vedi le bassiste Heather Newman e Amanda Fish.

Elles Bailey La giovane e brava musicista inglese (di Bristol) s’è fatta notare in terra patria ma anche negli States con collaborazioni nel suo ultimo lavoro, Road I Call Home, con il tastierista Bobby Wood e il chitarrista dei Black Keys, Dan Auerbach. Voce da due pacchetti di sigarette al giorno, grinta in sovrabbondanza, ha una verve contagiosa. Fino ad agosto sarà in tour fra Gran Bretagna, Germania e Spagna. Ascoltatela in Little Peace of Heaven.

Annika Chambers Qui vi propongo l’ultimo dei suoi tre album pubblicati, Kiss my Sass (letteralmente “bacia la mia sfacciataggine”, gioco di parole con kiss my ass, baciami il culo). Un bel biglietto da visita per la texana di Houston, ex-militare (ha servito per sette anni l’America in Kosovo e in Iraq) prima di dedicarsi alla sua vera passione, e cioè la cantante e songwriter blues. Ascoltatela qui in In the Basement.

Amanda Fish Sorella maggiore di Samantha Fish ha iniziato la sua carriera artistica dopo la scatenata “sister” ma con egual piglio e maestria. Le sorelle Fish vengono da Kansas City e hanno il blues nelle vene dalla nascita. Due i dischi prodotti da Amanda, Down into The Dirt, del 2015, e Free, del 2018, quest’ultimo insignito lo scorso anno del Blues Music Award come miglior album emergente. Ascoltatela in Not Again.

Samantha Fish La trentunenne “sorellina” è un’abile chitarrista oltre ad avere anche una gran voce, nonostante l’aspetto da “angelo”. All’attivo ha dieci album, una lunga carriera iniziata nel 2009. Il prossimo 12 luglio suonerà al Pistoia Blues Festival, occasione per non lasciarsela scappare! Dall’ultimo suo lavoro, Kill or Be Kind (2019), qui l’omonimo brano.

Angelique Francis Sentiremo molto parlare di lei. A 22 anni, l’artista di Ottawa può essere considerata un talento naturale. Polistrumentista, suona contrabbasso, chitarra, pianoforte con la stessa verve e passione, mescolando nelle sue composizioni vari generi dal blues al rock al jazz al soul… Dal suo primo album Kissed by The Blues, ascoltatela in 24 Hours. 

Beth Hart La signora, 48 anni, non ha bisogno di presentazioni. Una gran voce, una potente carica sul palco, esplosione di note e gorgheggi, puro Semtex per le orecchie. La musicista californiana inizia proprio oggi, 17 febbraio, da Manchester un lungo tour che la porterà in Francia, Stati Uniti, Olanda, Danimarca, Austria, Germania e anche in Italia, a Gardone Riviera (annotatelo!!!) il 2 agosto al Festival del Vittoriale Tener-a-Mente. Dal suo ultimo album War in My Mind, ecco Bad Woman Blues.

Rebecca e Megan Lovell Due sorelle di Atlanta, fondatrici della band in cui militano dal 2010 con il bassista Brent Tarka Layman e il batterista Kevin McGowan. Insieme fanno i Larkin Poe, come si definiscono, una roots rock and blues band. Insomma un ritorno alla musica delle radici, a quel blues bello, ampio, solenne e potente dove c’è posto per lo slide guitar e il banjo. Ascoltateli nell’ultima loro uscita, Venom & Faith del 2018, nel brano Beach Blond Bottle Blues. Per chi volesse vederle, il 19 maggio a Milano alla Santeria – Toscana 31.

Heather Newman Rise From The Flames del 2019 e Burn Me Alive del 2017 sono i due album publicati da questa trentenne blueswoman assieme alla sua ormai rodata band, abile disegnatrice di ritmi che crea con il suo inseparabile basso elettrico. Ascoltate I’m Coming For You da Rise From The Flames.

Meghan Parnell È la frontwoman dei Bywater Call, band canadese che nel novembre dello scorso anno ha pubblicato il suo primo album, che porta il nome del gruppo, Bywater Call. Sette elementi, con una bella sezione fiati (Sax e tromba) e soprattutto la voce di Meghan, chiara, potente, molto blues con voli soul. Ascoltateli in Arizona.

Joanne Shaw Taylor Fu scoperta da Dave Stewart, ex Eurythmics, quando aveva appena 16 anni. Così narrano le cronache di Joanne, nata nelle West Midlands, inglese di passaporto ma americana d’anima. Una voce potente, ottima chitarrista, ha pubblicato, in 11anni di attività, sette album. L’ultimo, Reckless Heart, è uscito nel 2019. Qui in Bad Love

Musica e Moda/ Così nasce la colonna sonora per una sfilata

La prossima settimana, dal 18 al 24 febbraio, a Milano si terrà la Fashion Week. Passerelle, eventi, viavai di modelli/i, eccentricità autentica e ostentata… ma anche musica. Sfilate e note sono un binomio essenziale e perfetto, uno dei registri usati dagli stilisti per mostrare collezioni e comunicare tendenze, raccontando storie in passerella. Ricordate Grace Jones, 70 anni portati con la spavalderia di una quarantenne, sulla catwalk parigina di Tommy Hilfiger? Ha sfilato e danzato sulle note di Pull Up To The Bumper, suo successo del 1981.

Alberto Riva

Per farmi raccontare l’importanza della musica nella presentazione di una collezione di moda ho fatto una lunga chiacchierata e relativa intervista (vale la pena leggerla tutta!) con Alberto Riva, 60 anni, musicista, produttore, compositore… Alberto è il classico artista, creativo e vulcanico, milioni di aneddoti da raccontare e una sterminata conoscenza di musica. Breve curriculum vitae, tastierista di Jo Squillo, membro del Gruppo Caribe, quelli che tra il 1988 e il 1994, fecero nascere e crescere le “One Nights” milanesi dalle balere di liscio all’Ippodromo del Galoppo. Quindi, sound designer per grandi stilisti, professore di storia della musica (docenze allo IED), organizzatore di eventi…

Dritti al punto: quanto è importante la musica in una sfilata di moda?

«Per me è fondamentale. È una sfaccettatura di quello che sei come stilista, del tuo mondo, richiama i sensi, dà il ritmo di uscita in passerella, evoca sensazioni…».

Doverosa precisazione: c’è la soundtrack creata da musica di repertorio e quella composta per l’occasione. Puoi raccontarci come nasce il tutto?

«Si parte con un primo briefing con lo stilista. Quindi inizio la ricerca dei brani più adatti da sottoporre a un secondo incontro: frugo nel mio enorme archivio, nei negozietti di dischi usati, sulle piattaforme digitali. Brani vecchi, vecchissimi, moderni e modernissimi, talvolta ricevuti promozionalmente dalle case discografiche prima ancora d’essere lanciati sul mercato. Una volta scelti (in abbondanza) mi incontro con lo stilista (o con il suo team creativo) per selezionarli. Sono diversi, a seconda che l’evento si faccia a Milano, Parigi o in Germania, e che sia per la linea Uomo o Donna. Il numero varia in base a due fattori: la durata dello show e i tagli, cioè il tempo di ogni singolo brano (talvolta in relazione alle uscite degli abiti divisi per tema) all’interno della sfilata stessa. Mediamente si utilizzano dai cinque ai 15 brani».

Quindi si passa al mixaggio…

«È la fase più importante del lavoro, che permette di avere una microvisione all’interno della macrovisione, entrando all’interno di ogni singolo brano in un processo chiamato “Edit”. Posso così scegliere le parti migliori di ogni singola canzone, tagliare l’intro o la coda, raddoppiarne frammenti più o meno lunghi, togliere alcune parti, eventualmente, fare sovraincisioni, talvolta anche con strumenti musicali aggiunti. Queste ultime sono molto importanti, perché offrono la possibilità di far suonare all’unisono per un certo periodo di tempo due brani o parte di essi, anche piuttosto diversi tra loro, come quando ho scelto una canzone di Bugo, C’è Crisi, con una di Petrolini, Ma cos’è questa crisi. Altrettanto fondamentali sono i passaggi che legano i brani con atmosfere sonore diverse, che risulteranno gradevolmente armoniche dopo essere state trattate con infiniti accorgimenti tecnici, come effetti sonori, loop, echi, delay, spazializzazione del suono… A mixaggio semidefinitivo ci si incontra di nuovo con lo stilista per sottoporre il risultato, intervenendo con leggere modifiche, anche in relazione alle uscite degli abiti. Quindi si procede con il mix definitivo della colonna sonora che andrà in scena.

E arriviamo all’evento clou, la sfilata. 

«Va più o meno così: mi trovo in Regia Audio, a fianco della Regia Luci, coordinata e gestita dal Direttore delle luci con cui lavoro in sintonia. Ben lontani i tempi in cui si operava con registratori e nastri Revox, cassette, cassette Dat, minidisc e Compact disc, oggi la tecnologia utilizza chiavette usb o direttamente computer! In Regia Audio utilizzo un monitor audio di riferimento per i volumi di sala e sono attrezzato con mixer, cuffia per i mixaggi, due/tre lettori cd con chiavetta sulla quale ho montato le varie parti musicali dello show (generalmente: intro a passerella vuota, sfilata, sera, finale) e gli effetti sonori. Il tutto confluisce in amplificatori e diffusori audio, woofer e subwoofer commisurati all’ampiezza della sala. Se la regia è posizionata fuori vista, ho a disposizione un monitor video per vedere le quinte d’uscita e la passerella stessa. Il Direttore delle luci e il sottoscritto (che potrebbe essere definito Sound Designer, erroneamente DJ, ma io preferisco Menestrello!) sono dotati di intercom (cuffia con microfono che permette di ascoltare e parlare), in collegamento con il regista della sfilata, che si trova dietro le quinte, assieme allo stilista e alle modelle che usciranno. È lui che ci trasmette gli start/stop, i cambi e quant’altro (allunga questo brano, riduci un po’ la luce per quest’uscita, vai a buio, pronto per il mix con la musica del finale, aspetta…, aspetta… ora…, cambio!).

Qui potete ascoltare e vedere un lavoro di Alberto Riva per NABA, l’accademia di belle arti, registrato alla Triennale di Milano lo scorso anno, curato da Romeo Gigli… Con lo stilista Alberto collabora da oltre un decennio: «Ha una grande cultura e un’infinita curiosità musicale. Lavorare con lui è sempre stimolante…».

Il tuo lavoro in sala, però, inizia prima…

«Sì, quando il pubblico entra faccio partire la cosiddetta musica “del sitting” che, pur essendo diffusa a volume non alto, riflette di solito lo spirito musicale che si ascolterà durante la sfilata. È importante perché inizia a mettere lo spettatore in uno stato d’animo ideale per fruire dello spettacolo. Può durare un’ora o più: bisogna tener conto dei temuti, quanto probabili, ritardi tra l’orario d’inizio previsto per la nostra sfilata e quella precedente, a sua volta ritardata da quella ancora precedente e così via… Bisogna permettere ai giornalisti e ai buyers più importanti di raggiungere la location e di prendere posto in sala. Quando il pubblico s’è accomodato e dietro le quinte tutto è pronto, il regista dà gli ok per l’inizio».

Il tuo compito?

«Ora è semplice: premo “Play” sul mio lettore audio e, a passerella vuota, musica, luci e marchio del Brand sono i padroni della scena. L’intercom trasmette: “Quattro, tre, due, uno, FUORI!”…Cambiano le luci, io cambio musica, sfumo la traccia numero uno, quella dell’Intro, e alzo dolcemente il cursore del lettore audio con la seconda traccia, la più corposa, quella della Sfilata vera e  propria. Ok, la prima modella è in scena, il primo cambio musica è perfetto; ora la colonna sonora si snoda tranquillamente, già mixata e preparata con i cambi di canzone e d’atmosfera. Le modelle sfilano una dopo l’altra finché si riaccende la lucina di chiamata intercom: “Audio e Luci, attenzione! La ragazza appena uscita in passerella è l’ultima, sta per entrare la “Sera”, cioè gli abiti da cerimonia. La seconda traccia se ne va e parte la terza, attribuita alla “Sera”, generalmente con musica più soft e suadente, con ulteriore cambio luci. Gli abiti da sera, quando ci sono, sono di solito molti meno rispetto alla sfilata vera e propria, così, dopo pochi minuti, arriva un’ altra allerta: “Attenzione, la ragazza con l’abito lungo rosso è l’ultima della “Sera”. Pronti al Finale!”

Qual è il momento più difficile?

«Insieme all’inizio, proprio quest’ultimo: bisogna sincronizzare l’uscita di scena dell’ultima ragazza, il semibuio e conseguente deciso cambio luci, contemporaneo all’uscita in scena di tutte le ragazze per il “Finale”, a sua volta sincronizzato con la sfumata della musica “Sera” e l’inizio dolcemente mixato di quella, generalmente chiassosa e “in gloria”, del “Finale”, con applausi, respiro di sollievo nostro e urla liberatorie e di esultanza dal backstage. Quindi riparte la musica del “sitting”, valevole anche per l’”outing”. Certo, l’errore di mixaggio, d’imperfetta sincronia tra audio, luci e regia durante i cambi è sempre in agguato, ma dopo quasi 150 sfilate, soprattutto tra Milano e Parigi, certe cose vanno in automatico…Il valore aggiunto dell’esperto…».

Questo per la musica mixata. Fino a qualche anno fa, quando le piattaforme di video sharing non erano ancora esplose, si pagava la Siae per l’evento e finiva lì. Oggi, con milioni di potenziali visualizzazioni come la mettiamo con la questione diritti di pubblicazione dei brani?

«La Maison, assolti gli obblighi Siae necessari alla messa in onda della musica durante – e limitatamente – alla sfilata, non avendo richiesto (sarebbe costato troppo e sarebbe stato necessario un anno di lavoro) e non possedendo i diritti editoriali di ogni singolo brano, non può utilizzare la colonna sonora, specialmente sul proprio sito o sul Web (dovrebbero trasmettere la sfilata… muta!). Per questo motivo, sempre più spesso, i Brand mi chiedono di comporre una soundtrack con musica originale per lo show. In qualità d’autore, dunque, proprietario del brano, cedo i diritti di utilizzo, così il cliente dispone di una colonna sonora originale, di sua proprietà. In questo caso parto da un briefing con lo stilista che mi segnala i suoi ambienti musicali di riferimento e il mood della sfilata. Quindi, per me inizia la fase compositiva, mediante l’utilizzo del pianoforte o dell’elettronica e successivamente la scelta dei vari strumenti da utilizzare. Mi chiudo poi con i miei collaboratori per due o tre giorni in Studio di registrazione, dove iniziamo a stendere la soundtrack, valutando arrangiamenti e stile in relazione al brief».

Ci sono criteri nella scelta dello studio di registrazione?

«La tipologia di Studio varia in base a diversi fattori: il budget a disposizione per la produzione della colonna sonora, il genere di musica utilizzata (dovendo, ad esempio, lavorare con parecchi musicisti non posso certo utilizzare un Home recording studio, più che sufficiente, invece, con la tecnologia d’oggi per una soundtrack di musica elettronica). Altra caratteristica importante per la scelta dipende dal fatto che lo stilista venga o meno in studio durante la produzione: esistono studi equipaggiati in maniera superba che magari si trovano in una zona troppo periferica o nel sotterraneo di un condominio non molto bello di facciata e, dunque, non sono sufficientemente di rappresentanza, per cui pur essendo tecnicamente superiori ad altri vengono scartati perché finirebbero per deprezzare il lavoro artistico. Pare assurdo, ma “il magico mondo della Moda” vive anche di queste cose!».

Curiosità: in molte sfilate si vedono i musicisti che suonano…

«In scena possono esserci pure musicisti che talvolta si esibiscono live sulla colonna sonora preregistrata, anche se il più delle volte vengono utilizzati in funzione scenografica e, per abbattere i costi del live (microfonazione, prove, ecc.), suonano in playback quello che abbiamo precedentemente registrato in studio».

Ultima domanda, giuro! Non ti è mai capitato che, ormai esperto, oltre alla musica ti venisse chiesto di montare l’organizzazione completa (luci, attori, musicisti…)?

«Sì, ultimamente, piuttosto spesso! Addirittura per la security, il catering, funamboli, telecamere, permessi comunali. Avendo fatto anche questo nella vita, mi sono organizzato. Ma questa è un’altra storia, se vuoi te la racconto un’altra volta!».

Musica da viaggio/ Alternative Country Rock, cinque album da ascoltare

Oggi, splendida giornata di sole, voliamo dall’altra parte dell’oceano, negli States, per parlare di un genere, l’Alternative Country Rock, che s’è sviluppato dalla fine degli anni Ottanta e negli anni Novanta del secolo scorso. Sicuramente avrete ascoltato alcuni dei gruppi più significativi del genere ancora attivi, per citarne alcuni, Calexico, Lambchop, Giant Sand… In sostanza, melodie folk, quelle alla Nashville per intenderci, contaminate da suoni più rock con escursioni nel mariachi, bluegrass, punk, blues… Come per tutte le cose c’è un inizio e, per l’alternative country, questo ha un nome stravagante, The Flying Burrito Brothers, band nata nel 1968 da due esuli dei Byrds (storico gruppo folk rock psichedelico dove suonò anche David Crosby), Gram Parsons e Chris Hillman. Il primo morì a 26 anni di overdose nel 1973, il secondo, è un famoso bassista di 75 anni ancora in attività. Piccola annotazione: è grazie a Gram Parsons che Keith Richards dei Rolling Stones, per un periodo inseparabili, s’è innamorato della musica country, contribuendo a dare ancora più sale al suono dei ribelli British… Il loro primo album, The Gilded Palace of Sin, fu accolto entusiasticamente dalla critica ma non vendette molto. È considerato la pietra miliare del genere che di lì a qualche anno sarebbe esploso. I Flying Burrito Brothers restano in attività fino agli anni Novanta, Parsons suonò e cantò nei primi due album, poi venne “licenziato” dalla band perché perso nei meandri della droga.

E rieccoci all’Alternative Country: ho scelto cinque gruppi e altrettanti dischi da proporvi, quelli che metto in cuffia nelle mie escursioni motociclistiche…

Calexico La band di Tucson (Arizona) nata nel 1996 è quella che più rappresenta il genere, grazie anche alla voce di Joey Burns e alla batteria di John Convertino, entrambi ex-membri dei Giant Sand. Il disco da ascoltare è Selections From Road Atlas 1998-2011, (qui Crystal Frontier), primo disco live rilasciato dal gruppo, nel 2011. Annotatevi anche Years to Burn, l’ultimo lavoro pubblicato lo scorso anno insieme a Sam Beam, in arte Iron&Wine, artista che già aveva collaborato con la band nel disco In The Rains del 2005.

Lambchop Il frontman, anima e cuore di questa band davvero unica nei suoi percorsi musicali, porta lo stesso nome di un eroe della Marvel il mutante Kurt Wagner. Il nostro Kurt, classe 1959, ha fondato i Lambchop nel 1986 a Nashville. L’album che vi propongo d’ascoltare è Nixon del 2000 che contiene la bellissima Up with People. Da assaporare anche l’ultimo lavoro, molto più elettronico e altrettanto sofisticato, This (is what I wanted to tell you).

Wilco Altra band storica che arriva da Chicago, fondata dal cantante e compositore Jeff Tweedy nel 1994. Oltre all’album simbolo del successo di critica e vendite, Yankee Hotel Foxtrot (2001), nella creativa produzione degli Wilco ce n’è un altro molto interessante: Mermaid Avenue  & Summerteeth del 1998 realizzato con Billy Bragg – qui California Stars – (contiene brani scritti da Woody Guthrie e musicati dal cantautore inglese e dalla band americana). Uscì anche un volume II e, nel 2012, la raccolta definitiva del progetto: Mermaid Avenue: The Complete Sessions. Gli Wilco hanno pubblicato un nuovo album lo scorso anno dal titolo Ode to Joy.

Giant Sand La band di Tucson fondata nel 1985 da Howe Gelb ha visto avvicendarsi nella sua lunga storia vari componenti, tra questi anche Burns e Convertino dei Calexico. Da mettere in cuffia Storm del 1988 (ascoltate qui Town Where No Town Belongs). Lo scorso anno i Giant Sand hanno pubblicato Recounting The Ballad of Thin Line Man, rivisitazione dello splendido album Ballad of Thin Line Man del 1986, altro lavoro dirimente della band.

 

Jason & The Scorchers Il Jason in questione è Ringenberg, frontman e autore dei brani della band nata nel 1981 e “chiusa” nel 2010. Suoni decisamente più aggressivi, contagiosi. Non a caso viene collocata anche nel filone del cowpunk… L’album scelto è Fervor – Lost and Found del 1985 (qui il brano I Can’t Help Myself): adrenalina garantita, endorfine positive rilasciate, ottimo compagno di viaggio! Jason Ringerberg continua la sua attività solista: l’ultimo lavoro, Stand Tall, è stato pubblicato dall’eclettico musicista esattamente un anno fa.

Sanremo2020/ Morgan, Bugo e l’essenza dell’imprevedibilità

Il coup de théâtre alla fine è arrivato. E lo spettacolo ha raggiunto uno dei momenti più lirici e drammatici, l’apice di tensione fisica e mentale, lo stress perfetto, prima dell’ultima parte che porterà, questa sera, alla fine dell’opera omnia.

Il 70esimo festival di Sanremo come una poderosa tragedia greca. L’uscita di scena col botto di Morgan e Bugo di questa notte, iniezione di vita vera nella finzione scenografica, è stata la ciliegina sulla torta di un festival che s’è rivelato, di fatto, uno dei migliori degli ultimi anni.

Le cronache raccontano di morsi e sputi, offese e parolacce da veri duri volate tra l’ex Bluevertigo e il cantautore/attore novarese. Sprazzi punk, incursioni da rocker, follia seminata a beneficio della folla e dell’ego dei contendenti. Roba già vista, per carità.

Dal mitico pugno stampato da Charlie Watts, batterista dei Rolling Stones, sulla faccia di Mick Jagger in una camera d’albergo, alle snervanti frecciatine e offese tra Kurt Cobain, leader dei Nirvana, e Axl Rose dei GNS (Guns N’ Roses), il mondo del rock ne ha viste di ogni. Ricordate i fratelli Gallagher? Dopo anni di litigi, Noel e Liam, nel 2009 a Parigi, prima di salire sul palco del Rock en Seine, hanno lo “scazzo” definitivo: volano chitarre e urla, Noel se ne va, il concerto salta e gli Oasis si sciolgono. E ancora, memorabile, a Las Vegas,  durante gli MTV Video Music Awards edizione 2007, il destro del gelosissimo Kid Rock, allora marito di Pamela Anderson, che colpisce Tommy Lee, ex consorte della Anderson, con cui lei ritornerà insieme…

Ma torniamo a Morgan e Bugo: nonostante il pedegree dei rispettivi artisti, la loro canzone era debole e l’esibizione, anche peggio, poco amalgamati, due particelle di sodio nella stessa bottiglia, mentre l’interpretazione di Canzone per te, fatta nella terza serata, sempre parere personale, è stato un atto poco gentile nei confronti del pubblico e dell’autore, il mitico Sergio Endrigo. E qui nulla c’entra l’artista, la sua libertà d’interpretazione e la follia del compositore… Comunque, a squalifica avvenuta e conferenza stampa annunciata dai due ex amici per oggi pomeriggio, resta un fatto: c’è sempre una prima volta, anche nella macchina perfetta e immutabile di Sanremo. Quell’imperfezione che renderà la 70esima edizione indimenticabile…

Memento/ Febbraio 1970: oltre Sanremo, tre dischi storici

Mentre sul palco dell’Ariston lo spettacolo va avanti come previsto tra il twerking di Elettra Lamborghini (la voce non si può ricordare…), l’esibizione dei Ricchi e Poveri, di diritto gli Abba del pop italiano, e il duetto Ranieri-Ferro sulle note di Perdere l’amore, vale la pena riportare le lancette del tempo indietro di 50 anni.

Il 1970 è stato un grande anno per la musica. Furono pubblicati, infatti, molti dischi che fecero la storia del rock e pop internazionale (avremo modo di parlarne in altri post). Oggi ci concentriamo su febbraio, con una divagazione –  doverosa – a fine gennaio.

Tanto per inquadrare il periodo storico, dal 26 al 28 febbraio a Sanremo al Salone delle Feste del Casinò si stava tenendo la ventesima edizione del festival. Vinsero Adriano Celentano e Claudia Mori, con Chi non lavora non fa l’amore. Al secondo posto si classificarono i Ricchi e Poveri con La prima cosa bella di Nicola di Bari, mentre al terzo, Sergio Endrigo con un altro brano che, più o meno tutti, hanno fischiettato per anni, L’Arca di Noè.

Iniziamo con la “doverosa divagazione temporale”: il 26 gennaio 1970 la Columbia Records rilascia Bridge Over Troubled Water, quinto e ultimo album del duo Simon/Garfunkel. Disco fortunato, 25 milioni di copie vendute nel mondo, 11 tracce, tre delle quali scolpite nella memoria collettiva, Bridge Over Troubled Water, The Boxer, El Condor Pasa (If I Could), oltre a Cecilia, Bye Bye Love

Veniamo a noi: il 1 febbraio James Taylor pubblica Sweet Baby James, secondo album in studio e primo con l’etichetta Warner Bros. Un disco scritto quando il ventiduenne James, in preda all’eroina e alla disperazione, si barcamenava per sfondare nel mondo della musica, inventandosi quel genere rock folk, con quel modo gentile di pizzicare la chitarra in fingerpicking e quella voce nasale che tanto piaceva alle fan, vista anche la prestanza del ragazzone, 1 metro e 90 d’altezza, lunghi capelli e sguardo perso… Oltre al brano che dà il titolo all’album, una sorta di ninnananna folk dedicata al nipote, il disco contiene anche  Fire and Rain uno dei suoi più grandi successi. L’ultimo brano dell’album, Suite for 20 G, è una canzone composta da tre abbozzi di canzoni, uniti da James per avere i 20mila dollari di bonus promessi alla chiusura dell’album.

Il 9 febbraio esce un altro lavoro, considerato “spartiacque”. È Morrison Hotel dei Doors, quinto e penultimo album del gruppo con Jim Morrison (morirà a Parigi il 3 luglio del 1971). Il disco annuncia il ritorno della band californiana a quel garage blues degli inizi che culminerà nell’ultimo album con Jim, L.A. Woman. Roadhouse Blues, canzone che apre il disco, è un classico blues bello e potente, mentre Peace Frog, brano più politico, attacca con una chitarra acida su cui si inserisce la batteria, quindi il basso, il Vox Continental di Manzarek e infine la voce arrabbiata di Jim:

There’s blood in the streets, it’s up to my ankles
She came
Blood in the streets, it’s up to my knee
She came
Blood in the streets in the town of Chicago
She came
Blood on the rise, it’s following me
Think about the break of day…

Il 13 febbraio, invece, arriva sugli scaffali il primo album di una band inglese che farà parlare molto di sé. Il titolo porta il nome della band: Black Sabbath. Inizia l’avventura di Geezer Butler, Bill Ward, Ozzy Osbourne e di Tony Iommi, amico/nemico di Ozzy. In un’intervista di qualche giorno fa Ozzy ha dichiarato che ancora oggi Tony gli mette soggezione. Torniamo al disco: non accolto benissimo dalla critica (Rolling Stone lo troncò di brutto) ha trovato invece il favore del pubblico. Disco e band sono stati l’ispirazione per numerosi gruppi, soprattutto di doom metal. La campana e la pioggia sulla prima traccia Black Sabbath, sono diventate famose… Piccola nota: tra pochi giorni, il 21 febbraio, uscirà il nuovo disco di Ozzy, Ordinary Man. Ma questa è altra storia…

Breaking notes/ Donald Trump… “acquitted”

La notizia di questa mattina, oltre a Sanremo, alla febbre cinese, all’incidente ferroviario vicino a Lodi, costato la vita ai due macchinisti, e alla morte dell’ultracentenario Kirk Douglas, è l’assoluzione di Donald Trump. I repubblicani hanno salvato il loro collega di partito (e non poteva essere altrimenti…) dalle pesanti accuse che avevano portato la Camera dei Deputati a procedere con l’impeachment contro il 45esimo presidente degli Stati Uniti. Eccetto Mitt Romney, autorevole esponente del partito dell’Elefante, che, scindendo il proprio voto, ha dato ragione ai democratici “per l’abuso di potere”, mentre ha votato contro su “l’ostruzione al Congresso”.

Una commento in note? Considerata l’euforia, immaginatevi i senatori GOP impegnati in uno scatenato ballo con in mezzo The Donald, come nel film The Blues Brothers quando un invasato James Brown cantava e ballava The Old Landmark, inneggiando (in questo caso) al Signor… Presidente!

Let us all (All go back)
To the Old (Old landmark)
Let us all to the Old (All go back Old Landmark)
Let us stay in the service of the Lord
Jesus, ohh! (He’s my Lord, oh, my Lord)…